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Full text of "Archivio glottologico italiano"

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PSùiBti.  y/3 


HARVARD  COLLEGE 
LIBRARY 


FROM  THE  FUND  OF 

CHARLES  MINOT 

CLASS  OF  lft28 


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ARCHIVIO 

GLOTTOLOGICO  ITALIANO, 


G.  I.   ASCOLI.  ^ 


VOLUME  PRUO, 

CON  VSk  CABTA  DULETTOLOQICA. 


ROMA,  TORINO,  FIRENZE, 

ERMANNO   LOESCHEE. 

1875. 


IJiqineOwGoOl^lc 


PÙU.    7^3 


|cOLLEBEJ 


FUservato  ogni  diritto  di  propriatù 
e  di  traduzione. 


MILANO,  cor  TIPI  DI  0.  BERNARDOSr. 


DiqitizeabvG00»^lc 


A 

FEDERICO  DIEZ, 

IL  GLOMOSOFONDATORE 

DKLLA  SCIENZA  DEI  LINGUAGGI  NEO-LATKI, 

ERA  OFFERTO  CON  ANIMO  KIVEEENTE 

QUESTO  PRIMO  VOLUME  TÌELV  ARCBinO, 

FESTEGGIANDOSI  IL  XXX  DICEMBRE  DEL  MDCOCLXXl 

IL  CINQUANTESIMO  ANNIVERSARIO 

DEL  SUO  DOTTORATO. 


jvGooi^lc 


IJiq'eOwGoOl^lc 


PROEMIO. 


U  n  Tocabolario  che  ei  Tiene  stampando  in  Firenze  sotto  anspid 
gloriosissimi,  rappresenta  tin  principio,  o  on' innovazione,  di  cui 
gli  riesce  ùa  moBtra  nella  prima  parola  del  sao  frontispizio ,  poi- 
ché egli  8Ì  annunzia  per  novo  anziché  mtovOt  cosi  riproducendo 
la,  odierna  pronuncia  fiorentina,  ch'egli  trova  urgente  di  rendere 
comune  a  tutta  l'Italia,  siccome  parte  integrale  dell'odierno  lin- 
goaggio  di  Firenze,  il  qnal  dev'essere,  in  tutto  e  per  tutto,  quello 
dell'Italia  intiera.  La  medesima  pronniMia  fiorentina  gli  st^gerìrà, 
ed  egli  dovrà,  accettare,  sotto  pena  di  non  lieve  incoerenza:  more 
per  muore;  soto  per  suòla;  fori  ^st  fuori;  io  noto  per  nuoto;  io  sono 
per  suono;  coco  per  cuoco;  omini  per  uomini;  e  via  discorrendo. 

Ora,  tutti  conoscono ,  e  nessun  conosce  meglio  de' promotori  del 
JVtìPO  Voeabdario ,  l' intima  ragione  dell'  nò  che  qeesti  tenta  di 
sbandire.  L'wó  italiano,  se  per  comodo  de'lettori  qui  si  vuol  ripe- 
tere codesta  ragione,  è  normale  prodotto  dell' o  breve  latino  quando 
porti  l'accento,  come  Vie  è  prodotto  normale  dell'e  breve  latina 
accentata.  Laonde  avemmo  ;  Ìo  muòvo,  allato  a  noi  moviamo  ;  nuòvo, 
allato  a  ri/tmovóre  e  noviià;  cosi  come  avemmo:  sié^,  allato  a 
seàvto;  piede,  allato  a  pedata.  Vo  lungo  latino,  all'incontro,  o 
Ve  lunga  latina,  quando  por  sieno  in  accento,  ci  danno  sempre  la 


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vocale  scempia  (e  chiaBa);  qnindi,  per  esempio:  voce,  amore;  sere, 
avere  *.  E  siccome  la  brevità  o  la  lunghezza  della  vocale  latina 

*  E  come  ognuno,  ae  pni  non  sìa  dato  a  c[iieBta  Bpecia  di  Btadj,  facilmente 
im&gina,  la  nitida  e  costante  dietinzionQ  tra  il  riflesso  della  vocal  brevo 
latina  e  della  lunga,  non  ò  già  un  privilegio  di  quel  gruppo  di  dialetti  del- 
l' Italia  centrale  a  cai  spetta  la  lingua  che  gì'  Italiani  eciivono  o  vonci)- 
bero  Bcrìvero,  ma  ti  nprodncs,  in  modi  diversi,  anche  in  un  ntunoro  infinito 
di  altri  vernacoli  italiani.  Cosi,  per  esempio,  l'o  breve  latino  ò  1' (b  di 
Milano: 

«a/,  tw/,  mar,  car,  rasda,  ecc.; 
laddove  1'  o  lungo  latino  è  1'  9  di  Milano  : 

V$f,  famsa,  colpr,  patrgn,  ìi$ra,  e^c. 
E  similmente  all'altra  estremità  deiritalta,  l'o  breve  latino  ò  sempre  0 
a  Palermo  : 

tiÓvtt,  làett,  fóon,  jócu,  tedia,  cóéiri,  ecc.; 
'laddove  1'  0  lungo  latino  à  sempre  u  a  Palermo  : 

tili,  amùri,  tinira,  cida,  «cipa,  ecc. 
Il  dittongo  può  non  isvilupparai,  o  anche  ritacere,  in  qualche  esemplare 
toscano  o  italiano,  come  d  per  esempio  in  rósa;  ma  allora  si  tratta  di  un  o 
aperto  {rgta);  e  quindi  ai  dice,  nel  barbaro  linguaggio  della  scienza,  clis 
l'u^  e  l'o  aperto  italiano  sono  i  due  normali  succedanei  dello  steeso  ele- 
mento latino.  Ora  siccome  l' o  dell'  odierno  fiorentino  in  novo,  in  more  (muo- 
re) ecc.,  è  natoralmente  aperto,  ed  anzi  più  aperto  e  più  longo,  secondo  gli 
esperti  inclinano  a  credere  (D' Anooka,  D'Ovidio),  che  non  eia  quello  di 
rosa,  cosi  il  'Noto  Vocabolario'  potrebbe  forse  dire,  che  l' ó  fiorentino  rima- 
nendo pur  sempre  diverso,  secondo  la  sua  diversa  radico  latina,  i  diritti 
della  storia  non  sono  punto  lesi  dalla  pronuncia  eh'  egli  inculca.  Al  che 
sarebbe  facile  rispondere,  che  le  due  diverse  pronuncie  fiorentine,  secondo 
la  diversa  quantità  latina  (nQvo,  am^re),  sono  così  rìmote  fra  di  loro,  che 
i  on  meco  caprìccio  dells  storia  11  non  averci  dato  due  diversi  caratteri  per 
rappresentarle  ;  e  che  l' amore  della  precisione,  e  i  suggerimenti  del  sapere, 
e  appunto  il  desiderio  dì  diffondere  la  piononcia  toscana  0  fiorentina,  oggi 
ben  piuttosto  porterebbero  a  distingnere  costantemente,  pur  nella  scrittura: 
rsta  (rSss)  da  rgaa  (rSsa,  corrosa),  che  non  a  un'ortografia  la  quale  con- 
fonda la  tgla  (aQla)  e  la  mala  (sSlum) ,  scgla  per  bene  e  aeuóla  per  bene  ;  e 
via  di  questo  passo.  Meno  male  sarebbe  l' ìmporci  di  scrìvere  lufmo  e  di 
leggere  omo.  Accettorobbero  ì  Francesi  una  riforma  che  incominciasse  dai 
contbndere  nella  scrittura  patVe  e  perei  Ma  si  deve  ancora  avvertire,  e 
certo  senza  la  minima  volontii  di  malignare  o  di  mancar  di  riverenza  a  chi 
tanta  ne  merita  e  per  tanti  conti,  che  fra  la  teoria  e  la  pratica  del  'Novo 
Yocftbplarìo'  può  parer  che  corra  un'  assai  notevole  differenza  o  mancluno 


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non  proriene  naturalmente  da  un  capriccio,  o  da  una  convenzione, 
del  popolo  de' Quiriti,  ma  ^  è  mi  accidente  che  ha  «le  sue  ragioni 
organiche  e  ancora  si  vede  difilatamente  risalire  a  tale  antichità, 
rispetto  alla  quale  Bono  avvenimenti  moderni  le  storie  più  rimote; 
ne  viene,  che  la  distinzione  che  noi  abbiamo  cosi  perspicua  e  fami- 
liare, tra  nuòvo  (novus),  a  cagion  d'esempio,  e  loro  (illorum), 
(Upende  da  varietà  fondamentali  che  rannod^o,  nel  tempo  e  nello 
spazio,  una  grande  e  nobilissima  parte  del  genus  homo;  è  insom- 
ma un  fenomeno  storico,  il  quale,  connaturato  e  saldo  nell'uomo 
odierno,  rivaleggia  d'antichità  col  mondo  fossile.  Se  perciò  tra 
coloro  che  si  affaticano  intorno  alla  storia  delle  Ungue,  sarga  qual- 
che lamento  contro  il  tentativo. di  menomare  o  di  abolire  una  tale 
distinzione,  senza  che  alcun  patente  bisogno  ci  spinga  a  mano- 
mettere il  prezioso  cimelio,  e  anzi  risulti  da  qaesto  intento  un 
danno  manifesto  anche  nell'ordine  pratico  della  parola;  se  taluno 
di  coloro,  soverchiamente  appassionato,  trascenda  a  scrivere,  che 
il  tentativo  gli  sembri  addirittura  un'offesa  0  una  sfida  al  moderno 
:^apere;  è  abbastanza  probabile,  che  anche  prima  che  si  ag^anga 
alcun'altra  considerasione ,  possa  avere  facile  scusa,  o  perdono, 
presso  i  più,  lo  zelo  poco  importuno  di  quei  modesti  operaj.  I 
quali,  inoltre,  per  effetto  del  loro  mestiere,  vedono  di  continuo, 
che  qualche  scarso  sviluppo,  od  avanzo,  dell' «ó  nel  provenzale, 
non  toglie  che  questo  particolar  continuatore,  o  succedaneo,  dell'd 
latino,  sia  veramente  il  distintivo  più  cospicuo  della  romanità  ita- 
liana. L'nó  degli  scrittori  fiorentini  non  coincideva  già  soltanto 
con  r«ó  di  Arezzo  o  d'altre  terre  circonvicine,  ma  ritrovava  6è 
medesimo,  a  tacer  dell'Italia  meridionale,  in  molta  parte  della 
superiore,  come  può  vedersi  anche  dai  fogli  che  vanno  qui  uniti; 
e  cosi  riusciva  di  tanto  più  facile  che  egli  entrasse  nelle  scritture 


ancoift  assai  complicate  nonne  che  a  tntti  non  riesce  dì  escogitare.  Poichà, 
lisciando  il  ano  avvertimento  che  molti  bedano  ancora  sentire,  in  parecchi 
casi,  l'adi  buono  (e.  'buono'),  egli  scrive  novi  e  nuove  (lxiii),  e  ora  60» 
n>re(2S0),  ora  buon  ouore  (156);  e  via  cod  discorrendo.  0  c'è  qni  della 
ineiafisica,  o  nonc'à  an  oao  fiorentino,  o  l'nao  italiano  (che  non  esiste) 
sopnfiA  trioabbnente  anche  il  più  accorto  Fiorentino  che  gli  et  ribelli. 


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VUI  PKOBIiaO. 

dolla  penisola  intiera.  H  dialetto  (osano  dire  fra  di  loro  dae  degli 
operaj  di  cui  al  parla,  illusi  forse  dalle  loro  esperienze  continue)  , 
quando  è  direntato  lingua,  aveva  dorida  questa  proprietà,  e  la. 
mantenne  o  la  immise  in  ogni  altra  regione  italiana,  si  che,  da. 
più  secoli,  quanti  italiani  o  stranieri  hanno  conosciato  o  creduto 
conoscere  la  lingua  della  civiltà  italiana,  hanno  sempre  scrìtto  ed 
anche  pronunciato  quest'ut;  oggi  perciò  la  lingua,  salda  ed  ona 
almeno  in  questa  parte,  deve  naturalmente  conservare  l'importante 
carattere  por  nel  nido  onde  è  uscita,  se  pur  la  favella  fìimiliare 
ivi  paja  prossima  a  smarrirlo.  E  l'importanza  del  carattere,  sem- 
pre per  quegli  operaj,  sta  anche  in  ciò,  ch'esso  abbia  la  parte  più 
cospicua  in  quel  movimento  grammaticale,  intrìnsecamente  ita- 
liano, che  consiste  nell' avvicendarsi  di  due  diverse  figure  verbali 
secondo  la  sede  diversa  che  abbia  l'accento;  poiché  ognuno  cono- 
sce che  r alternarsi,  a  cagion  d'esempio,  di  muov-  con  mov-,  in 
muòvo  e  moviamo,  dipende  da  quello  stesso  principio  pel  quale  è 
odo  (andio)  accanto  a  udiamo,  esco  allato  a  usciamo,  devo  allato  a 
dobbiamo.  È  una  movenza,  una  varìetà  regolata,  che  passa  fra  i 
pregi  della  parola  neo-latina  in  genere,  e  dell'italiana  in  ispecie. 
Dovremo  noi  credere,  che  un  grammatico  ragionatore  pensi  ad 
abolire,  o  a  menomare,  in  nome  dell'unità  e  del  popolo,  una  pro- 
prietà del  suo  linguaggio,  che  sta  cosi  salda,  ed  esce  co^  spontanea 
dalle  viscere  popolari?  Senonchè,  il  povero  dialettologo,  conti- 
nuando per  questa  via,  temerebbe  davvero  di  persuadersi  delle 
proprie  sue  ragioni  troppo  di  più  che  non  giovi;  e  meglio  gli  con- 
viene il  porsi  a  ristudiare  gli  scritti,  in  cui  le  dottrine  o  le  ragioni 
del  Novo  Vocabolario  sono  esposte,  da'  suoi  promotori  più  cospicui, 
con  quella  sicurezza,  lucida  e  robusta,  che  spossa  anche  le  obie- 
zioni che  non  vince.  Ma  più  che  obiezioni  vere  e  proprie,  al  dialet- 
tologo rispuntano  sempre  dei  dubbj  irrequieti,  che  versano  circa 
il  valore  di  certi  paragoni,  circa  il  modo  di  considerare  le  cause 
del  male  o  di  pensarne  il  rimedio,  e  insieme  e  in  ispecie,  com'è 
naturale,  circa  il  carattere  che  la  disputa  assume  nell'ambiente 
di  quella  cultura,  dalla  quale  dipende,  fra  le  minute  cose,  ma 
cosa  per  Ini  principalissima,  l'esistenza  o  la  fortuna  della  propria 


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FROEUIO.  ,  IX 

sua  ofBciaa.  Qaesti  dubbj,  però,  noli' hanno  esaì  medesimi  ìs  sé  di 
peregrino  o  di  nuovo,  e  ora  sì  accompagnano  a  nn  altro  e  molto 
grave  dubbio,  che  è  dell'opportunità  di  manifestarli  per  le  stampe, 
in  brevissimo  numero  di  pagine  e  quasi  improvvisando.  Ma  è  un 
discorso  che  anche  stampato  resterà  confidenziale,  come  è  scritto 
non  per  altro  che  per  mantenere  un  impegno. 

Il  ^opo  Vocabolario  non  &  già  nemico  delle  indagini  ìstorìcbe 
intomo  alle  lìngue  o  ai  dialetti;  le  più  schiette  lodi,  gl'incorag- 
giamentì  più  validi,  vennero  forse,  tra  noi,  a  siffatti  atudj  da, 
nomini  che  caldeggiano  1  princìpj  eh'  egli  rappresenta.  Ma  questi 
principj,  e  quindi  l'opera  sos/,  risguardano,  egli  pensa,  ben  altro 
e  tntt'  altro  che  non  sìa  la  storia  o  la  filosofia  delle  lingue.  Si 
tratta  di  un  interesse  nazionale,  grande  e  pratico;  di  tal  causa  di 
utilità  pubblica,  dinanzi  alla  quale  tace  ogni  diritto  di  conserva- 
zione per  qualsiasi  più  ammirabile  monumento  de'  tempi.  Si  tratta 
di  dare  all'Italia  una  lingua,  poiché  ancora  non  l'ha;  e  una  lin^ 
gua  nazionale  altro  non  può  e  non  deve  essere,  se  non  l'idioma 
vivo  di  un  dato  municipio  ;  deve  cioè  per  ogni  parte  coincidere  con 
l'idioma  spontaneamente  parlato  da^li  abitatori  contemporanei  di 
quel  dato  municipio ,  che  per  questo  capo  viene  a  farsi  prìncipe , 
o  quasi  stromento  livellatore,  dell'intiera  nazione.  Ora,  come  il 
municipio  livellatore  è  Parigi  per  la  Francia,  cosi  dev'essere  Fi- 
renze per  l'Italia;  come  la  Francia  deve  la  salda  ed  officacissùna 
unità  della  sua  lingua  non  ad  altro  che  allo  scriversi  e  al  parlarsi 
da  tutti  i  Francesi  la  stessa  lingua  che  si  parla  a  un  tempo  e  sì 
scrive  a  Parigi,  co^  l'Italia,  che  pur  deve  a  Firenze  quel  tanto 
di  linguaggio  che  la  fa,  bene  o  male,  esser  nazione,  è  d'uopo  che 
ritomi  a  Firenze  per  rattemprarvi  ciò  che  già  ne  prese,  e  pren- 
dervi ciò  che  ancora  le  manca,  ed  uscirne  agitando  sicura  il  suo 
penserò  nella  ritrovata  unità  della  parola.  Qual  &tica  o  qual  con- 
cessione può  parer  soverchia  per  conseguire  tanto  fine? 

Ora  il  dialettologo  non  nega  di  certo  U  male,  dog  la  mancanza 
dell'unità  di  lingua  fra  gli  Italiani,  e  se  ne  risente,  per  ragioni 
che  non  monta  confessare,  più  di  quanto  altri  mai  possa;  né,  per 
cons^n^enza,  egli  sa  imaginare  opera  più  meritoria  di  quella  che 


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valga  a  minorare  questo  male  od  a  sanarlo.  Ma  le  sue  abitudini 
Io  fermano  naturalmente,  prima  che  a  ogni  altra  cosa,  alle  consi- 
derazioni, che  ognun  sa  fare,  ma  che  a  tutti  forse  non  pajono  di 
ugual  momento ,  suU'  intima  ragione  del  perchè  altri  si  abbiano 
questo  gran  bene  della  sicurezza  della  lingua,  che  all'Italia  manca. 

Perchè  veramente  ha  dunque  la  Francia  la  salda  unità  della  sua 
lingua,  0  perchè  l'ha  non  meno  salda,  e  anzi  più  salda  e  robusta 
ancora,  l'AUemagna? 

Tutti  sanno  rispondere,  con  maniere  e  miglior  copia  di  parole 
che  non  sì  possa  qui  ammannire.  La  Francia  attinge  da  Parigi  la 
unità  della  sua  favella,  perchè  Parigi  è  il  gran  crogiuolo  in  cui  si 
è  fusa  e  si  fonde  l'intelligenza  della  Francia  intiera.  Dal  vertigi- 
noso movimento  del  municipio  parigino  parto  ogni  impulso  dell'  uni- 
versa civiltà  francese;  e  come  a  quel  movimento  prendono  attiva 
parte  Francesi  di  ogni  provincia  che  non  si  sentono  efficaci  se  non 
quando  spendano  le  forze  loro  nell'unico  e  maraviglioso  e  tiran- 
nesco laboratorio  che  è  in  riva  alla  Senna,  così  nessun  concetto, 
nessun' opera ,  nessun  argomento  di  civiltà,  si  può  ormai  diffondere 
per  la  Francia  con  altra  parola  che  non  sia  la  parola  parigina, 
per  la  quale  e  con  la  quale  surge.  Nessuna  città  francese,  priva 
ancora  della  lingua,  ha  mai  portato  le  proprie  sue  creazioni  a 
Parigi,  ut  videret  quid  vocaret  ea;  ma  viene  da  Parigi  il  nome, 
perchè  da  Parigi  vien  la  cosa.  E  la  Francia  avendo  in  questo  mu- 
nicipio l'unità,  assorbente  del  suo  pensiero,  vi  ha  naturalmente 
pur  quella  dell'animo  suo;  e  non  solo  studia  e  lavora,  ma  si  com- 
muove, e  in  pianto  e  in  riso,  così  come  la  metropoU  vuole;  e  quindi 
è  necessariamente  dell'intiera  Francia  l'intiera  favella  di  Parigi, 
con  tutta  la  nobilissima  sua  grazia  e  con  tutti  i  suoi  capricci  ger- 
gali, con  tutta  l'acutissima  sua  limpidezza,  ma  pur  con  quel  suo 
fare  stereotipo,  che  può  facilmente  intorpidire  il  pensiero  e  far 
che  lo  spontaneo  rasenti  l'automatico.  Poiché  non  bisogna  già  ma- 
gnificar soverchiamente  le  fermissime  rotaje  dell'unico  uso;  e  se  è 
buono  che  la  parola  obbedisca  al  pensiero  con  facil  sicurezza,  è 
vero  e  riconosciuto  altresì,  che  i  cervelli  mediocri  (e  qui  il  medio- 
cre è  sempre  quello  che  più  importa  e  decide,  perchè  i  grandi  fanno 


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sempre  bene  dappertutto,  qiial  pur  sìa  lo  stromento  che  è  dato  loro, 
e  Paf^ninì  sonava  allegramente  con  ona  corda  sola)  ì  cervelli  me- 
diocri lavorano  tanto  meno,  quanto  più  il  Frasario  o  Vocabolario 
della  loro  nazione  ci  mostri  lucidi  e  attraenti,  tutti  ormai  beli'  e 
coniati,  gli  spiccioli  del  ragionamento  o  del  pensiero  comune.  Ap- 
pena occorre  poi  toccare  dell'  enorme  influenza  che  tanto  grande 
agitazione  intellettuale  e  civile  ha  dovuto  avere  sullo  sviluppo 
della  favella  parigina*;  poiché  tutti  ormai  hanno  istituito  con- 


■■  Qui  non  bì  può,  né  occorre,  eatr&r  nella  composi  sione  storica  della  lin- 
gua francese,  né  l'antor  di  queste  pagine  ha  alcuna  presunzione  di  stra- 
Tincete,  e  gli  parrebbe  od  gran  che  se  riuscisse  a  mostrar  legittimi  i  saoi 
dobbj.  Ma  non  si  troveranno,  com'  egli  spera,  fuori  di  luogo,  le  seguenti 
parole  dell'insigne  scrittore,  a  cui  l'Europa  intiera  riconosce  la  maggiore 
autorìCà  in  fatto  di  storia  della  lingua  francese.  Easc  suonano  precisamente 
l'opposto  di  quello  cbe  il  Novo  Vocabolario  vorrebbe  sentire.  'Les  dia- 
'leetee  d'une  contrée,  la  France  du  Nord,  par  excmple,  se  ressemblant 
'plus  entre  eux  qu'ils  ne  ressemblent  au  provenpal,  k  l'italien  ou  à  l'espa- 
'gnol,  nons  donnona  &  eette  tessemblance  le  nom  de  langue  franpaise,  on, 
'pour  mieox  dire ,  cette  ressemblance  fai  de  tont  temps  assez  frappante 
'poor  qae.l'abstraction  que  nous  faisons  ait  été  faite  et  que  le  nom  de  lan- 
'gne  fran^aise  se  soit  de  trèS'bonne  heure  impose  à  tout  ce  qui  e'écrivait 
'soit  en  normand,  soit  en  picard,  soit  en  langage  du  centro.  Historique- 
'ment  aussi  la  snccession  est  allée  des  dialectee  k  une  langue  commune  : 
<la  centralisation  progressive  du  gouvernement  et  la  création  d'une  capi- 
'tale  donnètent  l'ascendaat  à  un  dea  dialectes,  non  eans  de  fortes  et  uom- 
'brenses  ìnfiuences  de  toua  les  autres  sur  colui  qui  triompha.'  Littré,  Hi- 
ttoire  de  la  langue  frangaise,  I,  XLIV-V.  —  'L'unite  rojale  grandissant,  la 
'diversità  provinciale  diuinua,  et  pen  k  peu  le  parler  de  t'IIe-de-France, 
'de  Pars  et  d'on  rayon  pina  on  moins  tStendu,  prévalnt.  Mais  ce  dialecte 
'de  la  langue  d'oli,  en  devenant  lauguo  generale,  et  en  s'eiposant  ainei 
'i  tontes'sortes  de  contacts,  fit  à  tout  ses  voisina  dea  empmnts  multipliés, 
'ou  plntòt  en  re;at  dea  empreintea  qui  ne  aont  paa  d'accord  avcc  aon  ana- 
'logie  propre,  et  e' est  ce  qui  les  rend  reconnaissables  cncore  aajourd'hni, 
'On  observe,  dans  le  fran^ais  moderne,  des  ibrmes  qui  dériveut  du  picard, 
'da  nonnand,  du  bourgnignon.  Pour  nons,  l'habitude  maaque  ces  dispa- 
'ratea;  mais,  dès  qa'on  se  familiarise  avec  lea  patois  ou  les  dialectes,  et 
'que  l'on  en  cousidère  l'origine  et  l' hi  sto  ire ,  on  ddconvre  les  amalgames 
'qoi  se  sont  faits.  Ce  furent,  en  eSet,  des  amalgames  dus  aox  circonstan- 
'ces  qui  déterminaient  l'influeuce  et  la  pression  des  provinces  sur  le  cen- 
'trc;  ce  ne  furent  pas  des  néologismes  qu'amenaìt  le  besoin  de  nouveaaz 
'mota  pour  de  nonvelles  idéea.  Il  n'j  eut  pas  choix  bien  ou  mal  entendn, 


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fronti  fira  la  parola  che  hanno  spontanea  i  Littré  o  ì  Renan ,  con 
quella  dì  Bustebeuf  o  dei  vernacoli  borgognoni  nel  cui  &mbito 
stava  primamente  la  favella  AeìVIale  de  France;  come  per  Io  stiJe 
ognuno  ha  potato  paragonare  la  prosa  casalinga  di  Goffredo  di 
Villebardoin  (non  monta  per  lo  stile  che  questi  sia  piuttosto  della 
Campagna  che  dell'  Isola  di  Francia)  col  romanzo  o  col  dramma 
dell'odierna  Parigi,  dove,  a  citare  il  primo  adatto  esempio  che  il 
caso  ci  porga,  nna  donna,  non  punto  laureata,  pud  dir  con  piena 
disinvoltura:  'l'incision  chirurgicale  nécessitée  par  les  besoins  de 
l'alimentation'  (che  in  lìngua  alla  buona  è  un  taglio  da  introdurvi 
Q,  cibo).  Se  Firenze  fosse  potuta  diventare  Parigi,  tutti  1  culti  ita- 
liani oggi  avrebbero  sicuramente  l'identico  linguaggio  dei  fiorentini  ; 
ma  è  altrettanto  sicuro,  che  il  linguaio  di  siffatta  capitale  del- 
l'Italia non  sarebbe  il  fiorentino  odierno,  e  forse  non  si  potrebbe 
pur  dire  un  dialetto  toscano. 

La  Germania,  alla  sua  volta,  non  ha  mai  avuto  un  centro  mo- 
narchico 0  civile  da  potersi  pur  lontanamente  paragonare  con  Pa- 
rigi; è  stata  scissa,  nell'ordine  politico,  malgrado  le  apparenze  di 


'attrsctìon  plus  oa  moina  benieiue;  il  j  etit  fuaioa  et,  partant,  couiiiBion. 
'Nona  dÌHona  poida  et  peser,  an  lien  de  dire  poi»  et  poiser  comme  les  gena 
'de  rile-de-Frasce,  ou  peia  et  pe«er,  camme  lea  gens  de  NormEiadie.  On 
'ne  pent  donc  pae  qualìfier  d'enrichissement  ce  qni  alora  se  passa  dans  la 
'ISDgue  fran^aise.  Pois,  qnand  elle  fut  pleìnement  formée,  qnand  elle  eat 
'rejeté  loin  d'elle  lee  patois  comme  des  parenta  hnmblea  et  éloignés  doQt 
'elle  rougissait,  il  se  manifesta  un  dégoùt  superbe  ponr  ce. qui  n'était  pas 
'de  l'usage  lestreint  et  laffiné.  "Si  ces  scropalenz,  dit  ChifSet  dans  la 
"dizième  édltion  de  sa.  grammaire  (1697),  qui  sont  teujouTS  anz  écontes 
"ponr  entendre  sì  un  mot  est  moins  en  nsage  dans  la  bonche  dèa  dames 
"de  cette  année  que  l'antre,  continnent  k  crier  :  ce  mot  oommence  à  vieti- 
"Ur,  et  qu'on  les  laisse  &ire,  dana  peu  de  tempa  notre  laague  ae  trouvera 
"détronsaée  comme  un  vojagenr  par  des  brigands.  "  Ce  fut  en  effet  nn 
'traverà  de  cette  epoque  de  retrancher  ce  qui  vieilliasait  et  ce  que  le  ce- 
'nacle  élégant  et  spirìtuel  n'admettait  pae.  Des  débris  de  tout  cela  sont 
'conserva  dans  les  patoia.  Et  ce  serait  une  afiaire  de  goùt  et  de  tact,  et, 
'dèe  lora,  non  indtgne  de  l'Académie  (ranpaiae  et  de  son  Dictìonnaire,  de 
'reprendre  ce  qui  pent  étre  repris,  c'eatrà'dire  ce  qni,  se  compienant  sans 
'peine,  et  étant  le  mieui  dana  l'analogie  de  la  langne  ftctaelle,  a  la  mar- 
'que  de  la  préciùon  et  de  l'élégance.'  Ib. ,  II  10I-3. 


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nnìti,  in  modo  non  meno  barbaro  di  quello  che  fosse  l'Italia; 
loantenne  inoltre,  e  in  parte  ancora  mantiene,  tal  disgregamento 
&a  i  ceti  diversi  della  Bua  società  civile,  che  di  certo  l'Italia  non 
conobbe  o  coii{»ce  il  suo  ugnala;  subì  per  giunta  la  separazione 
delle  chiese,  alla  quale  l'Italia  ha  arato  la  fortuna  o  la  sfortuna 
di  sottrarsi;  é  pur  possiede,  malgrado  l'infinita  varietà  de' suoi 
dialetti ,  la  più  salda  e  potente  unità  di  linguaggio  che  abbia  mai 
risonato  sulla  terra.  Contro  la  quale  affermazione,  o  l'opportunità 
di  confrontare  il  caso  della  Crermania  con  quello  della  Francia 
0  dell'Italia,  non  6i  può  affiitto  ripetere  alcun  argomento  dalla 
disinvoltura  eccessiva  con  che  il  tedesco  è  ricorso  ai  Tocabolarj 
stranieri,  o  dalla  sua  facoltà  estesissima  di  creare  nuovi  compoeti. 
Tutti,  o^dl,  per  la  molto  diffusa  cognizione  di  codesto  idioma, 
sanno  ciò  anche  fra  noi;  e  tutti  vedono,  come  la  salda  unità,  dì 
cui  si  parla  in  questo  luogo,  concerna  in  ispecie  l' abondantissima 
sicurezza  dì  costrutti,  di  congiunture,  dì  giustapposizioni,  di  frasi 
e  dizioni,  sempre  proprie  ed  indigene,  che  rende  la  condizione  del 
tedesco  non  diversa  da  quella  che  altri  ammira  nel  francese  e  si 
desidera  nell'italiano.  Ma  nessuno,  in  Germania,  adora  o  pur 
disceme  la  culla  della  lingua;  e  mentre  i  dotti  tuttora  discutono 
sul  processo  generale  della  sua  formazione,  tutti  sono  convinti, 
che  sarebbe  vana  la  ricerca  del  preciso  angolo  della  patria  tede- 
sca, dai  quale  sbucale  primamente  il  rivolo,  die  era  destinato  a 
dÌTentare  una  cosi  gran  fiumana  nella  cultura  del  mondo;  né 
mai  ai  6  colà  sentito  il  bisogno  o  il  desiderio  dì  ribattezzare  le 
lettere  ad  alcuna  fonte  privilegiata  di  lingua  viva  ;  con  questo  di 
soprassello,  che  il  più  cospicuo,  od  almeno  ubo  fra  ì  più  cospicui 
centri  letterarj  dell'odierna  Allemagna,  cioè  Berlino,  si  trovi  sopra 
un  terreno,  che  non  solo  d  dì  formazione  germanica  tutt'altro  che 
antica,  ma  spetta  altresì  a  quella  sezione  dialettale,  cui  non  riven- 
gono le  varietà  dalle  quali  o  fra  le  quaU  è  surta  la  lingua  let- 
teraria; il  che  è  pressappoco,  trasportandoci  in  Italia,  come  se  a 
Nizza  o  a  Bellinzona  oggi  fosse  il  miglior  fiore  dì  una  lingua,  in 
cui  sì  continuasse  il  tipo  dialettale  dell'  Italia  mezzana.  Il  genio  dì 
Lutero,  signoreggiato  un  idioma  aulico,  greggio  ed  instabUe,  ne 
plasmò  quella  miracolosa  versione  della  Bibbia,  che  ruppe  l'unità 


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XIV  PROEMIO. 

della  fede  e  creò  l'unità  della  nazione*.  La  Riforma,  rifiutata  da 
COBI  gran  parte  degli  Alto-Tedeschi,  di  cui  reataurava  la  lingua, 
imponeva  per  sempre  questa  lingua  medesima  alla  Bassa  Germa- 
nia. Ma  il  progresso  dello  spirito  tedesco,  e  perciò  della  lingua 
fattasi  comune  alla  Germania  intiera,  non  continua  aicuro  e  inin- 
terrotto da  Lutero  a' nostri  giorni;  pur  dopo  Leibnizio  resta  mal 
certo,  e  l'età  di  Klopstock  e  di  Kant,  due  uomini  che  son  morti 
nel  secolo  in  cui  viviamo,  può  ancora  vantarsi  autrice  della  na- 
zione, e  nel  pensiero  e  nella  lingua  **-  Quindi  è  affatto  moderna  la 


*  Lutero,  come  tutti  eanno,  dice  egli  medesimo,  di  non  avere  ftlcan  sno 
proprio  o  particolare  dialetto  (keine  gewiMe,  Bonderliche,  eigene  Bprache 
im  deutschen),  ma  di  parlare  la  lingua  della  cancelleria  di  SasBonia,  alla 
quale  tatti  i  principi  e  re  di  Germania  bì  conformavano ,  e  per  ia  quale 
r  impeiator  Masaimilano  o  1'  elettore  Federico  avevano  ridotto  le  lingue 
tedeache  in  una  determinata  lingua  (die  deutBchen  eprachen  in  cine  gewisBC 
Bprache  gezogen).  È  una  dempliee  e  ben  contraddetta  ipotett  di  alcuni  filo- 
logi tedeschi,  ehe  Lutero  usasse  prevalentemente  di  un  suo  dialetto  fami- 
liare, tntiagio  a  alto-saaaone,  cui  nessuno,  ad  ogni  modo,  sa  piii  discemerc. 
E  circa  il  linguaggio  delle  cancellerie,  il  Haumer  rooatra  con  molta  luci- 
dezza {Ueber  die  eTiiatekang  der  neuhoehdentsahen  schri/leprache ,  nelle  Gè- 
aammelle  tprachwÌMtraaU.  schrift.,  p.  198-204),  come  prima  fosse  prevalen- 
temente alemaano-Bvevo  (Alta  Germania  occidentale) ,  o  poscia  prevalente- 
mente ftustro-bavaro  (Alta  Germania  orientale),  secondo  Je  dinastie  diverse. 
e  ibrmando  nel  primo  caso,  ma  non  pili  nell'altro,  una  diretta  continna- 
zione  dell' alto-ted esco  letterario  dei  periodo  di  mezzo  (mittelhochdeutsch); 
come  inoltre  le  Diete,  tramenando  fra  i  due  poli  alto -tedeschi,  temperas- 
sero queeto  linguaggio  aulico,  giovaBsero  a  fermarlo,  preparassero  insomma 
la  creta,  cui  Lutero  doveva  insufflar  vita  immortale.  —  Può  anche  vedersi 
SCHLEiOHEB,  Die  deuttehe  tprache,  in  ispecie  a  p.  108  della  eeo.  ediz. 

•*  Nulla  potrebbe  rappresentare,  in  modo  più  pronto  e  vivo,  l'incertezza 
in  cui  Klopstock  e  Kant,  nati  nello  stesso  anno  (1724),  ritrovavano  ancora 
lo  spirito  civile  e  letterario  de'Tedesehi,  di  quello  rfie  faccia  il  frontispirio 
di  un  classico  illustrato,  de'  loro  tempi,  in  cui  bì  dice  :  'che  vi  «ono  mostrati 
gl'idiotismi  latini,  e  tradotti,  così  in  modi  sehiettamente  tedeschi,  come 
nello  stile  della  moda  che  corre  {teorinnen  die  idiotitmi  lattjti  geseigt,  und 
ao  iDohl  in  reine  teutsche  redem-arten,  alt  in  den  jetxigen  mode-att/lnm  JiJcr- 
aetzl  icerden;  Quinto  Curzio  Rufo,  quarta  edizione,  curata  da  Emartael  Sin- 
cero, Augusta,  1734)',  Chi  vuole  qualche  esempio  della  doppia  verBione, 
anche  all'  infuori  dei  veri  idiotismi,  legga  le  linee  che  ora  seguono  :  /id  em 
aseipere,  'sicher  geleit  oder  salvum  conductum  bekommen  (p.  876)';  »» 
soaietatem  defectionia  impellere  aliguem,  'einen  anreitten,  dass 
er  mit  oder  neben  ihm  abfallen,  oder  in  der  rebellion  compagnie  machen 
BoUe  (p.  753).' 


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salda  anità  intellettuale  e  civile  della  Germania;  eppure  è  cosi 
profondamente  salda  l'unità  della  sua  lìngua.  Gli  è  che  l'energia 
della  premedita  cultura,  e  del  ridesto  sentimento  nazionale,  venne 
colà,  ad  accoppiarsi  a  un'operositA  infinita;  gli  è  che  ogni  studio 
del  vero  e  dell'utile  ha  rapidamente  compenetrato  la  nazione  in- 
tiera, e  determinato  un  tal  movimento  di  ogni  attività  civile,  un 
tale  affratellamento  in  ogni  industria  della  mente  e  della  mano, 
una  tanta  unione  d' intenti  e  di  affetti ,  che  nessuna  distanza  ma- 
teriale ha  più  diviso  fra  di  loro  i  tedeschi,  e  son  tutti  diventati 
cittadini  di  una  città  che  non  esiste.  Dice  stupendamente  il  Voca- 
bdario  Novo,  che  il  'laboratorio  in  cui  la  natura  fa  le  lingue,  le 
'raffina  e  le  perfeziona,  non  pufl  essere  che  un'agglomerazione  di 
'nomini  viventi  in  imo  scambio  continuo  e  obbligato  di  pensieri  e 
'di  uffici'.  Ma  l'organo  dello  scambio  non  è  sempre  necessario  che 
sia  la  glottide;  pud  anche  essere  la  penna,  purché  si  sappia  scri- 
vere; e  quando  milioni  di  menti  agitano  o  hanno  agitato  la  penna 
operosa,  lo  scambio  si  fa  cosi  rapido,  complesso,  nobile  ed  efficace, 
la  suppellettile  messa  in  comune  si  allarga,  si  affina,  si  afforza  cosi 
mirabilmente,  che  l'agglomerazione  o  associazione  di  nomini,  tra  cui 
io  scambio  avviene,  può  innalzarsi  di  fase  in  fase  nella  regione  del 
pensiero  (che  non  3  poi  una  regione  artificiale),  mentre  altrove  si 
disputa  di  glottidi  privilegiate  o  non  privilegiate.  Se  i  pensatori 
sono  in  continuo  colloquio  ira  di  loro  per  tutta  la  gran  patria 
tedesca,  l'operajo,  da  più  generazioni,  forse  da  secoli,  la  misura 
avidamente  co' suoi  passi,  pregando  e  cantando  nella  lingua  della 
sua  chiesa;  e  il  vocabolario  dell'officina,  cosi  come  quello  del  filo- 
sofo, ha  ormai  subito  il  naturale  o  razionale  suo  processo  di  sele- 
zione e  di  consenso.  Col  poeta,  fattosi  interprete  assiduo  della  fede, 
educatore  assiduo  e  onnipresente  di  ogni  nobile  affetto  della  na- 
zione, la  lingua  ivi  ricorre  di  continuo  alle  vive  fonti  della  tradi- 
zione antica  e  del  popolo,  mentre  la  scienza,  o  meglio  l'energia 
riflessiva  e  scernitriee,  stampa  in  ogni  movimento  del  linguaggio, 
anche  ne'pii  intimi  e  ripoeti,  l'impronta  indelebile  della  sua  serietà 
divina.  Nella  scuola,  nella  stampa,  nella  intiera  operosità  sociale 
elle  tutta  è  alimentata  di  eulta  parola,  si  agita  colà  quell'intensa 


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ZVI  FROEUIO. 

vita  della  lìngua,  nella  qnale  la. proposta  individaEile,  la  creazione, 
la  dìsnmazione,  l'adesione,  il  rifiuto,  la  riforma,  la  difFùsione,  l'usoi 
sono  avrenimenti  od  effetti  incessanti,  pei  quali  ai  continua  o  si 
riproduce,  in  nobilissima  sfera,  il  medesimo  processo  di  consenso 
creativo,  onde  pur  sorge  e  si  assoda  e  si  trasforma  un  Temacelo 
qualunque.  Se  nessun' altra  nazione  fabbrica  tanti  dizionarj  di  ogni 
lìt^^  quanti  ne  produce  la  Germania,  in  nessun  paese,  all'incontro, 
gli  scrittori  sentono  minor  bisogno  dì  ricorrere  al  lessico  per  appren- 
dervi la  lìngua  della  propria  nazione.  Viva  nella  più  ampia  e  vìva 
dì  tutte  te  culture,  si  ravviva  quella  lingua  nel  focolare  della  colta 
famìglia,  che  ormai  non  ha  faveUa  diversa  da  quella  dei  libri;  e 
non  c'è  bisogno  di  dimenticare  ì  difetti  inerenti  a  codesta  razza, 
0  a  codesto  linguaggio,  per  conchiudere,  che  l'energia,  onde  pro- 
rompe la  unità  intellettuale  dei  Tedeschi,  ha  ormai  per  suo  por- 
tato una  parola,  la  qnale  è  l'effetto  e  lo  stromento  di  tal  facoltà 
collettiva  dì  pensiero  e  di  lavoro,  cui  l'umanità  non  aveva  peranco 
raggiunto. 

Che  sarebbe  avvenuto,  in  ordine  alla  parola  italiana,  se  l'Italia 
si  fosse  potuta  mettere,  molto  più  risolutamente  che  pur  non  abbia 
fatto,  per  una  via  non  disforme  da  quella  che  la  Germania  ha  per- 
corso? Roma,  per  la  sua  originaria  attiguità  dialettale  con  quella 
regione  a  cui  la  parola  italiana  va  debitrice  dì  ogni  soo  splendore, 
e  per  esservi  continuato,  mercè  la  Santa  Sede,  un  moto  energico, 
in  molta  e  quasi  inavvertita  parte  e  come  suo  malgrado  italiano; 
Roma,  nella  favella  spontanea  di  quanti  suoi  Sgli  non  rimangano 
affatto  rozzi,  ci  porge  l'imagìne  o  ì  contornì  di  una  lìngua  nazio- 
nale, e  meritava,  anche  per  questo  capo,  ridiventare  prìncipe  del- 
l'Italia intiera.  Ned  è  necessario  avvertire,  che  il  grado  di  ma- 
gistero, raggiunto  da  molti  autori  toscani  e  non  toscani,  antichi  e 
moderni,  sia  per  la  lingua  e  sia  per  lo,  stile,  e  sempre  in  ordine 
al  concetto  della  vera  unità  nazionale,  appare  ben  diverso  all'umile 
scrittore  di  queste  pagine  da  quello  che  ai  fiorentiniati  non  debba 
parere.  Ma  la  nostra  interrogazione  fa  parte  naturale  d' un  colloquio 
imaginario  che  si  tenga  con  questi,  e  versa  intorno  all'ipotesi  di 
un  processo  di  fusione  intellettuale,  e  quindi  idiomatica  e  civile, 


;vGoo»^lc 


PROEMIO.  STO 

isdefinìtamente  più  inoltrato  che  non  à.  sìa  potato  avere  fra  gli 
Italiani.  Ora  l'asHonto  implidto  in  quella  domanda,  che  è  d'ima- 
ginare  singoli  esempj ,  i  quali  concemana  un  tale  processo  ipote- 
tico od  i  sQoi  effetti,  può  legittimamente  parere  arduo  insieme  e 
puerile;  e  pigliarlo  nelle  strettezze  di  un  discorso'  coal  meschino 
com'è  il  presente,  non  è  la  minore  fra  le  temerità  di  cui  si  danno 
tante  prove  in  questi  pochi  fogli.  Ma  il  bisogno  dell'  evidenza  non 
permette  di  sfuggire  questo  carico;  e  il  trattarsi  di  casi  imagiiiarj, 
non  già  di  suggerimenti  (che  sarebhe  una  curiosa  presunzione)  o 
pur  di  concreti  desiderj,  potrà  forse  rendere  meno  diflBcile  l'in- 
dulgenza di  chi  legge.  Si  finge  qui  dunque,  per  un  breve  istante, 
l'officina  germanica  trasportata  e  adattata  all'Italia;  dove  intanto 
Biirà  lecito  affermare,  sulle  generali,  che  la  qualità  della  lettera- 
tura e  quindi  della  lingua  iniziale,  e  la  potente  organizzazione 
della  chiesa  italiana ,  avrebbero  dovuto  agevolar  l' opera  di  non 
poco,  e  renderne  il  frutto  ben  più  squisito  di  quello  d' oltremonte. 
Il  tipo  della  lingua  italiana  sarebbe  sempre  rimasto  non  solo  to- 
scano, ma  BÌ.  propriamente  fiorentino;  vale  a  dire,  per  accertar 
Tenanciato  con  qualche  esempio,  che  non  solo  un  veneziano  amào 
per  amato,  o  il  milanese  rcesa  per  rosa,  o  un  condizionale  alla 
lombardesca  o  alla  friidana  come  io  portaréasi,  oppure  un  costrutto 
come  tu  hài-tu,  secondo  il  genio  dell'Alta  Italia,  non  vi  sarebbe 
mai  pìn  stato  legittimo  o  possibile,  ma  neppure  un  gàmbaro  alla 
sanese,  in  luogo  del  gambero  di  Firenze.  R  tipo  fonetico,  il  tipo 
morfologico  e  lo  stampo  sintattico  del  linguaggio  di  '  Firenze  si 
erano  indissolubilmente  disposati  al  pensiero  italiano,  per  la  virtù 
sovrana  di  Dante  AUighieri.  Uà  tutto  quanto  non  contravvenisse 
al  tipo,  e  foBse  paesano  e  trovato  acconcio  o  preferibile  nella  gran 
conversazione  delle  intelligenze  nazionali,  datesi  a  un'attività  sem- 
pre più  estesa  e  più  intensa  e  svariata,  sarebbe  passato  per  non 
meno  o  pure  più  legittimo  dì  ciò  che  spettava  al  fondo  fiorentino, 
e  a  questo  si  sarebbe  contessuto ,  e  l' avrebbe  in  vario  modo ,  e  di 
certo  non  lievemente,  modificato.  Si  sarebbe  rispettata  e  volata 
Qua  libertà  naturale  e  necessaria,  ugualmente  rimota  dalla  super- 
stizione e  dalla  licenza;  e  non  v'ha  nessuna  parte  del  linguaio  ' 


;vGoo»^lc 


XTin  FSOBMIO. 

per  domestica,  o  confìdenziale,  o  Tolgara  clie  sia,  la  quale  no» 
avesse  potato  o  dovuto  risentirsi  della  schietta  fusione  delle  genti 
italiane.  Poteva  ben  sorgere  qualche  lusso  di  voci  o  locuzioni  equi- 
valenti ,  ma  il  provvido  rimedio  stava  unicamente  nella  séleeione 
natwrde,  che  sempre  e  per  ogni  parte  è  il  portato  dell'attività 
prevalente,  e  nel  caso  nostro  è  la  predilezione  che  si  determina 
dal  voto  del  maggior  numero  (i  voti  son  presto  dati,  se  tutti  scri- 
vono), oppurdal  solo  voto  dello  scrittore  di  genio,  quando  il  pub- 
blico ch'egli  affascina  è  veramente  la  nazione.  Il  Fiorentino  che  si 
fosse  messo  a  istruire  per  iscritto  le  fanciulle  od  i  sarti ,  avrebbe 
chiamato  anéRo  quell'  arnese  che  in  tante  altre  favelle  romane  si 
nomina  col  normal  riflesso  di  un  'digitale-  o  'digitellario-  di  lin- 
gua latina.. Ma  il  giorno  dopo,  in  un'altra  scrittura  consimile,  un 
maestro  aretino  avrebbe  messo  fiiori  il  suo  ditede,  come  voce  più 
evidente  e  propria;  e  i  suoi  collaboratori  di  Venezia,  di  Milano, 
di  Palermo,  avrebbero  dato  sùbito  ragione  al  fratello  legittimo  del 
loro  dezial  o  didà  o  jiditali;  e  l'uso  di  Firenze  co^  se  ne  andava 
legittimamente  sopraffatto  *.  Non  è  facDe  dire,  quale  avesse  potuto 
meritare  la  prefer6n2a,  tra  il  mattatójo  (*iiiactatorio-)  di  Ancona  e 
V  ammajszatójo  (*ad-niactat^i-orio)  di  Firenze,  entrambi  di  puro  e 
identico  metallo;  ma  certo  si  deve  dire,  che  la  scelta  dipendeva  da 
quell'attività,  in  ordine  allo  studio  e  quindi  in  ordine  a  distinzioni 
teoriche  e  pratiche  sull'arte  e  sull'istituzione  dei  macelli,  che  fosse 
l'opposto  di  quell'inerzia,  la  quale  ha  persuaso,  se  non  costretto, 


*  Tanto  era  ab  aatnrale,  che  ha  ia  fondo  dovato  avvenire;  poiché  il 
nome  italiano  dell'oggetto  di  cai  si  parla,  è  per  la  colta  Europa:  ditale, 
e  non  anello;  e  parecchi  dizionari  italiani,  anche  degli  Bcrapoloai,  riman- 
davano da  'anello'  a  'ditale*.  Ma  il  'Novo  Vocabolario'  naturalmente  te 
ne  guarda,  e  forma  il  sno  part^rafo  a  questo  modo:  'Anello.  Àmeee  di 
^metallo,  dove  s'infila  la  punta  del  dito,  con  cui  si  spinge  l'ago  nel  cucire. 
'L'adoprano  anche  le  donne  per  misura  del  seme  dì  bachi.  Uà  anello  dì 
'àetne.'  U  'Vocabolario'  invita  cosi  la  massaja  o  il  novelliere  (non  dico  il 
bacologo)  di  Lombardia,  a  smettere  o  a  dimenticare  il  loro  didà  de  to- 
minta:,  e  l'invito  è  tanto  illegittimo,  quanto  è  legittima  la  speranza  che 
rimanga  frustraneo.  Ma  per  misurare  la  qualità  del  progresso  che  il  'Vo- 
cabolario' rappresenta,  nulla  può  giovar  meglio,  che  il  confrontare  questo 
^o  paragrafo  con  le  osservazioni  di  Kaffakllo  LAHBanaCHUH ,  ripro- 
dotte da  Niccolò  Tommaseo  {Sinonim,  266). 


;vGoo»^lc 


un  articolo  ieH' Enddopedia  popolare  italiana  (nella  prinm  edizione 
per  lo  meno)  a  intitolarsi  piuttosto  c^attoir  che  non  aTtunageatojo. 
Nelle  Marche,  o  in  qualche  parte  delle  Marche,  dicono  piovere  a 
vento  per  significare  che  la  pioggia ,  spinta  dal  vento ,  cade  in  dire- 
zione obliqua  (il  friulano  piòvi  di  stravint).  Ora,  nell'  ambiente  ima- 
ginario  della  oosfra  ipotesi,  nessuno  si  ^ebbe  sognato  d'interdire, 
apriori,  l'uso  di  questa  locuzione  co^  calzante,  per  la  ragione  che 
andasse  aspettato  o  il  consenso  o  il  sinonimo  dei  fiorentini.  Se  a 
un  veneziano  fosse  venuto  il  caprìccio  di  scrirere  che  una  cosa  dà 
lecco  alle  steìle,  per  significare  che  è  squisita,  nessuno  di  certo 
gli  avrebbe  dato  retta;  né  più  che  a  lui  ad  un  fiorentino  o  ad  nn 
napoletano,  che  avesse  voluto  mettere  in  mostra  qualche  suo  modo 
di  simìl  risma.  Ma  nessuno  avrebbe  mosso  rimprovero  al  vene- 
ziano se  egli  offriva  alla  letteratura  italiana  il  suo  mettere  U  cer~ 
rcUo  a  segno,  malgrado  il  pericolo  che  a  Firenze  cosi  non  sì  dices- 
se, 0  ivi  piuttosto  mettessero  il  cervello  a  bottega  od  a  partito. 
Vero  è  che  il  siciliano,  per  significare  il  medesimo,  sarebbe  forse 
uscito  col  suo  tneiier  pensiero  (méttiri  pinsÉri),  unione  di  parole 
che  altrove  può  valere  'dare  apprensione'.  Ma  ognun  vede,  dopo 
il  primo  sgomento,  che  l'equivoco  non  può  facilmente  avvenire  od 


ichè  'metter  pensiero',  quando 

ione',  deve  reggere  di  necessiti 
ione  deve  di  necessità  mancare; 


anzi  è  a  dirittura  impossibile;  poi 
porti  il  significato  di  'dare  apprensi 
nn  dativo,  che  nell'altra  significazi 
e  il  tnetter  pensiero,  locuzione  parallela  al  metter  radice,  sostenuto 
da  una  Sicilia  che  emulasse  in  attività  civile  la  Sassonia,  cioè  che 
mandasse  al  continente  italiano  i  suoi  milioni  di  chilogrammi  dì 
libri,  avrebbe  potuto  fare  ben  legittima  fortuna,  poiché  l' autorità 
legittima  è  l'energia  operosa,  E  il  gusto  dei  forti,  d'altro  canto, 
suol  essere  meno  schizzinoso  di  quello  dei  deboli;  diguisachè,  rima- 
nendo sempre  nella  nostra  ipotesi ,  se  per  'stare  in  apprensione' 
lo  scrittore  siciliano  avesse  più  facilmente  detto:  sfar  con  pen- 
siero (stari  cu  pinséri),  e  il  veneziano,  all'incontro,  per  limitarci 
a  lui ,  più  facihnente  :  stare  in  pensitro ,  il  divario  poteva  forse 
piuttosto  allettare  che  non  spiacere,  e  nessuno,  ad  ogni  modo,  ne 
avrebbe  voluto  fare  un  caso  di  stato.  Si  è  sentito,  che  traducono 


;vGoo»^lc 


XX  FBOEiaO. 

il  Caro  dinanzi  al  tribunale  dell'uso  fiorentino,  perchè  egli  Bcriva  : 
fy'ovare  U  pdo  si^'uovo;  e  pare  che  ogni  buon  italiano  avrà  ob- 
bligo di  non  usare  se  non  questo  modo  solo:  vedere  U  pelo  nel- 
Vuovo.  L'autore  di  questi  fogli  non  sa  dire  se  il  Caro,  ch'era 
marchigiano,  arease,  e  prendesse  con  animo  deliberato,  questo 
modo  che  s' incrimina,  da  un  qualche  dialetto  a  hii  familiare  ;  ma 
può  dire,  che  all'estremità,  orientale  delle  Venezie,  la  balia  ha  a 
lai  insegnato  il  preciso  modo  che  il  Caro  adopera,  e  Terrebbe  an- 
cora avvertire,  che  si  tratta  probabilmente,  nei  due  diversi  modi, 
di  due  idee  alquanto  diverse,  secondo  che  si  alluda  a  chi  s'inge- 
gni a  scoprir  delle  scabrosità  pur  dove  tutto  è  liscio  (un  pelo 
sull'uovo),  0  a  chi  si  lambicchi  a  trovare  in  una  data  sostanza 
qualche  elemento  che  le  sia^  affatto  estraneo  (un  pelo  nella  polpa 
dell'uovo*).  Ma  piuttosto  si  permetterà  di  notare,  cho,  data  sem- 
pre la  nostra  ipotesi,  nessuno  cercherebbe  o  troverebbe  di  simili 
peli.  Poiché,  in  quaraut'anni  di  lavoro,  quell'officina  avrebbe 
centuplicata  la  densità  del  sapere  ;  e  la  modificazione  grandissima 
dell'apparato  intellettuale  delta  nazione,  importerebbe  per  sé  me- 
desima ,  e  per  la  mutata  condizione  degli  animi ,  un  cod  grande 
rivolgimento  pur  nell'ordine  della  parola,  che  la  dicitura  casa- 
linga, 0  l'idiotismo  ed  il  proverbio,  assumerebbero,  in  ogni  specie 
di  scrittura,  una  sembianza  ben  diversa  da  quella  che  altrimenti 
possano  avere.  Ciò  non  vuol  già  dire,  che  l'idiotismo  e  l'ingenuità 
della  dizione  vadano  sbanditi  perchè  una  moltitudine  dì  pensa- 
tori, associati  ma  non  livellati,  abbia  cresciuto  energia  alla  parola, 
ne  abbia  sprigionato  molte  facoltà  imprima  latenti ,  abbia  creato, 
sublimando  il  genio  nativo,  quello  strumento  caratteristico  delle 
nazioni  che  è  lo  stile.  Ma  vuol  dire,  che  se  il  sussiego  è  una  gran 
brutta  cosa  quand'è  un'affettazione,  può  all'incontro  avvenire, 
molto  naturalmente  come  ognun  vede,  che  il  colloquio  segua  in 
tali  condizioni,  nelle  quali  il  mancare  di  gravità  o  di  sussiego  o 
di  serio  coloro,  costituisca  egli,  alla  sua  volta,  una  vera  affetta- 


•  mil.  trovi  el  pel  inde  l'mf;  venei.  trovar  o  calar  el  pelo  int-el  vóvo  ; 
sicìl.  Iruvdri  lu  pllu  nlra  l'àvu. 


;vG00»^lt 


PEOÈaio.  XXI 

ione  o  il  più  grave  degli  stenti.  Nessuno  vorrebbe  di  certo  che 
un  ministro  dicesse  in  parlamento  :  'l'Inghilterra  arrìcda  il  naso'; 
oppure  :  'noì  in  queste  cose  di  Turchia  non  ci  si  ficca  il  naso'  ; 
come  ognun  sente  che  ira  due  scienziati  è  mocFo  più  naturale, 
anche  nel  discorso  casalingo:  'vi  si  determina  nn  piccolo  vano', 
che  non:  'ci  si  viene  a  formare  un  bucolino'.  Nel  primo  caso,  S  la 
Bolennità.  della  conversazione  che  esige  forme  più  elette  ;  nel  se- 
condo, il  modo  più  eletto  deriva,  quando  pur  non  sia  necessaria- 
mente richiesto,  dall'abito  di  una  mente,  il  cui  lavoro  è  più 
complesso,  e  insieme  più  facile  e  sicuro,  che  non  sia  di  solito  il 
lavoro  mentale  di  chi  si  esprimo  nel  modo  più  pedestre;  questo  d 
d'aritmetica  elementare,  quello  incomincia  ad  esaere  algebrico;  e 
se  v'  è  chi  sappia  fare  il  prod^o  di  riprodurre  gran  parte  delle 
operazioni  dell'algebra  con  la  pura  aritmetica,  nessuno  perciò 
vorrà  sostenere  che  U  prodigio  sia  una  cosa  naturale ,  o  che  una 
nazione  si  abbia  a  muovere  a  furia  di  miracoli.  Ora  imagioiamo, 
e  v'ha  ormai  pur  troppo,  un'intiera  societàj  anzi  un'intiera  na- 
zione, nel  cui  eloquio  il  determinarsi  un  piccolo  vano  sia  modo 
più  naturale  o  consentaneo  che  non  sia  il  veniràsi  a  formare  un 
bucolino,  e  noi  vediamo  facilmente,  che  la  ragione  di  questa  spon- 
taneità, e  la  ragione  della  solennità  legittima,  si  confondono  in 
una  ragion  sola  per  escludere  molta  parte  di  intimità  casalinga, 
o  municipale,  dalla  lìngua  con  la  quale  parlano  dinanzi  al  mondo 
le  diverse  stirpi  di  una  medesima  n^ione.  Qual  mente  si  può 
pensare  più  aliena  da  ogni  affettazione  di  quello  che  fosso  la 
mente  di  Guglielmo  di  Humboldt?  Ebbene,' proviamo  a  tradurre 
in  istile  casalingo,  o  florido  d'idiotismi  e  di  ^roverbj,  una  qual- 
sivoglia delle  sue  scritture,  o  letterarie,  o  crìtiche,  o  filosofiche; 
oppure  proviamoci  a  stabilire,  dopo  aver  considerato  l' opera  sua  e 
de' pari  suoi,  dove  finisca  il  linguaggio  delle  lettere  e  dove  inco- 
minci quello  della  scienza.  0  v'  è  cui  possa  parere  più  calzante 
il  confronto  di  Platone  fra  un  pugno  di  liberi  Ateniesi,  che  non 
sia  quello  di  Humboldt  fra  i  milioni  di  Tedeschi,  quando  il  pro- 
blema verte  sul  modo  in  cui  si  possa  estrinsecare,  con  uniforme 
parola,  il  pensiero  di  una  nazione  moderna,  multistirpe  e  centri- 


;vGoo»^lc 


zxn  PBOEino. 

fòga,  il  quale  deve  laboriosamente  nutrirsi  di  un  sapere  infinito  e 
per  molta  parte  non  indigeno?  Di  certo,  gli  idiotismi,  ì  tratti  po- 
polarmente vividi ,  non  possono  e  non  devono  mancare  ad  alcuna 
letteratura,  o  lii^a  scritta  che  dir  si'voglia;  ma  parte  ri^lgono 
8  quel  primo  fondo  dialettale  che  servi  a  mettere  in  comune  il 
lavoro  intellettivo  della  nazione,  cioè  spettano  all'età  quasi  in- 
fantile, all'età  del  cieco  assorbimento,  all'età  meramente  mnemo- 
nica della  nazione  rinn'ovellata;  parte  ne  inocula  più  tardi  o  ne 
infonde  irresistibilmente  la  virtù  sovrana  dell'  Arte  o  il  giovanile 
ribollimento  di  un'attività  comune;  ma  sempre  si  tratta  di  feno- 
meno come  istintivo,  e  l'istinto  tanto  pud  meno  quanto  più  la  rifles- 
sione pud,  né  alcuno  forse  aveva  prima  d'ora  mai  imaginato  che 
un  vocabolario  avesse  a  sfidar  la  riflessione  e  a  inocular  l' istinto. 
A  sentire  i  fiorentinisti  (ed  è  una  scuola  dove  i  discepoli  vanno 
naturalmente  e  sàbito  molto  più  in  là  cbe  non  faccia  il  Maestro, 
poiché  non  sì  tratta  già  del  mero  e  solito  contingente  della  esa- 
gerazione di  nn  principio,  ma  è  il  caso  di  un  principio  che  non  si 
possa  distinguer^  dalla  sua  esagerazione,  od  anzi  non  è  pure  il  caso 
di  un  principio,  ma  sibbene  della  semplice  contraffazione,  più  o 
meno  felice,  di  una  realtà,  spontanea  insieme  e  necessaria,  cbe  la 
storia  ha  altrove  prodotto),  pare  molte  volte,  se  non  sempre,  che 
essi  non  vogliano  pensare  altre  obiezioni,  se  non  quelle  che  credono 
derivare  da  pregiudizj  italiani;  e  che  al  di  là  dei  monti  e  dei  mari, 
tutto  ciò  ch'essi  dicono  debba  sembrare  la  cosa  più  naturale  del 
mondo,  perchè,  ovunque  si  ha  una  lìngua  nazionale,  sia  avvenuto 
e  dovuto  avvenire  che  altro  mai  non  si  facesse  se  non  quello  ap- 
punto che  ora  essi  chiedono  alla  loro  pervicace  nazione.  Ma  sarebbe 
nn  curioso  esperimento  isterico  il  metterli  a  discutere  di  qualsi- 
voglia innovazione,  da  loro  caldeggiata,  con  quel  qualunque  uomo 
del  piestiere  che  oltremonte  a  lor  quadrasse.  E  si  pud  dar  loro 
facilmente  un  qualche  esempio  delle  pedanterie  che  avrebbero  a 
sentire  da  colai.  Il  sostantivo  j>u>i/o,'egli  direbbe,  exempli  gratia, 
essendo  venuto  a  funzione  quasi  awerbiale*{nt)»  ne  ho  punto  =  non 
ne  ho  nulla;  temo  poco  o  punto),  da  questa  potè  poi  passare,  nel- 
l'oso toscano  o  fiorentino,  a  far  d'aggettivo  (poca  paura,  punta 


;vGoo»^lt 


PEiOEHio.  xxm 

paura);  è  vicenda  ideologica  non  gran  fatto  strana;  è  una  evolu- 
zione dell'uso  che  Ita  la  sua  chiara  etorìa;  ma  di  queete  due  faci 
etorìche  del  valore  di  punto,  la  prima  era  compita  quando  la  iavella 
dei  toscani  o  dei  fiorentini  sì  rìversò  in  quella  serie  di  scritture 
che  accomunò  al  pensiero  dì  tutti  gì'  Italiani  un  medesimo  tipo 
<lialettale,  e  la  seconda,  all'incontro,  non  lo  era,  o  non  appare  che 
fosse  {l' essere  e  il  parere  ^no,  in  questo  caso,  lo  stesso) ,  e  oggi , 
nell'età  della  nflessione,  nessuna  ragione  ideologica,  nessuna  neces- 
Bità  tecnica,  nessun  consenso  generale  di  popolo,  viene  a  raccoman- 
dare al  pensatore,  o  ad  imporre  ai  letterati,  la  punta  vista  o  i  punii 
scrupoli;  e  questa  naturalezza  fiorentina,  sarebbe  perciò  un'affet* 
tazione  italiana.  Voi  insegnate,  continuerebbe  quel  barbassoro,  che 
BÌ  abbia  a  scrìvere  dette  anziché  diede;  ma  diede  per  'dedit'  è  voce 
schiettamente  popolare  e  italiana  e  toscana,  guanto  è  piede  per 
'pede-';  il  dittongo  vi  assicura,  se  ne  fosse  d'uopo,  che  essa  è  uno 
dei  fiori  più  spontanei  e  delicati  della  vostra  terra;  quanti  italiani 
mette^ero  in  iscrìtto  il  loro  pensiero,  da  Susa  a  Trieste  e  da 
Trento  a  Palermo,  non  hanno  mai  usato,  da  più  secoli,  altro  che 
diede;  e  questa  forma,  squisitamente  istorica,  e  invidiabilmente 
pratica,  perchè  si  dovrà  affettatamente  sagrificare  alla  postuma 
prediletta  di  un  vernacolo?  Qualsiasi  aberrazione  dialettale  (parla 
sempre  U  barbassoro)  può  bensì  incogliere  una  lingua  letteraria, 
per  cause  che  inavvertitamente  o  indispensabilmente  si  subiscono; 
ma  se  voi  oggi  insegnate  agli  Italiani,  che  il  modo:  io  e  te  quando 
ci  si  lamenta  merita  e  deve  soppiantare  quest'altro:  gwmdo  io  e 
tu  à  lameniiamo,  voi  date  pien  diritto  ai  vostri  awersarj  di  rispon- 
derri,  che  da  pedante  a  pedante,  meglio  è  la  grammatica  che  lo 
sgranunaticare.  Quando  v'imagin&te  d'imporre  il  fìcn^tino  doventa 
agli  Italiani  che  scrivono  diventa,  questi  dovrebbero  sapervi  rispon- 
dere, mercè  le  fatiche  nostre,  che  se  il  fenomeno  eporadico  di  o 
dall'e  4tona  latina,  per  effetto  della  labiale  che  sussegue,  era  com- 
pito e  fermo  nel  fiorentino  dovére  (debere)  in  quell'età  di  cui  prima 
si  è  toccato,  e  ritornava  per  questo  stesso  verbo  in  un  numero  infi- 
nito di  altri  vernacoli  italiani,  alcuno  dei  quali  lo  tollera  eziandio 
nelle  voci  del  verbo  medesimo  che  hanno  l'accento  sulla  prima; 


;vGoo»^lc 


nel  caso  di  diventare,  all'incontro,  benché  si  trattasse  di  Bilkba 
sempre  àtona,  il  fenomeno  non  era  compito  a  saldo  nel  fiorentino, 
uè  avrebbe  trovato  siniìle  coaBeneo  negli  altri  Temaceli;  e  che  per- 
ciò il  volere  oggi,  nell'età  della  rifleasione,  che  si  lasci  di  punto  in 
bianco  il  modo  sempre  osato  da  tutti  gl'Italiani,  e  si  turbi  la  nonna 
etimologica  (di-reotare),  evidente  a  tutti  e  sentita  da  tutti,  gli  è 
proprio  un  fare  troppo  a  fidanza  con  la  bontà  degli  uomini.  Ma  se 
il  barbassoro  potesse  mai  sspere,  che  il  fiorentinismo,  in  certi  mo- 
menti, ha  degli  entusiasmi  minacciosi,  durante  i  quali  par  che  l'Ita- 
lia non  debba  risorgere  se  non  al  sacro  grido  di  Noi  si  dovetUa 
omini y  eg]i  direbbe,  almeno  fra  sé,  che  questo  d  un  bell'avvia- 
mento ad  evirarsi. 

Ma  checchessia  delle  intemperan2;e  altrui  e  delle  nostre,  ì  periodi 
che  precedono  volevan  ricordare,  che,  nel  caso  della  fìermania, 
l'uso  è  veramente  creato  o  stabilito  dalla  letteratura  comune,  e 
nel  caso  deUa  Francia  è  stabilito  o  creato  dalla  conversazione  e 
dalle  lettere  di  quel  municipio,  nel  quale  si  accentra  ogni  movi- 
mento civile  della  nazione;  che  perciò,  in  entrambi  i  casi,  la  unità 
dell'idioma  in  tanto  si  estende,  in  quanto  lo  importa  la  virtù  inde- 
fettibile della  comunità  del  pensiero  o  l'azione  imperativa  dell' in- 
■  telletto  nazionale,  la  quale  s'incarna  nell'idioma  medesimo,  e  non 
incontra  nessuno,  che  voglia  o  possa  a  lei  sottrarsi  ;  cosicché  il  vo- 
cabolario ivi  risulta,  come  vuole  la  natura  della  cosa,  ben  piutto* 
sto  il  sedimento  che  non  la  norma  dell'attività  civile  e  letteraria 
delta  parola  nazionale.  Dal  fatto  della  salda  unità  di  linguaggio, 
di  cui  sì  rallegra  la  Francia  o  la  Germania,  non  può  quindi  venire 
alcun  argomento  di  legittimità,  od  alcuna  speranza  di  facile  con- 
B^uìmento,  al  proposito  di  ridnrre  tutta  l' Italia  alla  pretta  favella 
di  Firenze.  La  distanza  che  separa  quelle  realtà'  da  questo  desi* 
derìo,  non  si  limita  punto  alla  differenza  che  passa  tra  cosa  fatta 
e  cosa  da  farsi;  e  se  nessuno  ha  mai  inteso  di  negare  una  verità 
c(Md  evidente ,  e  tutti  anzi  l' hanno  dovuta  esplicitamente  ricono- 
scere, non  é  forse  affatto  inutile,  che  qui  se  ne  tocchi  in  modo 
ancora  pia  chiaro.  Poiché  veramente,  in  quanto  per  l'ItaUa  si  vo- 
glia innovare  sec<»ido  ì  principj  che  il  Vocabolario  Novo  inculca  (ed 


;vGoo»^lc 


è  un  quanto  che  a  molti  deve  apparire  assai  elastico,  ora  sentea- 
dosi  che  lo  pseado-italiano,  di  coi,  nell' illusione  dì  possedere  ona 
lingua,  noi  àfoni  ci  Taliamo,  altro  non  è  che  un  informe  accozza- 
mento di  Tsriopinte  parole,  ed  ora  assicurandosi  che  l'operazione  . 
del  fiorentinismo  6  ormai  per  quattro  quinti  beli' e  compiuta  e  nel 
resto  ù  compirà  senza  molto  disturbo),  si  tratta  di  conseguire 
l'effetto,  che  ad  altri  invidiamo,  per  una  Tia,  non  solo  disformo, 
ma  addirittura  opposta  a  quella  per  cui  lo  conseguirono  lo  genti 
da  noi  invidiate.  Tra  le  quali  essendosi  avuto  in  tatto  e  del  tutto 
simultaneo  il  moderno  svolgimento  della  parola  e  del  pensiero  o 
dell'attività  nazionale,  le  menti  non  si  nutrono,  nd  si  possono  nu- 
trire d'altro  idioma,  che  non  sia  quello  della  nazione  e  di  tutti  i 
libri.  Fra  noi,  all'incontro,  malgrado  ogni  temperamento  di  cui 
à  circondi  la  romoros&  innovazione,  sì  riesce  a  dire  a  coloro  che 
pensano  e  studiano,  cioè  a  coloro  che  pur  hanno  una  eulta  favella 
mentale,  con  la  quale  ruminar  le  idee:  smettete  lo  stromento  del 
vostro  pensiero,  perchè  ha  bisogno  di  essere  mutato  o  almanco 
modificato  per  bene.  Si  viene  a  dire  agli  operaj  della  intelligenza, 
che  sospendano,  tanto  o  quanto,  la  propria  industrii^,  e  non  già 
per  rifornire  il  loro  apparecchio  mentale  col  rìtuffarlo  in  una  nuova 
serie  di  libri  che  ancora  alimentino  il  loro  pensiero  e  i  loro  studj  * 
(che  sarebbe  cosa  tollerabile) ,  ma  per  &rsì  ad  imitare  (essi  dicono 
Bcimie^iare)  una  conversazione  municipale,  qnal  sarà  loro  offerta 
da  un  Tocabolario,  da  una  balia,  oppor  dal  maestro  elementare,  che 
si  manderà  (da  una  terra  cosi  fertile  d' anal&beti)  a  incivilir  la 
loro  provincia.  Ma  i  più,  o  molti  almeno,  fra  gli  odierni  studiosi 
dell'Italia  non-toscana,  cosi  come  in  fondo  facevano  molti  dei  loro 
maestri  nelle  generazioni  precedenti,  reputano  che  il  male,  per  la 
maggior  sua  parte,  stia  in  ben  altro  che  non  nel  quanto  o  nel 
quale  degli  elementi  di  favella  ormai  messi  in  comnne  ;  essi  cre- 
dono, a  torto  0  a  ragione,  che  le  menti  loro  stieno  appunto  lavo- 
rando, prò  virili  parte,  a  far  che  si  consegua,  per  qfcel  modo  che 
è  r  unico  possibile  e  non  è  punto  diverso  da  quel  che  fu  tenuto 
altrove,  quanto  ancora  manca  e  pift  importa  a  determinare  o  pro- 
muovere la  saldezza,  la  unità,  e  andie  la  purità,  della  parola  n£i^ 


;vGoo»^lc 


SITI  PROBBUO. 

zionale;  e  si  irritano,  o  si  Bono  irritati,  per  ciò,  che  meotre  eeai 
teotano  (ed  è  forse  una  pia  illnsione)  di  portare  qualche  incre- 
mento al  patrimonio  delle  idee  italiane,  mentre  si  credono  intenti 
a  suscitar  qnella  larga  spira  di  attinta  civile  che  poi  debba  travol- 
gere in  ferma  unità  dì  pensiero  e  di  parola  tutte  le  genti  d'Italia, 
altri  sparga  delle  dottrine,  dalle  quali,  con  facile  e  non  evitabile 
eccesso,  si  viene  al  punto  di  bandire,  che  non  saremo  nazione,  in 
sino  a  che  essi  scrìvajio  per  maniera,  che  di  certi  loro  modi  o  co- 
Btrutti  possa  ridere  per  avventura  un  qualche  fiorentino  che  ozia. 
E  rìda  con  suo  danno,  essi  dicono,  che  noi  senza  danno  rìderemo 
di  lui.  Questa  è,  suppergiù,  la  risposta  mentale  che  si  oppone, 
non  tanto  al  Vocahólario  Novo,  quanto  alle  esagerazioni  che  sono 
implicite  nel  suo  principio,  da  buona  pa.rte,  forse  dal  maggior  nu- 
mero di  coloro ,  che  oggi  si  sentono  chiamati  a  parlare  ntihnente 
con  la  penna;  qui  è  la  ragion  vera,  e  forse  non  illegittima,  delle 
difBcoltà  che  egli  incontra,  non  in  alcuna  boria  municipale  o  in 
qualsiasi  altra  causa  eh'  egli  venga  imaginando. 

Se  però  è  chiaro  che  l' Italia  non  abbia  l' unità  di  lìngua  per- 
chè le  son  mancate  le  condizioni  fra  le  quali  s'  ebbe  altrove ,  e 
insieme  è  chiaro  che  il  non  averla  debba  molto  dolere  agi'  Ita- 
'  liani  e  sia  sorgente  legittima  della  disputa  etema,  si  deve  ancora 
chiedere,  perchè  veramente  sieno  all'Itaha  mancate  le  condizioni 
che  altrove  condussero  alla  unità  intellettuale  onde  si  attìnse  la 
unità  di  favella;  o  in  altri  termini,  semplificata  la  questione,  per- 
chè l'Italia  non  raggiungesse  quell'unità  di  pensiero,  a  cui  la  Ger- 
mania, malgrado  gli  ostacoli  dì  cui  più  sopra  sì  toccava,  è  pure 
pervenuta.  L'intiera  rìsposta  è  per  vero  già  involta,  più  o  raen 
distintamente,  in  ciò  che  precede;  ma  l'assunto  inesorabile  vuol 
che  si  arrìvi  in  sino  al  fondo  e  sempre  con  esplicite  parole.  Que- 
sta diversa  fortuna  dell'Italia  e  della  Germania,  può  dunque  giu- 
stamente parere  il  prodotto  complesso  dì  un  infinito  numero  di 
fattori;  se  né  posson  dare  ragioni  di  razza,  di  tempi,  e  d'ogni 
altra  specie;  ma  rimane  sempre,  che  la  differenza  dipenda  da  que- 
sto doppio  inciampo  della  civiltà  italiana  :  la  scarsa  densità  della 
cultura  e  l'eccessiva  preoccupazione  della  forma.  Nessun  paese,  e 


;vGoo»^lc 


PHOEHIO.  XXVII 

in  nesaan  tempo,  raperà  o  raggiimge  la  gloria  civile  dell'Italia, 
se  badiamo  al  contingente  che  spetta  a  ciascun  popolo  nella  sacra 
falange  degli  aomini  grandi.  Ma  la  proporaione  fta  il  numero  di 
questi  e  gli  stnoli  dei  minori  che  li  secondino  con  l'opera  assidua  e 
diffusa,  è  Bmìsaratamente  diversa  fra  l'Italia  ed  altri  paesi  cìtìU, 
e  in  ispecie  fra  l' Italia  e  la  Germania ,  e  sempre  in  danno  del- 
ritalia.  Qui  ri  furono  e  vi  sono,  per  tutte  quante  le  discipline, 
dei  veri  maestri;  ma  la  greggia  dei  véri  discepoli  è  sempre  man- 
cata; e  il  mancare  la  acaola  doveva  naturalmente  stremare,  per 
buona  parte,  anche  l'importanza  assoluta  dei  maestri,  questi  cosi 
non  formando  una  serie  continua  o  sistemata,  ma  si  dei  punti  lumi- 
nosi, che  brillano  isolati  e  spesso  fuori  di  riga.  E  dall' abondanza 
dei  nomi  giustamente  vantati,  potevano  derivare,  e  derivano  non 
di  rado,  illusioni  strane  o  dannose;  l'esservi  i  duci  sembrando  di 
necessità  importare  che  v'  abbiano  pur  le  legioni  fra  la  propria 
loro  gente;  dovechò  è  avvenuto,  con  molta  frequenza,  che  i  duci 
italiani  (e  non  già  sul  campo,  come  la  metafora  direbbe,  ma  coma 
pur  sul  campo  fuor  di  metafora  è  stato)  hanno  cresciuto  e  gui- 
dato, non  legioni  paesane,  ma  legioni  straniere.  L'Italia  par  che 
sd^ni  la  mediocrità,  e  dica  alla  Storia:  A  me  si  conviene  o  l' opera 
eccelsa  o  l'oziare.  Ma  l'ozio  di  questa  terra  privilegiata,  non  pò-  ■ 
irebbe  mai  essere  l'ozio  sterile  delle  barbare  lande;  è  l'ozio  del- 
l'alma educatrice  delle  arti,  assorta  dolcemente  nella  contempla- 
zione del  bello;  non  è  il  sonno  di  una  gente  avvilita:  è  arte  ascetica. 
Ora,  nella  scarsità  del  moto  complessivo  delle  menti,  che  è  a  un 
tempo  effetto  e  causa  del  sapere  concentrato  nei  pochi,  e  nelle 
esigenze  schifiltose  del  dilicato  e  instabile  e  irrequieto  sentimento 
della  forma,  s'ha,  per  limitarci  al  nostro  proposito,  la  ragione 
adeguata  ed  intiera  del  perchè  l'Italia  ancora  non  abbia  una  prosa 
0  una  sintassi  o  una  lingua  ferma  e  sicura.  E  a  che  ora  si  riduce, 
per  necessaria  conseguenza  di  predisposizioni  non  felici,  il  nobilis- 
simo intento  di  rimediare  al  doloroso  effetto?  Si  riduce  a  ribadirne 
le  cause.  E  questa  una  risposta  molto  audace,  che  se  proviene  per 
avventura  da  una  sufficiente  persuasione  di  cogliere  il  vero ,  esce 
bene  a  stento  dalla  penna,  per  quelle  molte  ragioni  che  ognuno 


;vGoo»^lc 


XXVin  PROEMIO. 

facilmente  imagina.  Ma  le  sqnùite  brame  di  quel  Grande,  che  è 
riuBcito,  con  l'infinita  potenza  di  una  mano  che  non  pare  aver 
nervi,  a  estirpar  dalle  lettere  italiane,  o  dal  cervello  dell'Italia, 
r antichissimo  cancro  della  retorica,  hanno  pur  dovuto,  per  tutto 
quanto  concerne  le  rinnovate  norme  della  parola,  degenerare  pron- 
tamente, fra  gl'imitatori,  in  nn  nuovo  eccesso  dell'Arte.  Le  ragioni 
pratiche,  che  rincarando  Bulla  lezione  del  Maestro,  od  ampliandola, 
fii  vennero  adducendo  dai  seguaci,  altro  non  devono  parere  esse  me- 
desime che  una  scusa  dell'Arte,  intenta  a  coonestare  i  suoi  arbìtrj. 
Cosi  ci  parlano  del  gran  danno  che  sia  il  mantenere  i  nostri  figlinoli 
quasi  bilingui,  lasciando  loro  cioè  il  dialetto  materno  e  costringen- 
doli a  studiare,  al  modo  che  si  fa  d'un  idioma  estraneo,  la  lingua 
che  si  dice  nostra,  con  tanto  spreco,  aggiungono,  delle  loro  intelli- 
genze, e  in  tanto  bisogno  di  far  tesoro  di  ogm  più  piccol  briciolo 
delle  facoltà  mentali  della  nazione;  come  se  la  scienza  e  l'esperienza 
non  dimostrassero  in  cento  maniere,  che  è  anzi  una  condizione 
privilegiata,  nell'ordine  dell'intelligenza,  questa  dei  figlittoli  bilin- 
gui, e  come  se  in  casa  nostra  fosse  afEatto  chiaro  che  l'incremento 
della  cultura  stia  in  ragion  diretta  della  prossimità  o  della  mag- 
gior vicinanza  fra  parola  parlata  e  parola  scritta ,  laddove  il  vero 
è  precisamente  l'opposto.  Pare,  alle  volte,  a  sentir  quegli  esage- 
ratori del  Maestro,  che  al  modo,  in  cui  stiamo,  non  si  possa  asso- 
lutamente andar  più  innanzi,  poiché  nelle  scuole  non  arriviamo  a 
far  distinguere  tra  persiana  e  finestra,  e  al  nostro  ronzino  cor- 
riamo rìschio  ogni  giorno  di  far  dare  una  biada  per  l'altra.  Ma 
la  nostra  nomenclatura,  domestica  o  tecnica,  si  riproduce  da  pid 
generazioni,  si  potrebbe  quasi  dire  da  secoli,  in  un  numero  infi- 
nito di  vocabolarj  più  o  meno  copiosi,  dove  alla  voce  italiana  sta 
accanto  l'equivalente  francese,  spagnuolo  o  tedesco;  alcuni  di 
questi  vocabolarj  sono  estesissimi,  e  l'italiano  vi  riflette,  con  so- 
bria nitidezza,  voce  per  voce  (ed  anche  locuzione  per  locuzione), 
l'intiera  suppellettile  di  altri  ricchissimi  idiomi;  né  mai  si  é  sen- 
tito da  chi  ne  fa  o  ne  fece  quotidiana  esperienza  o  quotidiani  con- 
fronti, che  la  mala  sicurezza  sia  proprio  un  distintivo  della  parola 
italiana.  Ripetano  ancora  per  poco  le  loro  doglianze  quei  zelatori 


;vGoo»^lc 


ìatempestìrì,  e  vedranno  sorgere,  alle  nostre  frontiere,  officine  atti- 
vissime di  estratti  di  leseici,  a  uso  degli  italiani  che  hanno  perduto 
k  loro  favella,  coi  sicuri  riscontri  in  varie  lingue,  e  le  vignette 
rispettive.  È  proprio  uno  zelo  illusorio  e  nocivo;  e  in  realtà  noi 
assistiamo  ad  un  movimento ,  che  partito  dalla  altissima  sfera  in 
cui  l'Arte  e  la  Filosofia  stanno  congiunte  e  indivise,  doveva  im- 
mediatamente comunicarsi  a  quegli  spazj,  in  cui  l'Arte  altro  non 
è  elle  un'estasi  o  un  istinto,  e  ha  bisogno  di  un  idolo.  Or  v'ha 
una  regione,  o  una  città,  la  Toscana  o  Firenze,  in  cui  vive,  splen- 
dida di  grazie  natte,  una  favella  che  mal  si  sceme  dalla  lingua 
dei  buoni  scrittori,  e  ha  movenze  di  gran  lunga  più  belle,  più 
candide,  più  sicure  che  non  abbia  questa.  Dinanzi  al  tribunale 
della  verità  implacabile,  la  candidezza  fiorentina,  e  il  lieve  o  in- 
certo distacco  tra  il  linguaggio  fiorentino  e  quello  delle  scritture 
italiane,  potranno  suonare  accuse  gravissime  d'insufficienza  di  moto 
civile  e  per  Firenze  e  per  l'Italia.  Ma  se  il  serbatojo  toscano  à 
limpido  e  terso  perchè  la  cultura  ha  ristagnato,  non  è  men  vero 
che  la  sua  meravigliosa  limpidezza  innamori  il  barbaro  e  debba 
affascinar  l' artista.  Al  quale  non  può  non  sembrare  una  vera  be- 
stemmia il  concetto  di  una  civiltà  che  avesse  dovuto  o  debba  tur- 
bare  la  linfa  incantevole;  e  deve  all'incontro  parergli  ovvio  e  legit- 
timo, che  l'Italia  intiera  essendo  pur  cosi  poco  rimota  da  Firenze, 
poiché  scrive  o  parla  comunque,  in  ogni  occasione  per  poco  solenne, 
un  linguaggio  che  è  uscito  di  Firenze,  abbia  finalmente  a  varcare 
quella  breve  distanza  che  ancora  da  Firenze  la  sequestra,  e  quasi 
transumanarsi,  si  che  da  ogni  angolo  del  bel  paese  possa  fra  non 
molto  risonare  la  stessa  favella  ammaliatrice  che  ora  sta  rinchiusa 
m  cosi  breve  giro.  Come  sottrarlo  a  questo  ideale  abbagliante?  Che 
e'  entra  il  sapere,  chi  osa  discorrere  di  perfezionar  la  parola'  o  di 
sviscerarla,  quando  il  sommo  bene  sta  nel  porre  dolcemente  il  capo 
in  grembo  alla  natura  inesplorata  e  misteriosa?  Si  tratta  di  respi- 
rare un'  aria  balsamica  come  Iddio  l' ha  latta  ;  non  ci  deve  punto 
eatrare  il  chimico  od  il  fisico;  ma  arbitri  esclusivi  eon  le  nari 
ed  i  polmoni  degli  uomini  che  la  scienza  non  ha  infetto.  ^Nessuna 
obiezione  spontanea  può  sorgere  nell'animo  dell'artista;  nessuna 


;vGoo»^lc 


XXX  PKOEIOO. 

obiezione  altrui  può  forse  riuscirgli  intelligibile.  Nella  Toscana  o 
jQ  Firenze,  considerano  altri  operaj  della  civiltà,  che  non  sien  gli 
uomini  dell'Arte,  appunto  perchè  ivi  batte  il  cuore  dell'Italia,  spicca 
assai  più  che  non  altrove  il  carattere  distintivo  della  cultura  italia- 
na, che  è  il  concentrarsi  della  luce  nei  grandi,  in  mezzo  all'ombra 
0  alla  penombra  generale;  sì  che  dobbiam  patire  che  lo  straniero 
noti,  come  la  patria  di  Dante,  di  Machiavelli  e  di  Gino  Capponi, 
resista  pertinacemente  ai  tentativi  che  mirano  ad  accrescervi  la 
diffusione  del  sapere;  e  come  gli  Atto  Vannucci  fioriscano  in  un 
ambiente,  che  insieme  riesce  così  contrario  alla*  vegetazion  dell'al- 
fabeto. Ma  ciò  non  istoglie  punto  l'artista  dal  chiedere  affannosa- 
mente, e  senza  mai  mostrare  alcuna  esitanza,  che  di  Toscana,  o 
da  Firenze,  debbano  a  furia  farai  uscire  legioni  intiere  di  maestri 
elementari,  i  quali  si  spargano  a  educar  tutta  l'Italia;  egli  vuole 
alle  Alpi  un  apostolo  qualunque  della  pronuncia  e  della  frase  fio- 
réntiua,  laddove  l'Europa  dice,  che  l' Italia  politica  e  pensante 
debba  piuttosto  far  calare  gli  Alpigiani  nel  circondario  di  Firenze, 
a  diffondervi  la  lingua  della  penna.  Ned  è  certo  illegittimo  un 
qualche  sgomento  che  il  fenomeno  di  questa  nuova  esaltazione  del- 
l' Arte  desta  per  sé  stessa  in  molti  pensatori  italiani.  Prima  si 
aveva  (e  dura  ancora  per  molti)  l'ideale  della  tersità  classica; 
ora  sorge  l'ideale  della  tersità  popolana;  ma  è  sempre  idolatria; 
lo  scrivere  correttamente  rimane  sempre,  malgrado  la  vantata 
sicurezza  delle  contrarie  norme,  una  cosa  che  sa  di  miracolo,  una 
cosa  da  perigliarvi  la  vita;  e  gli  scrittori  utili  ma  non-artisti,  che 
sono  o  dovrebbero  essere  i  più,  e  quindi  i  più  decisivi  in  ordine 
all'uso  nazionale,  trascorrono,  per  naturale  reazione,  all'eccesso 
opposto,  e  ribellandosi  legittimamente  a  una  religione  che  sco- 
munica, cioè  dà  del  barbaro,  a  chi  non  fa  miracoli,  trascendono 
a  vantarsi  di  non  avere  culto  alcuno  e  di  barbarizzare.  Prima, 
quando  lo  scrittore  timorato  aveva  la  &talità  d'imbattersi  in  una 
idea,  0  meglio  di  rasentare  una  di  quelle  regioni  ideali,  che  il 
pensiero  italiano  o  il  pensiero  dei  classici  non  aveva  ancora  cono- 
sciuto, e  doveva  perciò  usare  una  qualche  parola  che  non  fosse 
nella  Cnisca  e  tradisse  un  qualche  nuovo  fenomeno  della  civiltà  uni- 


:,Goo»^lc 


versale,  egli  la  accompagnava  del  famoso  'come  dicono',  che  aigni- 
Scava:  come  direbbero  quegli  esseri  compassioneToli  che  sanno 
pello  che  io  non  so,  o  hanno  un'idea  per  la  quale  a  me  manca  la 
parola.  Oggi ,  il  nuovo  ideale  Buona  all'  incontro  :  scrivere  e  par- 
lare per  modo,  che  nel  nostro  discorso  il  Fiorentino  non  possa  tro-  ^ 
var  mai  nulla  che  sia  disforme  dalla  sua  domestica  favella;  evitare 
che  il  Fiorentino  (il  quale,  del  resto,  lasciato  a  sé  medesimo,  rinun- 
zia ben  facilmente  all'enorme  autorità  di  cui  lo  vorrebbero  inve- 
stito) possa  mai  ridere  della  nostra  imitazione  imperfetta.  Perciò 
tentare,  con  quel  maggiore  sforzo  che  alla  nazione  sia  dato,  di  venir 
presto  a  taU  condizioni,  che  da  ogni  terra  itahana  possa  nascere 
spontanea  una  novella  o  una  comedìa  in  pretta  favella  fiorentina. 
L'Arte,  che  crede  aver  pronta  una  forma  squisita,  non  può  di 
certo  aspettare,  che  la  progredita  coltura  rifaccia  la  nazione,  e 
poi  surga  un  teatro,  non  veneziano,  o  piemontese  o  fiorentino ,  ma 
di  lingua  parlata  che  sia  propriamente  italiana;  vuoldNa  comedia 
prima  della  nazione;  intende  il  linguaggio,  non  come  una  cute  che 
sia  il  portato  dell'intiero  organismo  della  vita  nazionale,  ma  come 
una  nuova  manica  da  infilare  (modo  veneto  questo,  per  avventura, 
e  io  non  avrei  diritto  di  chiederne  venia).  L'ideale  del  classicismo 
dì  certo  non  si  attagliava  al  concetto  della  vera  unità  nazionale; 
ma  a  questo  non  ripugna  meno,  od  anzi  gli  ripugna  ben  di  più,  il 
nuovo  ideale  del  popótanesimo,  a  cagione  d'el  principio  idolatrico  a 
cui  si  è  venuto  informando.  E  se  &  vero,  come  anzi  ci  mostrano  di 
contìnuo,  che  nelle  regioni  dell'Arte  corra  un  legame,  più  ancora 
stretto  che  non  sia  altrove,  ira  il  pensiero  e  la  forma,  l'arte  me- 
desima non  avrà  forse  gran  fatto  a  rallegrarsi  di  questa  infinita 
brama  di  fiorellini,  placidamente  raccolti  ealVc^uola  nativa,  che  ora 
vorrebbe  dire  l'unica  ajuola  fiorentina.  Non  mai,  per  avventura, 
l'Arte  si  sarebbe  messa  in  maggiore  antitesi  con  quella  virile  civiltà 
a  cui  pur  ritaUa  virilmente  aspira;  né  mai  si  sarebbe  più  fatal- 
mente scambiato,  sotto  le  apparenze  di  serbar  poro  il  carattere 
nazionale-,  quel  di  poetico  o  di  terso  che  la  lunga  immobilità  dei 
secoli  può  conferirci,  col  genuino  e  sempre  nuovo  suggello  che  i 
popoli  robusti  imprimono  e  nella  sostanza  e  nella  forma  di  quella 


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parte  che  a  loro  spetta  nel  comune  lavoro  delle  genti  civili.  Ma 
sìa  comunque,  non  pud  a  noi  parere,  per  le  ra^oni  qni  addotte  o 
accennate,  che  il  fiorentinismo  giovi  in  alcun  modo  all'intento  di 
rinnovare  od  allargare  l'attività  mentale  della  nazione,  ma  deve  anzi 
parerci  che  addirittura  vi  controperi;  non  potremo  credere  cosi  di 
leggieri  che  egli  giovi  a  atremare  la  soverchia  preoccupazione  della 
forma,  ma  deve  anzi  parerci  che  vie  più  l'accresca;  e  ci  parrebbe 
finalmente  un  miracolo,  se  dei  mali,  che  direttamente  vuol  curare, 
egli  non  riusciese  a  liberarci  a  quel  modo,  che  i  dazj  esagerati 
soglion  iar  del  contrabbando. 

Ma  delle  condizioni  e  delle  tendenze,  che  qui  ei  sono  rapidiuuente 
ricordate,  tanto  più  si  doveva  e  si  deve  rùeutire  il  movimento  od 
il  progre^o  di  ciascun  ramo  di  studj ,  quanto  il  suo  subietto  meno 
perdoni  una  lunga  e  regolata  ostinazione  del  lavoro  di  molti,  e 
meno  insieme  si  dilunghi  dalle  sfere  in  cui  l'Arte  dispiega  l' opera 
sua.  Quind^le  discipline  istorìche,  e  le  filologiche  in  ispecie,  se  ne 
risentirono  molto  di  più  che  non  le  matematiche  o  le  fisiche;  il  che 
già  non  vuol  dire,  che  non  d  sieno  avuti  in  ogni  tempo,  e  quindi 
ai  abbiano  pur  nel  presente,  e  da  ogni  parte  dell'Italia,  uomini 
cod  insigni  nella  filologia  e  nella  storia,  che  tutta  Europa  c'invidii; 
ma  vuol  dire,  secondo  che  più  sopra  si  è  ripetutamente  indicato, 
che  in  questo  gruppo  di  studj  il  numero  dei  buoni  seguaci  si  è 
dovuto  fare  più  scarso  6he  mai,  e  di  rimbalzo  più  che  mai  aletta 
la  serie  de'maestrì.  Onde  si  spiega,  come  ancora  si  possa  sentire, 
e  sentir  lodata,  una  moltitudine  di  scrittori,  che  in  fondo  vengono 
a  dirci,  dover  la  pura  italianità  (pura  a  modo  loro),  rassegnata 
ormai  a  non  più  entrarci  nel  giro  delle  scienze  esaite,  che  è  dei  co- 
smopoliti, padroneggiar  lei,  con  rinovellata  energia,  tutto  quanto 
il  resto;  il  qual  resto  poi,  al  far  dei  conti,  sembra  determinarsi 
per  loro  in  tal  modo,  che  fra  il  compasso  e  la  cetra,  fra  il  micro- 
scopio e  l'Arte,  non  ci  sia  pressoché  nulla  di  sodo  e  positivo,  o  solo 
dei  ruderi  più  o  men  frammentarj ,  dei  materiali  che  si  ribellano 
a  ogni  studio  sicuro  o  fecondo,  intomo  ai  quali  sudano,  ed  anche 
di  soverchio,  degli  eruditi  più  o  meno  miopi ,  non  benedetti  d'altra 
speranza  che  non  sia  quella  di  render  forse  più  iacìle  al  mero  buon 


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senso,  ed  all'arte,  il  ridurre  un  giorno  io  pillole  letterarie,  classi- 
che o  popolane,  la  conoscenza  dell' antichità'  o  d'altre  cose  simili, 
sia  dove  ne  possa  importare  agli  illuminati.  Non  mancarono  mai, 
per  vero,  voci  imparziali,  maschie  e  paesane,  e  toscane  in  ispecie, 
che  si  alzassero  tratto  tratto  a  dire,  come  quei  poveri  miopi ,  ben 
lungi  dal  muoversi  all'  infuori  del  campo  che  è  delle  scienze,  spa- 
ziano serenamente  in  questo  e  lo  estendono,  e  si  avanzano  con 
metodi  nuovi  e  sicuri,  e  ormai  sono  autori  di  un'intiera  catena 
di  nuove  discipline  dell'esperimento,  possessori  di  un  nuovo  ed  in- 
aspettato tesoro  di  vigorose  teorìe,  dimostratori  assidui  della  conti- 
nuità assoluta  dello  scibile  iutiero  e  anzi  demolitori  di  ogni  barriera 
che  separi  l'arte  dalla  scienza.  Non  mancò  mai,  di  certo,  chi  ban- 
disse fra  noi,  con  autorità  veramente  nazionale,  che  quanto  sono 
meno  traducibili  in  numero  e  misura  qae}  subietti ,  intomo  ai  quali 
si  eeercitan  praticamente  le  costoro  discipline,  quanto  perciò  è  più 
squisito ,  nell'  ordine  mentale ,  l' organo  metodico  pel  quale  le  loro 
sperienze  procedono,  quanto  più  esse  contribuiscono  a  diffondere 
l'abitudine  della  dimostrazione  positiva  e  scientifica  anche  al  di  là, 
del  regno  delle  cifre  e  delle  linee,  quanto  più  sia  ancora  facile  e 
solito  che  il  profano  s' illuda  e  presuma  ed  aberri  in  ordine  alle 
cose  sulle  quali  esse  versano,  e  tanto  maggiormente,  prescindendo 
dall'utilità  intrinseca  del  sapere,  esse  giovino  a  rattemprare  il  pen- 
siero nazionale  e  a  procacciargli  una  sua  propria  e  particolar  de- 
terminazione ed  importanza  nel  movimento  oniversale  degli  stndj  e 
della  civiltà.  Ma  le  splendide  difese,  avvalorate  da  splendidi  esempj, 
non  potevano  di  leggieri  bastare,  non  che  a  vincere,  pare  ad  attu- 
tire quelle  contrarie  tendenze  che  in  parte  qui  si  ebbe  la  temerità 
di  additare;  e  nella  nobilissima  gara  per  la  palma  del  sapere  iste- 
rico, l'Italia  ha  perduto  fra  le  nazioni  il  posto  glorioso  che  a  lei 
spettava. 

Pure,  se  può  sembrar  tuttora  utile  o  doveroso  il  parlar  con 
animo  aperto  di  simili  contrasti,  sarebbe  affatto  contrario  al  vero 
lo  sconoscere,  che  l'assiduità  di  coloro,  che  cald^^^ano  le  severe 
discipline  storiche,  cresce  cosi  visibilmente  come  scema  la  forza  del- 
l'opposizione che  incontra.  La  stessa  mobilità  di  alcuni  fautori  più 


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XXSIV  PROEMIO. 

0  meoo  infedeli,  ci  ha  giovato;  poiché  le  contraddizioiiì  in  cui  "essi 
caddero,  circa  i  bisogni  e  i  progressi  degli  etadj  storici  in  Italia, 
dovettero  Quii  sembrare  dei  sonnambuli,  i  quali,  all'indomani  di 
Solferino  o  di  Sadova ,  sì  mettono  a  gridare ,  che  le  artiglierie  di 
Francesco  Sforza  sono  assolutamente  cose  antiquate,  ma  altri  due 
giorni  dopo  affermano,  che  l'energia  italiana  non  si  può  e  non  si 
deve  spiegare  se  non  nell'ambiente  ove  campeggino  il  Qid  e  Ba- 
bieca.  Più  di  un  argomento  accessorio,  mamotto  usato,  dei  nostri 
oppositori,  si  è  inoltre  venuto  spuntando  fra  le  loro  mani.  Qnando 
essi  pure  ammettevano  che  la  scienza  boreaie  avesse  del  buono ,  e 
qualche  spruzzo  di  quella  barbarie  potesse  tornarci  opportuno  (nel 
che  parevano  malamente  riprodurre  un  moderno  e  sagace  geografo 
cinese,  il  governatore  Lin,  il  quale,  ricorrendo  assai  largamente 
alla  scienza  europea,  dice  ai  snoi  connazionali,  come  per  farsi  per- 
donare il  peccato,  che  bisr^na  pur  prendere  qualche  cognizione  di 
quel  sapere ,  'che  ha  egli  forse  resi  saperiori  i  barbari ,  sotto  il 
rispetto  militare'),  si  mostravano  però  sempre  sgomenti  del  fatale 
ossequio,  che  potesse  oggi  invalere  per  tatto  ciò  che  sapeva  di  tede- 
sco. Ora,  quanti  italiani  aieno  venuti  a  lavorare  sul  campo  degli 
studj  ai  quali  qui  si  allude,  hanno  sempre  tutti  mostrato  tutta 
qnella  indipendenza  e  tntta  quella  originalità,  che  la  sana  mente 
consentisse.  Il  fatcUe  ossequio  si  riduce  veramente  a  questo ,  che 
s'invidia  ai  Tedeschi,  non  già  un  ingégno  privilegiato,  non  già  una 
dottrina  che  in  ogni  parte  sodisfaccia,  ma  quel  felicissimo  com- 
plesso di  condizioni,  mercè  il  quale  nessuna  forza  rimane  inope- 
rosa e  nessuna  va  sprecata ,  perchè  tutti  lavorano ,  e  ognuno  pro- 
fitta del  lavoro  dì  tutti,  e  nessuno  perde  il  tempo  a  rifar  male  ciò 
che  è  già  fatto  e  fatto  bene.  S' invidia  la  densità-  meravigliosa  del 
sapere,  per  la  quale  è  assicurato,  a  ogni  funzione  intellettuale  e 
civile,  un  numeroso  stuolo  di  abilissimi  operaj  ;  si  che  solo  il  cospicuo 
merito  potendo  aver  fiducia  di  andar  segnalato ,  l' interesse  viene 
a  confondersi,  in  una  spinta  medesima,  con  to  zelo  del  vero  e  del 
buono,  e  ogni  lavoratore  valendo  dì  regola  più  che  non  richiegga 
r  ufficio  che  gli  può  essere  assegnato,  contribuisce  in  mirabil  modo 
a  quella  esuberanza  di  pensiero  e  di  coesione,  onde  si  ha  la  ragion 


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PROEMIO.  XXXV 

sufficiente  di  ogni  prodigio  che  in  para  e  in  guerra  eia  da  coloro 
operato.  S'invidiano  così  le  prediepoBizioni  generali,  che  rendono  in- 
finitamente efficace  l'azione  degli  uomini  grandi,  e  portano  a  quella 
oltrepotenza  legittima,  che  non  s'è  peranco  tutta  mostrata,  e  cui 
d  doloroso  vedere  come  uomini  iusigoì  non  cessino  fra  noi  di  cmi- 
trapporre  o  un  epigramma  o  un  sillogismo.  Che  se  quelle  condizioni 
sono  piA  specialmente  invidiate  dai  cultori  delle  scienze  storiche, 
eli' è  tuttavolta  un'invidia  che  non  si  scompagna  mai  dalla  spe- 
ranza e  dalla  fede  di  poter  raggiungere,  emulare,  e  anche  superare 
in  parte,  quandochessia,  la.  gente  che  ne  è  fatta  segno;  laddove 
gli  antagonisti,  proclamando,  per  ultima  ragione,  che  la  nostra  - 
gioventù  non  possa  reggere  al  lavoro  quanto  può  la  gioventù  stra- 
niera, proclamano  implicitamente  la  inferiorità  indefettibile  della 
nostra  patria,  e  vana  e  precaria  larva  la  sua  indipendenza  civile. 
Ma  la  gioventù  italiana  smentisce  valorosamente  l'oltraggioso  sap* 
posto,  e  attinge  ormai,  allp  nuove  o  rinnovate  fonti  del  sapere  isto- 
rìco,  con  un'assiduità  ostinata  e  geniale,  che  supera  le  più  ardite 
espettazioni. 

Ai  numerosi  frutti  o  tentativi,  pei  quali  il  lieto  rivolgimento  già 
si  manifesta  alla  pubblica  luce,  viene  ora  ad  a^ungersi  V Archi'- 
vio  glottologico  iialiano ,  opera  collettiva  e  periodica,  la  cui  princi- 
pai  mira  sarà  di  promuovere  l' esplorazione  scientifica  dei  dialetti 
italìaoi  ancora  superstiti ,  sia  col  raccoglierne  materiali  genuini  e 
nuovi,  sia  col  dar  mano  ad  illustrarli  *  Intorno  ai  quali  dialetti  ben 


*  Oli  stndj  glottologici  ebbero  ed  hanno  ajati  di  ogni  maniera  da  non 
pochi  periodici  letterati  italiani,  tra  i  qiutlì  vanno  specialmento  ricordati: 
il  Folittcnìco  di  Cattaneo  e  poi  di  Brioschi  ;  la  Sivùla  Europea  ed  il  Crt- 
puMcolo  di  Tenca;  YAnhivio  Storico  di  Viensaeni;  la  Sivitta  Orientale  e 
la  teoai^  Bimila  Europea  del  De  GnbematÌB.  Pare  ì'ATttologia  di  Fìrenie 
accenna  a  volersene  occnpare  in  modo  efficace,  e  la  Bivitla  Sicula  fa,  anche 
per  questa  parto,  ottima  piova.  Nà  ai  dimenticano  te  benemerenie  del  Pro- 
pugnatore, e  di  più  altre  collezioni,  in  iapecie  academiche,  dell'alta  e. della 
bassa  Italia.  Alcuni  anni  or  Bono,  il  Severinl  si  preparava  a  nna  pubbli- 
cazione periodica  per  lo  stadio  dei  dialetti  italiani-,  e  prima  dì  lui,  al  con- 
cesso di  Siena,  aveva  proposto  un'impresa  consimilo  il  prof.  Corallini, 
che  poi  si  ani  col  prof.  Ocmnia  e  Zandonella  a  fondare  a  Verona  la  Eivi- 
ala  fiiologico-ietieraria,  larga  anch'  ossa  di  bvori  par  gli  studj  glottologici, 


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XXXTI  PROEMIO. 

furono  già  spese,  massime  Ira  noi,  non  poche  e  assai  nobili  cure; 
e  io  sporo  che  l'Archivio,  fedele  in  ciò  al  primo  B^fgio  che  ora  se 


e  Ift  prinu  di  Bimìl  fotta  che  sttecclkiase  in  Italia.  Avrà  ora  un' emula  aasai 
poierosa  nella  Biviita  di  filologia  e  d' istruzione  claettoa,  diretta  dal  pro- 
fessori torinesi  MiiUer  e  Pezzi.  Mentre  scrivo  queste  righe,  si  annunzia  poi 
da  Roma  una  Sivìtta  di  filologia  romanza,  diretta  da  L.  Manzoni,  £.  Mo- 
naci ed  E.  Sl«nge),  d'indole  affine  alla  Romania,  che  esce  a  Parigi,  aatto 
la  direiione  di  quei  valorosi  romaoologi  che  son  F.  Meyer  e  O.  Paris.  E 
più  d'ona  collezione  tedesca,  di  simil  genere,  ebbe  ormai  contributi  ita- 
liani; fra  le  quali  mi  limiterò  a  nominare  il  Jahrhtoh  fìit  romanieche  und 
englitehe  Literatur,  cobÌ  sagacemente  dirotto  dal  Lemcke.  Anzi,  per 
'  quanto  la  GO«a  possa  apparire  strana,  io  non  so  astenermi  di  qui  avvertire, 
come  sia  deplorevole,  che  in  questo  pur  cosi  rallegrante  risveglio  della 
scuola  italiana,  il  favore  per  la  filologia  classica  sìa  ben  lungi  dall'ugua- 
gliare  il  favor  che  sì  concede  agli  etudj  glottologici  di  ogni  maniera.  Par 
qnaù,  che  questi  debbano  reagire  contro  di  quella,  o  trasformarla  da  capo 
a  fondo;  laddove,  come  ognuno  dovrebbe  facilmente  vedere,  si  tratta  di 
due  gruppi  d'importanti  discipline,  a&tto  diversi  tra  di  loro,  comunque 
abondino  i  vicendevoli  contatti  e  quindi  le  occasioni  che  l'uno  giovi  all'altro. 
Nulla  può  spiacele  maggiormente  ai  Berj  ed  onesti  cultori  degli  stadj  glot- 
tologici, e  nulla  può  giovar  meno  al  prosperamento  di  questi,  che  l'alteri- 
gia con  cui  certi  loro  amici  si  mettono  a  trattare  la  filologìa  vera  e  propria 
e  tutto  ciò  che  par  sapere  di  vecchio.  Oli  studj  classici,  cUa  tendono  a  riit- 
vigoiire  e  ingentilire  il  nostro  pensiero  per  virtù  di  quei  modelli  in  cui  la 
foraa  e  la  venustà  del  concepire  e  del  dire  hanno  toccato  un'  alteaza  che  né 
prima  né  poi  si  è  mai  raggiunta,  ben  possono  avere  particolari  sussidj  dai 
moderni  progressi  della  Bcienza  e  ben  possono  esser  diretti  con  intenti  vìa 
vìa  più  rasionali  e  robusti.  Ma  da  molti  ai  esagera  in  Ringoiar  modo  l' im- 
portanza di  quei  snssidj,  e  sì  traduce  in  modo  più  ancora  singolare  il  giusto 
proposito  di  accrescer  l' utilità  civile  dello  studio  degli  antichi.  Di  certo, 
un  buon  insegnamento  di  anatomia  ci  vuole  anche  nelle  academie  dì  belle 
arti,  ma  il  Laocoonte  e  l'Apollo  di  Belvedere  domandano  altri  interpreti 
che  non  sia  il  settore.  Né  io  mi  permetterei  di  toccar  di  simili  cose,  se  non 
mi  paresse,  che  non  sia  sempre  il  mero  zelo  per  gli  stndj  nnovi  che  faccia 
andar  negletta  la  vera  filologia.  Se,  per  esempio,  noi  troviamo  facilmente 
dei  professori  di  ogni  più  peregrina  materia,  e  all'incontro  non  riusciamo 
più  a  trovare  un  professor  di  latino,  dovremo  noi  credere  che  ciò  dipenda 
amcamente  dalle  esnberanti  attrattive  che  hanno  per  noi  le  peregrine 
cose?  0  non  c'entra,  in  qualche  parte,  la  facilità  con  cui  riusciamo  a  bril' 
lare,  e  presumiamo  di  valere,  mettendoci  per  le  vie  nuove,  laddove  ci  oc- 
correrebbero ben  maggiori  fatiche  e  ben  maggior  valore  per  segnalarci  in 
quelle  discipline  che  ci  slam  dati  a  credere  più  modeste?  I  giovani,  e  coloro 
che  ci  reggono,  devono  andar  persuasi,  che  ci  vuol  più  senno,  e  più  studio. 


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DO  vede,  non  abbia  mai  a  dimenticare  o  a  negligere  nessono  di  quei 
l'alorosi,  la  cui  opera  ha  preceduto  la  nostra.  Ma,  dall'nn  canto, 
la  quantità  del  materiale  sin  qui  raccolto ,  Bi  per  le  fasi  dialettali 
che  ancora  durano  e  A  per  quelle  che  hanno  loro  precorso,  deve 
dirsi  molto  scarsa  e  povera,  ove  si  consideri  la  infinita  qnantft& 
che  ancora  ne  giace  negletta;  e  dall'altro,  il  metodo  scientìfico  ha 
ancora  gran  bisogno  che  sia  aumentato  il  numero  de'  suoi  proseliti, 
com'  egli  medesimo  ha  ancora  bisogno  di  perfezionarsi  e  progre- 
dire. L' età  dell'  ind^ine  fantastica  è  per  vero  omai  superata  anche 
in  Italia,  malgi'ado  gli  strascidii  inevitabili  che  ancora  la  ricor- 
dano; ma  nel  periodo  dell'indagine  metodica,  pia  o  meno  sicura, 
che  a  lei  è  succeduto,  si  ò  non  poche  volte  dovuto  vedere,  che  alla 
molta  dottrina  dei  ricercatori  mancassero  appunto  quegli  ingre- 
dienti che  più  ci  volevano;  e  causa  di  nuove  aberrazioni  si  è  an- 
cora fatta  quella  che  potrebbe  dirsi  Vamiieione  storicp.,  risorta 
con  sembianze  mutate,  e  meglio  conformi  a  ragione,  ma  tuttavolta 
fallaci ,  la  quale  ora  si  manifesta  specialmente  per  questo  doppio 
modo:  causare  il  latino,  quando  si  cerca  l'intima  ragione  delle  voci 
0  delle  forme  romanze,  per  rappiccar  queste  direttamente  alle  ri- 
mote  fonti  dell'Asia  ariana,  oppure  ad  una  o  più  d'una  &vella 
dell'antica  Italia,  che  sia  o  s'imaginì  disforme,  o  almeno  affatto 
divellente,  dalla  lingua  che  ci  sta  dinanzi  nella  letteratura  di 
Roma.  Qnanto  alla  prima  maniera,  che  si  risolve  nell' indomania , 
è  probabile  che  lo  scrittore  di  queste  linee ,  pel  quale  il  Banscrito 
è  il  pane  quotidiano  vero  e  proprio ,  possa  apparirne  un  contrad- 
dittore bastantemente  imparziale.  Ora  egli  di  certo  non  intende 
n^are,  a  priori,  che  nei  nostri  vernacoli  si  possan  dare  delle 
voci,  per  la  cui  dichiarazione  sia  necessario,  o  ragionevole,  il  ri- 
correre immediatamente  all'antico  esemplare  asiatico  del  sistema 
ariano.  Sarebber  voci,  di  cui  risultasse  perduto  l'archetipo  pro- 
priamente italico,  opphr  greco,  oppor  celtico,  e  via  dicendo,  al 

pi;r  riuscire  a  scriver  bene  noa  raezen  pagina  di  latioo,  che  non  a  palleg- 
giare, sia  pur  correttamente,  il  solito  numero  dì  notiziuole  glottologiche, 
utìliftBÌnie  a  tutti  senza  dubbio,  ma  tali  che  iu  un  pajo  di  Bcmcetri  ognuno 
»e  ne  può  fornire. 


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quale  andrebbero  altrimenti  raccostate.  Ma  bisognerebbe  imprima, 
con  un'arte  che  cesserà  per  arrentora  di  star  ira,  le  impossibili, 
ma  impossibile  è  ancora,  aver  bene  appurato  a  qnal  preciso  filone 
etnologico  le  tocì  in  questione  veramente  spettino  ;  poiché  essen- 
dc^,  come  ognuno  pad  ormai  conoscere,  ben  disformi  tra  dì  loro  i 
varj  rìfleesi  che  dell' tuiica  paiola  primitÌTa  si  riverberano  nelle 
diverse  favelle  della  famiglia  ìndo-europea,  e  pur  nelle  diverse  fasi 
di  una  favella  medesima,  manca  altrimenti  ogni  eicuro  criterio  sul 
modo  di  confrontare  o  di  raddnrre  queUe  singole  voci  ad  antiche 
f<nme  ariane  dell'  Asia.  Poi ,  il  vocabolario  sanscrito  è  lo  speglio 
pericoloso  di  una  letteratura  tre  volte  millennare;  e  civnole  nn'o- 
pera,  non  punto  facile,  di  epurazione  e  di  ricostruzione,  per  otte- 
nerne forme  dì  tal  natura,  che  ci  conaentano  ragionevoli  confronti 
con  le  europee  ;  forme,  vale  a  dire,  che  rappresentino,  con  evidenza 
scientifica,. il  perìodo  od  ì  perìodi  dell'unità  delle  genti  ariane.  La 
verità  pratica  è  finalmente,  che  l'ìndagator  severo  ha  per  ora,  e 
avrà  per  molto  tempo,  troppo  dì  meglio  da  &re  e  da  scoprire, 
perchè  gli  avanzi  tempo  o  voglia  dì  avventurarsi,  comunque  vi  si 
possa  trovare  preparato,  all'improbo  mestiere  delle  soluzioni  ipo- 
tetiche, le  quali  in  sé  contengano,  alla  lor  volta,  dei  problemi  ima- 
ginarj.  Quanto  all'altra  maniera,  che  sì  risolve  net  paradosso  di 
voler  che  la  base  italica  della  parola  romanza  sia  affatto  rimota 
dal  latino  dei  soliti  lessici  e  delle  solite  grammatiche,  basterà  che 
si  tocchi  dei  meno  arrischiati  snoi  fautori  ;  i  quali ,  mentre  esage- 
rano e  frantendono  le  importanti  verità  che  si  vengono  'scoprendo 
circa  le  diversità  simultanee,  o  successive,  che  la  evoluzione  storica 
della  parola  latina  ha  seco  portato,  non  sembrano  accorgersi  del 
&tto  cardinale ,  per  la  cui  virtù  riesce  appunto ,  fra  tant'  altro , 
molta  parte  delle  accennate  scoperte ,  e  consiste  nei  saldissimi  e 
diretti  rapporti  che  la  scienza  ha  ormai  stabilito  e  sempre  meglio 
rassoda,  per  ogni' lato  dell'organismo  gloBaico,  &a  il  latino  dei 
soliti  lessici  0  delle  solite  grammatiche  e  ciascuna  dì  quelle  diverse 
&Telle  che  diciamo  romanze  o  neo-latine.  Il  migliore  argomento 
pel  quale  raffermiamo  e  dimostriamo  i  fenomeni  specifici  del  vdgar 
latino,  precursore  immediato  delle  favelle  romanze,  sta  appunto 


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PROEUIO.  XXXIX 

nelle  divergenze,  che  la  scienza  perspicuamente  avverte  e  comprova 
nell'antico  fondo,  frammezzo  al  ragguaglio  continuo  e  sicuro  del 
«latino  classico  co' suoi  succedanei  neo-latini.  Chi  eia  affetto  dì  co- 
desto pregiudizio  della  molta  distanza  fondamentale  fra  la  base* 
delle  lìngue  romanze  e  il  latino  delle  lettere  romane ,  pensi ,  pef 
dir  dì  un  fatto  solo,  a  darsi  raf^one,  obbedendo  a'  suoi  supposti , 
della  fedeltà,  gii  da  noi  ricordata  con  diverso  intento  in  questi 
st«Bsì  fogli  (p.  vi),  per  la  quale  un  numero  infinito  dì  favelle  neo- 
lutine  dà  ub  riflesso  diverso  della  vocale  classica,  secondo  che  questa 
vocale  fosse  lunga  o  breve  ;  e  se  U  meditare,  intomo  a  questo  unico 
fatto  non  basta  a  convertirlo,  egli  ei  dia  ad'altri  studj.  Una  ten- 
denza ,  tutt'  altro  che  irraziosale ,  ma  non  poco  inopportuna ,  sì 
avverte  poi  anche  fra  coloro  che  studiano  nei  nostri  dialetti  col 
miglior  metodo,  e  in  ispecie  fra  i  giovani;  la  qnaJe  è  di  limitare 
soverchiamente  l'indagine,  o  di  ostinarla  intomo  a  sii^ole  e  mi- 
nnte  di£Scolt&,  che  oggi  pajono  insuperabili,  e  potranno  andarsene 
risolte ,  come  da  sé  medesime ,  per  virtù  di  pia  larghe  e  ben  più 
importanti  conquiste.  A  tale  tendenza  va  in  parte  ascrìtto  il  man- 
carci tuttora  i  primi  contorni  di  una  vera  topografia  dialettale 
della  pemsola  e  delle  r^oni  circostanti,  e  quindi  ancora  il  non 
essersi  bastevolmente  potuti  riconoscere,  pure  fra  i  glottologi  e 
gli  etnografi  di  professione ,  il  valore  e  le  attrattive  dell'  ampia 
tela  istorica  per  la  quale  ei  trasforma  e  ei  travolge  la  parola  di 
Roma.  Scoprire,  scernere  e  definire,  s  larghi  ma  sicuri  tratti,  gii 
idiomi  e  quindi  i  popoli ,  che  ben  soggiacquero  a  quella  potente 
parola,  ma  sempre  reagendo  sopra  di  lei  con  ma^iore  o  minor 
forza,  per  guisa  che  ciascuno  di  loro  la  rifrangesse  in  diversa  ma- 
niera, e  rivivesse,  in  qualche  modo,  sotto  spoglie  romane;  rifar  la 
storia  di  queste  nuove  persone  latine,  esplorarne  la  genesi,  gì' in- 
crociamenti e  le  propaggini;  risalir  così  dall'una  parte,  ai  fonda- 
menti ante-romani,  e  scendere,  dall'i^tra,  in  sino  a  ricomporre  e 
corr^gere  la  cronaca  di  quelle  età,  che  possiamo  ancora  dir-mo- 
derae;  raccogliere,  in  questo  largo  e  cauto  lavoro,  tesori  infiniti 
per  r  istoria  generale  del  linguaggio  ;  ecco  ciò  che  può  sin  d' ora , 
e  deve  volere,  la  dialettologia  romanza  in  generale  e  l'italian  in 


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ispecie.  Ma  se  a  tali  concetti  si  ispireranno  coloro ,  che  danno  a 
questi  studj  la  miglior  parte  delle  loro  forze,  non  è  chi  non  Te^a 
come  sia  interminabile  la  serie  dei  laTorì  più  circoscrìtti ,  che  de-  * 
Tono  costantemente  accompagnare  e  seguire  l'opera  chi  s'industria 
ìbtomo  a  rìcostruzionì  di  tal  natura.  Quindi  l'Archivio  non  prepara 
a  quelli  men  liete  accoglienze  che  a  queste,  e  ei  rallegrerà  di  ogni 
contributo,  per  modesto  che  sia,  quando  consti  di  cose  nuove  ed 
accertate.  Né  i  monumenti  letterarj ,  che  abbiano  qualche  impor- 
tanza per  la  storia,  della  parola  italiana,  gli  potranno  essere  meno 
graditi  della  nuda  suppellettile  di  voci,  di  forme,  di  locuzioni, 
di  motti.  Ciò  che  V Archivio  deve  affatto  escludere,  è  solo  quella 
specie  di  lavori,  nei  quali  si  sbizzarrisce  intomo  a  sistemi  o  a  me- 
todi nuovi,  non  perchè  le  cose  ormai  dimostrate  non  abbiano  potuto 
convertire  coloro  che  li  compongono,  ma  solo  perchè  questi  si  sien 
voluti  sottrarre  alla  efficacia  di  quelle  *.  Raccomandare  inoltre,  ai 
collaboratori  àeW Archivio,  quella  sobrìetà  nelle  comparazioni  dì 
<^ni  specie,  senza  la  qnale  una  siffatta  sene  di  lavori  si  rìsolve- 
rebbe  per  buona  parte  in  una  reiterazione  contìnua,  appar  cosa 
affatto  superflua,  poiché  è  troppo  naturale  ed  evidente,  che  non 


*  Neasano  ignora,  dove  abbia  principal mento  a  cercare  le  cose  dimoatrale 
chiunque  etudii  dì  glottologEa  romansa.  Sono  le  opere  imperiture  di  quel 
grande  Maestro  a  cui  si  portano  in  omaggio  i  presenti  fogli,  e  io  questi 
ni  citano  al  modo  che  segue:  Diiz  I>  ecc.  (=  Grammatik  der  romanigchen 
tpracken  iìon  Friedrich  Diez,  volvune  primo,  edizione  terza;  ecc.),  I>i£Z 
IcBB,  {=  Elytnologiachea  viorterhuch  der  romanischen  ìpracken  von  Friedrich 
Dica;  tre  edizioni).  I  seguaci  del  Diez  sono  ormai  ben  numerosi,  e  in 
Francia  e  in  Germania  e  in  Italia.  Il  prof.  Ugo  Angelo  Canello  ha  nella 
Rivitta  Europea  del  De  Gubematie  un  bel  lavoro:  Il  prof.  Federigo  Diti 
e  la  filologia  romanta  nel  noètro  tecolo  ;  e  il  prof.  R.  Fornacisri  ci  diede 
un'  utile  Qrammalica  alorica  della  lingua  italiana,  eitratta  e  compendiata 
dalla  grammatica  romana  Hi  Federico  Diez  (Loeacher,  1872).  Ma  due  sono 
gì'  insignì  continnatori  del  Diez  che  nel  presente  volume  ci  accadrà  pii 
frequentemente  consaltare;  l'uno  dei  quali  poagiam  vantare  italiano ,  il 
UuBBAFiA,  l'altro  lo  SCHDCBABD^;  6  Bono  qnindi  citati  anche  abbrevia- 
tamente, nel  modo  che  segue:  'Schuch.  vok.'  (=  Der  vokatismua  dee  vai- 
gdrlateim  von  Hugo  Scbuchardt,  3  voi.);  'Hussaf.  rcndic.',  che  significa, 
trattaiflì  di  lavoro  che  il  Mussafia  abbia  inserito  nei  liendioonti  dell' Acadc- 
mia  di  Vienna  (Classe  filosofico-ietorica) ,  ai  volumi  e  alle  pagine  dei  quali 
rendiconti  rimandan  le  due  cifre  cbe  accompngnano  la  citazione. 


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Ti  si  debba  addurre  al  confronto  ee  non  ciò  che  torni  di  mt'op^r- 
tunità  veramente  specifica.  Né  occorre  ricordare  con  molte  parole, 
quali  sieno,  sulle  generali,  le  aspirazioni  legittime  di  ogni  indagine 
italiana.  Tenere,  dall'una  parte,  dì  quella  lucidezza,  di  quella  sa- 
pienza nell'  economia  e  nella  struttura  del  lavoro  scientifico ,  per 
le  quali  sono  co^  grandi  maestri  i  fìrancera;  ma  piegar,  dall'altra, 
queste  virtù,  sin  dove  occorre,  a  tutti  quegli  spedienti,  senza  i 
quali  è  troppo  difficile,  e  molte  volte  impossibile,  cons^^r  la  den- 
sità e  la  potenza  del  lavoro  tedesco. 

Uà  se  V  Archivio  vuol  principalmente  dedicarsi  a  sviscerare  la 
storia  dei  Caletti  italiani  ancora  superstiti,  non  perd  egli  si  asterrà 
dall' accogliere  speciali  studj  anche  sulle  varie  lingue  dell'antica 
Italia  e  pur  sulle  estranee  che  alla  loro  immediata  illustrazione 
possan  giovare.  Né  trascurerà  quegli  idiomi  stranieri  che  sono 
ancora  parlati  da  popolazioni  italiane ,  e  avrà  confini  ancora  pift 
indeterminati  per  le  notizie  bibliografiche  ch'egli  si  propone  di 
ammannire.  Dalla  latitudine  del  campo ,  non  dovrà  però  mai  deri- 
vare alcuna  bizzarra  mescolanza  nella  disposizione  dei  frutti  che  si 
riesca  a  raccogliervi ,  od  alcun  ostacolo  alla  loro  migliore  e  mag- 
gior difihsione.  Cod,  a  cagion  d'esempio,  si  formerà  prossimamente 
tm  volarne ,  dedicato  per  intiero  a  studj  celtici  (nel  quale  saranno 
contenute  tutte  le  glosse  ibemicke  del  Codice  Ambrosiano);  e  il 
solerte  editore  ha  già  dal  canto  suo  annunziato,  che  ciascun  volu- 
me, e  anzi  ciascun  fitscicolo  dell' JrcAmo,  sarà  posto  in  vendita 
anche  separatamente. 

Rimane,  per  ora,  che  mi  sia  concesso  ringraziare,  dal  vivo  del- 
l'animo, i  valorosi  amici  che  hanno  voluto  venir  meco  in  questa 
impresa.  Che  se  altri  io  qui  lascio  di  nominarne,  per  non  turbar  la 
loro  bella  modestia,  ed  altri  per  non  offender  quella  che  io  dovrei 
avere,  nessun  riguardo  pud  trattenermi  dal  rendere  particolari  gra- 
zie a  Giovanni  Flechia,  il  quale,  veramente,  avrebbe  egli  dovuto 
parlare  in  questo  luogo,  siccome  colui,  che,  a  tacer  di  altre  sue 
preminenze,  è  il  vero  e  l'acclamato  antesignano  di  quanti  siamo 
a  stadiare  i  dialetti  dell'Italia. 


D,qit,zeabvG00»^lc 


TKASCRIZIONI 
E  ALTRI  ADDITAMENTI  ELEMENTARI. 


Ardoo  ossanto,  masaime  trattandosi  d'indagini  dialettali,  questo 
delle  tratoriiioni,  che  ò  del  rendere  i  singoli  suoni  per  sìngole  let- 
tere, con  accorgimenti  sicuri,  perspicui,  e  consentanei  iaaieme,  sin 
dove  ai  può,  alle  ragioni  naturali  e  storiche  della  parola.  Le  difficoltà 
teòriche  ai  accumutan  colle  pratiche,  e  la  coerenza  ha  dei  rigori,  che 
ripugnano  all'opportunità  e  persino  alla  chiarezza.  Non  parlo  delle 
insuperabili  indecisioni  che  ci  causano  quelle  ortograHe,  di  cui  non 
ci  è  dato  conoscere  con  sicnrezza  a  quali  pronuncio  rispondessero  o 
rispondano.  Ma  ae  t'ò  chi  crede,  che  quando  ci  siamo  rassegnati, 
in  simili  casi,  a  dare  all'avvertito  lettore  la  mera  riprodnzione  dei 
fonU,  nel  resto  nessun  vincolo  di  tradizione  o  nessun  altro  riguardo 
ci  abhia  a  trattenere  dalla  inesorabile  applicazione  delle  norme  teo- 
riche, egli  forse  non  si  è  mai  provato  a  osservare  questa  legge  in  un 
largo  lavoro  intorno  a  favelle  moderne,  che  abbiano  consuetudini  or- 
tografiche ferme  ed  antiche.  E  ormai  si  aggiunge  anche  l'indampo 
della  molta  varietà  dei  sistemi  di  trascrizione,  che  furono  proposti 
ed  usati;  varietà  ohe  in  qualche  parte  dipende  dalla  discordia  nei 
prìncipj,  ma  assai  piti  dalla  diversità  degli  spedienti  grafici  che  si 
8on  voluti  o  dovuti  adottare.  L'autore  di  questo  pnmo  volume  àel- 
V  Archivio  si  è  studiato  di  conseguire  tutta  quella  sicurezza  che  le 
circostanze  comportavano;  e  se  è  ricorso  a  qualche  nuovo  accorgi- 
mento, non  l'ha  fatto  senza  dispiacere  e  senza  che  gli  fosse  parso  o 
riuscito  necessario  di  farlo;  come,  d'altronde,  se  non  adotta  o  pro- 
pone certe  squisitezze  di  cui  non  impugna  la  convenienza  nell'ordine 


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TBASCRIZIONI.  XLIU 

ttiorico,  egli  spera  che  ciò  proTenga  da  legittimi  riguardi  e  aon  debba 
già  impatarai  all' avere  egli  negato  sufficiente  atteozìone  ai  continuati 
studj  e  alle  ingegnose  proposte  dei  dotti  investigatori  di  questa  ma- 
teria, tra  i  quali  spetta  al  Lepsius  un  posto  cosi  insigne,  che  tutti 
in  fondo  riusciamo  segnaci  suoi.  E  osa  insieme  credere,  che  gli  altri 
dialettologi  italiani  possano  acconciarsi  al  sistema  che  in  questi  fogli 
ai  segue  e  ora  sì  verrà  brevemente  esponendo;  senza  però  dimenticare, 
che  ntteriori  distinzioni  occorrerà  probabilmente  innestarvi,  a  mano 
a  mano  che  la  esplorazione  si  estenda;  i  quali  ampliamenti,  ricono- 
sciuti che  fossero  necessatj  davvero  ed  opportuni,  si  annicohierebbero 
poi,  colla  debita  perspicuità,  nelle  nuove  tavole  di  trascrizione  che 
i  venturi  Tolumi  potranno  portar  seco. 

Por  cid  che  riguarda  le  vocali,  la  nostra  indagine  d inietto! oglca 
ba  molte  e  sue  particolari  esigenze;  ed  ecco  imprima  la  figura,  Jn 
cai  si  contiene,  e  ha  insieme  la  piena  sua  ragione,  il  sistema  qui 
seguito. 


u — u  - fi fi i 

La  dichiarazione  di  questa  figura  torna  così  agevole,  che  in  molta 
parte  pnO  parere  superflua.  Abbiamo  dunque: 
1.  a;  Va  italiano.  '  7.  t4,  lo  schietto  u  italiano. 

'■i.  d,  suono  intermedio  fra  il  pre-      8.  ù,  suono  intermedio  fra  quello 
cedente  e  1'  che  precede  e  1' 

3.  n,  che  6  l'o  aperto  italiano.  9.  ù,  che  è  l' u  milanese  o  fran- 

4.  0,  un  o  che  sta  fra  il  precedente  cese. 

e  r  10.  ji,  tramezzafrailpreoedenteel' 

5.  p.cheà  l'o  chiuso  dell'italiano.    11.  t  *. 

6.  ù,  uno  cosi  chiuso,  chepuddirsi    12.  é,  partecipamoltopib  dell'i  che 

un  u  largo.  non  dell'e. 


•  Per  la  acala:  ti,  w 


a  valle,  si  veggano  le  pag.  881-3. 


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XLIV  TBA3CR1Z10N1. 

13.  ^,an'e  dÌB^ota,  ma  piti  chiusa  lar  frequenza  Dell'inglese*; 

dell'  e  le  succede  1' 

14.  e,  che  è  l'è  chiusa  italiana.  SI.  ce,  che  è,  prasciudendo  dalli 

15.  e,  un'e  fra  la  precedente  e  1'  quantità,  l'eu    francese   dì 
Ì6.  g,  che  à  Ve  aperta  italiana.  peur,  laddove  1' 

17-19.  ce  ad,  tre  stadj,  che  dall'e  23.  5,  prescindendo  ancora  dalla 

aperta  italiana  ci  condacono  quantità,  è  l'eu  francese  di 

prossimi  all'  a.  peu,  che  è  piti  chiuso,  ovvero 

Sottol'eaperta(f,]6),eìa  piti  inoltrato  verso  Vii,  che 

flancoaireindifferente(e,16),  non  siali  precedente  ", 

si  spicca  r  23.  u,  è  di  base  piti  aperta  che  non 

20,  e,  la  cosi  detta  vocale  indìttin-  l'tì  (8),  al  quale  ata  come 

ta,  specie  d'e  volgente  all'O  Vù  (0)  all'u  (7). 
(22),  che  si  ode  con  partico- 

Le  sei  vocali  che  portano  ì  numeri  21-23  8-10  {ai  0  ù  ù  H  lì),  s 
formano  nella  nostra  figura  una  serie  continua,  son  quelle  che  piti 
particolarmente  soglion  dirsi  turbate  o  miste. 

Vocale  nasaliszala  è  quella  che  si  proferisce  mentre  è  aperto  il 
canale  del  naso.  Cosi  è  un  a  nasalizzato  il  suono  che  udiamo  per 
prima  sillaba  del  francese  entrer  {atre);  e  le  vocali  nasalizzate  si 
scrivono:  a  S  ecc. 

La  vocale  lunga  si  segna  col  sovrapporvi  una  lineetta  orizson- 
tale: à  a  6  ecc. 

L'unico  accento  qui  adoperato  è  l'acuto  {d  à),  ed  ha  la  vera  e 
sola  funzione  che  a  questo  accento  spetti-,  segna  cioè  quella  sillaba 
0  vocale,  che  la  voce  fa  spiccare  maggiormente.  Ma  potrebbe  tornare 
opportuno,  anche  per  qualche  vernacolo  moderno,  pur  t'accento  cir- 
confiesso;  data  cioè  una  vocale  accentata,  che  dopo  il  risalto  importato 
dall'acuto,  continuasse  a  risonare  senza  quello  spicco.  L' accento  im- 
plica, in  questo  caso,  la  lunghezza  della  vocale  che  lo  porta  [à,6,  ecc.). 

Passando  alle  consonanti,  a  nessuno  riesce  nuovo  oggidì,  come 
le  ripartizioni  che  provengono  dal  diverso  punto  della  bocca  in  cui 
le  consonanti  sono  formate  (gutturali,  dentali  ecc.),  s'incrocino  oon 


*  L'abbiamo  in  iepecie,  tonica  ed  àtcna,  a  pag.  303  e  segg. 

**  I  due  esempj  francesi  sono  del  Lepsina.  Nel  corso  di  questo  volume  si 
manifesta  qualche  incertezza  tra  l'uso  dell'ce  e  quello  dell'o;  ma  noe  è  mai 
un'incoerenza  da  cai  posaa  derivare  alcuna  oscurità. 


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TRASCRIZIONI.  XLV 

altra  ri^arU2Ì0QÌ,  che  dipendono  dal  modo  in  oui  esce  il  fiato  nel  pro- 
ferirle. Si  possono,  per  ({aasto  capo,  diridere  le  oonaonanti  in  tre  ca- 
tegoria: 1.  la  esplosive  o  momentanee  [p,  b,  t,  ecc.];  2.  le  fricative  o 
continue  {f,  r,  s,  ecc.);  3.  le  nasali  (n  ecc.);  -  e  le  consonaatt  delle  pri- 
me dne  categorie  ammettono  poi  la  suddiTÌsione  in  «orde  (p,  t,  f,  eoe.) 
e  sonore  [b,  d,  v,  ecc.).  Gli  esempj  che  frapponemmo,  conren^ono 
forse,  in  questo  Inogo,  piti  che  ogni  tantatÌTO  di  ulteriori  determi- 
nazioni fisiologiche  circa  le  tra  categoria.  Uà  il  lavoro,  ohe  per  noi 
Timane,  a  ottener  la  serie  compiute  e  a  stabilirne  una  ragionevole 
trascrìtione,  ò  man  facile  ciie  forse  a  prima  vista  non  paja.  Facciamo 
ora  di  disìmpagnarcene,  nel  piti  brave  e  pratico  modo,  che  dai  sani 
prìncipj  sia  consentito. 

Incominciando  dalla  serie  o  dall'ordine  «ha  suol  dirsi  delle  gut- 
turali, ne  abbiamo  la  esploliva  sorda  nel  e  dell'ìtal.  arca,  e  la 
esplosiva  sonora  nel  ff  dell'ìtal.  porga.  La  continua  sorda  manca  alla 
comune  favella  italiana;  e  sarebbe  lo  cA  tedesco  di  lachen  (ridere)  o 
lo  ;(  dal  greco  moderno.  Occorre  perd  questo  suono  anche  fra  gl'Ita- 
liani; e  qui  basti  ricordare  il  a  fiorentino  fra  vocali  (la  carne),  che 
l  appunto  la  contìnua  sorda  che  cerchiamo,  da  noi  trascritta  per  A. 
Ma  la  teoria  domanda  anche  la  corrispondente  continua  sonora,  vale 
a  dire  un  suono  ohe  stia  a  %,  coBl  coma  v  at&  a  f.  Questo  suono  s'ha 
p.  e.  nella  sillabe  y>  e  70  del  greco  moderno,  e  ricorra  anche  in  piti 
dialetti  dell' Italia  meridionale.  Noi  lo  trascriviamo  par  j'.  Della  nasale 
dell'ordine,  finalmente,  ci  occorrono  due  diverse  gradazioni;  l'una 
diremmo  il  n  velare,  ohe  è  il  n  qua!  si  ode  faùlmente,  in  ogni  lin- 
gua, quando  precade  a  suono  gutturale  {rango  ecc.),  e  noi  trascri- 
TÌamoper  m;  l'altra,  piti  profonda,  che  diremmo  n  f  ano  ale,  ed  è  per 
es.  il  n  torinese  (di  cadéna  e  simili),  che  ei  potrebbe  trascrivere  per  n  '. 

Passiamo  all'ordine  che  suol  dirsi  dalla  palatine.  Esplosive  pala- 

*  Questa  distinzione  non  è  atata  introdotta  nel  preaaite  volnme.-  B  inoltre 
Ti  bì  trorerà  &tta  alla  conauetndine  italiana  una  concesiioiifl  che  è  per  ora 
infttitabìle,  a  coosiite  nello  tcriTere  cht  chi  ghé  ghi,  par  e  gntt  +  «,  ecc.  Non 
li  pad  domandare  al  lettore  italiano  chs  ce  gt  gli  valgano  che  glie;  ma  d'al- 
Iroade  giova,  per  evitare  ogni  incertezza,  che  si  segni  il  suono  palatino  in 
h  ij»  ecc.  (p  (s.  géner). 


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XLVI  TRASCRIZIONI. 

Une,  vere  e  proprie,  son  quelle  che  occorrono  frtt  i  Ladiai  Della  con- 
tinuazione delle  antiche  formolo  etimologiche' ca  e  oa.,  e  da  noi  sodo 
trascritte  per  !?  e  ^.  La  loro  pronuncia  (a  tacer  delle  vere  degene- 
razioni, che  Bono  a  ior  luogo  mostrate)  varia  pib  o  meno  da  regione 
a  regione;  ma  si  puO  descrivere  con  sofflciente  sicarezza  dicendo, 
ohe  'e,  vale  a  dire  la  torda,  riesca  intermedia  fra  la  combinasione 
j^'  e  il  e  ital.  di  selce,  e  'ff,  la  sonora,  analogamente  intermedia  fra' 
la  combinazione  gj  (cioè  il  g  ital.  di  ghe,  seguito  dalla  continua^')  el 
U  g  ital.  di  porge.  Altre  eiplotive  palatine  ci  saranno  poi,  appuatoi 
il  e  ital.  di  télae,  che  rendiamo  per  c\  a\\  g  ital.  dì  porge,  che  ren-i 
diamo  per  ^  *.  Di  continue  sorde  non  ao  che  l'Italia  ne  abbia  peri 
quest'ordine.  Continua  sonora  palatina  è  lo  j  italiano  digerì.  Asem-: 
plioe  nasal  palatina  si  accosta  poi  grandemente  quel  prodotto  dì  ttj 
che  l'italiano  faap.  e.  in  cignere  {°  'cinjere,  p. S2  a. ,cfr.  p.  86-7n.),  e 
noi  trascrìviamo  per  »**.  Analogamente  si  potrebbe  desiderare,  per 
r unificazione  di  Ij,  un  l  con  sopra  la  'tilde*. 

Arriviamo  alle  linguali.  Di  linguale,  sei  senso  dei  suoni  indiani 
che  si  ottengono  colla  punta  della  lingua  ravvolta  all' indietro,  non 
avremmo  in  sino  ad  ora  se  non  un  solo  elemento  abbastanza  accer- 1 
tato,  ed  è  quella  specie  di  d  [dd)  a  cui  può  ridursi  nelle  nostre  ìsole, 
e  pura  in  parte  del  continente  meridionale,  un  II  di  fase  anteriore' 
(p.  e.  marteddu  martello)  ***.-  Ma  linguali,  o  palato-linguali,  chia-' 
miamo  ancora  (altri  le  direbbero  palato-dentali),  le  continue  ohe  on 
seguono:  1.  /,  il  suono  Iniziale  dell'italiano  scemo  o  del  francese  che- 
vai,  che  ò  una  continua  sorda;-  2,  s,  altra  continua  sorda,  che  sta 
fra  la  precedente  e  la  sibilante  Italiana  di  sono;-  3.  i,  il  suono  iai- 
ziale  del  francese  jamaia,  ohe  è  il  correlativo  sonoro  dì  «.-  Nellt 


*  É  nota  la  disputa,  dilla  quale  si  deve  qni  prescindere,  intomo  all'es- 
sere o  non  essere  suoni  semplici,  i  anoni  italiani  che  qui  si  fanno  passare 
per  t»plosÌo9  patatine, 

**  Il  poro  segno  del  n  palatino  (ti)  rimana  cosi  pel  semplioe  n  di  angelo  ecc. 

***  Lo  Spjlmo  {Ortogr.  sarda,  I  17)  afferma,  che  questo  d,  da  lui  chit>nial<i 
palatino,  occorra  anche  preceduto  da  m  {cumandu).  Dato  che  ciO  sia,  ts  os- 
sale gli  si  farà  probabiimeate  omorganica,  e)  da  averne  per  es..-  cumàndu 
mùndu  ecc. 


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TBiSCBlZIONI.  XLVII 

proDDnoia  florentioB,  il  e  e  il  g,  ai  quali  preceda  vocale  e  «usaegua 
e  od  t,  si  occoataao  di  molto  a  /  e  2  *. 

Dneconftnue  dell' ordine  delle  iDierdeotali  ci  occorreranno  abon- 
dantements  in  questo  primo  saggio;  Tana'  iarda  a  l'altra  sonora. 
Nell'inglese  hanno  entrambe  noo  stesao  rappresentante  [th)\  e  nel 
greco  modenio,  vai  S  per  la  sorda,  S  per  la  sonora.  Noi  ne  addot- 
tammo  gli  equivalenti  ialandeai:  p,  d,  siccome  quelli  ohe  dal  lato 
grafico  si  prestavano  meglio. 

Quanto  alle  dentali  vere  e  propria  (od  alveolari),  t  ne  èVetplo- 
tiva  tcrda,  e  d  la  sonora.  La  continua  sorda  ne  è  la  sibilante  ita- 
liana di  sonOt  orso,  mosso.  La  continua  sonora  ne  à  la  sibilante  ita- 
liana di  rosa,  raso,  oppur  Io  x  francese,  ohe  noi  trascriviamo  per  i;' 
ed  anche  lo  z  italiano  di  sera  eco. ,  comunque,  in  ispecie  nel  toscano, 
questo  X  di  zero  ecc.  a  molti  voglia  parere  un  suono  composto  {d*k). 
Si  sentono  gradazioni  infinite  tra  la  contìnua  clie  ò  in  rasa  (riika)  e 
qnella  di  cui  si  disputa  se  non  sia  piuttosto  d^i\  come  si  sentono 
gradazioni  infinite  fra  la  continua  sorda  che  d  in  orso  e  lo  2  di  giu- 
stixia,  che  ò  veramente  nna  sorda  composta  (ts).  E  in  ordine  a  questo 
continue  è  tornato  opportuno  di  far  qualche  concessione,  all'uso  e 
all'etimologìa.  Così,  per  la  sonora,  quando  altro  non  è  che  «  lat.  fra 
vocali,  come  appunto  in  rosa,  scrìviamo  s  e  non  i;  e  s  ugualmente 
scrìviamo  per  la  sarda,  quando  è  iniziale  0  attigua  ad  altra  conso- 
nante (sono,  otte  orso).  Anche  per  la  sorda  fra  vocali,  quando  risponde 
alla  sorda  della  comune  lettura  italiana,  ohe  d  quanto  dire  a  si  (essere), 
serbiamo  l'ortografia  letteraria,  che  è  inoltre  sanamente  etimologica. 
Ma  quando  la  sorda  vernacola ,  o  la  sonora  vernacola ,  hanno  altra 
radice  etimologica,  in  ispecie  quando  rispondono  a  e  e  ^  di  fase  an- 
teriore, l'amor  dell' evidenza ,  e  anche  l' opportunità  di  scemerà  certa 


*  Coti  si  manifesta,  in  modo  breve  e  chiaro,  la  stratta  parentela  che  è,  nel- 
l'ordinu  etimologico,  fra  /  e  ^  e  le  eiplwive  palatine.  Tutti  inoltre  sanno,  come 
1  powa  corriepoDilera  Utoricamenta  aj,  a  corno  j  rasenti  l't,  ohe  anche  ai 
dice  vocal  palatina.  Ora  noi  incontreremo  dei  cui  (cfr.  p.  147  segg.),  io  cui 
ri  risentono  ugnali  efiètti  da  ciascun  suono  della  serie  che  segue:  S  ^  i ij 
(»  T)  i;  e  qnesta  serie  l'abbiamo  allora  comprata,  per  non  saper  far  meglio, 
Eotto  la  denominazione  di  snonl  palatini  »  palatili. 


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XLVlll  TKASCBIZIONI. 

gradazioni  (a  tacer  della  necessità  assolata  d'uno  spooial  segno  por  la 
aonora  iniiiale  o  finale),  ci  portano  a  trascriveFe  la  sorda  per  p,  e  la 
sonora  per  z.  Così:  piagér;  pidze;  me  plap;  iéner  genero,  ^éner  ce- 
nere *.  Anche  adoperiamo  p  e  i  per  rappresentar»  isolatamente  queste 
due  continue. 

I  suoni  che  restano  (labiali;  labiodentali;  r,  {),  non  ci  domandana 
alcun  particolare  aTverdmento ,  e  raccoglieremo  senza  pib  il  nostro 
sistema  di  consonanti,  solo  ancora  premettendo  questa  dichiarazione 
tecnica:  ohe  una  qualsiasi  consonante  è  denominata,  nel 
nostro  discorso,  scritto  o  mentale,  per  un  monosillabo 
mascolino,  il  ijuale  consta  della  consonante  stessa,  sds- 
seguita  da  na  a  breve.  Scrìviamo  quindi:  un  p.  Io  s,  un  >,ecc,, 
intendendo  che  si  legga:  an  pa,  lo  «eia,  un  sa,  ecc. 

MOHEnTÀIIKB  ClINTlIKra 


Ontturali  :      e  (oa). 
PalmiMi         ■c.à. 

Unguali:        

Interdentali  :  — -- 

Dentali  :             *. 

•à.s- 

d. 
d. 
b. 

n,  n- 

»,  [SJ. 

m. 

S. 

a,  il. 
.  (orso),  (. 

j.yi. 

d. 
-i-(ro»a),i;i. 

Labiali:             j>. 

LUI» 

V. 

Chiudiamo  con  alcuni  additamenti  elementari,  che  in  parte  sono 
dichiarazioni  pib  o  meno  necessarie  di  particolari  spedienti  o  termini 
ohe  qui  si  sono  adottala,  e  in  parte  avvertimenti  che  facilmente  eì 
accompagnano  con  quelle  dichiarazioni,  e  forse  non  saranno  ngual- 
mente  superflui  per  tutti  i  lettori. 

L'indagine  storica  intorno  ai  singoli  elementi  fonetici,  ricbiede  che 
si  distingua  di  continuo  la  particolar  posizione  che  ciascun  d'osai  oc- 


*  Quello  modo  é  costante,  in  tatta  le  trsscrizioni  nostre  pregne,  per  b 
sorda;  per  la  eonora,  è  costante  nel  §  5. 


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ADDITAHENTI   ELEMENTARI.  SLIX 

cupa  Della  parola;  polche  altra  può  esaera  la  sorte  di  una  vocale,  o 
di  ana  consonante,  secondo  che  sia  iniziale,  mediana,  o  finale.  Cosi, 
a  camion  d'esempio,  l'è  latina,  pur  Don  accentata,  non  si  perde  Del 
Trancese,  quando  sia  iniziale;  e  all'incontro  vi  si  perde  di  continuo 
Ve  latina  fuori  dì  accento,  che  riesca  finale.  Il  t  latino,  che  sempre 
rimane  incolume,  pur  nel  provenzale  o  nel  francese,  quando  è  Ini- 
ziale, è  all'incontro  regolarmente  ridotto  a  d,  o  dileguato,  nella  com- 
binaEione  mediana  che  si  ha  p.  e.  in  satudar  prov. ,  e  saluer  frano. 
Ora,  queste  diverse  posture  dei  saoni,  isolatamente  citati,  qui  si 
enunciano,  senza  spendere  parole,  col  munir  gVinittali  di  una  lineetta 
orizzontale  a  dirìtta.(p.  e.:  t-);  i  finali,  o  uscenti,  di  una  a  sinistra 
(p.  e.:  -f);  e  i  nìediani,  di  una  per  parte  (p.  e.:  -t-)  *. 

Questa  trìplice  distinzione  ancora  però  non  ci  porterebbe  se  non  a 
scernimenti  imperfettissimi.  Così  è  certamente  vero  che  il  t  passando 
in  d,  o  dileguandosi,  in  saludar  o  saluer,  subisce  dei  danni  che  non 
soffrirebbe  mai  se  fosse  iniziale;  ma  &  vero  insieme  che  il  t  latino, 
se  pur  mediano,  resta  intatta  nei  tipi  francesi  mortel  e  sauter.  Gli 
i  che  la  base  'salutare'  ha  11  t  mediano  fra  vocali,  laddove  le 
basi  'mortale-'  e  'saltare'  hanno  il  t  mediano  fra  consonante  e 
vocale.  É  questo  un  esempio  elementare  dell'importanza,  che  ha, 
nella  storia  del  aingoio  suono,  la  qualità  dei  suoni  attigui;  e 
un  altro,  concernente  la  storia  dell'e,  ne  avemmo  già  nel  proemio 
(p.  zziii-iv).  Ora,  atfche  molta  parte  di  simiti  circostanze  dei  suoni, 
può  assai  facilmente  essere  tradotta  in  comodissime  formolo.  Cosi  : 
't-  è  uo  t  mediano  fra  vocali;  'P  &  un  (  mediano  fra  con- 
sonante e  vocale;  't  ò  un  f  finale  preceduto  da  conso- 

Ma  l'influenza  d'un  suono  sull'altro,  si  esercita  anche  a  distanza. 
In  un  plurale  com'è  ffloritisi,  allato  al  singolare  glorióio  (vedi  per 
es.  pag^.  425-7),  non  abbiamo  alcuna  irregolarità  od  alcun  artiflclo; 
ma  abbiamo  1'^  latJno  cbe  nella  determinata  fase  dialettale  sì  riduce 


*  Funzione  a&tto  dìverBa  ha  la  lineetta  cbe  ai  aggiunge  ai  temi  nominali 
[ijono-,  menu-,  ecc.).  Segna  le  basì  latine,  classicha  o  volgari,  a  cui  rlTen- 
gono  le  voci  romanis  addotte  allo  studio. 


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L  ADDITAMENTI  ELEMENTARI, 

regolarmente  ad  u,  per  effetto  dell'i  che  è  all'uscita,  laddove  resta  ó 
nel  singolare,  perchè  la  vocal  finale  è  diversa  dall'i.  E  la  regola  si 
può  enunciare  a  qnesto  modo: 

u  =  ò...-i, 

che  significa:  qui  si  ottiene  u  dall'o  lungo  in  accento,  dato  l'i  finale. 

Si  pnò  così  avere  un'alterazione  come  transitoria  del  euono 
intemo  di  un  dato  tema  nominale  o  verbale.  E  un  altro  caso  di  alte- 
razione transitoria  può  aversi  per  l'effetto  che  il  suono  iniziala  di 
una  parola  eserciti  sul  finale  di  quella  che  precede,  oppure  per  quello 
che  il  finale  della  precedente  eserciti  sull'  iniziale  di  quella  cbe  sus- 
segua. Il  secondo  caso,  frequentissimo,  come  ognun  sa,  negli  idiomi 
celtici,  e  non  estraneo  pure  all'Italia  Superiore,  si  avverte,  ta  modo 
assai  notevole,  nei  dialetti  sardi;  per  es. :  tot  hóis  i  buoi,  tinu  óe  un 
bove.  Le  affezioni  cbe  i  suoni  subiscono  per  entro  alla  singola  parola, 
si  possono  cosi,  in  qualche  parte,  comunicare  al  complesso  fonetico, 
ohe  due  diverse  parole  vengono  a  formare  per  la  loro  contiguità  nel 
discorso.  Di  un  terzo,  e  ben  pih  frequente  caso  di  alterazione  transi- 
toria, che  si  collega  in  vario  modo  col  primo,  sarA  fra  poco  ritoccato. 

'Intanto  fermiamoci  a.  notare,  che  se  nel  frane,  savter,  addotto  di 
sopra,  il  t  rimane  intatto  perchè  è  preceduto,  nella  sua  base,  da 
altra  consonante  (saltare),  questa  conservazione  è  nn  effetto  che  so- 
pravvive alla  sua  causa,  poiché  saiUtr  oggi  ha  (veramente  un  (  fra 
vocali.  E  se  U  napoletano  ha  aàrd&te  al  plurale  e  órdene  al  singo- 
lare (pag.  425-6  in  n.),  egli  serba  nella  priifla  forma,  per  fenomeoo 
congenere  di  quello  che  prima  avemmo  in  gloriùsi  allato  a  glorióm, 
l'effetto  dell't  finale,  che  nella  fase  odierna  di  quel  dialetto  pib  non 
si  distingue  dall'e  del  singolare;  e  quindi  ha  un  va  Aa.ti,  o  vogliam 
dire  una  specie  dì  alterazione,  che  è  anch'essa  l'efibtto  di  una  causa 
ormai  smarrita.  Ancora  citiamo  il  frane,  étre,  che  ha  un  t  aggiun- 
tizio,  voluto,  qual  termine  conciliatore,  dalla  combinazione  etimolo' 
gìca  s'a  {es're;  estre  dell'ani,  frane),  cosi  come  il  d  è  voluto  dalla 
combinazione  n*r  (gen're  gendre).  Ma  l' antico  estre  ha  poi  dovute 
lasciar  tacere  il  suo  s  (cfr.  pdtre  pastre,  pàstor;  ecc.);  e  l'intrasìone 
del  t  resta  ancora  l'effetto  di  una  causa  obliterata. 


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ADDITAMEKTI   ElEHENTABl.  LI 

Èlre  o  etlre  hanno  danqae  la  loro  ragione  in  es're,  cioà  in  ana 
figura  fonetica,  che  rappresenta  nna  fase  anteriore  al  fran- 
cese dei  piti  antichi  saggi  letterarj;  non  però  ancora  la  fase'ro-* 
m&DB,  ma  come  la  fase  fondamentale  della  lingua  francese. 
Questo  «l're,  che  non  ricorra  in  alcun  monumento,  o  a  mala  pena  si 
pad  emire  da  qualche  forma  composta,  si  ricostruisce  per  rifare 
con  evidenza  la  storia  del  vocabolo;  e  le  forme  ricostrutte  si  sogliono 
distìiignere  per  nn  asterisco  i*es're).  La  base  latina  kordeo-,  per  dare 
na  altro  facile  esempio,  non  dà  immediatamente  il  nostro  orìo;  ma 
è  prima  avvenuto,  come  suol  di  continuo  avvenire,  che  Ve,  fuori 
dì  accento  e  nell'iato,  si  riducesse  ad  t,  e  poi  quest't  si  facesse j: 
bordeo-  'hórdio  'hordjo  orio.  Le  figure  intermedie,  o  ricostrutte, 
noa  avrebbero  del  resto,  come  ognun  vede,  alcnn  valore  scientifico,  se 
non  riposassero  sopra  serie  di  analogie,  per  ogni  pib  minuta  parte 
convenienti  e  sicure  *. 

Ma  'euere  non  si  sarebbe  contratto  ad  *esre,  ae  l'è  mediana  fosse 
sUta  accontata;  come  l'e  di  hnrdeo  ha  dovuto  esaere  fuori  di  ac- 
cento [f.  d'acc),  od  essere  atona  come  noi  diciamo,  per  ridurai 
all'i  di  "hordioj  né,  d'altra  parte,  alcun  dialetto  avrebbe  avuto  ge- 
nmiti,  per  influsso  dell' -i,  se  non  fosse  stato  il  caso  di  un  u  accen- 
tato o  tdnico.  Ecco  effetti  dell' assenia  o  della  presenea  dell'ac- 
cento, ecco  un  minuto  saggio  dell'infinita  importansa  dell'accento 
nell'istoria  naturale  della  parola.  Tatti  ormai  sanno  del  resto,  almeno 
iodigroaso,  come  U  vocale  accentata  ci  offra,  nelle  evoluzioni  della 
parola  romana  (alle  quali  il  nostro  discorso  ora  pih  particolarmente 
!i  applica),  una  atorta  intieramente  distinta  da  qnella  della  vocale 
elle  è  fuori  d' accento  **  ',  e  in  questo  stesso  proemio  gi&  sen  ebbe  qual- 
che prova  (pag.  v),  né  si  tarda  a  riparlarne.  Qui  intanto  notiamo, 
che,  non  di  rado,  e  particole  e  pronomi  ci  mostran  soggetta  la  loro 


•  Cosi  *Mrdio  sta  a  hordeo-,  come  olio  a  oleo-j  e  'hordjo-  a  hàr- 
àv),  come  fóljo  (=  foglio)  a  folio-.  Finalmente,  oi'io  a  *hi>rdjo,  come  nKÌio 

**  L»  quantità  della  divergeota  tra  formola  tonica  e  fbrmola  itoaa,  si  può 
farà  grandissima.  Cosi ,  in  una  etesea  fase  dialettale,  lev-  in  accento  dà  Uit>-, 
fuori  d'accento  d&  alo  (p.  2S1  n  );  e,  ancora  in  una  stessa  fase,  reric-  ,  col- 
''accento  sulla  seconda,  dà  arcuiti-,  e  tutto  fuori  d'accento:  arfs-  (p,  223  D.)- 


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Ltl  ADDITAHENTI  ELEHENTAKI. 

voca]e  alle  a&zioni  dell'  atonia,  per  la  ragione  clie  vengono  a  dipen- 
dere dall'accento  della  parola  successiva,  ossia  riescono  in  proclisi 
•{v.  pi.  105  eco.);  e  avvertiamo  ancora,  come  vada  considerata,  per  la 
sorte  delle  vocali  àtone  nella  singola  parola,  la  particolar  postura 
che  esse  tengano  rispetto  alla  tonica;  se,  vale  a  dire,  la  precedano 
oppur  la  seguano,  nel  primo  dei  quali  casi  la  diciamo  protóuiche, 
nel  secondo:  postòniche;  nò  vada  inoltre  trascurata  la  misura  della 
distanza  che  le  separa  dall'accento,  sia  nel  precederlo,  sia  nel  se- 
guirlo. Ma  noi  avremo  frequenti  occasioni  di  vedere,  che  pur  la  sorte 
delle  consonanti  possa  dipendere  dall'  accento  che  signoreggia  la  pa- 
rola; e  così  troveremo,  a  cagion  d'esempio,  ohe,  in  una  certa  fase 
dialettale  (p.  513),  dato  le  combinazioni  latine  CL  fl  ecc.  in  meno 
alla  parola  e  preoedute  da  vocale,  esse  perdano  la  loro  esplosiva  se 
sono  postòniche,  e  la  conservino  se  protòuiche.  La  qual  regola 
si  tradurrebbe  nella  formola  seguente  : 

l  "  ^'cL-  ^'pL-  ecc. 
ci  ecc.  =  'cL-'  ecc.  *, 
Circa  la  vocale  accentata,  va  naturalmente  considerato,  se  nell'ar- 
chetipo ella  sia  lunga  o  breve,  in  posizione  o  fuor  di  posi- 
zione. Abbiamo  così  veduto  di  sopra,  che  l'it.  suòno  (spagn.  suéno] 
abbia  Vito  perchè  ai  tratta  di  un  o  breve  accentato  latino  (ó),  lad- 
dove colóre  ha  un  o  scempio  e  chiuso  (p),  perchè  si  tratta  dì  un  o 
lungo  accentato  latino  (é).  Ma  nella  posizione,  l'italiano  non  può 
mai  avere  il  dittongo  per  Vó  latino,  laddove  Io  spagnuolo,  per  dire 
di  lui  solo,  il  può  {fuérte  ecc.).  Nella  posizione,  del  resto,  può 
ancora  scernersi  la  vocale  che  per  propria  sua  natura  fosse 
lunga  (v.  p.  34-6,  ecc.),  o  sin  da' tempi  romani  assumesse  un  suono 
chiuso  (locchè  torna  qualitativamente  al  medesimo);  e  non  è  punto 
un  capriccio  del  linguaggio  se  noi  diciamo,  con  apparente  incoerenza, 
giusto  (justo-)  e  forca  (furca),  oppure  spendere  e  vendere.  E  parec- 
chie distinzioni  vanno  ormai  o  andranno  fatte  circa  la  diversa  qaa- 
litft  della  posizione  che  v'ebbe  o  dura  nelle  varie  fasi  evolutive 


*  È  comodo  il  rendere  in  mBjuscole,  o  niajuscolette,  le  cornili □axioni  o  gli 
elementi  dalla  lìngua  fondamentale,  da  cai  si  ripete  la  ragione  del  feaomeuo 


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ADDITAHENTI  ELEHENTIBI.  LUI 

deUa  Doatra  parola.  La  vocale  tornea  che  è  kliaamante  oella  poai- 
tio  dfibìlls,  e  in  ispecìe  nella  posizione  per  ^-t-r  {cio£;  consonante 
esplosiva  cui  aussegoe  r),  si  ridette  assai  facilmente,  negli  idiomi- 
romanii,  per  modo  non  diverso  da  quella  della  tonica  fuor  di  posi- 
zione. Kagioni  particolari  avviene  poi  di  acernere  fra  le  diverse  posi- 
zioni che  surgono  a  mano  a  mano  nelle  nostre  basi  (p.  e.  :  odo  oculo; 
palja  palea;  spat'la  spatnla),  e  fra  le  diverse  posizioni  spente  o 
non  pib  sentite  (p.  e.  pò  j)udxpost,  ud^'-^'oclji;  cfr.  p.  453-4 ecc.). 
Qaaaì  superfluo,  del  resto,  avvertire,  che  procedendo  nell'indagine 
con  le  norme  gìA  assodate,  questa  si  miglioran  di  continuo,  a  di  con- 
tinuo ci  portano  alla  scoverta  di  nuove  norme,  diversamente  attive  e 
nello  spazio  e  nel  tempo.  E  la  sete  della  ragion  delle  cose  si  fa  tanto 
pib  intensa,  quanto  è  maggiore  e  piti  mirabile  laquantità  delle  ragioni 
scoverte.  L'anomalia,  o  l'eccezione,  son  fantasmi  del  raziocinio',  e 
veramente  ai  riducono  a  problemi  storici,  che  la  scienza  odierna  vieit 
rapidamente  risolvendo,  per  poi  affrontare  nuftve  serie  di  piti  ardui 
problenai,  che  scaturiscono  dalle  sue  risoluzioni  slesse.  Nessun  feno- 
meno, pertanto,  si  sottrae  all'avidità  infinita  dell'osservatore;  e  an- 
che i  fatti  negativi  si  traducono,  per  la  sua  tenacità,  in  affermazioni 
continue.  Non  si  d  ancora  potuto  trovare  alcun  idioma  romanzo  che 
distingua,  ne' suoi  riflessi,  tra  Va  breve  e  Va  lungo  delle  basi  latine;  . 
ma  se  pur  si  abbia  a  trovarlo,  d  ormai  provalo,  che,  in  questa  vocale, 
la  differenza  tra  lunga  e  breve  era  mea  perspicua,  sul  labbro  del 
popolo  romano,  che  non  nelle  altre  quattro.  Il  francese  si  separa  da 
una  lunga  serie  di  parlari  alpini  e  cisalpini,  che  hanno  con  lui  una 
attenenza  strettissima,  per  ciò  ch'egli  mandi  sossopra  i  riflessi  dell'd 
lungo  e  del  breve,  che  pur  da  quegli  affinisaimi  idiomi  sempre  si  man- 
tengono distinti.  Questo  pure  si  può  considerare  come  un  fatto  nega- 
tivo; ma  entra  in  quella  serie  di  fenomeni,  pei  quali  si  afferma,  che 
la  quantità  della  reazione  esercitata  dagli  strati  aborigeni  sulla  so- 
vrapposizione romana,  sia  stata  piti  gagliarda,  pib  sconvolgente, 
nella  region  francese,  che  nos  fosse  in  altre  regioni,  dove  pur  non 
era  diversa  la  qualità  dell'elemento  ante-romano  che  reagiva.  Il  fatto 
negativo,  di  cui  parliamo,  si  risolve,  del  resto,  veduto  pili  d'appresso, 
in  un  fenomeno  di  alterazione  terziaria.  Si   tratta  veramente, 


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LIV  ADDITAHENTI  ELESIENl'ABl. 

che  l'o  lango  mostri  gli  atessi  B7iluppi  dal  brave,  e  oosìin  ispecie 
si-continui  par  eu,  ohe  è  il  legittimo  dittongo  di  qaesto.  L'antico  b 
ha  iDaprima  colA  perduto  il  suo  carattere  specifico,  e  cadde  poi  a  con-  j 
foudersì  nell'analogia  dell' i}.  Di  alterazioni  terziarie   così  ne  | 
incontreremo  in  varj  idiomi  romansi,  e  servon  sempre  di  misura-  i 
toro  etnologico,  perchè  tanto  pita  abondaao,  quanto  à  minore  la   j 
qnantitA  del  succhio  latino.  Itla  di  solito  soa  più   regolari,  che  non 
la  francese  di  cui  si  discorreva,  poichd  gpp^ono  come  alterazioni 
normali  d' una  normale  alterazione  piti  antica.  Un  u  latino,  p.  e. ,  di 
normalmente  6  in  molti  idiomi  romanzi;  il  quale  o  secondario  * 
darebbe  poi,  nei  casi  a  cui  alludiamo,  per  questa  ohe  dicesi  altera- 
zione terziaria,  lo  stesso  sviluppo,  cioè  lo  stesso  dittongo  {ud  p. e.), 
che  dft  il  primario. 

Chi  ha  poi  bisogno  che  ancora  si  ripeta,  come  l'indagioe  rigorosa 
non  ai  fermi  alle  apparenEe,  e  trovi  di  continuo  che  sotto  la  ugualità 
superflciale  si  celino  Seglì  screzj  o  pur  diversità  assolute,  laddove 
pnò  aversi  medesimezza  intrinseca  sotto  aspetti  stranamente  vaij  t  Di 
coincidenze  fortuite,  e  di  piti  o  men  gravi  divergenze  tra 
i  riflessi  dell'identica  base,  deve  il  glottologo  parlare  ad  ogni 
tratto.  GmÌ,  se  vogliamo  chiudere  con  qualche  esempio  che  ricorre 
nelle  pagine  qui  offerte  agli  studiosi ,  noi  troveremo  (p.  180}  che  voci, 
per  'voce',  di  una  data  fase  dialettale,  sia  una  molto  grave  altera- 
zione della  parola  latina  che  vi  pare  esattamente  riprodotta.  Il  fran- 
cese peitidre,  e  il  pènder  delle  varietà  alto-bellunesi  (num.  189) ,  aoae 
bene  entrambi  il  riflesso  normale  e  legittimo  di  'pingere*;  ma  la  fase 
immediatamente  anteriore  è  pénfre  péin're  pel  francese  (cfr.  p.  92  n.)  ' 
e  pénier  alle  Alpi  venete.  Se  inoltre  alt'  'amanza'  il  francese  dice  | 
mattreate  e  ilfriulano  madresse,  non  percift  può  riconoscersi  alcuna 
affinità  radicale  fra  questi  due  vocaboli,  poichà  il  primo  riviene  a 
*tnagislriita,  ed  il  secondo  ad  'amatrijia.  All'iacontro  è  dimostrato, 
con  sicurezza  matematica,  che  tlalg  e  chiodi  o  chtùvi,  sien  l'identica 
parola  (p.  357). 

*  Com'è  EeeoudarÌD  un  o  che  "fien  da  u,  così,  se  Togliamo  un  esempio 
dall'ordina  delle  conaonaoti,  è  secondario  nn  d  che  vìane  da  t. 


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Dioici Pag.      m 

Proxhio >  V 

Tkabcbizioni »  xLn 

Altbi  addit&uenti  xuaaxntst >  xlviu 

Saggi  i^dihi,  di  0.  (.  Ascoli >  l-^ST 

Cenno  preliminare.    .' *  i 

Capo  L  §  1.  QrìgionL  —  Esordio »  4 

A.  SopraaeWa ■  Q 

B.  SottoseWa ■  II3 

C.  Bogadina >  IQL 

1.  AJU-Engadina >  1S4 

li.  Bassa- Ragadi □»  e  Val  Monastero .    .    >  236 

D.  Appendice >  34t 

§  Z.  Ladino  e  Lombardo.  —  Esordio >  2id 

A.  Territoij  nei  quali  conflaiacono  la  favella  la- 

dina e  la  lombarda: 

1.  Valle  Aniaica,  Intra  ecc >  S52 

S.  Cantoo  Ticino:  Val  Maggia,  Val  Va» 
zaica,  Valla  LeTèntioa,  Valle  di  Ble- 

nio,  Lugano »  SS7 

3.  Valle  Mesolcioa >  269 

4.  Valle  Bregaglia >  272 

5.  Val  PoBchiavo >  280 

6.  Valle  di  LiTigDO »  285 

B.  Di  qualche  varietà  intermedia  e  dai  carat- 

teri di  apeciala  afSnità  fra  il  grappo 
ladino  e  il  lombardo; 

I.  Valli  di  Bormio »  286 

II,  1^.  Connaasioiii  partioolari  fra  ladino  a 

lombardo     .    , >  393 

II,  7.  Dialetti  delle  antiche  letteratura  dal- 
l'Alta Italia  (cfr.  §5,  C,  1)   ...»  306 

IH,  1.  Gindicàrie >  312 

m,  2.  Comnnanze  anticha  a  comunanze  mo- 
derne  »  315 


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SOMMARIO. 
§  3.  Sezione  centrate  della  zona  ladina    ....     Pag 

A.  Varietà  ladine  tridentìno-occidentali  : 

Ewrdio ....    1 * 

I.  Val  di  Sole » 

li.  Val  di  Rumo » 

IH.  Val  di  Non .    .    > 

B.  Grappo  trideulioo-orientale  ed alto-beUnneee; 

Esordio  e  caratterìaticbe > 

I.  Val  Cembra > 

11.  Va]  di  Fiamme    '. > 

III.  Val  di  Fa«a 

IV.  Bacino  della  Oadera > 

V.  Valle  della  Gai-dena » 

VI.  Livinallungo * 

VII.  Rocca  d'Agordo  ..,....> 

Vili,  Ampezzo * 

IX.  Oltrechiusa > 

X.  Comelico > 

o  il  ladino  cen- 


§  4.  Ladino  e  Veneto.  —  Esordio i 

A.Territorj  nei  quali  confluiscono  la  fkfellB  la- 
dina a  la  Tonata; 

1.  Val  Fioreutiua > 

S.  Agordiuo  centrale  e  meridionale.    .    i 

3.  Val  di  Zoldo > 

4.  Cadore  centrale i 

B.  La  taira  fanna  Tonata,  considerata  in  iepecie 

ne'  suoi  rapporti  colla  sezione  centrale 
della  zona  ladina  : 
I.  Dal  Sar^  al  Gismon i 

5.  Feltro  e^  Belluno ■ 

3.  Fra  l'alto  Bacchiglions  e  l'alta  Livenza  i 

4.  Padova  è  Verona,  antiche  e  moderne    i 

6.  Appendice  :  Istria  teueta  e  Qnamero    i 

C.  Antichi BaggidialettalideirestuarioTeoeziano: 

1.  Venezia  antica,  e  ancora  delle  antiche 
letterature  dialettali  dell'Italia  Su- 
pariora 

5.  Lido  Maggiore  (1313-13)    .    .    . 
S  5.  Terrìtotj  friulani.  --  Esordio 

Friuli,  Trieste  (18S8),  Mnggìa  .    . 

Nota  finale 

Indici,  giunte  e  correzioni 


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SAGGI  LADINI. 


CENNO    PRELIMINARE. 

Comprendo  sotto  la  denomionr-ioDe  generica  di  favella  ladina,  o 
dialetti  ladini,  quella  serie  d'idiomi  romanzi,  stretti  fra  di  loro  per 
vincoli  di  affinità  peculiare,  la  quale,  seguendo  la  curva  delle  Alpi, 
va  dalle  sorgenti  del  Reno^anteriore  in  sino  al  mare  Adriatico;  e 
chiamo  sana  ladina  il  territorio  da  questi  idiomi  occupato  '.  La  serie 
si  pu6  dividere  opportunamente  ia  tre  sezioni,  e  sono:  1.*  la  sezione 
occidentale,  che  si  compone  di  tutti  i  dialetti  romanzi  de'Grigioni, 
dagl'italiani  in  fuori;  2.*  la  centrale,  che  abbraccia  le  varietà  ladine 
trìdeniino-occidentali  e  il  gruppo  ladino  tridentino-orieniale  ed  alto- 
bellunete;  «  3.'  la  orientale  o  friulana;  intorno  a  ciascuna  delle  quali 
si  avranno  ulteriori  notizie  in  fronte  alle  rispettive  sezioni  degli  spogli 
fonetici.  La  continuità  della  zona  ladina  pib  non  sussiste,  avendola 
rotta,  io  pib  d'un  punto,  il  soverchiare  della  favella  tedesca  da  set- 
tentrione e  d' altri  dialetti  romanzi  da  mezzodì  ;  ma  le  interruzioni 
sou  tuttavia  molto  pib  scarse  che  non  si  soglia  crederò  dagli  studiosi. 
Anche  all'estremo  lembo  orientale  dovremo  per  avventura  ricono- 
scere qualche  frapponimento  veneto  e  pure  slavo  (1,  §  5);  e  di  certo 
il  terreno  è  da  secoli  disputato,  al  dt  qua  delle  Alpi  Gamiche  e  delle 
Giulie,  tra  la  favella  degli  Slavi  e  quella  dei  Ladini.  Ma  la  zona 
ladina  non  ha  solo  perduto  la  piena  sua  continuità.  Il  difetto  di  gran- 
dezza politica  e  di  splendide  lettere,  il  quale,  dall' un  canto,  rende 
pib  importante,  nell'ordine  etnologico  e  storico,  la  consonanza  dei 
dialetti  che  ci  accingiamo  a  studiare,  siccome  quella  che  non  si  pud 
ascrivere,  in  quasi  veruna  parte,  ad  influssi  civili  che  sien  posteriori 

■  Cfr.  ir,  §  2,  ia  f. 

Archivio  glottol.  iul-,  I.  1 


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3  Ascoli,  Saggi  latitai. 

alla  conquista  romana,  lasciava,  dall'altro,  facilmente  aperto  il  ter- 
ritorio ladino  alle  inrasioni  delle  attigua  favelle,  che  spettavano  a 
genti  per  civiltÀ  o  per  numero  piti  poderose.  I  confini  di  questo  per- 
ciò ei  vanno,  da  secoli,  sempre  piU  restringendo;  e  alle  gravi  perdita 
che  la  favella  ladina  subisce  per  la  prevalenza  degli  altri  dialetti 
romanzi  o  dei  germanici  che  la  ricingono,  non  si  può  contrapporre 
se  non  r  esiguo  risarcimento  di  ciò  cb'essa  rapidamente  guadagna 
o  riguadagna,  nelle  ultime  generazioni,  ad  oriente,  sopra  la  favella 
degli  Slavi.  Qual  fosse  la  primiera  o  maggiore  estensione  della  Eona 
ladina,  è  da  noi  indagato  a  suo  luogo  (TI,  a);  Ì  bqoì  limiti  odierni, 
e  le  sue  attuali  Bnddivìsioni,  appariscono  intanto  a  colpo  d'occhio 
dalla  Carta  che  qui  sì  annette. 

La  unità  romana  si  rifrange  in  mirabile  guisa  anche  per  entro  a 
un  eingoio  dialetto  ladino;  e  le  divergenze  tra  le  singole  varietà  la- 
dine non  sono  di  poco  momento  pur  nelle  fasi  piti  genuine  che  a  noi 
sta  dato  esaminarne.  Ma  alle  differenze  ingenite,  e  ai  naturali  sviluppi 
di  esse,  ormai  si  aggiunge,  a  rendere  tra  di  loro  vie  piti  disformi 
le  condizioni  dei  varj  dialetti  ladini,  la  diversa  quantità  o  qualità 
dì  alterazione  che  per  l'influsso  di  estranee  favelle  essi  hanno  pa- 
tito, nella  sintassi,  nel  lessico,  nella  tempra  fonetica.  Le  varietà 
pifa  spiccate,  nelle  quali  il  patrimonio  ladino  piti  integralmente  sì 
conserva,  sono  nei  Origioni;  ma,  a  tacer  della  larga  immisaione  di 
vocaboli  germanici,  noi  vediamo,  appunto  colà,  snaturarsi,  in  rag- 
gnardevol  parte,  la  costruzione,  la  frase;  si  che  si  adoperi  materia 
romana  con  ispirito  tedesco.  E  tuttavolta,  colà  ancora,  circola  in 
qualche  varietà  meridionale  tal  vita  latina,  che  meravìglia  e  inna- 
mora. In  altri  gruppi  avremo  delle  varietà  che  si  possono  dire  nel* 
l'ultimo  stadio  di  quella  metamorfosi  per  cui  da  favella  ladina  pas- 
sano in  altra  favella  romanza;  cosi  che  non  è  facile  un  criterio  che 
separi  questi  esemplari  evanescenti  da  quei  dialetti,  o  lombardi,  o 
veneti,  in  coi  restano  vestigia,  pih  o  meno  sporadiche,  di  favella 
ladina;  e  la  presenza  di  queste  vestigia  non  ò  poi  sempre  facile  di- 
scemere  da  quella  comunanza  od  afiSnità  di  fenomeni  che  derivi  da 
attiguità  geneUca,  anziché  da  riversamenti  di  età  posteriori  (I,  §§  2, 4), 

Illustrare  la  genesi,  descrivere  l'istoria,  le  alterazioni,  le  esterne 
attinenze  dei  parlari  ladini,  sarebbe  compito  per  gran  parte  nuovo, 
e  nobile  ed  arduo;  ned  io  presumo,  coi  saggi  che  ora  offro,  di  ba- 
starci pur  mezzanamente,  anche  per  quei  capi  intorno  ai  quali  versa- 


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Conno  prelimmArei  3 

roQo  meno  scarse  le  mie  indagini.  Nondimeno,  il  problema  fu  da  ma 
tentato  in  ogni  sua  parte;  e  l'abondanza  e  la  sicurezza  dei  fonti, 
a  l'esser  prossime  almne  tra  le  mie  fonti  vive  a  inaridire  per  sem- 
pre, si  aggiunsero  ad  affidarmi  che  anche  ai  piti  dotti  potesse  parere 
non  affatto  Tane  il  mio  lavoro.  Il  quale  proviene  veramente  dalle 
Esercitasioni  romame,  cbe  io  diressi,  nella  scuola  a  cui  appartengo, 
durante  l'anno  aoademico  1868-69,  Varia  ad  ogni  anno  il  soggetto 
delle  Esercitazioni,  pur  sempre  rimanendosi  nel  campo  romanzo; 
B  più  volte  si  senti  il  desiderio  di  avere  un  modulo,  ad  nso  della 
scuola,  che  agevolasse  1  nuovi  lavori  e  all'insegnante  ed  agli  alunni. 
I  Saggi  ladini  dovevano  essere  questo  breve  modulo;  ma  essi  a  poco 
a  poco  si  sono  allargati,  e  gli  studj  romanzi,  ed  altri  congeneri, 
vennero  intanto  prendendo  nella  nostra  Acadamia  uno  sviloppo  ohe 
ognora  cresce.  Quindi  l'idea  di  questo  Archivio,  che  si  potesse  fare 
organo  comune  di  piti  scuole,  palestra  pei  giovani,  e  facile  occasione 
ai  provetti  di  continuare  ad  essi  i  loro  ammaestramenti  ed  esempj. 
I  Saggi  ladini  si  dividono  in  sette  capi:  1.  Spogli  fonetici.  2.  Rias- 
sunti fonetici.  3.  Spogli  morfologici.  4.  Riassunti  morfologici  e  Saggi 
sintattici.  5.  Appunti  lessicali.  6.  Appunti  storici, 'crìtici,  bibliogra- 
fici.   7.  Saggi  letterarj. 


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Aacoli,  Saggi  ladini,  I. 


SPOaLI    FONETICI. 

§  1.  Griglonl. 
Solo  uua  metìi,  e  Ecarsa  per  avventura,  della  popolazione  de'GrigioDi 
rimane  ancora  di  schietta  favella  ladina.  L'Almanacco  elvetico  pel  180S 
suddivideva  i  73,200  abitanti  del  cantone,  nel  modo  che  segue:  di  favella 
tadcBca  26,500;  di  favella  italiana  10,000;  dì  favella  ladina  36,700  (Stal- 
der).  Secondo  il  Lessico  geografi  co-statisti  co  di  Ritter  (quarta  ediiione), 
la  popolazione  complessiva  era  nel  1838  di  84,506  abitanti,  e  nel  1850 
di  89,840;  e  sarebbero,  di  lingua,  per  metà  ladini,  un  terzo  tedeschi  e 
un  sesto  italiani;  di  religione,  per  cinque  ottavi  protestanti  e  tre  ottavi 
cattolici.  Similmente,  gli  attuali  territori  ladini  occupano  a  un  di  presso 
la  melb  dflUa  superficie  dal  cantone,  e  sono  tre,  che  si  succedono,  senza 
che  la  continuità  sia  affatto  interrotta  da  altre  favelle,  nella  direzione 
generale  di  ponente-levante;  tutti  e  tre  (se  si  eccettui  quell'appendici; 
austro- orientai  e  che  è  la  valle  di  Uuuster)  sul  versante  Eeltentriunale  delle 
Alpi,  e  distinti  anche  per  cid  da  tutto  il  resto  dell'attuale  zona  ladina, 
che  ne  è  al  versante  meridionale.  Queste  tre  contrade  ladine  de'Qrigioni, 
intorno  alle  quali  seguono  a'rispettivi  luoghi  informazioni  più  particolari, 
u  denomineranno,  con  ispecìale  riguardo  alla  dialettologia;  Sopraseloa, 
Sottoselva,  Engaditta.  La  prima,  che  parte  dall'estremità  occidentale  del 
cantone,  e  la  terza  che  ne  raggiunge  l'estremità  orientale,  sono  due  gran 
valli  parallelle;  e  quella  ei  pud  brevemente  determinare  per  la  Tatte  del 
Seno-anteriore,  questa  (sempre  eccettuata  l'appendice  già  detta,  che  à 
nella  regione  dall'Adige),  per  la  Valle  dell'Inn,  dalle  sorgenti  in  sino  alla 
gola  di  Finstermunz.  La  contrada  centrale,  o  trasversale,  si  dirà  quel 
sistema  di  valli  in  cui  VAlbuldt  gonfia  del  Ratio-d'-Obm'haì/isteiiit  s'in- 
contra col  braccio  settentrionale  de!  Reno-posCeriorB.  E  siccome  tutte 
le  valli  de'Grigioni  per  le  quali  scorrono  acque  del  Reno,  o  sue  tribu- 
tarie, soglionsi  comprendere  sotto  il  nome  di  Obi:ì-land,  cosi  Sopraselva 
e  Sottoselva  sono  amendue  oberlandesì,  e  quindi  diciamo  oberlandcse  un 
fenomeno  glottologico  ad  esse  due  contrade  comune,  dove  all'incontro 
diciamo  grigiore  quello  che  sìa  comune  a  tutte  e  tre.  Del  nome  Enga- 
dina  à  discorso  al  C.  VI.  I  nomi  di  Sopra-  e  Sotto-seloa  accennano  ad 
un  bosco  il  quale  separa  tuttora  i  due  rispettivi  territorj  glottologici.  La 
l'iva  sinistra  del  Reno  si  alza  considerevolmente  da  Tamìns  (m.  634)  per 
Trius(m.9;^)  a  Flims  (m.  I  IOS),per  poi  rabbassarsi,  pres^ochiì  d'altrettanto, 


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g  1.  Grigioni:  Esordio.  5 

d&  Ftims  per  Lai  (m.  1023)  a  Ilatiz  (m.  718),  e  la  parte  superiore  di  questo 
rialzo,  da  Ftiina  in  hìho  al  fiume,  &  coperta  da  un  bosco  tuttora  molto 
esteso,  che  si  dice  la  seha  di  Flirm  '  ed  è  il  confine  di  cui  parliamo.  Que- 
sta notìzia,  cbe  pur  la  stupenda  carta  del  Dufour  non  bastava  a  darmi,  mi 
Tiene  dallo  ScbiSLLIBattm,  professore  e  bibliotecario  nelU  acoola  cantonale 
di  Coirà,  al  quale  mi  à  dolce  tributare  pubbliche  grazie  per  la  generosa 
costanza  con  cui  mi  ha  sempre  ajutato  e  di  libri  e  di  dotte  indicazioni,  e 
ancora  H*é  prestato  a  farmi  Bjutare  da  altrui  in  quella  lua  ospitsiissiraa  a 
iuTidiabile  contrada.  Jaeieme  con  lui  ringrazio  il  professore  Bùhlxb,  della 
stessa  Bcnola,  cni  devo  tutti  quei  saggi  grigioni  che  contraddistinguo  per 
BuHL.  Allato  alla  quale  abbreviatura  ora  ne  dichiarerò  delle  altre,  che 
pure  si  riferiscono  a  sussidj  pih  o  man  generali  per  Io  studio  del  ladino 
de'Origioni:  ns.  (Funàamenti principali  della  lingua  retica.o  griggiona, 
con  le  regole  del  declinare  i  nomi,  e  congiugare  t  verbi,  all'uso  di  due 
delle  principalitalli  della  Ratia,c{oèdi  Sopraseha  e  di  Sorset  [v.gl.B]... 
coli' ag giunta  d'un  vocabolario  ilaliano,  e  reto  di  due  lingue  romaneie. 
Fatica  del  P.  Flaminio  Da  Sale  viceprefetto  di:Ue  missioni  apostoliche 
della  lìeiia-parocode  Disitis.'D\9eatìB,\72Q)\-  Stalo,  dial.  (Die /andes- 
iprachen  der  Schv>eii  oder  arhiceiierischn  dialektologie  mit  hrilischen 
iprachbemerhungen  beleuchteL  Ndbsl  der  gleichnissrede  von  dem  verto- 
renen  sohne  in  alien  schìpeitermundarten.  Von  Frani  Joseph  Stalder. 
Aarau,  1819);-  Car. (Taschen-wórterìntch  der  rhaeCoromanischen  sprache 
in  Graubùnden,  besonders  der  olierldnder  und  engadiner  dialekt^  [qni 
s'intende  per  Oberland,  secondo  la  piit  stretta  accezione  di  questo  nome, 
la  sola  regione  soprasi  Ivana],  nach  dem  obirldnd^r  iitsammengestellt 
und  etymologisch  geordmt  oon  Otto  CAHiscn,  prof,  att  d.  cvangel.  Aan- 
lonsehvle;  Coirà,  1S48);-  Car.  nachtr.  (Appendice  at  detto  libro,  la  quale 
è  comparsa  con  una  intitolazione  esterna  che  puà  far  credere  a  una  seconda 
edizione  del  vocabolario,  non  mai  avutasi;  Taschen^warterbuch  der  rhii- 
toromanischen  spr/iche  in  Graubùnden ,  vermehrl  durch  einen  starken 
nachlrag  von  Otto  Cahiech;  Coirà,  ISóS);  -  Car.  gr.  (Grammatische  for- 
menlehre  der  deutschen  und  rh'itoromanisrhen  sprache  fiir  die  ramani- 
scken  schulen  Graubùndens,  nebst  einer  beilage  ùber  die  rhdioromanisch^ 
grammatih  im  besondcrn  und  einige  proben  aus  der  dlles'en  rhdlorom. 


'  Nel  giuramento  federale  del  1424  comparirebbero  anche  TAramanno  e 
i  Liberi  di  sopra  la  selva  di  Flims.  La  setlirna  comunità  della  confederatio 
p'ae  ii'perius  foedus  nuncupatur  è  nell'elenco  di  Egidio  Tscbudi  (1538) 
quella  dei  Liberi  supra  sijluam,  nempe  qui  sunt  in  Laax,  Siniss,  et  per 
cireuitum  istoruui  loeorum-j  e  l'ottava  é  la  comunità  di  F(ymM.  Occorrono 
poi  Sopraselva  e  Sottoselva  per  significare  politicamente  le  due  eesioni 
della  Lega  grigia  (=  superius  foedus);  cosi  nella  Sisloria  Raetiea  del 
Vulpio  (1700).-  Vedine  il  C.  VL 


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Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 
proiauad poesie,  con  Otto  CaBiscb;  Coirà,  1852);-  STXHa.  (VoealUtmu 
dw  lateif%ùehen  elementti  in  den  wichHgtle»  romanisehen  ètialekten  con 
Grauèùftden  und  Tyrol,  aufgeitelltundivr  erlangung  der  doclorv)ùrde~ 
tinger eicht  von  Edmund  STeMQEi.;BoDti&,  1868);-  Schuch.  lautw.  (Huoo 
ScHUCHABDT  :  Ueber  einige  falle  bedingten  lauticandeh  im  ckurwdlsclun, 
habititalions-teìirift. . .;  Qota,  1870);-  mr.  (Raccolta  mie  proprie,  fatte 
ani  Inogo  dal  labbro  degl' indigeni).  —  Altri  lavori  clie  qui  spettano  lerrd 
poi  citando,  a.  mano  a  mano,  per  disteso. 

Lo  spoglio  fonetico  dei  dialetti  ladini  parlati  ne'Origioni  sì  riparte,  m- 
condo  la  principale  diiieione  accennata  di  sopra,  in  tra  distinti  orticoli: 
A.  Sopraselva;  B.  SottoseWa;  C.  Engadina;  e  si  chiuda  con  una  parUw- 
lars  Appendice.  Ho  appena  biaogno  di  aggiungere,  che  qui,  coma  sempre, 
le  rubriche,  per  le  quali  lo  spoglio  è  ordinato,  rappresentano  U  favella  a 
cui  11  riflasao  ladina  rimonta,  e  quindi,  di  solito,  la  favella  romana.  La 
«sploraiìone,  anche  fonologica,  in  quanto  immediatamente  conaidera  il 
periodo  onte-letterario,  è  riservata  al  sesto  capo. 


A.    SOPKASBLTA. 

I  confini  di  questo  regione  dialettologica  coincidono  per  molta  parte  con 
quelli  del  Cantone.  A  ctunpirli,  courìenB  Imprima  tener  conto  dalla  linea 
di  separaxioae,  tra  favella  eoprasilvana  a  sottosilvana,  gii,  di  sopra  indi- 
cata, per  la  qut^e  la  regione  di  Sopraselva  si  fa  un  pò  piti  corta  che  non 
sia  la  Valle  dal  Reno-anterìore.  Succede,  alla  riva  destra  del  Reso,  come 
nna  inonnaaziona  tedesca,  nella  quale  si  comprendono:  Veraam,  Carrer», 
Valendaa,  Inoghi  di  popolazione  riformata;  e  da  quel  territorio,  in  sino 
alla  frontiera  ticiueee,  la  regione  soprasilvana  à  ricinta  da  due  valli  te- 
desche: SoDien  e  Sancl-Peters-ihal.  Al  di  Ik  degli  aspri  monU  che  se- 
gnano insieme  i  limiti  suoi  e  quelli  del  cantone,  abbiamo  ancora  favella 
tedesca  di  continua,  dal  territorio  ticinese  in  fuori.  Ma  il  sottil  filo  sot- 
tosilvano  a  settentrione  e  l'attiguità  del  territorio  italiano  a  mezzodì, 
«ppena  bastano  a  togliere  alla  regione  aoprasilvana  il  carattere  d'un'isola 
etnografica  vera  e  proprio.  Alla  sua  volta,  fra  llanz  e  Trons,  esso  contiene 
un  isolotto  germanico,  l'ameno  distratto  di  Obersaxen;  e  sono  cattolici 
quei  tedeschi,  come  à  cattolica  per  la  maggior  parte  la  popolaiicme 
ladina  di  Sopraselva. 

Venendo  poi  a  toccare  delle  varietà  dialettali  di  questa  regione  ladina, 
la  principal  distinzione  ai  fa  solitamente  qui  dipendere  da  un  criterio  cu- 
rioso, cba  ricorda  quello  pel  quale  il  caldeo  vo  distinto  dal  siriaco,  ed  é  il 
criterio  confessionale,  parlandosi  di  soprasilvano  cattolico  e  di  soprasil' 
vano  riformato.  A  sentire  alcuni,  e  tra  questi  lo  stesso  Carìach  (gr.  131),  si 
tratterebbe  semplicamente  di  due  diverse  tcuole  ortografiche;  e  dato  questo 


;vGoo»^lc 


g  I.  Orìgioni;  A.  Sopraselva;  Esordio.  7 

limita,  nulla  più  rimftrrebbd  di  «ingoiare.  Ma  il  prospetto  delle  dÌTergenze 
che  il  Carisoh  modeaiiao  ci  offre  (ib.  121-4),  ne  comprende  alcune,  cbe 
certamente  non  possono  passare  tra  le  semplici  discrepanze  d'ortografla; 
né  potrb  stare  fra  queste  l'tu  cattolico  peLr[i]«u  riformato  che  più  sotto 
registriamo  ai  nam.  21, 35  a  60  (cfr.  II,  3),  distintivo  non  considerato  dal 
Carisch,  s  di  tatti  par  avvantora  il  piti  fsrmo.  Qualche  diTersìlà  reale 
dunque  intercede,  comechè  non  gran  fatto  raggnardeTole  ;  «  certo  si  dovrli 
attribaire  alla  coiueidensa,  più  o  meno  estesa,  dei  limiti  territoriali  delle 
dae  confessioni  coi  limiti  delle  varietà  dialettali;  nà  sbaglieremo  stabi- 
lendo che  il  toprasihatto  riformato  sia  io  fondo  il  dialetto  d'ilanz  (Oliout), 
donde  è  datata  la  prefazione  di  Lncio  Gabriel,  traduttore  riformato  del 
Nuoto  Testamento;  e  il  st^ratileano  cattolico,  all'incontro,  sia  in  fondo 
il  dialetto  di  Disantìs  (Muelér),  che  i  quail  la  rocca  di  quel  eattolicismo, 
e  ci  d&  i  libri  del  De  Sale  e  del  Carigiet  ',  dai  quali  principalmente  qui 
si  attinge  la  cognizione  della  varietà  cattolica.  Quella  rabbia  di  divisione 
che  le  discrepanze  teologiche  ispirano,  deve  tnttavolta  avere  accresciuto 
per  due  modi,  se  io  ben  veggo,  la  differenza  naturale  dell'idioma.  Dall'un 
canto,  se  ai  ondeggiava,  per  tutta  la  regione,  fra  due  pronuocie  diversa, 
questa  chiesa  s'à  messa  a  favorirne  una,  e  quella  a  favorir  1* altra.  Cosi 
p.  e.  dell'e  che  si  alterna  con  l'i  ai  num.  33,41,59  e  63  (cfr.  mr.).  Il  Carisch 
qoì  si  limita  a  dire,  che  il  cattolico  muti  l't  in  e;  ma  la  verità  é,  che 
ì'e  per  >  si  sente,  in  un  numero  più  o  men  grande  di  esemplari,  anche 
tra  i  riformati  (t.  hb.),  i  quali  però,  nei  loro  libri,  danno,  a  buon  dritto, 
ferma  preferenza  all't  ;  laddove  i  libri  cattolici  par  che  si  vengano,  a  mano 
a  mano,  come  esagerando  nella  predilezione  dell'tf.  Carigiet,  che  è  del 
resto  un  cattolico  di  buon  acume,  scrive,  a  mo* d'esempio,  gli-emprem 
(primo),  détg  (detto),  scrett  (scritto),  qvetin  (conto;  in  questo  esemplare, 
come  tosto  scorgiamo,  c'è  doppia  squisitezza  musterina),  mrf((mnto);  dove 
il  cattolico  De  Sale  (  t7S9)  ancora  scriveva:  t7  tmprttn,  dig,  scria,  jwint 
(v.  nnm.  55),  mitt.  Dall'altro  canto,  l'uso  ecclesiastico  e  letterario  dì  una 
forma  propria  ai  principali  paesi  di  una  data  confessione,  pud  far  si  che 
la  affettino  come  propria,  almeno  nello  scrivere,  anche  i  corre) igionarj  di 
qne' paesi  a  cui  naturalmente  sia  estranea.  Porse  per  questa  via  si  chia- 
risce, coma  avvenga,  che  due  saggi  della  Vaile  Lnngnezza,  procacciatimi 
dal  Bùhler,  scrìtto  l'nno  ià  un  giovane  di  Villa,  l'altro  da  uno  di  Duvin, 


'  'Cheu  ei  adina  manigiau  il  luogatg  della  Part-snra  della  Cadi,  a 
iwar  een  Mnstér  e  Trun,  scbegia  bucca  grad  en  tut,  prii  en  general  per 
muater  dil  lungatg  Ramontsch*.  (Qui  s'intenda  sempre  parlare  del  lin- 
guaggio della  Parte-superiore  della  Cadi  (v.  VI,  a),  e  per  modelli  del  1ÌD- 
gnaggio  romancio,  beochó  non  affatto  in  ogni  parte,  son  presi  in  generale 
Disentis  e  TrtHis.)  Carioiet,  nell'op.  che  si  citerà  di  sopra,  p.  12. 


;vGoo»^lc 


Aacolt,  Saggi  ladini,  I. 
il  primo  da'qoali  paesi,  cattolico,  é  alla  riva  eiaietra,  l'altro,  riformiLto, 
alla  dritta  dal  Olenner,  entrambi  a  distanza  uguale  da  tlanz,  si  distinguano 
ead  puro  tra  di  loro  pel  criterio  dell' tu  (cattol.)  a  dell'  [i\eu  (rifornì.). 
Ci  più  o  di  meglio  iotoruo  a  questa  relazione  fra  l'altare  e  !a  lingua,  ci 
dieno  i  valorosi  grammatici  iodigeiii;  «  ci  parlino  d'altra  varietà  sopra- 
■iNane  che  all'  indagine  istorica  per  avventura  più  iroportioo,  coma  sarebbe 
qnella  a  cui  spetta  WalteUBburg  (Uora  la  Poppa)  a  uà' ora  e  meizo  a 
occidente  d'Ilanz  (cfr.  la  a.  ai  num.  3  e  31);  ma  io  ispecie  vogliano  darci 
abondantì  notizie  dall'importante  dialetto  di  Taoetsch  (Sedrun;  aU'ovoat 
di  Diaentìs),  circa  il  quale  non  ritrovo  nei  libri  ee  non  un  cenno  affatto 
incidentale  del  Cariach  (prof,  al  lesa.,  p.  sviu).  Io  medesimo  ancora  nou 
ne  posseggo  ae  non  saggi  assai  aearEi,  che  me  lo  farebbero  giudicare 
nna  varietik  sopraeilvana  eoa  innesti  di  tipo  engadìneae,  intieati  che  ap- 
parirebbero, nelle  condizioni  attuali,  geograficameute  strani;  e  ne  ritocco 
sotto  il  uum.  159  in  u. 

Mi  resta  di  rendere  breve  ragione  dal  saggio  soprasilvaoo  che  ora 
presento,  nel  quale  par  buona  parte  anche  s'impemaao  Ì  eaggi  auoce^ 
Bivi.  Esso  consta  principalmente  di  un  compiuto  spoglio  del  vangelo  di 
Matteo  seconda  la  traduzione  di  Gabriel,  al  quale  ho  poi  aggiunto  non 
poco,  e  dagli  altri  libri  scrittorali  della  versione  medesima  (aempro  va- 
iandomi della  prima  edizione:  Ilg  ntef  UstamenC  da  ttiess  senger  Jtsv 
Christ,  Mesi  giv  en  Rutnonsch  da  la  Ligia  Grischa:  tras  Ltn  Gi- 
BKiEL,  Survient  d'ilg  Plaid  da  Deus  a  Lgionl;  Basilea,  1648),  e  dai 
lessici,  nell'intento  di  non  laisciar  mancare  a  questo  mio  sbozzo  alcuna 
cosa  che  fosse  essenziale,  insieme  oi'dinando  la  materia,  a  scrutandola, 
nel  miglior  modo  che  la  mie  forze  davano.  Com'è  di  soprasìlvano  riformato 
il  testo  di  Gabriel,  cosi  son  fonti  riformate  anche  i  lessici  e  le  grammatiche 
di  Cooradi  e  di  Cariscb;  fonti  cattoliche  ci  sono  all'incontro,  come  gii 
avvertimmo.  De  Sale  e  Carigiet.  Quanto  proviene  dai  leBsici,  oda  altre 
scritturo  Busaidiarie,  à  ben  distinto  volta  per  volta;  e  gli  esempj  da  Ga- 
briel hanno  sempre  accanto  la  citazione,  uel  primo  luogo  in  cui  ai  ad- 
ducono. Questo  studio  dì  autenticilÀ  potrà  forse,  a  prima  vista,  parere 
un  po'  eccessivo,  trattandosi  anche  di  un  dialetto  che  assai  poco  ha  va- 
riato nei  due  secoli  che  stanno  tra  Gabriel  e  Cai'isch;  ma,  a  tacere  di 
altre  considerazioni  che  si  lasciano  al  lettore,  le  costanti  citazioni  scrit- 
turali hanno  non  poco  giovalo  a  me,  e  potranno  giovare  ad  altri,  pur  come 
chiave  leesicala  che  agevoli  l'indagine  dialettologie  a  sopra  altre  versioni 
del  Nuovo  Testamento;  e  la  veraione  di  Matteo,  in  ispecte,  è  spesso 
l'unica  fonte  non  difficilmente  accessìbile  che  per  un  dialetto  ai  abbia. 
Cito  per  Mr.  il  vangelo  dì  Marco,  per  L.  quello  di  Luca,  per  O.  quello 
di  Giovanni;  le  residue  abbreviature  che  sì  riferiscono  al  Nuovo  Testa- 


;vGoo»^lc 


§  1.  GrlgioDi;  A.  Soprasah&:  Esordio.  9 

mento,  Bono  chiare  da  sé;  s  dove  son  soli  numeri,  si  tratta  sempre  di 
Uatteo,  anche  se  aon  uameri  che  sueaeguano  immediatAmente  aiie  due 
cifre  por  cui  ò  citato  un  altro  libro  (p.  e,;  Q.  2, 12;  13,  22).  —  Cito  per 
Con»,  il  Taschenvìórterbuch  der  rotnanisch'deuCschen  sprache,  heraui- 
gegebtrt  non  i^Uhias  Conradi,  Zurigo,  IS23;  -  per  Co^^R.  gr.  la  Praft- 
tiiche  cUtttsch-romaniiche  gramrnatih ,  die  ente  dieser  alt  rhdiìschen 

und  ini   Graubvndeix  meist   nock   ùbtichen  romctnischett  sprache 

kerauigegeben  non  Matth.  Conradi;  Zurigo,  1820;-  e  per  Cabi«.  la 
Ortografia  generala,  speculatiea  ramontscha  cun  in  special,  qvort  com- 
pendiper  Aiever  dil  scolar.  In'oera  originala  dedicada  a da  P.  Ba- 
uli Carìgiet;  Disentis,  1368.  —  Per  ss.  (t.  sopra)  senz'altro,  s'inten- 
derà naturalmente,  nella  sezione  di  Sopraseka,  la  parte  BOprasilvana  del 
Tocabolarìo  di  De  Sale  ;  e  sopraiass.  sta  per  sopras4ssino  (v.  1,  B,  eeord.). 
—  Nulla  t  mai  mutato  alla  ortografia  delle  singola  fonti;  ma  il  nostro 
metodo  di  trascrizione  é  rigorosamente  applicato  alle  MR. 

A  lungo  ed  A  breve,  tonici. 

Davanti  a  consonante  scempia  e  nella  'poaitro  debilis';  intatto:  1 
alas  23,37;  ckar  cariis  10,37;  parig  pareat  (paja)  6,16;  star., 
dumandar,  ecc.;  aitar  5,23;  irai  areale  (aja)  3, 12;  qual  quala; 
tal  8,24;  juvnal  juvenalis  (giovano,  discepolo)  19,  20;  prmci~ 
pai  2ì. 42;  naf  navìs  8,23;  clafs  claves  16, 19;  pascA  pax  10,13; 
plaga,  v.  num.  182;  -au,  -ada,  -ato-,  -ata  (davenlau  20,56, 
davantada  11,20;  ecc.);  salvadi  silvaticus  3,4;  viadi  viaticum 
(Tiaggio)  10,10;  lada  lata  7,13,  cfr.  num.  205;  tentàder  pes- 
càders  tentator  piscatores,  ecc.,  num.  87;  stad  aestat-  24,32; 
va  vada  2,20;  frar,  pi.  frars,  frati--,  4,18;  far  facere  9,28;  2 
mar  14,24;  sai  5,13;  mal  5,11,  mal'art  10,16;  vaia  vai  va- 
let5,13;  13,48; /a»e  /auan  lava  lavant  6.17;  15,  2;  rfa(  dat  13, 
23;  stai  8tat  20,23;  spada  10,34;  cau  caput,  cfr.  num.  161; 
(ra/" trabe[m]  7, 4 ;  giavel  dÌabolus4,l;  Aohabet5,23;  ladersQ, 
19;  c  =  A;  due  esempj  di  varia  ragione,  ma  entrambi  roman-  3 
zo-comuni,  sono  gref  greva  {gr&ois)  13, 15;  23, 14,  sa  legr'el  si 
rallegra  egli  (alacer,  cfr.  num.  190  n.)  18,13  *;  e  pure  qui  tro- 


'  Va  per  e  f.  d'a.  in  sa  lagrànm  2, 10,  duì  (agréit  5, 12,  e  simili,  è  un 
ritorno  fortuito  alla  sembianza  primitiva  (v,  num.  75).  Esempio  illusorio  sarà 
enis  anìsnm  (òviiriv,  ital.  ànice)  23,23,  poiché  il  Car.  pone  l'accento  sulla 
seconda:  tn\s  (pi.  anisc/i). 


>vGoo»^lc 


10  Ascoli,  Saggi  IftdiDÌ,  I. 

TÌamo  che  sì  continui  'melo'  anziché  'malo'  (melo),  e  quindi  si 
dica  meila  meilér  (mala,  melo,  Conr.;  cfr.  e,  e  v.  Schuoh,  voh.  I, 
187-8);-  ma  di  particolare  viene  ad  aggiungerai:  ge=j&m^,  col- 
Ya  in  e  per  effetto  della  precedente  palatina,  dì  che  si  veftga 

4  l'esordio  ai  sottosiWano^.  mo  (ma[g]Ì3,  ital.  ma),  per  efi'etto 
assimilativo  del  suono  labiale  che  precede;  a  per  effetto  del  labiale 
che  precede  e  succede,  o  solo  succede:  qttou  (qua)  8,39;  17,20, 
lou  (là),  ecc.,  *qua-v[i]  ecc.  (ds.:  caù,  lau  lou;  v.  Ili,  §  5,  e  in- 
tanto si  considwi  l'it.  quivi,  e  ancora  clava-int,  colà  dentro,  e 
simtglianti,  nel  poscbiavino,  I,  §  2,  a)  ;  cfr.  il  num.  che  sussegue  e 

5  il  13  s.  aun  "  AN  (cfr.  le  formolo  con  n  complic;  ma  diversa 
ragion  d'essere  intercede  nelle  formole  con  l  complic):  damaun 
*de-mane6,34;  20, 1;  2,1;  saurt'S  8,7,  sawis  pi.  9,12,  sauna9, 
21  ;  plaunas  planae  3, 3;  carstiaun  (uomo *) ; pagauns 4, 15;  quar- 
tauna  (atajo) 5, 15;  strauni  estraneo-  (stranio,  strano)  1  Piet.  4, 4 ;- 
in  voun  vouns  vounas,  vanus  vani  vanae,  Col.  2,8, 1  Cor.  3,20, 
Tit.  3,9,  abbiamo,  quasi  per  effetto  anticipato  dalla  doppia  spinta 
labiale,  un  esemplare  della  varietà  oun  =  aun  =  AN,  che  nel  Car. 
occorre  di  continuo  allato  all' aun  di  questo  numero  e  del  susse- 

6  guente  [saun  soun,  maun  moun  ecc.)  ^.      maun  3, 12;  chiauns 

7  canea  7,6  (cfr.  num.  15);-  fauna*,  it.  tane,  8,20;      om»  AM  (cfr. 


'  'jam'  qui  ceda  di  ragoI&  il  poato  al  ted.  'sclion',  ma  tucora  anguste,  quasi 
ritraduttore  dì  'schon'.  De]  congiuozìonale  scha  gè  ('ob-achon'),  sebbene,  io 
pure:  sck'el  gè  fa  bvc  hanur  ee  egli  pure  [non]  fa  punto  onore  15,5;  scha 
gè  quando  pure  26,33.35;  e  furee  ancora  eussiste  qual  particella  afTarma' 
Uva  (ScHucH.  Uutw.  li):  je,je,  bt,  il,  5,37. 

'  Un  saggio  di  Waltsusburg  (Bum..),  riformato,  mi  offre  ripetutamente: 
maglidr  (chi  è  quanto  dire;  ma/j'^r),  mangiare  (v.  num.  146),  cosi  palesandoci 
che  iu  quel  dialetto  eia  bene  inoltrato  il  fenomeno  a.  cui  ora  si  allude.  Ma  il 
saggio  6  scarso,  e  solo  mi  permette  di  aggiungere  che  dietro  la  esplosiva 
palatioa  Va  non  volge  ad  e  in  spetgava  aspettava  (cfr.  num.  I7S),  seatschar 
(num.  LOT),  carslgauns  (num.  5). 

*  Circa  la  diversa  sentenza  di  Schuch.  lantw.  43-4,  v.  II,  §  3. 

'  Cioè  ehriatianus,  i*  num.  124.  È  paridcazione  logica  che  dik  luogo  a 
cm-iose  incongruenze.  CosA  0,  C.  deve  chiamare  criitiani  gli  uomini  di  tutti 
i  tempi,  e  dire:  mo  eus  parckireil  d'ih  carstiauns,  guardatevi  dai  cristiani 
(ciod:  dagli  uomini),  10,17  (v.  in  ispecie:  Col.  2,8).  Ancora  cfr.  nel  teato: 
partner  carttiaun,  aura.  9. 

'  Anche  ds.  ha  di  regola  aun  per  questi  due  numeri;  ma  ba  Veu,  di  cui 
vedi  UB  ,  in  pUun,  buoIo,  p.  268,  allato  a  ptaun  plawn,  pian  piano,  p.  333. 


;vGoo»^lc 


g  1.  Origioni;  A.  Sopraaslra:  à.  II 

le  forinole  con  m  compite.)*:  om  haraus  17,S7;  fom  famas  12,1; 
romromma^, 32;  13,32;  damma  clomman  clamat  clamant  3. 
3;  11,16;  curom  'cor[i]ameD  3,4,  cfr.  num.  52  e  144.  In  posi-  8 
£ione  latina  o  romanza;  intatto':  palgia  (=palja)  palea  3, 12; 
falls  (falli,  peccati)  6, 14;  salf-s,  far  salf,  salva  salvat  (serba), 
10,22;  18,11;  7,26;  ai/" num.  217;  [palpeder s palpebers  {Conr.) 
palpebrae,  v.  Stttdj  critici  II  5-6.  94];  larg  larga  27, 15;  7,13; 
art  10,16;  part  13,4;  mangia  11,19  (v.  num.  168  n.);  surpas~ 
san  15,2;  boss  (amile)  11,  20;  fasch  fascis  (peso,  fardello)  11, 
30;  d'angrasch  d'ingrasso  22,  4;  nascher  2,  4;  pasc,  maskel, 
num.  136;  ^asca  10, 10;  graschla  gracilis  (stretta)  7, 14;  6ra- 
tsch  ecc.  T.  il  n.  169  e  qui  e  nell'engadin.;  an-grazch,  num.  107; 
sae  11,21.  Cfr.  Jdopo  altra  cons.,  CS,GN,eU,§5.  Un'al-  9 
terazione,  che  si  potrebbe  dire  etimologica,  di  à  che  è  stato  in 
posizione  romanza,  è  quella  per  cui  si  ottiene  ér  èra  (*'air 
'aj>a,«ario  arja)  da  ARIO  ARIA:  am-parmer  (primajo,  pri- 
miepo;  cfr,  tieu  parmer  carstiaun  il  tuo  prossimo  19, 19)  l,25j 
lu7}rers  *laborarii  (operai)»  9,  37;  pumer  ('pomario,  albero, 
albero  pomifero)  3, 10;  calzèrs  ("calcearii,  scarpe)  10, 10;  gra^ 
•ner,  pi.  graners,  13,  30;  6, 26;  daners  10,  9;  cxtntrér-s  14,  24; 
tnass«r  d'cosa  20, 1  ;  stera  (staja,  seztaria)  13,33;  era  (ajuota; 
Car.)  *;  cui  si  aggiunge  canéra,  num.  150-1.        ault  auld  auls  IO 

'  Quasi  anello  tra  qnesta  rubrica  e  la  precedente,  sembraQO  etare  ]a  forme 
scìutumna  =  eiàmiiu,  Cu-.,  Da.  p.  STI,  schaum  =  exam'n  Car.  (sciame).  Con- 
radi Ila  ichumm  (cfr.  ib,  tchcum-=toà.  sehvramm,  ds.:  icAuatm,  spoDgia), 
e  ichvamna,  che  ai  risente  del  ted.  ichwarm.  Cfr.  il  soprasAssino. 

'  L'è  di  DS.  in  ntscher  uatcere,  p.  206,252,257  (271:  nasch^  scaturire), 
Itscha  tasca  (ted.  tasche)  p.  270,  é  solo  apparente  eccezione,  dovendoviai  trat- 
iare di  *tiaitcer  ecc.;  t,  la  n,  si  num.  172.  —  Esempio  congenere  (v.  ib.), 
ma  che  pinttoato  ai  avi-à  a  dire  di  favella  BottoailTHiia,  ó  in  Sur-iéit  Sur-sit, 
cui  risponda  la  denominasibne  tedesca  Oberhalb-steirt  (super-saxam)  ;  e  all' in- 
fuori del  nome  locale  non  vedo  piti  alena  riSaiao  obarlandese  di  aaxo~.  Cfr.  Il 
num.  68'  sottoaU». 

'  Cflr.  ne'lesùci:  harar^Umwrar  (/aouran^laborsnt  6,28). 

'  Cioè,  tanto  per  rifare  la  notiuima  via  con  questo  esempie  che  va  involto 
tutt'intiero  aell' alterazione  di  cui  si  tratta:  area  *arja  (cfr.  logudor.  arìàla 
=  a}uata)  *aira  (cfr.  irai,  num.  94)  èra,  11  Conradi  scrive  eéra,  perchd  avrà 
ancora  sentito  la  pronuncia  in  cui  1  due  elemasti  dal  dittongo  (ai)  già  sou 
tenuti,  per  assimilazione  reciproca,  a  coincidere  tra  di  loro,  ma  ancora  non 
tono  fusi  in  un  suono  solo;  cfr.  oo^aw,  sottosilv.  num.  06'.—  Di  ér,  campo, 
T-  all'incontro  il  nnm.  190  in  n. 


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ÌS  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

aule  (aids)  aulg  (aw/i)  -  ALT  AL'D  ALS  ALC  ALO' (cfr, 
num.  57")i:  ault,  ault-sacerdots,  auUa,  L.  5,4;  2,4;  27,4fì, 
s'aulza  fauhe  s'alza  alzati  23, 12;  21,  21  (ma  f.  d'a.:  ahùu-s 
11,23,  altezias  21,9);  cauld-s  calìdus  Apoc.  3,15;  bault  =  tei 
bald  (cfr.  num.  185  n.)  cito  5,25;  fauls  faulsa  5,33;  26, Sodi- 
li 12  aw/=ALT:  auter,  pi.  auters,  autra,  8, 9;  27, 42;  2,12;  —  oìm 

13  -  ALM  (AN'M):  olma  anima  (alma)  10,28;         aunc  {mine)  am^ 
=t  ANC  ANG,  aung-  (cfr.  num.  ]77eng.)  -omÌ-  =  ANG',  -ons-  =  ANC:  | 
mawjiea  (ckei  mi  manne  ei  ounc?  che  mi  manca  egli  ancora?) 
19,20,  cfp.  ounc  (less.  :  oum,  aunoy.  n.  4)  allato  all'it.  anche,  ib.  | 
e  5, 25  '  ;  zaunga  =  zange  ted. ,  tanaglia,  less.  ;  saun;/  9, 20  ;  awn- 
^e/,  pi.  aungels,  1,20;  13,39;  'plonsckcr  piangere  24,30;  (o»-  I 
scher  (tangere;  'arrivar  a  toccare'  Ds.)  less.;  fowscfta*  lanceae 2C. 
47;  ronsch  niim.  204;  tsckonscka  =  it,  ciancia  6,7;  mmonsch  I 

14  (romancio)  frontìsp.,  cfr.  num.  80.        o[i]ng  ('anlj.  nata.  172) 

15  =  ANCT:  soing,  pi.  soings,  sanctus,  23, 17;  27,52*;  —  o[i]nj  I 
=  ANJ:  cangia (cognia;  *cani-a  'canja,  ita!,  cagna)  less.;  maison-  I 
gias  'malsànie  (malattie)  4,24;  calcoing  'calcanjo-  (calcaneus)  I 
G.  13,18;  muntogna  (*montanea)  lesa.;  cumpoings  (compagni: 
ma  f.  d'a.:  cumpangia  27, 27)  11,16;  gudoing  gudongia  (il  gua-  I 
dagno,  egli  guadagna;  maf.  d'a.:  guadangìàu  giidangiàu  18,15; 

'  Per  le  formolo  ALC  ALO'  non  ho  eseinpj  da  Gabriel;  il  DS.  mi  offre 
fauUch  &tce  da  legare,  caiihiaa,  calze  o  brache  (Car.:  cauUcha),  e  lo  Sten- 
gel  aggiunge,  nel  diligente  euo  spoglio  (p.  22):  aulscher  algere  (cbe  ei  narb 
fatto  dlgere;  cfr.  num.  93),  addotto  dal  Cariseli.  Ma  lo  Stengel  non  è  bene 
ispirato  quando  eeuz'altro  afferma  che  io  simili  esempi  si  tratti  di  AL-^-gutt. 
Si  tratta  veramente  della  palatina  anziana,  cioà  della  palatina  delle  formole 
ce  ci  gè  gì.  L'eagadinese  ed  esemplari  sopra^ilv.  della  stampa  di  cale  (punto 
d'appoggio  dell'uscio),  calcul  calcolo,  ci  portano  ad  escludere  dall'alterazione 
qui  dÌBCorfta  Val  cui  segua  gutturale  intatta  o  tardi  fatta  palatma. 

'  La  combinazione  etimologica  -alt,  avuta»  per  -al  +  s  grammatic,  rimane, 
di  regola,  intatta;  quindi:  juvnals  (Apostoli),  d'ih  mah  afftcts  Oiac.  1,13' 
Ma  pure  abbiamo  un  notevole  esempio  di  -ttw/j  =  -o(  +  s  gramm.,  nel  mati/s 
di  DS.  (spasimai'e:  vegnir  maul3\  tramortito:  in  che  negnvat  mmth;  tramor- 
tirsi: cernir  nidiifs),  che  d  come  un  predicativo  fossllizt^ato  nella  BerTile 
riproduzione  del  ted.  ùhel  icerdcn.  Un  caso  analogo  ci  occorre  al  d.  57*. 

■  Notevole:  ounc  mai  {ilg  ci  ounc  mai  vieu  non  si  è  mai  veduto)  9,33. 
cbe  ai  combina  logicamente  coll'it.  unque  mai,  ma  trova  il  suo  parallelo, 
fonetica  e  logico  insieme,  nel  prov.  ano  mais.  Cfr.  Disz  lesa,  a,  anche. 

'  Del  rifiesBO  di  'planctus'  v.  la  n.  al  num.  151. 


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§  I.  Oi'igioDJ;  A.  Sopvaselva:  à.  Vi 

25,26)  25,27;  16,26;  ai  quali  esempj  va  aggiunto  hmjn  (less.) 
balneum,  trattandosi  di  un  l  assai  anticamente  dileguato  (cfr.  it. 
lagno  ecc.,  e  anche  la  base  grigione:  'hanjar,  donde  il  sopra- 
silv,  hugnar  per  u  »  a  f.  d*  a.)  ;  e  insieme  va  ancora  (Steno,  27)  : 
oiqn  alnus  (Car.) ,  l' alto-engadinese  aign  accennando  alla  base 
'(m^o-  allìneo-,  dove  all'incontro  lo  altre  favelle  ^romanza  qui 
serbano  traccia  del  l  (v.  Dibz  less.  a.  ontano);  <mt  ond  ons  16 
on  =  ANT  AND  [ANS]  ANN:  ont  ante,  a»-onrab-ante,  5, 12. 16; 
toni,  pi.  tonls,  17,20;  15,33;  quont  quontas  6,23;  l&,d;puC' 
cortts  peccantes  9,  IO;  uffont=  infant-  2, 13;  culponts  (debitori, 
cfr.  V,  §  1)  6,12;  sumlgiont-s  18,23  (6, 8  pi);  marcadont  13, 
45;  quronta  sisonta  settanta  navonta  4,2;  13,8;  18,22;  18,12; 
contig  cantet  (ma  f.  d'a,  :  cantàu  cantato  11,17)  26,34;  pianta 
pianta  15,13  (ma  f.  d'a.:  plantàu  ib.);  avdoma  ('habitantia, 
abitazione)  17,22;  fidanza  9,2;  maltampronza  (intemperanza) 
23,25;  spronza  12.21  ;  pussanza  6, 13;  isama  ('usantìa)  27, 15; 
ragurdanza  14,6';  mont  meando  (andando)  14,26,  passant  14, 
35,  rasalvont  (eccetto,  risalvando)  5,32,  v,  num.  205;  grand 
gronda  5,35;  15,28;  cummonde  dumanda  -manda  -mandat  (ma 
f.  d'a.:  cummanddr  dumandéit  4,6;  7,7)  14,28;  7,8;  vivanda 
(frc.  m(v]ande,  it.  vivanda)  6,25;  spander  espandere  23,30, 
spons  expansus  (spanto!  23,35,  cfr.  num.  148;  ons  anni  9,20; 
ponn  pannus  9, 16,  von  vannus  ^  3, 12;  ed  on  (onn)  =  ann  amn  : 
don  damnum  Apost.  27, 10';  omm,  omp- AMM  AMB,  AMP:  17 
fiamma  Apoc.  19, 12;  commas  (gambe,  v.  Diez  gloss.  s,  v.)  G.  19, 
31,32.33,  cfr.  num.  157;  camp  (esercito,  cioè  'campo',  cfr.  (7Tpx- 

*  Bsternamanta  à  ugnale  agli  ultimi  esenipj:  purtonna,  portante,  gravida 
(Com-.:  ess&r  pttrtonta,  db.:  donna  portoma;  ma  Car..*  dunna  purlonla, 
cfr.  l'engadiu.)  1,18;24,19,  che  a  prima  viata  par  forma  euìgmalica,  ad  é 
affatto  diToraa  da  quelle  che  precedono ,  ma  spetta  tuttavoita  a  questo  nu- 
mera. Si  tratta  certamente  di  purlont-»-a,  ciod  della  forma  predicativa  n 
Kolina  astunta  alle  funzioni  di  tema,  come  aTTione  in  vangont-s-a,  ài{ 
(cfr.  nam.  168  n,).  Quanto  al  tipo  medunt  (mietitore,  -ori;  pi.  13,30)  ,  fi 
«udtmta,  V.  Ili,  4. 

'  Car.  e  Conr.:  oonn.  Pud  rimaner  dnbbìo  se  il  nostro  vocabolo  ai  rappicchi 
direttamente  al  Ut.  cdnniM,  o  non  rifletta  pìuttoato  il  ted.  v>annt,  É  ad  ogni 
modo  al  suo  poeto. 

'  Qni  -vorrà  ancora  stare,  con  sua  propria  formola,  con[i'\f,  canape,  les«.; 
cfr.  l'eugod.  e  me.,  e  t.  Sculch.  vok.  1  173. 


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U  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

tii)  22, 7  ;  cfr.  cambretta  (dimin.  di  cómbra  -  'cam'ra)  6, 6,  s<mda 

anta.  157,  e  giomber  db.,  it,  gambero  ecc. 

E  lunga  tonica. 

18  £m  =  EM<:  setn  semen  13,24,  semnan  seminant  6,26;  fettina 

19  19,4;  seTidas  semitae3,3;  btastemma  9,3;  ^  =  ER:  tumer 
timere  1,20;  taner  tenere  5,43;  vèr  habere  12,21;  ver  TÌdere. 
sSr  sedere,  cfr.  nura.  203;  sera  \6,2;  pilgver  {'p'r-' IJ-cer  per 

.  lo  vero,  veramente)  8, 10;  mulgér  muliere-  (cfr.  DiBZ  gr.:  ac- 

20  cento,  4)  14,3;        e^ *"&(}' :leg  (lege[m],  col  significato  di  'ma- 

21  trimonio')  5, 32;  re^21,5;  -ei  eil  ein  eis  eiv  eis  eid=-E, 
EL,  EN,  ES,  EP  EE,  EC,  ET:  mei  me  8,  9,  tei  te  11, 10.  da- 
parsei  di  per  aò  14, 13;  cfr.  meil  num.  3  e  steila  num.  32;  sa- 
rein  16, 2;  plnscheins  puUiceni  *  23,  37;  plein  pleina  23,  25; 
13,  48;  seivra  aeparat  (ma  f.  d'acc:  zavrar  16,3;  ecc.)  25,  32, 
cfr.  num.  135;  reiver  repere  (Car,,  e  DS,  s.  rampare;  Steno.  31); 
fleivel-s,  fem.  fleivla.  flebilis  (debole)  ',  II  Cor.  12, 10;  26.  41  ; 
deivet  debitum  18,30;  eiver-s  èbriU3  I  Cor.  11,21  (*evro  *ev'r 
eiver,  cfr.  num.  90  n.  *);  seiv  sei/ (lesa.)  sebum;  treis  12,40  (cfr. 
meisa  eco.  num.  32);  barbeisch  (lesa.  :  montone)  ^  verveoe[m] 
num.  128;  reit  13,47;  seida  Apoc.  19,8,cmrnum.  203.> —  Par- 
rebbero eccettuarsi;  vél  27,51,  e  secret  secretas  10,26;  13,35; 


'  Qui  Teramente  Barammo  tentati  a  riconoscere,  in  quasi  tatti  gli  esem- 
plari, la  posizione  romanza;  ma  è  da  coiuiderara  anche  il  num.  38. 
'  Intorno  a  questo  esempio,  é  ancora  da  considerare  il  g  1  del  Capo  III. 

*  In  questo  esempio  si  ritrae  l'antico  -èbilii  ma  pura  un  antico  -ìbili  con- 
dnce  ad  -eivel  (nnm.  40),  e  questa  figura  si  sostituisce  finalmente  anche  al- 
l'antico -abiti  (cfr.  l'it.  -enoCe,  Disi.  gr.  IP  30fl).  Si  osservino:  pwseivel  nun- 
-piuseiiiet2i,S4;\7,20;  nus<:?ieivla3lPÌ6t2,\;  nunporUiveU23,i;  euiUit>el 
Citsleicia  26,7;  13,46;  fidiivel  24,45;  matuivel  9,5;  amig«ÌD»lm«nff  5,  25; 
buntadeivel  SI, 5;  varàeivel-s  (*TMdadeÌTel-)  yeritiero  2S,  16;  nun-fHeh-eivel-s^ 
infruttuoso  13, 22.  -  Figure  alquanto  singolari  appajono  i  numeri  ordinali  In 
-mei  (p.  e.  tettavtl  22, 26  ;  antum  la  sisaola  a  ntmmla  hvra  20, 5  ) ,  sni  quali 
si  foggia  hartaoel  erede  (cfr.  \ierta  nnm.  S8)  SI, 38.  Ne  avremo  la  chiave 
neUo  spoglio-  engadinese. 

'  L'-er  dell' eieer  soprasilv.  viene  fortuitameute  a  coincidere  coH'-er  detb 
Agora  DominatìTa  basso-latina  eber  (v.  Schucb.  vok.  I!  386).  Ma  questa  ci  porta 
a  un  obliquo  s^o[m],  che  sarà  la  vera  base  dei  rifieBsi  romanzi  {ebbro 
ioM,  ecc.). 

*  V.  ancora  tseheina  ecc.  al  num.  67. 


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g  1.  Origicmi;  A.  Sopruelva:  é.  15 

ma  nOD  mostraodo  il  dittongo  pur  la  risposta  engadinese,  diventa 
assai  probabile  che  si  tratti  di  voci  estere.  Anche  il  cr  di  secret  ecc. 
mal  converrebbe  a  voce  indigeaa  (v.  il  num.  !74).  -  L' é  di  'obe-  21* 
dio'  taon  essendo  mai  accentata  net  riflesso  grigione  (cfr.  uha- 
deschan  num.  75,  alto-eng.:  uhedescka  II  Tess.  3, 14),  vi  smar- 
risca il  suo  carattere;  e  l'è  di  accento  grigione,  che  le  viene 
a  succedere  in  una  estrazione  seriore,  entra  nell'analogia  del- 
l'antica e  breve  (num.  23):  ubiedi-s  (obbediente)  Fil.  2, 8,  mal- 
-uhiedis  Tit.  1,  IO;  cfr.  l'engadìn.  e  la  seconda  n.  al  num.  46.-  il 
riflesso  di  acél-um  è  al  num.  35  *. 

E  breve,  tonica. 

ml%A\  fel  27,34;  ven  13,19;  /e/"levia  (facile)  10,15;  leve  si  23 
(lett.:  leva  su;  sorgi)  2,13,  cfr.  11,5;  13.21  (ma  f.  d'a.:  lava 
n  ecc.);  descha  decet  3,15;  legia  legit  24,15;  meàer  medan 
raetere  metunt  13,30;  6,26;  veder  num.  195;  perpeten  per- 
petuu3l8.8;  [«.?  3e[d]et  23,22];        ierhier^  beri  Apost.  7,28,  23 
Ebr.  13,8;  pierapwn^  peritpereat  G.  6,27;  5,29;  fierran  (ìn- 


'  Questa  rubrìca  mi  conduca  ancora  a  toccare  del  rìBeiao  grigiona  di  pa- 
nel', e  insieme  degli  altri  riflessi  romanzi  di  qDeeta  voce,  non  peranco,  mi 
pare,  a  Bufficienza illustrati.  Avvenuta  la  trasposizione  dell'accento  {parveU- 
abau-,  pariéte-  abiéte-),  il  dittongo  ié  dev'essersi  ridotto,  nel  Tolgar  latino, 
a  uaa  vocale  lunga  che  stesse  fra  «  ed  i  {parét-  abét),  e  quindi  ó  continuata 
coma  1'^  classica:  ital.  parete  (o&fte),  apagn.  prwed,  tra.  parai,  soprasilT. 
parti  prei  lese.,  engad,  parait  Car.,  soprasass.  parét  db.  Cfr.  il  num.  32. 

'  Stsnq.  33  avverte  circa  gli  esempj  ch'egli  raccoglie  sotto  la  rubrica  che 
a  questa  nostra  corrisponde  (ie  BOpras.  =  i),  trattarsi  di  voci ,  che  hanno  od 
avevano  i  uetla  sìllaba  successiva.  L'avvertenza  è  tutt'altro  che  inutile,  ma 
può  dar  luogo  ad  equivoci.  Il  dittongo,  come  certamente  ha  veduto  lo  stesso 
Sleogel,  non  deve  punto  la  eoa  ragion  d'essere  alla  presenza  dell'  i  successivo, 
poicbà  esso  à  l'antico  e  comune  dittongo  romanico,  afiàtto  indipendente  dalla 
vocale  dalla  sillaba  che  sussegne  (itai.  niega, piede,  spagli. ye^rtM^z  equa,  ecc.). 
Interviene  d'altronde,  purtf  nel^gione,  in  eiemplari  di  formola  diversa;  cosi 
nei  riSesso  soprasilvano  di  lepore-  che  lo  Stengel  erroneamente  stacca  da 
qnerta  rubrica  (la  figura  cattolica  à  qui  affatto  decisiva),  e  in  quello  di  in~ 
tigro-;  coi  si  dovranno  aggiungere  gli  esemplari  senza  >  successivo  che  oc- 
corrono sotto  (M  (num.  67);  e  ancora  ai  vegga  il  nam.  177  engadinese.  L'te 
Boprasilvauo  é  poi  un  continuatore  che  6  comune  anche  all'*  in  posizione,  CO- 
mnoanza  che  ha  il  suo  esatto  parallelo  nelle  continuazioni  dell'o,  senza  che  mai 
\'ftbbiaDO,  pel  dittongo,  di  simili  eonditionea  ìitte  quibus  ttott.  Bisogna  final- 
mente toner  conto  anche  degli  esemplari  perdnti,  o  che  per  vario  cause  n 


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16  Ascoli,  Saggi  ladioi,  I. 

fin.  :  fierrer  e  frir,  cfr.  Ili,  g  3)  feriunt  (gettano)  13, 48  ;  lievi-s 
(il  fera.,  presso  Conr.,  col  dittongo  rattratto:  tivia,  cfr.  l'engad.) 
tepidus  Apoc.  3,16;  diesch  decem  (undisch  20,6,  dodisch  9,20) 
Ì8,24,  dieschma  la  decima  23,23;  mied't  medicus  (f.  d'a.:^na- 
dagava  madageit)  9, 12;  remiedi  remedium  lesa.;  lieur  Conr.  e 
DS,  (Car.:  lettr)  lep're-;  antir  {dus  antir  ons  Apost.  28,30)  "in- 
té[g]ro-,  col  dittongo  rattratto  (cfr.  n.  52);-  del  riflesso  di  'pa- 

24  riét-',  V.  la  nota  al  num.  21*;-  e  ancora  cfr.  il  n.  67;  tew(=*i'M 
t'tw,  Y.I1,3)=EU;  e  indieu:  deus  (Coar.:  deus  dieus,  ds.:  die&s) 
deus 22, 37,  cfr.  Ili,  1;  mieu  (ds.  miù)  meo- 2, 6;  ecc.  cfr.111,2;  joh 

25  ('ieu;  cfr.  II,  3)  ego.        betn  bene:  betn  pli  ben  più  11,9,  fìgeit 

26  d'ilg  hein  fata  del  bene  5, 44  ;  \eis  es]  ;  pei  <  pes  4, 6.  par,  per, 
si  deve  considerare  voce  proclitica,  ed  fltona  perciò  la  sua  e. 

E  ton.,  in  posizione  latina  o  romanza, 

27  finno  serp  L.  11,11,  serps  serpentes  10,6;  terms  (il  sing.  in 
Conr.  :  tierm  term  ;  io  Car.  :  tiarm  term,  cfr.  La  n.  a  questo  num. 
e  il  num,  28)  termini  Apost.  17,26;  (erra  2,6;  erva  num.  95; 
perda  (pardieu  pardidas  18,11;  10,6  perduto  perdute)  per- 
dit5, 13;  bellas  perlas,  13,45,  scabella  ^,  Zt> ,  cfr.  num.  31; 
fevra  8,14;  vivent  16,16;  den  (os.:  dent;  Car.:  dent  denn, 
cfr.  num.  150-1)  5,38;  venter  15,17;  stenta  (la  fatica)  11,28. 
stende  extende  12,13;  render  6,4;  prender  1,20;  temps  2,7; 
semper6,\3;  tempel  27, 5Ì;  s^f  septem  12,45;  crescher  21,19; 
esca  24,28;  /feste  26,5;  d' ampresf  [praesto]  d' imprestito  5,  42; 

28  faneslra  Apost.  20,9  2.        uffiern  infernus  11,23;  unviern  24, 


sottraggono  allu  OBBervazione  ;  ned  altro  certameDte  si  potrà  concbiadere ,  m 
UOD  che  l'i  favoriaca  la  conseroaiionii  dell'antica  dittongo.  Cfr.  om  ScHum. 
lantw.  35,37;  e  v.  Ili,   1. 

'  Questi  tre  eBemplaia  posGooo  parere  anomali;  ma  circa  il  primo  è  da  vedere 
l'engadiaese,  dove  -ain  =  -én  ei  fa  costaote  (cfr.  eziandio  il  num.  33);  circa 
il  terzo  è  da  ricordare  che  la  e  it.  all'use,  accect.  à  costaatameute  f,  loccbd 
è  quanto  dire  che  l'antica  è  viene  a.  coincidervi  coH'antica  è,  ed  anche  6  da 
coDsiderare  il  livellamento  per  altra  via  conseguito  dall'eDgadineee  {me,  pe); 
circa  eis  finalmente,  é  da  vedere  la  d.  al  num.  32. 

*  Negli  esemplari  di  questo  numero  che  hanno  r  per  primo  elemento  de! 
nesso,  DS.  e  Carisch  sogliono  dittongare,  e  danno  il  dittonga  anche  in  altre 
formole  qui  occorse  {-eli  -est  -ept)  ;  ma  è  eerapre  dittongo  seriore,  o  accessorio, 
che  rimane  anche  foneticamente  diverso  da  quell'antt'co  e  caraltaristico,  e  per- 


;vGoo»^lc 


g  1.  Qrigioui;  A.  Soprasdlvs:  i.  17 

20  ';  fiefr  Apoc.  18, 12;  sdhierm  Conr.,  Car.  nachtr.,  ds.,  ger- 
raen;  vìerm  Mr.  9,44  (ma  verms  pi.,  Apost.  12,23);  dasiert 
desertnm3,3,  en  tìn  lieuc  dsiert  14,13  (ma  dsertó  23,38);  scu- 
ter/ (scoperto)  10,26,  aviert  ad-aviert  apertila  7,7;  12, 16  (ma: 
averts  avertas  9,30;  20,33;  27,62;  e  f.  d'acc:  avertameng); 
iierz  \6,2l  (ma:  ters'hura  20,3);  ftierfo  (eredità  2)  21,38;  car~ 
dienscha  6,30,  ecc.  cfr.  num.  107;  tschient  cantum  13,8;  ar- 
gient  26, 15 J^;  terratriemhel ,  f\. -triembels  nata.  155;  bieschia 


cid  comune  pure  a  Gabriel,  di  cai  ai  hanno  eaempj  nel  numero  che  segue. 

Quindi  in  DB.  tiarp,jdrva,  liarra,  piarder,  [ciarner;  Car.:  tschemer],  tediala 
(Cu.:  sadialla  aadilla,  eitella;  cfr.  aum.  3S],  sidl,  fiasla  (e  il  Car.  ha  aa- 
tOTn:  fenestra  /ignìastra);~jaB,  lutti  all'incontro  d'accordo  (compre«o  Con- 
radj):  unfiem,  uneiern,  deaiert,  aciert,  tschient,  tiarrO'triembel ,  pulUdr, 
miet.  Cfr.  TeDgadineBe.  —  IIds.  coli' io  anche  tiiexta  ae'ptie,  dove  Car.:  niaxxa 
e  Conr.:  neta  ttiata,  V.  ancora  l'nlt.  a.  al  nnm.  SS,  e  il  num.  S9. 

'  CoDT.  Car.:  liwers,  db,:  tamiers  {en-tarvieri;  aoprasoaa.  ìd.),  traverso.  E 
ancora  db.:  il  vitrf  de  diev  (soprosoes.  verf)  verbo  divino.-^ Ma  insieme  col 
tarviers  del  leaaicografo  cattolico  noi  troveramo  che  debbano  andare  anche 
i^  ruoieri  del  nostro  testo,  7, 27.  Siccome  nel  posso  parallelo,  che  à  al  verso  35, 
e'ha  con  vocabolo  tedeaco:  ili  fiau,  quando  altre  versioni,  e  fores  tutte,  danno 
uno  stesso  vocabolo  in  entrambi  i  luoghi  (p.  e.  U  verslona  alto-eDgadineea : 
/Iu))u,flumina),  coal  potremmo  facilmente  esser  tentati  a  cercar  nella  nostra 
Toce  un  riflesso  di  riparia  (riviera,  fluraona,  v,  DiKz  less.  s.  v.);  e  il  genere 
mascolino  4oUa  voce  Boprasilvana  non  farebbe  certa  difficoltà  (III,  1).  Senonchd, 
rimarrebbe  dall' un  canto  il  grave  ostacolo  fonetico  dell' te  per  1'^  di  Sr^air 
-arj  (nnm.  9),  e  contraaterebbero,  dall'altro,  i  significati  che  danno  a  'ruoier' 
i  lesiicografi  indigeni  (Conr.  :  'ruvier,  zeratSrter  piati,  wo  noch  mehr  ler- 
eldrt  werdea  kann;  gewàsser';  Car..*  'ruvier  [Uatt  7;  veraltet],  sturm,  platz- 
regen,  nebsrschwenunung').  Tutto  all'  incontro  si  chiarisce  sa  vi  riconosciamo 
il  parallelo  dell' ital.  rovtscio  (dipiof^ia;  o  nella  pili  compiuta  forma:  ritisrfct(>) 
e  del  frinì,  nnn'^s  (v.per  Vu  il  num.  77).  Si  tratterebbe  di  un  plurale  natural- 
mente identico  al  singolare  (cfr.  dmos  al  num.  126;  la  figura  dittongata  puA 
danì  anche  al  plurale);  e  i  lessicografi  avrebbero  erulto,  dalla  forma  plurale 
del  nostro  passo,  che  il  Cariech  cita,  un  supposto  singolare  di  questa  voce  anti- 
quata. Resta  d'avvertire,  che,  teoricamente  parlando,  ruvier*  si  pud  raggua- 
gliare cosi  a  'revorsì'  come  a  'reversi'  (cfr.  num.  56);  ma  dobbiamo  preferire, 
tra  le  due  varietà  fondamentaLi ,  la  prima,  e  perché  ad  essa  rivengono  le  voci 
corrispondenti  dì  sopra  citate,  e  perche  -vorso  entra  qui  in  altra  via  (num.  1S6). 

'  Uerfo,  con  antico  dittongo  grlgione  (cfr.  l'engadiu.),  deve  èssere  tratto 
da  >/iertar  {hartar  nom.  S03),  cosi  come  ttenta  (la  fatica)  da  itentar.  Cfr.  Diee 
gr  IP  S69;  e  b  u.  al  num.  57-. 

'  mrctcnt  servo  del  pudico,  5, 25,  riviene  a  iervient-  =  it.  tergente,  e  ba 
linindi  un  i  etimologico. 

Aicblvio  {lottol.  ilikl,,  L  I 


;vGoo»^lc 


18  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

bestiame,  bieschtg  bestia  (Car.,  cfr,  num.  108);  tester  eiterus 
{OS.  jester;  saung  iesier  sanguis  alienus  Ebr.  9,25;  iester  allato 
al  pi.  estera  G.  10,5;  ester-s  estra  L.7,6);  miez  10,16  {miezgi 
mezzodì  12,42;  ma  al  fera.:  mexa  noig  mezza  notte  25, 6);  an- 
tschiet  ptc.  incepto-  18,24  {antschetta  inceptum,  principio,  13, 
9  30  35)  '.  Ttìeass  messis  9,  37  ';  sis  sei  17, 1,  cfr.  Schdch. 
31  vok.  1, 373,  ma  in  ispecie  considera  il  nostro  num.  174  ;  -i  (pi. 
-W-s)  =  -ELLO  (cioè;  -eli,  -elj,  -eìlj,  -llj,  fj,  -f,  cfr.  il  num.  112 
e  l'alto-engadin.):  vaschi  vascellum  26,27,  Mr.  11,16,  pi.  ©a- 
schels  G.  2,6,  coli,  vaschetta  9,17;  vadi  vitellus  L.  15,23,  pi. 
vadels  Ebr.  9, 12;  ani  anelLus  L.  15,22;  manti  mantellum  27, 


'  Ancoi'a  ù  aggiuogerft:  antachtess  (ce,  foTui  a  Bethleham  a  sin  tnt  BÌen 
antschiess,  chs  arano  ia  Betlsmma  e  ia  tutto  il  ano  territorio,  2, 16,  cfr-  L.S,8; 
Conr.:  antichieis,  gràaia),  che  dev'esaere  'incessDs'  (cfr.nnm,  81),  o  maglio: 
■ftccesana'  (cfr.  nam.  S31),  nel  sanso  dì  patso,  adito,  a  qaiadi  confine,  ter- 
ritorio. —  E  non  vorremo  abbandoDare  ie  =  é  (nom.  23,  28)  senza  toccar  di 
puliedr,  puledro,  21,  2,  Qui  lo  Schuchirdt,  il  quale  é  ia  generale  troppo  io- 
chineTOle  a  stabilire  coutinuatori  comuni  di  lunghe  e  di  brevi,  ai  crea,  non 
GO  ben  come,  una  e  lunga  nel  inediev.  'pulletro',  e  quindi  un  ie  anooialo,  =  e 
(Itw.  38).  Ma  a  vocal  brave  &ccemiano  in  eicuro  modo  le  forme  sincopate 
sulla  atampa  del  potrò  (*poVdro)  epaguuolo  a  portoghese,  cui  va  raccoatata 
la  base  del  toscano  poltracckio.  Si  tratta  veramente  di  due  forme  fradameD- 
tali  romanze,  l'usa  adrucciola,  l'altra  piana  (pùlidro,  pnlfdro);  e  s'avrà,  mi 
pare,  la  chiave  compiuta  dei  varj  riflessi  della  vocale  accentata  nella  piana, 
quando  ai  riconosca  un  ì  nella  flgni'a-madre  (cfr.  Diez  leu.  sec.  edii.  s.  pu- 
ledro). L'it.  pulèdro  a  il  aicil.  puddilru  (•pulHdru),  stanno  regolarmente  nel 
rifleeao  dell'i;  e  da  ^  e  f  (num.  42)  il  soprasilvano  sarebbe  venuto,  per  alte- 
ratiooe  terziaria,  al  nostro  dittongo,  seconda  l'analogia  del  nnm.  43  (e  il 
dittongo,  ma  certo  per  via  diversa,  della  quale  altrove  si  parla,  aurge  anche 
nel  rifleaso  veneziano:  puliiro;  cfr.,  per  ora,  mariegola  =  marigola  malrl- 
cula).  Quindi  pulitdr  spetterebbe  realmente  al  num.  43.  —  Ancora  va  avver- 
tito, intorno  al  numero  che  stiamo  per  lasciai'e,  come  tra  le  forme  collate- 
rali coli'  e  intatta,  addotte  in  esso ,  pud  naturalmente  invalere  la  dittongazione 
teriore,  acceiioria,  di  cui  parlammo  in  nota  al  numero  che  precede;  quindi, 
p.  e.,  entichiata  db.,  enlschatta  Csrìg.,  anschatta  Car.,  principio. 

*  Questa  ortografia  si  riproduce  nel  versetto  Bussegnenta,  e  tre  volte  in 
L.  10,2;  ma  all'incontro  abbiamo  la  mesi  da  la  terra  Apoc.  14, 15.  Conrad!, 
ligio  probabilmente  a  Gabriel,  scrive  mtaia  anch'egii;  Carisch:  miatx.  Qui 
abbiamo,  in  Gabriel,  come  un  prodromo  dell'  ia  di  cui  A  discorso  in  noia 
al  num.  27;  e  quanto  alla  special  figura  ea,  è  da  vedere  l'engadinese  e  il 
Gap.  II,  §  S,  a  anche  si  pud  ricordare  la  vece  di  ea  ta  nel  ramano:  taskf 
iashf  esca,  ecc. 


;vGoo»^  le 


S  1.  Origioni;  A.  SoprasaWa:  é.  19 

28  ».        meins  mensia  L.  1, 26,  tscheins  censua  (Conr.  Car.;  ds.:  32 
sckar  per-lschensch  affittare,  cioè  'lasciare  per  censo');  meisa 
mensa  15,  27,  peisa  (lesa.,  paso);  -r-  steila,  pi.  steilas,  2,2;  24, 
29;-  eis  ei  est*. 


'  Car.,  ia  analogia  di  cid  che  annotammo  al  num.  S7,  dà  al  piar.:  -iala: 
vidials  ecc.;  e  cosi  Carig.  77:  ani  anials  occ,  STverteodo  cha  nella  Poppn 
facciano  -ells  [per  la  Poppa  'la  IbsBa'  doTrammo  mtendara,  a  rigore,  quel 
diEtretto  a  oriente  d'Uanz,  che  sulla  Carta  dal  Dafonr  è  tadicato  coll'aquì- 
Talenta  germanico:  Oruob\  cfr.  Tschndi:  'Ilanz  cum  loco  Orub',  'Qrnb,  rhao- 
tiee  Lanoppa',  e  Vulpioi  'liana  e  la  Foppa';  forsa  Carigiat  vi  comprende, 
come  albi  par  fare,  anche  Ilanz,  dova  Oabrial  acriTOTa,  e  un  tratto  di  valle 
a  occidente  di  questa  borgata  ;  ad  ogni  modo ,  con  'la  Poppa'  non  va  coofuao 
VUors  la  F^j)}»)  -  Waltanaburg  (Vulpio;  Vorti  Voti),  di  coi  à  toccato  nel- 
l'aBord.  e  in  o.  al  nnm.  3  ecc.,  a  ancora  al  C.  VI,  g  1].  Anche  nel  sing.:  biallt 
e  in  insieme,  'bello',  ds.,  Car.;  dove  la  doppia  forma  ai  dichiara  pel  fatto  che 
tratlisi  di  un  aggettivo,  il  qnale  veniva  ad  avare  il  aubatrato  -ell-S  pur  nai 
aingoiare  (cioà  nella  flgnra  predicativa;  db.;  sa  far  biali  bellettarai). 

'  Le  a[^iarenti  stranezie  di  questa  seria,  al  posson  disaipara  con  breve  di- 
scorso. Qib  il  Diaz  ha  osaarvato  che  t'e  di  mentis,  ptnsam,  -ense,  entrava 
nell'analogia  dell'e  lunga;  e  di  cid  vedeva  la  ragiona  nel  dileguo  del  n  (gr.  I* 
150).  Veramanta,  pur  nel  toscana,  il  n  di  regola  non  é  perduto,  pronuncian- 
doli: meQe,  pega,  ingUgt  (f  quasi  ts,  v.  Le  pronuncia  del  S  toscano  nel  eoe. 
•ol.  dell'Archivio),  e  meglio  il  Maestro  ai  accostava  al  vero,  quando  notava 
(ib.  334)  cha  la  e  dinanzi  a  »  compiìc.  inclina,  nella  risposta  italiana,  alla 
I)ronuncia  atretla,  vale  a  dire  vi  s'incontra  col  rifleaso  dall'é  latina.  L'è  lat. 
di  -éns  volgente  all'c  od  ei  dai  fondamentali  rifleui  romanzi  (tose,  mffe,  so- 
pruilv.  meins,  piemont.  weis)  ai  fa  manifesta  per  la  scrizione  volgar-latina  -tru 
(«»«o  mÌKsis  eco,  Schuch.  volt.  I  318  sagg.);  e  sono  istruttivi  i  rideasi  gri- 
gioni  anche  in  qnanto  roostran  chiara  la  evoluzione  dalla  vocale  pur  dove  il  n 
è  rimaato.  —  Cosi,  nel  caso  di  'atella',  il  toscano  pronuncia  stella,  il  piamon- 
teee,  come  il  sopraailvano,  steila  (cfr.  mais  ed  étoile),  e  ugualmente  abonderà 
la  scrizione  volgare  latina  stilla  (DiBi  gr.  1'  153, 335,  Scbucb.  vok.  I  339).  — 
Ma  na'Origionì  il  fenomeno  si  mostra  esteso,  ed  é  in  limiti  diversi  pur  nel 
toscano,  anche  ad  altre  formolo  ;  in  iapecie  ad  ent  emp  est  (coma  pui-e  ad  ent  est 
eoa  «  aecondarìa^f,  num.  43),  e  prevalentemente  nall' Engadina,  coma  a  suo 
Inogo  si  vede.  Qui  intanto  noteremo,  allato  alVsis  ("eist)  recato  nel  teato,  la 
seguenti  oscillazioni  presso  db.:  suoÉÌnter  allato  a  iwenter  suenter  (v.  num. 
177);  teimps  allato  a  lemps  tempua.  Circa  eis  ea,  pel  quale  rimandammo  dal 
Dtun.  S5  a  questo  luogo,  é  da  ricordare,  oltre  l'attrazione  analogica  della 
terza  persona,  che  il  substrato  potrebbe  non  aseeme  diverso  da  questa,  ve- 
dsodosi  sempre,  nell'alto-aogadinesa  (antico  is-t,  moderno  tu  es-t)  la  coiici«- 
ilone  et+  tu.  Cfr.  la  n.  al  num.  31>;  e  circa  l'attuale  ■m«trt=  -mente,  v,  la 
a.  al  nnm.  150-1. 


;vGoo»^lc 


90  Aocoli,  Saggi  ladini,  I. 

/  lungo  tonico,  fuor  di  posizione. 

33  Costantemente  intatto  in  Gabriel  <:  udir  13,19;  mira  'mirato, 
28,  mire  (ecco;  cioè  'mira!')  7,4;  spiri  spìritus  26,  41  ';  fin 
finis  11,1,  cun/ins  8,34;  finna  (fina)  11,8;  frinna  farina  13, 
33;  fastchinne  num.  108;  galgina  23,37;  spinas  spinnas  13, 
7;  7, 16;  rvina  24, 15;  dim  'de-imo  (giù  dim  giìi  in  fondo)  27, 
51;  am-prim,  pi.  am-prims,  10,2;  19,30;  olivas  21,1;  viveri, 
4,  m/s  pi.  22,32,  vitto  6,25;  dormiva  'dormibat  8,24;  riva  13, 
2;  vivras  viperae  3,  7;  ragìsck  3, 10;  pi  dicit;  fichs  flcì  7,  IC; 
spias  spìcae  12, 1  ;  vig  tìcus  21,2;  amzfj'  anamig  11,19;  5,43; 
priguel  {sette  Tolte  in  li  Cor.  11,26,  m&prigel  in  Apost.  27,10 
[9:i)n(?iu*o],Roro.8,35,  periculum';  festig  vestigio-  num.  131  n.; 

34  (rida  'ferita  *  (colpo)  5,  39  ;  agnifs  nidi  (n.  203)  8, 20.  freid-s 
frìgidus  Apoc.  3,15,  fem.  freida  10,42.  L'istoria  dei  riflessi 
romanzi  di  frìgido-,  che  fu  molte  volte  tentata,  va  ormai,  mi 
pare,  sicuramente  rifatta  nel  modo  che  segue.  Il  dileguo  della 
vocale  della  seconda  sillaba  è  avvenuto  dopo  che  il  g  aveva 
subito  (come  in  viginti  'viginti  'vijinti,  ecc.)  l'evoluzione  g-g-j; 
e  s'ebbe  quindi  un  latino  *frijdo-  che  è  la  pronuncia  a  cui  ugual- 
mente rivengono  e  il  pompejano  ^ritfam  (cioè /rij'^am)  e  il  frigdo 
[ciak  fri^do)  bassolatino.  L'antico  i  lungo,  riuscito  cosi  io  posi- 
zione, venne  a  perdere,  come  suole  in  simil  congiuntura,  il  suo 
carattere  quantitativo;  e  frijdo  friido  diedero  poi  un  romanzo- 
fondamentale  frido  (con  i  romanzo,  non  più  latino),  i  cut  conti- 
nuatori entrano  legittimamente  nell'analogia  del  latino  t  (=t  ro- 

*  Anche  il  ds.  tu  dì  regola  t;  ma  pure,  in  analogia  di  cid  che  iu  ispecie 
vediamo  al  nnm.  59  n.:  gliemma  [glUmmar  glimadira)  lima  (Carisch;  glim- 
ffltt).  E  Carig-,  ancora  ìonanzi  a  m:  gliemprem  (=  il  em-prim  ds.;  ma  ilg 
amprem  anche  nel  e&ggìo  riformato  da  Duvin,  Bùhl.).  tnt-ad-ém  {etMadim 
Car.),  il  piti  intemamenle,  nell'  'imo',  Carig.  6;  cfr,  Car.  gr.  123,  e  il  nnm.  38. 

*  La  figura  Boprasilvana  qui  ancora  ti  coaserva  nelle  ragioni  della  figura 
latina;  ma  anche  ai  ridnsee  a  quella  della  posizione  romanza,  al  che  ne  ve- 
nisse:  [spevi^  spiert  (ds.:  spiri celestial  ecc.;  ma:  spiert  spirito  [anima],  gran- 
ària dil  spUrt,  sublimità  d'animo),  cfr.  il  num.  43;  e  spiert  è  pare  la 
figura  engadinese. 

'  Cioè:  *prigul  (cfr.  *migula  in  n.  al  num.  35)  'prigtfl,  cfr.  p.  e.  l'ant. 
basso-engadin.:  miraekuela.  Di  piti  al  CBp.  II,  g  3. 
'  0  *fentla1  Cfr.  num.  35  e  SO. 


;vGoo»^lc 


§  1.  OrigioDÌ;  A.  Sopraselva:  i.  Sì 

manzo;  num.  40).  Quindi  multano  chiari  e  normali  il  prov.  freid, 
il  frc.  froid,  il  sopraailv.  o  friul.  frèid,  Y  ital.  freddo  (con  dd 
anorganico,  sul  tipo  di  cetto  =  ctto,  ecc.),  a  gli  spagn.  frido  frio 
(sul  tipo  Ugo  Ho)  ^  Si  paragoni  l'istoria  di  digito-  sotto  il  num. 
40,  al  quale  dunque  veramente  spetta  anche  freid.  -ITO  ed  35 
-Oto  (i  cui  riflessi  legittimamente  si  confondono  nel  nostro  dia- 
letto, questo  rendendo  costantemente  per  t  anche  l'antico  it, 
num.  50),  si  riducono  entrambi  a  -ieu  ("-ida  *f-u  i'v,;  cfr.  II,  3), 
che  alla  sua  rotta  si  rattrae,  nella  combinazione  col  i  predi- 
cativo, ad  -eu-^;  e  gli  sta  allato,  nel  plurale  mascolino  de'par- 
ticipj,  -t  ('-idi  '-«  :),  mentre  la  figura  feminile,  come  già  era 
accennato  dal  sostantivo  frida,  mantien  sempre  la  dentale. 
Esempj:  marieu  maritus  1, 19;  udieu,  pi.  udì,  26,  65;  6,7;  dur- 
mieu  28, 13  ;  banadteu  banadeu-s  ('benedito)  26,  26  ;  21 , 9  ;  an- 
tardieu  antardeu-s  (*intra-dito,  tradito)  27,3.4;  26,24;  frieu 
freu'S  fri  frida  ('f[e]rito,  gettato,  -i,  -a)  26, 12;  5,29;  8, 12;  12, 
25'.-  Cfr.  num.  36  e  60.  -  Per  e  lat.  venuta  in  iato  romanzo,  e 
ridottasi  quindi  ad  i  (cfr.  num.  24),  passano  correttamente  nel- 
r  analogia  di  questo  numero  anche  aschieu  acetum  27,34.48, 
e  bulieu  Conr.,  boletus  (os.:  bulltu-s  fonghi,  Gar.:  buleu). 

I  breve  tonico,  fuor  di  posizione. 

via  2, 12,  gi  dies  (num.  106),  che  sono  esempj  d'I  in  iato  latino.  36 
Viu  ài  iato  romanzo,  avutosi,  per  dileguo  dell'esplosiva  dentale, 
da  -idu-  'ttu,  passa  naturalmente  in  ieu  (t'u),  cosi  come  avve- 
niva dell'-t'u  romanzo  da  -Ùu  (num.  35);  quindi  vieua  {vieuas, 
23,14;  Conr.:  vieu  vieua,  DS.:  viu  viuva,  Car.:  veu  vetta)  yi- 
dua  num.  203;  ieu-s,  pi.  m.  \,  fem.  ida,  pi.  idas,  ito  ecc.  12,, 
44;  8.32;  18,12;  25,1,  in  perfetta  analogia  di  ciò  che  avemmo 


'  Cfr.  ScBDCB.  vok.  Il  76,  415,  440,  III  295.  Sodo  notovoli  le  incertsEze  del 
DiEZ  gr.  I'  it&ffireddo=fregdo),  271  (freddo=  M[g]idQ,  inaieme  con  freitecc.), 
291  a.  (/V«W  =  fri[g]ido,  O  =  frigdoper  i  =  ir?;cfr.  il  num.  172  in  □.). 

'  Per  analoga  contrai  ione  va  perduto  l'idimìeufa  in  tn«wla(meul(u  15,27); 
cioA  *Bifgu1a  *mInlB  tni'ula;  e  mieula  é  ancora  la  forma  di  Conr.  (db.:  miula), 
Cfr.  II,  3. 

'  Conrad!,  forse  eccedendo  in  coerenza,  ha  -ùu  pur  nel  predicativo;  per 
ea.  vignUùs  pendieus,  gr.  14S,  15S;  all'  incontro  Cariach  ha  -«u  pur  nella 
figuranonpredicatiTarjwrtMrflMecc.  (cfr.  MB.),  allato  a  3urj»-«tM,  gr.  208-9. — 
iiR.  Eempre  ■!&',  p.  e.jwrtt'A  partito  (divi»)  64,  seias  beinvigniùs  benTeouto. 


;vGoo»^lc 


?9  AecoIÌ,  Saggi  ladioì,  I. 

al  num.  35,  solo  che  l'i  qui  rimane,  per  essere  iniziale,  nella 
figura  predÌcatÌT8  '  ;  e  Vi  anche  nel  fem.,  benché  non  inter- 
87  venga  l'iato  (cfr.  l'it.  ito)*.        sinap  (Conr.:  sin.,  Car.;  sin., 
Seti.)  13,31.  Cfr.  num.  183,  e  la  seconda  n.  al  num.  che  pre- 

38  cede.        em^lM  (cfr.  num.  18,  e  33  in  n.):  an-semel  'ìn-simul 

39  (insieme)  1, 18;  tem  timeo  L.  7,4,  temma  (timore)  14,26';  er 
=  IR:  per  (less.)  pirum  ;  er  ■  1[G]R  :  nér  (ner  nSr  nec  nigrum  5, 

40  36);  eil  ein  eiv  eig  eid  =  \h  IN  IV  (IB  IP)  IC  ID  (IT):  peil 
(less.),  pilus;  m^'na 'minat  (mena;  v.  DiEzless.,  e  cfr.  n.  81),  sur- 
meinig  (sopra-raeni,  seduca)  7,13;  24,4;  meins  minus  13,57*; 
nei/'DÌTe-28,  3;  heiver  beiva  (ra&  f.  d'a.:  buvevan  24,38}  6,25; 
11,19;  ratscheiver  recipere  (e  in  acc.  rom.:  ratschéiva  recipit 
7,8)  10,41,  antscheiver  incipera  24,49;  pleiga  'plica  arcolajo 
(Gar.  a.  piagar);  seid  sitis  25,35;  neidi  nitidus,  less.  (ds.:  po- 
lito, neidi;  polire,  cioè  lisciare:  far  neidi;  cfr.  num.  204);- 
veider  vitrum  Apoc.  21,21  ;-  fei  (cfr.  num.  25  in  n.)  fldes  23, 
23.  —  det  (Conr.  Car.  dett;  ds.  del)  digitus  23, 4,  pare  a  pri- 
ma vista  che  accenni  a  posizione  (num.  42),  e  quindi  vi  si  tratti 
dell'immediato  riflesso  di  dìgt  o  digt.  Ma,  a  tacere  degli  scru- 
poli che  insorgerebbero  circa  il  prodotto  del  nesso-consonante 
di  questa  flgura,  s'aggiunge,  che  essa,  dall' un  canto,  è  super- 
flua 0  inammissibile  per  gli  altri  riflessi  ladini,  i  quali  possono 
0  devono  risalire  a  Mito  (con  f  romanzo,  non  diverso  per  na- 
tura ed  effetto  da  quello  di  frido  del  num.  34»),  e,  dall'altro, 
non  si  trova  riflessa,  per  quanto  io  posso  vedere,  in  verun* altra 


■  La  DOQ  predicativa,  trattandosi  di  veibo  neuti-o,  dod  si  vede.  Conr.;  ievs, 
DS.:  I^  (pi.  ij);  ma  Car.  gr.  75:  eus;  cfr.  del  reato  il  n.  60. 

'  Quanto  alle  gannioe  apparense  dell'i  di  figure  ladine  io  cui  si  ottiene  \a 
pel  dileguo  della  consonaiite  gutturale  intermedia,  com'è  nell'oberlandese  stria 
=  itriga  (Steno.  42),  Ta  aempre  considerala  la  fase  palatina  di  essa  consonaute 
(cfr.  num.  79,76, 182, 165).- Pure  in  ui[e]t4a,  del  riraanQDte,  non  ò  puoto 
ncQro  che  l't  aia  immsdiata  continuazione  dell'i  latiuo;  ma  bene  ó  pìb  pro- 
babile la  succeBaione  vidtia  ve[d\ua  niua  vi^ia.-  Di  vid^  vuoto,  t.  il  num.  53. 

*  latexia  laetitia,  e  simili,  mandiamo  cogli  eaempj  di  «  =  t  in  poa.  romanza. 

'  Al  mocosillabo  in,  risponde  «n  1, 18;  cfr.  il  num.  81. 

'  Non  diverso,  perché  è  il  prodotto  fondamentale-romanzo  di  due  t,  comun- 
que, oltre  la  diversa  qoantitA  del  primo  di  questi  {frigido-  digito-),  possa  esser 
diverta  la  provenianza  del  secondo,  non  ai  poti^ndo,  per  ora,  determinare  se 
trattisi  di  digto  dijto  ecc.,  oppure  di  digito  dijilo  ecc. 


;vGoo»^lc 


g  I.  arigioDi;  A.  Soprasoha:  i.  23 

parte  della  romanità  '.  Non  potremo  dunque  partirci  da  *dito 
che  dovrebbe  darci  un  soprasilv.  deit,  e  la  deviazione  non  si 
potrà  chiarire  se  non  per  chiusa  dei  dittongo  (cfr.  i  num.  23, 
52,  56)  e  la  successiva  geminazione,  che  ci  è  mostrata  dai  les- 
sici {dett,  pi.  detta;  cfr.  num.  233),  e  conduceva  all'analogia 
del  nam.  42  K  Cfr.  dés  -  ^dU  =  diess  al  num.  56  sottosilvano. 

7  ton.,  in  posizione  latina  o  romanza. 

(Vt/illefrartice  l'accus.  pronomin.  proclit. 'il',  e  t'impera. 'ei';  cfr.  41 
n.  42)  n.  112;  figl  n.  97;  milli  14,21;  vingia  'vinja  vinea  20, 1  ; 
[tschinla  num.  172];  vista  (aspetto,  volto,  'gesicht')  6,16;  trist-s 
14,9,  (nVspl.  17,23;  scrii 21,13 ;^iV  Rictus  3,3;  «tt^  num.  152;      - 
M  num.  172  5.        ferm\2,29,  /érm-s  Ebr.  2,2;  wrdL.  23,31;  42 
el  ella  ille  illa,  quell  eccu'ille,  tsohell  ecce  ille;  cavelg  capil- 


'  H  frc.  doigt  [*doit  *deìt)  non  presuppone,  come  pud  parere,  nna  figura 
diTena  da  quella  a  cui  rìsale  il  proT.  det  ('dito),  poichd  il  g  non  tì  si  trova 
le  DOQ  per  discernimento  ortografico  BUggerito  dall'etimologia  (doìt  doigt), 
eoa!  come  in  vingt  (viut  Tingt).  Nd  certo  conchiude  per  *ditt  (digt)  l't  del 
milan.  did,  com«  tra  l'altre  risulta  dal  confronto  del  genoT.  cRu  e  dell' it  dito, 

'  Cfr.  la  u.  al  nnm.  che  segue,  e  la  !.>'  n.  al  num.  59.  Dato  l' i  nella  ge- 
nuina forma  soprasilvana,  com'è  p.  e.  nel  nostro  dito,  la  dichiarazione  si 
lempliSca;  ma  l'analogia  eopraailvana,  e  gli  altri  dialetti,  si  oppongono  a 
una  dichiarazione  che  sottragga  il  nostro  esemplare  al  numero  attuale. 

'  Merita  coneìderaiìone  il  concordar  che  fanno  i  diaL  ladini  con  altre  &- 
«elle  romanze  in  ordine  agli  eaempj  d'i  intatto  in  posizione;  cfr.  Diez.  gr.  I'  ' 
157-58,  Steno.  46.  A  tacere  di  f^lius,  avremo  veramente  vocale  lunga,  di  sua 
Dstara,  in  tnilU  (mllvx  miilia  CoxssEN  vok.*  I  718)  e  viwa;  ed  anche  in 
ciffa,  che  ne'Origioni  si  continua,  sempre  con  i  intatto,  qual  nome  di  luogo. 
Circa  seripto-  (eon-sereipto,  ib.),  jtcto-,  em-sHttelo-,  varrebbe  la  i-egola  che 
radica  nicente  per  media  avesse  vocale  lunga  nel  participio  (Lachmànn  1.  e. 
in  n.  al  nam.  63);  contravverrebbero  però  i  riflesei  romanzi  di  strÌElo-.  An- 
cora é  notevole  la  coincidenza  ladino- galli ca-spagnuola  dit  (engad.  ~  gig  so- 
prai.)  ^diti^dicAo,  docome  quella  che  accenni  a  dìcto-  (efr.  deico),  mentre' 
l'itaL  detto  accenna  a  dtcto  come  vuole  Oellìo.  L' e  veramente  ricompare  pur 
tra' riflesai  sopraailvaui  di  dìcto  ,,  ma  é  un'e  che  non  va  senz'altro  confusa 
con  qnella  dell'ital.  ietto,  comunque  aia  stretta  pur  l'italiana.. Si  tratta  deir«, 
1  cui  in  iapecie  la  varietà  cattolica  arriva  dall'  t  di  fase  grigione  anteriore 
(i.  l'esordio);  quindi  détg,  e  non  diversamente:  scretl,  fetg  (=fù:hfig  nUm.  173;' 
fttg  anche  nel  saggio  dal  libro  scolast.  riform.,  Bùrl.)  Carigiet,  3, 7, 139, 151  ; 
eb.  Car.  gr.  107,  123.  L'«  nel  riflesso  dì  dieta-  non  manca  pure  al  riformato 
Conradi  {leas.,  72). 


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ìli  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

lus  5,36;  cusselg  coasilium  27,1;  sumelgia  *ainiiliat  11,16;  fu~ 
melgs  'familii  18,23;  ischendra  cin'r-  11,21;  trenta  13,8;  ent 
intus  (tnetf  ent  intrate,  cioè  'meate  intus')  7, 13;  fender  (onde 
il  perf.  ta  fendét  27,51)  less.  ;  venscher  strenscher  tenscher 
less.;  pese  num.  138;  guest  eccu'iste,  III,  2;  resta  arista  less., 
cfr.  num.  229  basso^engad.;  leungezia  latesia  ecc.,  num,  107; 
véz  DS.  (Car.  vezz)  vitium  ';  [battem  ^]  ;  ansenna  num.  192;  vess 
Tii  19,23;  metter,  ptc.  mess  messa,  1,21;  4, 12;  3,10,  mess  sost 
(messhggiero)  11,10;  sech  aiccus  12, 10;  strechia BtnctA7,\3', — 
e  cfr.  i  num.  118-9, 192, 212.  Seguono  due  fenomeni  terzìarj, 
pei  quali  Ve  da  i,  cioè  l'è  secondaria,  entra  nell'analogia  deU'e 

43  primaria.  Imprima:  ie  =  'e-i  (parallelo  del  num.  28),  che  si  deve 
verificare,  oltre  che  in  spiert  'spirt,  di  cai  al  num.  33  n.,  e  in 
saniester  6,3  (ma  sanestra  25,33.41;  27,38),  pure  nel  fier  di 
tscheins  fier,  canone,  livello  (bodenzins;  Car,),  altro  non  si  po- 
tendo avere  in  questa  combinazione,  per  avventura  antichissi- 
ma, se  non  'census  firmus'  =,  e  firmus  in  abito  fonetico  diverso 
dal  suo  solito  (v.  num.  42),  perchè  sia  come  parte  di  un'altra 

44  parola  e  ormai  inconscio  di  sé  medesimo.  —  Poi:  ei  =  *e  =  i  (pa- 
rallelo del  num.  33,  cfr.  la  n.),  quasi  con  vezzo  engadinese,  in 
due  esemplari  cattolici,  ma  instabilmente:  eint  (assediare:  sa- 
rar eint;  raffardellare:  far  eint;  ma:  ent,  dentro)  ;  qiieist  allato 

45  a  quest,  p.  246-7.  canasiras  {=  *canastras  'caniastrasì, 
cfr.  num.  27  n.  e  29)  canistri,  14,20;  15,  37;  e  ugualmente  ca- 
naster  canastra  i  lessici. —  Il  riflesso  di  cinque  è  al  num.  236. 

0  lungo,  tonico. 

46  È  costantemente  riflesso  per  u  soprasilv.:  hura  lura  (ali-ora)  8, 
13;  2,17;  ^r  ora  (orlo,  v.  DiEZ less.)  9,20;  «ras  ad«ras  oras  ado- 
ras  6, 5;  4, 9;  tur  illorum  (loro)  1, 21  ;  lavure  labora  (lavora)  21, 

'  E  eoa)  l'ital.  vetro  (non  ne  epiaccia  alle  signore)  altro  non  é  se  non  U 
pretta  e  oatinuaziono  di  'vitinm'  (vezzo:  Titìo:  :giuataaza:justitia,ecc.).  'Vizio', 
'abitadioe  iiiTeterata',  'abitudine',  é  nell'italiaco  vexto-tnodo  (clr.  menda); 
'abiludlae',  'modo',  'atto,  attnccio'  ci  condncono  poi  a  sei^o  -  leiio.  -  Conr.: 
v&it  pi.,  intrighi,  aatnzia. 

'  3,  7,  cfr.  num.  143.  Conr.  Bcrive,  Della  parte  rom,-ted.,  certo  per  errore, 
bdUem;  db.:  batte». 

'  fier  =  fermm  non  vi  ù  poti-à  dì  certo  yedere.  ~  S'aggiunge  ptiKedr  dal- 
l'nltinift  u.  al  num.  S8. 


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Grlgiotii;  A.  S<^iraaelTa:  <t.  S5 

28;  hanur  15,4;  xanur  *di3-hon6r- 1, 19;  dalurs  dolores  4,24  ;  ' 
paramur  (propter;  per  amore  ')  5, 10. 11  ;  ramur  rumor-  9, 23; 
«THr  27, 64  ;  singiùr  (allato  a  singer,  vedine  il  num.  87)  ;  pi- 
giurs  pejór-  9, 16,  guvemadurs  sonadurs  paatur  paslurs  im- 
peradur  (v.  ancora  il  num.  87)  10,18;  9,23;  9,36;  8,33;  22,17; 
giù,  T.  u  in  11.;  fin  pir-sul  (pirsulameng  24, 3G),  23,8.9.10,  * 
par-sul-s  14,23,  pi.  12,4,  solus,  cfr.  num.  76;  curuna  27,29; 
parsunrta  19,12;  patrun  10,25;  dun,  pi.  duns,  donum,  23,18; 
2,U,pardunne  (perdona)  6, 12;  carduns  (cardoni)  7, 16;  can- 
luns  (cantoni)  6,5;  parscfiun  (prigione)  5,25;  perditiun  7,13; 
P(smnl7,9;  raacAwn  less. ';  tritmlatiuns  persequtiuns  Ì3,2\  ; 
oratiuns  (ura/tun  21, 13)23, 14;  nun  (ca-nun)  non,  lesa.,  v.  111,5; 
num  18,20;  mendus  15,30;  marvilgìus  marvilgiusas  2Ì, 42; 
21,15;  puccadusas  'peccatosae  (compassionevoli,  v.  pitccau  al 
num.  77)  6,16;  crappua -(petroso ^)  13,5;  nus  nos  6,12;  vus  vos 
6,8;  piMcAvoce-  3,3;  tutpar-tut*  3,5;  4,24;  cudisch  fcodice-, 
libro)  1,1;  ruir  Car.  Conr.,  rodere,  num.  203;  dus  d[u]o3  6,24, 
cfr.  l'engadin.  e  il  sottosilv.  (il  fem.  dU'Os,  10, 10,  non  sarà  già 
U  forma  latina,  ma  si  una  propaggine  oI>erlande3è  della  forma 
mascolina).  L'ó  di  gloria  e  nohilis  è  trattato  come  se  breve,  47 
stante  la  posizione  ladina,  num.  56.  Il  riflesso  ladino  dell' ò  di 
'favonio-'  si  viene  alla  sua  volta  oscurando  in  causa  della  par- 
tiralare  complicazione  fonetica;  e  otteniamo,  se  io  non  erro, 


'  L* 'amora',  disceso  a  fluiEi<»ie  preposizionale,  ta  incontro  a  singolari  vi- 
cende. Poiché  per  amore  =  propter,  dod  estraneo  pure  alla  nostra  lingua  let- 
teraria, e  molto  usato  in  pit  dialetti  italiani,  offre  imprima  nn  curioso  esempio 
di  atìmologia  che  afiatto  bì  oscura  senza  clie  c'entri  alcun  dett'imento  fonetico; 
e  a  dirittura  s'arrida  tX  per  amore -per  odio,  in  odio,  come  p.  e.  nel  seguente 
passo  di  uo  proclama  biigantesco  (Calabria,  1867):  'spero  a  Dio  e  alla  Ma- 
donna del  Carmine,  che  io  brucio  tutte  le  masserie  dagli  Albanesi,  per  amore 
delle  squadriglie'.  Poi  in  favella  ladina  'per-amor-di'  (per-amur-d-,  amnr-d'), 
finisce  per  rasentare  fonelicaroente  la  'morte';  ciod  si  riduce  a  'murt'  (cfr. 
D.  233),  e  pasta  all'analogia  del  num.  58  d.;  peres.:  muori  Ventelgienteivladat, 
per  amore  dell'intelligibilità,  Carig.  17  n.,  mttor  tei,  per  rispetto  tuo,  ds.  2'iQ. 
'  Circa  la  notevole  propaggine  anorganica  raeehittù  ruschieni  less.,  ra- 
gionamento, discorso,  V.  la  n.  al  num.  57*. 

*  erap  =  clap  fri.,  sasso,  circa  il  qual  vocabolo  si  pud  intanto  vedere  la 
Zeiijchrift  fùr  vergìeich.  sprachforsch.,  XVI,  209. 

*  Nel  saggio  di  Waltaosburg  {rifoi-ra.;  Bùbl.)  lots,  tot  qttei,  pertot;  e  cosi 
in  quello  di  Villa  (cattol.;  BtiiiL.)  tots  toUts. 


;vGoo»^lc 


£6  Ascoli,  Sa^  Uaioi,  I. 

questa  serie  importante:  -ONIO,  gnj  (num.  102),  -ginj  -tmij 
-Winj  -Win,  che  avrà  il  suo  parallelo:  -ORIO,  -prj,  -girj  -uirj 
-u'irj  -u'ir  (cfr.  II,  3).  Si  osservino:  favugn  fagugn  {nam.  129) 
Cap,,  fagugn  ds,  317,  favoing  fagoing  ds.  282,  favoign  favoin 
Conr,  (basso-en^,  favuogn,  alto-eng.  fuogn  Car.),  ostro,  scirocco; 
•  e  vi  si  confronti,  per  ora,  suadutV  =  sudatorio-  (stufa,  o  ba- 
gno publico,  DS.),  allato  all' engadinese  (racAttOtV  -  •tractorìo- 

48  {num.  172)  imbuto  di  legno'. —  Il  riflesso  di  òvumks.ò.        sa- 

49  cerdots  12,4,  è  voce  letteraria.  co  =  quo[mo(lo]  13,5;  »co 
=  8Ìc-quo[modo]  5, 48. 

0  breve,  tonico. 

50  ùr,  d-ad-or,  d-ad-or-a,  foris,  8,12;  26,75;  12,46;  22, 13;  23,25; 
cor  11,29;  sora  {pi.  sarurs  soróres  13,56)  aóror  12,50;  moUer 
molere,  mola  {moliri) ,  24,41;  18,6;  viòla  less.  cfr.  II  1,  figliola 
num.  71  n.;  angolen  (inf.:  angular  6,20)  "involant  6, 19;  bof 
bove-  L.  13,15,  pi.  bos  22,4;  nof  novem  18,12  (cfr.  num.  52); 
roga  rogat  roge  roga  5,  42,  Apost.  8,22,  cfr.  n.  53,84;  pò  po- 

51  test  3,9  {pos  possum  potes  26,  61  ;  5, 36).  hum  humens  19,3; 
12,41;  dimunis  8,28;  tun  1  Cor.  14,7.8;  cfr.  bun-  nella  serie 
che  segue,  e  cun  (con),  4,21,  che  risalirà  alla  figura  latina 
cotn  piuttosto  che  a  cum  {v.  Schuch.  vok.  II 166,  Corssen  vok.  II* 

52  106)«.  [ie  =  *UB]:  miera  morit(ur)  22.24  (f.  d'a.:  morir  26, 
35);  bien  bonus;  bien  sem,  bien  frig  (frutto),  hien  carstiaun^, 


'  Netta  la  faee  dell' u,  malgrado  U  posizione  palatile  r 
In  duglia,  ÌQCawatnra,  od  occhio,  in  cui  entra  il  manico  deil'afcìa,  ecc., 
che  Steno.  46  ha  aagacemonte  ricondotto  a  'dolium'. 

'  cun  ti  potrebbe  anche  raggnaglìare  a  coni  per  u  =  o  t.  d'a.,  coneidcrals 
per  dtona,  o  quasi  proclitica,  pur  questa  particola,  come  accade  d'altre.— 
Avendosi  preseo  il  Car.:  nuscker,  noscher  alto-engad.,  taluno  potrebbe  credere 
che  anche  nel  grigione,  come  in  altre  favelle  romanze,  'nocere'  (tiuscher  Me. 
16, 18)  fosse  passato  alla  terza  e  qui  per  conseguenza  spettasse.  Ma,  a  tacer 
d'altro,  ss.  accentua  nùsehér  la  Toce  soprasilvana,  e  Fall.  conj.  53  dà  nM- 
tehair  per  l'alto-engad.  Voci  soprasilv.  di  'nocere'  con  sicuro  accento  sulla 
prima,  non  posso  addome. 

'  sch'eiiei  frucca  bien  (lett.:  cosi  à  egli  non  buono;  non  é  bene)  19,  10; 
et  fus  pli  bien  (lett.;  ei  fosse  piti  buono;  meglio,  più  ben  sarebbe)  20,24.  In 
questi  e  altri  simili  passi,  bien  ^  bono-  vien  quasi  a  confondersi  logicamente 
con  6em  =  bene  (num.  SS).  L'engadinese  continua  bona  per  due  varietà  fo- 
netiche, runa  delle  quali  fa  d'aggettivo,  l'altra  da  aostaotivo  (buona  cosa). 


;vGoo»^lc 


g  1.  Grigioni;  A.  SopraseWa:  6.  27 

13,24;  7,19;  12,35,  ma  al  pi.:  huns  duns,  &uns /ri^s,  7, 11.17; 
e  al  fem.  :  bunnas  ovras  5,16;  teli  oleum  25,3;  lanziel  linteo- 
lum  ■  27,59  (ma  al  pi.  lemouh,  vedine  il  nuro.  57^);  nie/'novus 
9,16  {ma:  nova  novas  9,17;  13,52);  ief=  Gvum  (base  comune 
romanza,  in  Inogo  del  classico  Svum)  L.  11,12.  Mando  pievel  e 
diever  al  num.  54,  dove  forse  converrebbe  mandare  anche  chiet 
(gallo;  Conr.:  chiet,  col,  cfr.  Ma.  e  111  I;  ds.:  chiet  sg.,  cotts  pi-, 
e  pel  soprasass.  :  cott  cots)  26, 34.  Ancora  :  triep  *tropa  (truppa, 
T.  DiBz  less.)  8, 30-32  ;  e  col  dittongo  contratto,  come  ben  vide  lo 
Steno,  (p.  49,  51):  scheniv  "dsche-niev  diciannove  (cfr.  num,  50), 
chir  *chier  (od  anzi  *cliieir  v.  II,  4)  corium.  Meno  è  sicuro,  mal- 
grado il  riflesso  engadinese  e  il  soprasàssino,  che  bì  abbia  il 
medesimo  processo  in  vid  Mr.  12,3  {vida  12,44)  vuoto  (cfr.  il 
trident.  orient.  e  il  fri.),  Ancora  v.  il  num.  171;  e  circa  veglia 
(voglia)  ecc.,  il  num.  56.  La  formola  fondameatate-grigiooe  53 
■UEGU  (cioè:  ''-ócu,*-ógu),  diede  imprima,  per  attrazione, -UEUG 
(cfr.  num.  236,  57';  e  II,  8),  onde,  giusta  il  num.  precedente: 
-ieug.  Quindi:  Heug  lieuc  (ds.:  liug)  locus  2,9;  14,13  (ma  al 
pi.  (7  logs  2,22,  cfr.  Ili,  1);  fieuc  (ds.:  fiuc)  focus  7, 19;  rieug 
(Conr.*;  pi.  rieugs  preci  Ebr.  5,7;  ds.:  riug;  è  un  sostantivo 
Vogo,  tratto  da  rugar,  cfr.  roga  al  num.  50  e  la  n.  al  num.  57"); 
gieug  Conr.  {giug  ds.,  giucc  Car.)  jocns;  cfr.  hb.  ', 

'  Cioè  Itnteélo,  Vo  det  anfOsso  Òlua  essendo,  com'è  notorio,  ftcceotsto  nelltt 
base  roman»  (Diki  gè.,  Derimi*.  nomin.:  L);  cfr.  II.  7. 

'  ilg  tieu  soing  rieug,  la  santa  tua  prece,  in  un  saggio  del  1749  ap.  Andeeb, 
Veber  ursprung  vnd  geschichte  der  rhaeto-romanischen  sprache,  p.   134. 

'  Circa  la  coDtiQuaziooe  di  '-ócu  ecc.,  io  devo  discordare,  come  in  pih  altri 
pTiDti,  dall'egregio  mio  amico  Scbuchaudt,  la  coi  indagini  acutissime  sempre 
penJ  mi  furono  di  grande  giovamonto,  e  quasi  la  pietra  di  paragone  in  ordine 
d  grado  di  maturiti  che  la  mia  intelligenza  del  vocalismo  gi'igiooe  avesse 
raggianlo.  Come  pib  compiutamente  vediamo  al  Cap.  II  §  3,  quel  vaiorosis- 
timo  fonologo  é  sempre  in  penosa  incertezza  circa  la  genesi  dell'i  di  l'eu;  e 
per  restare  al  caso  attuale,  egli  ci  vorrebbe  piti  genuino  i'ew  che  non  Vì*u, 
e  tatto  icw  gif  sarebbe  la  coatinuazione  dell'^  latino,  e  si  compiace  dell'a- 
nalogia ch'egli  vede  netl' i«u  «oprasiW.  dicontro  ad  li  (uou«)  ted.  in  fieuafiiva 
flieua  aratro  (pflug),  Itw-  41.3.  Ma  qui  si  tratta  di  *flùga  (cfr.  flùja  angad.) 
*(t6gva  (cfr.  il  num.  i84 ,  in  ispecio  nail'  engadin.)  "fiùwa  'fii'ua,  cfr.  num.  35 
e  60;  e  ancora  v.  del  resto,  circa  il  grappo  ìu  cui  entrano  questi  termini 
grigioni,  il  C.  V,  g  I.  Spievi  (pel  pili  corretto  tpiel)  spola  (ted.  spule)  è  de- 
dotto dal    plurale,  v.  Ili,  I,  e  cfr.  la  n.  al  num.  57*.  —  L'oscillarsi,  nelle 


;vGoo»^lc 


28  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

0  tonico,  in  posizione  latina  o  romanza. 

54  sort,  pi.  da  tutta  sorts  27,35;  13,47;  porta  poptat  (cfr.  jntrtar) 
3,10,  la  porta7,l3;  misericorgia  9,13;  porsche  (porgi!;  ma  f. 
d'a.:  purschenan  por36ro22,19)5,39;  daooa  *davor3  num.  126; 
possa  (la  possa)  15,32;  fossas  8,28;  dovran  *-it-operant  (cfr. 
num.  56  e  85)  20,25;  oz  hodie  11,23;-  o[i]g  =  OGT  (num.  172): 

55  oig  odo,  noig  nocte-  (pi.  noigs  12,40).  —  Cfr.  num.  56.  [uè]: 
cueissa  (ds.,  Car.;  Conr.:  coissa,  cfr.  num.  174)  coxa;  quint 
(*cuent;  conto,  computo;  quenn  Carig.  avrà  le  sole  apparenze 
di  un  piii  genuino  dittongo,  cfr.  num.  41  n.  e  l'esordio)  12,36; 

56  raquinta  (racconta;  BQhl.  ').  {ie=*tte,  cfr,  num.  52]  :  gliergia 
gloria  16,27  (cfr.  plievgia  num.  62,  e  un.),  niebel  (*nobl,  fem. 
niebla  less.)  nobilis  L.  19,12,-  v.  num.  47;  chiem  corna  L.  1,69 
(pi.  coms  Apoc.  5,6,  cfr.  num.  166);  jerfen  (fem.  orfna)  orpba-  j 
nu3  OS.;  dierma  dormit9,24  (ma  dormt'van  durmieu  dormivano 
dormito  13,25;28, 13,  dove  parò  si  tratta  dalla  figura  f.  d'a., 

e  non  dell* alternazione  grammaticale);  an-tiert  (torto)  20,13; 
anchiert  Car.  (accorto,  ptc;  quasi:  'in-corto');  miert,  tgierp 
miert,  morto,  corpo  morto,  ds.  203, 78,  allato  a  mort-s  mortuus, 
morta,  la  mori,  2,19;  9,24;  15,4;  pìerti  porticna  ds.  (p.  320; 
p.  234:  pierl)^;  chierp  corpus  (pi.  corps  27,52,  cfr.  num.  166) 
5,29;  pierch  piertg  less.  porcus,  pi.  porcs  7,6;  miei  (il  molle, 
sostant.,  umidità,  Car.  nachtr.),  allato  a  tls  molls  molles,  I  Cor. 
6, 10  ;  sien  somnus  26,  43  ;  iess  =  osso  (pi.  ossa  23, 27)  G.  19, 36; 
diess  (dosso)  Rom.  11, 10;  griess  (grosso,  ds.;  ma  grossìn  inai- 
predicat.  13, 15)  ;messj3aun  nostro  pane  6,11  {m&:  noss  puccaus 
nostri  peccati  ib.  12,  nossa  nostra;  cfr.  Ili,  2),  viess  cor  vostro 
cuore  19,8  (ma  «oss  cors,  possa  vita,  19,8;  Q,A);  parpiest  Car^ 


scrittura  aopraBilv,,  tra  -g  a  -e  nella  uscita  degli  esemplari  toccaU  in  questo 
Dumero,  é  cosa  di  neasan  momento  atimologico  (cfr.  rive  Carig.  44).  Nd  dob- 
biamo ksciarci  STiare  dalla  coincidenza  di  lieu  frc  (Dihz  gr.  t*  439)  col  «*- 
prasilT.  lieug. 

'  Cosi  due  leiioni  cattoliche  e  una  riformata;  ma  in  un'altra  riformata  (Do- 
vili) é  Bcrìtto,  forse  per  errore,  raqvenia, 

*  Ball'asemplara,  e  un  po'recondito  é  fierg  [=fìertj  t,  num.  172  n.)  forte, 
acetoso,  DS.,  allato  a  fora  (fort-s),  col  s  pradieatiyo  concreBciuto,  di  Car.  - 
Ancora  adduco  da  ne.:  regiert,  memoria  (ricordo),  =  ragord  Car.  a,  'cor'. 


;vGoo»^lc 


§  1.  Origioiii;  A.  Sopnuelva:  ó.  89 

propos'to-  (ctr.  num.  124;  db.:  propiest),a\ì&io trasposta 3,ÌÒ; 
pieìwPpop'lo  (num.  90  n.)  1,21,  e  ^L  pievels  20,25;  24,9;  die- 
ter  usna  (è  un  nome  'dovrò,  estratto  da  duvrar,  cfr.  num.  210 
e  57"  n.)  Rom.  1,26.27;  tgietsohen,  fem.  cotschna,  coccinua,  ds., 
predicatÌYo  cotschen-s  16,  2.  3;  ziep  (zoppo;  col  s  predioat.  :  ir 
zops,  vegnir  zops)  lesa.  —  Qui  pure  il  dittongo,  o  anzi  trittongo, 
rattratto  (cfr.  num.  28  e  52),  primamente  in  iissi  toxicum  Rom. 
3,13,  T.  num.  174  e  cfr,  num.  173.  Nella  risposta  di  OLJ,  con- 
siderati ì  riflessi  engadinesi,  e  anche  l'analogia  del  num.  31, 
vorremmo:  *uelj  *ueilj  'ieilj.  Della  prima  figura  (cfr.  num.  55) 
vedremo  balenare,  quasi  per  anticipazione  del  riflesso  engadi- 
nese,  più  d'un  resto;  nella  terza  facilmente  si  conciliano  la  ya- 
rietà  riformata  e  la  cattolica  (e  il  soprasàssino  insieme),  senza 
bisogno  di  ammettere,  tra  le  due  chiese,  una  distribuzione  del- 
l'e  e  dell'i  che  aia  all'inverso  del  aolito;  ma  forse,  a  rigore, 
potrebbe  a  ciò  bastare  anche  la  seconda.  Abbiamo  dunque:  celg, 
pi.  (slf/s,  5,29;  26,43  (ds,  eigl,  igl,  ma  anche  ceigl;  pi,  igls 
eilgs;  p.  210,  152.  140,  233),  *o[c]ljo  num.  118;  fóegl  [foègl] 
(eigl,  pi.  foeglia,  Conr.,  felgia  21,19  (folium,  foglia;  de.  figlicC^; 
lasdelgias  (le  doglie  della  partoriente;  ds.:  dtglias)  I  Teas.  5,3; 
velgia  (voglia;  ds.:  id.)  6,10.  E  l'istoria  che  noi  facciamo  di 
OLJ  *uelj,  può  facilmente  avere  una  curiosa  riprova  da  un  esem- 
plare dove  ì'uelj  è  di  genesi  diversa;  cioè  'buelj  ■=bo[t]ello,  bu- 
dello, che  darà  hOglia  all'engadin.,  heglia  al  soprasilv.  riform., 
e  biglia  al  cattolico  (ds.),  budella.  E  in  perfetta  analogia  col 
trattamento  di  OLJ,  avremo  quello  dell' ONJ  (siavi  l'o  primario 
0  secondario)  di  *bi-3onjo  ('bi-auenjo  ecc.);  cioè;  bsOgn  engadin., 
soprasilv.  riform.  basegns  3,14,  soprasilv.  cattol.  besign,  bisogno, 
ve  de  besirts  (soprasass.  veir  iasinz),  aver  biaogno,  ds.  '.  OLT  57" 
OLD  diedero  primamente  *oult  (come  ALT  ALD  danno  ault  auld 
num,  10),  che  poi  normalmente  passa  in  'ueult  ieult  euK  ecc. 
(cfr.  il  num.  53,  dove  perà  il  substrato  ha  storia  diversa).  Quindi  ; 
veult{Conr.  vieull;  ptcp.  di  volver,  cfr.  sa  volvigian  si  •volga.no 
"Ì.Q;  arvieult  Conr.,  arviilH  ds.,  volta  della  casa  ecc.)  9,22,  cui 
stanno  allato:  anseult  (Car.;  us.:  siùld;  ptcp.  di  an-solver  far 
«lezione),  mieu/i  (Conr.;  Car.;  meniti  ds.;  miùU;  ptcp.  di  mol- 

'  Carìg.  7;  bastns. 


;vGoo»^lc 


30  AmoU,  Saggi  leidiai,  I. 

ler  macinare)  ;  schieulda  il  soldo  (Conr.  ;  Car.  e  ds.  :  schevlda]  '. 

57*  —  Analogamente,  ol■^s  grammatic.  diede  imprima  ouls  (cfr  il 
num.  10  e  la  rispettiva  n.),  che  si  mantìflDe  negli  antichi  plu- 
rali: lenzouls  L.  24, 12,  G.  20,7,  cangiouls  (cagnuoli)  15,26, 
Mr.  7,27,  ma  fini,  secondo  l' analogia  del  numero  precedente,  per 

57'  dare  ieuls  euls  (Car.;  lanseuls  ecc.) a.  —  Men  facile  decidere  se 
oung  ed  ounc  (cfr.  il  soprasilssino)  che  troviamo  in  basi  ober- 
landesì  rimpetto  ad  ONG  e  ONC  anteriori,  surgano,  in  analogìa 
colle  precedenti  due  rubriche,  e  in  corrispondenza  col  num.  13, 
per  isviluppo  meramente  fonico  di  u,  o  non  piuttosto  si  debbano 
all'attrazione  di  un  u  successivo,  in  corrispondenza  col  num.  53 
e  con  altri  casi  che  meglio  ancora  si  adattano  al  paragooe 
(num.  236).  Il  non  aversi,  pel  mero  sviluppo  fonetico,  alcuna 
particolar  conferma  in  altri  dialetti  ladini,  dissuade  dalla  prima 
dichiarazióne;  e  noi  affermeremmo  decisamente  la  seconda,  in 
ispecie  per  l'esemplare  soprasilvano  a  cui  si  allude:  ['longu 
*loung[u]  ecc.]  lieungs  I  Cor.  11, 14. 15,  leungas  23, 14,  longi, 


'  Qui  spetta  Teramente  anche  meuUcha  (la  qnantiU  complaaaiva  del  Ulti 
munto,  daa  gesammts  gemolkene,  Car.),  difficile  forma,  intorno  alla  quale  non 
parmi  che  abbiano  iatsrajneate  veduto  il  vero  Stbhq.  60  e  bcHUcB.  lautw.  45. 
Il  aopraaiWano  ebbe  primamente  o  accentato,  per  Tu  àtoQO  dell'infiaito,  ìa 
quei  nomi  di  aembianza  primaria  ch'egli,  giusta  la  generale  analogia  ro- 
maoia,  viene  estraendo  dal  verbo  (cfr.  p.  17,  a.  2),  indotto  a  questa  vece  di 
vocale  dal  rapporto  che  per  via  organica  s'era  stabilito  fra  mori  e  munV, 
porta  e  purtar,  e  via  dicendo.  Cosi  da  un  suo  r'schunar  (con  w  doppiamenU 
legittimo)  egli  ei  estrasae  'r'schàni  (ragionamento),  che  poi,  per  la  normala 
vicenda  dell' d,  si  fa:  *r'schueni  r'schigni  (risehieni  rtisch.,  Car.).  Ugual- 
mente da  mulseher  eatraaoe  *màl3cha ,  onde,  per  l' analogia  dal  num.  10  e  di 
quello  in  cui  siamo,  s'ebbe  imprima  *fnoulscì\a,  e  poi  normalmente:  mneul- 
scha  mieulscha  meulscha.  Cfr.  dùcer,  rieuff  num.  56,  53. 

'  La  figura  ùul$  andò  iocontro  a  particolari  vicende.  La  riduzione  -euls, 
agevolata  dal  suono  palatila  che  in  qualche  esemplare,  d'uso  frequente,  pre- 
cedeva all'i,  d  qui  comune  anche  al  Boprasilv.  cattj  e  la  riduzione  -[t]wlj,  che 
ha  fisionomia  cattolica,  é  comune  anche  al  riformato.  In  entrambe  le  chiede 
si  ha  poi  la  figura  acccsBoria  -Utwls  (ds.  :  cacciti  cacoiauls,  calcetto  calcetti; 
Conr.:  raeiauU  raviuoli;  e  qui  spetta  anche  ipault  *spÌauU  spieuU ,  roc- 
chetti, spole,  Conr.).  Intatto  A  ieuls  aeM'avieuls,  *apioli,  api,  di  Conr.,  con 
aviuls  per  normale  sua  risposta  in  ns.  Intorno  a  questo  non  facile  grappo  ti 
é  in  singoiar  modo  smarrito,  se  io  ben  veggo,  lo  Schucbardt,  Itw.  43  e  segg., 
sempre  però  spendendo  con  utilità  il  grande  suo  acume.  Ne  ritocchiamo  al 
C.  11,  3;  e  al  C.  Ili,  1  (singolari  ricavati  dal  plurale). 


;vGoo»^lc 


§  1.  Qrigioni;  A.  Sopnuelta:  if.  31 

lODgae  (cfr.  lieung  Conr.,  liung  ds.),  e  anche  fuori  d'accento: 
leungezia  6,27,  aTTertendo  ancora  come  nel  riflesso  di  'ionge', 
dove  non  era  tt  all'uscita,  il  soprasilvano  non  sia  più  all'  *<ning 
(t.  num.  58).  spus  spusa  sponsns  -a,  O.  3,29;  1,19,  e  ad-  58 
ascus  -absconao-  1, 19,  in  cui  l'antico  o  stretto  di  -gris  ha  Io 
stesso  continuatore  dell'  o  lungo  (cfr.  Scrdcq.  vok.  II,  118), 
fanno  buon  riscontro  a  meisa  ecc.  del  n.  32.  E  gli  altri  esem- 
plari per  u  soprasilT.  =  o  lat.  in  pos.,  s'incontrano  regolarmente 
coU'o  stretto  italiano:  an-canuscker  7,16  -co-gno-scere  {cong- 
sceré),  dove  a  dirittura  si  tratta  di  o  etimologico;  Ittnsch  8,30 
longe  (e  qui  l'ital.  è  affatto  all'u  anch'esso,  dove  l'engadinese 
riflette  un  o  aperto,  come  fa  il  soprasilv.  nella  risposta  di  'lon- 
gns'  num.  57');  frund  Apoc.  14,9;  17,5  (frpnte);  an-cunter 
12,25  {c9ntra);  curt  26,3  {cgrte,  cortile),  antum  iumig  8,18; 
10,13  (int9rno,  che  t9mi);  {vulps  8,20  (cioò  w)lpes  =  vulpes) 
v^lpi;]  -cumpra  cumprian  13,44;  14,15  (c9mpera  comperino, 
cfr.  num.  85)'.  Ma  con  l'u  anche  (tutina  5,28  {dgnnc^. 

U  lungo  tonico,  fuor  dì  posizione. 

Costantemente  t  in  Gabriel  ^  con  pochi  esempj  o  alternamenti  59 
della  fìiae  intermedia  fi:  sc(tr-s  obscurus  24,29;  mUtmftt-s  mu- 
tus9,32;  12,22;  fìim  Apoc.  9, 2, /?mma fumat  12,20;  fin  Unna 


'  Ne'leeaici,  quando  il  primo  elemento  del  Peseo  sia  i*  o  2,  quast'u  =  o  cade 
il  posto  ad  «o:  euort  db.  Car.,  cvrt,  cvort  Conr,;  anivorn  db.,  antuom  an- 
tum Car-,  entuom  antum  Coar.;  [vUlp  db-,  t>ulp  Conr.,  vuolp  Car.];  cvolp 
Car.  (ìL  colpo,  epagn.  golpe,  ecc.)j  ma  all'  incontro:  frunt  {front),  punt 
(poni),  prvrtt  (proni  prpnto).  Cfr.  num.  65,  e  l'aDgadin.  Ud  eeemplare  in 
cui  Io  steiao  Qabrìel  lembra  oscillare  tre.  u  ed  wo,  ò  /Wtna  FiL  2,6,  ecc., 
fuomta  Ebr.8,5  (cosi  in  questo  solo  passo),  DS.:  furma,  Conr.i  forma  forma, 
Car.  ;  forma  fuortna ,  fgrma. 

'  Esempj  di  e  cattolica,  anche  per  i  =  ù  (e  a  dirittura  abbracciamo  anche 
l'u  in  pos.  e  t'ù  Atono},  in  analogia  dei  num.  33  n.  e  41  n.:  maglitm,  de- 
riiazione  per  *-iimen  da  magliar  (mangiare,  num.  146),  titg  (Carig.  etg  =  ig 
num.  15£},  miserar  (misiirare],  db.,  vaUla  (=  ds.  valila,  "valuta)  Carig.  5. 
Uà  BDcha  tra'  Riformati,  t,  ur.,  e  sari  in  iapecie  dinanzi  a  -m.  Per  -ù  lat. 
Tenuto  all'uscita,  il  Conr.  mostra  e  ei  (cfr.  il  sottoailv.)  in  pati  palei  =  p&- 
lùd-(cfr.  n.  60  n.);  e  ancora  dà:  pellilsch  accanto  api7fit3ch  =  pùUce-  (db.:  pi- 
liich)i  e  lo  stesso  Car.  gr.  112  per  (=  engad. pur,  itat.  pure;  nel  lesa. prfr,  erat, 
gerade  jetzt;  cfr.  il  nostro  testo).  Ben  solido,  e  assunto  anche  da  Qabriel, 
iTTemo  finalmente,  al  num.  66, l' e  per  i  da  it  in  una  particolar  posiuone.  —  Un 


;vGoo»^lc 


3S  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

nag-in  nagtnna  unna  una  "nec-unus  -a,  1,20;  1,23;  6,24;  6,1, 
par  arma,  parinna  (=per-una,  cioè:  d'accordo)  18,19;  5,25, 
adinna  (*  ad-una,  cioè  :  sempre)  18, 10;  ti  tu  1, 21  ;  mìr  murus 
Apost.  9,25;  pir  (it.  pure  =  lat.  piire;  piV  dormii  26,45,  cfr. 
niim.76);  sagìr  securig3, 10;  sa^iVs  sacuri  28,14;  j^tra  jurat  23. 
21;  dir  durus  {andiràr  =  {rc.  endurer  IQi,  21,  dirézia  19,8)25. 
24;  mastra  mensura7,2;  scartira  scriptara2,4;  cummin  com- 
tnunis  Giud.  3,  fem.  cumminna  Tit.  1,4;  ^apins  jejuni  15,32; 
Igino  luna  24,29;  serclim  'sarculumen  (sarcbiume,  zizzania) 
13,25;  fis  fuaua  ds.;  pli  plus'  5,29;  Igisch  luce-  10,27;  schitf 
sucus^  24,32;  enagid  (in  ajuto)  15,25;  vartid,  pi.  vartids,  vir- 
tut-  7,29;  24,29;  salid  salut-  L.  1,69;  iver  gliver,  m.  Gap-, 
gliver  liver,  m.  Conr.,  uber,  coli"  articolo  concrésciuto;  brit 
60  (nuora)  10,  ^,  =  ted.  bHkt,  v.  DiEZ  less.  s.  bru  =.  Già  sap- 
piamo dal  nam.  35  come  -UTO  dia  -ieu  -eu.  Esempj:  standieu 
('s-tenduto)  8,3;  pudieu  ("potuto)  17,16;  pandieu  {'penduto) 
18,6;  plaschieu  ("plaéuto)  11,26;  carscheu-s  ('cresato-)  13,32; 


esempio  di  w  Bottosilv.  al  posto  dì  w  lat.  earobbe  flum  Conr.  676,  Carig.  99 
(flumm  flvmfial).  Il  Car.  (nacttr.)  dà  regolarmente  fllim  ;  e  flim  fltm  è  anche 
Bel  noto  noma  di  luogo  (Flim-i,  Flem).  Qnìndi  tanto  piti  incredibile  (mal- 
grado la  nota  a  schig  io  questo  stauo  numero)  elle  in  flunt  Teramente  si 
tratti  dì  contÌDUBiion  diretta  dell'  u  lat.  ;  e  se  flum  é  proprio  voce  indigena, 
bisogaerebbe  piuttosto  dichiararlo  da  flim,  secondo  le  analogie  che  ci  sodo 
offerta  dal  num.  31  engadin,  e  trident.  orient. 

•  ti  (su;  sin  bu  +  ìd  su'a;  sisura  su  +  Bopra;  tisvm  sm- sommo;  8,15; 5,1, 
8,S0;S7,51),  riviene  a  sùsum  (cfr.  ital.  suso  su),  laddove  niu  (giù  dtm  ^ib 
+  d'-iino,  surangiu  di  sopra  in  giù,  27, 51;  4, 6]  accenna  a  j'oswm  (cfr.  num.  IS6); 
e  la  diversità  si  riproduce  in  più  dialetti  romand,  p.  e.  su  io  nel  venei-,  si 
^0  nel  milan. 

'  Mancherebbe  a  Conr.e  Car.;  Da.  ha,  cosi  pel  sopraailv.,  coma  pai  aopra- 
eaae.,  sue,  ch'egli  probabilmente  leggeva  sue;  cfr.,  presso  lui  medesimo:  ffiu- 
itia  num.  63,  e  ehiul  num.  166,  dove  l'u  sta  in  contraddizione  collo  eh[i]. 
Taluno  potrà  imaginare  che  sucus  ancora  si  rifletta  nel  soprasilv.  ji\g,  gich, 
gitff  di  Car.:  'una  quantità  di  liquido';  ma  questa  voce,  che  altro  io  realtU 
non  deve  dira  se  non  'buon  sorso,  buon  tratto'  (cfr.  engad.  lùg  ap.  Car. 
óachtr.),  si  confpnda  veramente  col  ted.  lug,  che  dice,  tra  l'altre,  'bevuta, 
eorao'.  Per  altri  aeempj  di  t  oberland.,  u  engad.,  pari  a  ti  non  latino,  si  con- 
frontino intanto:  stiva  stùva  (ted.  stube,  camera)  Car.;  xicMa  lùcha  Car., 
zucca;  siekier  Eopraaasa.  ds-,  tùcher  eng.  Car.,  zuecaro. 

*  poppa  pilpilla  piipa  (Car.,  cfr.  it  basso-engad.;  ds.  pùppa)  pud  parare 
anomalo;  ma  v'ebbe  in  realtà  la  geminazione  (cfr.  l'ortografia  lai.  pvppa),  e 
questa  ci  apre  la  via  al  num.  66. 


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§  1.  OrigìMii;  A.  S<^praMlTa:  ti.  33 

vandìeus  (Venduto)  18,25;  vangeu-s  ('venato-),  vagrU,  vor- 
n^irfa,  2,23;  8,33;  12,42;  vieu  ('veduto  *vi[d]ato  ■•via[d]u  tTu 
YÌ^u);ecc.  ^  E  nella  stessa  analogia  entrano  anche  jia/ieu  (Conr. 
s.'3umpf'  'pftLtze',  e  correggi  s. 'morast';  ds.  :  pali'ù.,  Gar.:  •paletti 
•palttdo  (cfr.  venez.  polito) ,  palude  ^  e  nieu  nu[d]o,  crieu  oru[d]o, 
di  cui  V.  il  uum.  203;  e  ancora,  per  v  vocalizzato,  ieua  ("il^aa) 
=  uua,  uva,  cioè  y^uo  presso  Conr.,jlifl  in  d8.  (pi.  ivas,  juvas 
[con  V  epentetico],  p.  247,  328;  soprasasa.  ib.:  jeva  jevas,  di- 
min,  juet),  eua  7,16  nel  nostro  testo».  ii-»6tt(  17,24;  22,17  60» 
è  voce  letteraria.     Y.  ancora  i  num.  63  e  89. 


'  Ancora:  Mouckieu  (vinto  I  GÌot.  2,  13. 14;  vanteheu  or,  'vinto-ftiori', 
finito,  7,28,  T.  ap.  Car.:  vinscJiida,  fine,  Tittoria,  e  U  nnm.  220);  cfr.  l'anL 
portogb.  oeneudo,  ecc.  Contro  il  aospatlo  clw  la  base  {frigiona  iì  questi  par- 
tici{j  aia  in  -ito  anxicbd  in  -410  (cfr.  portogh.  vtndióc  ecc.),  parlerà  chia- 
razcente  il  basso-eDgadiuafis. 

'  S'hB  qnasi  nii  doppio  tralignamento  nel  aopraailTano ,  poiché  palitu 
=4palndo,  &tton  realmente  maacollno,  non  rìnuue  tale  (come  il  venez.  pallio 
ù  rimane),  ma  ritoma  in  grembo  al  genere  feminite,  certo  in  canea  di  forme 
collaterali  che  piti  legittimamente  vi  spettano  (cfr.  ap.  Conr.:  pali,  di  cui  toc- 
cammo in  notaelnom.  che  precede).  PI.  palliew  l  Maccab.  9,45;  a  proporìto 
dalla  qual  citazione  gioverai  avvertire,  che  gli  esempj  del  Vecchio  Testa- 
mento, e  degli  Apocrifi,  provengono  da  La  S.  Sibla,  guti  ei:  tut  la  Soiit- 
cAi'a  Scartira,  ner  tuts  ils  Cudiscks  d'ilg  Veder  a  Nief  Testamént,  eun  ih 
Cudiscks  Apoaryphs.  Messa  giù  ent  ilg  Lattguaig  Rumonsch  da  la  Ligia 
Griicka  tras  anckins  Surtìients  d'ilg  Plaid  da  Deus  d'ils  Yenerawis  Colloq. 
Sur-  a  Sui  ilg   Ovaulti  Coirà,   1718. 

'  Mire«tam(eMrLev.lt,29,miwrDe.,  tMurCar.,  mure[m],clie  ci  porta  a 
*miur,  etrana  figura,  la  cui  seconda  vocale  non  ha  alcun  fondamento  nella 
bue  latina,  né  si  riproduce  negli  altri  riflessi  grigìooi  che  a  suo  luogo  si 
incontreranno.  ScHUCHAScr,  lantw.  45,  è  trascorso  a  imaginare  un  expartdi~ 
mento  dell'u,  pel  quale  avremmo  (ti  (eu  t'ett)  nei  seguenti  quattro  casi  (ci 
imitiamo,  per  brevità,  alla  figura  cattolica):  -iti  ■=  -Sto  del  partic,  miilr 
more-,  paliti  palude-,  tialiu  *TÌllnto-  (il  velluto).  Senonché,  egli  medetimo 
t'A  messo  in  dubbio  circa  il  primo  ed  il  quarto,  e  noi,  nel  numero  in  cui 
ùazno,  gli  portammo  via  anche  il  terzo.  Resta  dunque  il  solo  mitir;  e  dichia- 
rarlo per  eipartdimenlo  equivarrebbe  a  non  chiarirlo  punto;  poiché  si  sta- 
bilirebbe un  fenomeno  affatto  imaginario,  e  1'  ù  latino  é  tutto  nel  solo  t  di 
mi[t]w.  Io  vedrei  all'incontro  la  base  di  questo  singoiar  dittongo  nel  vecchio 
pi.  ted.:  mttu«  mures,  che  ancora  dev'essere  di  qualche  dialetto  svizzero.  Il 
genuino  plurale  ladino  mire  s'imbatteva  cosi  nel  plurale  germanico  mitu;  e 
im  ioflosBO  di  questo  era  tanto  più  Tacile  io  quanto  mir  mirs  (mas  mures) 
li  veniva  a  confondere  (come  in  altri  dialetti  ladini  dei  Grigioni  i  rispettivi 
riflessi  ai  confondono)  con  mtV  mire  murus  muri.  Cfi-.  il  num.  220. 

Aiduvia  glottal.  Itsl.,  I.  3 


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34  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

V  breve  tonico,  fuor  di  posizione. 

61  gula  Rom.  3, 13;  giuven  juvenia  lesa.;  fui  fugo  2, 13;  juf  ]\\- 
gum  11,29.30;  crusch  cruce- 10,38;  nusch  nuce-  lesa.;  scuda 
ex-cutit  (trebbia)  I  Cor.  9,9.10;  luf{feia.  luva  ds.  Conr.;  leufa 
Car. ,  V.  II,  3)  lupus  G.  10, 12;  nu'ca  dove  che  [t.  num.  150-1]  6, 
19.20.21  {nu  ch'el  veva  dove  egli  aveva  13,5);  dubels  n.  114; 
stubla  I  Cor.  3, 12,  "stupula,  Schuch.  vok.  II  227,  stoppia;  sur 
sopra  num.  210,  cfr.  surangiu  num,  59  n. ,  surdar  =  "supra- 

62  dare,  consegnare,  tibergeben,  10,17  '.  piover  5,45  riflette 
piuttosto  un  antico  'piovere'  (cfr.  l'arcaico  per-plovere  e  il 
ìtas3o-eng.  plouver)  che  non  pluere;  e  pUevgia  (pioggia  7,25; 
T>a.:  plievia)  si  fonderà,  come  il  r-ameno  ploae,  sopra  un  anteriore 
*plovia,  V.  num.  52  e  56.  Di  diember,  numero,  ecc.,  v.  il  num.  G6. 

U  tonico,  in  posizione  latina  o  romanza. 

63  La  differenza  tra  u  lungo  ed  u  breve  in  posizione,  è  ancora 
sentita,  per  buona  parte,  in  favella  romanza;  e  cosi  noi  dicia- 
mo, a  cagion  d'esempio,  agosto  (augus-to-),  come  giogo  (jugo-), 
ma  giusto  (jos-to-),  come  duro  (dilro).  I  dialetti  grigioni  man- 
tengono la  distinzione  con  particolare  fedeltà,  e  in  qualche  incon- 
tro è  anzi  una  fedeltà  tanto  ammirabile,  che  si  rende  sospetta; 
ma  pur  la  critica  più  scrupolosa  non  potrà  riuscire  ad  impu- 
gnarla >.  Avremo  cosi  ttnsc/ie6,17  unge,  «nscAtew (unto  *ungÌuto) 
G.  1,42,  rimpetto  ad  ùngo,  e  all'incontro  ig  (v,  num.  152  e  172) 
=  u[njci0'  (unguento,  26,7.9)  ';  il  qual  rapporto  si  ripete  tra 
punscher  e  pitg  (pungere,  punto  =  puntura  d'ago,  Car.,  cfr. 
Steno.  60  e  t'engadin.);  e  si  aggiungono:  sckig  asciutto,  ex- 


*  mu'^A- =  mnliore-  pib  nOD  iepetta  all'ti  in  acceDto;  v.  num.  19. 

*  Nal  grigione,  la  diatinzioaa  ai  fa  anche  piìi  spiccata,  per  la  parlicoiai' 
natura  del  continnatora  dell'u  (li  i);  e  lo  Schuchaii»t  l'ha  sagacamante  aT- 
vertita  sin  dal  buo  Vocalismo  (Il  192).  Ma  egli  non  s'è  forse  accorto,  ch«' 
non  ai  tratta  già  di  un'asBolnta  prerogatira  della  faTelU  grigìona;  poicbè 
volgendoci  p.  a.  all'italiano,  trovìam  sùbito  la  regolari  comepCHidanze 

w  lat.  in  poE.,  u  (i)  grìg.,  u  itaL, 

u  lat.  ia  poB.,  V  (uo)  grig.,  o  italiano. 

*  Aub  Qellio,  Notti  Att.  IX  6,  afferma  che  ungo  abbia  Tu  breve,  ed  ttnctiio 
l'abbia  lungo,  perchè  sia  luogo  quello  di  iwKttw.  Cfr.  Lacbu&nn  in  T.  Lw- 
crttii  Cari  de  r.  n,  Hbroi  eomment.f  ed  I  805. 


>vGoo»^lc 


g  1.  Qrigioni;  A.  Soprasalm:  ti.  35 

-suctus,  sdrilg  destructus  (Car.;  cfr.  II,  4),  e  un  riflesso  dì 
'juncto'  nel  sopras&ssino  e  nell'engadinese  <.  Ancbe  fng<=fr\ic- 
tas,  3,10;  7,16,  potrà  stare  nell'analogia,  e  cosi  /!st  =  fu3tis 
10,10^,  tanto  più  che  sempre  concorre  anche  la  risposta  ita- 
liana che  si  conviene  ad  w  (frutto,  fusto)\  e  viene  poi  la  volta 
di  gist-s  I,19=jiista8  (fem.  gista  II,  19),  e  ancora  d'tscA  ostinai 
27,60  (*ustiam=03titim,  it.  uscio  ecc.,  cfr.  Diez  less.  e  Sohuch. 
yok.  II 137)  3.  Tutti  ì  quali  eseropj  appartengono  bensì  esclusi- 
vamente alle  formolo  UCT  UST;  ma,  dall'un  canto,  il  fenomeno 
con  si  limita  a  queste,  né,  dall'  altro,  ad  escludere  affatto  il  sup- 
posto che  l' i  dipenda  dalla  qualità  della  consonanza  che  sus- 
segue, mancano  esempj  anche  di  -ug  ed  -usi  soprasilvani  nella 
continuazione  di  uct  ed  itst  latini  K  Tra  questi  è  in  ispecie  osser- 
vabile: dutg  duch  Car.,  dutg  dCdg  Conr.,  dutg  duitg  ds.  52,81, 
263,284,  canaletto,  acquedotto,  dove  Tu  soprasilvano  s'incontra 
normalmente  (num.  65)  con  Tuo  engadinese  e  con  l'o  italiano 
[dtioch  doccia,  'ductia  ['ductiare]),  perchè  si  tratti  d'u  breve, 
cioè  della  base  dwcto-  *.  Per  tist  =  UST  citeremo  crusta  less.  (cfr. 


'  punctus  sùelvs  ttrùclus  junctiu,  Lachiiakn  ib. 

'  fmctus  potr«bba  entrarci  per  via  piti  diretta  che  al  Lachmami  L  c<  non 
paresse,  se  conaideriomo  la  flgnra  radicale  che  ó  in  frug-es,  cioè  figura 
uueDte  per  media;  e  tale  ò  pur  quella  a  cui  il  Corsseo  riconduce  ftutts 
(*fond  [^  fend  ìa  of-fend-  ecc.]  +  ti). 

*  Ugualmente  cadrebbe  in  acconcio;  Sist  (bustO)=buHtam  Car.  ds.,  nel  quale 
entra  la  radice  ùs  (ùtù  ùstus;  cfr.  Schucb.  1.  c.,  e  Sludj  critici  II,  a.  eombt*- 
Tert  buslutn).  La  identità  di  busto  it.  ecc.  colbuslttm  lat.,  ò  negata  a  torto  dal 
Diez.  Si  Tegga  in  ispecie:  E.  Q-  Visconti  Museo  Pio -dementino  VI  S5-S7. 
Ancora  à  consideri  briichd  al  num.  8S  n. 

'  Ed  anche  senza  eiù,  chi  avesse  Toluto  sospettare  che  la  ragione  dell'  i 
di  frig  ecc.  stesse  nel  prodotto  palatino  di  CT,  avrebbe  pur  dovuto  ricrederai 
dinanzi  al  riflesso  engadinese,  il  quale  continua  nella  distinzione  (p.  e  fì^t 
fractua,  ruot  raptus)  pur  rimanendo  al  prodotto  dentale  di  CT. 

'  Cfr.  Lachiuhh  nel  1.  e.  S'a^unge:  Itichia  luehiar  locta  Inctari  less., 
lnchià  (lottò,  Qen,  32,84),  cfr.  il  sottosilv.,  e  l'ital.  iotfo.  E  giova  vedere 
riunite  !e  seguenti  serie  esemplari  ; 

soprasilv.  ffist,     engadin.  ^ust,      ital.  giusto,     ìat.  jùshis, 
schig  sùit  asciutto  tiictus; 

due  duoc  doccio  dìietus  (duclriare), 

rut  ruot  rotto  rwplws. 

Quanto  poi  all'i  (it)  che  apparirebbe,  in  luogo  dell'u  [uo)  di  due  (duoó; 
iutg  ecc.),  in  raditg  ridotto,  e  simili,  v,  il  C.  Il,  §  4.  Notevoli  esempj  di 
■ig  =  -ueht  tedesco,  avremo  at  num.  172. 


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36  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

l'ìtal.  crosta)  e  frust  frusto  (ven  ad  ir  a  frusta  desolabitur  12,25, 
frusta  reliquiae  15, 37)  *,  La  formola  UTJ  ricorre  in  "cuiiit-ian 
che  è  il  substrato  di  gisar  {lesa.,  cfr.  ì  riflessi  angadin.)  aguz- 
zare; e  la  atessa  formola  ritorna  sicuramente  nel  substrato  di 
s-tisar  (extingai  12,20;  s-tizta  eitinguitur  3,12,  s-tizen  extin- 
guuntur25,8;  cioè  -tut-ia-ré);  il  quale  esemplare  soprasilv.,  del 
pari  che  il  suo  parallelo  provenzale  -tuzar,  sta  nell'ordine  mor- 
fologico all'  italiano  -tutore  (at'tutare  ecc.),  o  al  baaso-engadi- 
nese  s-tùdar,  soprasàssino  s-tidar,  cosi  come  per  esempio  sta, 
neir  italiano  stesso,  ammorzare  ('ammortiare)  ad  ammortare,  o 
m^lio  ancora  jjro-cocciaffi  (-captiare)  ad  ac-cattare  (-captare)*. 


'  Qui  c'è  discordia  tra  grigionc  s  italiano;  poiché  frutto  it.  Terrebbe  /Hit 
•oprasilv.;  0,  ficeTersa, /Vm»«  BoprasilT.  Torrebbe  frollo  it. 

'  Il  Dm  (Imb.  b.  tatare)  vedrebbe  nello  x  del  prov.  tutar  un  maro  degm-  ! 
dameuto  fonetico.  Di  certo,  la  figura  provenzale  non  basterabbe  di  per  ed  soli 
a  &rci  credere  al  aubatrato  *tutiare,  ma  questo  d  afiarmato  in  modo  sicDro 
dal  riflesso  eopraeilvano.  D'altronde,  l'italiano  at-tut-i-re  contravviene,  nel'  , 
l'wdine  morfologico,  all'ipotosi  del  Maestro  che  tubm  sia  il  latino  Uttari; 
ipotesi  ch'era  ancora  assai  ardila  dal  lato  delle  significazioni,  poiché  (udiri 
inopiam  altro  non  dice  se  non  'sostentare  la  miseria',  a  nnll'  ha  a  eha  vedere 
con  'attutare  la  fame',  che  é  veramente  'smorzare  (=  es-mort -i-are) ,  spe- 
gnere la  fame',  lì  tutore  dei  Romanzi  (s-tutare,  tndar,  tuerecc.  )  dice  pro- 
priamente 'finire',  'spegnere';  quindi  'uccidere',  quindi  'smorsare',  nel  senn 
proprio  e  nel  metaforico.  L' enigma  di  questo  importante  gruppo  Dso-latioo  ti 
Bci(%lier&,  com'io  spero,  col  derivar  lut-ore  da  tòtia.  A  una  figura  latin 
d^' aggettivo  in  cui  l'o  fosse  non  solo  oscurato,  ma  ridotto  a  dirittura  ad  u, 
a  tiitiu  allato  a  lòtut,  accennano  le  molte  figure  remarne  con  l'u  (it.  tutto, 
port.  tudo,  ladino  centrale  e  orienL  dut),  e  tanto  piti  facilmente  si  pob^ 
supporre  questa  figura  nel  verbo  composto  (*ez-tutare  ecc.;  e  anzi  la  sem- 
plice romanza  pnO  essere  non  diversa  dalla  composta  latina;  cfr.  il  romanzo- 
comima  *jeclare).  Ora  *tulare,  a  la  sua  normale  propaggine  *tutiare,  diceva 
naturalmente  'compire'  'finire'  ;  a  quando  siamo  a  'finire',  ci  confondiamo  fra 
'terminare'  a  'sterminare'.  Un  esatto  parallelo  di  questo  processo  logico,  rin- 
veniamo in  nna  lingua  ben  rimota  dalle  nostra,  nell'ebreo,  dove  una  stessa 
voce  verbale  {killa)  significa:  perfecit,  peregit,  finivit,  absumsit,  delevit.  Ri- 
marrebbe solamente  il  desiderio  di  qualche  traccia  di  tatare  esc-tutare  nel 
proprio  significato  di  'finire';  e  augurando  che  si  trovi,  mi  fard  lecito  intanto 
di  dire  ancora  il  mio  pensiero  circa  alcune  altre  voci  italiane,  che  posaoQO 
qui  recare,  ed  hanno  recato,  confusione.  In-tuxiare  r-in-tuiiare  rivengono  s 
base  aOktto  diversa  da  quella  di  tutart  tutar  ecc.  Vi  abbiamo,  comunque  non 
■i  tratti  di  base  aggettivala  (III,  4),  *-tudit-ia-re  :  tuditare  :  :  ad-mort-ia-ra 
[ammorzare]  :  ad-moi-lare  [ammortare]  ;  onde  normalmente  -lud'ttars  -tuxiart. 


;vGoo»^lc 


§  1.  Qrigioni;  A.  SopraMlra:  ti.  37 

Ad  ù  anteriore  davanti  a  consonanza  composta,  in  voca  non  la- 
tina, accennano  ancora  insieme  il  gTÌgiono  e  l'ItaHanonel  se- 
guente esemplare:  soprasilv.  sbittar  {-buttare,  cfr.  Dibz  less.)  6, 
24,  contemnera,  sbittas  Kom.  2,4,  contemnìs;  e  le  atesse  favelle 
ci  farebbero  finalmente  credere  lungo  l'u  di  'muscus',  avendosi 
mishel  mischel  miscel  soprasilv.  Gar.,  ds.,  Conr.,  miischiel  ea- 
gad.  Car.,  mistgiel  soprasasa.  ds.,  ital.  musco  *.  —  Ma  neppur 
qui  trova  risposta  da  u  lungo  il  lat.  'nuptiae'  (nùptas);  e  noz- 
zas22,2  (cfr.  l'italiano  nozze  e  il  francese  noces),  ai  foggia 
come  tozza  fango  II  Piet.  2,22,  che  ha  nella  sua  base  un  u  breve, 
cosi  passando  entrambi  (e  qui  è,  in  generale,  caso  piuttosto  inso- 
lito; cfr.  i  num.  61  e  66)  nell'ampia  analogia  romanza  di  o  per  u 
in  posizione  *.  Del  rimanente,  w  =  U  («)  in  posiz.  :  fìtm  13, 42  ;  64 
surd,  pi.  surds,  7,32.37;  urs  Apoc  13,2;  cursa  Apost.  13,25; 
(urr21,33,  [oit/jìs  8, 20]  ;  sttlper  L.  17,29;  cutpa2:7,4;  pul~ 
cral0,14;  cufm  (=culmen;  monte)8,];  unsche  ecc.  num.  63; 
avunda  abunde  (abbastanza)  6,34;  mund  (mundus,  il  mondo)  12, 
^■,  malmunts  immundi  10,1;  funds  fundus  18,6;  si  sum  =  'B\i- 
-[som]  summum  (v.  num.  5d  n.);  rumper  ru2  5,27.28;  suffels 
(venti)  7,25;  sut  8ubtii8  5,13  ^\  frusta  crosta  num.  63;  angu- 
tcha  26,37;  fiuss  fluxus  9,20;  schanuglia  num.  118;  bucca  4, 
4;  nagutta  'nec-gutta'  nulla  Apost.  5,36,  nagultamai  appena 
appena  9,21.  —  Non  mai  dunque  Vtto,  che  in  DS.  predomina  65 
dinanzi  are  dinanzi  a  2-t-lab.  (cfr.  Stbno.  59),  come  si  può 
vedere  dalla  serie  che  segue:  fuom,  fuorchia,  surd,  cuort  cur- 
tua,  vors,  cuors  ptc,  tuor,  [vtìlp],  puolpa,  suolper,  putvra, 
cuolm,  sulc,  unscher,  mund,  funds,  rumper  (rùmper),  sufel. 


baUere,  ribattere.  E  siccome  Utndo  dice  'battere',  'ammaceare',  a  ioslama 
'pestare',  '[rìtnrare',  e  eiccome  l'u  ne  d  breve  e  chiede  quindi  In  acceato  l'o 
italiano,  cosi  a  -tuitare  sì  rappicca  tono,  e  in  quanto  dice  'corto'  'achiac- 
ciato',  e  in  quanto  dice  'pezzo'  'frusto',  sempre  coli'  g  come  in  tortdere. 

'  K  anche,  ceH'ugo,  museolo,  ciie  pud  fare  equÌTOco  presso  ds.  e  Car. 

'  Abbreviato  sarebbe  l'antico  u  in  due  esempj  ài  posizione  romama  (cfr. 
il  num.  47);  bumq  (nuriai  7, 15),  pecora  (madre-pecora,  nM[t]r[»]c[«]-,  Qa- 
TBCBn),  secondo  l'analogia  del  num.  64,  e  *Corja  -  Cuna,  secondo  l'ana- 
logia dei  due  esempj  ora  discorsi  nel  testo  (cfr.  num,  66). 

'  totlopott-s  (Ten  ad  esser  sottoposta  5,31.  SS)  à  manifestamente  voce  ita- 


;vGoo»^lc 


frùtt,  anguMha,  fius,  b&eea  (biuxa),  e  eoa  no  finalmente  an- 
^  <:be  nHot  ('nanot  aa^ot^j  <;  -  cfr.  ciini.  5S  a.  Il  nuoLlìS 
ci  la  mKntn.to  la  £as«  o  ino::as  lozzn,  e  s'aggiange  popjiu 
e  yuyyi  dal  num.  Of ,  accanta  alla  fase  i  (^t  ecc.).  Date  ort 
le  alt«razìoni  terziarie  del^a  fa>e  o  (cfr.  il  aum.  43) ,  noi  po- 
treioo  '\m  rìaTere  le  fi^re  che  si  ottenevano  da  o  primario;  e 
quindi  si  fa  chiaro,  sulla  norma  del  num.  5^  il  nome  di  luogo 
•ftu«>a(Queraecc-,VI,  I)  =  'Coira  =  'Cor(a  =  'Curja;  e  sulla  nor- 
ma del  nuiD.5C:  diember  (num.  145)  =  *nomhr  (it.  natsero  ecc.), 
numlejrus  (e  ancora:  ckiembel  =  cum[ujlu3,  chierl  =  curr[u]liii. 
eavalletto,  ScnucH.  Itw.  37)  ^  E  con  alterazione  terziaria  della 
foie  i,  sulla  norma  del  num.  42  (cfr.  il  num.  59  in  q.):  juten- 
tetifflia]';  gioventù,  19,20,  velgiadegna,  veccbiezza,  Rom.T.C, 
circa  le  quali  forme  si  confrontino  per  ora  i  riflessi  eagadinesi: 


'  DdI  pMtariori,  Codt.  mOBtrft  il  dittongo  un  po'men  frequentemeats  Ai 
DOD  fftCCia  un.,  O  penda  incerto,  ais  perché  egli  eì  attensBsa  all'ortografia  ii 
Oabr.,  bU  percbd  ai  riaectisse  dell'uso  sottoaiNgino;  Cariseli  all'incontra  n 
plb  In  Ili  cha  non  oa.  Si  osser vino  queste  due  aarie;  Cour.  fum  fuom,  fitar- 
ehia  ('gabel',  m*  fwca  da  /Wnecc),  Jitrd,  curi  court  [sic],  urt  uorss,  (uff, 
[ttw/p],  pulpa,  tulper,  pulora,  cttlm,  sule,  suffil,  fmat,  angvscha,  buca 
pUM  può»  (Oabr.  L.  14,5;  pi**,  pntaua),  nagut  nuo(;  —  C&r.  fuom.  fiK-- 
ehia,  iuordf  cuori,  vors  wrs,  cuor*,  tuor  turr,  [vuolp'\,  pwtlpa,  suolfi^., 
puolora,  cuolm,  anguoteha,  bucca,  puoi,  naguott  nuoti;  —  ma  tutti  semprt, 
di  rosola,  11  aolo  u  quando  liamo  a  formola  dove  é  Duale  il  primo  elemeiU 
del  Doaao:  mund,  utucher,  furtds,  rumper\  rimanendo  singolare  prAsao  il  p^: 
Mchuomehtr  tckomchiil,  giongere  giooto  p.  141  (Conr.  e  Car.:  schunichtr);- 
e  tutti  ugaalmonte  intatto  1' w  di  ULC  ULQ':  dttlsch  la.  5,20,  dultek-i 
Apoi-.  10,9,  dulich  DS.  Car.,  dultsch  dulsch  Conr.;  cfr.  la  n.  che  ssgve.  - 
P.  lutareaaonts  la  figura  nuursa,  che  si  rinviene  in  ao  documento  del  XIII  u- 
oolo  (t.  Il  C.  VI),  siccome  rappresentante  di  una  fase  ibnetica,  la  quale  legii- 
tinik  Inaleme  l'u  etimologico  dell'ortografia  di  Oabrial  (nwr*a,  num.  63  e.) 
•  pure  ha  in  iiì  il  dittongo  delle  ortografie  posteriori  {nuorsa}.  —  Di  un  c»^ 
•cceiloaale  in  Qabi-iel  [meifuol),  t.  num.  139*  in  n. 

'  Di  mtulseha  (*mieulBcba  ''md[u]lEcha)  allato  a  mtilscher  fa  già  toccalo 
1d  n.  al  num.  r>7*.  Non  si  pud  aronietteri),  in  questo  eaempio,  la  mera  e  dintu 
allsraiiun  fuoHica  di  li  in  d;  poiché  bastnno  a  vietarcelo  l'inf.  mùlscher,  e  il 
jilc.  muh  (Cour.  Car.),  a  tncero  di  fùhcher  en  (=  infulcire;  Car.),  e  di  dfluli 
(v.  la  n.  che  procedo).  Ma  si  deve  ricorrere,  come  già  accennammo,  a  qnelU 
<raoe  fonetica,  per  la  ipiala  si  oltt.'Uue,  in  via  analogica,  un  nuovo  spiidienlj 
grammati^alo  (dtiii-ili-  rfiiri-a;  ■.!rtvro  dittar;  —  riìchunàr  rischùna;  «rìsctiiV 
aio  rtnAiViii;—  miilsK-her  miilschfn  [mutgere  mnlgeot] ;  *mdlseh«  «ce,  v«di 
il  1.  e).  ClV.  IH,  I. 


;vGoo»^lc 


§  1.  GrìgÌDiii;  A.  Sopracelva:  Dittonghi  tonici.  39 

juvent&nna  vegld&na  Car.  gr.  138,  e  i  soprasdssìai:  gioven^ 
lidna  vigtiadidna  ds  *. 

Dittonghi  tonici. 

0£  ÀE.  n  dittongo  dì  'posna'  ha  pur  qui  Io  stesso  continua-  67 
tore  dell'J  (nam.  21):  peina  25,46.  E  'céna'  non  'caena'  è  inse- 
gnato, come  dagli  ultimi  risultati  degli  studj  latini,  cosi  pur  dai 
riflessi  romanzi  (it&l.  cena,  spagn.  cena),  tra' quali  anche  il  la- 
dino (focAetnoscenae  23, 6).  Circa 'saepes  sepes',  'faenum  fenum', 
i  riflessi  romanzi  ammetterebbero  la  legittimità  di  entrambe  le 
figure;  e  cosi  l'italiano  accenna  ad  ae  {siepe,  fieno,  cfr.  lieto 
laetus  ecc.),  mentre  il  ladino  ad  è  {seifZl,33,  fein  L.  3, 12). 
Circa  'caespet-  cespet-',  in  cui  s' ha  la  complicazione  della  con- 
sonanza duplice,  la  risposta  ladina  non  è  ben  chiara,  ma  pure 
accenna  ad  ae,  come  forse  pur  fa  l' italiano  colla  e  aperta  di 
cespite^  (soprasilv.:  tschischpad  ['tscbeìsp-]  Car.,  che  deve  aver 
t'accento  sulla  prima;  cfr,  l'engad.),  i  legittimi  continuatori  ita- 
liani di  ae  essendo  quelli  stessi  dell' ^  breve  {ie,  e).  E  cosi  nel 
campo  in  cui  siamo:  tschiel  cd^tAMm,  6,10,  tschiec\Z,2Z^,  [priedi 
[\ia.\.  predica),  t.  Ili,  1],  cfr.  n.  23,  leda  laeta  Apost.  2,26,  cfr. 
Dum.  22  ^  e  T.  ancora  il  riflesso  di  'quaerit'  al  num.  17S.        ATI.  68 


'  meltra  (de  laig),  v&so  di  latte,  mccMo  per  moD^ere,  db.  S04,3SS,  =  mttlclra, 
Bt&  egli  per  «miltra  (mùlctra),  od  à  *mnltrft  alterato  par  l'inBussa  del  tedesco 
mtlktnl  Parla  in  farore  della  seconda  dichianuìODe  il  dimin.  eoprasaw.  ntù- 
(rìn  DS.  ^;  e  anéora  cfr.  il  num.  £21. 

*  Pantahi,  Voc.  d.pron.  tose,  ci  dà:  cespile,  ceipita  (erba  viachia),  cespo 
(^cespite,  mucchio  d'erbe  o  di  Tirgnlti).  Posto  che  non  v'abbia  orrore, 
avremo  a  ritenere  più  genuina,  pur  circa  l'è,  quella  forma  che  anche  nel 
reato  più  direttamente  contìnua  la  voce  romana. 

'  E  nelt'is  confondendosi  il  riflesso  deli'^  con  quello  òdWÌ  (num.  S3,  52), 
«TTiene  che  s'abbiano,  per  faba  analogia,  le  forme  continuale :tschoc-s  tKhoci 
(ifAocai  caeciu -i -ae  12,22(cfr.  num.  137);  15, 14,  Bulla  stampa  di  nie/'nooa  ecc. 

'  Nei  rifiatsi  grìgioni  di  'taeda',  pn4  parare,  per  una  parte,  che  abbia  a 
rìmuieTe  incerto  se  Vae  sia  continuato  per  t«  o  per  e,  e  pud,  per  l'altra, 
■erger  dubbio  se  non  si  tratti  i'ei,  cioà  del  riflesso  di  é.  Ma,  a  ben  vedere, 
tutto  si  ridurrà  normalmente  ad  e  grigione  =  ae  lat.  (cfr.  l'ital.  teda).  Avremo 
queate  due  figure  fondamentali  (num,  203);  *te[d\u,  albero  pino,  e  *U[d\ja 
(tiedea),  legno  di  pino.  La  prima  condnceva,  giueta  il  num.  24,  a  tieu  (Conr), 
tatls.  44,14;  la  seconda  si  continua  intatta  nell'engadio.  tya  (onde  poi  l<ya, 
pure  engadìnese,  Car.;  cfr.  II,  3),  a  la  risposta  soprasilvana  dovrebbe  vera- 


;vGoo»^lc 


40  AtM(di,  Saggi  ladini,  I. 

OMr  10,9;  VMil  aura  (temporale)  16,3';  claus  c/aus«o  13,15; 
22,13;  caussa  an-qual-oaussa  5,47.33;  ruvaus  're-paus-  (ripo- 
so) 11,29,  cfr. pusdr  8, 20  e  il  nam.  93;  paucs  pi.  15,34;  laudian 
laudent  5,16,  ma  f.  d'a:  /w^tìcan  laudabant  \h,Z\;  auds  auda, 
auden  audig  audis  audit  audiunt  audiam  31,16;  7,24;  11,5, 
ma  f.  d'a.:  udir  udì  audire  anditi  10,14;  6,7;  paupers  pau- 
perea  (ds.:  pauper  e  pover)  19,21;  rauba  (roba,  che  ò  la  voce 
68^  ted.  'raub')  25,14.  —  AI  romanzo,  che  restringesì  in  e,  abbiamo 
al  nnm.  9  e  in  trer  (*trair,  1*  n.  al  num.  171  in  t);  cfr.  ér 
in  n.  al  num.  190,  e  il  num.  94.  Vi  si  dileguerebbe  all'uscita 
in  ma  bue  DS.  (soprasass.  ma  bitg,  ib.),  giammai. 

Vocali  itone. 

60  A;  intatto:  cavelg  capillus5,36,  lava  lavavit 27, 24,  casa  2,11; 
cummandar  4, 6  (ma  :  cummondament  15, 3  serba  la  vocale  delle 
forme  coll'o  in  acc),  vanzada  14,20  (dove  in  accento  è  avont 

70  num.l6);  salta  saltavit  14,6),  altezias  (num.  10);  ecc.  alte- 
rato in  u  per  effetto  della  consonante  successiva,  dove  però 
bisogna  distinguere  il  caso  dell'u  che  rìsale  direttamente  ad  a 
(dinanzi  a  labiale)  come  in  fumelg  (famiglio),  pi.  fumelgs,  24,45, 
18,23  (nel  qual  esemplare  s'ha  però  anche  labial  che  precede^), 
da  quello  dell'u  che  può  o  deve  dipendere  dall'o  od  au  avutosi  in 
accento  davanti  a  m  semplice  od  a  m  e  n  complicati  (n.  7, 13, 17; 
cfr.  il  n.  94,  ma  pure  il  n.  15),  —  come  in  clumà  clumau  clamavit 
clamatus  (l'infinito  domar  9, 13  serba  forse  la  vocale  delle  for- 
me coU'd  in  accento)  14,30;  2,15;  fumaz  (fame,  carestia)  24,7; 
muncar  (allato  o  màunca  num.  13)  'mancare  23,  23,  strunglà 
strangulavit  18,28;  mungleits  (mancate  di,  ted.  mangeln)  6,32; 
saimngiavan  (s-cambiavano)  num.  157,  —  e  quindi  andrebbe 
piuttosto  considerato  sotto  i  num.  85  e  94; — [diu  da  a  nei  riflessi 
di  wa-  ted.,  v.  il  C.  V,  §  1;  e  ancora  cfr.  il  num.  178  e  Scauca. 

mente  eBBar  tegia,  pintforto  clie  Uigia  come  ha  il  Cor.,  il  quale  fa  quindi 
coiDcidere  il  nostro  vocabolo  col  rifleaao  di  'tbèca',  num.  165. 

'  Conr.  nel  primo  esempio,  e  Car.  in  entrambi,  anche  la  Tariante  coU'o  (6). 

*  Cobi  te  dna  labiali  in  »pwtnUxr  («paTentare,  fugare)  Conr.,  xp%tentaiiiel  db., 
(punnior  Car.  Nel  Baggio  di  Villa;  tpuentar  BìÌhl.,  in  quello  di  Duviu:  »p%t- 
gentar  Bùbl.  (cfr.  num.  23S).  —  Per  Aw  da  ba  f.  d'a.:  bugttar  num.  15;  per 
me  da  ma  f.  d'a.  (cfr.  num.  4):  mùginai  num.  108  n. 


;vGoo»^lc 


§  1.  Origtoni;  A.  Sopraaeha:  Vocali  àtone.  41 

Itw.  27  segg.]  ;        alterato  in  i  dinaoEi  a  ^  è  in  figèt  fìgeit  fige-  71 
va  fecìt  facite  faciebat  1,24;  3,3;  4,  S4,  allato  a  fatsch  fan  facio 
faciunt  20,13;  5,46  (di  e  al  posto  à' à  in  questo  stasso  verbo, 
y.  Ili,  3),  ed  in  schigiau  (saggiato)  27,34,  schigiar  Giona  3,7, 
alle  quali  voci  non  mi  è  dato  contrapporne  alcun'  altra  con  l' a 
in  acc.  (Conr.  e  Car.  :  schagiar  schigiar)  '  ;  -  in  più  altri  esempj, 
l'i  al  posto  deU'd  f.  d'acc,  b  veramente  contrazione  d'at  ;  vedine 
il  num.  94;  —  in  enis  finalmente  (num.  3  n.)  sarebbe  e-=a  t.  d'a.  72 
nella  formola  a...i;        dileguato  in  aiUaba  che  succede  all'ac-  73 
cantata:  scandel  {e  irrazionale)  scantf^J^  16,23;  13,41;  in  sil- 
laba che  precede  all'accentata:  frinna  farina  13,33;  smarvilgià 
*ei-mirabili'avit  8,10*;  qui  si  vorrà  porre  anche  zerclar  sar- 
culare  (s'rcul.)  num.  135;  e  uno  stesso  verbo  ci  offrirà  per  ulti- 
mo il  dileguo  in  sìllaba  che  succeda  ed  in  sillaba  che  preceda 
all'accento:  2^t>ra  =  separat  (num.  31)  e  xavràr  separare  13,49. 


'  Ds.  ci  di,  oltre  tagliar,  anche  iegliar  e  tigliar^  p.  251,  302,  305,  313; 
«  accanto  a  éa  magliem  (cosa  da  mangiare,  p.  190;  cft.  Dum.  146),  anche 
mtgliema  p.  3S5.  Nel  testo  TedcTamo  t  da  di  f.  d'a.  davanti  a  palatina;  qni 
abbiamo  analogamente  t  od  e  davanti  a  suono  palatile;  e  gli  esempj  addotti 
dal  Cariscb  (gr.  106)  dove  dice  che  in  alcuni  distretti  dell'Oberland  Va  delle 
sillabe  ea  na  ra  paaei  in  t,  tutti  sono  ancora  dì  a  f  d'a.  davanti  a  palatina  o 
palatile:  kisehiel  =  eiuekiel  (fromaggio),  kilgèr  ^  calgir  (calzolajo),  kilschUl 
^eaiickiel  (calia),  rischun^raachttn,  nigin  -fMgin  (cfr,  n.  75).  E  cosi  sem- 
pre quanti  altri  mi  sì  presentano:  pigliala  {Végnir  «n  pigliela  venire  in  sul 
parto,  Conr.),  allato  a  pagliolaimca  paglialounca  (partoriente,  cfr.  111,4)  db. 
Car.,  paglioula  [eng.]  Car.  [ietto  di]  parto,  prov.  paillola  giaciglio,  tose,  im- 
pagliualata  impagliata,  donna  di  parto,  niilan.  pq/óia;  igitt  Car.,  quasi 
fonca  intermedia  fra  giti  e  *agùt  =  acutus  (nuro.  59)  ;  jchischew  =  giaciuto 
Cor.  (lehe.  nel  saggio  di  Villa,  Bùbl.;  Qahr.scha.);  »bigliau-$  (sbagliato;  nel 
saggio  di  Dnvin,  Bùai..);  e  da  Carig.:  tpignol  (epagnuolo)  p.  2;  ignu  (alna- 
rinm,  cfr.  num.  15)  p,  77;  guàignar  (Car.  id.),  compignar  (Car.  etnnpa- 
gnar)  p.  4Q;  tigligin  migliein  (l.  pera,  plur.,  allato  a  taglia  maglia,  taglia 
mangia)  p,  130;  n'schwn  p.  12,  ckiachim  (occasione)  p.  24;  fischU  vascella- 
rius,  miuhld  maiillare  (cfr:  i  riflessi  di  'maxilla':  moitella  Giudici  15,15. 
IS.17,  masella  I  Re  22,24,  maaieltas  Oiob.  16,10,  masellaa  ib.  40,21,  ma- 
tthialla  DS.,  massialla  Conr.  Car.;  soprasass.  misella  db.  153;  e  v.  i  num.  174 
afl4)  p.  77;  chitschéin  (cacciamo,  allato  a  cdtschan  cacciano)  p.  139;  pisfgar 
(pascolare.  Cor.:  pasckiar)  p.  42.  Che  risti  rastellus  (Car.  rasfi  risd),  chisH 
cairtellmn  (Car.  casti),  p.  139,  mal  si  possano  dire  eccezioni,  à  in  ispecie  mo- 
■Irato  dal  num.  108. 

'  C&rìg.:  crottcka  p.  69  (ds.:  caroccia;  Car.:  carrotscha)^  carrozsEa. 


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Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 
p.  iium.  223.  E;  intatta:  perseverar  24, IZ,  generau 

)Derato)l,2,  regina  12,42,  non  saranno  voci  gran  fatto  po- 
lari; condemnau  12,7  (Conr.:  condemnar  e  condamnar); 
'.ndus  15,30;  daventà  (diventò,  cioè  'avvenne')  1,18,  schentà 
num.  134);  cfr.  lavanteit  allato  a  laventar  ecc.  Ili,  3;  al- 
'ata  in  a;  esempj  per  la  lunga:  dasiert  desertum  3,1;  da- 
ntig  (diventi,  si  compia)  6,10;  daners  denarii  (danari)  10,9; 
xplanè  *im-pleni(vit)  27,48;  vardad  veritat- 22,16;  jaf^tnau 
unato-  4,2;  sagirs  securi  28,14;  ubadienscha  Rom.  15,18, 
adesckan  (obbediscono)  8,27;  nella  sillaba  che  succede  al- 
.ccentata:  avunda  abunde  10,25;  net  pronome  proclitico:  ma 
sa,  in,  2;  —  perla  breve  ed  in  posizione:  ratscheiver  19,29; 
salvont  (eccetto,  risalvando)  5,32;  rasposta  8,8;  ragurdar 
:ordari5,23;  sarein  1G,2;  unfarenda  ('offerenda,  frc.  offran- 
)  8,4;  (aner  tenere  {tanerchar  amare  5,43,  taner  si  sostenere 
34  ;  cfr.  coir  e  in  acc.  :  ten  =  tenet  Apoc.  2,1);  banadìt  banadè, 
nadeus,  benedicite  benedixit,  benedictus,  5,44;  14,19;21,9; 
lestra;  lavar  levare  5, 45,  cfr.  naia.  22;  stramentà  'ex-tre- 
tnt-a[vit],  T.  in,  3;  sagir  securis  3,10;  savundar  num.  177; 
idagava  medicabat4,23;  scA-na^ar  negare  10,33  (ma  in  acc.: 
\-negan  negant  Giuda  4);  smatadescha  (maledice)  15,4;  sa- 
oa  Qum.  105;  masira  mensura  (métiri)  7,2;  pasanen  pensa- 
pont  26,15;  vangtr  venire  8,11;  stamevan  sternebant  21,8 
rsunna  19,12;  marcau  mercatus  (città)  2,23;  parrfunne  6, 12; 
rtor(5,5)  hartatyel,  n.  ai  num.  21  e 28 ;  jjanrfiew  ecc.  num.  60 
tltampronza  num.  16;  tramila  "trem[u]lavit  27,51  (all'incon- 
>,  pur  f.  d'a.:  tremolava  Mr.5,33);  vastohìr  ecc.  num.  108;- 
[ui  spetterà  di  certo  anche  hlastemma  0,3,  che  ritorna  cosi  alla 
Et  vocale  originaria;  finalmente,  quasi  voce  proclitica:  a  =  et 
ancora  il  n.  124]  *  ;  alterata  in  i  davanti  a  palatine  o  pala- 
(cfr.  n.  71,  la  sec.  n.  al  36,  a  nell'  engad.  i  n.  28, 31)  *  :  sichiur 
m.  81;pigiur-s  pejorO,  16;  ligeu  (letto;  'legùto,  prov.  e-legut, 
.  lu)  12,5;  singiur  senior-  num.  87, 102;  mtlgiarar  8,8.  In 
■in  perimus  8, 25  {inf.  pirir  Deut.  8, 20)  vedremo  un  fenomeno 


Ds.  suol  restare  all'a:  desiert  etnplenir,  retseheiver  serein,  ecc.;  ha  perù: 

sntar-  arUceel  blaslemar;  cfr.  num.  81. 

L' altsraziona  di  e  atona  in  i  (j)  dinanzi  ad  altra  vocale,  fenomeno  ro- 
nzO'COmiuie  siccom'è  (basi  romanza:  *pal)a  *oljo  ecc.],  non  ha  d'uopo  di 
'ticolare  discorap. 


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§  1.  Origioni;  A.  Sqtraaelfa;  Vocali  itone.  43 

di  assimilazione  regressiva  (cfr.  ScHncHARDTTok.JtlHS);  in  of- 
chira  num.  172  s' avevano  ambo  le  spinte  '  ;  ma  nel  pir  dì  piV- 
■sul,  num.  46  (cfp.  num.  81  n.),  avremo  'pure'  num.  59,  non 
'per';  alterata  in  u,  precedendo  o  succedendo  a  labiale:  tum~  77 
priv  {frigs  tumprivs  frutti  primaticci  Mich.  7,1;  cfr.  venez. 
temporivo);  dumandeit  de-mandate  (domandate)  7,7;  duveits 
débetia  5,34  (allato  a  dèi  debeo  debet,  t.  Ili,  3);  ruvatts  (*re- 
-paua-,  riposo;  cfr.  ruviers  num.  28  n.)  11,29;  rumanida  mi- 
mani  (rimasta  -asti)  11,23;  15,32;-  puccau  peccatum  12,31*;- 
dJDanzr  a  re:  survieu  survìr  survient  survesch  (servito  servire 
sergente*servisco)20,28;5,25;  L.  15,293;  dileguata;  prece-  78 
dendo  alla  sillaba  in  a.cc6ato:  juvnal  num.  1  (Juvnals  apostoli, 


'  Per  la  qual  via  ritorna  alle  Bembianze  primiere  l's  di  a«c  aiccua  nel  cat- 
tol.  sckitgira  =  soprasass.  seigfra,  'secctira',  siccità,  ns.  p.  275;  e  inoltre  cfr. 
cischìffia  Carìg.  47  (ds.  :  oeschia,  Car.  :  vaschigia),  nignir  Carig.  36  (Car. 
sacbtr.;  vegnir  vagnir  vignir,  v.  num.  226),  sigir  (sagir-  num,  75;  Car..* 
sigir  sagir)  eecnrus  Carìg.  43  e  ds.  (cfr.  il  soprasasa.).  Ancora  t  da  e  f.  d'a. 
daTaetì  a  palatina:  rilschein  ecc.  [Toraitiamo,  allato  a  rittseha  ecc.,  Tontita, 
Carìg.  59;  De.:  retichiù  vomito;  circa  il  dittongo  nell'accento,  secondo  il 
num.  23,  cfr.  l'ital.  rgcere  =  ré[t]cere,  ed  é  notevole  che  d  mantenga  qua  e 
là  anche  f.  d'a.:  rietsckejas  vomitiate  Qer.  85,27,  rietsehimm  •re[i]ciume, 
il  vomitato,  Car.,  la  qaal  voce  ha  il  suo  con'ettivo  nel  ratsehim  d'Ia.  19, 14, 
ueondo  il  nnm.75].  Car.:  cuséicher  consuescare,  ptcp.  euiischéu.  L'i  di  mi- 
serein  misuriamo,  ecc.  Carìg.  59,  va  all'incontro  considerato  come  l'aswtti- 
gliameoto  di  un's  dtona,  causato  dall' accresciuta  distanza  dell'accento  (me- 
lira  Carig.  DS-,  miaerdas,  cfr.  num.  59  n.). 

*  puccau  dice  anche,  per  traslato,  'compassione'  (Jtm  mi  prend  puecau  io 
ho  [mi  prendo]  compassione,  16,32;  cfr.  9,27;  9,36;  14, 14;  ecc.),  traalato 
cbe  &  comune  ad  altri  vernacoli  grigioni  e  a  molti  dialetti  italiani  (v.  per 
es.  Roba  Dial.  di  Berg.  e  Brescia  207),  ed  occorre  anche  altrove,  ma  conduce 
Qe'Grìgioni  insloo  a  dir  'peccatoso'  (cfr.  p.  e.  il  Boprasilv.  puccadusai  6,\6, 
l'alto-engadin.  pcAtmlùi  16,22)  per  'tale  che  sente  compassione'.  La  succea- 
ìione  ideologica  sta  sicuramente  in  cid,  che  una  voce  già  traslata  in  quanto 
ha  espresso  ii  giudizio  intorno  a  uo  fatto,  passa  poi  per  nuovo  traslato  a 
indicare  il  sentimento  che  da  quel  fatto  è  promosso.  Peccato  che  voi  non 
istwiiate  vale  imprima;  è  nna  colpa,  un'eresia,  che  voi  vi  restiate  dallo  stn- 
diare;  e  finisce  per  dire;  ò  on  miaerevol  caso,  é  un  caso  che  desta  compas- 
sione questo  che  voi  non  abbiate  a  studiare.  Per  via  analoga  mi  par  sem- 
pre che  s'abbia  ad  intendere  anche  lo  spagn.  Idstima  (propriamente:  blasfe- 
ma), che  dice  'pietà,  oggetto  di  pietà'.  Cfr.  Zigeunerisches  12. 

'  S'aggiunge:  tschemi  tsehun't  Conr.,  tschiùrvi  ds.  (cfr.  soprasass. num. 28), 
cerrello.  —  Di  u  per  e  t.  d'a.  nel  riflesso  di  we  gernian.,  v.  il  num.  130. 


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44  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

cfr.  il  ted.  'jUnger');  frir  fHda  nmn.  35;  spronxa  *spèrantia  12, 
21;  dsiert  dserta  dèsertua  -a  (cfr.  il  aost.  dasiert  nuin.  28); 
rnaltampronza;  dumbrai  numerati  num.  145;  tratsch  'terra- 
ceo-  (terra,  terreno)  13,5;  succedendo  alla  sillaba  accentata: 
pulvra  10,14;  ovras,  vivras,  num.  210;  —  nell'iato:  mova 
meabat  (andava),  moni  ('rnant,  meant-;  andante),  4,18;  14,26; 
—  all'uscita:  sunar,  udir;  udii  audite;  citdesch  codice[m],  £ort 

79  3orte[m],  ecc.  [cfr.  Dilegui].  I;  intatto  (cfr.  il  num.  76): 
ligiau  ligeit  ligatus  ligate  12,29  ;  13,30,  vilgiar  ecc.  num.  122; 
dopo  Tace:  cudisch  codice-  (libro)  1,1  ;  salvadi  (ds.:  salvadi  e 
-ade,  p.  277,  131)  silvaticus  3,4,  e  altri  simili,  v.  il  num.  168;  - 

80  cfr.  ancora  il  n.  92,  e  v.  per  Vi  di  à-gli,  al,  il  C.  Ili,  §  2;  al- 
terato in  e  nella  posiz.,  come  se  ancora  accentata  (num.  42): 
sa  ferma  (si  fermò)  2,9,  pescaders  piscatores  4,18;  in  e  dopo 
Tace:  humens  num.  51,  deivet  debitum  18,30;  s'hanno  poi 
le  alterazioni  in  a  ed  in  u,  come  se  sì  trattasse  di  e  t.  d'a., 
e  sono  appunto  alterazioni  che  presuppongono  la  deviazione  foo- 

81  damentale  di  i  in  e  >.  Esempj  per  l'alterazione  in  a:  ansemel 
in  simul  13,30;  antschav-et  (doppio  esempio,  pr-incipiò)  11,7; 
ancunter  in  contra  5, 23  ;  antum  3, 4  ;  pHanavont  (più-in-avanti) 
5,37;  amprestau  (imprestato)  18,27;  amprim  (primo)  6,33; 
angrazch  (r-ingrazio)  11,25;  antaUir  intelligere  13,14;  anga- 
nament\Z,22.;  ansalar  (in-salare)  5,13;  anvidaus  (gl'invitati) 
22, 3. 4  ;  anamig  (doppio  esempio)  5, 43  ;  vartid  7, 29  ;  palingia 
(pelo,  V.  HI,  4)  3,4;  salvadi  sijvaticus  ib.  ;  mandr  (v.  num.  40); 
smanatschau  (minacciato)  9,30;  vrdanau  28,16;  saniester,  sa- 
nesirada  (17,17);  vanschieu  num.  60;  sagellanen  (sigillarono) 
27,66;^iaiKÌplicavÌt  (avviluppò)  27,59,  cfr.  a\ua.A<i;pardagava 
madagava  (predicava  medicava)  9,35;  «oaeni ('vedjend  num.  105, 
veggendo)  13,13,  ma  ib.  in  acc.;  w^zan  =  véggiono ;  maschadau 
(doppio  es.;  inf.  mascAa(2ar  = 'miscitare,  cfr.  fri.  messedà)  me- 


'  Nel  Boprasilv.  cattolico  troTeremo  ancora  prevalere  l' e  per  l' i  f.  i'  a.  :  en- 
Mfflen  tfitschtiver  enconler  ecc.  (e  in-imig  ancora  con  l'i)  ds.,  cfr.  il  tosto. 
Io  casi  dì  i  acc.  in  posiz.  potremo  regolarmente  rinvenire  questa  lase  inter- 
media nello  stesso  soprasilv.  rifarai.;  p.  e.  métter  (mittere)  e  tar-mat-ét  (tra- 
«nise,  ìnvid)  S,8,  tan-par-mat-ét  (impromise)  14,7.  Ed  à,  come  ognun  Tede, 
fase  analoga  ì'e  solita  per  Vi  pur  f.  di  pos.  della  ma^ior  parte  delle  &Telle 
e  (ricévere  recipere,  ecc.). 


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§  1.  OrigìoDì;  A.  SoprctselTa:  Vocali  fLtone.  tà 

scolato  27, 34  i;  in  sillaba  posteriore  all'acc:  forsa  forsit  5,25; 
nuaaum.  61;  [■a  =  -it  in  ratscheiva  =  recìpit,  ecc.;  t.  Ili,  3];  — 
e  quasi  voci  proclitiche:  scka  <=  lat.  si,  e  scha=  sic,  t.  num.  134; 
—  e  ancora  cfr.  il  num.  124;  esempj  per  l'alterazione  in  u  82 
dinanzi  a  suono  labiale:  sumlgionts  (v.  num.  83);  tumer  (ds.:  te- 
mer) tumenan  tumeigias  tumalegs  (temere  -metterò  -miate, 
timidi)  1,20;  21,46;  10,26;  8,26,  cfr.  num.  38;  uffont  num.  16 
\fhT.uff.  aff.^^,  uffiem,  unviem'^;  buvevan  nnm. 40  *;  dile-  83 
guato;  avanti  t'accento:  sco  num.  49;  vardad  veritat- 22, 16; 
stanlgionts  (ds.  :  semegliont-)  'aimiliantes  6,8  (cfr.  sumelgia 
num.  42);  zanur  (i  =  d  +  «)  disonore  1,19;  avanti  e  dopo  l' accento 
in  uno  stesso  esemplare  :  numnàv^s  numnàda  nUmna  niimnaa 
Dominatus  -a  nominat  -as  1,16;  13,55;  22,43;  19,17,  àvdan  ha- 
bitant  12,45,  avdònxa  17,22;  dopo  Tace:  sendas  semitaeSiS"; 
fleivla  Dum.  21;  graschla  gractlìs  f.  (stretta)  7,14;  alma  n.  145; 
temnaus  seminati  12,1;  /èmna  19,4;  dieschman.^Z;  asna21,2 
(cfr.  ose»,  cioè:  as'nasen,  L.  13,15);  spiri;  aM(Ìa=audis,  ecc.;- 
dileguato  nell'iato  grigione,  v.  al  num.  90;  0;  riflesso  84 

pero:  solelg  'sóliculo-  (sole)  5,45;  morir,  more  (mori),  26,35; 
22,25,  cfr.  6;  dormiva  num.  56;  rogar  26,53,  radia  27,60,  ma 
rugeit  rogate  (orate)  24,20,  ruga  rogavit  8,5,  e  rudM28, 2, 
coll'o  in  u,  che  è  la  figura  solita,  come  i  seguenti  esempj  mo-  85 
strano:  numnau  ecc.  t.  nnm.  83  (nóm.);  adurar  2,2;  [sGuada 
num.  210];  pumer  num.  9;  quitar  cogitare  10,34;  —  cusselg 
consilium  27, 1 ,  cunfins  4,13,  cunfortar  2, 18,  cumparet  (com- 
parve; ma:  comparida  2,7)  1,20,  cumplanìeu  'com-plen-ito- 
(compìto,  adempito)  2,17,  custeivla  nam.  21  n.  (cfr.  ancora,  per 


'  Un  caeo.di  a  da  i  =  ù  f.d'a.,  è  io  por-sul  (db.:  persul)  tiìaXo  i^  pirsut 
num.  46;  cfr.  nnm.  76. 

*  DS.:  a/Vn  p.  66;  Carig.  avrebbe,  ae  non  v'ha  srrore,  affon[t]  e  uffonlt]  96; 
ma  affbns  (affonU)  anoua  indistintamanta  il  plurale  in  tutti  i  saggi  aopraail- 
laoi  dei  BÙHL. 

*  V.  aam.  28.  Si  tratta  di  *lf  *tD,  ciod  di  tenuinima  nasale  tra  la  vocale 
e  la  labiale  che  l'altera.  L'u  degli  ultimi  due  esempj  é  costante,  pur  nelle 
fnHiti  cattoliche. 

'  Il  fenomeno  di  w  da  »  f.  d'a.  non  va  confuso  con  l'altro  dall'ù  u  =  l,  che 
incontriamo  negli  spogli  engad.  e  trident.,  comechà  si  tratti  in  entrambi  di 
ugual  causa  determìnatrice. 

'  Allato  al  quale  esempio,  dai  lesa.  (cfr.  nnm.  17);  sonda  nnm.  157,  onda 
amila. 


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48  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

cun-,  i  num.  51  n.  e  58);  —  curuna  corona  27,29;  curom  n.7; 
vuler  16,25;  angular  num.  50;  sunar  24,31;  pruvament  am- 
pruvar  6,13;  22,35;  muvantada  ('moventata,  tempesta)  8,  24; 
pudeva  pussonza  (potava  possanza)  8,28;  6,13,  cfr.  ó;  uba- 
desohan  (obbediscono)  8,27;  —  purtar  1,23,  cfr,  num.  54;  tur- 
nar  2,12,  cfr.  num.  58;  urdanau  (ordinato)  27,10;  ragurdar 
recordari  5,23  (a  cosi  ragurdà  ricordò  26,75,  ma  ragordeits 
ricordate  16,9);  duvreits  'de-operatis  23,24,  cfr.  num.  54;  un- 
frir  (offrire)  5,23,  cfr.  num.  231;  fussau  (fossato)  12,11.  — 

86  Allato  a  milgiurament  (meliór-)  abbiamo  milgiareit  milgiarar 
meliorate  roeliorare  (3,8.2;  8,8),  con  a-o  (o);  e  la  successione 
etimologica  o-o,  tutta  fuori  d'accento,  ci  dà  u-a  net  prtc.  an- 
-cunascheu  an-cunasckida  17,  12;  11,19,  e  in  an-cunaschenan 
(conobbero)  14,35;  dove  all'incontro  la  formola  o-ó  ci  darà  nello 
stesso  verbo  a-u:  an-canuscher,  cfr.  num.  58'.  Altrr  esempj 
per  a-ii=  o-o  abbiamo  in  dalurs  dolores  4,24,  sarurs  sorores 
(cfr.  6);  kanttr  honor-  15,4;  calur  (e  culur,  Car.  ;  soprasass. 
cal&r  DS.)  color;  dove  si  può  aggiungere,  per  a-d  =  o-ó:  mar^ns 
(more,  mórum;  Car.:  mura,  cfr.  sottosilv.  num.  46),  onde  ma~ 
runér,  moro  gelso,  db.  (il  qual  ds.  ba  del  resto:  dolùr  honùr 
sor&rs  col&r)^;  cfr.  soprasass.:  cagliun  DS.  =  soprasilv.  cugliun. 

87  —  Finalmente,  o  àtono  in  dileguo;  dove  in  ispecie  va  conside- 
rato Ver  soprasilv.  = -ór  latino,  nei  nomi  in  -iòr,  e  in  altri.  Si 
tratta  della  figura  nominativa,  anziché  dell'obliqua;  quindi  d'Ò 
dileguante  in  sillaba  postonica,  il  quale  trova  al  suo  posto  un'e 
irrazionale  (num.  90  n.).  Si  osservino:  tentader  tentator  4,3; 
malgiader  huvader  (mangione,  bevitore;  ds.  magliader  hùve- 
der)  11,19;  semruider  seminatore  13,3;  surmanader,  pi,  sur- 
manaders  (seduttore,  cioè:  sopra-menatore,  Uberftthrer),  27,03, 
Tit,  1. 10;  tschantschaders  (cianciatori)  ib.;  pescaders  4, 18;  e 


'  Questo  caso  di  dissimilazioDa  s'ebbe  anco  fra  i  Toscani,  t.  la  Crusca 
e.  canoseere  ecc.  K  riconre  anche  in  altri  vernacoli  nostrali. 

'  DÌNimìlazione  congenere  {a-ii  =  o-«  in  pos.)  in  radund  Car.,  raduni  so- 
prasass. D8.,  rotundus  (cfr.  tarond  fìial.  num.  £34),  e  pur  qui  le  vocali  genuine 
odia  forma  cattol.:  rodànt  rodond  ds.  Finalmente  ricorderemo,  come  piti  non 
Bi  regga  la  vecchia  pronuncia  mmonsch  [=  romancio,  num,  13,  Car.  gr.  1 19) , 
ma  d  diesimili  nel  piti  popolare  ramonsch  Car.  gr.  IQó,  Car.  lese.:  rumotuch 
rom.  ram.,  Carig.:  ramontsch  p.  59,  ramontscha  frontiap.;  e  Aamonda  DS- 
(c&.  ntuD.  16)  la  domanda,  aitato  a  domandar. 


;vGoo»^lc 


g  1.  Orìgioni;  A.  Sopraselra;  Vocali  itone.  47 

il  fera,  rumpadra  (rompitricse;  t.  Ili,  4)  12,39.  Consimili  figure 
nominative  sono  ancora:  senger  senior  (Signore,  Dio)  5,33; 
mender  minor  (*minr  'menr  mendr,  num.  147.)  II  Cor,  13, 11.13. 
Poggiano  air  incontro  sopra  il  tipo  obliquo  :  sechiur  sichiur 
(Car.,  D3.)  aector-  segatore,  cfr.  num.  172;  singiiir  =  seD.ìòr6[m], 
signore,  10,24,  ed  il  pi.  sunadurs  9,23;  e  'pejor'  sarebbe  con- 
tinuato in  entrambi  i  tipi,  avendosi  insieme:  pigiur  num,  46, 
e  pir  Cpfjer)  Car.  (ds-  :  pijr)  ;  cfr.  l' engadin.  o  dileguato  in  88 
sillaba  antetonica:  hundraii-s  (*hon'rato,  onorato)  13,57,  Car.: 
honorar  kundrar;  -  créna  ds.  p.  102,  250,  corona,  cfr.  l'ital. 
cruna.  Vedi  ancora  il  num.  92.  V.  Qui  va  primamente  no-  89 

tato,  che  anche  f.  d'a.  l'u  sia  riflesso  costantemente  per  i  (ìì): 
scùradengia  (oscorità)  8, 12;  girar  jnrare  5,33;  natiral  15, 17; 
CTwparcAiVffìf  (guardatevi;  -curate)  7, 15;  jagtnau 4,2,  num.  59; 
Iginadi-s  lunaticus  17,15;  isonza  27,15;  cAtsar  accusare  12, 10; 
schigiar  ecc.  num.  164  n,  ;  pitavna  v,  l'alto-eog.;  ^'daw-s  adjuta- 
tns  15,5;  salideit  salidai  salutata  salutati  10,12;  23,7;  midau-s 
mutatus  17, 2  ;  spidanen  sputaverunt  26, 67  '.  Eccezione  illusoria  90 
sarebbe  suar  less.,  sudare;  poiché  non  dovremo  già  riconoscervi 
un  u  soprasilvano  per  «  latino,  ma  si  vedervi:  siitdjar  *s1i-v-ar 
'siuàr  suar  (cfr.  num.  203,  232,  e  l'engadinese);  e  un  perfetto 
parallelo  ci  sarà  offerto,  per  questo  sviluppo,  da  *li[q]var  'liuar 
luar,  sciogliersi,  svanire  (n.  177;  'liquare',  cfr,  l'ìtal.  di-legimre). 
Nel  secondo  esempio  cade  un  i=i,  nel  primo  un  i=u;  e  le  forme 
colla  vocal  radicale  accentata  mostreranno,  in  entrambi  i  verbi,  il 
normale  prodotto  di  t«  (II,  3).  Applicata  a  'sudór-'  l'evoluzione  di 
'sudare',  veniamo  a  *sii[dlór  'sii[v]ur  (num.  46),  siuiir  suùr  (Car. 
suur,  s.  suar;  cfr.  stiaduir  num.  47);  la  qual  forma  entra  poi  ad 
ogni  modo,  per  ispìnta  dissimilativa,  nell'  analogia  di  culur  calur 
(colore)  ecc.,  num.  86;  e  quindi:  'saUr  savUr  {savur  Gen.  3,19, 
savurs  L.  22,44;  less.  id.).  Nella  stessa  analogia  è  entrato  anche 
il  riflesso  di  'riimór-'  {ramitr  9, 23)  ;  ma  che  ciò  avvenisse  per 
via  diversa  da  quella  che  ha  tenuto  'siidor-',  è  anche  accennato 
dall'ital.  romore  allato  a  sudore;  a  ad  u  abbreviato  accennano 
pure  la  forma  soprasilvana  del  Da  Sale:  rumfir,  e  l' engadin. 
rumur  del  Carìsch  (v.  all'  incontro  arimur  nel  nostro  spoglio  . 


'  Ancora  ho  britehà  (bnieid)  13,6;  il  cui  i  =  w  rinflanca  inaiarne  l'etimo- 
logia del  Mdbatori  (per-ùatare;  pib  preciiameute:  per-Ùst-iere,  v.  p.  36)^e 
ciò  che  di  sopra  not&nuno  circa  gli  li  in  pos.  rifieui  da  t  (num.  63). 


>vGoo»^lc 


48  Alcoli,  Saggi  ladini,  I. 

engadin.)  L'u  di  'rumor'  poteva  tanto  più  facilmente  tralignare, 
in  quanto  gli  mancava  ogni  voce  collaterale  in  cui  il  suo  ca- 
rattere fosse  rafCermato  dall'  accento.  Si  consideri  inoltre  :  It- 
meil  DS.  (con  t  =  u  secondo  la  regola),  lucignolo,  e  ds.  ancora 
limiera  aoprasass.,  lucerna  all'uso  di  Rezia  (Carig.  ^2te»Kra 
p.  45;  cfr.  num.  59  n.),  ma  nel  nostro  testo:  lumegl  (lucignolo)  11, 
20,  voce  che  non  sembra  più  avere  accanto  a  ad,  nel  aoprasil- 
vano,  il  nome  da  cui  deriva  *,  In  ampaug  (un  poco)  26,  39,  e 
anqualcaussa  anqual  canssa  5,23;  20,20,  si  contiene  dì  certo 
Vin  (jìn)  =  unus;  Va,  però,  qui  meno  che  mai  si  dovrà  consi- 
derare come  un  diretto  succedaneo  dell'  antico  u,  ma  bensì  come 
un'appoggiatura  prostetica,  promossa  dal  dileguo  della  vocale 
etimologica  ('mpauc,  empauc  ampauc;  ecc.').  E  in  modo  ana- 
logo si  dovrà  forse  dichiarare  Va  al  posto  di  u  f .  d'a.  in  soventi 


'  Collaterali,  ma  seoipre  eoo  l'w  àtono,  e  del  resto  assai  probatulmente 
nOD  indigeni,  ha  il  Cooradi:  luminar  It^ninus  (l'engad.,  coU'u  normale,  fflim 
glvmera  ecc.,  Car.  nachtr.). —  Né  sarà,  per  aggiungere  ancoca  un  esempio, 
forma  paesana  lo  snudar  dei  lesa.,  allato  alla  Ter»  forma  iodigeoa  nieu  nm 
unÓMB  (nnm.  g03). 

'  Potrebbesi  anche  dire  che  rtn=  uaus,  allo  stato  procliUco,  entri  aal- 
l'analogia  dell'in-  =  in-,  num.  SI,  o  ricorrere,  ohe  in  ultima  analisi  è  il 
medesimo,  ma  qui  sarebbe  mea  proprio,  airanalogia  del  num.  59  in  n.  (cfr. 
en  pawc  na.  231);  ma  alla  dichiarazione  che  dà  il  testo  mi  ha  in  {specie 
persuaso  l'analogia  di  cui  ora  entro  a  parlare.  Poichd  la  etessa  prosteà, 
promossa  dal  dileguo  di  w  =  o  posteriore  alla  nasale,  vedo  oell' nnva-  di  an- 
saehi  aliqnis,  amachei  aiiquid,  ecc.  (cfr.  Ili,  S).  D'  altro  non  si  deve  cio4 
trattare  che  di  nu-sai-ehei  ecc.  (cfr.  nella  stessa  Crusca:  tton  so  ch«,  'alcuno', 
'quidam',  e  altri  fatti  analoghi  ap.  Diiz  gr. ,  formaziooe  pronominale,  s.  ali- 
qttis),  ondo  *n'-ie<hei  én-se-chei  (ss,:  enseigei,  in  setgX,  p.  124,260;  so- 
praSBSS.  m  sichei  p.  124)  amachsi.  Pel  J  in  i,  si  vegga  il  num.  135;  il  * 
reggasi  ancora,  e  la  vocal  prostetica  d  ancora  sottilissima,  pur  nella  figura 
basso- engadineee  ima-  addotta  dal  Carisch  (Campeli  scrive  intxa-).  E  la  piena 
conferma  della  nostra  dichiarazione  s'ha  poi  dal  soprasilvano  cattolico:  en- 
aeeons,  che  traduce,  presso  il  Da  Sale,  la  locuzione  'non  so  quanti'  (p.  S08; 
per  eons  t.  il  num.  179).  Nella  moderna  versione  basso-engadia.  del  N.  T., 
del  pari  che  nell'antica  alto-engadinese,  abbiamo  veramente  ùnia-  coli' ti;  ma 
a  im  ù  tanto  poco  organico  quanto  d  quello  dell'alto- eagad.  ùngiiin  "iugiiia 
*n'giin  oec-untis  (v.  num.  327  engad.,  e  li,  4).  Rovesciar  la  piramide,  repu- 
tar cioà  ùnta-  (ùnta-)  una  figura  genuina,  che  stia  foneticamente  all' anni- 
{ansa)  Goprasilvano  come  un  p6  (alto-eng.  Mr.  1, 19)  ad  am-paug,  e  cercare 
nell'iin  di  ùnia-  un  succedaneo  di  non  (*nùn  =  noennm),  da  raccostarsi 
all'un  popolare  toscano  ecc.  (urt  $o,  non  so,  eco.)  od  all'ori  s  non  calabrese, 
sarebbe  uno  stento  illegìttimo. 


;vGoo»^lc 


S  1.  Qri^cmì;  A.  SopraMlra:  Vocali  itons.  19 

(sovente)  17,15;  cioà:  subinde  suvent-  sveni-  (cfr.  l'engadinese) 
s'cent-  savent  *.  Ancora  a  al  posto  dì  ù  f.  d' a. ,  ma  in  esempio 
di  poco  momento:  acadella  (scodella  scutella)  14, 8;  23,  25.  JDel 
rimaDente,  ru(u)  intatto  >:  fìtgir  S,7;  sadulai 3&tol\a.ti  5,6;  rui~  91 
no  (rovina)  7,27,  saccudeit  excutite  (scuotete)  10,14  (iiuni.  22S); 
mulgér  num.  \y\juvnals  javena.l&a;  curreuon 28, 8 ;  fitndar  (af- 
fondare) 14,30;  pungiadas  (colpi  col  pugno,  quasi;  pugnate,  cfr. 
num.  192)  26,67;  —  ma  doblaméng  allato  a  dùhels,  num.  114, 
e  si  oscilla  tra  «  ed  o  in  pariurir  partorir  1,23.21.  Dile-  92 
guato;  in  sillaba  anteriore  all'accento:  strunglà  strangulavìt, 
Todlà  (num.  84),  e  nell'iato:  cusescher  (Car.)  =  conanescera  (as- 
suefare), cus^'(2a  =  consueta  (conauetudine)  Ebr.  5,14  (cfr.  dus 
num.  46)  s;  in  sillaba  posteriore  all'accento:  temps,  meins,  da- 
dents,  funds,  v.  num.  137;  chiem  cornu;  e  qui  spetterà  anche 
il  dileguo  detru=  o  all'uscita,  segua  esso  a  consonante  oppure 
ad  i[j]:  amig,  ferm,  scrii,  mendus,  maun  (num.  6),  ecc.  ecc.; 
filg  (=filj)  filins,  ieli  'olju  oleo-,  capitani  27,54,  dimuni  12,^, 
evangeli;  cfr.  i  num.  47,  53,  235;-  e  ancora  t.  C.  Ili,  §  2,  e 
i  num.  236  e  224.  Dittonghi.  -  dimuni,  cfr.  l'ital.  dimonio  93 
(*daemon-io)  ;  al  quale  esempio  fari  bel  riscontro  :  irom  aeramen 
('dièmùni  *ieràm,  cfr.  i  num.  67  e  227,  e  ancora  l'it.  istate  state, 
aoprasilv.  stof  n.  223); —  latezia  («in  a,  cfr.  num. 67, 75, 107);  — 
orelgia  (au  in  o,  cfr.  num.  68)  10,27;  —  utschels  6,26  (dell'alter- 
narsi di  u  àtono  con  du,  v.  il  n.  68,  aggiungendo  :  gudér  gàudig, 
gaudere  gaudeat,  Fil.  20,  Ecclea.  5, 17. 18);  —  ruvaséit  "repaa- 
aata  26, 45,  allato  a  ruvàtisa  'repaosat  I  Piet.  4, 1 4,  e  ruvàussen 


'  DS.  sopraailv.  e  BopTaaais.:  laDtns,  fraqaentamente.  Dell'  uscita  di  questa 
Toce,  T.  Ili,  5.-  L'b  Irrazionale,  che  propoaiamo  per  *3èvents,  sarebbe  da 
parsgonare  a  quell'e  in  «ìUaba  posteriore  all'accento  per  la  quale  ai  sepa- 
raoo  due  consonaiiti  orìgiaBlmeiite  attigue,  o  fattesi  attìgue  per  dilegno  di 
Tocale,  qnando  vengono  a  risultare  all' uscita;  come  si  vede  in  ansemel  (in  si- 
imi, num.  81),  pimel  num.  52,  scandel  unm.T3 ,  asen  num.  83,  -dder  =  iit[o]r 
num.  87,  eÌT>er  num.  SI,  artcttnter  num.  81,  ecc.,  dove  Eempfe  si  tratta,  per 
Mconda  consonante,  di  una  continua.  E  per  l'espandimento  di  questa  iira- 
liODale,  si  cfr.  il  num,  87  alto-engadinaBS. 

'  L'wdi  'mustela' tì  lungo  o  breve?  L'm  sopraailvano  {musteilLant.  11,29^ 
"ttiiieila  Car.,  miìtleila  ne.)  ha  maggior  forza  a  farcela  inferir  breve,  che 
non  \'ù  engad.,  i  soprasass.  (mùstaila  Car.,  mitteita  db.)  a  farcela  inferir 
lunga.  V.  n,  4.  •  V.  ancora  il  num.  148. 

Archiiio  blottoU  Ital.,  I.  l 


D,qit,zeabvG00»^lc 


50  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

'repausant  Apoc.  14,13(v,Dum.  68);  quindi  anche  a  per  au  itono, 
cfr.  atun  (less.)  automDus,  sullarar  (*sur-[d]-aurar  num.  126*; 
ma  DS.:  solorar;  cfr.  Schuch.  vok.  II  306  segg-,  dov'è  pur  con- 
templato il  soprasilv.  far  agur,  considerare,  cioè:  Tacere  au- 
gurium'),  e  ancora  oscar  (osare,  cioè  'aus-ic-are,  circa  ta  base 
del  qual  frequentativo  va  ricordato  l'aggett.  ital.  oso,  audace): 
ascava,  osava,  Mr.  12,34,  e  anche  in  accento:  asc'  Un,  osa  udo, 

94  I  Cor,  6,1.  —  Ai  grigione,  che  si  riduce  f.  d'a.  ad  i;  dove  sodo 
da  distinguere  tre  categorie:  I."  ai  ottenuto  per  attrazione: 
(Vai  = 'airale  *  arjale  (aja;  v.  era  al  num.  9)  3,12;  virola  less., 
'vairola,  variola  bassolat.  (vajuolo);  e  forse  qui  anche  pivun 
{pipuns  II  Paralip.  9,21),  pavone,  quando  si  consideri  la  forma 
basso-engad.  paviun  Car,  (soprasass.  Da.:  pavun);  -  2."  ai  ot- 
tenuto per  sviluppo  d'i  innanzi  a  s  (cfr.  il  num.  172  in  n.,  e  il 
num.  174):  ischègl  Conr.,  *ischill  Car.,  *aisil}o,  axiculo-,  asse 
del  carro  (forme  engadin. :  aschigl  ischigl  Car.);  ischier  ''asérn 
acerno-  (it.  àcero;  dove  la  ricostruzione  è  suggerita  dalla  fonia 
del  vocabolo  soprasilvano  e  dall' ascftèr  engadiu.  Car.;  di  i  ='c 
V.  il  num.  170);-  3."  ot  ottenuto  per  dileguo  di  consonante:  pii- 
deits  ecc.  num.  171. —  Au  grigione  che  f.  d'a.  si  riduce  ad  u,  è 

.  in  uval  less.,  torrente,  5cA-uar  less. ,  sciacquare,  allato  ad  aua, 
acqua,  num.  177;  e  ancora  in  ulsckév,  ulschéin  Car.  less.  gr.  150 
(partic  e  1.  pi.  pres.  di  àulscker  num.  10  n.),  e  fultschada  Ca- 
rig.  15,  falciata  (ma  Car.  nachtr.  :  faulsch  falschada),  i  quali  due 
esempj  son  curiosi,  perchè  vi  s'incominci  a  veder  trattato  V au 
anorganico  (formole  del  n.  10)  come  un  au  etimologico,  entran- 
dosi cosi  nell'analogia  engadinese.  —  Cfr.  u  àtono  allato  ad  i'u 
in  acc,  num.  185. 

E, 

95  hartar  'hereditare  19,29;  hum  homo;  hura;  hanur,  hundrau-s 
num.  147;  avdan  habitant;  erva  6,30;  oz  hodie  num.  105;  [di 
train  trahunt  11, 12,  ecc.,  v.  la  1.'  nota  al  num.  171,  e  ITI,  3]. 

J. 

96  gitiven  n.61;  gist-s  jastas;  giù  josum  (deorsum,  v.  num.  59  in  n.) 
en-agid,  gidau-s,  in-a[d]juto-  a[d^utato-^;  pigiur-s  pejor  (cfr. 

'  Cfr.  DD  Canqb  a.  'ayrale',  'ai'aa',  e  'stadium  3'. 

*  Qui  giù  en-agideec.,  piuttosto  che  al  num.  t05,  coosiderata  ia  ispecie 
l'età  del  dileguo  dell' esplosi ra. 


;vGoo»^lc 


§  1.  Qrìgioni;  A.  Sopraselra:  j.  51 

nam.  87);  giuf2ì,b,  ma  KDche  juf  lì, 29.30,  jugum  (num.  184), 
e  cosi  juvantenglia}  giOYentù  num.  66.  Sarà  par  ispiiita  dìssìmi- 
lativa  che  in  Gabr.,  e  nel  V.  T.,  ììj  iniziale  di  'jejunus'  ecc.  si 
sottrae  costantemente  all'alterazione:  ja^'ins  jejuni,  Jaginar,  ti 
jaginas ,  Jaginau  (ds.:  giginar;  Coav.:  jaginar  giginar).  V'ha 
all'incontro  assimilazione,  non  però  coal  compiuta  o  singolare 
come  la  scrittura  mostrerebbe,  in  schascfieva  jacebat  8, 14,  scha- 
scheu-s  (giaciuto)  28, 6,  [cfr,  schunscher  num.  65,  jungere] ,  dova 
la  pronuncia  dee  Teramenta  dare:  zaséva  o  zazeva  ecc.,  deterroi- 
uandosi  cioè  l'antico  j  in  z  anziché  in  ^,  per  effetto  dello  s  (o  z) 
da  e  nella  sillaba  che  ouasegue  (v.  num.  170).  Di  sehai  jacet  8, 6; 
4,13;  5,14  e  scher  jacère  Apoc.  11,8,  v.  i  num.  171  e  226. 

J  che  sussegue  ad  altra  consonante. 

Questa  rubrica  ha  dovuto  intitolarsi  da  un  elemento  che  non  ai  può 
dire  latiao.  È  il  j  romanzo  da  t  àtono,  o  da  e  à.tona,  cui  nell'archetipo 
preceda  consonante  e  sussegua  vocale,  j  ohe  promuove  e  subisce,  come 
ènotorio,  molteplici  fenomeni  di  ussimilaziona ,  e  bì  mostra,  a  cagion 
d'eaerapio,  in  medio-,  medjo-,  it,  mezzo;  diurno-,  djomo-,  W.  giorno. 
E  anche  è  risultato  opportuno  di  qui  considerare,  insieme  con  questo  J 
romanzo,  certi  sviluppi  di  j  gngione.  —  Quanto  alla  pronuncia  dei 
TÌapettivi  prodotti  fonetici,  andrebbe  consultata,  come  per  ogni  altro 
quesito  di  pronuncia,  l'Appendice;  ma  pure  debbo  qui  fermarmi  ad 
avvertire,  che  ig  ng  di  Gabriel  valgono  {/'  «,  affine  che  si  possano 
facilmente  intendere  le  annotazioni  in  cui  sari  avvertita  qualche  di- 
vergenza. 

U:  mulgér  muUere[m]  num.  19;  milgiarar  meliorare;  marvi~  97 
Igiusas  21, 15;  sumlgiont-s  sumelgia  *strailiant-  •simillat;  filg 
filgial,^;  9, 18;  fumelg  (famiglio);  cusselg,  cusselgiada  14,8; 
felgia  velgia  ecc.  nam.  56;  milgia  (miglio,  lega);  palgia  3, 12; 
inoltre  :  gilgias  '  6, 28,  cfr.  1"  it.  giglio  e  pel  genere  il  ted.  lilìe  ; 
pigiar  pigliare  21,46;  tallge  giù,  taigiau-s,  taglia  giù!,  ta- 
gliato, 5,30;  7, 19;  tallgia,  taglia,  imposta,  17,25;  travalgia~ 
da  14,24;  pagalgia,  paga,  mercede,  5,46.  —  Si  aggiunge  LI'  93 


'  la  questo  eaemplu-e,  Ig  deve  valere  (g  anziché  Ij,  poiché  il  CarìBoh  Bcriva 
jilgia,  laddoTS  per  ^ilja  acriverabba  giglia,  coma  paglia  ecc.;  e  ^i7^va  ugual- 
DMCiU  DS.  [allato  al  BOprasaaB.  giiia\,  laddove  acriva  tagliar  ecc.;  e  Ig  ricorre 
balmente  aitche  nel  riflesso  engadinese.  Cfr.  la  n.  al  nam.  103. 


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52  Ascoli,  Saggi  todioi,  I. 

che  passa  ia  Iji:  glin  linum  Gios.  2, 6^;  Igisck  luce-,  Iginwi  I 
[Iginnadi-s]  luna  [lunaticus],  neiqaali  due  è  ^(  =  ^  =  15  num.  59;  j 
Igeut  ('Ijt'ut,  II)  3;  riTiena  a  un  ted.  liut)  gente  4, 19.  V.  ancora  ; 
ì  num.  33  n.,  112  e  110.  Ma  in  salgit  salita  (saltate,  esaltate)  5,  - 
12,  iof.  salgir  less.,  ecc.,  riconosceremo  l' uso  dilatato  della  com-  . 
binazione  etimologica  Ij  (salio;  cfr.  p.  e.  salgind  saliendo  Is.  13, 
21);  e  quindi  attribuiremo  simili  forme  al  numero  che  precede; 
99  cfr.  i  n.  103, 105.        RJ  :  gliergia  gloria  num,  56;  e  il  resto  t.  al 

100  num.  235.  Y3:plievgia  '^plovta  num.  62;  càbgia  cavgia  Car. 
cavea  (gabbia);  e  qui  ancora,  per  v  da  &  {vèr  *acier  habere): 
gkieu  avuto  (cioè:  viéu  vjeu  vgeu  '^eu;  cfr.  mr.  e  v.  il  num.  60) 

101  8,33.  SJ:  parsohun  prension-  num.  46;  caschun  occasion- 
(cagione)  19,3;  ampafmasohun  -promission-  Apoat.  1,  4;  cfr,  IH, 

102  4.        NJ:  senger singiurnìitn.Sl;  vingia^  vinea20,l;  —  cum- 

103  poings  ecc.  num,  15;  e  cfr.  num,  167  n.  —  Si  aggiunge  NI'  che 
passa  in  nji  :  angif  nidas  num.  203,  Ma  vangir  venire  3,7  (cfr. 
«andini  veniendo  26,64,  s-cu-vangienscha,  disunione,  quasi  'dis- 
•con-venienza'  10,35),  sarà  l'analogo  di  salgir  num.  98,  e  quindi 

104  spetta  al  numero  che  precede.  MMJ:  cumngiau  'cummiatii 
(commeato-)  14,22.23;  scumngiavan  Vcammiavan  (-cambiava- 

105  no)  num.  157  '.  CJ,  v.  num.  169.  DJ;  ne  risultano^,  i  (=s 
tra  voc):  misericorgia  misericorgeivels  (pi.)  5, 7;  nun-stugiau 
'non-studiato ,  non  dotto,  Carig.  132;  giavel  diabolas  25,41  *; 


'  DS.  Cour.:  glin,  Car.:  ^tn  giin.  'Lino'  ai  traduce  in  0%.  2,5.9:  IiticokI 
linoot,  cha  é  il  Tocabolo  (adesco  per  'tela'. 

'  Il  parallelo  di  gilga,  num.  97  n-,  qui  s'avrebbe  Ìd  lingia  linea  Car.  de. 
{Unga  ricavo  anche  da  una  scrittura  engadineae),  e  t.  ancora  la  peoultia» 
u.  al  num.  167. 

'  Per  MJ  avrei:  cintlempta  Giudici 8,2,  -ernia  Is.  £4,13;  iehimgias  I  Re  IO, 
SS,  li  Parai.  9,21  (scimia);  db.  Coar.  oindemia  tckimia;  Car.  vendemia,  mi 
aehimgnia  colla  figura  cba  avemmo  per  MMJ  (cfr.  l'ital.  scìmmia).  Lo  mn 
pare  limitato  alla  cootiDuazione  della  figura  geminata;  ma  vi  si  potrà  tutta- 
volta  vedere  come  una  fase  intermedia  pel  fenomeno  di  »  (r^')  da  mj,  cha 
occorre  con  particolar  frequenza  nel  macado-valBco  (v.  Diez  gr.  a.  M.  vai.  ; 
e  St.  crit.  1  58,  71,  77  =  336,  349,  355,  dov'è  in  ispecie  notevole  il  Taldarsese 
miyelìt),  e  deve  aver  parte  nella  costante  riduzione  di  UJ  a  ni  frc.  (congé  ecc.). 
Cir.  il  napolet.  siiìa  =  scimia,  allato  al  soprasilvano  simna  (achimguia}  che 
testa  adducemmo  dal  Carisch. 

*  giù  =josnm,  en-agid  =  -adjut.,  ecc.,  avemmo  sotto  il  semplice  J.  —  Ca- 
rìgiet  44  raccosta  stagia  a  'stadium'  a  staderas  a.  'stadiaria'.  Circa  .^biddnu. 


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§  1.  Qrigioni;  A.  Sopraselva:^  eomplic.  53 

oihodìe  11,23;  miex  medio-  10,16;  in  veza  vezian  vaset  (vede 
vegliano  TÌde)  6,4;  5,16;  8,14,  e  in  saseva  saset  (sedeva  se- 
dette; cfr.  l'engadin.)  9,9;  15,29,  è  lo  dj  di  alcune  figure  ori- 
ginali (yldjo  =  video,  sedjat  =  8edeat,  ecc.;  cfr,  it.  veggio  veggente 
seggiamo  ecc.,  e  in  ispecie  i  riflessi  logudoresi  di  'sedere')  che  sì 
estende  pel  resto  della  coiijugaztone  (gt'inflniti  sono  al  n.  203).  — 
Si  aggiunge  DI'  che  passa  in  dji,  onde  risulta  g:  gig  dico,  ecc.,  106 
Ili,  3*;  tt^gi  tota  dies  20,6,  da-minchia-gi  (di  ogni  giorno, 
quotidiano),  gis  dies  pi.  4,2*,  cfr.  num.  137;  cungir  (less.  condi- 
re) 5.  TJ.  Una  risposta  parallela  a  gia=dja  {mìsericorgia  ecc.)  107 
avremmo  in  sa/t^acAia  =  *8ilvat[i]ja,  nnm.  196,  scorchiar  (alto- 
•eng.  scorcher)  Car.  =  •8-CDrt[i]jar  (ds.:  scortegiar),  ezcortìcare. 


che  deve  dir  'bilancia'  (Madèra  ds.  Conr.  Car-,  ttadaira  ang.,  stadeila  bo- 
pnissAa.;  lat.  staterà),  egli  sarebbe  in  errore;  ma  circa  stadia,  che  dic<e, 
secondo  il  Cariscb,  palo  di  coafiae  (pfahl,  ale  grenz-  maalzeichea ;  basso- 
engadin.  staja,  alto-engadin.  jtedjia),  avrà  il  Carig'.  veduto  bene.  Abbiamo, 
quanto  ai  Biguificati,  la  serie  'stadio',  'mleura',  'pertica'  (cfr.  su  Canoe  s.  bU- 
dinm  3);  e  coti  riTerraimo  a  'stadium'  aoclie  gì' ita),  itaggio  staggia,  il  ve- 
Dezìauo  slaia  (ataggio),  e  il  fri.  siaxe  (regolo  del  muratore). 

'  Sì  aggioDge  gig  lungi  (=  dick  alto~eng.  ecc.),  di  cui  t.  al  C.  V. 

'  La  stessa  evoluzione  fonetica  ei  compie  nel  dwas-  indiano,  che  ei  fa  ghi- 
tèi  -gyes  zingarico  (v.  Zigeunerischea  39,  169  a),  vocabolo  non  diverso  da 
quello  a  cni  riviene  il  lat.  dits;  cfr.  la  prima  n.  al  num.  108.  —  D3.  gii  e  di. 

'  A  prima  vista  parrebbe  spettar  sicuramente  a  questo  luogo  anche  ragisch 
radice- 13,6  (ragìtchad'ora  sradicata  15,13);  ma  un'altra  figura  soprasilvana, 
«  gli  altri  paralleli  grigioni,  inducono  a  slabìlire:  ra[d]ù'  rajiseh  ragisch; 
cfr.  ia  ispecie  lo  spoglio  engadinese,  e  il  nura.  232,  ed  anche  il  ladino  cen- 
trale.  ^  RicouoEceremo,  all'incontro,  quasi  senza  riserva,  che  qui  si  debba 
addurre  il  verbo  larginar  (ritardare,  nel  senso  neutro  e  nell'attivo;  targinaea 
Es.3S,l,  targirtar  II  Re  4,24,  Car.  id.),  massime  vedendolo  nella  serie  di  Con- 
r&di:  tarilar  tardinar  Uarginar.  Della  legittimità  di  quel  tardinar,  benohé  nella 
parla  tedesco-romancia  più  non  si  rivegga  (cfr.  voi-zdgern,  vei'weilan,  saumen), 
mal  si  potrà  dubitare;  e  nell'ordine  morfologico  possiamo  sin  d'ora  allegare 
la  fonnazione  parallela  iarschiiìor  =  terscher  engadio.  (Car.),  pulire,  curare 
(tergere).  Vero  é  però  cbe  c'imbattiamo  in  una  corrente  sinonima,  che  ha  ., 
base  diversa;  ed  à  il  aopraailvano  swr-trer,  tirare  in  luogo,  ritardare,  cfi*.  ted. 
ter-ziehen  (p.  e.  sw-target  ritardò  25,5),  la  quale  può  farci  pensare  a  *(ra- 
$inar  (t.  il  num.  124),  forma  che  sostanzialmente  coinciderebbe  col  provenz. 
trdhmar,  ecc.  Di  targlinar  Carig.  =  targitiar,  v.  i]  num,  230.  —  E  resterà  di 
notare,  circa  le  risposte  soprasilvauo  già  gi  =  dja  di ,  che  mal  si  appone  il 
DiM  gv.  1'  185  nel  reputare  gutturale  il  loro  g. 


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54  Ascoli,  Sa^  ladini,  T. 

cttchia  Car.,  cutchia  Conr.  {codgia  soprasass.  ds.),  cotica*,  faf 
prackias  d8.  Car.,  far  pratiche,  considerati  come  esempj  di  TJ 
ottenutosi  per  decadimento  seriore  di  e,  t.  num.  165,  e  tali  qnindi 
nei  quali  non  entri  l'antica  e  comune  alterazione  del  t  Ai  tj  (cfr. 
il  tre.  porche  nella  n.  al  num.  168);  e  s'aggiunge,  con  STJ  fonda- 
mentale: christgiaun  ds.,  e  ancora  cfr.  il  n.  110.  Questo  riscon- 
tro però  non  toglie  che  altro  fenomeno  analogo  a  quello  di  già 
=  dja  si  abbia  ancora  a  riconoscere  in  nsa  (che  risalirebbe  quindi 
a  nca^,  cfr.  Ili,  4)  =  \é\ntia^;  così:  naschienscha  ranetschien- 
wAa  1, 1;  19,28;  cardiensoha6,3(};  scuvangienscha  num.  103; 
sabgienscìM  num.  109;  e  all'incontro  la  risposta  parallela  & 
ia  =  dja  {veza  ecc.)  è  nello  nsa  {nia)  di  fleivlonzas  (infermità, 
*flebil-antiae)  4,23,  e  più  altri  consimili  che  si  leggono  sotto 
ont  =  ANT\  ai  quali  si  aggiungono,  comuni  per  la  maggior 
parte  all'italiano:  vanzada  (partic.  di  "ab-anti-ara)  14,20;  can- 
zuns  ('cant-ìon')  11,17;  faulze  alzau-s  (ilzati  alzato,  *alt-ia- 
-re)  21,21;  17,8;  tóerx  16,21;  forzali, Ì2,  ta  sforza  (ti  sfor- 
za) 5,41;  loxxa  e  stizza  sHzar,  num.  63;  tnaxsar  ('matiare, 
V.  DiEZ  less.  3.  mazza)  15,19;  tezxan  (allattano,  danno  latte, 
"tett'iare)  24,19;  e  finalmente,  pur  comune  all'italiano,  -zia  die- 
tro a  Yocale,  =  lat.  -tia  (cioè  tia  tjia  tzia  Ha):  latezia  laetitja 
28,8;  leungezia  6,27;  ladezia  (larghezza),  hassezia,  Ef.  3,18; 
pleinezia  ib.  19;  richezia  13, 22;  patientia  (sic;  cfr,  marcanlia 
22,5)  18,26;  tristezial9,^l\  direzia  duritia  19,  8;  gravezia  20, 
12;  malizia  (cosi  anche  i  lessici)  22,18;  charezia  (carità.)  24, 
12;  clarezia  24,27;  altezias  21,9;  grazias  26,30,  che  ha  allato 
il  notevole  angrazch  (cfr.  l'engadin.)  "in-gratj-  (ringrazio,  cele- 


'  CoDradi  adduce,  oltre  cuKhia,  la  forma  cutna  etttgna  (ds.:  eoigna,  cute 
della  testa,  dove  forse  doreva  leggersi  cotgna);  Tedine  al  C.  Ili,  §  4. 

'  B  Carigiet  realmeote  ci  darebbe  lo  é:  prudietitscha  sabientscha  ereconi- 
ichientscha,  p.  18  n.,  24;  ma  BS.:  prudema  eneonoachienxa  sabienschia\  por 
egli  però:  nascUntsckia. 

*  Qui,eDe'prodottÌdiPTJMTJ[eCTJj  che  ai  considerano  in  qnesto  stesso 
nomerò,  abbiamo  appai atinameato  antico  e  quindi  la  continnazioDe  della  pa- 
latina che  a'ha  nei  riflessi  di  CE  CI  [c,x,  /);  all'inirontro  in  salvackia  ecc.  a 
ne!  prodotto  di  TJI  da  TI  (num.  108)  avremo  appaiati nameato  moderno,  e 
quindi  la  palatina  che  d  nei  riflessi  di  CA  ('e).  Cfr.  il  num.  166  e  la  seconda 
n.  al  num,  172;  e  ancora,  relativamente  ai  paralleli  di  media,  le  Tr-ascri- 
tioni. 


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§  1.  Origioni;  A.  Sopraselva:  j  complic.  55 

bro)n,25;—  CTJ:  [andrizau  -dirizzatosi, 16];  PTJ:  catschatt 
cacciato  (^captiare)  7,22;  nozzas  nuptiae22,S;  MTJ:  cuntscha- 
van  conciavano  {'comtiare,  v.  DiBZ  leas.  a.  conciare)  4,21. —  E  108 
arrivianio  finalmente  a  TI',  che  passando  per  tji  ci  darà  alla  sua 
Toltala  figura  palatinata  CHI:  (ci;  cfr.  107  in  n.  e  gi  =  dt'  106): 
farckinen  partiYerunt  27, 35,  s-parckir  parchieù  s-parchida 
partire,  partito-  partita  19,6;  27,35;  5,32;  wrcAtWflCar.,  urticla 
urtschicla  Conr.,  urticula;  manckir  mentir!  5,11;  chi  pron.  di 
sec.  p.  8g.  al  dativo:  a  chi  {tibi;  'a  ti)  2, 13,  chi  dadi  dà  5,29', 
Si  ag^iungoDo,  con  particolare  ortografia:  fastchinne  festina 
(fastchinava  Apost.  20, 16,  fastchinar  II  Piet.  3,12)  Apost.  22, 
18;  vastchir  vastchieu  (vasioftew)  vestire  vestitus  6,25;  9,16;  14, 
36',  Ed  è  finalmente  notevole:  «asca(iiVo  =  vestitura  26,^,  ecc,, 
dove  la  palatina  sarebbe  passata  in  gutturale  (come  nei  nostri 
salgo  veggo  ecc.  da  salgo  veg^o)  :  'vesci[a]diira  *zieski[a]dira 
(cfr.  vestkir  ecc.,  nella  nota,  e  il  n,  110)  vesh[i]adira;  la  qual  se- 
rie si  conforta  dell'esatto  parallelo  che  ora  segue:  *biestj  (bestia), 
bieschtg  (cioè  bies'c),  bieso  ^cioè  biesh),  ap.  Car.  (Conr.  biesc, 
«11.  biesca  [v.  Ili,  1]  ;  e  biesoa,  bestiame,  ricorre  pur  nel  nostro 


'  mi  mu$iig  ehi  raùunaschent  (io  mi  mostri  a  te  ricoDoeceote),  in  un  inno 
Bp.  Andker  o,  c.  136;  jow  chi  angMzeh  io  [a]  ta  ringrazio  (celebro)  11,^ 
PereLó  il  fenomeno  ai  limiti  al  dativo,  e  come  questo  asempio  risulti  quasi 
intarmedio  fra  questo  numero  e  il  precedente,  ai  vede  al  C.  Ili,  §  2.  —  Qui 
puimeoti  (v.  la  o.  al  onin,  106)  s'hanno  riscontri  ziogarici:  rahiló  =  *ralilà 
n  è  fatta  notte,  Unguìtà,  pi.  iingulkid,  dito,  Zigeunerisches,  p.  39,  ISl,  135.  — 
E  dal  toprasilvano  cattolico  vorrà  ancora  ewer  qui  condotto:  mogittas,  ma- 
tntino  [bora  canonica]  ds.,  poiché  'matùtinae*  dava  normalmente:  matilinai 
(num.  63  o  89),  onde  poteva  venire,  secondo  il  presente  numero  e  il  110,  ma- 
cic.naj,  cfr.  inam.  4e2S6. 

'  Dove  ai  pud  chiedere  ee  il  t  non  sia  nn  mero  spediente  per  Impedire  che 
a  legga  fasinne  Basir  ecc.,  oppure  bo  non  si  tratti  di  uno  stadio  fonetico 
»1  qnale  questi  esemplari  si  fermino,  forse  in  grazia  del  s,  laddove  gli  altri  so- 
gliono oitrepaaaarlo,  dimodoché,  data  la  serie  evolutiva:  Ij  ti  la  t'é  'ó,  fastchi- 
nar e  vastchir  ne  rappresentino  il  penultimo  grado,  e  itianchir  ecc.  l'ultimo. 
Ma  stanuo  contro  la  prima  dichiarazione  o  a  favor  della  seconda:  1."  l'aversi 
presso  il  Conradi  nestkir  (allato  a  oestchir)  e  vesikieu  [veitkieu  è  cosi  nella 
parte  romancio-alemanna  come  oell' alemanno-romancia,  e  la  gutturale  occorre 
inche  nel  nostro  testo,  in  una  voce  che  stiamo  per  addurre  ;  nel  riflesso  di  'fe- 
•tinare',  il  Conradi  ha  le  seguenti  ortografie:  festinar  faschchituxr,  fastinar 
fesrhkittar;  Da  Sale  scrive  :  oestgtr  festginar  ((^  =  'c)];  2."  l'esempio  ickia- 
ffiim  =  timun  (timone;  v,  oum.  110)  che  occorre  presso  il  Conradi  medesimo 
{efr,  eulehia  nuro.  107);  e  3."  l'analogia  di  pck  =  PJ  (e  bg  =  Bl),  ecci 


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66  AbcoIì.  Sa^  Udiai,  I. 

testo,  G.  4, 12).  Cfr.  anche  peso  al  num.  138;  e  III,  4.  —  Di  veing 

100  •=  vinti  (vìginti),  ecc.,  v.  il  num.  151  in  a.  BJ,  e  bji  da  Bl': 
ràbchia  e  rahchir  ('rabira,  cfr.  milan.  inraVbi)  allato  a  raft- 
bia  e  ràbbiar  Conr.  Cfr.  VJ.        PJ  :  sapchig  sapiat  0,30;  sah- 

110  (/letwcAo  11,19,  sa6;"enscfta  12,42;  13,54.  [Sviluppi  spo- 
radici di  /  dietro  a  conaonaDti.  Ai  costanti  avilnppi  dij 
obe  incontrammo  nelle  formole  li  dì  ecc. ,  se  ne  aggiungono  di 
sporadici,  nelle  stesse  combinaziooi  fuori  dell'accento.  Cosi:  {(Ri- 
mari num.  145;  pestgilensia  Ds.;  e  tgimun  Ds.  (manico  del  car- 
ro, p.  322,  tgimun  da  la  naf,  p.307),  che  presso  il  Corradi,  coma 
già  sentimmo  (num.  108),  suona  tchiamun.  La  figura  ultima- 
mente addotta  ricorda  castgiadat  =  castitat-  ds.  (il  nostro  testo 
castitadlTm.  4,Ì2;5,Z);  ma  noi  vedremo  più  tardi  (111,4)  come 
questo  esempio  sia  piuttosto  da  attribuire  al  oum.  107.  All'  in- 
contro conTerri  qui  registrare:  angiavìnar  Gar.  'in-divinare,  so- 
prasass.  ingiviruir  angivinar  ds.,  eng.  ingiovinéra  indovinello 
Car.,  quando  non  si  voglia  imaginare  che  due  varietà  (divinare 
duvinare;  cfr.  l'it.)  vi  si  fondessero  insieme.  —  In  combinazione 
insolita  :  schilgiusia  {Ijù  =  16,  schiglius  Car.)  gelosia  num.  143. 
—  Ancora  si  potrebbe  voler  qui,  per  la  sua  seconda  sillaba: 
lievgia  =  leva  (la  leva  Car.;  cfr.  num.  23  fri.),  ma  è  probabile 
che  in  questa  forma  abbia  infiuitó  il  verbo  corrispondente  al- 
l'ital.  'al-leviare',  il  quale  in  ds.  è  lefgiar,  soprasass.  lifgiér.] 

L. 

Ili  Intatto:  loda  lata,  lufs  lupi,  olivas,  mal,  pievet  populus, 
tschiel,  ecc. ,-  -  ault  aut  eco,  =  ALT  ecc.  num.  10, 1 1  ;  -  oult  ecc. 
=  OLT  ecc.  num.  57;  -  Igi  =  LI'  num.  98  (cfr.  1 12).  —  In  anchùn 
anchin  aliqu'anns,  pi.  anchins  (alcuni),  5,39.  41  ;  9,3,  non  deve 
già  trattarsi  di  l  che  passi  in  n,  ma  si  di  assimilazione  di  voce 
a  voce;  cfr.  anqualchin  ap.  Car.,  s.  'in',  che  avrebbe  quasi  il  suo 
neutro  neW  anqualcaussa  da  noi  addotto  al  num.  90,  e  ancora 
cfr.  anzachi  ecc.,  nella  nota  allo  stesso  numero.  Il  termine  en- 
gadinese,  che  non  era  esposto  a  simili  attrazioni,  conserva  il  l 

112  (cosi  in  Biveroni:  alchiUn  alchiiins)  <.  LL.  Mediano  inalte- 
rato, in  sadulai  satullatt,  antalleg  num.  172,  ella,  quella;  raa 

'  Per  I  in  r  nolla  di  esimi  lazione,  v.  il  num.  145. 


D,qit,zeabvG00»^lc 


§  1.  OrigioDi;  A.  SoprasalTa:  l  complic-  57 

dinanzi  ad  i:  galgina  23,37,  cfr.  huglir,  buUire,  dei  lessici,  e  il 
oum.  98.  Riuscito  finale,  è  inalterato  in  el,  quel;  senonchè  'ille' 
dà  ancora  l'artic.  ilg  *  (pi.  eh),  dove  lo  STiluppo  di  j  può  aver 
sua  speciale  ragione  (III,  2);  ma  il  suo  mero  sviluppo  fonetico 
vedemmo  nella  storia  di  -ELLO  al  num.  31,  e  in  cavelg  (pi.  ca^ 
wfs  10,30)  al  nam.  42;  cui  ora  si  aggiunge:  'a[ijlg= -ALLO: 
cavailg  Apoc.  6,2  (pi.  caoc/s  Giac.  3,3);  e  cfr.  -«o?£f  =  -ULL[0],  113 
nam.  129"  io  n.  L'D  protonico,  ridotto  per  assimilazione  pro- 
grediva a  l  {II)  scorgeremo  in  calira  =  'caldura  (cfr.  aoprasass. 
caltirans.)  20,12,  allato  a  cauld  num.  10,  malgrado  l'ital.  ca- 
lura; dove,  oltre  il  Dum.  150-1,  è  io  ispecie  da  vedere  il  n.  13&*^. 

L  che  sussegue  ad  altra  consonante. 

PL: p/ontó  plantavit  21,23;  plaga  plicavìt  (avviluppò)  27,59;  114 
Unìnen plascher {^n^iuon  piacere)  12, 18; p^ascftei (piacque)  14, 
6;  plaid  plidar  num,  171  ;  plonscher  piangere  (lamentarsi)  24, 
30;  cumplanir  'com-ple-n-ire  (compire)  3, 15;  piover  pHevgia; 
pli  plus;  —  doblameng  pli  doppiamente  più  23, 15,  tschient  du- 
6e(s cento  doppj  19,29.-  BL  iniziale:  blastemmahlastem,mau2Q, 
65;  B'L  interno:  sablun  sabulon-7,26;  nehla  nebula  (nube  ')  17,  115 
5,  sihla  subula  less.;  -  ma  fleivla  ecc.  nnm.  21;  cfr.  II,  1.  -  FL:  110 
fiamma;  fleivel-s  fieivlomas  (n.21, 107);  sufflau  sufflato-,  suf- 
fels  (venti,  cioè:  soffj)  7,25,  afflau  afflato-  (trovato,  v.  Studj 
critici  I  32  =  310)  2,8.         CL  iniz.:  clafs  claves  16, 19;  clar-s  117 
clarus  6,22,  declare  declara  13,36;  claus  clausus  13, 15  (clausì); 
clomma  clamat.-  CL  interno  si  riduce  a  Ij  (-c'I  '-clj  -Ij,  v.  Dibz  US 
gr.  3.  TL  CL  ecc.),  riduzione  in  cui  ai  confondono  pur  -T'L-, 
-G'L-{n.  122,  e  forse  pur -D'L-  n.l46):  solelg  "soliculo- =  sol  (cfr. 
frc.  soleil,  fri.  soreli)  5, 45;  orelgia  26,51  ;  (Slg  celgs  oculus  -i, 
nam.  56;  schanulgia  {la)  'genucla  (v.  Fonol.  indo-it.-gr.  §  23,  2 , 
e  cfr.  le  ginocchia)  17,14;  e  ancora  considera  gvila  num.  235,- 
Cost:  twi£/-s  =  vet'lua  (vec'lua;  vecchio  veglio)  L.  1,18,  ils  velgs  Ili? 
15,2,  velgias  1  Tira.  4,7.-  Figure  colla  esplosiva  resistente  (cfr.  120 

<  Cioè  ilj;  a  ancora  deva  essereì  atuIo  *elj,  per  ta  qual  figura  si  curiva 
ad  «■■  y.  Ili,  2,  e  cfr.  il  num.  209. 

'  Riscontro  poco  valevole  siu'ebbs  ai!' incontro;  pulì,  che  insieiiie  eoa putt 
e  eoa  pultiTUt  continuerebbe  il  lat.  'pulte-',  Carig.  09. 

'  Qui  ai  pud  incrociare  il  ted.  ttebet.  Conr.  e  Car.  aggiungono  nicel;  cH-. 
l'engadinese. 


;vGoo»^lc 


58  AscoU,  Saggi  Udini,  I. 

num.  Ì2Z)  sono  all'incontro:  zerclar  sarcularo  nurn.  135,  macia 
macula Ef.  5,27,-  miraclas24,2i;-  spad/asspatulae  (spalle) 23, 
4,  rodlà  *rotala7Ìt  num.  84';  circa  le  quali  va  però  veduto  il 

121  C.  II,  g  1.        GL  iniziale:  glatsch  glacies  less.;  gland  glond 

122  gloin  Conr.,  glonda  ds.,  glans  (cfr.  num.  151  n.).-  G'L  interno 
(cfr.  n.  118, 120);  vilgiar  vilgeit  vig'lar  vig'Iata  (dove  si  tratta 
per  vero  di  formola  fondamentale  nella  quale  assai  per  tempo 
si  potè  aver  j^';  ma  cfr.  vegghiare  ital.,  allato  a  vegliare)  24, 
43.42.-  Colla  esplosiva  resistente:  ungla  Es.  10,26.      U,  n.  97. 


123  Si  conserva  costantemente^:  reg  rei  2, 1;  hura  bora;  vargar 
=  varicare  (cfr.  Diez  less.  s.  it.  varcare),  passare,  passare  oltre, 
superare  24,35;  5,20;  laschar  15,32;  far;  render;  ir  ;  scuoWr  11, 

124  27;  ecc.  ecc.        Alla  forinola  etimologica  cons.  +  mvoc.*  cons. 


'  -ci-  [-rei-]  soprasilv.  da  -ti-  [-rtl-]  =  •-teli-,  per  dileguo  relatÌTamente 
moderno  dell'*  ho  mostrato  altrove  (Sludj  erit.  II  103  n.)  in  marelar  (Coar.  e 
Car.)  'martlar  martellare;  ed  ora  aggiungo:  Balcramiu  (*Barclamia  =  Bar- 
t[o]Ioméo)  DS.  9  (cfr.  SmccH.  vok.  1 160-2,  III  82),  e  diccld  ditale  (cioè  •diflart 
*digi  teli  are  ;  t.  num.  123  d.),  riconosciuto  da  Curìg.  77,  cui  risponde  regolar- 
meote  l'engadìn.  danclir  Car;  e  di  questo  ritocchiamo,  a  suo  luogo,  insiente 
con  un  altro  caso,  in  cui  l'angadia.  a  il  soprasass.  contrappongono  -i%et-  a 
*-ntl-  (-ntelt-).  Ma  non  ao  se  clavau,  granajo,  stallo  (ds.:  fenile;  sopraBasi. 
cìaoà),  ci  oSti  realmente,  coro*è  parso  allo  Steub  ed  al  Diez  {cfr.  C.  VI), 
uno  ti  inisiale  passato  in  ci.  Vero  &  che  quanto  atta  metatesi  del  /  (*tlaT£- 
da  tao'ld-,  'tavolato'),  buona  parte  degli  scrupoli  par  che  sì  dilegui  mercè  la 
figara  alto-angadin.  talvd  Car-,  che  sta  come  di  mezzo  fra  il  basso-eng.  tabld 
a  *tlavà-.  Qualche  difflcoltii  fonetica  rimane  perd  ancora,  e  io  qui  piuttosto 
crederei  alla  confluenia  di  due  parole  diverse,  limitandomi  a  citare,  per  lo 
ci  legittimo,  clavia,  cella,  ubi  auce  et  alia  altilia  iucluduntur,  Diefenbacb, 
Nooum  glots.  lat.-gettn.  s.  v. 

*  Sempra  s'intende  in  Gabriel,  e  cfr,  la  un.  In  DS.  manca  r  più  volte  all'u- 
scita del  tema  nominale  in  *-aria  (num.  9);  bargiclS,  fem.  -ra  (EopraBass.  bra- 
gitlér)  iagrimevole  (cfr.  V,  3) ,  gaglinS  (soprasass.  gaglinér)  poUajo;  ioU  suolo 
(*solario);  matié  massaro  p.  323,  vesehU  vaecellaro  (allato  a  putttér  caltèr 
danir  cfr.  num.  9);  inoltre:  de  bià  saung  sanguinolente  (cioè;  di  molto  [biar\ 
sangue;  e  anche  nel  saggio  di  Waltensbarg  Bùhl:  bea  pU  grand};  né,  ov- 
vero (p.  215,  293),  =  ntr  dai  fonti  riformati.  In  Carig.  appariscon  regolari  le 
uscite  nominali  -d  -i,  per  *-are  *-ario,  pag.  T7\  e  Id-  tur  ['U-ora  num.  46], 
euccke  =  cttrche  [quando  che;  cur:^  qua-hora],  78,89,  sissii  =  3isur[a]  ('suso- 
-sopra',  dipoi,  cfl-.  il  ted-  'darauf  )  ecc.  23, 129, 150,  cfr.  tulla  =  svr  la  89, 
liei  =  -fier'l  (al,  verso  il;  v.  Ili,  5)  9. 


;vGoo»^lc 


S  1.  Qrigioni;  A.  Sopraselva:  r.  59 

(p.  a  tram-),  qnando  sia  protonica,  è  continuamente  surrogata 
la  figura  cons.  +  uoc.  +  B  +  con*,  (p.  e.  tarm-)*,  nella  quale  avre- 
mo a  ancba  per  Tea  per  l't  etimologico,  secondo  le  analogie 
che  già  vedemmo  nel  rassegnare  le  vocali  itone.  Quindi:  tarma- 
tet  tarmetig  (mandò  mandi,  proprìam.:  trasmise  trasmetta)  2,8; 
9,38;  fartont  frattanto  25,10;  antardir  anìardieu  (num.  35)' 24, 
10;  10,4;  targenan  'trajenan  (trassero)  G.  21,8,  partarcheits  9, 
i,partarchiavanìAr.\\,3\  (pensate,  pensavano),  ma  nell'ac- 
cento: ella  partrachia  (pensa)  I  Cor.  13,5,  partrachig  (egli 
penai)  Il  Cor.  10,7*;  ancarpau  lapidato-  21,35;  allato  a  crcp 
(sasso)  e  ancràppas  lapidaa  23,37;  fardà  (odorò  Gen.  8,21), 
allato  a  frédan  (odorano  Deut.  4,28),  cfr.  num.  129*;  pardagà 
prEedicavit;  parschun  *preaion-  prigione  (con  Tu:  pursepi  'pre- 
sepi L.  2,7.  12);  cardienscha  carlieu  ecc.,  allato  a  créin  cre- 
dunt,  num.  203;  carschenan  (crebbero)  13,7,  allato  a  crescker 
21,19;  tarvuorsch  tarvursch  Car.  (Conr*:  tarvutrg  travurtsch) 
forca  da  fieno,  ^tri-fnrca.  cfr.  num.  65  ';  am-parmer  (primie- 
ro); scartira  scriptura,  allato  a  scrii;  carstiaun;  sfardar  (raf- 
freddarsi) 24,12,  allato  a  freìd;  e  ancora  cfr.  il  num.  150-1; 
-  curdar  (cadere)  aliato  a  eroda  (cade)*;  turschà  (impastò; 

'  Di  solito  d,  alla  fine  della  formola,  eoiuonante  seampia  o  uasBO  auitni- 
lalo;  poiché,  a  nesso  mantenuto,  è  sfu^re  una  daresza  per  iucootrarDa 
ud' altra;  e  quindi  in  questo  caso  si  può  oscillare  :  ixiratiaimt  trUteria.  Circa 
il  priDCÌpio  della  foriuola,  v.  piii  innanzi  net  teato. 

*  Qui  abbiamo  dinanzi  a  noi,  coma  pel  num.  17S  si  fa  chiaro,  il  riflessa 
di  ptr-lraeto,  considaro.  Da  Sale  adopera  il  nostro  verbo  nella  traduzione  di 
'ponderare'  e  di  'premeditare',  ma  scrive  petertgiar  petergiar,  a  cosi  ii  Conr.: 
paterekiar  allato  aparlarchiar  (s.  Mankan'),  e  Car.:  patarchiar.  La  metatesi 
ha  cioè  prodotto  tautofooia  (par-tar-),  a  la  tautofonia  ha  poi  spiato  a  dissi- 
Diilara.  Nel  sostantivo  jTur  frac  A  l'amen  ts,  9,4,  d  conservata  la  disposizione  eti- 
mologica, e  quindi  é  ancora  nel  Car.  la  figura  integra  (  partrachiament).  11 
Conradi  ha  il  verbo  semplice  con  e  senza  l'invertimento:  torchiar  trachiar, 
pensare,  stimare  (meinen,  deoken,  achlan);  Car,  solo  torchiar,  db  :  Urtgìar. 

'  Steub,  Zar  rhiitisch.  elhnol.  {v,  C.  VI),  p.  44. 

'  Cioè  *c[D\-rotdre,  andare. in  rovina,  andare  a  rnotolì,  che  ha  i  suoi  riflessi 
anche  in  molti  vernacoli  italiani.  E  cosi  il  suo  frequentativo  *c[o]-ro^w]filre, 
crollaret  d  al  semplica  significato  di  'cadere'  [cfr,  il  frc.  crouler)  nel  venez. 
croidr  {erolar  i  denti  cascare  i  denti).  Il  frequentativo  è  nel  sopraailv.  s-cur- 
lar  Car-,  scorlar  US.  (in  acc:  scróla  Carig.  63),  squassare,  scrollare,  scot' 
lar  venez.  ecc.;  s  quindi  ci  porge  ulteriore  esempio  per  la  rubrica  in  cui 


;vGoo»^lc 


co  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

II  San».  13.8)  allato  a  trùsche  (impasta!;  Gen.  18,6);  cui  sì 
aggiunge  eùrschin  ds.  (rampino),  allato  a  eroe  id.  Conr.  (sopra- 
aass,  crogh  i>3.);  cfr.  purgina  pruina  al  num.  232  '.  -  Ha  il  r 
della  combinazione  str  si  sottrae  costaotemente  alla  metatesi; 
cosi  in  Car.:  anstradar  sdrappar  ecc.,  a  tacer  di  strinsckeu 
('strinjjuto)  e  simili,  dove  concorre  nesso-consonante,  non  as- 
similato, anche  alla  fine  della  formola.  -  Diverso  caso  di  meta- 
tesi, anche  perchè  indipendente  dall'  accento,  e  comune  a  più 
favelle  romanze,  è  quello  dì  àrner  àrve  arrinen  (AP'R  AVR 
ARV)  aprire  apri!  aprirono  13,35; 25,  11;  3, 16,  allato  a.à  avieri 
(V.  n,  28);  cfr.  prov.  d-arÒir,  milan.  d-arm  d-ervi  (de-aperire).  — 
RJ,  3,  /.  Per  r  in  P  si  potrà  imprima  addurre  :  tilar  davend, 
tilar  navend,  tirare  innanzi,  partirsene,  8,34;  7, 23,  et  pass.;  cfr. 
ap,  Car.;  tilamavend  e  tirar;  ap.  ds.:  s-tilar,  dirimpetto  al  so- 
prasàssino  s-trér  strascinare;  e  nell' alto-angadinese:  tiro  uia 
=  soprasilv.  tilà  navend  13, 25,  ecc.  Forse  il  fenomeno  si  è  qui 
imprima  compiuto,  per  ispinta  dissimilativa,  nell'inAnito;  e  da 
quella  spinta  va  egli  sicuramente  ripetuto  in  sularar  dorare 
num.  93  ('3urra[u]rar);  nel  qual  esempio  si  celerà  insieme  anche 
l' importante  fenomeno  assimilativo  di  RD  in  rr  (II;  sullarar 
Carìg.  46),  si  che  in  fondo  troveremo  identiche  le  due  varietà 
offerteci  dal  Carisch:  sularar  surdurar,  cosi  come,  per  l'as- 
similazione medesima,  surge  svurin,  aitato  a  svurdin,  disor- 
dine*; e  cfr.  il  n.  113.  RS  (SS).  Toccammo  in  nota  al  num.  59 
dei  riflessi  di  snsnrn  josum  (cfr.  it.  suso  giuso  con  -s-=  z),  e 
in  nota  al  n.  28  di  -viers  riflesso  di  -verso.  Ora  ci  rimane  di 
veder  continuata  la  figura  latina  -vorso,  collo  rs  assimilato  in 
s  (veramente  ss,  cfr,  p.  e,  il  tose,  ritroso  con  -5-  =  f),  assimi- 
lazione che  non  è  tacile  decidere  se  sia  la  stessa  che  già  si  vede 
anche  in  favella  romana,  oppure  se  sia  qui  riprodotta  (cfr.  il 
friulano):  davos  'de-avorso-  (dietro)  9,20,  s'ilg  davos  (suU'ul- 

'  E  anche  bwrniea  al  num.  S09.  —  Resiste  alla  metatesi;  drechiar  num.  17S; 
ma  Car.:  darchiar,  e  ne.:  drechiar  (litigare),  derchiar  (rengare  in  coDaiglio). 
Cosi  resiste  lagramenl  (aljegraroento;  la  formola  postonica  in  sa  legran,  I  Cor. 
7,  30,  &  naturale  che  sempre  resista)  L.  I,  14;  ma  Car.  gr.  SOS:  lagarment, 

*  cunsalvai  9,17,  comeehè  risponda  pib  particolarmente,  nel  sigoilicalo,  a 
'conserviti*,  rispoade  perO  in  etimologia  a  'consakàti'. 

'  Conr.  svwin  si>wrdin;  Car.  settrin;  cfr,  il  num.  129', 


;vGoo»^lc 


§  1.  arigioni;  A.  SopraMlva:  e  ic.  61 

limo),  ils  davos  (gli  ultimi)  26,60;  19,30  (cfr.  suenter  n.  177); 
an-avQS  'in-avorso-  (indietro)  24, 18. 

V.   W. 

V  iniziale  resta  intatto  (apparenti  accezioni  quelle  del  num.  131  127 
in  D.):  via,  vig  oum.  33;  vusch  nam.  46;  ecc.  Cosi  di  regola  il  v 
ÌQteroo,  che  tale  3Ìa  ancora  nel  grigione:  nova  num.  52;  leve 
num.  22;  volveits  volvitis  (voi  voltate)  18,3;  ecc.  —  Due  b,  V  uno  128 
ÌDiziale,  l'altro  interno,  per  due  v  di  latino  classico,  sono  pure 
nel  riflesso  soprasilv.  di  verveai;  v.  num.  21,  e  cfr,  l'ital.  ber~ 
hiee  barbice  e  il  frc.  brebis  *.  Apparente  sostituzione  di  ^  a  129^ 
V,  la.  quale  veramente  si  risolve  nello  sviluppo  di  g  innanzi  a  v 
(cfr.  il  num.  130):  angólen  ('angvolen)  angulàr,  'invèlant  in- 
volare (rubare),'  sgola  sgulónt  *ex-v61at  (s-vóla)  *ex-volando 
Apoc.  4,7;  8,13,  cfr,  i  num.  50  e  85;  fagugn  fagoign  =  favugn 
favoign  num.  47;  cui  si  aggiungerà,  per  vo  da  uo  (=o):  sgur- 
dign  sgurdinar  DS.  (sgurdin  sgurdinar  soprasass.  ds.)  disor- 
dine disordinare,  avendosi  uorden  per  'ordine'  (ib.  p.  213, 169, 
cfr.  Car.,  la  n.  al  num.  58,  e  l'eng.);  e  per  v  d& p  (num.  210): 
tschagulla  Num.  11,5,  tschiguoUa  ds.  (num.  65),  tschaguoUa 
Car.,  -valla  -vola  -gola  Conr.,  caepuUa  ^  Di  v  vocalizzato,  129* 
tra  vocali,  già  avemmo  esempio  al  num.  60  {^itua  uva);  e  data 
questa  fase,  e  che  nella  forma  soprasilvana  sia  u  la  vocale 
elle  va  innanzi  all'u  da  v,  i  due  u  finiranno  per  formarne  uno 
solo;  cosi  uar  =uvar,  deporre  uova  Carig.  70  (Car.  s.  'lev'  e 
nachtr.  s.  t.).  È  il  fenomeno  medesimo  che  ci  occorre  anche  ai 
num.  210,  215;  e  per  questa  via  andrà  chiarito  sprér  (avvol- 
tojo),  cioè:  spravér  (cfr.  Diaz  less.  s.  sparaviere),  spruvèr  (vedi 
num,  70),  spruér,  onde  poi  l'u  si  dilegua  come  in  cuséscher  al 
num.  92  3.        Quanto  al  W  ted.  iniz.,  il  mio  spoglio  da  Gabriel  130 


'  Car.  47:  vergugna  birgugna;  cfr-  il  eottostiT, 

*  Qui  si  chiarisce  aiicor&  magull  Qiob.  S1,S4,  magwtlg  Is.  ^,6,  maguol 
Ebr.  4, 12,  medulls,  dova  bÌ  tratta  di  v  che  rioiedia  l'iato  (inB[d]ull  mi-v-ull 
maTuU,  cfr.  i  num. S03,23S,  e  l'antico  alto-eng&d.  miuitoigl);  circa  il  quale 
esempio  ra  per  iucidauia  notato,  come  Qabriel  vi  anticipi  il  dittongo  dell'  w 
ìd  posisioue  (num.  64-5). 

'  Poi  diretto  dileguo  di  o  cwà,  non  mi  rimane  alcun  aicnro  Mompio.  Ma 
lo  sospetterei  in  fréda  farddr  (*lridar  num.  134;  odora  odorare),  *fra[T]ida 
*fra[T]idar  (cfr.  num.  68*  e  94),  el  che  questo  verbo  eatri  con  l'ital.  fiutare 
(*tUvitare)  in  quella  gran  ^miglia  di  cui  ho  toccato  negli  St.  crit.  II  184; 
cCr.  num.  210,  215,  e  III  1  (/Wedj. 


;vGoo»^lc 


Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 
'ebbe  gu  =  w  Delle  voci  che  sono  ài  comune  ad  antico  patri- 
nio  romanzo,  e  u  =  u>  nelle  residue:  guardeit  (guardate!;  DS.: 
•dar)  6,1  •;  gudoing  ecc.  (num.  15;  u  =  v}a[i]-  àtono;  DS.  id,); 
Isa  [DS.:  visa)  1,18;  gttauld  (bosco,  v.  ou  Canoe  s.  gualdus; 

p.  156:  vault;  cfr.  la  nota  al  num.  185)  Giac.  3,5;  guerra 
.:  viarra,  ureghiàr  guerreggiare;  «=weàtono)  L.  14,31; 
idas  guide  15,14];  e  ancora:  gunchir  (secedere,  recedere; 
nckè  si  ritirò  "2, 14. 23;  12,15;  14,  Ì3,  gunchit  ora  ritira- 
ì  9, 24),  =  wenhjan  antico  tedesco,  la  qual  voce  non  ritorna 
'  vero,  che  io  mi  sappia,  in  altre  favelle  romanze,  ma  qui 
lare  antica  pur  dall'  essere  comune  all'  engadinese,  come  a 
>  luogo  si  vede;  —  all'incontro:  vellas  onde  8,24;  ilg  qttarl 
iht  la  quarta  vigilia  14,25;  vaicha  {weiche,  anguinaja;  art* 
•n  sia  vaicha  intorno  alle  sue  reni)  3,4.  Cfr.,  del  resto,  il 
V,  §  1.  Finalmente,  si  ha  /"per  v  lat.  che  diventi  finale: 
^navis  8,23;  ciaf  \poG.  9,1;  lef-s  levis  11,30;  gref\3,ì5\ 

vifs  22,32;  net/*  num.  40;  60/"  (pi.  bos)  num.  50;  nof  no- 
n  ib.;  ief  orata  num.  52;  salf  salf-s  salvus  18,11;  10,22*. 
■.  num.  211,  216,  232.        VJ,  s.  J. 


stantemente  intatto:  fom  fames,  frar  frater;  ufflem  infernas, 
frir  (offrire);  ecc.-  Eccezionale  il  dileguo  in  ora  or  (foris, 
ri)  5,29;  7,4;  ma  è  l'esemplare  in  cui  il  francese,  pure  per 
ezione,  ha  /i  =  /'(hors),  coincidenza  già  avvertita  dal  Diez 
'.,  s.  F  lat.).  I  lessici  ne  danno  anche  la  figura  col  f:  dadora 
fora  ecc.;  cfr.  il  sottosilv.  -  RF  grigione  in  rv:  tarvuorsch 
m.  124;  cfr.  il  valtellinese  biórch  biforcuto.       FL,  num.  116. 


NoteTols:  ch'el  ilg  guarda  bvcea  nangint  (ch'agli  punto  non  lo  upett& 

Tsnga)  34, 50,  dova  siamo  al  solito  significato  modenio  di  'wartao'. 

foitig  Gar.,  festig  ds.  {festit  fattit  viìtaig  Coor.;  fastidii  angad.  Car.), 
jgio  [il  Car.  lo  renda  anche  per  'tobal',  che  davo  dire,  ai  tedeschi  evÌi- 

e  titolati:  bntToue,  gola,  ma  tema  non  ha  quaato  solo  ùgnifieato;  cTr. 
ìgtà.  modo  Car.  s.  (itiaig  fistagen),  fattitar  Conr.,  -sor  Car.,  Boguir  le 
le,  ci  darà  f  al  poeto  di  t>  lat.  inii.;  e  qnasto  scambio  ripeterai  da  influsso 
ted.  fiuttritt  orma,  ftussUig  (e  probabilmente,  io  dial.  BTizieri,  a  dirìt- 
i.fius-ttig)  viottolo,  calle.  Cfr.  varnwwCap.,  femieit  femies  Conr.DS., 
lii  soprasasa.  db.,  dove  à  vernice-  al  contatto  dal  ridesse  tod.  jtrMMS;  - 
Dcora  fandra  num.  22&,  e  il  sottosilv. 


;vGoo»^lc 


§  I.  Origtoai;  A.  Sopraselfa:  « 


Iniziale;  intatto:  saÒlun;  set  septem;  sora  t.  é;  stai  stat  23,21  ;  ]33 
scrii;  spadlas  (spalle),  ecc.;  alterato  in  s:  schi  sic  (8,  IO:  134 
finna  schi  gronda,  una  si  grande)  e  scha  'ai'  e  'sic',  v.  num,  81 
e  C.  IV,  b;  schentar  'sedentare  sentare  {sa  schentar  sedersi  15, 
35,  sa  schentà  ai  chetò  14,33,  schentà  collocò  4,5,  schenta~ 
rfa  collocata  7,25;  schenlament  Lègge,  copia  del  tedesco  'ge- 
•setz')  allato  a  sér  sedere  num.  203;  schuidada  collett.  e  schul- 
daus  pi.  (soldati),  8,9;  27,27;  schig  sucus;  —  il  a  prefissivo 
(v.  nam.  229)  si  avvicenda  con  s  in  sckmaladir  smaladeschan 
schmaladeus  (maledire  -dicono  nletti)  26,74;  5,44;  25,41;  cfr. 
sch-nagar  negare  (s  +  nas.);  ma:  s-hittar  s-tizàr  a.  63,  ecc.  [in 
JcA4i<^'(ir=  saggiare  'ex-agìare  (cfr.  DiBz  less.  s.  saggio)  16,28, 
può  lo  s  esser  diretto  succedaneo  di  cs;  cfr.  num.  174j;  alte-  135 
rato  in  z  davanti  a  vocale:  zerclar  (ds.:  cerclar,  p.  202)  zer~ 
ctim  (v.  num.  59)  13, 29;  zavrar  zeivra  v.  3.  e  *.  Mediano  ;  130 
intatto:  casa,  dasiert;  ossa  num.  56;  pose  pascuum  8,30;  ma- 
skel  ma8culusl9,4;  e  venuto  all'uscita:  marvilgius;  ecc.;  — 
-ss-,  venuto  all'uscita,  che  passa  in  s:  d'angrasch  d'ingrasso 
22,4.  Finale;  plurali,  seconde  persone,  nominativo  singolare  137 
mascol.  dell'aggettivo  0  participio  predicativo  (cfr.  HI,  1,2):  ils 
dents,  ils  huns,  las  reits  (retes),  pastura,  tuttas  caussas;  vens 
venia,  taneits  tenetis;  ca  fova  tschoc-s  a  mùt-s...  da  tal  guisa 
ch'ilg  tschiec  a  mUt,  che  era  cieco  e  muto...  di  tal  guisa  che  il 
cieco  e  muto  12,22  (cfr.  num.  67),  ven  numnau-s  (viene  nomi- 
nato) 10,3.  Né  mancano  pur  sostantivi  in  cui  sì  continui,  a  guisa 
di  tema,  la  figura  nominativa  col  -s;  cosi  nel  nostro  stesso  testo, 
oltre  il  riSesso  di  'deus'  num,  24  (il  soprasilv.  catto),  ha  deus 
dieus  per  vero  nominativo,  e  dice  nell'obliquo:  dieu,  D8.  p.  8, 
cfr.  l'engadin.):  funds  fundus  18,6  (cfr.  p.  e.  mund  mundus), 
gis  =  iiea  sg.:  cur  ilg  gis  paretd'ilg  amprim  gi  da  l'emna, 
all'apparir  del  giorno  del  primo  di  della  settimana  28, 1  (cfr. 
Conr.  s.  gi:  e'ig  far  gis  allo  spuntare,  nel  far  del  giorno),  ai 


'  Anche  l'ital.  mostra  in  questo  esempio  un  »  alterato:  sceverar»  =  $epa- 
r<tre  (t.  Dibe  a.  aéTrer);  e  il  Terbo  grigione  {laorar  laortr)  dicendo  pure, 
ucondo  i  lessici,  'sTeEzar  dalla  poppa',  e'accoota  altronde  in  special  modo  al 
rifleuo  firanc.  lévrer. 


;vGoo»^lc 


64  AkoU,  Saggi  ladini,  I. 

quali  esempj  ci  limiteremo  per  ora  ad  aggiungere  nefs  nets  less. 
nep03.  Antichi  s  tematici  finali  conservati  :  temps  tempus,  petis 
pignus  Gen.  38, 17,  petz  [*peta]  pectus,  cfr.  n.  172,  allato  a  chierp 
corpua  num.  56;  cfr.:  en  dadents  'de-ad-intus,  ilg  dadents,  23, 

138  25.26;  meins  minus  13, 57.  SJ,  v.  J.  SC  che  preceda  a  e 
od  I,  si  contìnua  per  s:  an-canuscher  7, 16;  crescher  carschenan 
Q.  124;  vaschella  cotlett.,  vascella  (vasi)  9, 17;  fasch,  pi.  foschi, 
num.  8;  maschadau  num.  81;  muschin,  dlmin.  di  musca  (it.  mo- 
scinó)  23,24;  nascher  naschienscha;  paschentar  pascere  (111,3) 
6,2.  Singolare  ò  pese  (=  pesk),  ^ì.  pescs,  piscia,  7,10;  14,17', 
dove  sorge  il  quesito,  se  si  abbia  qui  a  riconoscere  un  singolo 
esempio  di  se  che  passi  in  sk,  cosi  come  vedemmo  aversi  sk  da 
qualche  sc  =  stj  (num.  108),  e  quindi  ritorni  fortuitamente  alla 
sembianze  primiere,  o  se  piuttosto  non  si  tratti  di  pes  assimilato 
ad  altra  voce,  per  la  qual  dichiarazione,  che  mi  pare  la  più 
probabile,  anche  perchè  toma  assai  problematica,  nel  fonda- 
mento grigione,  la  fase  dello  sé,  si  presenterebbero,  nello  stesso 
soprasilvano:  pescader  (num.  87)  ecc.,  e  fiso  ecc.  dell'antico 

139  alto-tedesco,  ed  altre  voci  che  per  ora  non  citerò.        [SM;  bat- 

140  tem  num.  42].        STJ  interno  si  riduce  a  s  (cfr.  t  paralleli  ita- 

141  liani  ecc.):  anguscha  26,37;  isch  *ustium  num.  63.  STR  in- 
terno si  riduce  a  ss  in  niess  viess  ecc.  (nostro,  vostro.  III,  2), 
mussar  monstrare  ('mostrare'  ed  'istruire':  mussa  mostrò  4, 
8;  ils  mussava  li  istruiva  7,29;  ok'ei  mussau-s  che  è  dotto 
13,52).  All'incontro:  saniester  sanestra  num.  28,  fattestra 

142  num.  27.  ST  rimane  costantemente  intatto,  anche  interno, 
come  in  quest  num.  42,  fisi  num.  63,  festa.  Può  parere  strano, 
stante  il  numero  che  precede,  il  dover-  qui  rinunziare  ad  esempj 
di  st  in  ss^,  e  quindi  tornar  facile  che  qualche  vana  apparenza 
ci  seduca.  Cosi  ^isorjjiso  pestare  pestone  Car.,  potrebbero  parer 
voci  non  diverse  dalle  italiane;  ma  sarebbe  ragguaglio  affatto 
imprudente,  cfr.  rum.^isd  ecc.  in  Dìez  less.  s.  'pestare'.  Cosi  po- 


'  Anche  nel  Car.;  pese  (cioè  pesk);  Cour.:  pese  e  pesch;  ve.:  petch.  Nel 
diminutÌTo  pMce(t  (pescioliai)  15,34,  Mr.  3,7,  Oabriel  ci  lascia  dubbj,  poiché 
non  ricorre  alla  ortografia  che  ha  !□  maskel  (Car.  id.;  Coor.:  moictlj,  oia- 
BCuluE,  tealà  da  noi  citato,  né  a  quella  di  faschels  (fascetti)  13,  30. 

'  Il  Disk  veramente  (gr.  b.  ST)  manda  senz'altro  fra  gU  es.  di  st  in  ss 
anche  quelli  che  noi  auwguamiiio  al  num,  140. 


;vGoo»^lc 


,  g  1.  Grìgioni;  A.  Soprasaln:  f,  7,  n.  05 

tremmo  ancora  esser  tentati  di  ricondurre  a  'crusta'  :  erosa,  gu- 
scio, buccia  (Car.  nachtr.;  DS.  p.  149:  eros,  gnscia,  cries  del  ief, 
plur.  erosa  del  ief,  guscìa  d'oTo;  p.  215:  erosa  digl  jef,  so- 
ppasass.:  erosa  dil  of,  guscio  dell' ovo;  cfr.  Ili,  1),  malgrado 
erusia,  corteccia,  crosta,  num.  63,  ricorrendo  per  la  vocale  al 
num.  66;  ma  il  bormiese  croeus,  guscio  d'uovo,  dì  lumaca,  e  il 
comasco  croèuss,  cavo,  addotti  dal  Monti  (v.  §  2),  ci  portano  al 
prov.  eros,  frc.  cretUB.  Restano  però  delle  probabilità  per  un  altro 
esemplare,  di  cai  discorriamo  al  n.  212.       RS,  s.  R.       SJ,  s.  X 


Lo  z  antico  trova  in  schilgiusia  gelosia  (^1ì>^)  Rom.  11,11.14  143 
(cfr.  i  num.  188-9, 110  e  237)  un  riSesso  consentaneo  a  quello  di 
molte  altre  favelle  romanze.  Circa  batteg  Mttigiar  lattìgiau-s  3, 
11.13,  baptizo  ecc.,  t.  C.  HI,  §  3. 

Mantenuto,  iniziale  e  mediano:  naf  navis,  nof  novem;  hanur  144 
honor-,  tnaun  manus;  ven  venit;  ecc.  *  Finale  (suffisso  -n\erC)  di 
regola  si  perde:  num,  culm,  sem,  irom  aeramen,  curom  num.  7 
(cfr.  la  n.  a  quel  num.  e  il  num.  156).  NJ,  s.  J.-  -N'M-  145 
è  dissimilato  per  Im  in  alma  (anima;  ital.  alma).  La  stessa 
dissimilazione,  a  suoni  non  attigui  (cfr.  Girolamo  =  Hierony~ 
mas,  ecc.;  e  filosomia  ["fisolomia  =  fisonomia]  che  ò  della  Cru- 
sca e  di  più  vernacoli  italiani),  occorre  nel  curioso  Igimari 
Apoc  4,7  (pi.  Igimaris  22,  i) ,  animale,  che  veramente  ripro- 
duce la  figura  'ammalio-  (num.  92).  Prima  è  animai-  che  si  dis- 
simila in  [a]limal',  forma  che  alla  sua  volta,  per  nuova  spiata 
dissimilati  va,  passa  in  limar-  ^,  e  questo  finalmente  fa  Ij  del  suo 
li,  secondo  le  analogie  dei  num.  98  e  110.  La  successione  N-M, 
con  n  iniziale,  è  poi  dissimilata  per  D-M  (cfr.  mil.  doma  =  noma,  ' 
soltanto,  'non-magis,  vai.  nu-mais,  fri.  nóme)  in  dumbrar  (dum- 
hrai  numerati  10,30),  diember  (numero  G.  6, 10,  cfr.  num.  66). 


'  Circa  le  proDimeie  ài  n  venuto  ftll'iucita,  e  apUm  apletnma,  mrlijv,  t.  Il,  1. 

'  Cfr.  l—l  dÌBsimjbto  per  ^—l  in  purschetla  -eli  Conr.  (Car.  e  ds.:  pur- 
schàUt  ecc.  - pursialla  ecc.,  cfr.-num,  27  e  HI,  1),  vergine  f.  e  m.;  —  e  ia 
earmalar  nnm.  161  in  u.  Cfr.  oum.  23?. 

Alchimia  tloICol,  iUl. .  I.  3 


;vGoo»^lc 


66  Ascoli,  Saggi  Udini,  I. 

La  successione  N-N  finalmeate,  all'ascìta  di  due  sillabe  suc- 
cessive, entrambe  chiuse,  si  dissimila  per  L-N  nell'esemplare 
cattol.  buldonxa  (abondanza)  ds.  p.  50,  abuldonza  Garig.  p.  45 

146  (allato  ad  avunda  abunde,  in  entrambe  le  fonti).  Men  cbiaro 
è  il  rapporto  tra  mancar  e  maljar,  mangiare,  detto  il  secondo 
del  bruto  e  dell'ingordo:  mangiar  24,49,  mangiavan  2S,2\. 
26,  mangianen  (3.'  perf.  pi.)  M,  20,  malgian  15,  27,  malgeits 
(2.*  pres.  pi.)  23, 14,  malgiavan  24,38,  malgianen  13,4,  ma- 
igiader  (mangiatore,  vorace)  11, 19.  Se  maljar  altro  non  è  che 
un'alterazione  di  mancar,  va  dichiarato  per  la  fase  intermedia 
di  manljar,  secondo  i  num.  230  e  152.  Ma  può  egli  cosi  facil- 
mente concedersi  cbè  il  grìgione  avesse  due  diversi  coatìnuatorì 
fonetici  dell'identico  verbo  per  'mangiare',  e  ne  sapesse  cavar 
profitto,  applicandoli  a  funzioni  diverse^  A  me  intanto  non  pare 
affatto  ozioso  ricordare,  che  maljar  potrebbe  essere  'mandlar 
*ma[n]dljar  *ma[n]ljar  (cfr.  i  num.  118  e  152),  cioè  'mandulare' 
frequentativo  di  mandere,  od  anche  *mandiculare  'mani[c]ljare 
''ma[n']ljar  (quasi  fosse  un  italiano:  'manìcchìare'  allato  a  ma- 
meare  =  *mandicare;  cfr.  il  num.  168  in  n.),  e  se  ne  ritocca  al 

147  C.  Ili,  %3*.  N'R  si  determina  pur  qui  in  ndr:  tschendra 
cin[e]re- 11,21;  ei  huTidrau-s  (è  on[o]rato)  num.  88;  spindrar 
'S'pin'rare  (-pignorare),  propriamente  'dispegnare',  e  quindi  're- 
dimere' (cfr.  i  ted.  'einlòsen',  'erlosen')  16,26;  27,42,  nus  spin- 
are (liberane)  6,13,  pagament  da  spindrament  (riscatto)  30,23; 

148  mender  minor  num.  87.  NS  inoontrammo  in  tscheins  meins 
num.  32  (cui  si  aggiunse  meins  con  ns  =  NUS  num.  40, 137)  e 
^pons  num.  16;  ma  abbiamo  con  la  nasale  assorbita:  spus  ^ntsa 
num.  58,  ad-ascus  ib.,  meisa  num.  32;  masira  mensura  23,32; 
frof  trans  (per,  mediante;  cfr.  i  valori  del  ted. 'durch')  2,5;  5,34-6, 
nel  quale  esempio  l'anticbiti  dell'assorbimento  gii  è  qui  attestata 


'  Di  voce  guaata  anzichà  di  mera  alterazione  fonetica,  ci  sarà  esempio  mar- 
vtlg  S0,1,  Mr.  16,2,  mane  (la  mattina  per  tempo).  È  veramente  nn  aggettivo, 
cho  neir engadineae  suonerebbe,  secondo  il  Cor.:  marvaiffl,  -io.  Sanonclid 
BìTeroni  (antico  alto-engadineee)  ha  malttalff  Mr.  16,  S,  e  Campell  (antico 
baaso-angadiDese )  manwiilg,  SslmoS,  st.  1;  e  manvigl  è  il  riflesao  sc^ra- 
sAnino  in  D8.  69.  Risaliamo  quindi  a  'mane-TÌgile'  (cfr.  nnin.  122).  —  Cuo 
ioTerso:  ^truotUa  *tuniiaHa  {urim.  124,27}  tunotalla,  terebellum,  db.,  -ala 
Conradi. 


;vGoo»^lc 


S  I.  QrigioDi;  A.  Sf^Kselfa:  n.  67 

dal  non  entrar  la  vocale  nell'analogia  del  num.  16  (cfr.  l'en- 
gadiDese).  Assimilazione  recente  è  in  cussetg  consilium  ;  ma  as- 
sorbimento antico  e  romanzo-comune  in  cuser  consuere  Eccl.  3, 7 
e  cusrin  consobrinos  Coloss.  4,  IO,  cui  sta  allato:  cusescher 
aiseida  num.  92  *.  NF:  ufftern  uffbnt  num.  82,  assimila-  140 
zione  regressiva.  ND.JJT:  fìmds  fundus,  quronta  ecc.;  cfr.  150  151 
-n(  al  num.  205.  Assimilazione  progressiva  è  in  parmétt  am- 
■paméit  ('prendeit,  prendete  apprendete,  cfr.  num.  124)  11,29; 
9,13,  pamél  (*prendet  =  prendette)  1,24,  allato  a.  prènda  pre- 
hendit5,32  (cfr.  num.  113);  a  un  altro  sicuro  caso  di  n  (mi) 
- )v2  si  appiatta  in  nua  (dove;  cfr.  num.  61,81,  i  less.  eTengad.), 
"nduua,  che  per  *inde-abi  ^  si  rannoda  coìV  ind-cme  (andóve) 
dei  dialetti  veneti  e  col  d-u-là  ind-u-tà  (dove)  del  friulano.  Si 
aggiunge  nunder  (donde)  13,27.54;  15,33,  cioè  'inde-unde,  aut. 
alto-engad.  induonder,  mod.  inuonder  (cfr.  il  fri.  dontre,  donde, 
de-unde,  considerando  per  l'inserzione  del  r  il  num.  230,  e  io 
ispecie  il  prov.  alhondre  aliunde)  ;  cfr.  da-n-vnder  less.  e  gr. ,  che 
potrebbe  dirsi  aggregato  triplicemente  ablativo:  *dad-inde-unde. 
Allato  a  tender  {stender  ils  mauns,  p.  191,  tender  latsck  p,305), 
Da  Sale  ci  offre  tener  nella  frase  tener  mauns  à  Diu  (sopra- 
sass.:  tener  mauns  à  Dia),  alzar  le  mani  giunte  al  cielo,  p.  191, 
che  mal  se  ne  potrà  staccare.  Un  bell'esempio  per  -n-  (nn)  :=  nt 
sarà  canera  (canéra,  v.  i  less.)  fama,  9,26,  propriamente  'stre- 
pito di  canti' =,  =  "cantaria,  cfr.  il  num.  9  e  preghiera  it.  ecc. 
=  'pr^itnEi.  All'uscita,  per  assimilazione  recante:  den  num.  27 
{fidenti  8, 12),  cui  si  aggiunge punfpunn  ponte- Car.;  e  il  cat- 
tolico va  ben  più  innanzi:  onn'cà  (soprasass.  onn'chie)  innanzi 
(ante)  che,  db.  p.  161  (cfr.  p.  64);  qttenn  frunn  (=  quint  frunt 
nnin.  55,58)  ecc.  Carig.  99,96,149,  e  mal  vi  sapremmo -più  di- 
aceruere  tra  assimilazione  e  dileguo.  —  Ma  per  -NDE  -NTE  ab- 
biamo ng  in  preng  (Carig.  99:  prain)  prebenda  2, 13,  e  'meng 


'  Cfr.  ìL  (!o[n]s[u*]fum«  ecc.  Dui  leu. 

'  Alli  seiloae  inde-ubi,  pinttosto  cha  in-ie-u6i,  «odo  io  ispecie  portato 
lUl'ewmpio  che  Busaegae,  cbe  d  di  un  avrerbio  euenziEtlmeiite  ablativo,  e 
quindi  ripugna  «1  «ubBlrato  coll'm-. 

*  DS-:  cottura,  far  canéra,  s.  fracasw;  mormoi'io,  come  d'acqua;  far  ru- 
'^'m;  chaȎra,  &ma,  rumore. 


;vGoo»^lc 


08  AkoI^  Saggi  ladini,  I. 

=  -mente  nell'avverbio):  verameng  14,33,  malameng  21,41, 
grùndameng  27,14,  avertameng  6,4,  cumpleinameng  13,12, 
pir-sulameng  (solamente,  n,  40),  sttlettameng  ('soletta-mente)  4, 
10,  amigeivelmeng  5,25,  sumlgiontameng  23,26,  ladinameng 
(latinamente,  cioè:prontamente)4,22,  daparseimeng  (de-per-se-; 
particolarmente,  I  Cor.  12,11);  -  dove  air  incontro  avremo  tnent 
=  MENTO  :  rpruvament  6, 13,  migliurament  9, 13,  anganament 


'  Questo  »ff  altro  non  dovrebbe  esprimere,  secondo  l'ortografia  òì  Gtìa., 
se  non  n.  Ma  l' isteria  fonetica  dei  due  esemplari  che  abbiamo  dinanii,  e 
segnatamente  del  secondo,  non  è  scevra  di  difficoltà;  e  giova  che  qui  si  tenti, 
in  it^ecie  per  l'impcuiaDia  di  altri  esemplari  che  saremo  cosi  condotti  a  coo- 
siderai*e.  Neil' alto-engadinase  odierno,  il  riflssBo  del  '-mente'  avverbiala  ai 
pronuncia,  secondo  il  Palliopi  (ort,  54}  :  'tnain^;  a  la  stessa  pronuncia  ho  io 
raccolto  dalla  bocca  dì  nn  basso-sngadinese  (l'ai  di  questa  figura  engadinen 
é  in  piana  regola).  La  odierna  prononcia  sopraùlTana,  all'incontro,  larebbe 
sentire,  secondo  il  Carisch  (pref.  al  di£.  pag.  jxii[-iv),  un  suono  pi&  o  meno 
nasale  (nàaelnd),  come  nel  -ment  francese,  ma  cosi  fievole  nella  raa^^ìor  parta 
dei  luoghi,  ch'egli  non  esitava  a  decidersi  per  l'ortografia  -nietn  (a  -mei» 
scrive  pure  il  Carig.,  p.  e.:  neeettariameinf  dove  DB-:  necetsartameinff,  da 
leggersi:  -metig  o  -meittg;  in  qualche  esemplare  ha  -meintg;  cfr.  Coar.  gr.  3), 
insieme  dichiarando,  che,  a  voler  mantenere  il  ff-,  meglio  varrebbe  scrivo^ 
-meign  {-mein,  o  piuttosto  voleva;  -mef!).  Si  dovrà  quindi,  se  io  non  erro, 
conebiudare:  essersi  imprima  avuto,  sia  per  mero  sviluppo  fonetico  (vedi  il 
nnm.  172  in  n.),  o  sia  piuttosto  per  affilamento  della  sottil  vocale  etimolo- 
gica, [a  figura  -irwnf;,  donde  -metU  -meng  (cfr.  num.  I7S),  che  b  lo  stadio 
rappresentato  dall' engadinese;  e  -mtng  alla  fine  essersi  ridotto,  per  rallenU- 
mento  del  g,  a  -menj  -mein,  che  sarebbe  l'attaal  fignra  loprasilvana.  Nd- 
merose  testimonianze  in  favor  di  questa  diehiaraùone,  raccoglieremo  in  Sotlo- 
selva;  e  l'identico  sviluppo  avremmo  nel  numerah  'venti',  pel  quale  lo  stasso 
Mprasilvono  dà  entrambe  le  figure:  veineK  (Oabr.:  veing  L.  14,31)  e  otign 
(Car.  diz.  186).  E  come  da  *-meft^  *iiintj  a  -men  cen,  cosi,  ed  ami  piti  facil- 
mente, da  glandj  (glande-)  a  gloign  (glon)  Car.,  che  sarebbe  l'esatto  pa- 
rallelo per:  prende  *prendj  prettg  preti,  se  però  pren  non  deve  pinttosto  il 
suo  n  all'infiosso  analogico  di  ten  csn,  cfr.  Ili,  3,  e  l'aUo-engad.  al  num.  27  ^ 
in  nota.  Ancora  si  considerino  i  riflessi  di  'puncto*  (il  punto;  riflessi  perA  che 
deriveranno  dal  ted.  'punkl',  piuttosto  che  direttamente  dalla  voce  latina;  cfr. 
i  num.  15£  e  ITS),  che  d  qnanto  dire,  secondo  il  num.  172,  le  continnszioDi 
di  *jntnc:  engadio.  puoneh  e  puoign  (Car.  nachtr.;  e  Tess.  1  5,  1  :  puomgs 
ékiU  tijmps),  Eoprasilv.  pwgn  Car.;  e  qui  fiualinente:  fioi^n  Car.,  lamento, 
doglisnxa  (d8.:  plogtt,  accusa),  aia  che  a  dirittura  risalga  a  'planctus',  sia 
che  provenga  per  estrazione  seriore  da  'pianger  (plonìer),  locchà  é  a&tto 
improbabile,  comunque  pajano  accenaarn  plonseh  plonschida  ap.  Coar.  (ma 
■■  'klage',  presso  il  Conrad!  medesimo,  anche  ploittg). 


>vGoo»^lc 


S  1.  OrfgioDi;  A,  Sopra«itTa:  m.  G9 

13.22,  vemxament  15,37,  schentament  nnm.  134. —  Espunto  U  152 
ndi  UNCT  INCT  TJNC:  ig  (i^)  =uncto-,  pijj  =■  puncto-.Car.,  cfr. 
num.  63,  cui  sì  aggiunge  stig  extìncto-  Car. ,  e  ancora  dai  les- 
sici: aag  =  aTunc[ulna].  Cfr.  ilgia  (ìglìa)  =  'inlja  in  nota  al 
Dom.  187,  malgiar  •=  *manljar  al  num.  146,  e  gli  altri  dialetti 
grigioni.  Circa  una  doppia  continuazione  di  'puncto-'  col  n  man- 
teoDto,  si  vegga  la  nota  al  numero  che  precede. 

M. 

Intatto,  iniziale  e  mediano:  mort,  mal,  ramur  rumor,  num  no-  153 
man,  dormivan;  ecc.  All'uscita,  «  pur  qui  per  m  in  cun  com,  154 
num.  51;  circa  suni,  sum,  vedi  il  num.  156  e  III,  3;  del  resto, 
dileguato:  nof  novem;  ecc.        MJ,  v.  /.        M'R  e  M'L  si  de-  155 
terminano  pur  qui  in  mbr  mbl:  dumbrai  numerati  num.  145; 
Ombretta,  combrettas  34,26,  cfr.  num,  17;  iramUà  (tremò, 
propriam.:  'tremolò')  27,51,  terrO'triembel,  pi.  -triembels,  ter- 
remoto (cfr.  il  ted.  "erd-beben"),  27,54;  24,7.        MN  M'N  in-  156 
terni,  ora  si  reggono:  cundemitau  condemnatus  12,7,  semnau 
(seminato),  femna,  ed  ora  si  riducono,  per  assimilazione  regres- 
sìts,  a  nn  (n):  dunnà  nnm.  58,  sten  somnus  '.  Anche  il  saf- 
fisso -men,  che  di  solito  si  riduce  a  -m  (num.  144)  si  ritrova, 
se  io  non  erro,  per  quest'assimilazione  regressiva,  allo  stato 
di  -nn  -n  (cfr.  -aim  ed  -ain  frc,  =  -a-men),  in  un  esemplare 
alquanto  oscurato.  Sarebbe  iavont  13,  33,  nel  quale  vedrei  il 
riflesso  soprasilvano  di  'levamen  (lievito;  fri.  letàn,  prov.  ie- 
tam,  frc.  levain);  vale  a  dire  'levon,  con  t  epitetico  (cfr.  sot- 
tosily.  num.  232,  e  sunt  =  *sun  sum,  C.  Ili,  §  3),  per  la  po- 
tente attrazione  delle  infinite  forme  in  -ont  \        MB  si  riduce  157 
all'incontro,  per  assimilazione  progressiva,  a  m  (mm)^:  aìnadus 


'  Ma:  *MiNt  (eng.  soint  Car.)  Bomnium  leaa.,  eoa  aaMmltaùoae  progrenÌTa, 
cms  nel  frc  lomme  tommeit. 

'  Nom.  18.  L'  -on  =  -a[m]n  aarebbe  regolare,  t.  lo  aUaao  ama.  -  Chi  u 
dire  te  il  sopraailT,  catt.  Itsórt  us.  p.  ISl  (levato  [■=  milan.  Teoez.  leod] ,  o  Ii«- 
TÌlo)  tia  conforma  della  ixwtra  rìcoatniEioiie,  o  non  provenga,  per  la  Bolìta 
iMKknza  di  quel  dial.,  da  ItBùttt  (cfr.  nnm.  150-1,  e  Car.  gr.  124)?  -  Il  Dibe 
(Imb.  8.  lievito)  vode  in  Uvont  il  partic.  del  pres. 

'  NoteTde  che  l'assinulaiione  di  mb  io  mm  non  occorra  nei  riflessi  di 
'lambncu',  il  cui  m  d  maniiésta  poco  energico  anche  per  la  varietà  latina 


:vGoo»^lc 


70  ABeott,  Saggi  Udini,  I. 

(ambidae)  9. 17;  13,  30;  trumeta  (trombetta)  24.  31  ;  pham 
Car.  plumbo-;  scumngiavan  (cambiaTano  monete)  31, 12,  cfr.  il 
nnm.  104;  commas  nam.  17;  camonnas  capanne,  17, 4,  che  p^ 
suppone  'cambonna  (num.  231),  e  cosi  v'  ebbe  *sambida  (cfr. 
Tal.  sumbete,  fri.  sàbìde)  tra  'sabato'  e  il  soprasiWaDo  tonda 
less.,  cioè:  'sàmmida  [ctr.  tre.  samedi),  'sàm'da  (che  è  la  fljfnra 
alto-engadinese),  "sùmda  num.  17,  sonda  (cfr.  s^nda  ■  semita, 
158  num.  83.  M-M  è  dissimilato  per  n-m,  in  nemher,  coli,  nem- 
bra,  membrum,  I  Cor.  12,20.14,  pi.  nenibers  5,29. 


159  Nella  sona  ladina,  dei  pari  che  nel  territorio  franco-proventale  e 
principalmente  nella  sezione  francese,  sono  tre,  generalmente  parlando, 
le  diverse  continnazioni  di  e  latino  dinanzi  a  Tooalì,  secondo  ch'ai» 
preceda  le  vocali  palatine  (t,  e),  le  labiali  (u,  o),  o  Va.  Cosi,  per 
es.,  avremo  nel  francese:  cendre  ciner-,  coeui*  cor,  chair  cam-;  nel 
basBO-engadinese:  céndra,  cottr,  'éam.  Ma  se  nelI'Engadina,  e  nella 
sezione  centrale  della  zona,  e  nell'orientale,  il  e  della  formola  latina 
CA.  si  nduce  costantemente  ad  esplosiva  palatina  od  a  sao  natonl 
succedaneo  {'é  é  -g'  -j-),  nel  soprasilvano,  all'incontro,  questa  per- 
mutazione ha  certi  suoi  limiti,  non  gran  fatto  larghi,  comechd  non 
sien  poi  cosi  angusti  come  ad  altri  è  parso.  A  combinazione  inidale, 
la  metamorfosi  qui  non  avviene  quasi  mai;  e  così  avremo,  p.  e.,  il 
sopmailv.  cosa  di  contro  a  'cata  basso-engadin.  o  ladino-centr&le,  ed 
al  ìt\\A.  case.  A  combinazione  interna,  all'incontro,  lo  'ca  soprasiW. 
per  ca  lat.  non  è  raro,  ma  è  mal  fermo,  come  vediamo  al  num.  164, 
e  limitato  a  certe  formole.  Si  aggiunge  però,  nella  formola  -ICA,  la 
quale  si  confonde,  per  lo  scadere  della  tenue  in  media,  con  la  formola 


sàbueiis.  Manca  talflitta  il  m  nelle  contianaziODÌ  ladine,  ma  non  mai  il  i  o 
il  Buo  naturai  continuatore,  e  ai  viene  a  singolari  sfigaramanti.  Ecco  tutto 
lo  aTilnppo,  tra  forme  poailive  e  teoriche; 

Ist.  lamìnteua  (alto-engadin.  iumbwc  Car.)  sSòvcus. 

ant.  oberland.  •anmTug  'aumvig  •anvig 

sopraaara.  aumuei  (=  aumueij}  ecpraBilv.  amfxg  nàg  Car.,  tvig 

=  nunvig,  cfr.  num.  59  Conr.,  db. 

BOttOÙiv.)  DB. 

La  forma  sambiciM,  Schuch.  vok.  Ili  SS9,  non  riporta,  su  questo  campo, 
alcuna  conferma. 


;vGoo»^lc 


§  1.  GrfgioDi;  A.  Sc^raialva:  e.  71 

-IQA,  il  contÌDuo  digradare,  pur  nel  soprasilvano,  di  g  inj  (n.  165);  e 
Ira  questi  due  auoni,  ove  in  ispecie  si  consideri  l'istoria  di  CA  nelle 
altre  favelle  della  zona,  mal  si  potrà  negare  la  fase  intermedia  della 
esplosiva  palatina,  cioè  la  fase  dello  g;  né  di  questo,  a  dir  vero, 
avremino  bisogno  per  dissuaderci  dalla  strana  sentenza  ctie  gli  esempj 
sopraailvani  di  'ca  "  CA  non  sieno  propriamente  indigeni,  ma  si  pro- 
vengano da  altri  dialetti  ladini  <. 

Ma  giova  clie  ci  fermiamo  ancora  un  istante  intorno  alla  digrada- 
zione: ca,  ga,  ga,  ja,  estendendo  l'osservazione  anche  al  provenzale 
e  al  francese.  Poiché  non  si  6  peranco  avvertito,  e  molto  importa, 
a  me  sembra,  di  avvertire  questo  doppio  fatto:  che  se  prescindiamo 
da  casi  di  uscita  romanza  (Dikz  gr.  P  £46,  247),  circa  i  quali  si 
possono  consultare  1  diversi  spogli  che  qui  si  offrono  ai  num.  167-8, 
'o  J  (7t  i)  P^f  e  o  g  interno,  dinanzi  a  vocale  che  non  sia  palatina 
(  p.  e,  :  prov.  pagar  prej/ar,  f re  poyer  prier,  fri.  pajd  pr^4  *^}à  ecc. , 


'  n  Coriach  nota  (lees.  zviii),'che  'appunto  nella  pit  fttta  parte  delI'Ober- 
laod,  cioè  net  TaeeUch,  lo  'e  (tg)  occorre  frequentiasimo,  del  pari  che  uel- 
l'Engadioa';  dalle  quali  parole  ismbra  doversi  inferire,  che  iti  quel  dialettu 
EoprasìlTftDo  sia  continuo,  od  almeno  ben  frequente,  il  fenomeno  palatino  nelh 
forinola  CA.  B  uno  dai  dna  saggi  che  del  dialetto  tvjteiiw  (Tujetteh  =  Ta- 
Tetich)  sono  a  ma  perveuatl,  darebbe  realmente  la  palatina,  io  quella  forinola, 
con  una  coataoia  qnaai-engadineie,  e,  di  regola,  col  roato  della  parola  in 
^este  prettamente  EOpraailvana ;  p.  e.:  'caltér  {tgialtir,  cfr.  n.  160),  pu'éau 
Iputgau,  cfr.  n.  77).  Senoaelid,  della  BÌcui-ezza  di  quel  saggio  (controasegnato 
p«r  A)  venni  per  pili  di  una  ragione  a  dubitare  j  e  in  ispecia  mi  rese  difS- 
dente  il  veder  che  l'altro  (contrassegnato  per  B),  sulla  cui  esattezza  devo 
fare  molto  miglior  fondamento,  ha  eantond,  cantain  (cautando,  cantiamo), 
lacIdoTe  il  saggio  A  scriTO  tganlar.  Ancora  in  B  colla  gutturale  intatta:  cara 
nrtiia,  tngattadati  e  continuatore  palatino  soltanto  io  due  sui  cinque  eaempj: 
jedat  Tolte  (cfr.  num.  S38*),  che  sarebbe,  del  rimanente,  di  tipo  piuttosto  sot- 
iQsilvano  che  non  engadinese,  e  setgionla  setgian  (la  seccauteHÌ,  seccansi) 
che  anll'ha  di  particolare,  come  il  num.  161  cì  mostra.  Rinnoverò  al  gram- 
matici oberlandasi  la  raccomandazione  che  già  mi  son  permesso  di  rivolger 
loro  nell'esordio  (p.  8);  e  intanto  non  parrà  superfiuo  che  io  qui  ponga  nn 
breve  spoglio  del  saggio  B  (cfr.  II,  l):  1.  cara  gvalla;  16.  eantond  gron- 
da; utgionla;  SI.  plairts  (e  più  A  ancoi-a notevole  Jtfwfutr  per  JlfiM(^f*,  =  mo- 
sasterìnm,  ciod  Dùentis,  atttibuito  agli  abitanti  della  valle  del  Reno  medio, 
V.  C.  VI,  §  1);  SI  n.  malmffrazieitila  ingrata,  empameivla  accetta,  ag- 
gradevole; 2J.  monitmaintexvtaimaì  33.  cela;  il.  nulli;  66.  jiu- 
eenielgna.-  iant  =  BMT  f.  d'a.:  ie-lamianlana  iamianUuchung,  siantimeit; 
coi  quali  si  poLr&  mandare:  mialtain  mettiamo,  per  alterazione  terziaria  di  eli 
=  t[t{cfl-.  n,  43);  finalmente  ain;=IN  f.  d'a.,  e  airm  =  IRM  f.  d'a.  (cfr. 
D.  44):  ain  miu  eontwrn  (in-mlo  contorno)  ainprem  cfr.  n.  81;  fairmttia. 


;vGoo»^lc 


7S  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

alto-engad.  pajar  ecc. ,  v.  a)  rispetliri  luoghi),  non  occorra  se  non  lei 
riflesso  di  ca  o  ga,  e  non  mai  in  quello  di  co  cu,  ^o  ^  (tranne  natu- 
ralmente 11  caao  che  u  digradi  a  ii  t  *  )  ;  e  che  gì'  idiomi  nei  quali  oc- 
corre, son  quelli  appunto  In  cui  insieme  interviene,  con  ma^^ore  o 
minore  estensione,  l'alterarsi  di  ca  in  ca  {''éa;Sa)  Offa  in^a  ('^a;  ìa]. 
Ora,  la  relazione  che  passa  tra  i  due  fenomeni  ci  apparire  cosi  stretta, 
da  poter  facilmente  dire  che  i  due  si  riducono  a  un  fenomeno  solo. 
Tra  le  duo  figure  provenzali  pagar  e  payar,  dovremo  porre  'pag(a- 
(cfr.  aoprasilv.  pagar,  ant.  basso-eng.  pa'ffar,  moderno  basso-engadin. 
pajar];  ed  è  ana  fase,  la  quale,  considerate  le  condizioni  dell'orto- 
grafia provenzale  e  quella  degli  odierni  vernacoli  di  Provenza,  mal  si 
potr&  dire  teorica,  e  s'avrà  non  meno  positivamente,  nella  continua- 
zione di  ga  da  CA,  di  quello  che  s'abbia  nella  continuazione  dell'an- 
tico QA,  com'è  per  esempio  in  larja  [larga)  larga  (basso-engadin. 
tar'ga],  allato  aly  (t,  ma  anche  ^)  dì  plaga  ptaya  (basao-engadìn.  aoL 
pla'ga,  odierno  plaja]  ^.  La  palatina  provenzale  nella  continuazione  di 
CA  risulterebbe,  se  noi  abbiamo  ragionato  bene,  pib  diffusa  a  com- 
binazione interna  che  non  a  combinazione  iniziale;  ma  si  passa  ve- 
ramente per  la  fase  di  -<3A-,  e  l' analogia  del  soprasilvano  soccorre  ia 
ogni  senso.  Si  direbbe,  che  il  fenomeno  palatino  si  sviluppasse  im- 
prima nella  combinazione  interna,  a  pih  precisamente  in  quella  colia 
media,  ed  anzi  colla  media  preceduta  da  t'. 

Premesso  brevemente  questo,  veniamo  ora  senz'altro  ai  riflessi 
soprasìlvanì  di  C  latino. 

160  CA.  Iniziale.  Intatto:  casa2,ll;  caiMsocaasa{co8a)  5,13;  caw 
cava  (imperat),  cava  cavavit  5,29;  21,33;  cau  caput  ('capo' 
nel  senso  di  'duce')  2,6,  cau  d'&n  leung  temps,  a  capo  di  molto 


'  Cosi  si  ebbe  lo  sriluppo:  ^w  gù  gì  ji  nei  riftewi  oberlandesi  dal  cu  di 
'secnms',  n.5d. —  II  fri.  sijùr  (allato  a  sigiir),  sacuros,  non  potrk  di  cerio 
fare  ostacolo  a  ciò  che  nel  testo  affermiamo.  VI  si  tratterti  di  g  ditognatii 
(siur,  cfr.  il  fr.  itir)  dal  pari  cha  io  teànd  'eecundus',  e  oon  di  g  in  j;  e  lo 
Htegao  dicasi  pel  prov,  lium,  fri.  ligtims  liums  /ij'unu,  nel  cui  riflesso  eo- 
prasdaslno  {liema,  db.)  non  si  pud  ben  discemare  sa  eì  tratti  dì  dileguo  delU 
gnttnrala  (liema  lifma  liùma)  o  della  palatina  assorbita  (lUma  lifma  lijlnu 
li^lma  ligùnia;  cfr.  Ìl  soprasass.  ii'tr  bìcuto,  os.,  a  cui  é  alluso  in  sul  prin- 
cìpio della  nota). 

'  Si  veggano  ancora  te  nota  ai  num.  168,  171, 

'  Sulla  cronologia  di  questo  fanomeno,  in  ralasione  cdle  ortografie  dei  do- 
cumenti e  coir  on  ematologi  a  (cfr.  p.  e.  Steve,  Eerbstlage  in  Tyrol,  p.  S54<, 
sì  vegga  il  C.  VI,  §  I. 


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§  1.  Grìgìoaì;  A.  Soprasalva:  ea.  73 

tempo,  25, 10,  cfr.  cheau  num.  161,  s-cavazzar  "ex-capit-ia-re, 
decollare,  14,10,  cavelg  capillus;  scarpian  •8x-carp[i]ant  (sbra- 
nino; cfr.  eos-carpsus  "  ei-carptus  ap.  du  Cangs,  il  proT.  es- 
■carpir  es-charpir,  e  Framcisqdb-Michbl  Études  sur  l'argot 
s.escarper)  7,6,  scarp  (squarcio)  9,16;  cauld,  calira,  num.  10 
e  113;  cam  19.5;  carduna  num.  46;  calzèrs  num.  9;  canta 
caiiUTÌt26,74,  canéra  num.  150-1;  candeila  less.  [candetierb, 
15];  inasar  cassare  5,17;  catta  nnm,  213;  catsckatt  num.  107. 
Fatto  palatino:  char  carus  3, 17;  19,19,  charexia  (amoreTOlez-  161 
za;  corrisponde  all' Hai.  carezza)  h,  Al  *\  cheau,  pi.  cheau»,  ca- 
put (cfp.  nnm.  211  e  160;  inoltre,  per  qnesto  e  per  l'esempio  che 
Bussegue,  l'esordio  al  sottosilv,),  5,36;  14,8;  27,39;  chiauns  ca- 
nes  (ma  cengia  cagna,  num  15,  e  cangiouls  cagnuoli  num.  57^). 
—  Mediano.  Intatto,  dietro  a  consonante:  la  scàbella  b,2&\  162 
marcodonMS, 45;  secca  siccavit  (intrans.)  21,19,  cfr.  num.  164 
e  167;  e  ì  non  latini  tiKCà  toccò  8, 3,  smacar  smaccare  (schiac- 
ciare) 21,44.  Passato  in  ga  dietro  a  vocale:  plSgà  plicavit  27,59  163 
(cfr.  pag.  74,  D.  I);pa(7ar^j7a(pacat,  paga)  18,25;  17,24;  par- 
agona nnm.  124,  madagana;  vargar  num.  123.  Fatto  palati-  164 
no  dietro  ad  t"  dtono:  glorifichià  glorificavit  9,8,  glorifichiont 
L.  2,20,  cruciftchiar20,\9;  nei  quali  due  esempj,  appunto  per- 
chè non  sono  tocì  popolari,  come  anche  dice  cruci-  (=  cruzi-, 
cfr.  crusch  num.  61),  lo  eh  potrebbe  parere  indizio  di  riduzione 
costante;  ma  i  lessici  hanno;  glorificar  Conr.  Car.,  cruei/icar 
Conr.,  crùcifigar  ds.  a.  All'incontro,  oltre  secchia  sicca  (Car.)  e 
pierchia  porca,  la  conclusivìtà  dei  quali  esempj,  e  d'altri  con- 
sìmili, è  scemata  dall' aversi  la  palatina  pur  ne' maschili  sech 
pierch  ecc.  secondo  l'analogìa  del  num.  167,  si  aggiungono  dai 
lessici,  in  consonanza  composta:  ficAtar  -  ìt.  leccare  (cfr.  DiBZ 

'  Forae  é  per  iufluuo  di  cÀar  ecc.  che  si  Tede  la  palatina  aucbe  U  cAor- 
"alar  la.  5,  26,  allato  a  carmaltxr  Car.,  txamalar  Conr.  (sic;  s.  loclcett'). 
Secoodo  i  dne  leaiici,  il  significato  di  qnesto  Terbo  qarebbe  'adescare,  sedoiTe*, 
ma  il  suo  Talora  originario  à  quello  cha  appunto  si  maDifesta  da  quel  pano 
biblico:  'chiamare  col  fischio',  ciod:  col  'calamello*,  proT.  caram«t,  ttc.  cha- 
lumtau.  É  eicnrameote  dal  frc.  l'ital.  ciaramella  ceramella  ecc.  (cfìr.  ceta- 
iielto  ap.  MiTSSAF.  reudic.  xlti  218). 

'  Conr.  gr.  18:  erucificlùau.-  Dopo  i  tonico  parrebbe  aversi  la  esplosiva 
palatina,  per  la  forinola  ICA,  in  amictua  Car.,  allato  all'amtca  di  Conr.;  ma 
^a  cooaiderata  la  palatina  della  fignra  maschile,  al  nnm.  107. 


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74  Ascoli,  Saggi  ladini,  L 

s.  V.)  f,  fuorchia  forca,  e  il  Conr.  offre  eziandio  la  doppia  figura 
165  barcha  e  barba  (barca),  e  di  più  vediamo  in  nota*.  Delledue 
varietà  che  il  Carisch  ci  offre  per  'caricare'  :  cargar  e  carjar. 
la  seconda  (se  pur  è  soprasiWana)  vorrà  presupporre  carigar 
'carìgar  carijar  (v.  il  n.  159),  e  ci  conduce  ai  seguenti  esempj, 
in  tatti  i  quali  si  tratta  ancora  della  formola  -ica,  ora  coU'i 
accentato  ed  ora  coU'àtono  (cfr.  num.  107):  spias  (spicae;  'spiga 
*8pi^a  apija)  12,1,  haselgia  (basilica  Mliga  Mlì(^a  '-Hija  -ilja 
^Ija)  16,18,  masiiar  mosfiar  mastegiar  masticare  lesa.,  e  altri 
simili,  mangia  (monga,  manica;  'màniga  'mànif^a  'màv[i]ja) 
les3.,  cfr.  num.  167'  in  n.,  veschia  raschia  vaschigia  (vesìca) 
less.;  dove  pwò  non  va  confuso  lo  ^  affatto  moderno,  per/  della 


'  Qnl  A  potrebbe  Tolere  anche  ficKùxr,  che  nell'uso  va  parta  si  combina 
coU*iL  ficcare  ecc.  (p.  s.  fchiaSa,  conficcata,  Apoat.  S7,41);  ma  il  HscoDlro 
sarebbe  tuttavolta  mal  sicuro.  Poiehd,  siccome  i  rignificati  di  fichiar  «opra- 
uIt.,  fickar  -er  engyiin.,  accennano  io  complesso  piuttosto  a  'fissare'  che  a 
'ficcare',  cosi  in  etimologia  si  conDette  bene  questo  verbo  grigione  con  ^ 
■=  ficto-  (cfr.  Q.  172  Boprasilv.  ed  engadia.) ,  che  è  sempre  in  uso  con  ispecial 
aignificaiiona  avrerbisle  (v.  ib.) ,  ed  ha  11  suo  faminile  nel  soprasilv.  fUhia  Car., 
fitta,  trafitta;  di  guisa  che  l'equiTaleute  italiano  di  fiehiar  sarebbe  'fisaan' 
o  '-fittare'.  Forse  confluirono  nel  grìgions  due  correnti  diverse;  come  certo 
si  rasentano  o  si  confondono  doe  basi  diverse  nel  seguente  groppo  soprasll- 
Yano:  seccar  Car.  (v,  sopra,  n.  16S},  secchar  Conr.,  siccare,  e  della  stessi 
basa:  ìeeeantar  Car.,  lecckìantar  Conr.,  laddove  ta  schicKentar,  che  lo  stesso 
CtKiradi  manda  insieme  col  termine  precedente,  aadrb  all'incontro  col  sco 
tchigignlar  (iehigianlada  Apoc.-16,  12),  asciugare  (cfr.  il  ted.  'trockoen', 
seccare  e  asciugare),  che  ha  per  base:  *ez-sncara  (cfr.  schigià  ti,  divesi» 
asciutta,  si  sacco,  Mr.  5,29);  dova  vanno  ineierae  consullati  il  num.  63  so- 
prasilv. e  il  165  Bottosilv.  ed  engadin. 

*  DS.  colla  due  figure  :  fourehia  &  forca  (p.  1%:  fuortghia  forchetta;  p.  220; 
fitrtgia  patibolo;  e  Conr.  ha  furca  da  fein,  ma  fwtrchia  s  'gabel'  e  'galgen'); 
.e  solo  ca  ìabarea,  cba  ò  pure  l'esclusiva  forma  di  Car.,  e  iti  fortificar;  cTr.  nh.' 
Notatole  inoltre,  presso  na.,  la  palatina  prevalente  nella  formola  SCA:  pestgiar 
péitgiadur  pescare  pescatore,  miistgiat  p.  217,  317,  allato  a  tnusea  p.  203, 
attgiar  sigiar  p.  61  =asear  num.  93;  crislgias  crusca  (noi  qnale  eeemplsre 
Conradi  oscilla:  chriscas  nella  prima  paiis  del  less.,  christgias  nella  seconda; 
a  oscilla  nella  seconda  parta  pnr  nel  riflesso  di  'musca':  mwsca  miuchgia; 
forse  per  inSusso  sottosi Ivano).  AI  *cardIo  (da  cariit)  per  'tarlo'  di  molti  dis- 
letti ital.  (p.  e.  venez.  carolo  cariól),  risponde  ca.  par  tgirol  p.  84,  87  (cfr.  il 
■ottotilv.),  ma  ia  causa  della  palatina  potrà  qui  essere  nell'i  (*cairoI  *chi- 
rol,  cfr.  num.  94  e  166);  e  il  suo  pligiar,  ritorcere  il  filo  (cfr.  num.  163  e 
num.  81  in  n.),  é  entrato  nell'anabgia  del  num.  Ifó. 


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g  1.  Grigioni;  A.  St^raidTa:  co,  n>.  75 

fase  anteriore  i^veschija  vaschi^a,  'spija  spi^a),  collo  ^  cbe  può 
rappresentare  una  fase  anteriore  ad  esso  j;  si  cfr.  la  nota  al 
Dum.  182.  Anche  potrebbe  darsi,  comunque  affatto  raro  (cfr.  la 
n.  at  num.  168),  qualche  caso  in  cui  semplicemente  si  trattasse 
diguttnral  dileguata.  Doppio  esemplale  (tcd-tica,  ed  ica^ica) 
è  nel  rifesso  di  'liicanica'  :  ligiongia  Gar.  ds.  (Conr.  :  ligoingia). 
Notevole  è  finalmente -e^a  = -eco  in  tetpio-theca  G.  18,11  (va- 
gina; ecc.,  T.  i  lessici);  e  anche  la  serie  dì  Car,:  segar  sagar 
$iar,  secare  (falciare).  CO  CU  al  principio,  intatti:  cor;  166 

currevan  28,8.  La  palatina  di  chierp  corpus,  chiem  cornu,  an- 
chiert  (accorto,  t.  n.  56),  è  provocata  dal  dittongo  ie,  e  rimana 
quindi  estranea  al  plurale  (ctyrps  corns  n.  56);  ugualmente  di- 
pende dall'  i  del  dittongo  in  chir  coriam,  chiet  =  cot,  nana.  52, 
ehUruS,2Q  (Ital.  chiotto,  napolet.  cuoio,  t.  Diezs.  cheto*),  e  dall'* 
-ti  in  chil  culas  {\0as.), parchireit  num.  89  [db. pertgirar),  ecc.'; 
ma  è  notevole,  ed  è  insieme  legittimo,  che  sia  sempre  la  pa- 
latina della  fonnola  CA,  anziché  quella  della  formola  CE  CI 
(t.  questa).  La  differenza  ò  legittima,  perchè  si  tratti  in  questi 
esempi  ^^  -^^^  N  ^^^tto  moderno  e  peculiare,  com'è  relativa- 
mente moderno  e  peculiare  lo  kj  nella  formola  CA  {hja,  'e);  lad- 
dove è  antico,  e  romanzo-comune,  l'appalatinamento  delle  for- 
inole CI  CE  (cfr.  la  n.  ai  num.  107, 179).  —  Mediani;  -cu  intatto,  167* 
dinanzi  a  vocale  e  fattosi  iniziale,  ne'  composti  :  gwst,  quel, 
qvou,  eccu'iste,  eccu'ille,  eccu'hoc-  (qua),  cfr.  CE  e  III  2;  e 
intatti  in  pose  masket,  addotti  al  num.  136,  sac  11,21,  tsohiec 
num.  67,  panca  pauci,  ma  insieme  ampaug  pli  (un  poco  più)  26, 
39,  e  ancora  con  la  media,  oltre  gli  esempj  addotti  al  num.  53: 
ragurdar,  guila  *agù^a  'acuc'lja  (acucula,  ago)  19,24  (cfr. 
num.  118)  ^  Ma  il  e  di  CU  (CO),  venuto  all'uscita,  che  vera- 


'  Cfr.  II,  3.  Che  pure  lu  questi  eiienipj  si  tratti  Terameute  di  fh  palatino 
i='é),  ai  può  ad  eanberaoia  mostrare  colie  legueuti  ortografie:  tgir  igioù-s 
(m.),  tchiet  (Goiir.};  e  t.  aacora  un. 

'  Non  ó  però  la  palatina  io  scw-adengia  num.  89,  dove  ancora  abbiamo  lo 
■tadio  dell'ù,  e  cosi  non  è  in  Coor.:  scùr  scùradettgia^  ma  Car.:  ichiradigna, 
e  co»)  nel  eopraagea.:  tigiradidtta  schiradidna  ita. 

'  Pai  tramite  della  media,  aTrien  poi,  nella  formola  CU,  anche  il  dileguo  167^ 
^Ua  esplosiva,  eecondo  le  analogie  dei  num,  177  e  184.  Qui  spetta,  insieme 
coi  rifluei  di  'perrcalo-'  e  'mlcula',  che  eouo  considerati  al  C.  II,  §  3,  anche 


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70  Aacolt,  S^gi  ladini,  I. 

mente  è  quando  dira  il  e  {k)  di  uscita  romanza,  passa  facil- 
mente nel  suono  palatino,  in  ispecie  ove  gli  preceda  un'altn 
consonante,  e  allora  diventa  tenne,  dì  regola,  il  prodotto  pa- 
latino, o  gli  preceda  un  t,  e  allora  avremo  prodotto  medio.  Si  o»- 
servino:  sech  ('^se'c;  os.:  sec)  siccua  12,10  (cfr.  secca,  n.  162), 
rich  (db.:  id.)  ricco*  19,24;  27,57  (nei  quali  non  si  deve  già 
ripetere  la  palatina  dalla  figura  feminile,  in  cui  occorre  la  for- 
mola  (cjca,  ma  si  piuttosto  potrà  ia  feminile  andare  essa  de- 
bitrice della  palatina  alia  figura  maschile;  locchè  va  ancora 
detto  per  pierch  piertg  porcns  less.  ',  cfr.  num.  164  e  56),  con- 
frontandovi, dai  lessici,  paschg  {=pastg  soprasass.  ds.)  allato 
a  pose  (pascuum)  Car.,  suilg  allato  a  sulc  (sulcus),  are  arch 
artg  Car.,  arcg  airg  ds.  61,  272  (arcus);  —  e  per  -rC[0]  ': 


vnegl,  pniigigliODe ,  Apoc.  9,  IO  (Car.;  uoeigl  v€igl\  Conr.:  wiiigt,  vettglar, 
ss.:  veigt  ugliar,  stimolo  otimolare),  il  quale,  per  *iti7j  (a.  42  e  282)  *gmlj, 
coiDCide  con  le  toc!  eqaiTalenti:  gueigl  soprasass.  ds.,  agvaigl  eng.  Ha  cui 
già  siamo  ad  *agu{tt-,  vale  a  dire  a  basa  dÌTarsa  da  'acncnk',  cba  dà  gùih, 
ago,  al  BoprasiU.,  agvoiglia  {=  *agi3Tja)  all'engadin-,  ecc.;  e  TorreDW  ao- 
«ora  risalire  ad  *aguglll  (cfr.  n.  171,  e  gutelU  fri.  ecc.),  cioè  ad  •acucillo  -a, 
che  starà  ad  'acncnla'  c(»ne  'anricilla'  ad  'aaricola'.  Il  frc.  aigullU,  alla  su 
folta,  il  cui  i  mal  ai  combinava  colla  base  'acucnla'  (poichà  da  qneata  ti 
vorrebbe  aigouilUt  sai  tipo  genotiil,  grerunIilU  =  grenijlje),  non  risalìrt 
aneli' asso,  insieme  colla  propaggioa  sp.  e  port.  {aguilkar  ecc.),  all'antico 
'agugìlla'  (acucilla),  cosi  largamente  rappresentato  fra  i  Ladini! 

'  Spetta  qui  pur  questo  esempio  germanico;  cfr.  V,  1> 

'  E  nella  formola  SCO:  frescKg  ds-,  fem.  frestga  Carig.  79  B.  (Car.:  frete, 
Conr.:  fresc-i),  Franceitg  Franceitga  133  (os.:  Francese  9),  tudtatgS  (Car.: 
tudsschg;  ma  db.:  todesc,  Conr.:  tudeie).—  Cfr.  SCA  num.  164  in  n 

'  Qui  mi  par  deciaameute  che  vadano  considerati  anche  dae  esemplari  cbe 
fnrono  per  me  assai  difficili,  nei  quali  si  tratta  à'-ico  f.  d'a.,  eiod  tnanch 
muing  (=  mung;  engad.  muonch;  Car.  e.  'mnnistér')  monachns,  e  l'engaiì. 
manch  (manico);  per  guisa  che  risalgano  a  moni^  (cft.  mónte  soprasass.  DS.). 
manig.  Né  il  solito  tipo  grlgione  (v.  il  num.  che  segue),  cha  vorrebb' essers 
*fnunt  *rnani,  viene  per  questo  a  mancarci;  poiché  munì  eoprasilv.,  monaco, 
ci  è  offerto  dal  ss.,  e  tutti  i  lessici  baniio  moni  sopruilv.,  manico,  il  quale 
riviene  a  tnanj  sacondo  il  num,  15,  come  tutti  hanno  moign  (=  mon  monj), 
mazzuolo  di  legno,  che  cara  voce  non  diversa,  dove  é  da  considerare  che  tnaneh 
riunisca  nel  basso^ngad.  (Car.)  entrambi  i  significati.  Voler  trarre  le  foi-me 
del  secondo  gruppo  da  quelle  del  primo,  ricorrendo  alle  anlilogie  della  u.  al 
num.  150-1,  sarebbe  un  tentativo  infelice;  ma  non  sarebbe  più  felice  chi  tea' 
tasse  l'inverso,  ricorrendo  a  quelle  dei  num.  97  n.  e  103  n.  La  forma  per 
'monaca'  (soprasiiv.  mungia,  engad.  mmingia),  come  non  serviva  a  sminuire 
alctUB  difficoltà,  cosi  per  eè  stessa  non  ne  costituisce  alcuna. 


;vGoo»^lc 


g  1.  Origioni;  A.  Sopraselva:  co,  cu.  77 

amig  <,  anamig  nam.  81,  vig  victui,  gig  dico  (t.  Ili,  3),  o  indiffe- 
rentemente per  -UC[0]:  schig  sucus,  suvig  num.  157  n.  Ancora 
sia  ricordato:  lai  Car.  gr,  110  (fai  soprasass.  db.),  lacus,  allato  a 
/n^  Car.  diz.,  lac  Conr.,  ds.;  e  si  confronti,  per  tntto  il  numero, 
l'engadinese. —  Di  CO  all'uscita,  preceduto  da  t  in  voce  sdruc-  1 
cìola  (-àtìco  'édico  -òxico),  auol  rimaner  nulla  (cfr.  -DO  D.  204)  ; 
salvadi  silraticus,  Iginnadi  lunaticus,  viadi  vìaticum  {viaggio), 
miedi  medicns,  tissi  toxicum  num.  174  (cui  sì  aggiungono,  da 
Ds.:  mutU  *m6nico,  cfr.  il  num.  precod-,  in  n.;  ptert  portìcus); 
di  contro  ad  amig  amicus  ecc.  del  numero  che  precede  *.  11  o 


'  Chea,  almeno  in  proauDciaBttnale,  amt^  (amt^),cfr.  Cor.  gr-lSS,  ecoal 
imig  ib.  U&  par  'ficiu',  Car.  ha  fiee  (come  Oabr.,  al  pL,  fict);  ds.  all'incoatro: 
fg  (ctHue  amig  ecc.)  figs. 

*  I  riflessi  grigioni  di  -dtico  ecc.  mi  conducono  (anche  per  l'oppor- 
tODÌtà  di  ra^rmare  r  istoria  di  ca  mediano  nel  territorio  franco- 
proTSDzale,  che  tentammo  sotto  il  num.  159)  a  ^uel  capitolo  nel  quale 
ilDiez  considera  le  combinaiioni  LC,  NC  (NDC),  RC,  TC,  DC.  Crede 
il  Maestro  che  in  buon  numero  di  esemplari  la  tenue  gutturale  siasi 
fitta,  per  le  diverse  lingue  romanze,  palatina  mtdia,  sotto  l'influsso 
dell'aDtico  suono  lingaale  o  dentale;  e  quindi  crede,  per  es.,  che  da 
natico  si  arrivi  all'ital.  viaggio  per  dileguo  dell'  i  e  per  (e  in  t§  g§. 
Le  ^parenEO  son  tali  di  certo,  che  suggerìseoDO  inai  stente  mente  que- 
sta dicbiarasione  ;  ma  il  Diaz  medesimo  deve  sicuramente  aver  sentito, 
tra  l'altre,  la  grave  difficolta  di  ammettere  una  esplosiva  palatina 
italiana  pel  e  dinanzi  a  vocale  non  palatina,  e  propriamente  davanti 
a  un  0  ben  conservato,  nella  qual  combinazione,  astrazion  fatta  dai 
<^i  in  diacorso,  l'alterazione  palatina  non  si  compirebbe  pur  in  ve- 
nm'altra  favella  romanza;  per  nulla  dire  della  singolarità  del  pro- 
dotto sonoro  di  due  eiplostve  sorde  (te).  E  andando  al  foiido,  risulterà 
veramente,  come  io  credo,  che  sia  una  illosione  la  palatina  media 
anormale  nella  continuazione  dei  gruppi  a  cui  alludiamo,  ed  anzi  rì- 
lolUrà  che  quegli  atessi  gruppi  altro  in  effetto  non  sieno  clie  una 
iltasiooe.  Poiché  andr&  imprima  eliminato  l'esempio  ant.  frc.  delgié 
deugé  delicatus,  dove  altro  non  avremo  se  non  [ijga  =  'iga  -  tea  se- 
conde l'analogia  generale,  vale  a  dire,  come  a  suo  luogo  accennammo 
(nDm.  159),  la  flgura  intermedia  fra  pagar  (•>  pacar)  e  poyar  pager, 
conservata  o  ravvivata  in  grazia  della  consonante  che  si  ò  fatta  atti- 
gna (-^i]ga—,  cfr.  dèlie]  *.  E  altrettanto  normali  potrebbero  essere  per 

*  lusieiDe  eoo.  delgié  parrebbe  poterai  mettere  anche  it  prov.  bergier,  fpc. 
^^^er,  che  il  Diei  conduce  a  ver'cariui  -  "vervecarius.  E  certo  questo  eeem- 


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78  .^oU,  Saggi  ladini.  I. 

di  uscita  latina  si  dil^ua  nell'isolato  ne  (ds.:  ni)  nec  5,35;  6< 

20,  ma  si  continua  per  0  in  nag-in  nag-inna  niuao  -a,  nec- 


conseguenza  ì  prov.  penjar  'peadicare,  venjar  (fro.  venger)  TÌndicars, 
farjar  {tra.  forger)  fabricari,  jutjar  {frc.  juger)  Judicars,  allato  alla 
varianti  pur  provenzali:  vengar  fargar  jutgar,  oppure  i  frc  clergt 
clericatua,  charger  (carricare),  ant.  frc.  escomenger  excommunicare, 
enferger  'inferri  e  are ,  —  che  tutti  spettano  alla  forinola  -tea,  ma  io 
parte  (assai  piccola  parte  però  ad  ogni  modo)  potrebbero,  appunto  per 
questo,  andare  ascritti  alla  rubrica  di  cai  ora  entriamo  a  parlare.  I 
residui  esempj  provenzali  e  francesi,  e  tutti  quelli  che  appartengono 
ad  altre  favelle,  si  riducono  cioè,  chi  ben  guardi,  alla  formola  -ico 
(-ica)  con  l'accento  sulla  sillaba  che  la  precede;  e  si  tratterà  vera- 
mente di  questo  fenomeno:  che  dato  l'accento  sulla  terzultima, 
il  e  dell'ultima,  preceduto  da  t,  tenda  (certo  passando  per 
g)  a  dileguarsi,  che  è  fenomeno  grandemente  affine  al  dileguo  del 
d  di  -ido,  pel  quale  si  ottengono  gl'italiani  ranci[d]o,  marci[d]o  ecc., 
e  si  tocca,  o  quasi  si  confonde,  con  quello  del  dileguo  di  e  nei  verbi 
derivati  per  -icare  (cfr.  Cibz,  Berivaz.  verb.).  Quindi  :  [*canónigo]  'ca- 
tìArtio  canonicus,  ^oiàlio  viaticum,  'nlvdtio  silvaticus,  "herétio  bere- 
tioua,  *pàrtio  porticus,  "wmftrdd'o  umbraticus,  'mèdio  medicus,  "m&nia 
monacha  (cioè:  "monica,  forma  a  cui  risalgono  anche  molti  vernacoli 
italiani),  "teria  serica,  *pédia  pedica;  e  finalmente,  per  dire  dell'e- 
semplar verbale  affatto  caratteristico  :  'mdndio  (e  "mannin)  'mdndiia 
'mdndiat  -^  'm&ndico  (manduco,  cfr.  logudor.  mdndigo  màndigas  tntm- 
digat,  e  l'it.  manicare]  ecc.,  —  onde  poi,  con  normali  prodotti  di-w'o 
(-tyo),  -dio  [ohe  anche  succede  a -(j'o]  -ndio  [-djo  -ndjo):  ap.monja, 
canonge  *,  hertge  (prov,  eretge)  eretico,  miege  medico,  prov.  porge  por- 
ticus ••,  iU  viaggio  (circa  la  media,  cfr.  ragione  =  rayone-ecc.),  ut- 
pio  non  ci  turba;  ma  crederei  che  piii  correttamente  vi  si  tratti  di  ^  =o;  (cfr. 
p.  ea.  prov.  raoiar  rmijar  raljar  =  *rabiar,  frc.  rage  rabies),  ciod  :  bervicaria 
(cfr.  breoicariut  ap.  no  Canob)  benig-air  bervej-iér  b«rvjiér  bergiir.  U  frc, 
del  resto,  ciofiHrebbenn  isolato  rg  (r/)  alialo  al  ntH-male  rcft^RC[A],  nel- 
Tant.  fwgier  da  furea  (Diez,  L  e);  cfr.  g  (»)  =  eA  in  CA  inia. 

*  Hotevola  in  questi  tipi,  a  Certo  favorevole  a  noi,  V-a  sp.  e  prov.,  ma 
in  ispecie  lo  spagn.;  vale  a  dire  l'-o  dello  sdrucciolo  in  dileguo,  sotto  l'hi- 
fluno  dello  j.  Cfr.  Diez.  gr.  Derivai,  nomin.  e.  -aticua. 

**  Pel  frc.  porche  non  d  d' uopo  ammettere  un'  alterazione  di  r j^  in  r/,  poi- 
chA  eh  sarebbe  il  naturai  prodotto  di  tj,  cioè  il  prodotto  parallelo  aj  {=i,9) 
da  dj-j  e  naturalmente  mai  qui  non  osta  il  aolìto  trattamento  del  lat.  -TIO> 


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§  I.  QrìgEoiii;  A.  SopraoelTa;  ce,  et.  19 

'Unos,  aum.  59.  CE  CI  iniziali,  sempre  col  e  riflesso  per  1 

lìch  (=c):  tscheinas  tschiel  tschiec  num.  67;  tschient  13,8; 
[ischinta  cincia  (cintura)  3,4,  cfr.  n.  172];  tschendra  num.  147. 
Uguale  riflesso  ha  il  e  dì  CI  CE  mediaoi  in  ratscheiver  an~ 
tsekeiver,  v.  ì;  tschell  ecce  ille,  tschou  ecce  hoc-  (qua)  8,29, 
T.  n.  167  e  lU,  2;  cotschen-s  n.  56;  utschels  n.  93;  circa  ì  quali 
quattro  esempj  va  però  osserrato,  che  in  ra-  anrlscheiver  si 
tratta  veramente  di  e  iniziale  e  che  negli  altri  tre  la  figura  la- 
tina, 0  l'italiana,  ci  offre  ce  (cfr,  n.  107  in  f.);  locchò  ci  conduce 
a  tseh  mediano,  o  all'uscita  ladina,  quando  si  tratti  di  CJ  {fii 
iiaao  +  Yoc.),  e  perciò,  tra  vocali,  di  ce  italiano:  fatsch  facio 
[faccio)  20, 13,  fétschian  faciant  7,2  (v.  n.  71)  ;  bratsch  brachium 
(braccio)  6,27;  glatsch  num.  121;  fatscha  facies  (faccia)  11,10; 


w^po,mimffÌo;  ecc-  Quindi,  non  to' da  (co  simifilianU,  ned  ì  espunto, 
ma  sì  una  tenne  gutturale  fatta  media,  e  scavata,  lontano  l'accento, 
dall'i  che  preceda.  —  Ma  ritornando  al  grigione,  i  soprasilvani  talvadi 
viadi  ecc.  rifletteranno  alla  lor  volta  lo  stadio  con  la  media  gutturale 
CMlTàdlgecc;  e  tra  il  p  all'uscita,  e  il  suo  dileguo,  porremmo  la 
fase  dello  ^,  cfr.  il  num.  167],  poiché  le  veochia  figure  'sahddio  *t)irf- 
di'oecc.  avrebbero  piuttosto  dovuto  darci  salvog  o  salvas  ecc.  (v.  DJ, 
ti  num.  105;  e  cfr.  l'eng.,  le  risposte  friulane,  la  e.  al  num.  185,  e  i 
termini  addotti  in  n.  al  numero  che  p'recede).  All'incontro  si  riflette 
anche  in  tutta  la  sona  ladina:  'mnndiat  ecc.  (soprasilv.  maogiar  ecc.). 
E  ancora  avremo,  insieme  col  prov.  vettja  e  col  frc.  vpnge  vindicat  {che 
l>cr  sé  stessi  non  deciderebbero,  potendosi  ragguagliare  cosi  a  'vindiga 
cotae  &'vÌMdi[ff]a),  dall'un  lato  l'it.  vengiare,  se  pure  è  roce  indigena, 
e  dall'altro  il  soprasilv.  vingìar  {vitigar;  'vendicare',  e  nella  Bibbia 
anche  'meritarB*,  secondo  il  Carisch  diz.  311),  che  acce nn (trebberò  a 
'mdiaf  'omdiare.  Ma  come  l' italiano  serba  pur  la  figura  con  1&  gut- 
turale [vmdica  vendicarz),  cosi  abbiamo  la  gutturale,  qual  par  sia 
la  sua  esatta  ragione,  pnr  nell'aggettivo  soprasilr.  vangonU  (Conr.: 
vangans,  Car.:  vangotu,  alto-engad.  vengiaunt  I  Tim.  5,18),  degno, 
cioè:  meritevole,  8, 8,  nel  qaals  ìl  t  del  nominativo  è  come  fossilii- 
tato  e  perciò  passa  nelle  derivazioni  (v.  Ili,  4). 

Km  trattandosi  già  della  combinazione  originale,  esposta  agli  antichi  a  comuni 
ilUramenti,  ma  al  di  ^o  ottenuto  per  dileguo  di  consonante;  cfr.  it  num.  107. 
Qualche  difficoltà  pare  piuttosto,  a  primo  tratto,  che  ci  derivi  dal  tr<i.  man- 
<^e,  manico;  ma  cfr.  Diez  lesa.  s.  t. 


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à 


80  Aaeoli,  Saggi  ladini,  I. 

s-manatschau  nnm.Bl;  tratsch  nam.78;  [martecAv.  0.209];  ma 

collo  t:  calzérs  num.  9,  cfr.  il  num.  10  in  n.  e  l' ital.  ceUxo  calia 

ITO  allato  a  calao.  Del  rimanente,  la  solita  risposta  del  e  di  CE  CI 
mediano  (tolto  il  caso  che  %ì  considera  nel  numero  che  segue), 
o  all'uscita  ladina,  è  uno  tsch  (e)  semplificato,  cioè  sch  ($'): 
descha  decet3,15;  aschieu  num. 35  in  f.;  rnacher^;  schasche- 
va  ecc.  cfr.  n.  171;  pluscheins  n.  21;  lonschas  lanceae  (comechè 
si  tratti  di  CJ);  vanschida  (vittoria,  12,20)  cfr.  n.  60;  graschla 
n.  83;  diesch  dodisch;  dulsch-s  dulcia  11,30;  j^oscA  pace- 10,13, 
ragisch  num.  106  n.,  crusch  n.  61,  vusch  n.  46,  Igisch  num.  59. 
Il  caso  parallelo  allo  z  di  calzèr  accanto  a  tsch,  qui  si  avrebbe 

171  nel  s  di  nursa  (v.  p.  37,  n.  2)  allato  a  sch.  —  Lo  e  di  queste 
basi,  quando  sia  àtona  la  loro  vocale,  e  vocale  lo  preceda,  può 
digradare  in  j,  passando  per  la  fase  intermedia  di  ^,  e  resta 
allora  assorbito  dalla  vocale  itona,  che  risulterà  i  anche  per  la 
formola  CE  (cfr.  n.  190).  Si  osservino  imprima  (v.  Ili,  3):  plais 
places,  ^lai  placet,  ma  coir  accento  sulla  seconda  (cfr.  n.  170): 
plascheits  placetis,  p^a^c/itTfaecc.;  e  ugualmente:  schais  schai 
jacesjacet,  ma  scAascA^i^  jacetis  ecc.  Inoltre:  c^ir  coir,  bol- 
lire (sieden).  del  Conradi,  qìtér  del-  Carisch;  cioè:  coq[u}ere 
coéerf  colere  (prov.  cozer)  cuéjer  {^cuèjr  cuir)  cuéer,  cfr.  il 
num.  55  e  V.  il  friul.  '  E  un  caso  assai  antico,  e  quindi  comune 
a  molte  favelle  romanze,  è  quello  di  'placito-'  {'pianto  *plajito), 
ne' cui  riflessi  vanno  insieme,  fra  gli  altri,  l'ital.  J7iato  ('piaitó) 
e  i  soprasilv. :j>iaui  (f&roli)  4,4,  plaidas  (tu  parli)  13,10,  jpii- 


'  V.  Fon.  indo-it-gr.,  g  38,  p,  S03.  Dalle  m..  poi  si  Tede,  come  la  aria- 
grafia  indigena  coaftHida  in  questo  ich  anche  la  fiicativa  sODora  /  (t.  Tra- 
tcrixioni)  che  sta  a  /,  in  questi  riSessi  di  -CE-,  cosi  coma  -g-  sta  a  -e-  jn 
quelli  di  -CA-  -CO-  -CO-.  Ch.  il  basstvengadin.  e  QE  Gì. 

*  V.  p.  26.  n.  3,  e  cfr.  lU  3  (j'w  nutch.jau  noth). 

>  Qui  ancora  potrebbe  apettars:  tir  (aocer,  Q.  18, 13;  onde  il  Cam.  «ira  L.  4 
38),  colla  dìgradazioDe:  togero-  sojer  soir,  onde,  sulla  norma  del  uam.  52: 
lueir  sieir  tir  (cfr.  tissi  n.  174).  Ma  sorge  dubbio  se  piuttosto  non  si  traiti 
di  tocro-  toro-  ecc.,  sulla  norma  del  n.  173,  o  sacro  toher  ecc.  sulla  norma 
dell'ultima  n.  al  num.  190  (in  questo  caso  la  difllirenz!!  dal  numero  attualo 
sarebbe  cronologica  soltanto);  poiché  in  più  favelle  romanze  si  continua  la 
forma  sacro-,  circa  la  quale  si  pud  chiedere  so  risalga  all' anticbias imo  sn- 
erva naacolino,  di  cui  parla  Prisciano,  o  se  non  fosse  piuttosto  promosso  dai 
famin,  soena  socra. 


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g  I.  OrigloDl}  A.  St^naeln;  ce,  et  81 

deitsplidar  (toì  parlate,  parlare;  nam.  94)  10,20;  5,37  •.  An- 
che il  diléguo  di  CE  ne'  riflessi  di  'dicere'  entra  nell'  analogia 
degli  eseonpi  che  precedono  {el  gi  =  dt  n.  106;  ma  scheva  =  zét>a 
dséva  ecc.,  t.  Ili,  3);  ma  in  quello  del  CE  di  'facere'  (inSn.  so- 
prasilr.  fìir,  ecc.  v.  ib.),  coaverrà  all'incontro  riconoscere,  come 
a  suo  luogo  meglio  si  vedrà,  l'efietto  della  spinta  analogica  (stas 
^,  star  dar*).  Un  caso  di  ci  ^i  ji  in  accento,  proponemmo 


'  n  DiEZ  (lesa.  s.  piato)  vorrebbo  ricondorre  Anche  plaid  (,plid)  optato  a  ' 
*pla:U>= placito.  Ma  un  it.  -ato  (tanche  .allo)  -  -acto,  cioè  U  esplotita  «cern- 
pii  Del  prodotto  dell' atslmiluioue  it&liaaa,  devo  pur  par^,  anche  al  Ma«-  ' 
>tro,aiELtto  anonnala,  dorè  all'incontro  lo  smairirri,  p«r  spinta  diuiiiiilBtiTB, 
di  ano  dai  due  i  fuori  d'accento  (piàlto  piato)  e  feoomano  pel  qnaie  grando- 
nenta  abondano  le  sDalogio.  Ugiualmeate  rìpugnerabbe  un  grlgione  -tct=-ct;  e  . 
il  napolatano  ehÌ4^eto  (piato)  i  alla  «na  Tolta  la  pih  irrefragabile  conferma  di 
piaito  (=  pla{c]ito),  v.  Stu({j'  criL  I  31  =  309.  Il  genOTeoe  cfstw,  all'  incontro, 
potrebbe,  per  bò  stesso,  laaciarcì  indecisi  fra  pia]c\ito  a  *plaela,  coma  ve- 
dnmo  DO'Sagffi  ligttri;  senonché  io  debbo  ancora  confessare,  di  non  credere 
aSàtto  ad  un  *placto  che  presupponga  plafure,  su  di  che  si  regga  per  ora  la 
Bota  che  pr«cede.  II  pib  antico  monumento  che  ci  offra  'placito'  in  Teste  ro- 
muia,  é  per  aTrentnra  il  'Placitam  Veronn  habilum  a  Rataldo  Veronense 
BpiK.,  Hiaso  Lndov.  Pii  Augusti,  «te-,  anno  820  (copia  parò  del  %  secolo)' 
ap.  Htn&TORi  Antìq,  ilal.  I  461-3:  ...vanirei  ad  Plaido...  ttad  Plaidoplf- 
wn  nicionem  exinde  donared...  Potilo  placito...  Seca  modo' Plaido  *ést. 

*  L'attrazione  analogica  è  pìb  che  mai  manifesta  nell'ital.  fo  allato 
a  ifo  e  do.  All'incontro,  se  il  venetiano  dice  itaga  etaga^  dogo  daga, 
vago  vaga  (ato  stia,  do  dia,  vt>  vada;  nell'ant.  Tenez.  pura  il  genmdio 
ttagando;  cfr.  Musbaf.  reodio.  xlti  137],  esso  fa  subire  a  «fare  eoo. 
l'attrazione  analogica  di  'dicere'  {digo  diga,  e  ant.  digoMdo);  cfr.  Ili,  8. 
Ma  l'assensa  del  GB  di  facere  nelle  forme  it.  e  lad.  di  sopra  aoeennate, 
ci  conduce  al  doppio  riflesso  prov. :  fof  e  fìùre,  la  prima  delle  quali' 
figure,  parallela  ad  eitar,  dovrà  dichiararsi  al  modo  stesso  clw  indi- 
caTamo  per  l'ìt  e  grig.  far,  laddove  fairg  riprodurrebbe  facere  (ofr. 
port.  fiuBr,  sp.  hacer).  Di  faire  a  consimili  forme,  in  ispeoie  francesi, 
tratta  it  Dies  con  molta  incertezza  nel  paragrafo  ch'egli  dedica  al  dile- 
guo di  e  nelle  formolo  CE  CI  (gr.  1*237,  I>  2^-6);  ma  se,  come  io 
credo  fermamente  che  si  debba,  noi  risaliamo  a  ce  {gè),  ansichè  a  te 
(de),  qual  fondamentale  contmaazione  romansa  di  CE  latino  *,  ogni 
complicazione  potrà  cassare,  nd  avremo  piti  a  discorrere  di  un  dileguo 

*  V.  p.  86  e  II  1.  Circa  l'esalta  ragione  Ai  6  ^  debbo  però  permettermi  di 
■ùauidare  alla  Fonol.  Ìndo-it.~gr.,  g  38. 

^hìTio  glottol.  lui.,  t.  i, 


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82  Ak<^,  Saggi  hdioi,  I. 

l*^  al  nnm.  167*  ;  cfr.  il  num.  59  sottosiW.        CT  i  :  dreg  (cioè  dr^) 


o  dì  una  diretta  solnsione  di  e.  Poicha,  siccome  p«r  la  palatina  cbe 
surge  nella  formola  CA  (num.  160)  noi  avemmo  a  stabilire  la  suc- 
cesBione:  [precar  pregar]  pregar  pr^ar  ecc.,  cosi  per  la  piti  antica 
palatina  che  surge  nella  formola  GB  (o  CI)  ora  vorremo  :  \faéere]  fa- 
lere fajere,  [piacere]  plagere  plajere,  [noéere]  nogire  nojere  (naire),  eoe.,' 
vicenda  che  mi  par  messa  nella  pit  ohìara  luce  dd  fenomeni  grìgìooi 
del  presante  numero  e  del  190.  La  figura  ce  =  CE  6  quella  che  si  coi^ 
tìnuft  costantemente  nell'italiano  (nuocere  eco.);  e  per  la  figura  con  U 
consonante  sonora  stanno  dall'uà  canto,  nella  Oallia  stessa,  il  fre- 
quente il  (o  -«-  tra  vocali;  cosi:  ptaier  prov.,  e  il  sost.  fro.  pla[i}nr, 
cfr.  ancora  la  p.  86),  e  la  media  nella  formola  -CA-  por  quando  si 
avvicenda  con  CE  (prov.  diga  duga,  dicat  ducat),  e  dall'altro  io  ìè  ì 
ladino  in  plaìiir  piate  »  "piacére  plaóere  a  aimiglianti ,  come  ai  rispet- 
tivi luoghi  si  vede.  11  proveniate  ad  il  francese  cosi  in  fondo  ci  inastr»> 
ranno  alternarsi,  nella  continuazione  di  CE  CI  mediani,  non  dSverss- 
mente  da  quello  ohe  testé  avvertimmo  nel  soprasilvano,  gè  gi  eoo  jeji 
(p.  e.  prov.  plaier  e  piai,  'player  "pltgit,  piacere  placet;  cfr.  ancora 
nie  e  nje  nella  continuaticne  provengale  di  NOE,  p.  e.;  eemker  e  ce- 
tther,  it.  cingere  e  cignere  »  cirtjere].  Ciò  naturalmente  non  esclude  che 
s'incontrino,  pur  nella  Gallia,  continuazioni  sorde  di  CE  CI  mediani; 
né  il  nostro  ragionamento  potrà  essere  scosso  dal  non  trovarsi  in  tutto 
identiche  le  vicende  di  gè  gi  originarj  e  quelle  di  gè  gi  che  proven- 
gono da  ce  ci.  Ma  la  coincidenza  delie  due  serie,  e  quindi  la  dimo' 
Btrazione  sommaria  di  quanto  esponemmo,  ci  potrà  essere  fatùlmeste 
rappresentata  dalle  voci  frc  Iìmotu  {Ugere  Uìere  ecc.)  e  plaivmt  {plii- 
éert  piacere  plaìere  eeo.}.  L'isolato  esempio  ital.  -durre  (con-dar- 
reece.)  n<ni  fa  prova  di  certo,  alla  sua  volta,  per  c'roAr,  cioè  per 
contrazione  che  risalga  ad  epoca  in  cui  GB  ancora  era  KE,  e  quindi 
per  faire  fra.  e  prov.  «  /hAre  con  i  per  K  Ma  si  tratterà  di  'duc'rt 
(altrove:  'dugre  "dì^re,  prov.  -dtttVe,  grìgione  *duir,  -àiir  -dir,  ra- 
<f>r  ecc.,  V.  II,  4)  durre,  per  la  qnal  dichiarazione  intanto  citeremo: 
traggere  (tr^ere- tra[h]ere)  'trag're  (prov.  traire,  soprasilv.  trer\ 
trarre,  ed  anche  flreddo  (pag.  84). 

*  Mi  si  vorrà  qui  permettere  qualche  annotuione  intorno  ai  riSeisi 
di  CT  GS  (X)  e  QN|  con  ìspeciale  riguardo  al  soprasilvano.  B  inco- 
minciando dai  continuatori  di  CT,  debbo  imprima  notare,  potersi  fs- 
citmente  frantendere  l'avvertimento  del  Disz  (gr.  P  413)  che  altro  sia 
il  prodotto  fonetico  onde  sì  chiude  la  voce  che  i  Qrigiooi  scrivopo 
ttrech  etretg  ttreig  ttreg  (strictus)  ed  altro  quello  che  si  rappresenta 


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I  1.  QrigfoDi;  A.  Sopnmln:  et.  83 

a'rocto-,  diritto  (destro,  eoe)  5.29;  12,26;  20,4.7.,  fem.  dire- 


ct le  ortografie  prorencali  ettrteh  ettreg  (itrlcias).  Si  tratta,  e  qua 
e  li.,  del  Dormale  prodotto  palatino  di  et,  il  qnale,  prescindeDdo  da 
diversitli  dialettali  o  da  lievi  diversità  di  proauncia  che  noa  vanno 
qaì  considerate,  coincide  collo  ce  che  ritroviamo  nell'equivalente  mi- 
laaese:  streéó.  Ora,  questo  prodotto  palatino,  che  potremo  brevemente 
indicare  per  é,  e  che  ai  trova  continuatore  di  CT  anche  nella  regione 
iberica  (apagn.  e  portogh.),  si  snol  dichiarare  pel  fatto  che  il  e  si 
riduca  imprima  a  contìnua  o  a  vocal  patatina  {fajto  fatto;  che  sa- 
rebbe, per  rimanere  a  dialetti  italiani,  il  tipo  dell'antico  genovese), 
e  poi  passi,  per  invertimento,  dietro  al  (  {fa^o,  onda  foco  fa^o  ecc., 
cioè,  per  restare  ancora  &  dialetti  nostrali,  il  foffio  delle  antiche 
scritture  milanesi).  Nulla  ho  a  ridire  contro  il  fondamento  di  questa 
dichiarazioiie  [jt  da  et)*;  ma  vorr^  notare,  che  lo  sviluppo  delle 
alteraiioni  alteriori  va  inteso,  a  parer  mio,  in  modo  piti  semplice  e  piti 
organico  di  quello  che  si  è  fatto  in  sino  ad  ora.  Dato  cioè  il  tipo  fajto, 
potò  avvenire,  per  quel  processo  di  assimilaiione,  o  meglio  di  propoff- 
giìiaxione,  il  quale  in  un  idioma  celtico  (Terso)  asseriscono  affatto 
normale,  che  la  dentale  preceduta  dalj  venisse  assumendo  color  pala- 
tino, per  guisa  che  s'avesse  imprima  una  figura  fonetica,  la  quale  nel 
nostro  tipo  sarebbe  approssimativamente  rappresentata  per  fiytjo  **, 
Qaesto  tipo  ci  i&  poi,  dall' un  canto,  le  figure  prov.  fach  fhich  {faà 
fraé  f acto- f raoto-)  o  il  lomb.  faéé,  in  quanto  il  triplice  suono  che  suo- 
cade  all'a  Ta  tutto  assorbito  nella  definitiva  risultanza  palatina;  e, 
dall'altro,  ci  d&la  figura  epagn.  ftecAo  (heccfico)  o  la  spago,  e  por- 
togh. trecho  {treco,  traete-),  in  quanto  Va  resta  intinto  della  vocale  o 
Kmivocale  che  prima  della  fusione  gli  sussegue.  Piti  innanzi  conside- 
riamo a  quale  delle  due  foggie  di  continuatori  del  tipo  fajtjo  piti  pre- 
usamente  si  abbiano  a  raccostare  i  ridessi  soprasilvani  (II,  5);  e  qui 

*  Oli  Mempj  mìlaneti  noéó  notte,  laéé  latte,  che  ù  trovano  addotti  par  la 
illeruione  di  coi  diworriaiao,  sono  esMDpj  validi  auu'alcitn  dnbbio  (cfr.  par 
fa.,  ìd  ordine  a  'bete-',  il  gencveaa  tate,  che  i^preaenta  la  &m  latte  It^U), 
ma  non  ì  più  opportuni,  porocchd  aieno  temi  che  eacono  in  voeol  sottile, 
circa  i  quali  può  quindi  «erger  dubbio  che  la  eaploaiva  palatina  provenga  da 
mw  lj  il  cai  j  abbia  la  eoa  ragion  d' esaere  nell' antica  Tocal  finale;  cfr.  per 
es-  miL  denc  dente,  (wóc  tutti,  e  da^  sopnuiW.:  fierg  =  forte,  p.  28,  n.  2,  e 
anche  -mene  -mante,  m  n.  al  nnm.  ISl,  e  il  n.  199.  Di  f^tóé  mil,  freddo,  v.  piti 
iuanci. 

**  Per  consimili  propagginasiDai  in  diverge  figure  ladine,  v,  il  num.S37  dei 
pre»enti  aaggi. 


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84  AmoU,  Stggl  ladini,  L 

ohia  (eioò  dreoa),  destra,  6, 39,  dreckiar  (v.  la  a.  a  spechiar) 


intanto,  dopo  aver  teotato  di  meglio  BTTalorare,  circa  lo  CT,  la  di- 
chiarazione oha  anch.'  cesa  provieoa  dal  DiBZ  *,  veniamo  a  toccare 
dà  continuatori  di  CS.  Qui  il  Maestro  dQt«rmìoa  la  solita  risposta 
franco-provenzale  {laissar  laitser,  laxare;  ecc.)  per  solutione  di  cs 
in  ìsb;  e  circa  lo  «che  occorre  ne' ridessi  italiani  e  portoghesi  [at*ì], 
e  insieme  l'analogo  K  (x)  che  si  ha  negli  spagnuoli,  pensa  dubitati- 
vamente  alla  evoluzione  cs  js  BJ  a  (A);  p.  e.  'coxa',  'cqjta,  'co^a, 
cotàa  ital.,  co^o  [coJio]  spagn.  Secondo  quello  che  mostrammo  nel 
discorrere  di  CT,  noi  dovremmo  preferire:  'oojsa'cojija,  a  cosi  di- 
chiarare agevolmente  anche  il  tipo  portoghese  teioìo  (•=  saisjo  'seiso)  o 
lo  spagnuolo  texo  {i  taisjo  'teto  teho),  e  insieme  pure  il  tipo  franco- 
provenzale  [laUiar  •*  ^'laisar  iaùjar).  Ma  le  difflcolUi  che  s'incontrano 
nel  chiarire  i  continuatori  di  CS  per  la  via  che  il  Diez  ci  ha  in  parte 
mostrato,  non  sono  punto  lievi.  Avremo  imprima,  per  incominciar 
dalla  men  grave,  ohe  il  tipo  portoghese  seixo  {seilo)  differiace  dal 
tipo  trecho  che  la  stessa  lingua  portoghese  ci  mostrava  sotto  CT,  in 
quanto  nel  primo  l' aj  [ai)  del  substrato  da  ei  {~aisjo  -etto)  e  non  dà 
nel  secondo  se  non  la  sola  e  (-aitjo  -eòo  -eso]\  e  pure  il  provenzale, 
se  lo  accomuniamo  in  questa  dichiarazione,  ci  porgerebbe  diversa  la 
alatwrazione  di  CS  da  quella  di  CT,  in  quanto  la  prima  sempre  mo- 


*  II  qnale  l'ha  in  mirabii  modo  inffragata  col  mostrarci  eh  (ò)  Rpagn.  da 
un  j(  (ti)  di  altra  prOTeaicnaa,  nella  Berle  cui  spetta  mucho  =  mojto  =  molto 
(gr.  1*  194, 1'  207).  E  la  palatina  lombarda,  ed  anche  proveniala,  di  base  per 
piti  ragioni  di?ersa  da  quella  che  é  nel  tipo  ftijio  fai^o,  occorre  in  /Vece  milan., 
frtg  {freg)  provenz.,  freddo,  i  quali  riflessi  di  'frigido'  mi  danno  opportuos 
occasione  di  ritoccare  ÒA  che  è  detto,  Bulle  generali,  al  num.  34,  circa  i 
conlinuatorì  romanzi  di  questa  voce  latina.  Uno  gd  [g  gutt  +  d)  nella  basa 
romanza,  ripugna  alle  ragioni  storiche^  lo  epaga.  frio  mal  si  concilia  col  nesso 
assimilato;  i  ridessi  ladini  mai  si  conciliano  con  un  antico  frtjd,  e  insieme 
riflutaoo  nna  base  latina  eoiri}  quindi  la  indagine  laboriosa  per  conseguire 
un  fondamento  in  cui  si  risolvessero  le  difficolta.  E  mi  pare  d'essermi  posto 
eolia  bnona  tìb  (cfr.  ot^tnti  trì^tnta,  c^'[i]nli  trìj[i]n(a,  sp.  ti4itiU  ireinta), 
ma  aolo  di  avere  omesso  di  discemere  che  frijdo  e  frido  {friido)  si  continuino 
entrambi  nel  lessico  romanio.  Il  provens.  freid  non  sarebbe  ad  ogni  modo  en- 
trato senza  stento  (malgrado  il  parallelo  dell'ei  per  è)  nell' analogia  dell'i;  e 
la  variante /)*«^  risale  manifestamente,  insieme  col  frecé  mil.,  stfrejd  (*frejdj, 
T.  sopra);  colla  quale  figura  si  pud  ancora  conciliare  la  geminata  italiana  (cfr. 
trarr*  in  u.  al  num.  171),  considerandosi  eziandio  la  tenacità  della  dentala  nei 
veneto  fredo,  allato  a  nudo  nuo,  crudo  cruo,  deo  (dito). —  Intorno  ai  con- 
tinuatori di  et  e  pt  si  puA  ancora  vedere  il  §  2. 


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,      §  I.  Qrigioni;  A.  Sopruelva:  et.  85 

"dìrectare,  litigare, 5,40  (ctr.drech  nel  senso  di 'giudizio',  iK2S, 


strerebbe  l'i  oltre  la  fusione  di  ciò  cbo  gli  sussegue  nel  substrato 
{-m--i»,  -^sj),  dove  l'altra  non  lo  mostra  mai  {-eh,  -«',  -itj).  V'ha 
ÌD  Recondo  laogo,  che  procedendo  col  Dìez  dovremmo  ammettere,  per 
CS,  la  soluzione  italiaoa  di  e  in  j,  la  quale  rimane  affatto  esclusa 
per  CT.  Ma  c'à  di  piti,  ohe  non  solo  l'i»  franco-provenzale,  ma  ben- 
&aco  ri/(i>)  portoghese  torna  nella  continuazione  dei  lat.  SGE  SCI 
(portogh.  feiaa  fascio,  faiaia  allato  a  faxa,  fascia)  e  pura  in  quella 
del  lat.  SS  (portogh.  jiaùcòo  passione;  prov.  bainar).  Noi  quindi  non 
vorremo  già  asserire  che  affatto  manchi  tra  i  continnatort  di  GS  uno 
sviluppo  analogo  a  quello  che  per  CT  concedemmo;  ma  pur  dovremo 
riconoscere  che  per  la  massima  parte  degli  esempj  tutto  ci  spinge  a 
dichiarazione  diversa.  Le  proporzioni  numeriche  oi  saranno  in  quaU 
che  modo  additate  dal  valaco,  il  quale  come  per  GT  ha  quasi  senta 
eccezione  la  figura  non  assimilata  {pi),  così  ha  all'incontro  la  assimi- 
lata per  normal  continuazione  dì  GS  *.  L' assimilazione  sarà  il  caso 
solito  nella  fondamentale  figura  romanza  (lassare  =  laxare),  donde 
pervlenesi  a  a  per  quella  stessa  via  ohe  vi  conduce  da  SS  latino,  e 
k  fase  intermedia  altra  non  pu6  essere  che  quella  di  gsj  **,  pel  quale 
«viluppo  si  coindde  legittimamente  collo  /  continuatore  del  nesso  te 
ài  SGE  SCI,  che  è  fenomeno  parallelo  a  quello  di  n  {cignere  ecc.) 
nella  continuazione  dello  nff  di  NQK  NGI.  Avremmo  dunque  unj' 
parassito,  pita  o  men  decisamente  sviluppato,  che  ci  porta,  con  mag- 
giore o  minor  fermezza,  a  a.  Ma  anche  una  quarta  base  latina,  che 
è  lo  d  di  CE  CI,  può  darci  a  (v.  il  n.  170);  e  per  limitarci  al  sopr»> 
silvano,  gli  /  dell^qoattro  provenienze  ci  saranno  rappresentati  da 
fatchar(«xx,n.  174),  attffrasch  [/-ss,  n.  13e)./'atc&(«-8o[i],  n.lSg), 
cntteh  {a''é\é\,  n.  61).  Ora  >^'  e  s,  qual  pur  sia  la  loro  orìgine,  ri^ 

*  La  non  asBìmilata  sta  qasal  eccezione  in  coaps*  coxa. 

**  n  DiEZ,  nel  diecorrere  di  st  in  /  eco.  (gr.  S  lat.,  1),  ci  ammonisce  a 
noD  vedarri  rinterrento  di  uno  j',  per  la  ra^oue,  che,  dato  va  j  etimolo- 
gico, la  riaultaaca  aia  quasi  sempre  diveru  da  Ì  ecc.  Veramente,  quando 
li  tratta  di  dichiarare  eoia  (coscia)  ecc.  da  'cosja,  egli  medesimo  ricorre 
all'analogia  dello  /ecc.  ohe  si  ottiene  da  ij  etimologico  in  baso  (bascio  ba- 
aiam,  ecc.).  Ha  c'è  di  piti;  che  la  differenza  tra  il  normale  prodotto  di  -«j- 
etimolc^co  (cioè  t  i;  ì  é  cosi  lo  j  portogh.  di  fajSo,  phaaiacua,  come  Io  g 
toccano  di  fagiano  ecc.),  e  quello  dello  asj  (a  sj-)  a,  cui  ora,  siamo  ajrivatE 
(ìli),  è  a&tto  natorale;  ivi  trattandosi  di  -s-  scempio,  e  quindi  dt  fusione 
«mora,  per  la  facile  pi-evaleaxa  della  sonora  rafforzata,  e  qui  alfiacontro  di 
doppio  M  (o  a-),  che  dà  legittimamente  una  fusione  sorda. 


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68  Alcoli,  Saggi  ladini,  t. 

e  'rechi*  'recht^  nd  tedesco);  teg  tectum  8,8;  lég  lectus  8,14; 


scono,  in  qualche  porte,  a  propagginara  la  sottil  vocale  palatina  t  dia-  | 
tro  alla  vocale  che  ad  essi  precede.  Pel  quale  feoomeiio  e!  laranno 
esempj  BoprasUTsni :  tscftill  'alscMlI  (x;  n.  94);  ntacher  (*nai3cher; 
se,  pag.  11,  n.  2);  tétch  taoio,  Conr.  gf.  65;  aisck  acìdns,  paUeh  pace-, 
ss.  62, 64, 216  [paitch  iì  patch) ,  Carig.  41,  43.  L' i  delle  forme  fran- 
cesi sulla  stampa  di  pcSai  (p&is)  va  tra  i  pib  sicuri  indi^  che  le  situ- 
lanti  franoo-proTenzali  (■  ecc.),  le  quali  ora  continuano  il  e  di  CE  CI, 
aien  passate  per  la  fase  palatina  e  palatile  (S  ^  ecc.  ;  cfr.  il  nam.  pren- 
dente in  nota].  Analogamente,  non  piti,  nel  f ranco-provenz. ,  ù^'  od  u 
nella  oontinuaxione  di  io  o  té,  ma  u>,  non  sema  per6  ohe  rimaoguo 
traceie  proTeniali  della  fase  precedente  (cfr.  le  ortografie  ìmxAor 
laicJtar  eco.  raccolte  dal  Diez  b.  S  provenz.};  e  l' tw  abonda  anche 
nelle  contìnnaEioni  oberlandesi  di  a>  (n.  174;  ofr.  t  e  s  s.  CE  CI). 
Onde  conohiudiamo  che,  a  parlare  ancora  per  via  d' esempj,  il  por- 
toghese teixo  (<■  10IJÓ,  cfr.  soprasilr.  Sursaina  C.  Yl,  §  1)  è  taàtjo 
da  toMtljJo,  per  sviluppo  di  j  dietro  a  s*  e  naturai  sua  propagìu, 
cosi  come,  nel  caso  di  j  etimologico,  il  portoghese  fieO'o  (~  beiìo]  è 
bavfjo  da  ba^o.  E  venendo  finalmente  ai  continuatori  di  ON,  qui  il 
Diei  vede  g  in  j  (p.  e.  reyno  *Bpagn.)  e  poi  l'invertimento  (p.  e.  renjo, 
cioè  regno  itaL).  Non  oserò,  pure  in  questa  parte,  negar  del  tatto 
la  riduzione  palatina  della  gutturale,  e  qui  il  propaggin&rat  del  j  (per 
es.  i^no  r^f^o)  sarebbe  pib  legittimo  che  mai,  come  tra  l'altre  ci 
InseguerA  il  num.  237  del  sottosilvano.  Ma  alla  costante  assimilaiione 
che  ci  è  additata  dal  valaoo  *,  e  alla  difficoltà  di  ammettere  j  (i)  ita- 
liano da  g  gutt,  qui  ai  aggiunge,  per  ispingercf  alla  stessa  dichìa- 
raiione  che  per  la  maggior  parte  de'  casi  di  CS  volemmo  addottala, 
tà  aggiunge,  diciamo,  dall' un  canto  la  facilità  grandissima  dello  stì- 
lapparsi  di  j  dietro  a  n,  facilità  che  ancora  si  accresce  dove  si  tratti 
di  n  geminato  o  complicato  (cfr.  LL  e  L  complicato,  e  giyw  tnjair 
n.  llOeng.),  e,  dall'altro,  il  fatto  delle  risposte  logudoresi,  nelle  quali 
esclusivamente  si  vede,  o  la  netta  assimilazione,  o  la  netta  e  spic- 
cata continuazione  di  n;  (connodu  cognato-,  manttu  magno-;  ptmìu 
pugno-,  anione  'agn-one  agnello,  cfr.  catcanzu  "calcaiijo-  ecc.).  Vor- 
remo quindi  veramente;  pugno- pimno- punnjo- ,  e  a  volte,  col  j' pro- 
pagginato od  attratto:  puàwjo- ptyno-  (cfr.  Schuch.  vok.  1 115-10]' 
Lo  spagnuolo  pimo  (opupjo),  pugno,  starà  a  un  anteriore  jiwino,  od 


*  Qnett' idioma  ci  dà  conUnnamente,  con  mezs'aoimilaiioiie:  i 
et.  lemn  Umnes,  lignnm  lignosna. 


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S  1.  Qrìgionii  A.  Sopruelva;  et        ~  87 

anialleg  intellecta-'^partic.  e  sost.)  13,51;  15,16,  lechias  lectae 
(scelte,  slflzioDl,  Fil.  1,22,  Ebr.  11,25);  par/Ì!i7;«  perfectas5,48; 
19, 21,  piar,  perfegs  5, 48;  speohiar  (aspettare,  '-spectare  *  )  11, 
3;  pechien  pectin-  lesa.;  aeckiur  nnm.  87';  strechia  stricta  7, 
13;  gig  dìcto-  3, 3;  fìch  (Conr.  e  Car.;  fig)  fleto-  (da  'flgere',  cfr. 
l'ital.  fitto  ecc.,  nota  al  d.  164;  e  dice  avverbialmente:  molto)  17, 
6;  sehig  exsactus  Ebr.  11,  29;  frig  fractns  3, 10;  nun-frieh- 
■ììkI'I  (infruttuoso)  13,  22;  -  faig  facto-  17, 12,  fem.  fackia 
{fachias  alvas  fatte  bìBDche  23, 27);  traig  tracto-  27, 28,  per- 
tarchiavan  pertractabant  nato.  134;  laig  laete-  Ebr.  5, 12  >;  - 
cockia  (terra  cockia  terra  cotta)  27,7;  noig  nocte-  2, 14;  oig 
octo  L  2,21;  luchtar  lactarì  n.  63;  soing  soingchia,  sancto- 1, 
18,  saacta  I  Cor.  7,34,  Giud.  20,  cfr.  n.  14,  e  v.  per  INCT  UNCT 
il  a.  152.  Voci  non  indigene  ci  risultano  factur  20, 8,  respetZX^ 
37,  docfnnos  15,0;  e  tale  sari  anche  tschinta  num.  169.  Indi- 
geno  all'incontro  h  sicuramente  petx  ns.  153,  pèx  Car.  nacbtr., 
'pex  Conr.  s.  'brust',  pectus,  malgrado  che  non  tì  si  vegga  la 
palatina.  Lo  sviluppo  della  qnale  fu  impedito  in  questo  esem- 
plare dall'aderenza  del  s\  e  si  rivede,  a  vocal  suasegaente,  in 


a]  rsl.  pumn,  come  lo  spago,  dano  (■  danjo),  daaoo,  atl'ìtal.  donno, 
lat.  damno-,  a  come  lo  spagn.  ano  ^a^jo),  anno,  ad  anno  ita),  e  Ist 
Si  reggano  i  riflessi  sopraaltToni  al  num.  194,  e  si  confrontino  i 
Dum.  235  e  237. 

'  Mil«Q.  tpeéóA,  c&.  la  nota  chs  precad».  Potreltba  tslnno  chiodare  M  piut- 
tosto non  Et  tr&tU  d«I  mibitrato  '-spect-ia-re'  '-ipec^^are'  (cfr.  il  num.  63)  ;  a 
ccalptr  àracKiar  (t.  sopra)  del  Bnbstrato  'drect-ia-re*.  Ma,  dall' un  canto,  la 
qualità  dalla  palatina  afferma  in  sicaro  modo  U  perfetta  analogìa  tra  Mpt- 
chiar  0  dreehiar  e  slrechta  ecc.  (v.  la  n.  al  nnm.  107  e  il  nnm.  166);  e  dal- 
l'altro abbiamo  realmente,  aenza  ria  derivativo,  l'ang.  ipettdr  tpetUr,  e  il 
lUMO-eog.  drenar  litigare.  Vero  i  che  Ì*alto-engad.  ha  colla  palatina:  dra- 
cUùra  lite,  (h1)-«cMii  litiga,  I  Cor.  6, 6. 7,  mentre  dice  «Irvi  drettii;  ma  ai  regge 
por  quivi  la  palatina  da  et  e  la  ragione  delia  qualità  eoa  (v.  il  n.  17:9  «ng-)- 

*  Qui  «petts  aocha  vttgira  =  vectnro  ds.  (coodotta  di  merci;  Conr.  Cu-.: 
nchira),  eomnnqaa  paja,  a  prima  vista,  poterai  disputare  sa  vada  sotto  quaato 
nomerò  o  non  piuttosto  sotto  il  108. 

'  targvir,  imboto,  tra[je]atorio- ,  Conr.  s.  'trachter',  dovrfc  anch'esso,  mal- 
pado  l'inesatta  scrittora,  esser  qui  addotto,  a  raggoagliarai  all'angadin. 
fraeÌMoir  che  avemino  al  n.  47  (cfr.  n.  2S0  e  S35). 

'  Noa  ammetteremo  pard  l' asnmi Iasione  (petit),  ma  vorremo,  a  dar  la 
figura  compiuta:  *j>9ti'i,  cfr.il  prov.  peid.  B  sia  comunque,  l'effetto  di  qua- 


;vGoo»^lc 


88  AmoIì,  Saggi  ladiai,  I. 

pichiuriiia  'pectòrina  (carne  pettorina,  punta  dal  petto,  brnat- 
kern  Gar.;  cfr.  il  frc^^'ne).  Assai  notevoU  sono  inoltre  alcool 
esemplari  in  cai  acopriamo  -oc  -io  {-ag  -i^)  soprasilyani  per  -acht 
-icht  tedeschi,  ed  è  legittimo  di  qui  considerarli,  comunque  non 
.ai  debba  punto  credere  che  la  coincidenza  del  prodotto  fonetico 
di  -cht  alemanno  con  quella  di  et  lat  implichi  il  medesimo  pro- 
cesso alterativo  per  ambo  i  casi  *.  Abbiamo  dunque  adaig  {ad 
els  venan  ruigin  adaig,  ed  essi  non  ebbero  alcun'  attenzione,  24, 
39),  che  deve  primamente  essere  stato  modo  avverbiale  (cfr.  Car.: 
dar,  far  adaig),  e  contenere  il  ted.  acht,  attenzione  (us.:  adag, 
cun  adatg,  p.  64, 172;  e  Gar.  rimanda  al  verbo  dachiar  [-da'car, 
.d-acht-iar] ,  che  presso  di  lui  non  si  ritrova ,  ma  si  presso  il  Conr. , 
col  significato  di  'stimare',  cfr.  il  ted.  aoht-en).  Secondo  esempio 
porremo:  ditgiar  si  'inventione  finta'  ds.  (alla  terza  pars.:  quel 
che  datgia  si  'inventore';  cfr.  Conr-  diohiau  s.  'erdicbtet'),  cioè 
'dacht-iar,  dal  ted.  er-dacht,  inventato;  per  \'i  dall'a  f.  d'acc., 
vedi  p.  41.  Terzo  esempio  ci  esce  dal  soprasilv.  deg  =  dich  eng., 
che  il  Carisch  (gr.  157)  adduce,  allato  a  fich,  tra  gli  'avverbj 
di  grado'  {deg  avunda  bene  abbastanza;  ds.  traduce  'satietd; 
fastìdio'  ^er  deig  avonda) ,  ed  altro  non  dev'essere  se  non  il  ted. 
dicht,  spesso,  fitto,  e  quindi  l'esatto  parallelo  ideologico  àifich 
(v.  sopra,  in  questo  stesso  numero)  >.  Qui  finalmente  si  ricor- 
dino ancora,  per  la  loro  ragion  lessicale,  i  riflessi  di  'puncto-' 
in  quanto  partano  dall'intermedio  tedesco  (-nkt  -nk  -oc,  cfr, 

173  n,  164);  vedine  il  n.  160-1  in  nota.  GR:  aa  lagranen  ecc., 
num.  3,  con  gr  comune  (ma  di  una  particolare  alterazione  di 
'alegro,  v.  l'ultima  n.  al  num.  190,  dove  anche  si  considerana 
i  riflessi  di  'macro-');  all'incontro:  sarament  saramenis  14,7; 
5,33;  larmas  lacrymae  Apoc.  21,  4,  e  v.  del  riflesso  di  'soc[e]- 

174  ro-'  in  nota  al  n.  171.  Circa  secret,  v.  il  n.  21.        GS  (X):  Iff 


ato  •<  contribuisce  esso  pure  a  mostrarci  eh*  à  tratti,  in  questo  e  in  esenidj 
couiimili  (n.  137),  della  continnEiiione  del  f  tematico  latino,  e  non  dell' SP' 
plieazione  anorganica  del  -*  nominativo  (cfr.  perfeg^s,  sg.  predicativo  di  pf- 
feg,  5,48);  v.  Ili,  1.  B  poiché  ritocco  di  questo,  avrei'to  sin  d'ora  cb«  il 
principio  del  n.  137  doveva  stamparsi:  s  di  nomin.  sing.  sa.  nell'aggettivo  Kc. 

'  Vedi  C.  V,  g  1;  e  cfr.  il  aottosilv.,  donde  ai  aggiunge  -ic  -ig  =  -iicht  ted. 

'  Circa  la  vocale  aopnuil*.  di  questo  dég,  cfr.  le  Q.  ai  nnm  41  e  33-  U 
diftrenza  di  significato  fra  dtg  e  fcK  (fig  fetg)  etarabba  unicamanta  in  cid, 
che  il  secondo  indichi  un  grado  piti  alto  che  non  Caccia  il  prima. 


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§  I.  QrigiODi;  A.  SopraMlvA:  qv.  89 

tckar  {*lacsjar«,  T«di  la  prima  oota  al  n.  172)  laxare,  lascia- 
re, 15,32  <;  cueissa  (▼.  ib.,  e  n.  55)  coxa,  tissi  (*tiaissji;  efr.  i 
D.  56  e  168)  toxicuin;  [fiuss  flaxna],  sia  sex,  vess  tÌx;  —  pre- 
leict 23,14  èia  voce  latina,  ripresa  al  tedesco.        CL,  n,  117-8. 

QV. 
Intatto:  guai  III  2;  guatter  15,38,  quatordisch  1, 17,  quartaund  175 
mot.b;persequitarì0,23,  persequiteschan  (perseguitano)  5, 
44; —  colla  tenae  in  media:  guai  acquale-  (ugualmente) 26, 44 ,  176 
gnlifmeng  *egualÌTamente  Cant.  4,2»; —  smarrito  l' elemento  177 
otturale:  ava,  pi.  auas,  aqaa,  10,42;  8,32,  cfr.  l'engadinese; 
suenter  ("seuentre  seguent.  "),  secondo  [prep.],  dopo,  dietro,  2, 
16;  3,  II;  4,  20,  usato  pure  in  funzione  nominala  (cfr,  davos 
DUB.  126*):  ilg  suenter  haller  l'ultimo  quattrino  5,26,  a'ilg 
tuenter  buU' ultimo  21,37  (cfr.  ancora  il  tipo  Terbale  savundar 
seguire  8, 19,  e  in  ispecie  il  cattol.  suendar  ds.);  luar  (lique- 
farsi. Il  Piet.  3, 12),  che  dev'  essere  'liquare'  *  ;  cfr.  i  num.  167* 
e  184;  —  smarrita  la  vocale  f.  d'a.  che  gU  sussegue:  quronta  178 
nnm.  16;  anqurir  anqurivan  in  +  quaerere  -quaerebant  L.  19, 
10;  21,46,  maio  acc:  angu^ra -quaerit,  7,8;  18,12";  cusckes- 


'  Per  s  =  «,  T.  ancora  i  num.  134,  7  n.,  04,  71  n.  E  altri  esemplari  «bra- 
siliani per  CS,  V.  al  num.  174  sottosilT. 

'  Gang.  13-13:  ulioamtxn,  cfr.  il  unm.  che  segue. 

*  nwntcr  4  eenz' alcun  dubbio  U  voce  participiale  Mqventt-  con  r  epent»* 
lieo,  e  Tft,  come  il  Dnz  ha  inaeguato  (gr.  II',  prepoa.,  'gecundum',  cfr.  I'  401), 
col  proT.  Kgvtntre,  ant.  fn.  itmetttre  soentra  (ai  quali  ai  potrà  aggiungere, 
attratto  alla  ena  volta  da  ttgónd  seónd,  secondo,  il  hi.  seàntri  secondoché); 
ma  é  ootoTole  il  concordar  che  fanno  pib  favelle  nello  -ntre  =  *-n(«  di  questo 
eunplare;  a  il  tequenter,  eiinde,  ap.  oti  Cxnsi,  aar^  appunto  un  *sequentre 
Istineggiato.  V.  il  unm.  230  e  cfr.  auUr  avT.,  Ticino,  nella  Valle  di  Munater 
(g  I,  C),  Car.,  accanto  all'ital.  accosto.  Nell'epenteei  del  r  in  avverbj  ecc. 
Ila  fÒTBB  qoalclia  parta  anche  l'influsao  analo^co  di  ent-  «d  entre  ('intua'  ed 
■inter"  ecc.);  cfr.  sopruitT.:  <«(  ili;  fieueaeì  fiaoco,  t-enter  ilg  pievetntì  po- 
polo, fra  il  popolo;  prov.  tns  ed  entre,  Ari.  -etu  [ent-a]  ed  entri. 

'  V.  l' engad.  al  n.  176,  Un  altro  eaemplare  abbiamo  iu  nota  al  nnm.  che 
preceda;  cfr.  ual  =  ugval,  Csr.,  adval  in  nota  al  num.  232.  E  qui  potrebbeai 
Ulcera  volere,  per  *qv  iniz.:  ttett  (Car.;  Conr.  a.  'quitt'),  aciòlto,  pareg^ato, 
pag«to  (apagn.  qui^,  ecc.,  t.  Dtii  a.  cMto),  ma  Tiene  qualche  incertezza  dal- 
l'avani,  pur  twl  ted-,  mmM  allato  a  qyitt. 

'  L'i  non  risponde  all'f  del  latino  iitqulrit,  ma  bensì  all'o*  del  semplicef 
a  -qvém  potrà  riTenire  i,  -guiera  (cfr.  nnm.  67  e  l'esempio  che  ora  Mgue 


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90  AkoÌÌ,  Saggi  ladini,  1. 

san  cutcheva  (tacessero  taceva;  qaìescere)20,3l;26,62,  ma  in 
179  ECC.:  quesch  (*quieach*)  Mr.4,39;  cusHun  Carig.  46; —  smar- 
rito l'elemento  labiale,  nella  base  pronominale  qu-:  chi  ehei, 
ca,  V.  Ili  2,  con{t]  gig  Ca.r.  !=quont  gig  (quanto  a  lango,  qnam- 
diu)  di  Gabriel,  Ur.  9,19,  cfr.  ehzecons  oa.  num.  90  a.,  allato 
ad  anxat/uontas  Apoc.  3,4  ';  e  ancora  in  tschunc  ecc.  (quinque, 
nam.  236),  latsch  laqueus  L.  21,35,  stórscher  Gonr.  Car.  (ds.: 
storscher  storiar  p.  309,  260;  cfr.  n.  170),  -torquere,  nei  quali 
tre  esempj  ò  assai  antico  il  dil^uo  e  quindi  il  suono  palatino 
(cfr.  cinque  laccio  tòrcere)  *.  E  sieno  finalmente  ricordati  i  ri- 
flessi di  'coquere'  (cocere),  al  Dum.  171. 


180  Qui  va  richiamato  tatto  quanto  ci  accadde  notare  nell' introdurre  il 
discorso  di  C.  Troveremo,  percorrendo  le  varie  seiioni  della  sona  !>• 
dina,  come  sa  questo  campo  si  determini,  meglio  otie  non  awenfa 
nel  fraaco-proveuiale,  il  triplica  riflesso  del  g  romano,  secondo  che 
esso  preceda  le  vocali  palatine,  le  labiali,  o  Va.  La  base  origioaria 
sì  fa  alquanto  rara  per  la  formola  QA.;  ma  già  vedemmo,  che,  pel 
digradamento  di  tenue  in  media,  si  ottenga  in  lai^a  misara^a  da  ea, 
del  pari  che  gè  da  ce,  onde  poi  si  hanno  le  ulteriori  elaborazioni  ro- 
manze (num.  159,  165,  171};  ed  ora  veniamo  senz'altro  alla  messe 
sopraailvana  pel  g  genuino. 

181  GA  intatto;  iniziale:  gaudig  gaudeam  -eat  n.  93;  galgina  n.  112; 
gaulta  (prov.  gauta,  it.  gota,  v.  Diez  tess.  a.  v.)  5,39;  mediano: 
larga  7,13;  pagauns;  plaga  (piaga)  Apoc.  13,  3.12. 14;  roga 


nel  teato),  come  di  fatto  «'he  anquiera  Ei.  34, 12  e  Conr.  gr.  50.  Si  tratti 
di  coraposto  moderno,  com'd  l'itaL  ri-chiedere,  che  ritime  a  re  4-  quaerirt  « 
non  a  reqtnrtr». 

'  CO.,  pai  dileguo  dell'i,  la  nota  chs  precede.  Nei  nflean  di  'qnietiu': 
qutu,  cheu,  Car.  die.  123,  nacbtr.  II,  non  ri  pud  diaceniere  ee  realmentsii 
abbia  lo  eteeso  dilegno  (*qnii"a  ecc.  nom.  35  in  f.).  Ma  la  forma  qviet  dei 
Ismìcì  sopraHiNani  sarà  difflcìtmeote  indìgena.  Se  tale  fbue,  biaognarebbe  dira 
che  avesBa  perduto,  per  dissimilazione,  l'i  dell' fise  lat.  (*quieìt).  Cfr.il 
num.  221  engadinese. 

*  Cfr.  cheu  nella  nota  preced.,  e  anche  il  correlatlTO  di  'chiotto'  al  n.  lOS, 

*  Pure  in  ehi  ehei  é  panata  la  gutturale  in  palatina  (cfr.  p.  e  ns.  92:  igij 
chi,  tffiei  che  cosa),  per  l'attigoitA  dell't  o  dell'e;  ma  la  palatina  é  "S,  secDodo 
le  analogie  di  cui  i  toccato  al  n.  166;  laddove  é  e  nel  ri&ewo  di  'cinque'  ecc., 
Btsnte  la  piii  antica  attiguitit  della  vocale  palatina. 


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1.  Gridoni;  A.  Sopruelra:  ga,  eee.  SI 

rogat;  anganammt  ingannamento  13,22.  —  Ma  la  formola  -IOA  182 
ci  darà  'igia  {'ia)i  circa  il  qaala  riscontro  va  ricordato  quanto 
avvertimmo  nel  trattare  di  -ICA  (num.  165).  Quindi  :  ligiar  liga- 
re,  j-Ii^r,  /tt^'an  ligant,  16,19;23,4,  {i(^*a  (la  lega)  Apoc.  Il, 
19;  fadiar  'igar  lesa.,  fa^a  (la  fatica)  Ecclea.  2, 10;  castigia 
castìgiaders  castigiai,  castigat  castigatores  castigati,  Ebr.  12, 
6. 9,  II  Cor.  6, 9  (cfr.  num.  183)  <.  Un  esemplare  par  la  palatina 
nella  formola  -UQA  par  di  vedere  in  fitgia  fuga  Qer.  49, 24  e 
lesa.  '\  ma  à  sicuramente  illusorio,  e  vi  dovremo  riconoscere  la 
palatina  del  verbo,  cfr.  nnm.  190  e  IT,  4.  Piuttosto  va  qui  ricor- 
dato, comechò  si  tratti  di  -ca  originario,  roscillarsì  tra  ga  e 
ga  iniziale  nel  riflesso  di  'catus  gatto'  :  giatt  ds.  ,  gat  gatta  giatt 
gialla  Conr.,  gatt  Car.,  giat  giata  Carig.  140, 149  >;  ed  è  final- 
mente notevole  la  palatina  nella  formola  RGA  (cfr.  RCA  n.  164) 
in  gargiatta  che  ds.  cl  oflVe  allato  a  gargatta,  p.  153.        GO  183 
CU;  intatti:  gula,  anguscha  num.  140;  fog  rogo  L.  14,19;  ma 
in  ciaUg  (io  castigo),  Apoc.  3, 19,  il  g  sarà  palatino  *,  cfr.  -IC[0] 
al  nam.  167  e  III  3;         dileguato  ò  il  j/  di  GV  in  j'u/' jugom  184 
Cjngvo  *javu;  cfr.  il  gonov.  iuvu,  il  vener.  zoo,  ecc.),  e  urar 
angario  ds.  (cfr.  Mran  augurano  II  Macc.  11,  34),  circa  la  sto- 
ria dei  quali  esemplari  va  in  ispecie  considerato  il  num.  184  en- 
gadinese;  e  intanto  aggiungiamo,  pel  dileguo  di  g  in  GU  ini- 
ziale internato:  nuot  =  naguot  num.  65.  Cfr.  il  num.  167^,  e  la 
nota  al  185.        -GUA-:  letmgua  (*li«ungua  II  3;  lingua)  Mr.7,  185 
33.35;  L.16,24,  languaigs  (linguaggi)  Mr.  16,17;  Apost.  2, 
4;  I  Cor.  12, 10. 28.  30.  L'u  qaindì  rimane  costantemente  in  Ga- 
briel, ed  è  anche  riverberato  dietro  la  vocale  in  accento  della 
sillaba  che  precede  (num.  236);  e  nel  Y.  T.  si  vede  l'u  river- 
berato anche-nella  forma  coli' accento  sulla  seconda:  lungwàg 
l'Uungiuxg,  num.  94)  lunguaigs,  Gen.  10,  5.  20.  31  (ma:  lan- 
guaigs  Zacc.  8,23);  cfr.  soprasass.  lunguagg  ds.  Alle  forme  so- 
prasilTane  attuali  più  non  rimane  se  non  l'u  riverberato;  li&nga 


'  Conr.  ha  'eaitigar  atrafni',  e  poi  'atrafan  etufigiar',  ma  eaclaaivuneote 
mttgad^ri  Cu-.:  coflior  easHgiar,  ma  cMligader.  Cfr.  le  diacrapui»  circa 
jiorifiehiar  «ce.  al  num.  164. 

'  Conr.  fitigia  fugia,  Car.  fugia,  Carìg.  fuigia  41  ;  ma  DS.;  fuga. 

'  Cfr.  giombtr  eammanu  gambero  n.  17. 

*  fadigiel  ligUi  (=  fìtdig-tt  lig-el,  t.  Ul,  3)  fiitigo,  Ugo,  Carig.  17  n. 


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dS  AscoH,  Saggi  ladinh  I. 

186  lungaitg  ds.  163,  IS3,  leunga  lungatg  Car.  •.         OUE  GUI: 

187  saung*;  anguilla  Conr.  Car.;  in  stenseher  stenschantar 
sofibcare  (lesa.;  stenschantanen  soffocarono  13,7),  abbiamo  la 
continuazione  di  'extingere'  (num.  189)  anzicbò  di  'estinguere', 
e  l'antichità  del  dileguo  dell'»  è  in  ispecie  afformata  dal  ri- 

188  flesso  franco-proTenzale:  estenjer  '.       OE  Gì;  col  g  riflesso 


*  Conr.  adduca  ancora  la  serie:  lieunga  liwngwt  leunpwa;  Ungvaig  fuN- 
^i'^, —  Sotto  il  praMote  numero,  e  in  relaziona  con  quello  ohe  precede, 
-vorremmo  etìaDdìo  considerare  uno  QWA-  tedesco,  aTutoai  per  dileguo  di 
vocale,  e  rifieuo  per  gva-  ed  uà-  aopracilT,  (cfr.  noia.  17&--7).-  guauU  Con-, 
vatUt  giiault=i'tfa\t  (gevalt,  fòrza)  Car.,  a  cai  va  unito:  vaiti  guaiti  (Car.; 
Conr.;  guaiti  "•  sierolich),  ciod;  g'xoaltig  (cfr.  la  nota  al  num.  168,  Terso  1» 
fine),  ridotto  a  dire,  net  eopraailvano,  ' b aste to! mente',  antiche  'troppo,  di  u- 
Terchjo*,  per  quella  indeciaioae  tra  il  sufficiente  e  V  ttuberante  (cfì*.  p.  e.  'a< 
bo  abbastanza'),  che  il  linguaio  ritrae  anche  in  àbunde,  la  qunl  TOce  nelU 
lettere  romane  e  ne' riflessi  ladini  ci  conduce  dal  'eoverchio'  al  'bastante',  e 
in  *ad-Matii  [ite.  asiet,  it.  a$iai),  che  Ticereraa  ci  porta,  in  favella  italiani, 
dal  'bastante'  all' 'abondaote'.  Pib  d'un  grammatico  indigeno  ha  voluto  rac- 
costare vaiti  guaiti  al  lat.  taide;  ma  se,  come  testé  vedemmo,  dal  lato  ideo- 
logico nulla  vi  sarebbe  da  opporre,  la  fonologia,  all'incontro,  deve  per  qua- 
druplice ragione  rifiutar  questo  ragguaglio,  poichA  calde  lat.  doveva  dan 
vautda  o  vauld  soprasilvano.  —  Ma  allato  a  uault  guault,  forza,  giova  fiaal- 
meute  avvertire  che  le  stesse  due  figure  fonetiche  valgono  presso  il  Carìech 
anche  per  'selva',  cioè  per  wald  tedesco  (cfr.  nnm.  130);  poichd  vien  da  do- 
mandare, se  forse  la  figura  senza  gutturale  non  eiasi  resa  comune  anche  il 
«iguiflcato  di  'forza'  pel  fatto  che  'selva'  e  'forza'  erano  lagittimameote  tb- 
nuti  a  coincider  tra  di  toro  in  quella  colla  gutturale  (g'walt;  [g]wald)j  i^ 
pure,  se  la  figura  senza  gutturale  non  sia,  a  nel  rìfieaso  di  vald,  e  iu  altri 
consimili,  un  ritorno  alla  figura  originaria  per  dilegno  di  g,  piuttosto  che  udì 
forma  genuina  la  quale  coesista  all'alterata.  Per  consimili  doppie  figure  ag- 
giungiamo da  Car.:  vita  guisa,  e  Gabr.  stesso  ci  dar&,  allato  a  guida  n.  LIO: 
antruoidar  (alto-engad.  infraguidér)  Tit.-l,  9,  istradare,  cioè  'Intra-guidare' 
(ctr.il  tad. 'unter-weisen').  Ancorasi  noti,  in  quest'occasione,  wnf^  db.  27?,' 
allato  a  gunchir  b.  130,  la  qual  voce  ritorna  del  reato  anche  in  altra  favella 
romanze ,  v.  Dikz  lesa.  s.  'ganchir'. 

'  Nota  il  Carigiet,  p.  138,  che  in  saung,  del  pari  che  in  liung  (lungo, 
DUm.  57'),  il  g  si  scrive  per  1'  etimologia,  ma  6  per  la  pronuncia  come  s« 
DW  foBie.  j3inMt[9]  fi'unf^]  parrebbero  accennare  a  pronunzia  guttarale  (e  non 
palatina)  del  g  nella  fase  anteriore;  e  del  resto,  nesaun* ortografia  soprani' 
vana  di  questi  vocaboli  accenna  a  palatina.  V.  all' incontro  l'engadineee.  G 
ancora  cfr.  il.  n.  236. 

'  Prov.  ettenher  =  eateojer,  onde  si  viene,  per  *esteÌM'r,  al  frc.  éteindre; 
cfr.  pmher,  ptindre.  E  appunto  questo  rifleaso  é  trascurato  dallo  Schtcsibdt, 


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§  1.  QrigioDÌ;  A.  SopraflelT&:  gè,  gi.  93 

peri/i:  generau\,Z  (ds.:  schendrau,  aecoado  il  aum.  1^,  cfr. 
num.147);  argient;  regina  12,42;  /Ugrir  3, 7, /wytóa  Apoc.  12, 
6;  cfr.  aam.  190  >;  riflesso  por  sch,  che  dare  qui  essere  z  (cfr.  '. 
la  nota  al  aum.  170)  :  iniziale:  achamtlgia  num.  118;  achumels 
gemelli  (cfr.  num.  77)  Gen.  25,  24,  Cant.  4,  2;  schendrau  ds. 
sum.  188,  schiender  genero-  Giud.  15,  6;  interao,  dietro  a  con- 
sonante; lunsoh  da-lunsch  longe;  plonscher  piangere;  schun- 


vA.  II  481;  o  te  il  Dibz  alla  mia  volta  l'aTeaM  couBÌderato,  afrabba  fono 
esitato  ad  affermare  che  il  g  di  OV  rimaaga  ■empre  gutturale  nel  francese 
(gr.  I'27l).  Ma  pure  il  frc.  aine  {*BÌna;  iru  Tallone,  l-engue  neo-prOTen- 
zala,  «p.  LiTTRÉ  B.  T.)  ^  ingvett  non  ai  combina  senza  gravi  stenti  con  questa 
sfdnnszioDe;  e  sa  all'incoatro  lo  riconduciamo  ad  *enje  *inga,  esso  coincide 
col  HiprasilT.  iglia  (angaÌQaja  Car.),  etoà:  ilja  *m[f\ja,  secondo  le  analogia 
chs  sono  ai  nnm.  230  a  152.  Il  romeno  ttunge,  addotto  dallo  Schuchardt,  non 
firebbe  prova  per  rBi]ticliit&  di  tscsHngere,  essendo  g«  solita  risposta  rnmena 
di  gue;  e  del  resto,  pur  la  concordanza  ladino-franuHprovensale  non  so  se 
butj  a  fu-ci  ravvisare,  nello  exstingere  che  ne  risulta,  la  continuazione  di 
usa  figura  etimologica  pib  genuina  che  non  aia  il  lat.  exitittgutre.  Il  CoBS- 
EEM  Tok.  1'  26S  bene  adduce  senz'altro  la  forma  eastingtre,  ma,  com'egli 
ccDosce  meglio  di  cbiccbeBaia,  questa  non  é  che  una  mera  induzione  etimo- 
logica; cfr.  ib.  86,  e  Fottol.  indo-il.-gr.  129. 

'  Coar.  a  ds.  ci  lascerebbero  malsicuri  circa  la  pronuncia  di  gè  e  di  gi 
nel  sopraailvauo;  ma  il  Cariseli  (gr.  IL3, 123.  C&-.  leas.  xxii)  ci  toglie  ogni  ìn- 
carlazza  circa  lo  gi  di  voci  latine,  che  insegna  pronunciarsi  gi,  ripetendo 
fra,  io  ordine  a  gè,  che  suoni  ora  giù  ed  ora  gt,  poiché  lo  g  di  S|ueata  oom- 
biasiione  sia  aneha  molle  {g),  coma  netl'engadinese,  in  alcuni  dialetti  eti- 
^-da'-montt  (=  oberlandesi).  Nell'ortografia  dal  Carig.  abbiamo  deoisa- 
«»itA»(^\^-l):gi  =  gi\%„ge  =  gì\sH.;  e  quindi  egli  scrive  gien*raJas  ($.\2) 
accia  ti  legga  generalas  e  non  gheneralaa.  Del  rimanente,  mal  potrà  darai. 
vss  gutturale  nella  diretta  continuazione  di  OE  Gì  latioi;  e  per  gentrau 
iTtammo  contro  la  gutturale,  sempre  perà  nella  varietà  cattolica,  anche  la 
riproTS  della  forma  del  Da  Sale.  Letmgetia  (n.  107)  ci  potrebbe  lasciare  mal- 
csrti  anche  dalla  sua  ragione  etimologica,  poiché  vien  da  chiedere  se  diretta- 
muite  rifletta  la  figura  lat.  'longitia',  oppur  non  sia  nna  derivazione  romanza, 
«ns'A  l'it.  'lunghezza';  e  qui  ds.  a  Gang,  ci  soccorrono,  il  primo  avvertando 
upressamente  (p.  2)  che  si  debba  leggere  làngheiia,  a  il  secondo  collo  acri- 
vera  senza  l'i:  Iwngena  20,21.  Vaungtl  di  ds-,  allato  si  suo  angh»l  sopra- 
'^f.,  potd  farmi  credere  ad  aung-  cattol.  nel  riflesso  di  'angelus'  {n.  13); 
US  Carig.  15  scriva  auttgel  {-  aunghel).  In  questo  esemplare  s'incrocia  il 
t«d.  ngel  colla  voce  romaaza;  cfr.  1'  eng.  al  nam.  237. 

'  i  allato  a  g,  vale  a  dire  il  parallelo  di  J  allato  a  e  {num.  169),  avremmo 
osi  fottìi  ecc.  di  CoDr-,  che  si  addusse  al  num.  131  in  n.  Cfr.  in  ispecìe  il 
(otlosilvano. 


;vGoo»^lc 


W  Aacoli,  Saggi  Udini,  I. 

scher  o.  86,  porscher  a.  54;  ta  corschas,  sa  curschetUM  (t'ac- 
corgi, si  accorsero)  7,3;  21,45;  derscher  derschader  (giudicare, 
190  giudice)  <  ;  co\g  digradato  in  j,  nelle  condizioni  e  cogli  effetti 
che  si  ricavano  dal  n.  171  >:  antallir  ('intellfjere  *intellijir;  cfr. 
l'eng.  e  il  sottosilv.  '),  13, 14,  antalli  aniallis  antallin,  intelligit 
intelligis  intelligunt,  13,19;  16,23;  13,13*  (ma  all'incontro  ia 
sillaba  normalmente  tonica:  antalgit  antalginen,  intelligite, 
ìntellezerant,  15,10;  17,13,  colla  consonante  conservata^);  /iti 
fugìt  G.  10,12,  fuge2,13  (ma  nella  sillaba  tonica: /ì^f^tr  □.  1S8, 


*  iertcìier  [partie.  dirtdùrt,  Car.]  =  (I)ri^«r«,  entra,  circa  la  fonna,  come 
il  proT.  derger,  nell'analogia  dì  sporgere  \poricher  piert  Car,]  =  porrigtft, 
«  '-cargert  ]anconchtr  anchitrt,  Car.]  =  etirrigtre;  a  circa  il  aignificato 
A  nna  copia  del  Xàà.  riahUn  [cfr.  dreehtar  al  nam.  17S];  —  disrtchader  A  poi 
una  dariTaiiona  tralignante,  sulla  stampa  di  rwmpo^ra  rompitrica,  nnm.  87. 

■  Cfr.  eziandio  il  num.  203. 

'  E  inoltre  la  baie  sarda  collire  =  colligei-e  {Studj  arìL  I  27  =  305),  il  proT. 
cuthir,  ecc.  L' infinito  ital.  eóglUr»  dipende  da  voci  sulla  stampa  di  cóglà 
=  *eóllijt  (cdUigit),  cogliét»  =  *eQllijété  *eolligétt  (cfr.  Uggii»  ecc.);  e,  in 
generale,  riconoscinto  il  digradamento  ancora  latina  del  g  tra  Tocali  inj, 
si  &  pfb  Rcura  la  dichiarazione  dei  riflaasi  italiani  di  celligere  ecc.  che  non 
paresse  al  mia  egregio  amico  UusSifu.  nel  ano  bel  laToro  sulla  fonnuioH 
del  prelente  nell'italiano  (rendic.  xxxix  5S5-39;  t.  536).  Poche  bui  Utioe 
hanno  dato  occasione  a  riflessi  cosi  divergenti  come  son  quelli  del  gruppo  di 
cui  tocchiamo;  e  dorè  oiralteraùone  fonetica  si  aggiunga  la  deviazione  mor- 
fologica, aiatDO  a  tali  distanza,  la  coi  eliminazione  pud  facilmente  rappre- 
santare  tutta  quanta  l'etScacia  della  grammatica  comparata.  Si  osservi,  per 
esempio,  il  logndoreaa  boddldu  (colto;  cioè:  boddire  goddire  collire,  ecc., 
Fattoi,  indi^t^gr,  §27,  4),  allato  al  napoletano  euoooto  (colto;  ciod:  cnolto 
cnonto  ecc.). 

'  L'a  delle  forme  «opraailv.  già  ci  direbbe  che  l'accento  Ai  attrattodall'i 
in  cui  son  fuse  dna  silUbe  (*int^Uijts  ecc.),  e  il  Conr.  gr.  50  scriva  effetti- 
vamente; antaltis  antald,  ma  senz'accento  la  tersa  pi.:  antallin.  Cfr.  111,3. - 
Anche  è  notevole  che  questo  lU,  che  ha  sua  genesi  particolare,  ai  sottra^ 
all'analogia  dai  num.  US  e  93. 

*  Che  veramente  si  tratti,  in  queste  forme,  di  l^i  a  non  di  Iji,  gib  era 
accennato  dalle  ortografie  del  C(»ir.:  antallgin  antallgits  (I.  e  2.  pres.  pl.)i 
antallgiva,  gr.  SO,  a  pienamente  «i  conferma  da  qnelle  del  Car.:  antalgi* 
(Ig  non  è  mai  Ij  nel  Car.)  gr.  151,  ptc.  atUitgieu  lesa.  7  a.  L'esser  poi  fog- 
giati antalgit  antalgtnan  ecc.  mi  tipo  ud&tudlnan  ecc.,  dipenderà  dall'-ir  i 
cui  si  ridusse  l'infinito  antallir.  —  Per  la  vece  di  ^  ej  che  ora  si  avverte, 
i  importante  notare  come  essa  riapp^a,  nelle  medesime  circostanze,  do^* 
si  tratta  di  j  anteriore  ohe  passi  in  ^.  Si  oeservioo:  trai  tregge,  allato  a 
targeits  traete  (n.  124),  e  pir  (pljer)  allato  a  pigiur  (pijdr-)  nnm.  87. 


;vGoo»^lc 


§  1.  Origùmi;  A.  Soprasalva:  gè,  gi.  95 

fugit  [fuggita]  I  Cor.  10,14,  fìtginen  [fuggirono]  8,33  <);  quitau 
cogitatum  (cura,  pensiero),  qiàtar  cogitare,  6,25;  10,34,  quitten 
ct^itaot  6,7  (dove  U  ^  mai  non  compare,  perchè  gi  in  accento 
mai  non  ebbe,  nò  la  figura  latina,  nò  la  romanza,  in  verbo  di 
simil  tipo^);  nana  (Car.:  ruinna)  robigin-  6,19 3;  mai  magis, 
cioè  'mai'  (dove  si  tratta  di  assai  antico  assorbimento),  3,12 
f  solamente':  4. 4  ;  13, 21)  \        GR  :  gref  num.  Z;  —  nér  nigro-  191 


'  Tutto  il  pres-,  in  piena  regola,  preuo  il  Car.  (gr.  151):  fuig  {fug),  fuis 
fui,  fugin  fttgia  fuin.  Ma  ds.  (p.  43):  fuig  fitgiét  (mc),  futi,  fugien  fugiss 
fugieit;  cfr.  l'eDgadìo. 

'  Se  qaindi  gvitUn  e  Bitnili  otteunero  l' i  accentato,  come  indica  l' ortografia 
di  Qabr.,  cid  avvaline  per  analogia  ■erìoro  (ctrften  da  eùitcìt,  aul  tipo  cuinten 
tantalio,  ecc.;  v.  Ili,  3). 

'  Cioè:  rwigina  rvvtjitui  rv[u]lna,  cfr.  nnm.  215,  e  I*  engadÌDeae.  Pur 
limitati  al  sopradlvauo,  l'w  a  l'acceuto,  additato  dall' ortogr.  del  Car.,  ci 
fumo  riconoscere,  per  fondamento  latino,  robigin-  anEÌchè  aerùgin-.  Circa 
il  rifleeeo  aopraB&aaiuo,  v.  il  num.  S30  di  quella  seiione. 

'  Qui  ancora  addurrei,  comechè  eaempio  di  particolare  ragione:  ir,  pi  ira^ 
campo,  27,7;  13,1,  dove  1*^  di  Qabr.,  ia  (étr)  di  Coor.,  ci  Anno  risalire  ad 
air  (cfr.  nnm.  0,  ed  *tr  =  *<li>,  campo ,  eng.  Car.).  Io  qniudi  stabilirei  >  agtr 
ajtr  ajir  air  ;  e  non  ci  vedrei  però  una  continuaiione  della  figura  nominativa , 
ma  benal  riconoscerai,  pare  in  questo  esemplare,  la  necessaria  epentesi  dell' e 
che  giii  vedemmo  in  altri  (nam.  90  in  o.;  cfr.  aghar,  che  dicono  del  proprio 
territorio  in  alcnni  luoghi  del  bei^masco,  Tirab.);  e  la  guttnrale  passerebbe 
in  patatina,  '<i"«""  all'è  intrusa,  come  fa  in  diversa  età  dinanzi  alla  etimolo- 
gica (agro-  agr  ag\e\r  ager  ecc.).  Qaesta  evoltudona  d  contìnua  nell'engadi-- 
Dese,  e  per  la  tenue  e  per  la  media;  c&.  il  n.  167  in  quella  sezione,  ed  anche 
il  nnm.  118  nel  trident.  occident-,  e  In  ispecie:  le^tr  baseo-eng.  (Car.  a.  <ta- 
grar*]  -  *legr  allegro  (num.  3)  ;  majer  basso-eng.  ma§w  alto-eng.  (Car.  s.  'ma- 
ger") ^ *macr[o] ,  magro,  e  ancora  il  num.  £33  dell' engad.  Circa  il  secondo 
degli  esempi  ^^'^  addotti,  si  potrebbe  sospettare  nu  incrociamento  del  ted. 
•fuiffr;  ma  sempre  aarammo  al  fenomeno  di  g»  da  gè  (gntt.)  in  faia  moderna. 
On  il  sopr&silvano,  che  nella  continuazioni  di  *legT  e  *magr,  non  sembra 
accompagnarsi  all'eogadinese,  come  fa  io  quella  è!i'*agr  (poìehd  i  soprasilv. 
'<;«r  magar  si  dovranno  leggera;  hghtr  magher,  cfr.  Carig.  137),  ci  mostra 
lU' incontro  anch'esso:  gt  je  pel  gè  (gh«)  ted.  Si  osservino:  tegiett  allato  a 
ttgett,  Car.  (ns.:  tegten,  s.  'scimitarra'),  ted.  degen,  spada;  r^tl  Conr.,  ted. 
ritgel,  catenaccio;  agien,  fwa.aigna  {agita,  Carig. 2 :  atjna),  Car.,  ted.si;eM, 
proprio.  —  Cosi  ér  (=  ag\<>\r)  ci  risulta  ben  rimoto  da  Am  (=  area,  num.  9); 
DA  l'air,  che  ha  preceduto  ir,  riverrà  ad  agr,  come  lo  Stemqel  (p.  21)  vo- 
leta,  per  t  =  ^.  — -  La  contboaiione  soprasilvana  dì  'integro-'  (nnm.  33)  po- 
trebbe ancora  parere  anal<^  a  quella  di  'agro-';  ma  varamente,  com'è  pure 
accennalo  dal  rifiasso  engadinase,  essa  andrà  con  quella  di  <nigro-',  secondo 
la  ragiona  che  al  distingue  nel  numero  seguente. 


;vGoo»^lc 


96  AmoU,  Saggi  Udiiù.  I. 

Dum.  39,  anUr  'integro-  num.  23;  nei  quali  due  esemplari,  ab- 
btam  più  favelle  romanze  che  si  conciliano  in  un  vecchio  tipo  col 
g  dileguato  {'mrg-,  'intérg-;  laddove  per  gli  esemplari  ne' quali 
trattasi  di  gr  venuto  all'  uscita  grigione,  è  all'incontro  da  vedere 
192  la  nota  al  numero  che  precede.  GN;  an-senna  (segno,  mira- 
colo; 'in-segna')  12,38.39;  16,1,  ^imlignum  L.23,31  (less.:  lenti 
leTi^t  ci  danno  la  figura  meramente  assimilata,  dove  altri  esem- 
plari ci  offrono  la  figura  jotata  o  la  sua  risoluzione;  cosi  come 
vedemmo  ricorrere,  nel  logudorese,  nn  e  nz  (n.  172,  in  n.).  Si 
osservino:  jJUf^n  Car.  DS.  {puingY.  T.,  puign  Conr.)  pugnus,  cfr. 
pungiadas  n.  91;  stain  {*stain[j]o;  'fermamente',  9,30;  12,16; 
cfr.  staign  Car.,  staign  stain  Conr.)  cioè  la  figura  jotata  di  'sta' 
gno-  'stagnante',  quindi  'fermo',  'solido',  stari  milan.,  fri.,  eco. 
Ancora  noteremo:  quinau  quinada  less.,  cognatus  -a,  l'unico 
esempio  per  gn  interno  dinanzi  ad  antica  vocale;  e  d&  -vina- 
=  '-ogna-  i.  d'a.,  costante  in  tutti  e  tre  i  territorj  grigioni.  Fi- 
nalmente pens  ag.  num.  137,  plr.  ils  pens,  pignus,  II  Cor.  1,^, 
tdlato  al  sg.  pegn  peign  dei  lessici.        GL,  num.  121  e  122. 


193  Iniziale  è  intatto:  tal,  teg  tectnm,  Hert  n.  56,  trets  n.  21,  —  fatta 

194  solo  riserva  pel  fenomeno  palatino  dei  num.  108  e  110.  Mediaoo, 
incolume  dietro  a  consonante:  star,  porta,  aulta,  qwonta,  ecc.; 

195  ma  v.  del  resto  i  num.  141,  212, 172, 107-8, 151, 199;  —  tra  vocali 
è  incolume  di  r&ào: perseguitar,  quitar  cogitare,  reit  rete,  Ugeit 

196  itdit  ligate  audite  ecc.;  passa  di  solito  in  media:  tentaderpe- 
scaders  sunadurs  ecc.  num.  87,  ladinameng  num.  151,  teidulai, 
loda,  stradas  22, 9,  spada  10, 34,  marcadont ,  puccadttsas  n.  46, 
veder  vedrà  veter-  9, 16. 17,  meder  metere,  sendas  semitae,  sM 
sitis,  plaid  plidar  nnm.Vìl ,  avdan  habitant,  sa  maridar\9, 
10,  anvidaws  (gl'invitati),  pudeva  (suenter  sieupuder,  secondo 
suo  potere,  25,15),  saccudeit  (scuotete),  salideit  salutate,  sca- 
della  acatella;  -adi  =  -Atico  n.  168,  dov'è  notevole  il  fem.  saltm- 
chiat  silvaticae  Apost.  11,6,  Giud,  13,  che  accennerelibe  a  tenae 
intatta  ('silvatcijja,  num.  107);  il  secondo  t  de'suff.  lat.  -tàtle] 
■tùt[e]  si  riduce  costantemente  a  d,  ma  circa  il  primo  di  -tàt 
(conservato  necessariamente  in  stad  aestat-  24, 32)  si  oscilla  ': 


'  Carig.  150  prescrive  o  -lad  o  -dat. 


;vGoo»^lc 


g  1.  Qrìgioni;  A.  Sopraaelra:  d.  97 

qìtalitad  22, 16,  commoditad  26, 16,  buntadeivels  v,  è  in  n.,  var- 
Ud,  nauschadad  (malvagità,  r.  V,  3)  7,23,  novadad  Rom.  7, 6; 
mezadad  medietat-  L.  19,8;  vardad;  —  t  dileguato,  passando  197 
per  d,  in  -ÀTO  ecc.  n.  1,  35,  60:  beau  beat,  numnau,  marcau 
n.  75,  vastchieu  vestitus,  cumplanieu  (compito,  n.  114),  an-cu- 
nascheu  =  -conosciuto,  ecc.  *,  —  laddove  t  feminili  o  le  deriva- 
zioni maoteogooo  la  dentale,  allo  stato  di  media:  beada,  mari- 
dar  (allato  a  marieu  n.  35),  ecc.  —  All'antica  uscita  si  regge  198 
ancora  nei  monosillabici  dat  stat  vult,  allato  a  roga  rumpa, 
n^&t  rnalpit  ecc. ,  ad  a  cau  cheau  caput.  Il  riflesso  di  'et'  è  ad 
dinanzi  a  voc.,  a  dinansi  a  cons.  (cfr.  n.  75  e  206).  Per  l'uscita 
romanza,  v.  gl'imperat.  già  allegati:  ligeit  ecc.  (ma  cfr.  Ili,  3),  199 
e  reit  ecc.        -TTE:  meg  mitte  (metti)  9, 18,  cfr.  p.  83  in  n.,  e 
■men^  = -mente  num.  151.       TR:  frar  frars;  laders;  ancun-  200 
ter.       T'S:  ureits  saveits  udits  oratis  sapitis  ('sapétis)  audt-  201 
tia  ecc.;  denta  dentea  ecc.        TL,  n.  119  e  120.        NT,  n.  151. 

B. 
V.  inum.  105  e  106.  Iniziale  è  del  rimanente  intatto:  dar,  dei  202 
aam.  40,  dulsch,  dalur,  dui  (due),  drag  n.  172,  ecc.,  fatta  solo 
riserva  per  l'apparente  dileguo  del  d  di  'dicere'  nelle  forme  in  cui 
la  radice  era  àtona,  p.  e.  schevan  dicebant  9,3,  che  veramente 
dev'essere  iévan  =  d-sévah  (rfr.  l' engadinese).  Interno  è  man- 
tenuto dietro  a  consonante,  come  in  ammda  abunde,  arda  ardet 
.\poc.  21,8,  ecc.,  ed  anche  può  reggersi  tra  vocali,  come  in  udir 
lodar;  ma  tra  vocali  nella  sillaba  postonica  facilmente  si  dile-  203 
glia,  come  imprima  ci  mostrano:  cita  coda  Apoc.  12,  4;  teu  ecc. 
(taeda)  n.  67;  grau  ds.  s.  'grado,  dignità' >;  vieua  vìdua  ecc. 
oam.  35;  nieu-s  nudus  25,36;  crieu  Conr.,  criù  ds.,  creu  Car., 

'  MaritaDo  particobre  meniioDa:  chum,  cbe  mandarernnio  coli*  it  cAiotto  ooo- 
(d.  16S,  cfr.  Il,  3);  grau  =  gratnm  (soat.),  dove  lo  stesso  parallelo  ital.  grado 
i  gii  alla  media,  ad  anche  il  basso^ogadinsK  HmarrÌBca  cootro  il  solito  la 
deDtals;  e  (ut  en  ina  ga  {=  g<tda  maa.  SS6  a;  improTTisaroente ,  cioA:  'tatto 
ÌB  una  volta')  come  il  Bùhlbb  mi  traicriTa  dal  libro  di  lettura  per  la  acnole 
cattoliche.  Notavole  ^rau  ^^  gratnm ,  ancbe  pel  modo  di  dire  che  é  oomnoa 
all'italiano,  al  franceae  e  al  grigioue:  saper  grado.,  saeoir  gre,  saoer  gran 
falere  riconoacenza),  yàaiv  aìS».  Cfr.  la  oota  che  segue. 

*  CùA  coincide  auche  ael  sopraailTano  il  riflesso  di  'gradua*  eoa  quello  di 
'gratnm',  v.  iinm.  197.  e  cfr.  V,  3. 

AKhiiHo  nloItDl.  limi..  I.  ^ 


;vGoo»^lc 


OS  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

crudus,  T.  num.  60;  suar  (Gonr.  e  Oar.;  ds.:  suvar),  saour  su- 
dor,  num.  00;  angifnidus  (cioè:  'niu  "dìvu  nif,  cte.  i  num.  103 
e  227)  13,  32,  cui  si  aggiunge  nuf  [Conr.]  nùff  [db.]  =  nodas. 
E  Tenendo  a'yerbi  che  vanno  qui  considerati,  citiamo  impri- 
ma il  riflesso  di  'videre',  nel  quale  non  si  smarrisce  il  d  se  non 
nell'infinito  e  nel  partic:  ver  11,  7,  vieu  n.  60,  cfr.  n.  105;  pm 
gli  esemplari  clie  perdono  il  d  Dell'infinito  e  in  quelle  stesse  voci 
del  preseote  in  cui  vedemmo  che  sì  perdesse  il  e,  o  il  ^,  di  c« 
ci,  gè  gì  {a.  171, 190,  cfr.  210):  crer  credere  27, 42  ' ,  creis  cre- 
dis,  ma  cartéits  {credete;  cfr.  n.  205),  sér  19,23,  sé  sedet,  ma 
saseils  (*sed-j-ete  n.  105);  e  quelli  finalmente,  il  cui  infinito  si 
venne  a  determinare,  dopo  il  dileguo,  in  -tV,  e  restano  privi  iA 
d  per  tutta  la  conjugazione:  rìr  (ridere)  L.  6,21,  rievan  ride- 
bant  tì,  24  ;  ruir  Conr.  gr.  55,  roir  ds,  43  ródere,  cfr.  nyer  so- 
prasass.  DS.  261,  rujer  alto-engad.  Gar.  Sarebbe  ipotesi  afiatto 
gratuita  l'imaginare  che  il  d  si  dileguasse  nell'infinito  di  alcuno 
di  questi  verbi  dopo  il  dileguo  della  vocale  che  separavalo  dal  r 
{cre[d]re,  ecc.);  ma  vorremo:  "créier  'seer  (cfr.  logudor.  créere 
séere^)  ecc.  All'incontro  propenderemo  a  vedere  un  caso  di  D'R 
ridotto  a  r  (cfr.  i  n.  173,  200),  piuttosto  che  il  dileguo  di  d  tra 
vocali,  in  schirau-s  =  sideritu-s  (paralìtico,  8, 6),  dove  svanisce 
il  -d-  di  sìllaba  protonica  =>.  E  per  harlar,  n.  75;  porremo  *he- 
re[d]itar  o  *her[e]d'tar%  L'i  del  riSesso  francese  [hériter)  e  la 
media  dello  spagnuoto  [heredar)  stanno  per  'kere[d]itar.  Manca 
il  d  tra  vocali  ancora  in  schentar  n.  134;  ma  è  un  esemplare  alla 
204  cui  sincope  partecipano  più  altra  favelle  romanze.     '  Ma  in  /%> 


<  Le  figure  prire  del  d,  che  son  queUe  in  coi  ù  riflette  U  tocaI  radicale 
ftocentata  (cr^-),  dovrebbero  tutte  moatrarci  il  dittongo  ei  (anm.  SI,  dote  i 
da  leggere  creit  e  dod  crtir;  cfr.  crei  iei  credit  debet,  allato  a  tS  eèdet),e 
l'ioflnito  enonar  quiodi:  creier  o  creir  (cfr.  il  aottoflilv.  a  crajer  crair  eugsd.}. 
Od  ha  deviato  *creir,  per  l'apparente  analogìa  del  num.  19,  o  s'ebbe:  ereier 
eraer  crér,cfr.  quér  =  *cìié^er  al  num.  171,  e  la  nota  che  ora  segue. 

*  DB.  scrif  e  realmente  si»r  p.  Z76  (a  pag.  33-4  :  seder  [sic] ,  seer) ,  crMr 
{ereer,  da  crter,  p.  105).  Cosi  ha  neer  vodore  p.  313  (vèr,  ver,  p.  35),  e  certo 
non  Bono  ortografia  da  traacnrarei;  ma  pure  non  vi  oserei  fare  gran  fondamento. 
Va  perd  ad  ogni  modo  qui  avvertito,  che  ler,  sedere,  diventa  un  esempio  pro- 
blematico in  ordine  alla  contianazìone  dell'é  lat.,  del  che  già  si  ebbe  cenna 
sotto  il  num.  19,  e  di  più  si  vede  sotto  Io  stesso  num.  nell'angad.,  ed  altrove. 

■  Cfr.  tidrao  ecc.  di  antiche  scritture  lombarde,  Musbaf.  reodic.  un  £16. 


;vGoo»^lc 


fidas  num.  40,  pei  pede-  a.  26,  riconosceremo  il  dileguo  di  un  d 
eb'era  riuscito  finale;  e  per  questa  Tia  finirà  di  perderai  l'antico 
DO  all'uscita,  preceduto  da  »  in  voce  sdrucciola  (cfr.  -CO,  n.  168): 
tievi  tapidus  n.  23;  neidi  nitidus  nam.  40;  asch  acìdas,  ronsch 
rancidus  (less.  e  hr.),  perduta  facilmente  in  questi  due  anche  la 
vocale  della  seconda  sillaba,  stante  la  qualità  specifica  della  con- 
sonante che  la  precedeva  <.  Notevoli  sono  pel  loro  rt  al  posto 
di  rrf:  oartieu  carteits  nun-carlenta  ecc.  (*cretieu  'creteits  ecc. 
11.124;  creduto,  voi  credete,  la  non-credente)  8,13;  9,28;  17,17, 
cai  sta  allato  cardienscha  ('credienscha)  ;  tanto  più  che  anche 
il  sardo  (logudorese)  ci  mostra,  con  una  coincidenza  singolare, 
accanto  alle  sue  forme  sincopate:  creet  créere  ecc.  (soprasilv, 
crei  crer  ecc.),  singolari  forme  col  t:  creta  cretamus  cretidu 
creda  crediamo  creduto  ^.  Dobbiamo  qui  rassegnarci  ad  ammet- 
tere una  strana  anomalia,  con  la  quale  mal  si  potrebbe  parago- 
nare il  caso  del  frc.  vert  verte  allato  a  verdeur  verdoyer  ecc.1 
Io  certamente  noi  credo,  nò  vorrei  pensare  al  t  {tt)  ibernico  di 
cretim  credo  ecc.;  ma  stimo  che  il  t  provenisse,  almeno  nelle 
forme  soprasiWane,  dalla  figura  participiale  *cred'to  'cretto,  che 
ha  sempre  i  suoi  normali  continuatori,  in  ispecie  nell' engadinese 
{cret  creduto,  eretta  creduta,  credenza,  fede)  ',  e  tanto  piii  fa- 
cilmente si  estendesse  per  la  conjugazione,  quanto  era  minora  la 
resistenza  del  d  pel  fatto  che  in  buon  numero  di  forme  esso  era 
dileguato  (manca  cioè  al  soprasilvano,  come  fu  accennato  di  so- 
pra, in  tutte  quelle  che  hanno  l'accento  sulla  prima).  Cosi  si 
saranno  insieme  avute,  in  un  dato  periodo,  due  forme  partici- 
piali :  'crett  'credieu  (cfr.  p.  e.  ig  e  unsohteu  ecc.  al  num.  63 
soprasilv.  ed  engadin.),  le  quali  si  potrebbero  dire  come  fuse  nel 
superstite  cartieu  {cretieu).  Quindi  le  voci  di  'credere'  in  cui  ap- 
pare il  t,  spetterebbero  veramente  al  num.  208.  —  Faci!  caso  di 

'  Cfr.  prOTanz.  rans  allato  a  Ubi  ecc.,  coosiddraudo,  per  s  proveDi.  =  *c,  le 
pag.  81-2  n.  e  86  0.  -  Qui  forse  anche  martsch  marcidus  7, 17;  25, 26,  benché 
|a  cottanza  dello  tsch  faccia  pensare  a  *n:iBrci[dìii,  t:  num.  169. 

'  Spano,  orlogr.  1 143;  e  abbiamo  nel  logadorese  ancha  séllidu  (nel  Tocabol.  : 
tétidu)  ib.  149;  certamente  su  11' analogìa  di  crétidu,  analogia  determinata  dalla 
coiocidenia  delle  forme  créere  aiere  (credere  Bedera)  creo  seo  (credo  siedo)  ecc- 

'  eretta,  fede,  credenza,  é  pure  sopraeiWano;  a  l'aggettivo  soprasilv.  eret 
(p.  e.  eaoailg  crei,  cavallo  piacevole  ds-,  cioè  'fido')  altro  non  tì  di  certo  che 
il  participio  di  coi  trattiamo.  Cfr.  venez.  creto  "'cred'to  credito. 


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100  Aaooli,  Saggi  ladini,  I. 

t  per  d,  poiché  si  tratta  di  dentale  uscente  e  preceduta  da  altra 
consonante,  è  airincontro  quello  della  figura  verbale  che  il  Gon- 
radi  chìAmsL partic.  pres.  e  fa  uscire  per  t  {-ant,  -ont)  nella  pri- 
ma conjugazione  e  per  d  (-end,  -ind)  nelle  altre,  laddove  il  Ca- 
riseli la  dice  gerundio  e  la  fa  uscire  in  tutte  per  d  (cfr.  lesa, 
p.  xxxii),  e  il  nostro  testo  alla  sua  volta  ha  per  tutte  la  tenue 
{passoni,  /ìgent,  dorvnint).  In  realtà  si  tratta  di  gerandj,  che 
per  questa  ortografia  vengono  a  coincidere  coi  continuatori  ag- 
gettivali dei  partìcipj  presenti.  Cosi  'and[o]  p.  e.  ai  viene  a  con- 
fondere con  -ant[e]  (cfr.  nel  frc.  :  chantant  »  cantando  e  can~ 
tante-),  secondo  la  norma  del  num.  16;  laddove  l' engadinese, 
secondo  ta  norma  dello  stesso  numero,  terrà  distinti  i  continua- 
tori delle  due  diverse  figure  latine  (cfr.  Ili,  3).  —  Sotto  il  n.  64 
avemmo  -unts='Und*s  in  malmunts  (allato  a  mund);  ma  al 
num.  137:  fìmds  fundus,  cfr.  lads  {lad  [=  *lat]  +  s)  lati  23,  5, 
come  si  hanno  altre  inedie  soprasilvane  nella  stessa  congiun- 

206  tura:  logs  luoghi,  tegs  (legs)  tetti.        Per  d  all'antica  uscita 
non  accade  di  addurre  se  non  il  riflesso  di  'ad',  che  è  ad  dinanzi 

207  &  vocali,  a  dinanzi  a  consonanti  (cfr.  n.  198)  *.        D'S:  zanur 

208  num.  46.        D'T;  cfr.  n.  203,  e  205.  —  D'R,  n.  203.  —  D-N, 
nnnn.  66.— D'L,  n.  146.  —  L'D,  n.  113.  —  ND,  n.  151. 


)  Iniziale,  rimane  intatto:  paun  4,4  (num.  5),  petz  n.  137,  ^i- 
giur  n.  87,  porsche  n.  54,  pulvra  n.  64,  piover,  pli,  prenda 
n.  151;  ecc.  Ma  abbiamo  due  curiose  eccezioni,  comuni  entrambe 
ancfae  agli  altri  dialetti  grigionì.  L'una  è  vart  (parte,  nel  senso 
dì  'lato')  accanto  a  jiarf  (parte,  porzione,  13,4;  12,25);  la  quale 
però,  a  ben  vedere,  rientra  nella  regola.  Imperocché  vart-=part 
dev'essere  dapprima  surto  in  tali  congiunture,  nelle  quali  il  ;> 
iniziale  diventava  veramente  un  p  mediano,  e  quindi  normale, 
secondo  il  n.  210,  il  suo  digradamento  in  v;  dove  in  ispecie  va 
considerato  davart  (da  parte),  che  è  combinazione  di  non  poca 
antichità,  ridotta  come  si  vede  all'  ufficio  di  preposizione  con 


'  Sarebbe  eaempio  non  divereo,  atondo  al  Disz  (gr.  e.  Sostant.  ilaliaao), 
dad  da  (da)  =  da  +  ad,  del  pari  che  l'ital.  da;  e  il  Bcgoe  Zeitsehr.  f.  vergi. 
tpraehf.  [II  419)  roppoae  la  mederima  ebuttora  Dell'oeco  dat,  de.  Cfr.  Ili,  5. 


>vGoo»^lc 


S  !■  Qrigiani;  A.  SoprkMlTa:  p.  101 

l'accusativo  [davart  tei  de  te  4,6,  davart  Johannes  de  Joaa- 
nell,7,  davart  Chrisius  22,  4:1  ;  cfr.  l' engadÌDdse).  E  il  vart 
di  un  composto  qual  ai  era  fatto  davart,  potè  poi  facilmente 
passare,  quasi  per  processo  decomposittvo,  in  locuzioni  quali 
sono:  da  vart  drechia  a  dritta,  da  mia  vart  drechia  alla  mia 
dritta,  27, 38;  22, 44  (cfr.  25,  33.  34. 41),  d'Una  vart  20, 16,  da 
tscketla  vart  al  di  là.  4. 15;  14, 34;  né,  per  quanto  io  posso  ve- 
dere, l'uso  di  vart  si  è  mai  esteso  al  di  là  di  siffatti  modi.  — 
L'altro  caso  eccezionale  mef^lìo  si  merita  questo  nome,  ed  insie- 
me l'attenzione  dell'indagatore.  È  la  voce  che  significa  'molto', 
e  suona:  bler  nel  soprasasa.,  bleaT"  nell'ant.  basso-engad.  (od.: 
blèr),  b^er  nell'alto-engad.,  bear  (Mr.  12,37;  pi.  bears  20,16) 
0  biar  nel  soprasiWano.  I  dittonghi  (ne' quali  va  compreso  Vie 
dì  'bier  che  precedette  bjer  b^er)  accennano  ad  e  in  posizione; 
si  che  la  somma  dei  termini  grigioni  ci  di:  bler  -i-cons.  Sup- 
porre in  aimil  vocabolo  un  l  epentetico,  ripugna  adatto;  all'in- 
coDtro,  bene  è  anormale,  ne' nostri  dialetti^  il  dileguo  del  l  dietro 
aa' esplosiva,  massime  iniziale,  ma  pur  si  potrà  tanto  più  diffi- 
cilmente negarlo  in  questo  monosillabo  asitatisaimo  e  davanti  a 
simil  dittongo  (ie  ia  *),  in  quanto  il  sottosiW.  e  l'alto-engad.  ci 
ofroQO  oggi  lo  stesso  dileguo  nella  continuazione  di  'plus'  >,  che  è 
qaanto  dire  in  uo  vocabolo,  la  cui  base  non  sarà  diversa  da  quella 
di  bler-.  Poiché,  riconosciuta  questa  figura  fondamentale  del 
grigione,  mal  si  vorrà  staccarla  dai  lat.  plerus  plerique  ecc., 
né,  cred'io,^i  dovrà;  ma  rimane  tuttavolta  da  vincere  pììi  di 
un  ostacolo,  e  non  sarà  forse  affatto  superfluo  che  qui  se  ne 
tocchi.  Ammessa  cioè  la  deviazione  alla  quale'già  si  alluse  col- 


'  I  cbB  ai  dilegna  inoanci  a  j,  ci  occoi'm  anche  al  nani.  31  e  ia  u.  al  US. 
T.  ancora  ny  da  mlj  al  num.  97  sagad.;  a  cfr.  la  nota  che  ngne.  Più  d'ogni 
altro  riacontro  calierebbs  l'alto-engad.  6t&fia  =  biblia,  Car.;  ma  Bar&poi  toco 
indìgena?  Tale  non  d  sicuramente  lo  tgieric,  chierico,  nel  Kpraaih.  dì  us. 

*  pù  Car.  a  Pali.;  ma  Biverooi  ancora  ha  più.  E  veramente  pad  trattarsi 
pnr  nm  di  l  che  perdesi  davanti  a  j  (cfr.  la  n.  che  precede),  poiché  pl^ 
avrebbe  dato  pljù  seconda  l'analogia  del  num.  97  (eng.).  —  Anche  il  prov. 
perdette  ìl  I  di  'plus'  ( ptw).  Non  sarebbe  questo  on  indizio  che  •»  prov.  =  ù 
Ut.  «noDaue  u7  Negli  esempj  che  Io  Schi:ch.  vok.  Ili  305  adduce  da  moderni 
dialetti  pi-ovenKali  pel  dìlagno  di  l  dietro  a  consonante  ìniiale,  4  sempre  un 
«  che  ora  a  questa  aderisce  (cugar,  cutar,  puresi,  purar).  —  Il  fri.  ci  di: 
più'  pài  pi. 


;vGoo»^lc 


102  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

r  addurre  sotto  qu^ta  rubrica  U  non  facile  Tor^boLo  (bl  =  'pi)  ', 
come  si  potrà  esattamente  ragguagliarlo  colla  base  latina  che 
fu  testé  da  noi  indicata?  Gi&  dicemmo  che  i  dittonghi  grigioni 
accennano  a  posizione  in  una  fase  anteriore,  e  la  forma  inte- 
gra, cioè  la  forma  in  cut  il  dittongo  si  sviluppa,  sarà,  quasi 
sicuramente  'blers;  ma  potremo  noi  per  ciò  pensare  a  una  di- 
retta continuazione  di  'plérus',  sull'analogia  di  fors,  che  avem- 
mo in  D.  a  p.  281  A  tacer  della  difficoltà  che  l'è  smarrisse  il  sa? 
carattere,  ò  egli  lecito  ammettere  che  questo  aggettivo  ancOTi 
corresse  nel  volgare  romano^  0  ricorreremo  piuttosto  a  'plérì- 
que'1  Questa  forma  potrebbe  darci  ragione  dell' «  abbreviata, 
poiché  vi  si  tratti  dell'  accento  passato  in  sillaba  successiva 
(plérus,  plérique);  ma  da  'plerique',  non  si  arriva,  per  mero 
detrimento  fonetico,  a  bler-  {blers);  e  bisognerebbe  supporre 
l'abbandono  del  'que',  come  di  un  elemento  che  fosse  sembrata 
superfluo  (plerl-,  plér[i],  bler-s  bliar-s  ecc.;  e  la  forma  singol. 
dedotta  dalla  plur.;  v.  Ili,  1)  ^.  "Comunque,  se  il  ravvicinamento 
del  grigione  bler-  co'  latini  plérus  plerique  ecc.  sì  regge,  come 
pare  pur  certo,  noi  avremmo,  dall'un  canto,  la  sola  continua- 
zione romanza  di  quel  gruppo  latino  che  in  sino  ad  ora  nelU 
scienza  si  conosca,  e  riusciremmo  dall'altro  a  vedere,  nella  stessa 
favella,  due  riflessi  stranamente  tra  di  loro  diversi  della  iden- 
tica formola  fonetica  nell'identica  radice,  e  attigui  spesso  l'un 
dell'altro,  come  avviene  nelle  locuzioni  seguenti:  bear  pli  buns 
(pler-,  plus,  boni.)  molto  più  buoni  6.26,  las  pH  bearas  (illae. 
plus,  pler-.)  te  più  numerose  11,20.-  E  ancora  notwemo:  bear 
ont  (pler-.  ante.),  piuttosto,  25,  9;  e  l'agg.  ^Vplirs  (=  plures), 
210  molti,  fem.  pliras  Car.  nacbtr. ,  Carig.  78, 97.  11  p  interno, 
raro  à  che  rimanga  intatto,  come  in  pauper  num.  68;  ed  anclie 
si  vede  raramente  la  fase  della  tenue  in  media,  come  in  sabii 
(savj)  23,34,  sabjenscha  n.  109.  Ma  siam  di  solito  ridotti  a  r: 

'  Saremmo  al  caso  dell'ita],  bru^nola  allato  a  prufftta.  Un  altro  esemplo 
per  b-  da  p-  ci  darebbero  i  dial.  grigioni  in  buls  ecc.  num.  Ili  soprasass., 
ma  esso  é  comune  a  piti  altri  dialetti  romanzi.  Uu  caso  più  conforme  a  quello 
che  nel  testo  si  considera,  sarebbe  finalmente  barnieu  G.  18, 18;  SI, 9,  bvr- 
nieu  li  Sara.  14,7  (barn-  e  bum-  pure  Conr.  e  Car,;  BOprasase.  OS.:  bamiùj. 
brage,  ricondotto  a  •irinftt  (num.  124),  e  quindi  a  'priina',  del  pari  che  il  vc^ 
nez.  broitia  =  "prua-ja;  ma  la  desinenza  mi  è  dura  ('prualto),  e  raseutiamo 
i  germanici  brintten  ardore,  brinnet  ardena;  cfr.  brinila^  scintilla,  V,  3. 

'  Vedremmo  analogamente  abbandonarsi  qui  'aùz.,  al  num.  296*. 


;vGoo»^lc 


g  1.  Qi'igioni;  A.  SoproMlva;  p.  103 

srtwr  jaceite  (sapere  sapete)  I0,26;7,ll  *  ;  avertameng,  aviert, 
scttvrir  ecc.  ii.  28,  arver  ecc.  n.  124;  cavelg,  scavazar  n.  160; 
mvaus  n.  68;  zavrar  n.  135;  riva;  etoros  n.  33;  ratscheiva 
antsokavet  d.  40,81;  ovra  26,10,  dovran  n.  54;  luvrers  n.  9; 
pi'nw/  n.  56.  Il  V  da  }]  è  assorbito,  ne'seguenti  eserapj,  dall'» 
cbe  gli  precede  (cfr.  ì  num.  129*  e  215):  scuada  ('scurada,  sco- 
pata) 12,44;  cuveida  Conr.,  queida  Car.,  cGeida  ds.,  voglia, 
ital.  aat.  covidigia  *  ;  sur  ('snvr)  supra  2, 9;  curclau  curclada 
('coperclato  'cuvercl.;  coperto  -a)  10,26;  8,24.  —  Per  g{v\  da 
c=p,  y.  il  n.  129°.  —  Il  v  da  un;p  riuscito  finale,  si  riduce  a  /*  211 
(cfr.  num.  131  e  216):  luf,  pi.  lufs  7,15,  n.  61,  seifn.  67;  ma  fa 
dittongo  coD  Va  che  precede,  in  cau  cheau  num.  161.  PS:  212 
les:  iU'-ipsu-,  esso,  26,48.  In  sex,  stesso  (p.  e.:  Salomon  sex 
Salomone  stesso  6,29,  Hg  schentament  sez  la  legge  stessa  II, 
13),  vorrebbe  il  Diaz  vedere  si  {=8e)  +««  ipse  (gr.,  Formaz. 
pronomin.,  cfr.  Steno.  44).  Ha  oltre  la  difficoltà,  certo  gravis- 
sima, di  amoaettore  che  il  pronome  se  venga  a  funzione  dimo- 
strativa (e  anche  oominativa  insieme),  si  aggiunge  che  quella 
dichiarazione  lascia  affatto  enigmatica  la  forma  engadin.:  svess. 
Sa  all'incontro  ricorriamo,  per  la  dichiarazione  della  prima  parte 
di  questo  composto,  ad  isht-  o  ad  ipsu-  (ipsu-tpsu  ìstu-ipsu). 
In  evoluzione  fonetica,  prescindendo  per  ora  dall'assimilazione 
del  nesso,  diventa  affatto  lucida  (cfr.  napolet.  issosso=  isto-), 
e  la  condizione  del  primo  membro  del  composto  risulta  essere, 
per  la  varietà  engadinese,  quella  del  cu  nell'ital.  qu-esto  (eccu- 
-iste),  laddove,  per  l'oberlandese,  quella  del  e  nel  sicil.  ch-istu  ^. 

'  b  iobis  avevamo  la  media,  e  in  lapchig  num.  109,  nel  quota  ti  riOetto 
utieo  pj,  a  dirittura  la  tenne.  Cfr.  nelprov.:  soiessaì,  allato  a.tapia  sapcha; 
Mi  frc:  aaoent  Banuo,  allato  a  sache  =  *sapja;  nello  spagn.  sabes  sai,  allato 
a  itpa  sappia,-  e  l'tingadinese.  Nella  postonica  del  presenta  il  u  si  elimina 
(clr.  D.  190  ecc.  e  315  a.);  quindi  sai  so,  allato  a  saoein  sappiamo. 

'  Steno.  31  raccosta  il  vocabolo  grigiona  al  lacreziano  eupédo,  e  manda 
cosi  le  forme  eopi-asi Itane,  inslame  colle  engadinesi  (cuoaida  ecc.),  sotto  e. 
Ma  cupedin-  é  manifeatamenta  una  formazione,  la  quale  non  si  concilia  eoa 
cvetida  occ.  All'incontro,  come  giatia  giustizia  21, 32  (mal-r/istia2Z,2Si  per 
l'accento  t.  Car.  gr.  133,  e  il  sottosilr.)  d  un  dannato  grigioae  per  (a  (sul  tipo 
'ùìiW  ecc.),  cosi  si  «ara  avuto  un  derivato  grlgione  per  ta  (sull'antico  ti[>o 
'iatidìa'):  *cu|iidia  *cupedia,  onde,  per  attrazione  (n.  235),  eupeida  ecc. 

'  Cosi  guest  soprasilv.  e  ehest  friul.,  ecc.  —  Lo  3  del  secondo  membro  del 
MprasUvano,  in  confronto  al  1  (ss)  del  primo,  non  si  opporrebbe  ali*  ipotesi 
'ipau-ipsu';  cfr.  in  os.:  sess'. 


;^Goo»^lc 


IH  AmoU,  Saggi  ladini,  1. 

Ma  la  scelta  fra  'ipsu-'  ed  'istu-',  noa  mi  par  facOe.  'Istu-'  con- 
viene meglio,  nell'ordine  ideologico,  e  ci  darebbe,  pel  grigione, 
la  stessa  combinazione  che  abbiamo  netl'  italiano  ;  ma  noi  ce- 
demmo, al  num.  142,  come  non  si  possa  affermare  sicuramente  ss 
aopraailv.  =  *c^  'Ipsu-',  all'incontro,  converrebbe  pienamente 
nell'ordine  fonetico,  ma  non  cosi  nell'ideologico,  non  offereo- 
dosi  analogie  aufflcienti  nei  nostri  esso  stesso,  'ipso-ist'-ìpso',  o 
medesimo,  'met-ipsissimo-'.  Circa  tatez  (tu  stesso)  ecc.,  cfr.  l'en- 

213  gadinese.  PT:  co(M  =  captavit  (trovò)  1,18;  òatUgiar  bat- 
tem  3,11.7';  set  septem  12,45;  scrit  scartira;  rut.  PJ, 
num.  109.        PL.  num.  114. 

B. 

214  Iniziale,  non  s'altera:  bein,  heiver,  hof,  hratsch,  blastemma. 
Interno,  già  lo  vedemmo  intatto  nella  continuazione  di  B'L 

215  num.  115;  e  r&=  RB  avremmo  in  barba  Lev.  13,26.  Ma,  pure 
accanto  a  liquida,  troviamo,  di  solito,  v  =  B  int,  e  v  costante- 
mente per  B  int  fra  voc:  erva;  a/t»a28,3;  fevra  fi,l4;  eiver-s 
n.  21;  -eivel  -eivla  ib.  in  n.;  ver  habere  (il  riflesso  di  '[h]ab<tto, 
at  num.  100);  lavuran  p.  II  n.;  giavel  diabolus,  avunda  aban- 
de,  avont  ab-ante;  smarvilgià  num.  73;  avdan  avdonxa  n.  83; 
duver  n.  77^;  am-pruvanen  (provarono,  tentarono)  19,3;  n-tia 
ubi  Q.  151,  rmna  rubigin-  n.  190,  ne'quati  due  esempj  ìl  t>  =  B 
è  assorbito  dall'u  che  precede  (cfr.  a.  210).  Altro  caso  di  to- 
calizzazioue  è  in  schular  (schiìitar  os.  92,  schivlar  sehiflar 

216  schular  Conr.  ;  cfr.  prov.  siular)  sibilare  Ger.  19,  8.  -  Riuscito 
finale,  pure  il  o  da  B  si  riduce  a  f  (cfr.  n.  211):  alff>,3^,  tra{ 

217  n.  2.    BT:  sut  subtus.    BJ,  n.  109.    BL,  n.  115.    MB,  n.  157. 


Accidenti  generali. 

218  Effetti  dell'accento.  —  Non  solo  gli  avvicendamenti  e  le 
alterazioni  delle  vocali  dipendono  in  questa  come  nelle  altre  fa- 

'  malatia  10, 1  aecemisrebbe,  lualgrodo  il  suo  t  Bcempio  fra  tocsU,  pìat- 
lotlo  a  *mat-apt-ia  clia  non  a  malatia  (v.  Dibz  lesi.  a.  'malato');  poiché  il  ' 
di  malatia  ai  sarebbe  dovuto  fare  d  ladino  (aura.  196-7). 

'  Nella  postonica  del  predate  ìId  «i  elimina  (cfr.  num.  210  in  n.);  quindi  dt' 
deTo  deve ,  allato  a  dutein  dobbiamo,  come  hai  has  ecc.  allato  ad  [a}Min  ere. 


;vGoo»^lc 


S  1.  Orìgioui;  A.  Sopi'uelva:  Accidenti  generali.  105 

Telle  romanze  dall'accento  dalla  parola,  ma  da  questo  vedemmo 
dipendere,  spesse  volte,  pur  la  sorte  delle  consonanti.  Per  le  quali 
atlado  in  particolare  agli  avvicendamenti  che  si  sono  conside- 
rati ai  n.  171,  190,  203,  210,  215  (cfr.  226»  e  III,  3).  Altra  vece 
di  consonante  sì  ebbe  al  num.  150-1,  in  relazione  col  n.  124; 
fi  aleno  ancora  ricordati  i  num.  168  e  204.  Qui  pure  si  è  ma- 
'  ntfestata,  ed  anzi  con  particolare  evidenza,  Yatonia  per  pro- 
clisi nelle  particole,  che  diede  a  et  75,  par  per  26,  scha  ai 
sic  81,  »  aut  (cfr.  93  e  III  5).  Per  'in'  avemmo  ain  in  uno  special 
dialetto  (159 n.),  ed  en  nel  solito  soprasilvano  (40);  la  qual  forma 
ci  potrà  condurre  a  qualche  ulteriore  considerazione  intorno  ai 
riflessi  soprasilvani  della  vocale  fuori  di  accento.  Poiché  v'  ha 
nelle  favelle  romanze  la  tendenza  generale  di  risolvere  in  a  Ve 
0  Vi  di  prima  sillaba  àtona  (Dibz,  Vocali  àione,  1, 1);  e  questa 
resoluzione  vediamo  estendersi  anche  all'o  e  all'u,  in  ispecle 
ad  0  e  u  iniziali  nel  napoletano  (addore  odore,  Attaveio  Otta- 
vio, aroiulo  orciuolo,  ecc.).  Ora  si  domanderebbe,  quanto  e  per 
qual  modo  ci  risulti  invalsa  nel  soprasilvano  la  tendenza  di  cai 
parliamo.  A  prima  vista  pud  parere,  che  questa  favella  vada, 
in  qualche  parte,  ancora  più  in  là  che  non  faccia  il  napoletano , 
in  ispecie  per  gli  esempj  che  raccogliemmo  al  num.  86  (cfr.  00); 
ma  quando,  tra  l'altre,  si  consideri  la  tenace  differenza  tra  e  i 
ed  0  u  pur  nella  vicenda  descritta  al  num.  124,  sì  dovrà  pur 
conchiudere  che  quegli  esemplari  vanno  piuttosto  attribuiti  alla 
TUssimilaxione.  Anche  il  n.  94  ci  ammonisce  a  non  riconoscere 
grande  efficacia  alla  tendenza  dì  cui  si  discorre;  né  sappiaoio 
pentirci  di  aver  pensato  a  dichiarazione  diversa  anche  per  Va  di 
sarsents  (pag.  48-9),  quando  ancora  consideriamo  la  serie  dei 
riflessi  di  'subtilis'  al  n.  33  del  soprasàssino,  e  pure  savuTidar 
allato  a  suendar  sotto  il  n.  177.  Rimane  Va  per  «  ed  t  àtoni  ai 
n.  75  e  SI;  dove  però  va  dall' un  canto  notato,  non  limitarsi  il 
fenomeno  alla  prima  àtona,  ma  piuttosto  trattarsi,  in  generale, 
di  e  ed  i  protonici;  e  va  dall'altro  ricordato  come  Vi  qui  passi 
manifestamente  per  la  fase  dell' «,  alla  quale  la  varietà  cattolica 
suole  fermarsi;  e  appunto  vi  si  ferma  la  particola  'in'  anche  nella 
riformata.  Vanno  finalmente  richiamate,  in  relazione  a  quanto 
si  è  ragionato  intorno  ad  ampaug  ecc.  al  lium.  90,  le  analogie 
che  abbiamo  al  n.  231  io  n.,  a  specialmente  il  termine  engadi- 


;vGoo»^lc 


106  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

219  nese  che  ivi  è  addotto.  Assimilajiioni. —  RegressWa  to- 
tale: Tedi  i  prodotti  di  cs  174,  gn  192,  pt  213,  ps  212,  bt  217. 
na  148  e  rs  126'  ',  n/"  149,  mn  156  (dove  però  si  può  far  qnal- 
cbe  riaerva  in  ordine  al  parallelo  francese  che  si  è  addotto  per 
■on[n]=-amn),  e  si  aggiunga,  tipo  d'altra  serie,  elg=Mi+'ìg  (nel; 
elg  dasiert  11,7);-  transultoria:  tecAifac/tar  =  *suctiare  Giob. 
20, 16  ^  e  cfr.  i-i  da  e-i  76,  ed  ents  71  (insieme  col  3  sopra- 
sass.  in  nota).  Regressiva  parziale:  nd  =  ''md  n.  157.  Progres- 
siva totale:  Tedi  i  prodotti  àìldìlS,  rd  126°,  ndnt  150-1  (circa 
tener  cfr.  ancora  il  soprasass.),  str  141,  [st  212].  Effetto  assi- 
milativo di  consonanti  sopra  vocali:  v.  ì  num.  70  (aggiungendo 
mostiar  dal  n.  165,  must.  Carìg.  17;  cfr.  n.  129*,  e  p.  11  a.  3, 
dove  è  però  da  considerare,  secondo  il  num.  che  ora  segue,  l'at- 

220  trazione  di  duvrar  n.  56),  71,  76,  77,  S2.  Assimilazione  di  voce  a 
voce:  T.  i  n.  Ili,  120  n.,  161  u.,  231  a.,  'buvoder'  allato  a  'm»a- 
giader'  87,  mieur  60  ni ,  mellra  66  n.  Dal  Conradi  si  Tede,  essere 
in  uso,  nel  tedesco  de'Grigioai,  'trachter'  allato  a  'trichter',  per 
'imbuto  [di  legno]',  e  trachter  sarebbe  rifluito  anche  nel  sopra- 
silvano.  Ora,  qual  pur  sia  l'esatta  storia  di  queste  voci  tedesche, 
il  loro  contatto  agevolaTa,  ne'Grigioni,  la  riduzione  di  'trajecto- 
rio'  a  'tractorio'  (num.  47  e  172).  Anche  pel  traslato  vinschida 
fine  (60  n.) ,  ho  pensato  alla  prossimità  fonetica  di  fmésch  fitàda, 

221  finisco  finita.  Dissimilazioni. —  Di  vocali:  num.  86;- di 
consonanti:  num.  145  (cfr.  carmalar  ecc.,  num.  161  in  nota), 

222  158  (cfr.  lo  spagn.  nerribro),  125.  Ragione  dissimìlativa  avrà 
pure  il  n  di  curiti  ('cultelj  num.  31)  cultello-  (cfr.  ital.  cortello), 
Apoc.  14, 19,  pi.  cuntells  Gios.  5, 2.  Curioso  che  aA  riflesso  so- 
prasilv.  e  engadin.  di  'lilium',  l'effetto  dissìmilativo,  che  anche 
r  ital.  ha  ottenuto  per  g  (giglio) ,  vada  poi  in  gran  parte  pwdato 

223  col  passare  di  -Ij  in  -Ig  (n.  97).        Dilegui.  —  Di  vocale  [itonaj 


'  Circa  rs  d  da  vedere  l'iudecisioDa  del  rìapetUro  niimero.  Ma  l'afferma- 
zione del  Diaz  (gr.  I'  300,  SS2)  ette  tu  e  rs  più  noa  subiscano  assimiluioD« 
in  favella  romanza,  non  ai  potrb  ad  ogni  modo  accettare  senza  riserve.  Al 
Bopraailv.  cusselg  ecc.,  già  a  suo  luogo  addotto,  %i  pud  a^angere  cussifif 
Car.  {cofuindr  DB.)  consegnare;  a  nei  portogh.  aveao  troùeiso,  avrerEO  Ir»- 
rerao,  non  si  potrà  certo  vedere  la  eincope  o  una  diretta  couUuuazione  ià 
fenomeno  latino. 

'  Cfr.  venei.  tuiiar  allato  a  sui»ar,  che  é  lo  etosso  osemplai'e;  e  n^' 
napolet.:  iusare  =  *tware  =  anfflare,  iS(.  crit.  I  32  =  310. 


;vGoo»^lc 


§  t.  Qrìgioiu;  A.  SoproMlva:  Accidenti  generali.  107 

iniziale:  guila  n.  167,  gizar  a.  63,  legra  lagreit  ecc.  n.  3  e  190 
io  nota,  vanxament  15, 37,  cfr.  n.  107,  gidar  chisar  n.  89,  ver 
ii.2lò,gualiiA7QBstada.  1  (a«((HÌ8oprasa8S.DS.');«-[5-]=ex- a 
{sienscher  aam.  187;  ecc.);  cui  et  limiteremo  ad  aggiungere,  pel 
dileguo  di  o-oft-:  sa  stinar  stinonxa,  ostinarsi  "ostìnanza'  Conr., 
se-s/inor  Ds '.  -  Dì  vocale  [àtona]  mediana  e  finale;  v.  Vocali  224 
àùme,  pel  dileguo  delle  quali  si  producevano  i  seguenti  nessi 
di  consonanti:  ds-,  s-,fr-,  tr-,  «pr-;  -mn-,  -m-,  -vl-.-vr-,  -re-, 
■sn-,  -si-,  -sm-,  -mlj-,  -m[b]r-,  -ntd]r-,  -Im-,  -Ivr-,  -Ig-  (n.  190), 
■di-,  -ri-,  -rd-,  -nd-  (=  '-mCbìt-  ecc.  n.  157),  -vd-,  -mpr-,  ■gl[a}, 
<l-  {=-(ell-  ecc.  p,  58  n.).  Si  può  aggiungere  pr-,  che  è  in  priel 
■foriel  Car.,  priel  ds.  p.  107,  caldaja  (cfr.  venez.  paiolo,  ecc.). 
E  ancora  si  veggano  i  num.  10  {al'd),  156,  115  e  segg.  —  Di  225 
fricativa  iniziale:  ora  or  n.  133,  ma  ò  tale  esempio  che  si  con- 
fonde col.  D.  95;  -  di  esplosiva  iniziale,  innanzi  a  l:  lantagien  e 
flantagen,  piantaggine,  ds.  —  Di  fricativa  iniziale  colla  susse-  226" 
guente  vocale  dtona,  dinanzi  ad  altra  fricativa,  si  che  dileguasi 
intiera  la  sillaba  iniziale:  leva  =  vuleva  *vleva,  ecc.  v.  HI,  3; 
^tV  less.  =  vignir  v'gntr  (v.  pag.  43  in  n.).  Dai  quali  esempj  non 
sarà  dissimile,  comechè  v'entri  la  ragion  particolare  delle  fri- 
cative omofone,  l'infinito  scher  ('it'sA-,  v.  p.  41  n.;  z'sér,  cfr. 
n.  96);  e  questo  alla  sua  volta  ci  conduca  a  stera  sextaria,  che 
è  però  un  caso  non  limitato  alla  zona  ladina.  Notevole  è  anche 
vuwch,  'nodo  del  tronco,  donde  si  partono  due  rami'  (Car.  182, 
cfr.  22),  vale  a  dire  'bifurcus',  com'è  chiaramente  mostrato  dalle 
altre  figure  che  adduciamo  al  num.  226^;  nel  quale  esemplare 
si  dil^ua  l'i  e  poi  il  h  dinanzi  a  o  (u),  e  con  ciò  tutta  la  sil- 
laba a  cui  deve  questa  parola  la  propria  esistenza.  Abbandono 
dell'intero  qui-,  perchè  sari  apparso  quasi  un  pronome  superfluo 
(ehi-),  abbiamo  probabilmente  in  scadin,  ciascuno,  'quisque-ad- 


'  Per  questi  due  esemplari  va  oonfflderato  il  num.  03,  e  l'engad.  al  n.  231. 

'  Di  «.  grig.  =  Ai*-,  T.  HI,  4;  e  cfr.  num.  289. 

'  Da  Sale  traduce  'sapore'  per  amùr;  e  Car.  ha  mitr  sapara,  Conr.;  mu>* 
»u«i.  Foneticameute  si  potrebbero  prestare  ed  'amor-'  ed  'umDr'  (cfr.  i 
nam.  89, 46),  ma  circa  il  senso  non  appaga  uà  l'uno  né  l'altro.  Aferesi  detl'a 
di  'amor'  occorre  del  restante  in  tutte  e  tre  le  sezioni  ladine  de'Ortgioni; 
coel:  murar  muronti  lass.  soprasilv.,  *amorare  *amorante,  amoreggiare  ecc-, 
th.  pag.  S5,  n.  1  (a  Mussaf.  rendic.  xlvi  128-9);  mieoai  soprasaaa.  db.  70,  be- 
Kigao  (smicheTole);  ecc. 


;vGoo»^lc 


108  Alcoli,  Saggi  Uaiui,  I. 

-unum  '.  Abbandono  di  la-,  per  l'illusione  che  fosse  l'articolo, 
occorre  in  fandra  db.,  Car.  (Conr.:  lavendel  lafandra)  lavanda, 
lavendula,  il  cui  f  potremmo  ripetere  dalla  pronuncia  del  ted.  la- 
vendel (cfr.  num.  131  in  n.;  e  circa  il  r,  si  vegga  il  num.  230). 
Curiosa  è  la  sorte  del- verbo  latchar;  il  quale,  mentre  pati- 
sce, per  ragione  analogica,  il  dileguo  di  sch,  quando  ha  l'ac- 
cento sulla  radice  {lai  egli  lascia  18, 12,  lais  tu  lasci  Giob.  9.28, 
ma  lascheits  voi  lasciate  23,13;  sul  tipo  schai  sckascheits  ecc.. 
cfr.  num.  171  e  C.  Ili,  §  3),  perde  poi  la  prima  sua  sillaba  in 
tchar  allato  a  laachar  (Car.;  Da.  schar  177,249.252-6-7).  Si 
tratterà,  come  testé  ponevamo  per  scher  =  'schascker,  dì  *iì- 
schar  [l]schar,  o  semplicemente  di  un  altro  effetto  analogico 
dì  scher,  a  non  piuttosto  dell'abbandono  di  un'apparente  ri- 
dondanza, avutosi  primamente  in  locuzioni  come  laschar-la[uj 
(lasciar  ÌA)Ì  Mero  dileguo  fonetico  non  sarà  per  avventura  pur 
quello  del  vi-  di  'vicata  (spagn.  oca  vegada,  Dibz  less.  s.  'Te- 
ca'), volta,  fiata,  dileguo  comune  a  tutti  i  dialetti  grigioni:  so- 
1*  prasilv.  goda  18,21.22,  basso-engadin.  giada  Car.,  ecc. —  Di- 
leguo o  assorbimento  di  consonanti  mediane:  del  e  di  ci  atono,  ecc. 
V.  9.  'Effetti  dell'  accento',  n.  218;  del  g  ài  gv  gu  [qu  cu)  n.  167', 
177. 184,  di  d  (t)  fra  voc.  203, 197,  di  n  complic.  152,  di  l  com- 
plic.  11,  cfr.  209,  del  v  di  uo  {ub  up)  129\  Dileguo  di  m  non  u 
può  affermare  in  suvig  (sambuco)  ecc.  p.  69-70  n.,  comunque  la 
diretta  continuazione  della  figura  latina  'sabucus'  qui  alla  sua 
volta  non  si  affermi  cosi  decisamente  come  nel  prov.  saùc  o  nel 
vai.  «oc.  Il  fdi  'furca'  {fuor'ca  num.  164),  che  vedemmo  ridotto 
a  V  (n.  132),  ai  rimane  poi  assorbito  dall'u  susseguente,  in  ba- 
vorch  buorch  {Òuorlg),  =  'bifurcus'  K  Sillaba  mediana  è  espunta, 
per  ragione  di  tautofonia,  in  vardeivel-s  'vardadeivels  21  n.  ;  cfr. 
moginas  108  n.,  nel  quale  esempio,  considerato  il  partìcolar  suo 


'  Mentre  [chi\Kadin  riverrebbe  a  'quisqu'-ad-unum ,  l'ital.  [chi]oaduiK, 
ani.  frc,  cadhun  ecc.  riaalirebbei-o  a  *quiqu'-Eu]-UDDm.  Cfr,  D[ez  leu.  a.  'ca- 
dauno' e  'ciascuno',  e  i  succeuivi  spogli.  Circa  l'abbandono  di  qui-,  tajrabb« 
da  confrontare  quello  di  -que,  che  eì  proponeva  al  num.  309. 

*  Circa  il  preciao  valoTB  del  tenniae  grigìone,  v.  il  n.  SS6'.  Per  le  figure 
che  ora  adducemmo,  aempra  dal  Caritcb,  manca  l' iadic azione  che  qMttìt.o 
al  BOpracilvano,  ma  li  sujipliice  con  aufficiente  eicurezia  aU'omÌMÌone;  cfr. 
C.  V,  §  3,  s.  'buorchia'. 


;vGoo»^lc 


S  1-  Qrigioni;  A.  SopruelTs:  Accìdwiti  geoantU.  109 

USO,  non  si  potrà  riconoscere  quella  riduzione  per  semplice  dile- 
gao  di  vocale  {martino)  che  ci  sta  dinanzi  nell'ìt.  mattino  ecc. — 
Dileguo  0  assorbimento  di  consonante  all'uscita  latina  o  grigio- 
ne:  Il  31,  s  137,  n  144,  m  154,  e  {-co)  166,  t  198,  d  -do  204.  — 
Di  'quomodo'  rimane  pur  qui  la  sola  prima  sillaba,  n.  49,  cfr. 
Zeitschr.  f&r  vergi,  sprachf.  XVI  123,  124.  Aggiungi- 

menti. —  Di  vocale  meramente  prostetica,  non  veggo  alena  227 
sicaro  esempio.  Se  allato  ad  agnifmào  203,  consideriamo  la  or- 
tografie de'lessici  (ds.:  agnif  ignif;  Conr.:  ignif  ignieu;  Car.: 
igniv  gnieu) ,  saremo  portati  a  conchiudere  che  si  tratti  di  ar- 
ticolo concresciuto  [ilj-njif,  cfr.  n.  229) ,  con  a  per  »,  come  suole 
nella  protonica  (n.  81).  Dai  less.  si  aggiunge  aveina  vena,  dove 
\'a  dee  provenire  dall'articolo.  E  ancora  v.  il  num.  90.  —  Né  228 
Tocale  veramente  epentica  sarà  facile  rinvenire  in  favella  che 
espnnge  cosi  gran  numero  di  vocali;  e  i  soli  tre  esempj  che  io 
sappia  addurre,  prescindendo  da  i'u  =  iu  (li,  3)  e  dalla  separa- 
zione della  duplice  consonanza  alla  uscita  (n.  ai  num.  90  e  190  *), 
sarebbero:  farein,  plur.  fareins,  frenum,  Giac.  3,2.3,  Apoc.  14, 
20';  saccuder  (sa  saccuder  commuoversi  24, 29,  saceudeit  scuo- 
tete 10, 14;  Car.:  saccuder,  Conr.:  sacuder;  cfr.  savente  ala.  90, 
e  il  soprasaas.),  ex-cutere  s-cuotere  =*  ;  6  lagutter  Gìoh.  7,  IQ,  ta- 
guoter  Da.,  lagitotier  Car.  (n.  64-5),  inghiottire,  cioè:  *glùtere 
(cfr.  fri.  glàtti)  'ghelótere  ecc.,  num.  234.  —  Consonante  prò-  229 
stetica  può  dirsi  a  mala  pena  il  «  o  s  dinanzi  a  consonante, 
quasi  rafforzativo,  che  pur  qui  si  confonde  colla  spoglia  di  ea; 
e  dis,  e  gii  ci  occorse,  in  più  esemplari,  sotto  S-.  Da  sch-ma- 
ladir  e  sch-nagar  134,  s-manatschan  81  e  sa  s-marmlgid  73, 
tassiamo  cosi  a  s-cumngiavan  104,  dove  si  pui  trattare  di  s 
etimologico  (s-cambiavano),  e  arriviamo  finalmente  a  s-cum~ 


'  Cmiaao  è  il  caso  di  diember  numero-  (66;  cfi?.  dumbrar  145, 155),  dora 
H  cucia  una  nuora  «  al  posto  dell'antica. 

'  oa.:  frein  (ctr.  l'eng.  aln.  21);  Car.:  farein  frein;  t.  Schuch.  »ot  II  396. 

'  A  raffermare  questo  ragguaglio  concorrono  eziandio  il  participio  che  dà 
il  Car.:  cuom  (-cuoiai)  e  il  aost  taeussa  scossa,  addotto  dal  Conr.,  e  ab- 
biamo per  compimento  la  normal  fase  intermedia  dall' e  nella  varietà  catto- 
lici: ijuoss,  sequossa  Car.  94.  Ma  va  tuttavolta  ricordato,  che  insieme  si  ha 
''  piti  genuino  icuder  teuoxs  (Car.;  Conr.:  icuder  tcuss,  Ds.r  acvder),  treb- 
binre,  B  ancora,  all'italiana,  seoder  scoss  Car.,  scader  Conr.,  riscuotere. 


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HO  Aacoti,  Saggi  l&dini,  I, 

manda  12, 16;  16,  20,  che  dice:  comandò  interdicendo,  proibì 
{cfp.  il  ted.  'ver-bieten'  allato  a  '[ge]bieteD').  In  Ig-iver  59  rico- 
noscemmo concrezione  dell'articolo;  e  pure  il  n  di  n-ttvil  ovile 
G.  10, 16  (soprasass.  ovil  ds.),  già  notato  dal  Diez,  avrà  la  sua 

230  ragione  preposizionale.  —  Epentesi  di  consonante  tra  consonanti: 
n{d]r  n.  147,  m[b]r  m[b]l  n.  155  '.  Qui  può  parere  che  spetti  an- 
che il  riflesso  di  'peàìcalaa' iploilgs  pi.  Es.  8, 17  (os.  :  sg.  plùogl. 
■pi.  plMgls),  primamente:  piulj  pjulj  (pi[d]alj,  num.  203e24;e 
cfr.  MB.),  sicché  veramente  vi  si  abbia  plj  (pijulj  piulj)  da  pi, 
fenomeno  da  raccostarsi  a  quello  di  tnn;  da  mm)  al  num.  104, 
e  avutosi  anche  altrove  ^;  ma  pur  sono  maggiori  le  probabiliU 
pel  mero  sviluppo  di  l  tra  la  consonante  labiale  e  la  vocale  (cTr. 
il  num.  230  soprasass.).  Qui  all'incontro  sicuramente:  targli- 
Hor  =  targinar  tardinar  num,  106  in  nota  {rlj  =  rg\  Carig.:  &e- 
-targlini  =  dimoreschi ,  sì  ritardi,  fermi,  pag.  13)  ®  a  cui  si  ag- 
giunge i[n]glia  {nlj  =  ng)  pag.  93  in  nota.  Sviluppi  di  j  dietro 
consonante  semplice  e  composta,  mostrammo  in  n.  al  num.  172 
ed  altrove.  Sviluppo  di  r  dietro  a  nt  nd:  suenter  ''sequentre 
n.  177,  minder  n.  151,  cui  si  aggiungerà  fandra  n.  2S6,  mai- 
grado  la  forma  in  '-dula';-  dietro  a  sp:  viaspra  Car.*  (vesp-a 
soprasass.  ns.  e  alto-engad.  Car.,  veispra  basso-engad.  Car.), 

231  vespa.  Casi  di  epentesi  di  nasate  ìnanzì  a  consonante,  oltre  quelli 
che  si  trovano  ai  num.  157  e  104,  e  render  reddere  16, 27,  che 
è  un  esempio  romanzo-comune,  e  cumbel  cumbet  Conr.  Car. 
\cuornbei  os.)  cubitus,  gomito,  che  è  uno  del  quale  partecipa 
anche  l'Italia,  sono  ancora:  lingiér  less.  spedito,  svelto  (cioè: 
'leggiero',  v.  n.  76  e  soprasass.);  unfrir  unfresche  unfarenda 
(offrire  offri!  offerta)  5,23.  24;  8,4;  ampameit  n.  151,  ambU- 


'  Potrebbe  a  prima  vista  parere  che  per  str  (*/tr)  da  n-  qui  dovesM  sten 
fb-wbaviteCoDr.  Car.,  ted.  «cAi'nu^;  ma  te  figure  engBdiiieai(3erau/'seru^ ecc.  : 
Car.)  persuadoDO  str  -  tkr, 

'  Noi  valaco  d'Istria:  plierd  =  pierd  perdo,  cljtptu  (pljeptn)  =pMftw  petto; 
rStud;'  crii.  I  61  -23&\  e  quello  stesBo  dialetto  ci  oflHva  pure  mnj=mj,  t.  co- 
pra, p.  52,  n.  3. 

*  Megli  eugodia.  ip-ailjga  invilga  ittoUja  iuTidia,  cbe  s'incontrano  ai  rispet- 
tivi luoghi,  avremmo  la  stessa  epentesi,  in  caso  grandeoiento  analogo  (ij  il 
Iff  Ij),  ma  dietro  a  vocale;  cfr.  Schuch.  vok.  II  490. 

'  US.:  vespa  viaspra,  gaÌB,\roaeT>iespra  gronda;  Conr.:  vespiavioipa,  cespi; 
s.  'vespa'. 


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§  1.  Qrigiooi;  A.  S^^raselra:  Aeddenti  generali.  HI 

dar  (ptc.  amblidau  16,  5)  'oblitare  (provenz.  oblidar)  obliare  «. 
Epentesi  di  v,  onde  rimediare  all'iato  che  si  predace  per  dile-  23& 
guo  di  consonante:  n.  ^>3,  cfr.  D.  107^  ^  In  umbriva  umbra  17, 
5,  allato  al  fri.  umbrte,  ital.  ombria,  il  e  non  è  epentetico, 
ma  fa  parte  dell'  elemento  derivativo  che  si  rivede  in  umbriv 
ombroso  Car.  ».  Circa  piover  {jj^ooèua  pluèva  Conr.  gr.  59)  vedi 
Jt  num.  63.  Di  iato  grigione  rimediato  per  j:  ruir  ecc.  a.  203, 
econ^'  in  g:  ragisch  allato  a  risch  (*r[a]lsch)  Car,,  radice-, 
iium.  106  n.,  spugentar  num.  70  n.  Anche  all'  iato  latino  di 
jìrttina  dev'essersi  rimediato  per  j:  *prujina,  Aoaà^  pntgina 
e  finalmente  purgtna  {db.  ;  Car,  :  purginna) ,  secondo  la  norma 
del  num.  124  *.  Per  (  epitelico,  vedi  il  num.  156.  Gemina-  233 
zione:  móller  50;  firma  frinna  fastchinne  ^nna  33,  ma  cfr, 
il  num.  237  sottosilv.;  Igimma  33  n.;  fmna  eumminna  Iginna 


'  L'Izuerziona  della  nasala  dcTe  euersi  occompagDats  in  questi  dne  yerbi 
*à  na  astremo  Afflevoliraento  della  vocale  iniiiale  ('mprander  'mblidar),  dalla 
qnal  condirione  paMarono  a  eonfooderei  defluitiTameute  tra  quelli  che  portano 
il  preSaso  tn  (ani-  Boprasilv.  =  *ttn-  Atono,  81;  cfr.  eug.  imprtndtr  appren- 
dere Car.,  basso-eng.  ijtelidar  Car.,  tmAIitlar  Camp.  ealm.  13,  obliare).  An- 
cora in  questa  analogia:  anflar  (=  afflar  num.  116),  cha  ricorre  nel  Carig.  e 
uche  tra  i  riformati,  enfiar  ve.  313.  Mei  rifleaao  di  'aequali-'  vedremo  ata- 
bilir^  il  medesimo  rapporto,  ma  per  nu  movente  particolare  (num.  231  eng,). 

*  L'epentesi  di  e  ci  risultava  dietro  ad  w,  ed  anche  dietro  ad  t  da  w,  ed 
■=ì  laL,  ma  snsaeguente  un  w  antico  o  moderno.  Altrove  si  vede  anche  tra 
a  ed  a  ecc..  Dui  gr.  Jato  III;  e  dovrà  por  esaere  tra  et  (da  ì)  ed  e,  nel 
tn.  toif  (*f  ^D-«  se[d]e  sitis  ;  cfr.  venax  se  =  te[d\e),  che  sarebbe  un  collate- 
rale e  non  nn  derivato  dell' ant.  frc,  toi  ecc;  ma  il  Maestro  qui  ancora  parìa 
di  ^da  t  (gr.  I'  2S8-9).  —  In  adual,  uguale,  conforme:  ti  ili  hot  faig  adual 
4  nw  tn  li  hai  fatti  uguali  (ugnale)  a  noi  20,  IS,  non  possiamo  vedere  l'epen- 
sUsi  di  d  (cfr.  DikeI.  c),  malgrado  il  fri.  aua^.  Mabansl:  ad-val,  cfi'.  n.  177, 
e  nel  soprasass.:  ener  adangval,  allato  a  dval  tner,  db,  b.  'uguaglianza'  e 
■parità'. 

'  Cfr.  nello  spago.:  sombra  sombrla  aombrto;  e  notevole  che  ÌI  *  initiale 
ràppaja  nell'engadin.  nanbrioa  =  umèrii>a  sopraailv. 

'  Cosi  la  metatesi  ha  il  suo  perchè,  e  insieme  é  normale  lo  </  daj.  Lo 
SrsurH.  all'incontro,  vok.  II  519,  parla  di  semplice  trasponimenlo  dell' u,  man- 
iiiiio  piirgina  col  venez.  borina,  che  io  del  resto  non  trovo  nel  vocab.  del 
l'^TRMRCEii  né  in  quello  del  Bobbio  {sec.  ediz.),  e  ad  ogni  modo  entrerebbe 
m  una  corrente  diversa,  come  si  puA  vedere  presso  il  Diei,  less.  s,  'brina*. 
Il  quale  perd,  alla  sua  volta,  dovrà  ormai  riconoscere  che  il  mil.  prinna, 
<l«l  pari  che  il  frc.  brvine,  l'ital.  brina  e  il  soprasilv.  pttrgina,  rivengono 
s  'imùna',  che  ancora  è  iotatlo  nell'  engadinese  {pruina  Car.). 


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112  Ascoli,  Sa^  Udini,  I.  I 

Iginnadi  59,  ma  ancora  cfr.  il  237  sottosilvano;  parsunna  jur-  j 
dunne  tuttaiQ;  burina  (dtmunm's 7,22) 52;  domina  clotnman'; 
234  blastemmal8;temma^;tntta^.  Metatesi.  Vedi  iln.  134 
(ScHUCH.  Tok.  Ili,  187-8);  e  nella  stessa  direzione:  pùlmin  ns. 
=pZumm  30pra3as3.ib.,  piombino;  all'incontro:  p/usc^ins  d.21. 
Caso  comune  a  molte  favelle  romanze  è  quello  di  singlut  san- 
glutt  less,,  'singult-;  e  un  caso  soprasilvano,  in  cui  si  complica 
l'epentesi,  avemmo  al  num.  228:  laguótter  {ghSltiótter),  dove 
però  va  considerata  l'attrazione  analogica  di  gutter  guolterlesi. 
(D8.:  'gozzo  della  gola'),  la  quale  ci  condurrebbe  al  num.  220.— 

235<*  Attrazione.  —  Il  solito  fenomeno  di  attrazione  è  sul  campo  ro- 
manzo quello  per  cui  s'ha  dietro  alla  vocale  tonica  l'i  o  ì'u 
che  nella  figura  etimologica  precede  ad  altra  vocale  nella  sil- 
laba che  sussegue  (per  es.  :  frc.  contraire  =  contrario).  Ma  non 
mancano,  dall'un  canto,  casi  romanzi  in  cui  sia  attratto  l't  o 
l'u  ai  quali  non  sussegua  altra  vocale,  come  pel  soprasilvaDo 
noi  ne  ponemmo  ai  numeri  che  si  richiamano  sotto  il  236;  « 
va,  dall'altro,  considerato,  che  spesse  'volte,  cosi  sul  campo 
romanzo  come  altrove,  l'attrazione  veramente  si  confonde  con 
quel  fenomeno  che  già  avemmo  a  chiamare  ài  propagginazioM 
(p.  83  seg.).  La  propagginazione  è  alla  sua  volta  mediata  o  imme- 
diata, e  questa  e  quella  di  due  specie:  1.°  la  regressiva,  quando 
l't  (j)  0  l'u  si  propaggina  dietro  alla  vocale  tonica  della  sillaba  ' 
precedente  (lingua  liungua),  o  quando  l'i  o  l'u  tonico  si  pro- 
paggina dietro  la  consonante  che  immediatamente  gli  precede  j 
(ft  tji)  ;  e  nel  primo  caso  essa  può  facilmente  ridursi  alle  sem-  ; 
bianze  dì  una  mera  attrazione  (liungua  liunga);-  2."  lapnh  , 
gressiva,  quando  l't  (j)  o  I'm  si  propaggina  dalla  sillaba  accen- 
tata a  quella  che  sussegue  (divino,  divinjo),  o  quando  l't  o  In 
tonico  si  propaggina  inanzi  alla  consonante  che  immediatamente 
gli  succede  (dir  dìjr  ecc.,  v.  il  soprasass.);  ed  a  questa  noi  limi- 
teremo per  ora  la  denominazione  speciale  di  propagginaziom- 

235*  assegnandole  nei  nostri  spogli  il  num.  237.-  Attrazione  di  j  (O- 
V.  i  n.  9.  47,  172  n.;  e  il  C.  II,  §  5.  Si  aggiunge:  sa  martuira, 
si  martoria  (cfr.  'marturiare'  ap.  du  Canoe)  Is.  58,  5;  e  ancora: 
guila  less.  ago  da  cucire  167,  sa  ha  l'accento  suU'u,  come  tutto 

236  fa  credere  (cfr.  gulia  soprasass.  Ds.).  -  Di  m  (v.  Il,  3):  lieunga 
lingua  ('liuhgfuja)  n.  185,  che  è  veramente  un  caso  di  propaggi- 


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g  1>  Origioni;  A.  Sopraseha;  Accidenti  geDsrali.  113 

nazione  regressiva;  pttfMn(7  il  grasso  (=  pingue  •piang[u]-),  Conr.; 
Isckunc  cinque  {"ciunqlu}-)  14,17';  —  •loung[a]  'lueitng^7'; 
'lueug[u] ecc.  53.  Propagginazione  (progressiva).  Poco  o  237 
quasi  nulla  è  da  notare,  nel  soprasilvano ,  per  questo  fenomeno. 
Sarà  nnj  da  nn  (v.  p.  86),  e  non  inj  (enj)  da  in,  negli  esempj 
che  avemmo  in  fine  del  num.  66,  come  anche  persuade  la  forma 
addotta  in  n.  al  num.  159  dal  dialetto  di  Tavetsch,  la  quale  per 
certo  va  letta  guventelna  {e  non  -tecna).  E  in  schilgiusia  {silju- 
sia)  ecc.,  n.  143,110,  andrà  piuttosto  ripetuto  l'i  dal  Ij  (n.  76), 
che  non  questo  da  quello  (cfr.  il  sottosilv.),  tanto  piii  che  si 
tratterebbe  di  un  t  àtono;  ma  giova  tuttavolta  considerare  la 
varietà  provenz.  gilos  gilosia.  E  ancora  cfr.  il  n.  184.  Al-  238 
terazioni  ascendentali.  Le  alterazioni  fonetiche  formano 
dovunque,  per  la  lor  massima  parte,  un  complesso  omogeneo 
che  potrebbe  dirai  digradativo:  gutturali  che  si  fanno  palatine, 
tenni  che  si  fanno  medie,  medie  che  sì  dileguano,  ecc.  Ha  6  noto 
come  non  manchino  fenomeni  che  danno  un  movimento  inverso, 
e  si  potrebbero  dire  ascendentali.  In  questi  entrerebbero,  per 
sorda  da  sonora,  anche  i  casi  di  f-  per  v-  che  sì  dovessero  rico- 
noscere di  mera  alterazion  fonetica  (v.  131  n.,  in  ispecie  del  so- 
prasass.);  e  non  ci  mancherà  ne* successivi  capitoli  qualche  altro 
caso  analogo.  Intanto  ricordiamo  qui  ancora  la  seconda  parte 
de]  Dum.  108.  Per  'pese  pesce,  ih.  e  138,  non  darebbe  analogia 
conclusiva  il  valaco  merid.|)esc«;  cfr.  l'albaa.  pisftpeift. 


B,  Sottoselva. 


A  Tolere  iodicare  con  qualche  accoi'atezza  1  confini  di  questa  regione 
intermedia,  e  le  BuddÌTisioni  ene,  bisogna  spendere  piti  parole  che  aaa 
oeeorrano  per  le  altre,  lo  mi  ci  prOTerO,  valendomi  degli  additamenti  topo- 
grafici che  mi  fnrono  favoriti  dai  professori  Cauihadà,  Bùhler  e  Scbxl- 
UBinu,  della  scuola  cantonale  di  Coirà,  e  sempre  eoosultando  la  carta 
del  Dulbiir. 

Faremo  partire  il  confine  lottosihano  dalle  vicinanze  del  SingalipiU, 
cioà  dalla  estremità  settentrionale  di  questo  territorio  dìalettologico,  la 
quale  tocca  la  frontiera  del  Cantone,  formandovi  come  ona  pnnta;  ed  in 

'  Anche  tmmg  potrebbe  qui  spettare,  confuso  cioè  l'w  attratto,  o  propag- 
gioato,  con  Tu  del  uum.  13. 

ArehiTio  glotlol.  lud. ,  1.  S 


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1  Ascoli,  Sag^  ladÌDÌ,  I. 

linss  qiiMÌ  perpendicolare  omo  toglierà  il  Reno  anteriore  al  couAosnb 
della  Rabbiusa  ',  Di  là  ai  conduca  ia  siao  al  Oraukom,  per  la  linea  che 
divide  il  bacino  della  Rabbiusa  da  quello  del  Reno  poiteriorti  e  voltou 
poi  a  eod-est,  passa  al  nord  di  Sufers,  taglia  il  Reno  potteriore  alli 
Ro/fla,  e  raggiunge  la  frontiera  e!  ve  ti  co-italiana  nelle  vicinanze  del  Su- 
rettaham.  Seguita  qneata  per  tutto  il  contomo  della  valle  di  Eout,  il 
confine  aottosihaao  s'interna  di  nuovo  nel  territorio  svizzero,  all'aagalo 
che  forma  il  Mddriser-thal  colta  Val  StarUra;  tocca  il  WeUtberg,  > 
ài  ìk,  per  le  cime  che  etanno  fra  il  bacino  dai  Reno  di  Avers  '  e  qatllo 
del  Reno  di  Oberhalbitein,  arriva  al  Se]iCÌ7ner~Pass;  non  lungi  dal  quale, 
coincide  col  confloe  dell*  J^la  Engadina,  per  piti  non  aepararsene  in  eiais 
al  Sertìg-Pass.  Indi  si  spicca  verso  occidente,  seguendo  la  linea  cbg 
■parte  le  acque  tributarie  ielV  Albula  da  quelle  del  Landwasser,  ao 
■  confluente;  e  varcato  questo  fiume,  poco  lontano  dallo  sbocco,  al  nord 
di  Filisur,  ai  mette,  fra  Aloeneu  e  Schmitten,  in  diresioDe  nord-oiBit, 
traversa  la  postale  fra  Lai  e  Pùrpan,  tocca  lo  Siati,  e  indi  si  combacia 
colla  linea  che  imprima  divide  la  valla  della  Rabiosa  da  quella  dal  Rena 
poaleriore  e  poi  dall'altra  del  Reno  unito.  E  sceao  alla  riva  destra  di 
questo  Renot  rimpatto  a  Felsberg^ÌA  segue  in  sino  al  di  ìk  dello  sbocco 
del  Reno  posteriore,  per  poi  rispingersi  al  nord,  fra  Trina  e  Tamint, 
a  raggiungere  il  Ringelspilz,  che  è  il  punto  onde  partimmo. 

Cosi  questa  regione  ladina,  dopo  il  breve  contatto  che  alla  Bua  estre- 
mittk  di  nord-ovest  tuttora  mantiene  con  la  favella  di  Sopraselva,  eì  vede 
ricinta  dal  tedesco  ìu  sino  al  confina  d'Italia  {Saoienthal  e  Rhein-aali- 
thal)i  e  senz'aver  potuto  qui  risentirsi  dalia  sua  attiguità  con  la  iavdli 
italiana,  ritrova  il  tedesco,  nell'Aceri,  che  ancora  la  stringe  in  sino  al 
Septiroer.  lULsentato  poi  per  poco  il  distretto  semi-italiano  di  Val  Brt- 
gaglia,  essa  rimane  attìgua  alla  taiia  regione  ladina  in  sino  al  punto 
che  di  sopra  indicammo;  ma  à  un'attiguità  alla  quale  contrasta  un'alti 
parete  di  monti,  che  non  concede  se  non  t 'due  passi  del  Gnidio  e  del- 
YAlbula.  E  dal  punto  in  cui  il  confine  sottosilvano  si  stacca  al  nord  dal- 
rengadiueie,  Ja  favella  tedesca  lo  ridnge  ancora  per  tutta  la  Inngbeiia 
cbo  gli  resta. 

Le  suddivitioni  dialettali  di  Sottoselva  generalmente  na  secradano, 
coni'  d  naturale,  la  ripartizione  corografica;  e  il  loro  numero  é  proponio- 
nato  al  grande  frastaglio  di  questo  terreno.  Setta  diversi  distretti  diiM- 
tologici  ne  converrà  distinguervi:  I.  Il  PUun  {Boden),  alla  estremiti 
settentrionale  della  regione,  limitato,  a  mezzodì,  da  una  linea  che  con- 
preode  Rhàzuns  ed  escluda  Feldis.  La  parta  piti  considerevole  di  quatto 


'  Da  non  confondersi  colla  Rahiosa,  che  sbocca  nel  Plesaur  al  aud- 
Sit  di  Coirà,  e  sarà  poi  nominata  anch'essa  nella  descrizione  del  noitro 
confine.  '  ' 

*  Averter-Rhtin  dice  il  B.eDEKXB,  La  Suisse  et  Ite  partiet  ZimiiropAtJ 
de  C  Italie  ecc.,  355, 392.  Nella  GarU  dal  Dlfoub  si  leg^e  Ar>ers«r-B{ach). 


;vGoo»^lc 


g  1.  Qrigioni;  B.  SottOMha:  Esordio.  115 

dùtrelto,  dalla  quale  gli  viena  anche  il  nome,  è  quel  tratto  di  piaDUra, 
farteall'eit  e  parta  all'ovMt  dell' altims  meìods  del  Rana  poìteriora,  nel 
quia  giacciono  Emi,  Boiadui  e  Rhdtuns  '.  II.  La  Montogna  (^«im- 
jettb€rg),  al  Tenante  occidentale  del  bacino  del  Reno  poitariore  (termi- 
luita,  a  meniodl,  dall'orlo  msrìdionala  dsl  territorio  del  Nolla  '),  III.  La 
Tamliasea  {Domltiehg),  rimpetto  alla  Muntogna,  at  Tsrsaivte  orientale. 
IV.  Scboms  (Schams),  aentrambi  i  versanti,  coli' appendice  di  F«rr«ra 
e  Canienl  (e  Val  Emet).  V.  Sut-Séas  *,  a  oriente  dei  dae  dictretti  che 
precedono.  11  limite  merìdionala  na  è  detarminato  dalla  linea  ohe  Bapara 
la  Tallo  del  Beno  iCOberhalbitein  da  quelfa  dell' A.tbiila;  e  la  proeecn- 
lioua  di  qaatto  Umile,  Balla  riva  sinistra  del  detto  Reno  ',  inchiude  Moni 
nel  Snt-Sdes.  Ma  al  Tinxenhom,  il  confine  di  Sut-Sées  si  spicca  verw 
il  nord,  e  raggiunge  quello  della  regione  tra  Alveneu  a  Pìlisur.  £!ntro  i 
limiti  di  questo  distretto,  rendeai  poi  opportuna  ancora  una  diatiutione, 
della  quale  tocchiamo  più  tardi  (pag.  118).  VI.  Snc-Séea.VOberhalbslHrt 
dei  Tedeachi,  ed  é  la  valle  del  Reno'dello  stesso  nome  {OberhalbsUitur- 
BAtin*),  VII.  Lo  scomparlimento  che  ancora  ci  resta,  alla  estremità 
Mìentala  dalla  regione,  che  diremo  il  distretto  di  Pilisur  a  Bravugu 
(Beririin),  ed  lia  sue  particolari  coedizioni,  come  tosto  ai  vedrà. 

Thutig  a  Tichappina,  nella  Mantogna,  a  Uutta  (Jlfutt«n),  all'estre- 
mità occidentale  di  Sut-Séfs,  eoa  paesi  di  fkvella  tedesca,  e  poco  meno 


'  La  altezza  rispetliTo  di  questi  tm  paesi,  s(»io  di  m.  573,  654  e  648. 
FeldU,  air  incontro,  che  si  ritrova  edbito  dopo,  nel  terzo  distratto  (Tum- 
lia«pa),  à  a  m.  1483,  e  Prdi,  nel  secondo  {Uuntogna),  a  m.  1186.-  Alla 
sinistra  del  Reno  anteriore,  è  Trirns  il  solo  luogo  di  qualche  c<mlo  che 
(petti  >1  Plaun  Ma  Flrms,  che  s'inchiuda  nel  territorio  soprasilvano, 
avrebba,  secondo  il  Bubleb,  un  dialetto  che  oscilla  tra  le  favelle  di 
lopra  e  di  tolto  Selva. 

'  Goal  ù  legge  sulla  corta  del  Dl'four;  quella  del  Memoold  ha  Hotta. 

'  Cioè  Sotto-Sasso;  v.  la  nota  al  nnm.  che  segue. 

'  'Fiume'  ai  traduce  per  rei'n  nel  dS-,  cosi  pel  sopraaUvano  come  pai 
sopras&Bsino;  ol.  (t.  pag.  118):  mgn  43. 

>  Il  qnal  fiume  però,  dal  Saeso  {am  Stein)  io  gib,  corre  nel  distretto 
a  cni  demmo  il  nnm.  5;  onde  a  quello  viana  il  nome  di  'Sotto-Sasso', 
laddove  d  'Sopri-Sasso'  (=  sur-sées,  óbgrhalb-stein)  il  distretto  di  cui 
ora  si  parla.-  Da  Sale,  coma  già  sentimmo  (p.  5),  scrive  Sorstt  col  t 
iSursitt);  ed  à  una  varietà  onomastica,  la  quale,  secondo  lo  Scb^lli- 
BAUX,  é  propria  dei  Qrigioui  di  favella  italiana.  Sarebbe  pei'ò,  ascondo 
il  Pi.Li.iopi ,  anche  degli  Alto-Engadinesi.  V.  ancora  il  C.  VI.-  Nella  de- 
nominazione di  Sur-tneir  (sopra- Mu ro) ,  che  ci  occorrerà  tra  breve,  si 
comprendono  Sut-Sdes  e  Sur-Sées.  Las  munis.  'le  Mura',  era  anticamente 
il  nome  del  passo  che  taglia  il  confine  tra  la  Tumlìasca  e  Sut-Sées,  alla 
riva  destra  dell'Albula,  ed  oggi  é  detto  Schyn  o  Schyn-Pais ;  e  Sopra- 
Muro  divenne  quindi  il  noma  generico  per  la  regione  ad  orienta  di  quel 
passo,  dalla  quale  l'Albula  irrompe  nella  Tumliaaca  (Schallibaum). 


>vGoo»^lc 


!6  AkoIì,  Saggi  Udini,  I. 

che  affatto  tedaaco  è  ormai  aocha  Sili,  che  ai  comprsnda  nella  TamUt- 
■ca.  Stalla  o  Stnio,  ia  Snr-Sdes.  ba  acuoia  e  chiesa  italiana  '.  b  otém 
alla  religime,  preTaigono  nel  Phna  i  cattolici^  nella  Hantogna  e  nelU 
Tumliaaca  i  riformati;  quasi  esclnaÌTanieDta  oattoliai  sono  i  ladini  di  Snt- 
Séae  a  Sur-Séas;  e  rifaraiati  quelli  del  diitretto  dì  Filiaur  e  BniTugn. 

Ma  par  vMiire  all'ordinamento  intrineeco  delle  Tariate  dialettologiclic, 
i  Bette  dittretti  dì  sopra  enamentti  ai  potranno  opportnnajneite  diatri- 
bnira  in  tre  lezioni  longitudinali.  La  prima  *di  eete,  a  partire  da  occi- 
dente, si  comporrà  dal  Plaun,  della  Mtinlogna,  dalla  TufiUiaaea  t  di 
SahoMS  ;  la  aacooda ,  di  Swt-Séei  e  di  Sur-SSai  ;  la  tana  eoneterfc  di  Fiit- 
(wr  e  Bramigiti  e,  in  generala,  quanto  pib  ci  avanzeremo,  di  aaiiaiie 
io  aeziooe,  e  anche  per  entro  una  aazione  madeùma,  verso  oriente,  i  ■ 
quanto  piti  aoenderemo,  eatro  i  confini  dì  tua  aetidoe  ateaaa,  v«rao  ma-  i 
zodl,  tanto  piti  ci  BCoat«:emo  dalla  favella  di  Sapraaelva,  «  tanto  pt  (ì  ; 
avvicineremo  a  quella  dell'Engadina,  ed  in  iepecia  dell'Alta.  Cod,  ace- 
gion  d'ewmplo,  V -Att  =  *-ato,'atl  participio  della  prima  cooingaaaie,  4 
ancora  nel  Plaun  come  in  Sopraselva;  nella  Uantogoa  si  oscillarebbe  tri 
~ó  ad  -du;  nella  Tumliaaca  aiamo  fermi  all'-d  (o*);  in  Schoma  già  Rag- 
giunge là  piena  conformità  coll'alto-engadineae  miche  nel  participio  delle 
altre  conjugazioni  (durmiaecc,  v.n.  35  e  60);  a  man  mano  che  BCendiuno 
ver«o  mezzodì,  tonto  piti  ei  fa  frequente,  in  qneita  sezione  medesima,  l'al- 
terazione palatina  nelle  antiche  formolo  e+a  a  3+a.  Alla  caratterìitici 
generala  di  Sottoselva,  che  é  l' alteraiioae  gutturale  del  n  Ed  detennin^ 
combinazioni  (II,  1),  ed  al  fenomeno,  comune  con  varia  frequenza  aiicb« 
«Ila  prima  Beziono,  della  vocal  palatina  dall'a  in  accento,  dietro  aanooi 
palatini  o  palatili  ',  ai  aggiunge,  nella  seconda,  un  aepandimento  dell'I 
di  fase  grigione  anteriore  (dwrtnetr  =  dunnir,  tn«ir=mir  miìr,  n.  33,591, 
il  quale  dk  luogo,  nel  distretto  meridionale  della  lezione  ateaaa,  ad  nn'il- 
teraiioDd  successiva  (durm^Ar  ecc.),  che  è  a&tto  connaturale  aU'aUo- 
engadiness.  Nella  terza  seziona,  cioè  in  Fitimr  e  Bravugn,  di  taotd 
ancora  ù  abbrevia  U  distanza  dialettale  che  ci  separa  dall' Alta-Engi- 
dina,  che  puA  «nidore  legittima  controverala  se  a  questa  regione,  pivt- 
torto  che  a  Sottoaelva,  non  si  abbiano  od  ascrivere  i  dialetti  a  coi 
allùdiamo.  E  dovremmo  risolverci  per  rBogadina,  se  ì  erit«rj  mescolo- 
gid  qui  avessero  a  prevalere  ;  rispetto  ai  qaali  mi  limiterà  per  vra  a  ci- 
tare i  perfetti  sulla  stampa  di  s-etmtrett  (ìdSu.  :  s-cvntrer,  ìnconlrani 


*  'La  gente  di  Bìvio  (Stalla) ,  che  origina  probabilmente  dalla  Bi«> 
gaglia  [v.  §  I,  C,  esord.],  iatende  gli  altri  eoprasàs«ini ,  e  ne  A  ialett; 
ma  non  mi  é  dato  di  procacciarmi  alcun  saggio  di  quel  dialetto.  Ugnili 
tono,  rispetto  all'idiòma,  le  condizioni  dal  paesello  di  Marmorera  (]Ev- 
mels)'.  Sca.iSLLin*UM. 

'  É  fenomeno  pel  quale  ood  mancano  prodromi  aopraaihaai,  coma  gU 
fta  avvertito  ai  num.  3  e  161  di  quella  provincia.  Ma  A  in  ispecie  da 
vedere,  tutoroo  ad  esso,  il  nnm.  219  di  questa. 


;vGoo»^lc 


g  1.  Orì^ODt;  D.  SottoMl»:  Perdio.  117 

tcewàen;  Brarugn),  atmpret  nutnnetttn  (compera,  nominarono;  Pilùnr), 
B  il  tipo  d'imparfatto  cho  ci  f«rà  mostrato  dal  ama.  21,  dove  però  u&mo 
■Ile  eoodixioni  dell' alto-MigadiiiMe  odierno  per  la  lÌTallazìons  delle  iòrme, 
ma  a  igaatla  del  bmo-engt  din—a  per  la  t«mpr»  del  dittongo.  Seoonché, 
Dsir ordine  fonoio^co,  ben  pOMono  parere  argomenti  deeiaivi  Ve  oostaota 
per  Va  in  accento  fuor  di  poeixioDe,  e  la  palatina  a&tto  nonuala  nelle 
forinole  e+a  e  g-t-a,  che  ci  occorrono,  alla  fo^ìa  engadineae,  nei  dta- 
Utli  di  Fiiitvr  e  Branuffn,  né  manca  qnalelte  altra  particolare  con- 
coTdanxa  fonetica  che  non  ra  dì  eerto  trascurata;  ma  smo  tottaTolta 
mnneroea  e  grari  la  diTergenu  per  le  qaali  queati  dialetti  ai  staccano 
dall'Engadina  in  generale,  e  dall'Alta  in  iqwcie,  e  lono  diTargenza  la 
qaali  tatto  ai  risolvono  in  altrettknte  concordaoie  col  aottosilTano  ;  sicché 
mi  parrebbe  afiiitto  improprio  il  diaginngarli,  nella  trattaalone  fbndogica, 
dalla  provincia  alla  qnale  por  ge^rafieamente  essi  appartengoBO.  AUndo 
in  iqweia  ai  riflessi  dalle  importtnttaaima  basi  latina:  t,  ^,  0  in  poaìi., 
u,  cf;  e  riohìanu),  rispetto  alla  eontinnazitme  di  ci,  e  pardi  ff,  una  con- 
nessione afflitto  speciale,  e  del  reato  natnraliadma,  tn  Filitue-Braevt/H 
dall'una  part«,  e  le  Tarietà  orientali  di  Sut-SJti  dall'altra  (num.  172, 
188-9, 06)>  Lo  qtog^io  di  FUintcSraougn  ataouerebba  in  aingolar  modo 
nella  provincia  engadinese;  ma  gli  va  aseegnata,  in  Sottoselva,  %aa  cir- 
eoBcriiione  distinta,  la  qnale  iminediatamenta  precederb  all'EogadÌBa  *. 
Le  ambigne  coodisioni  di  quel  distretto  dipaodon  &r«a  da  mìgrattoai  af- 
fitto moderne  '. 

L'e^ilyroiione  dei  dialetti  aottoailvani  d  proprio  aul  nascere,  e  non 
pud  vantar  floora,  per  quanto  io  aappia,  sa  non  la  acute  osservazioni 
dallo  SoHUCBaKDT,  dalle  quali  é  tenuto  conto  al  num.  SI9.  Tanto  piti 
■tratto  a  me  correva  l'tAbllgo  di  proflttar  con  qualche  larghezza  dalle 
fonti  cui  m'era  dato  accoatanui;  tra  le  quali  apatta  il  primo  poeto  al 
libro  del  Dà  Sau,  gik  oitato  per  disteao  a  pag.  6.  Da  questo  Diurne, 
cod  ingi natamente  obliato  (poiché  ben  ai  cita  da  qualche  autore,  ma  non 
Teda  ^cuao  che  l'abbia  messo  a  profitto),  io  trassi  tutto  ciò  clia  mi  i 
pano  utile  ad  illustrare  la  tavella  aottoaalvana,  con  iapacial  riguardo  alle 
BDa  attenenze  con  le  altre  Svelle  ladine  de'  Orìgioni.  Lo  spo^io  dell'  opera 
del  Da  Sale  sta  naturalmente  sotto  la  rubrica  di  Sui^des,  ma  va  ve- 


'  Mandare  Filiaur  col  aottosilvano,  e  BraTugu  coli' alto-engadineae, 
coma  fa  F.  R&usch,  GtachiehU  der  liUratM'  des  rhdto~romaniick.  vol- 
^  ecc.,  p.  27,  é  arbitrario.  Lo  Scbuchahdt,  Itw.  3,  <&  di  Filiaur-Bra- 
vagn  una  diramazione  iàV  alto-tngadìneM ,  parallela  alla  diramazicne 
che  g'ha  del  basto  nella  Valle  di  Munsteri  ma  è  un  parallelo  che  mal 
Ù  regge.  Anche  il  Paluopi  mi  dava  Filiaur-Bravugn  per  una  dipendenza 
dialettale  dell' Bogadino.  Ma  il  Buhlib  «odo  che  annovera  il  dialetto  di 
Bravugn  tra  i  eotlosilTanì. 

'  Oli  atatuti  di  Sraougtt  dei  quali  si  hanno  aaggi  nel  libro  del  Mohr 
che  tosto  citiamo,  eono  di  favella  allo-eogadineae. 


;vGoo»^lc 


)  AlCoU,  Saggi  IbcIìdì,  I. 

doto,  intoma  ft  qnssU  limitaiione.  il  n. 337-8.  Per  'soprasilTsno',  t^t'al- 
tra,  li  deia  intendere ,  nel  cono  di  queito  ipoglio,  la  varsieDe  Bc^roiilitos 
che  è  usilo  steaao  libro;  e  di  regok  A  man  tenuta,  per  quanto  bartmn, 
la  traduzione  italiana  del  Da  Sale.  Dova  manchi  nel  odo  vocabolarìo  il 
termiae  di  Sor-Sdai,  dovrebbe  ritenersi,  giusta  la  aua  dichiaraiione  ge- 
nerale (p.  49),  che  «BM>  non  sia  diverso  da  quello  di  Sopruelva;  ma  di 
queata,  affermaziona  per  Tia  di  ailenlìo,  mi  6  dovuto  parer  cauto  con. 
profittare.  Qualche  riearoiineDto  per  la  parta  del  leasìco  alla  quale  cmI 
rìnnnziavo,  si  avrà  dagli  spogli  delle  altre  fonti,  tra  le  quali  sono  sBeora 
di  schietta  favella  di  Sur-Sées:  ìa  cvoetà  doctbeona,  o  htbuiuiht  dt  ! 
quella»  tgiosas,  tge  mintgia  Fidevel  Chriitgiang  i  obliea  da  taeeir,  - 
Ko  la  Sowtgia  Cattolica,  Romana  Battigia  tnutta.  Mesta  giù  en  fio-  I 
matucfi  de  Sursees  per  comond...;  Booaduz,  1755  (la  cito  par  OTa.);  li  , 
Copeia  digl  eardevtl  Originai  digli  StaluU  e  Schantamains  digl  OM- 
recel  Gumegn  grand  t  Criminal  da  SurstM  mett  an  Ruttuuuek  ia 
SurseM  Anno  1S07,  favoritami  dallo  ScB^LLlurw,  coU'indicaùone  elie 
provenga  da  Tinten  (la  cito  per  Timb.)  ;  e  due  saggi  di  BiiaLKR  (Contert 
e  Savognin).  —  Un  tentativo, pib  o  meno  ardito,  d'idioma  letterario, onia 
di  un  linguaggio  eclettico  da  renderti  comune  h  Sut-Séea  ed  a  Snr-Sdet, 
potr^be  da  taluno  aoapettanì  net  Codaich  da  liger  per  la  sagonda  clmtt 
della»  scolai  eUmentaras  rumansehas  an  dialeci  de  Surmeir  '  ;  tranitttii 
antra»  ena  toeietad  seolaatica  (cl.);  Coir»,  1857.  Uà  il  varo  sì  d,  cbe  uw 
importante  aeziooe  del  distretto  di  Sut-Séea.  alla  quale  spettarlo:  Xtxu 
al  sud  dell' Albula,  Tiefenkatten  (Casti,  Chaeté)  alla  sua  riva  siniitn, 
ed  Aloasehein  alia  diritta,  ha  una  favella  che  ai  rimaoe  eatrauea  sgli 
speciali  distintivi  delle  altre  varieUt  di  Sat-Sdes  che  a  sno  luogo  regi- 
striamo, ed  in  fondo  iton  diShrÌEce  da  quella  di  Sur-Sésa  se  non  per  in 
carattere  che  si  potrebbe  diro  negattnoy  per  l'aasenza,  cioè,  del  ttmo- 
meno  che  da  noi  si  considera  al  nnm.  237-8  '  ;  ed  a  questa  Tarietb  me- 
ridioDBle  sottosdtiina  spetterebbe  in  realta  il  Cadasch  da  liger,  cent 
ancora  le  si  potranno  attribuire  gli  Statuti  di  0berhaib»ttin  e  Tttff 
Jtaitsn  in  parte  riprodotti  da  Ulr.  Mohb  nella  Oeordnete  gesetiei-tanm- 
lung  und  grundeàltliche  uebersiehten  dtr  18  erbrechle  ecc.  (MB')' 
Coirà,  1831,  p.  145-55,  e,  per  quanto  si  pud  vedere,  pure  il  ritpeKi") 
saggio  dello  Stalueh  (v,  sopra,  p.  5).  Lo  spoglio  di  queste  scritture  potri 
quindi  rappresentarci  una  varieta  sotto^sàssina-^  ma  lo  terremo  sceverilo 
dagli  altri  spogli  di  Sut-Séas  ',  e  lo  faremo  precedere  ImmediatanenU 


'  Sappiamo  che  in  Surmeir  si  comprendono  Sut-Séas  e  Sur-S^;  v>  h 
n.  a  p.  1 15. 

'  Mi  fondo'ia  iepecie  sopra  un  saggio  di  Mone,  favoritomi  con  bnK» 
annotationi  dal  prof.  Josr,  della  scuola  cantonale  di  Coirà;  il  quale  tr- 
ferma,  e  mostra,  che  le  varieta  di  Tiefenkaeten  e  di  Ahaeehein  sue 
affatto  simili  e  quella  di  Mone. 

'  Spinto  dal  bisogno,  mi  permetto  di  foggiare  gli  aggettivi  lotle-ni'- 
Jino  a  eopra-tàtiìno,  sulla  stampa  di    Val-Srissina.  —  Nello  spogl*" 


;vGoo»^lc 


§  1.  Qrigioni;  B.  SottoMhs:  E»>rdio.  110 

al  sopra-aditino.  Per  1&  Muntognft  e  la  TumlIkBCA  do  éMmpJ  che 
io  stewo  ho  «eutito,  e  rodo  quindi  tnucritti  secondo  le  boat»  tKHma;  e 
in  Dota  aggiungo  uampj  e  Tarìanti  da  altre  fonti'.  Per  Schora*  e 
par  BraTUga  ho  raccolte  mie  proprie,  che  metto  nell'AppeDdiee;  e  qui 
mi  Tslgo,  anche  per  questi  distrettì,  dei  saggi  del  Bùblzr,  che  son  poi 
l'unica  mia  foDte  pel  Plana  '.  Per  Filisur,  finalmente,  ho  potuto 
(«sfittare  di  tasti  manns'critti,  che  si  doTono  alla  penna  del  signor  Lo- 
utn,  landammano  e  presidente  circolare,  di  coU. 

La  tradniione  si  omette  quando  pare  superflua  od  b  pronta  net  luogo 
corrispoDdante  dello  spoglio  soprasilTano.  E  ancora  ri  tolleri  l'aTTertenia, 
euere  il  -a  di  plnrate  quella  che  accorre  disgiunto  dal  resto  del  noma 
nello  spoglio  sottosilTano;  laddove  nel  soprasìlvano  accadeva  disgiungere 
il  -f  predicativo. 


A  tonico. 
1.  Plaiu-  1.  2.  animal-t,  q%ial,  qualitads,  o&fcrcor,  consumar;  stati,  tiardaw, 
dacentau,  moMau;  twnaiivala,  3.  m<tgliir,  -àr  (-maglia;  tpitgeaoa  aspet- 
Uia);  cfr.  maglièu,  tartgeu  n.  172.  4.  mo.  5.  6.  ifamon,  ptùh,  ea^sigor'i-s, 
pon;  iruni.  10. 1 1.  OMfer.  13.  on,  lonieher.  16.  vaschinonxa,  mal-gidonia 
(la  male- aitaste),  tar-lisckonl-t  ('tra- lue  cuti',  brillanti),  acon,  a/fons  (u/f.), 

del  CL.  ecc.  ho  del  resto  badato  a  non  ripatare  ciò  che  s'incontra  nel  ao- 
pruissino  db.,  che  é  come  il  fondamenta  di  questo  nostro  studio  sottocil- 
Taso.  —  Le  altre  Tarletfc  sottos&ssioe  che  si  trovano  qui  roppreitintate  nella 
rÌBpet(ÌTB  rubrica,  son  quelle  di  Vat  tura  (Obenoati),  Lonseh  (Lsnx),  Srin- 
saalt  (Briem),  Alragni  (Alvantu);  e  sì  contrHddistingUOno  per  la  corrispon- 
dente iniziale,  aU'infuorì  della  prima,  che  va  senz'alcnu  distintivo.  Ebbi  per 
ciaseona  un  saggio  del  Bublsb,  e  per  Lonich  se  ne  aggiunse  pur  uno  dello 

Jl^ST  (L.  II). 

'  Io  raccolsi  gli  esempi  della  Muntogna  da  Anna  Cddii  ài  Prftì,  e  quelli 
ddls  Ttunliasca  da  Mar.  Orsula  Decdspar  di  Paapels  (Pasqval),  che  sono 
itabilite  amendue  in  Milano.  Il  Bùhlbs  mi  diede  per  la  Muntogna  un  eag- 
^D  di  Som,  alquanto  incerto,  e  due  per  la  Tumliaaca;  Sehed  e  Seharawta. 
Spogliai  quello  di  Sehed.  aggiungendo  le  varianti  di  Soharauns  fra  paren- 
t^i  rotonde.  Uà  per  la  Tumliasca  mi  fu  ancora  generoso  di  aboadanti  saggi 
uno  studente  di  Viulden  (^Fe(dit),  e  il  loro  spoglio  è  segnato  per  Bah.-  Circa 
alcune  scritture  a  stampa  che  rappresenterebbero  questo  distretto,  d  da  va- 
dwB  il  C.  VI. 

'  Per  Schoms  ebbi  tra  uggì  dal  Bììhl.;  Ciraun  (Zillis),  Lon  {Lohn)  e 
'(n<l««r;  a  distinguo  i  due  ultimi  per  le  rispettive  ìniiiali.  Di  altri  due  mi 
faioo  quel  valentuomo  per  il  Piaun  :  Domat  [Ems)  e  Trins.  Do  lo  spoglio 
di  quello  di  Emst  e  tra  parentesi  rotonde  le  varianti  di  Trit%s'.  Nello  spoglio 
dei  saggi  BÙRL.  di  Sehotns  a  Sut-Sies,  accolgo  precipuamente  cid  che  diverge 
li»!  Plaun. 


;vGoo»^lc 


120  AmoIì,  Sftggi  Udini,  i. 

gron  gronda.  17.  eombra.  II.  Kiuitogna  *.  1.  S.  Hit,  stala,  'cor;  dal  flai\ 
infloiti:  tafjd,  eumpanà,  gttdend,  btmd,  ifjd  aacingara,  lyiì,  gugàipijAìtr- 
gare,  itrcà,  tpild;farlic.:  clamò  *-iii&u,  maljó;  cfr.  So  'Sau  capo,eiIn.^- 
(sW  *»iia  ftcqna.  3.jéda  v.  Schoma;  te  casa.  4.  ^ua,  la;  fa,  va.  5.6.  dt- 
mce'xM,  sce'un  sce'tma,  l(e'una,  pceun;  mie'urt,  Eteun  'èoeuna.  _  T.  fvm, 
Strom.  8.  Eam,  eorr.  9.  pumeV,  cafarf.  10,  \\.Ȉlta,oU,  told,  foli,cH- 
iet.  13.  intt'unca,  jte'wn  SADgUfl,  ciunghél,  st(SMnkél\taEnìer,rceni;\iiàii- 
ga\,  14.  sonS  iònia.  16,  ODfe'unt,  gurte'wnta,  ufce'un;  cani;  grie'un  gra  n- 
da.  n.  fiamma,  eómba.  IIL  TamllascK '.  l.Iafioiti:  cairìa\r\,  rggitr,ttc. 
Partic:  clama',  àaoantd',  cfr.  nam.  68.-  cler.  3.  ìofiaiti  :  ta(jér,  {maìjir), 
piljér,  eumpanér,  gudtnér,  banér,  sigér  asciagare,  batiir^  l^ir,  catU^I', 
fadigir,  pliér,  pijér  pk^ara,  ìertir,  Ixètr  laccare,  spictr  a.  172;  ma  K&'i 
intatto:  laiàr  iar  (v.  n.  226"  aoprslT.),  ingrasdr,  cunìdr,  abraécàr.  Imperfetij: 
maljstia,  bangoa,  gudins'ea,  li?st"',  paljéoa  pigliava,  ùbligioa,  serfétt, 
pijéea  pagava  *.  Partic.  fata.:  obligéda,  pyéda.-  péda,  tésa,  tétt  *csQ,  sU!ix, 
viédi,  pijida  pedata.  4.  qua,  la.  5.6.  dumdn;  sdun,  caritàun,  laulu. 
pdun;  tnàvn,  tdvn.  7.  fom,  Uòm,  rom  ramo,  slrom.  8.  lar,  tam.  9,p»- 
me,  ealiiì  (de),  danirs.  10. 11.  lilta,  [mólta],  olt,  'éold,  falda,  vóli,  foli. 
fols,  f^ólias;  óter.  13.  miittncii,  tàung,  àunghel;  iònser.  U.  sofTi;  pi.  jcni, 
fem.  làn^a.  15.  coita,  mantóna,  gttdòn.  16.  d-ava'nl,  ufa'n,  cwra*iUii, 
ci"n[t]-;  gratta  grà'nda;  ina  damònda.  17.  Hmma.  IV.  Schomik  l.  «* 
tsehar,  doDentava,  (L.sguibchor,  premere);-  sfi>=*stau  ecc.  t.  11.68.  3.n»- 1 
glidr  (A.  magUar),  manager  [ptcp.  manate}ita]  =  manvxr  manegiar  Eopr^.<  | 
opinare,  ted. 'meiDen';  acida  *jeada  *gada  a.  S26'  wo^nlt.  (L.:  cun  tn-ta[—] 


'  Msntogaa.  Bùbl.:  1-3.  spilgema;  angannau,  don,  iiau  (3to),i^i> 
(d-itatt),  obstn>d;-  maglidr,  geda.  5.  petm;  daman;  carstgwn-s.  13.  ouv. 
16.  aetttnt,  tnal-gideunta,  ttnfeunt-s\  larglisehonl-s ,  grand, 

'  TnmliaBca.  Bùrl.:  1-3.  ttusehar  toccare  ecc.,  sopraGÌlv.  id.,  voce  ^ 
baM  ted-,  t.  V,  I,  {ittuchar;  teattchar);  d-ùù,  davantà,  caKò,  ecc.;  magtìt 
e  maglill  (magliir),  tiehartgatian  (tfchartgeoan),  spitgèaoa  (ipetgtDa-l};  }fi 
(=  ^tda  MDDt.].  5.  6.  dammtn  (ditmaun);  paun,  (tanna).  13.  aang  {au*') 
16.  anOMn,  targlisekaunl-s,  graunda.  Bab.:  1-3.  aec.  para,  imperai- pi- 
tadlad  aacoltate  (v.  V,  3),  sched  laaciate;-  [tseJiantichana] ,  aquitselut'o* 
(iqttittcttar  sopraailv.,  comprimere),  parto,  tquiltcho^-  giaeuchear  (jitn- 
lehar  lopraailv.,  deaiderare),  sa  pa-larchtar  v.  pag.  59,  chear  ehéora;  diti 
casa;  già  (=  geda  Mnot.),  ntn  in'iia,  amprm'iéa;  ckièu  capo;-  git  d;- 
Isg-s  laghi;  leich  lascio,  neachar  uaacere,  pléjaa  piaghe,  adeg  (=adalgt»- 
pnuilv.  pBg.  88),  trechia  (=  trackia  aoprasilv.,  tracia).  13.  \plaunKhM 
allato  al  aost&at.  plogns]  \  balaunlscìm.  16.  pusaunta  possanza,  fidaunsii. 
bundatàiua,  tpraunta,  tatmt,  matmt,  amacauh  gis  (cfr.  pag.  48  e  53],  vf- 
fauni,  afdauhs  abitanti,  gravnd  grauni;-  camunda  damìtnda,  egli  conisiiil' 
domanda;-  \on-s  amiì,  on*  (soprai*,  id.)  enti]. 

'  Circa  il  partic.  paaa.  nuuc,,  v.  il  num.  219.  CoU'd  in  é  davanti  a  pa- 
latina 0  a  palatile:  leg  lago,  fréja-s  num.  IBS  (=  fraja  Coor.  e  aoprasa».); 
ctr.  la  n.  che  precede. 


;vGoo»^lc 


S  )•  Grìgioiù;  B.  SottoMlva:  6.  131 

ad  no  tratto;  A.:  cim  effna  ea)\  an-tsehartgetan  A.,  cercavuio;  apilseheoa 
upetUTO,  tartscheva.  tartfffva  a.  172  (ma  tariffò  =  *tarìdv  ptcp.  A.].  4.  mo 
(A. dm).  5.6.earstgians,  da/nan,  tana, pan.  lì.oter  A.  13.  arte.  16,  avant 
an-acaftt,  tar-lischant-s,  mal-sehidanla;  ma:  vttfaunU  (L.  unfantt,  A.  u^- 
fants);  grand.  17.  tffamSrn  (L.  eombra.  A,  tyo.).  V.  Snt-Sées.  I.  2.  oni- 
Tnaf-t,  ;ua2,  ecc.;  muontd  ecc.;-  ma.  'ò.jtda  (B.  fSda,  L.  AtdcE);  ma^Jiiir 
{aagitar  B.  L.);  d-t^fistui  guardavo  *d  e -oc 'la  barn ,  t.  n.  66,  tcJiart^i<r  A.) 
izhiTtgtar  B.,  icAiirt^fcan,  cercare  cercaraDo;  spit3ehieva\  patertsckieva 
n.  172.-  [cleramainKk  a.  151].  4.  o-I  ha-egli.  5. 6.  carstgam,  aamn  (aie) 
sano,  àamam,  mam-i  (mani,  parti),  pam;  ma;  tannai.  (A.:  earatgaiun-a ,  du~ 
mavn,  taunas;  B.;  carstgaii-a,  san,  dvman,  pan;  L.;  àuman,  man-t,  pah, 
tatui.)  6.  antgàma  n.  161.  13.  tin^  e  an  16.  (ant  itt-taitt,  acant  an-omint, 
ttr-gUtèhant-a,  mal-tehidanta,  ma:  wnfatmtj  (B.  e  L.;  -fantt.-  A.:  townt, 
mouttf  ocanf,  ^/iKAant-ii);  -  ^i-nttd  (^ond  A.  B.  L.). 
V.4.  (X.  3.  etjlMTT,  «eh«r(s«r90;ecc.-  («c/wdatìOj  ecc.-  pa«&w  calci  129; 
eiM  eda  4S.  103.  iJtu  gtdas  105;  fp«a  (cfr.  le  forme  di  db.  b.  □.  160-3).  L  gio 
gìàI15. 118.  ISl,  allato  a  schi-^ca  119  (t.i].3i>tb.).  6.  6.  pMttj7a  (pialla)  19. 
/anja34,  funtanga'^.  1.  clama  chiama  86.  8.  vatga,  alva^  ecc.;-  tger 
carro  24.  34.  tgergia  81.  98,  gaglerd  83.  10.  11.  io  doiaa  61.  1».  «Itti»- 
caiSS,  60,  ati^<il  artjr<i:t  144.  1«.  pianta  94,  uhfants  148.  hb.  1-S.  ;ij- 
gliar,  nitigiar  utilizzare  (base  ted.),  gimar  gìocai'e,  ttitgiar,  laschear  (-«c/iér), 
!ir<iDajear,jMi«ar  (pagare;  ptcp. paea),(a^iea  tagliato;  tgeasa,  eada.     i.fota.. 

VI.  Ssr^ées  (ds.). 
1. 2.  imparar,  domandar,  sa  maridar,  saippar  zappare,  ecc.,  cfp. 
num.  3;  pasch  ecc.;  'ada  =  -&ta.  (cfr.  num..3;  sgordinada-s  Aisor- 
dinate  60,  v.  n.  129"  soprasilv.;  masc.:  sgurdinó  a.  68');  -  far, 
speda,  ecc.;-  cfr.  n.  4.  3.  e  =  A;  t.  l'esordio,  e  cfr.  i  n.  219, 
87,164,8.  Infiniti:  sviér  dissuadere  (sviare),  contririér  \30,  as- 
■gloHér  gloriarsi,  spiér,  recopiér,  rengratiér,  spreziér,.  pre- 
mier, se  swnniér;  -  sa  smervegliir,  magliér  num.  146,  pi- 
gliér  123,  enguagliér  quagliare,  toglier  269.  intagliSr.  surta- 
gliér  circoncidere,  zermogliér,  sconsigliar,  tratagliér;-  suer- 
gognér,  compagnér  scompagnar,  spargniér  riaparmiare,  gua- 
dagnér,  ìntgniér  bagnare;  -  laschiér,  fasc'hiér  cingere  (fasciare); 
mr;rascAt^  ingrassare;-  lifgiér  alleggerire  ('leviare');  sa  tor- 
pegiér  cfr.  num.  124  engad.  ;  assegiér  odiare  (ted.  'hassen');  ^a- 
giér  assaggiare;  managgiér  armas;  gravegièr  aggravare;  bat- 
iegiér;-  sch-dbbrcu:ciér  abbracciarsi,  rinfacciér  140;  contscher 
racconciare;- j)Mr^ii?r,  /or^i^  num.  183,  albergiér;  navigiér; 
Iter,  obliér.  sligiér,  legare  ecc.,  snejér  negare,  striér  stregare, 
eastiér,  sa  fadiér.  fidiér,  roiér  rqjer  118.  236  (lat.  rogare);  - 


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122  AwoU,  S^gi  ladtDi,  I. 

siér  asciugare,  giojér  giocare,  slqjér  273  (slogare),  plegtér 
ptaiér  gomitolare  (plicare)  144. 164,  arpiér  erpicare,  pajér  pa- 
gare, sejér  segare;  risigiér  risicare;  scorlgiér  scorticare;  tne- 
dgiér  medicare,  predgiér  predicare,  asgiéir  num.  03,  [paregiér 
apparecchiare],  cargiér,  tsoherchiér,  sbartgiér  sbarcare,  f€S- 
tgiér  peacAre,  publitgiér,pronostitgiér,cefli^chier ecc.,  sechiér 
seccare,  smachiSr  ammaccare;  drechiér  cfr,  num.  172  soprasiW., 
spetgiér  aspettare,  dalachiér  dilettare,  fitgièr  il  igl  vagb^- 
giara  (cioè  'fissare  l'occhio',  t.  pag.  74  n.)  ^.  —  Altre  voci;  sur- 
tagliSda  circoncisione,  paiéda  calcio  ('piedata'] ,  buachiéda  boc- 
cata, ambaschiéda,  gliéda  occhiata,  bargiéda  num.  124,  gieda 
jeda  ("  goda  soprasiiv.)  volta,  fiata;  -  chiescka  (e  chia  v.  n.  219) 
casa,  chiér  caro,  stgiela  scala,  sc/ìie/"  (=  scd/" soprasiiv.)  aspa 
da  voltar  il  filo.  —  Si  aggiunge  clér  chiaro  {cleradàt  chiarewa; 
ma  claressa  evidenza)  *.  4.  }.o  tó  dò  sto  fò  so  >,  ha  va  dà 
dà!  sta  fa  fa!  sa;-  chiarito  cantate  (2*  imp.  pi.,  cfr.  n.  198  e 
l'alto-engadin.);  -  16  là,  tgiÓ  qua,  ecc.,  v.  Ili,  5.  5.  6.  do- 
mati (ma:  piistmaun  dopodomani),  uman  119,  nan,  gran,  [fn- 
vant  138,  n.  232],  pitlàna;  chian,  pan  (ma:  pe'zsa  paun  130, 
toccpaunSlQ);-  doctrina  christgiavna,  pajaun,  saun  163.266 
(ma  3.  'salubre':  song)  malsaun  maison  166,  mauns  161. 191 
{mansG&.  140);  plaun  pian  (260:  plang,  ritto,  dritto,  veia  pia- 
gna, ritta  strada*),  cfr.  plauna  plana  pialla >;-  stroni  colle- 
rico (e  297-8:  strana  chiosa  strana  cosa,  strana  [sic]  stranio, 


'  Mari  ibagli  ai  devono  reputare:  pigliar  229,  tagliar  30S,  laschiar  2£5, 
che  Eoa  corretti  dalle  forme  addotte  di  iopra.  Cosi  cacciar  mattn  ('assaltare') 
A  corretto  da  eaeeiér  brumbtU  'buttare  o  produr  fruudi',  eaeeUr  or*  cac- 
ciar fuori,  icacciir  'diacacciara'.  E  reatauo,  corto  colL'd  illegiltìmo:  bcAun- 
chiar  50  (parlare,  cfr.  lopralv.  n  13),  ptrtratgiar  337  (cfr.  sopralv.  n.  124).  — 
Sotto  questo  numero  giova  ancora  ricordare  las  tnai  CL.  19,  cbe  deve  din 
'gli  anici'.  L'accinto  sarà  Bicuramento  sulla  prima  (cL.  1.»  ci.:  igU  enit); 
ma  Don  i  esemplare  sul  qual  si  possa  fare  fondamento  (v.  il  sopralT.).  —  CiKi 
tuia  aquila  rL.  29,  vedi  it  n.  177  eng. 

*  Cfr.  il  basso-engadinese.  —  Limerà,  animala,  spettark  al  num.  9,  accM' 
nando  il  aopraailv.  e  l'engadin.  ad  *anÌmalio;  v.  il  num.  145  di  quelle  sexiotii. 

'  sa  165  aark  uao  sbaglio.  , 

*  V.  il  num.  837  in  n. 

'  P.  62,  230;  e  nella  colonna  dell'  ital.  si  ha  la  prima  volta  'piola',  la  e»- 
conda:  'piona'.  Piena  A  del  vecchio  milanese  (oggi  piatta);  e  sono  notavoli 
questi  0  lombardi  aelU  conlinaations  di  plSn-  (*plana  *planula).  Clr.  il  §  ^- 


;vGoo»^lc 


g  1.  Oi-igiODi;  B.  SoitoMlT»:  d.  )S3 

fastidioso),  chiapitóne  capitano.  7.  hom  bamus,  fom,  ctont 
[clomada]  clilamata,  chiróm  num.  52,  lióm  Ugame,  rom  rame, 
roma  ramo,  schiam  d'aviols  2^1  (sciame  d'api),  bróma  bra- 
ma. 8.  targ,  barba  zio,  ecc.  Intatto  Va  in  posizione  anche 
dietro  a  patatina  (cfr.  num.  3  e  161-4)  in  chiar  carro,  tgiargia 
carico,  peso;  ma  in  chiern,  carne,  antschema  angolo,  cantone 
('in-card'n- ;  cfr.  soprslr.  encarden  ds.  Conr.,  e  Car.  aggiunge 
ancama)  ha  ceduto,  e  abbiamo  insieme  chiertas  143  e  tgiar- 
tas  85,  carte  da  giuoco.  9.  pomér,  ferér  ferrajo,  marescal- 
co. 10.  11.  salta  (=  saltai  66;  soprasilv.  saulta),  mólta  78 
(383:  moulta  cfr.  n.  57)  malta  (soprsW.  mattUa)  ;  -  ot  (ottezia  50; 
ma:  d-ulzar  alzare);  oter  atra  oters  {otró  altrove,  aoprsW.  au- 
Irò  Car.,  basso-eag.  utruo  Camp.  16, 1;  cfr.  Ili,  5),  chiót  caldo 
(allato  a  caltira  ecc.,  cfr.  num.  160-3  e  il  113  soprslv.),  foda 
(■  faulda  soprsW.  )  piega,  'falda',  gót  bosco  (v.  soprslv.  num.  1S5 
n.),  boti  bald  ted.  226,  fos  fóss  {fosameing  fozadat  282),  fotsck 
fòsck  falce  276.  3^,  tgiochias  =  caulschias  soprslv.  (allato  a 
colxér  scarpa  270).  12.  orma.         13.  anch  (207:  aunc), 

bcmeh,  branca  d'fein  {=  braunca  de  fein  soprslv.),  fianca;  sang 
{218:  parerti  da  saung),  anghel  cfr.  pag.  93  n.;  planxer,  fan- 
scker,  lancia,  ransch;~  siaunhel  staunchel  stanchel  stanco  178. 
295,  V.  Ili,  4;  [liongia  lucanica].  14.  aua  sontgia;-  piangi 
139.  16.  chiógna,  malsogna,  montagna,  gadogn,  chiavó- 
gna  cavagne.  16.  avant  avaunt  {pardavans  pardavattns 
predecessori, pfl)-dat-tin(),  pesant,  pucchiant  '^ecca.atB',  unfants 
{enfantadat)  unfans  unfaunt  anfon,  tant  tana  dantant  {da-n 
taunt,  taunt  da  liunsch,  per  toni  per  tanto  prezzo),  quantas 
qwtunt,  pianta,  confidanza  {/idaunza,  poca  fidanza),  embli~ 
danza  imblìdaunza  v.  num,  231  soprasilv.  in  nota,  tardanza, 
dubitanza  duhitaunza,  hundanza,  importanza,  possanza  pos- 
saunza,  restanza  reslaunza,  isanza  isonza,  regordanza  re- 
oordaunza,  sigtranza  sigiranza  siironza,  perdananza  solen- 
nità, speranza,  tempranza,  vigilanza;  ansa  {^onza  soprslv. 
Maglietta);-  domanda;-  portaunta  v.  il  soprslv.  in  n.,  surdi- 
taunxa  sordità;  somegliont  versamigliant  samigliontamaing, 
onn'chie  v.  n.  150-1  soprslv.,  temperónt,  vigilónt,  coronta,  sti- 
i\anza  'obstinantla,  ^^-o/un^fonf  prolungando;-  grand  gronda, 
vivanda,  comónd,  sponder;-  pan,  on  anno,  chiamóna  n.  157, 


;vGoo»^lc 


1S4  Aaeoli,  8a^  Udini,  L 

engUm  angón  nam.  182;  dòn  *.  17.  tgiomma,  cùnterchiom- 
ma  naia.  157,  ehiomra  chiombra  90. 14^. 

Yl.b.  DTK.  1.2.  ra4rl02,  mooidS.  t.  engr(utgearìtS,iiiaffUar30,f{gbar{h, 
37,  eon»ilffetcr6S\  eompajfntar  tó;  latehtar  41. 114,  gmiKhtar  ff.  TunUatca 
ÌI1IIOUJ32;  UchanUchutr  3b.27,  tagearli,  easttear  93.  131.  137  (39:  -tiar); 
ffiuear  •giiijear  84.  109  (97:  giuier;  127:  ffiuoear),  potar  *p8jear  117.  126. 
137;  comunitffear  71,  giudilgear,  tantifilgtar  32,  tutgtar  74,  spilgtar  IDS, 
partartgear  35. 37  ;  rqjer  v.  d.  219;  -  giustirieatUu  111,  pigltada  108,  «comu- 
ni t^MiIiu  71 ,  «()nli/l(y«(Hlii  I3S,  |t^McIa86;  jMMd«r  pagktorel37;- wh«9M 
(t,  p.  10 n.)  36.89.  HO,  gtadat  12.26  (mimAgia  eaàa  ogni  volUlOS);  tgwrl, 
(f «ani  85;-  tgn  capo  13;  [^a^^fordamoin;  44].  4.  ptpJio  pigliata  109,  eow 
M  le^rd  73,  liuehio  100.  5.  ft.  chn'it^ia»^,  damane,  pang  18,  tgiatig  83, 
moanyi  95.  8.  faarji  68;  -  tgearn  9. 39.  9.  mai fe«r  1 13.  10-  11.  oot  49, 
goot  109,  &Md,  /bo*  Mao  34.  16.  Gfr.  n.  S38  o  44.  oooHgH^  puitangld. 
IO  (9:  ptufon^),  vivangt  15,  putgianga  S5.S2,  culpanga  34,  tMhitmfoaN^' 
to  78.  VMfangt  66,  unfangs  83;  -  juans  42;  jwrftifuaj  87. 

VII.  miBU-  «  Jtoav Bgb 
F.  1. 2. 3.  ava»  acqua  cfr.  il  n.  177  engad.  ;  ma;-  calitaet-^,  obtenaer, 
citaert  faer,  daer,  paevel  pabulo,  brceva,  fiUaela,  itaed,  Naàatl,  duo- 
vaedat,  talvegiat,  continuaeda;- giaeda,  ckaesa~t  case,  ^utwcAa giace, 
ttumgiaer  magliaer,  pigiiaer,  manùaer  'maaigar  cfr.  Schoms.  4.  fo 
«gli  fa;  Ao  ha;  no  tien  t.  Ili  &.  6.  6.  cratchtaun,  datnaun,  lama, 
taun,  chiatchlauns  castellani,  jiaun;  maun.  8.  vat,part,  chùtttdia 
caccia.  6.  danaer,  pumaera.  10.11.  oter,  chiod,  god.  13.  aun- 
■chCegnia;  matmgiel  mancanEa  (ted.  mangel);  Uchawttschen;  roma- 
umch.  15. fltdnfojrntax,  boing.  16.ifaunsa,  lontanaunxa-s ,  avaunt, 
in-atidaunta,  utifaunt,  tauntai;  gardont,  tscherchiond,  tratond  tra^- 
gendo,  resereond,  grand  gronda;-  onn,  angon  (sopraty.  uonn;  tote 
unguaimo  ugwmno)  quest'anno;  chionf.  B.  1.2.3.  caliteds,  urna- 
nited,  obterver,  iter,  vela  vale,  mei;-  gieda,  antyema,  maglitr,  cmsi- 
pagneda»,  mtmiser  t.  Filia.,  tàter  aaaaggiare.  4,  fo,  6.6.  croack- 
tah-i,  daman,  pah,  tana». 


I.  PlaaB.19.Ai-i)rfrat.  ^.Ug*r;{erataraera.i).  Zì.dia»eh(dietéh).  S4.n, 
«ww.  25.  bth  a»T. {ben).  27.  esu{r).  II.  Mnntorna  '.  19.  iemf,  tene,  ve' t^ 
de»';  if'ra-    2Ì. candela,  téla;  itr  éitt,  plein;  cadéna;  tfda,tif,  trÌ4.     2S.I'f 


'  ehiÓMH  =  *ckióit[s]v. 

■  MnntogDa.  BaaL.:  22.  liger.    S4.>«h,  me»     25.  fetg  bagn,  v.i 

*  Uà  *;'  Mdare,  cioè;  *i(i[d]«r. 


;vGoo»^lc 


§  1.  OrigiOTil;  B.  SottoteWa:  é.  1S5 

l{ca,ntédtr  23.  i'r,  onff'r,  tieoi  tifoUt,  ÌUi\-  ina  ISra  (d  =  *ea).  24.  ^cT, 
mò,  tà.  gS,  biin,  27.  verm.  28.  ««MiCrf»,  fi'r,  aoiTt,  éi^Mt,  miix  («wl 
■q1I'«).  Z\.xiamt>aàéU,anél,v6élnàéU\évrai.  SZ.  mSia;  itela.  32a.j6 
tèmi  io  tento.  III.  Tninliasoa  '.  19.  an^',  tale,  fame,  vf'  vedere.  SI.  can- 
dela, seda;  iariiitt,plàtn,  varia  Tcna,  cadano,  [a  mei,  a  Ut].  22.  Iff.  23.  lie- 
vi;- tf'wr.  2i.eu,  meu,  deus.  25.  sansa  bein  psj'ì&rhea»,  far  digl  boirt;- 
[pt].  27.  Mifn;-  mU,  tèrra,  pirdtr,  prend-[el]' prwido,  2S.  wmtrn,  prr, 
MÙ-f;  Antt,  (tetto,  «Me»  (m^id  noS).  31.t>adit>addls,ttniat%éh.  3Z.mains; 
tMM,  pfs  peso;  stf'ia.  32a.  cuntaint  agg.  IV.  Sehonu.  22.  greo  ;  liseher 
(k.legiar).  23,  diesch,  S4.jaw.  2o.  bagn  L.  27.  litsch  ilìetto;- jasser 
[L,ej»er).  28.  fiers  (soprslv.  id.,  particip.  di  fierer,  «opraW.  n.  33).  28*.  (i- 
gnan  L.  32a.  twaiftUr,  mutrtaints  (L.  A.:  -ments).  V.  Bnt-séM.  IS.  [vai- 
ramainsdì  nnm.  151].  Sto.  da  mattaiv§l  A.  =man«ioel  Mpralt.,  Ticino  ecc.; 
«àataladoA  'amijaivlsdad  amoraTolecca. -  B.  e  L.:  da  mantoal.  23.  ffrw 
(Lprtae);  gli*eh«r  laggere.  23.  dUsch  (L.  diaseh);  iiva,  t.  num.  177  so- 
pratass.  24.  gim  (A.  Bu\  B.  e  L.  t).  25.  b(ùn,  27.  dsser  easser,  drr  earr 
(«rrore),  L.:  paratami  num.  124.  S8^  tignan.  32i).  sainta  tento,  davainta 
L,  II,  e  ctr.  Dnm.  151;  mttment;  taimp. 

V.6.ci_19.  tiM»ch«ir56;eeirI46,pri»taDeira57;  Sl.errida  18;i>wfjcAa;n23, 
taragna  82,  aoagnas  vene  68;  cfr.  d.  67.  Sin.  [flt»la  38] ,  nu«eA«e«f ,  pla- 
>ch«m/,  fflaM«T>eI,ace.,8I,  \eapaK»l82\.  SS.  dM*cA33,<m(f«r  40  (entùi- 141). 
anMniSg.  SS.jMr  fiaj;n  113.  25*.  ^  rìuMÌto  fluftle:  vta  TÌe[ni}I  105. 127. 128, 
ka  tìe[Di]!  108,  s*a  sie[de]  153;  cosi  di  -é  da  ai  grigione:  schea  (=  scheDS. 
T.  u.  171)  giace  69.  102.  Cfr.  gta  al  a.  4.  27.  fera,  tgapela  18;  ecc.  S8.  an- 
vUm6&.  28*.  (ij-jM  tiene  114,  tignart  102  (Mons  id  ;  Stai-d.:  tignam  tieo- 
mi).  80.  HM  (ei-*i,  cfr.  niim.  33  e  59).  81.  costi  19,  tgapi  US,  ehegl  è 
il  114.  S£.  metta  18,  patis  63.  82d.  armainta  48,  /Undivnatnt  85;  ecc.; 
Minton  sentono  48,  ja  ma  cuntaint  57,  muainia  *moTenta  muove  83  ;  daints  25* 
lainti  leati  agg.  40,  paraints  103,  anctmofcAoittf  1S8;  taimpras  (engadiu.  id-, 
aopnlr.  temprai)  tempie  24.  Stalo.  21.  beali,  at%eall,  vadeall.  mb.  19. 
!1.  galdair,  tacair;  pteif-t.  2S.  tiaoa,  ofr.  nam.  177  db.  27.  ieara,  tearxa, 
ticSeanter,  eassor,  eonnaschMntcAo.     88.  Hasehtgia. 

VI.  8nr-9éeg  (ds.). 
Lunga.  -  19.  parer  soat.  (96)  e  infin.,  splashér  sost.,  sa  ndolér 
dolersi,  pudér  179  {podeir  235  pare  sost.),  voler  lér  volere,  ta- 
schSr*;  ver  vero  (ma:  per  veira,  da  àaveiras  278; —  seira. 


'  Tamliaaca.  Butn..:  22.  eàra  ei-at.  24,  (ìo).  25.  fetg  baign. 
maigns.  Bar.:  19.  plaicher  eoat.  2Ì.  plagnia;  te.  2la.  fteola, 
nreoia.  22.  [leaoa-l  s'alta-egli;  sta  sedet].  25.  bain  star,  meu  bagrt;  pe-s. 
^-S9.  feasta-a,  meas  messe,  bugneass  *-gneBS  bagnasse;  tneii,  allato  a  meax 
famiasmetzo  serrati;  fier,  cuniert,  31.  utsehé,  caste,  32a.suainta;pai'aint, 
ariaint,  splandurainta,  nun-cunaschaintas;  taimp,  exaìmpel. 

'  Del  riflesso  di  'tenére',  v.  al  num.  33. 


;vGoo»^lc 


126  AmoIì,  Saggi  Udini,  I. 

haveir  veir  vecr  aTsre,  galdeir  godere,  maneir,  savér  saveir 
savecr,  prevaleir,  sehemér  tschemeir  'gemere  III  3,  tameir, 
veir  vecr  vWere;  davecr  dovere.  30,  leg  Hgg.  21-  da 
perse  160,  candela  candeila,  avenas  vene  [veina  polso  155), 
avena  (avena  fatua  64;  avagjia  'avaina,  avena  sativa  71),  /le- 
vai 9,  evar  ever  eitìer,  tela  de  seda  120  (ma  seida  setola;  e 
teila  filonza  tela  ria  ragni  249)  ;  —  stadeila  stadera,  pliiscìieins 
pluscheìngs  plusohagna,  frein  frain,  pfei/" (aoppsiv.  id.,  pieve), 
moneida  126;  —  cadagna  'cadaina  (ma:  cadena  d'or  94),  cJiifl- 
gna  cena,  ansaraing  'sereno  tempo'.  Breve.-  22.  lef, 

tener  tenero,  reger  164,  veder  vetro.  23.  tievi,  miedi. 

24.  Dia  Djis,  mia,  ja.  ed  entra  nell'analogìa  di  questo  nu- 
mero anche  gìdia  jndaeus,  cfr.  II  3.  26.  ben  bein  baing 
(ci'r.  num.  21)  =  ;^,  pi.  peis  (ctr.  pajéda  anm.  3).  In  posi- 
zione.- 2'!'  (cfr.  il  28  soprslv.).  xerm,  vérm,  metter  térm, 
nerfnerva,  stersas  (=  stiarzas  soprslv.,  jeri  l'altro,  norfiu) 
tertius),  perder  (ma:  piers),  erva,  pel  pelle,  seta  (=  gialla  so- 
prasilv.,  sella),  sedila  (=  sedialla  soprasilv. ,  lat.  sitella,  322), 
chiapela  capello,  mantela  83  (318:  mantiéla,  302:  matiela], 
cervela,  pender  via  impiccare,  prenrfer  imprender  (apprendere; 
cfr.  n.  32),  tempesta,  ester,  fenestras  139,  nesza  *.        28.  wn- 


■  Qui  natnnilméiite  ai  alternano  -et>el  ed  -eivel  ne'riflesri  di  -fbili  ecc.  Si 
ouerrino,  tra  i  molti  asemplsri:  mal  obedtoel  lOI,  obtdeieal  SIO;  eordad 
(erodala)  67,  cordeioal  274;  -  valtoet,  mal  diichevel  1G3  (mal  decente,  icod- 
venisnte);  Tual  feittal;-  ootteisel,  maloentirÉhal ,  maneùitl  (facile).  In  -O"!!: 
irtsatiavel ,  che  veramente  andrà  con  mutaM  ecc.,  di  cui  t.  Il  nnm.SHjMl 
altri  piti  importanti  esemplari,  cbe  sono  considerati  nella  Miìone  engadiieM. 

*  ben  cala  ben  trovato;  btin  ttuàió  dotto,  plidar  btin  parlar  bene  ISS, 
otti  bein  benché,  da  bein  da  bene,  render  bein  per  mal  ^2,  *ìtìm  i'I^ 
beins;  bain  nasehia  ban  nato,  far  digl  bain;  tunt  baìng  beniasima,  cordar 
baing  enstmel  ('consonanza',  ciod:  cader  bene  ìnaiema).  Cfr.  la  n.  h1  niim.SS'- 

*  Qui  poaaiamo  avara  ie  anche  pel  dittotiffù  seriore,  come  ai  i  cedalo  d«I1° 
varianti  di  mantela.  Cosi  (terra  123  non  si  vorrà  aserivare  al  num.  28,  lai 
starà  in  questo,  come  pur  dicono  le  sua  vurianti:  d'arra  141. 14S,  terra:  'f'- 
Lo  iteiao  ai  avrà  k  dire  circa  p«3ta  {fietlas  grondai),  tsehitmtr  or  (=  bekim. 
sopralv.)  eleggere  'cernere';  e  forse  pur  di  p in-/' acerbo,  giest  gesto  (*o|>n''' 
Conr.  plur.  gesla),  nei  quali  ai  può  del  reato  avere  dubbio  che  l'i  da  nero 
spediente  grafico  per  mostrar  palatino  iì  g.  —  Col  dittongo  f.  d'a.;  Isehir'i 
num.  31.  E  altri  ea.  per  ùi:  a  biata  potta  a  bella  posta;  utschalt  (=  ti^^} 
nnm.  31. 


;vGoo»^lc 


§  1.  Qr^ioii;  B.  SottoMha:  è.  1S7 

fiem,  (ter,  covìerfa  coperta  da  cavallo  89,  piers  n.27,  en  pre~ 
sientia  56,  fimient  (turibolo  ;  ma  dev'  essere  -  fimient  soprslv. 
Car.,  'fumento',  profumameli to)  cfr,  n.  32,  metter  entel  miez 
(intramezzare;  ma:  mei  a  met  mediocre),  bietchia  bestiame,  da 
biestg  beatialmente.  bistg  bestia,  irtar^ierta  hierta  soprslv.  (i>- 
Idtclsortór*/ soprslv.)*.  28'  (cfr.  l'eng.  e  il  n.  219).  i  da  e 
in  posii.  palatile:  jti  mgn,  els  vigneti,  45*.  31.  vaschel  66. 
tasi  206,  vadel,  anel  ani,  cùntet  culti  coltello,  tschiervi  chìervi 
cervello,  uci  262  (pi.  utshals  315),  beli'  bi.  U.  meis  1 10. 106, 
tds  (soprslv.  id.,  erto,  ripido, 202,  =  tenso-,  quasi  'dritto  in  su' 
Stbro.),  paleis;-  mesa,  paes.  —  82  n.  Qui  va  raccostato,  co- 
mechè  diverso  anche  per  età,  Vei  nella  formola  E+7ias.*espl. 
(cfr.  la  n.  al  soprslv.),  e  in  ispecie  nella  continuazione  di  ENT, 
dove  bensì  abbiamo:  pendent  pendents  orecchino  -ini,  possenti 
jxment,  oceident;  comandament,  nutrim^ni.  ma  insieme:  lo- 
qveint  facondo,  mal  carteint  (anche  nel  soprslv.  :  mal  carteint-s) 
incredulo,  lavoreint  (l^\:  luurent)  quasi  'lavorente'  (cfr.  per 
es.  venez.  laorente,  lavoratore  della  terra),  leint  lento,  mal  cun- 
teinl  (ma:  conient);  far  and-a-meint  (e  and-a-menl)  ridurre  a 
memoria;  ardimeint,  congimeint  (condimento) ,  falameint  (e  fa- 
ìament,  mancamento,  delitto)  ecc.  cfr.  num.  151;  e  si  passa  alla 
ligura  engadinese  del  dittongo:  sujficiaint,  targlischaint  (ri* 
splendente,  'tra-lucente',  da  targlischiér  num.  3  =  tarlischar  so- 
prslv.), suainter  sovainter  (e  siienter)  dietro  (num.  177);  em~ 
prmamaint,  spindramaint  (v.  n,  147  soprslv.),  sacagiamaint 
saccheggiamento ,  sentimaint,  ^avaint,  suenimaint,  tempra- 
maini  tempera  del  ferro,  ientamaint.  Esempio  di  dittongo  nella 
formola  EMP:  teimp  taimp  305.  240  (ma:  a  mees  temps  a  mìei 
giorni, 57;  temps  freidì35  dev'essere  erronea  riproduzione  della 
forma  soprasilvana);  e  pur  nella  formola  END  (se  non  ò  un  er- 
rore): rapreinder  correggere  (riprendere,  cfr,  num.  27). 

VI.fi.  DTm.  19. Kit>««-;Mtr  vero 34.  SI.  [(*eir  4.31,  v.n.203  BOprBtv.J.pImtiSI. 
phiiffna  18,  fiwinff  59.  82.  eara  erat  18,  grtaoaòi,  gremx»  84  (grtff^b, 
grer>97;  grtaft  110),  laaea  04  (^««f  100).  SS.  nijng  baing  niuu  bene  16, 
^ain  grtaoa  64.     25*.  ^  riuscito  filiale:  sm  M<l«t9. 12.     27.  malavgrta  mala 


'  Di  tsehieroi  «ce,  t.  la  n.  cha  precede. 

'  In  'tenere'  db.  forma:  [ja  ttiffn],  «l  teigna,  eh  Uigntn,  35.  Cfr  il  cl.  < 


;vGoo»^lc 


1S8  Atcoli,  Saggi  ladini,  I. 

verbaOTj-  tassar  7.  4S.  122.136(50:  ««r),  «oiteM  61.  «7, /«Mla73.  «mi 
de  (mcModl,  aUato  ad  en  mU»  ailgs  in  meiio  ai)  26,  seat  sette  12.  59,  an- 
tfchiMt  prÌDcipiatolSI,  anbcheatta  il  principio £7. 34,  iearraS.  18  (10:  terra), 
tear»  8.  IO,  tearja  19,  rattcfieart  (ma  133:  plr.  reJjcfiiert-s,  =  ratschiert  »- 
prslv.,  rioeTUfo,  IH,  3)  11.46,  gtarra  gnaiTa21.36,  ceart27,  yuesortio 30, 
«or  errfore]  57,  ptarden  83,  peartgia  pertica  (verga)  99,  tgiapaaia  35,  fantgea- 
las  110,  DiuehAifSl,  itali  12,  beaU  beala  bealas,  purschealla  120  {-schiallai; 
T,  pag.  65  n.).  S8.  an/ùm  65.  anfiers  8,  [tprù^chi ,  spregi,  sfi-egi,  24,  cfr. 
nnm.  238].  88.  offeùai  24.  8Sn.  mvssamaint  (cfr.  n.  141  aopralv.)  1,  guàa- 
maint  \5,perdunamaindi\>.,  legarmain  Bliege&moDto  16;-  daeainta  15,  itoiTila 
lo  stento  36  (ma  data  la  media:  prenda);-  mal-fatschains3ò,  luoraings  90. 
67;-  jur8<)inbeA«r24,  ttraing=ied.ttreng  leTeroSS;-  (aimp49,  gtMfer  toim- 
jn-iu  quattuor  tempora  39. 

VII.  FlUgnr  •  Bnnga. 

F.  19.  teir  volere,  xaveir,  [veir  Tedere].  21.  chiadagnìa;  dtmperte 
(ma;  v.  il  n.  150-1  eng.};  [vazeiva,  tteica,  santeic-i,  cureicn-i,  gia- 
tcheiva,  tpiseiva,  fatineiven,  saveiva,  palpeiva;  t.  Ili,  3].  21d.  da 
maneivtl  (v.  Snt-fléeB).  22.  gref;  lixer,  ^.diasch;  sima.  24.  ef. 
25.  bain  veta,  nu  tteiva  èamg.  27.  venti,  cfr.  32a.;  geara  gaerra, 
earva,  meat  meatxa  roezso  -a,  beai  beala  bello  -a  cfr.  u.  31;-  caur 
'aasser  essere.  SS.  fler,arsient,  (fre-ttchient , prietscht  prezzi,  bietta 
D.  107-8.  31.  chiasti,  cfr.  nuin.  27a.  32.  tuspeisa.  32n.  tequainta, 
nwmains,  glischaint-s  lucenti.  B.  21.  dimparse.  [vzeva  vzegva, 

tschartgevan;  chattegva,  gardegvan,  crategvan,  curregvn-i,  tpitégta 
T.  Filia.  172,  vegv-i  avevo,  gnegvn-i  [velnìvano,  mnegvan  menava- 
DO,  savegva,  palpegva,  pudegva,  purtegvn-i,  fadschegvan;  t.  Ili,  3j. 
22-3.  lizer  ecc.,  come  Filia.  24.  ev.  25.  ben.  27.  [bestgat];  let 
edreM,  V.  Filis.  num.  172;  seguenta,  seni-i,  gli$chent-i;-  aasar  v.  Pi- 
liaar;  urialla  (*urelU,  oretta,  cfr.  vrealetta  Filisur}.    3Sa.  V.  27. 

I  tonico. 

I.  PImib.  33.  vagnir;  am-prent.  35.  diverteu,  fvgti  cfr.  n.  36  e  60  (fitgit]- 
35fl.  meuUu  {smeulas).  36.  cttmpagtuia,  tota  reta  (tuttavia);  [vii  (ci)  a«v. 
=  Pi  HoprdT.,  T.  IH  5,  e  cfr.  num.  35  e  59],     42.  tmss,  fameglia  famigli»- 

II.  Hnntogaa  '.  33.  Infiniti:  udì,  durmi;  ami6;  d^.  35.  durmo;  iio  aceto, 
vedi  il  BOpralv.;-  wm'  *-D[i]en  nido.  36.  oou  vetta;j6  tunt  5,  ida,  «m 
andato,  -a.  40.  mena  *raeina;  b^'ver,  p^vtr,  séd.-  d4t  41.  filj.  42.  hnéit. 
ALtlvaéin        III.  TomUasca'.  33. ampfen^.eueWr,  tiM(Ì{r},  murir, udiva. 


'  Huntogoa.  BQhl  :  ^.  fugi-s.     36.  eumpagneia. 
*  Tamliasoa.  Budl.:  35.  fugida.     36.  cumpa^noia  {-gntia};  ooi  (mì), 
cfr.  PlaoD.     41-&.  ftlg  y'.  a.  172.        Bar  :  33.  vela,  rmegrta,  feng  par-fMg; 


:,Goo»^lc 


§  1.  Origionì;  B.  SottoMha:  l.  1S9 

dufmiva;  rir;  vicer  opta,  amCé,  Slbel  sibilo;  frena  f»i-iua.  34.  frfd  fr?'- 
da.  35.  ud^'ttfdwmeti, benedcu;-  un^'u,  f.Ce.Mxmt.  35a.mfuUis.  36. gi;- 
rr'ua,  c'i»  ida.  40.  beoer, pe'ver,ncr,sed;-  del.  il.filjige^-  42.  KoD^/Va- 
rrU,fumélj.  41  elvaan.  IV.  Sohoms.  33.  ir,  nutrir;  [ciecerteoa  (A.-tica), 
Tagtiesa  (A.  id.)];  aiw-prem.  35.  io  ito  A.;  fuschi-s  (fugii-s  A.).  35ii.  miei 
mùliu  (L.  e  A.:  mialas).  36.  cumpagnea  {-eia  A.).  42.  mi»  vii,  diffloil- 
luente.  A,  44.  aititene entett  topralv.  (ìd,  antro).  V.  Snt-séM.  33.  gnirB.; 
Qm-prem;  [(A-  e  L.:  dtc^rttnxi;  L.:  gneoa  gneoan-i,  ma:  surco^ntnai  L.  11: 
AiTibicn]];  air  ira  (B.  a  L.  id.),  tuttroir^  nignoir  (h.  II:  gnoir)  A,,  cwrroiV 
(B.  id.;  L.  eórrar  -er)  'enrrir  A.;  toira  tira  L.;  an-foin  in  fiao  L.  II.  35.  fu- 
schi-t  (A.:  /ium-j).  35ii.  miulai  (viiaubu  B.  L.).  36.  i  ito;-  campapnia 
(-9<MtaA.B.L.),  (otaoina;  [eot, cfr. Piami}.  il.guigl(B.:g^tegl).  U.ainiet%: 
y.b.cL.  8S.uijif  OTila66,  TtaiehtgnM,  caUehigna 04,  euschignal27;-  eirl40, 
pertir  141^  curretr  90  (152),  darvéir  aprirà  85,  mureir  tOO,  nupeìraSS, 
feil-s  39,  mal-anguUiv  *mai-egnaUTo  :i6,  jcretcn-  49,  tchumcìuiva  gangi- 
^ì19,arK0iu>tcheidaHQ.  ma  ftid  mi  fiJÒllS.  88a.  p lama  19,  [sterna  «stN 
ina  108],  mulegn  19,  vegn  SO.  tregnia  vigna  98,  t^am«^n  camino  25,  fegn 
lino  agg.30,  fegn  la  Bneff?  (Mone:  Qn-/*pn),  spegna33.36,  fregnaM,  doc~ 
fregna  146,  aoregl  aprile  65,  apoteC  appetito  69,  mala-oetta  104.  c«ta  149. 
SS.  curlOscbui  ecc.  [o  iusìanie  r«ia  riga  63,  (jmìim  apicheSS,  ecc.;  t,  l'ultima 
notasi  nam.  33  ds.].  40-  iglpeir  2i,  neirM,  wtt58;  magna  egli  mena  94. 
Itn.  fegl  fegtia  20,  peglia  102,  gtlgia2S,  ariehtglia3&,  badtgl  (db.:  te- 
dil)2i;  mella-t  99,  IrMtSS,  vesta  67.     44.  [ea  sunanscher]  143. 

VI.  SwSées  (DS). 
Lungo.-  33  (cff.  n.  237).  mira  ecco,  s2i^  stilg  setil  salii  sottile  *, 
orni  ovigl  (aopralv.:  nùvil  nuvigl),  vin,  glima  lima,  rima  cre- 
patura, gl'amprim,  schivel  sibilo;  rito  {vetta  vela*);-  bollir, 
ckiapir  capir  {captre,  intelligere),  amplanir  empire,  ferir  fe- 
rire, soffrir,  courir  coprire,  vegnir  vignir  gnir  {gntcr)  conve- 
gnir,  dir;  eir  à  mont  salire  un  monte,  cumpleneir,  obedeir, 
iuaneir  svanire,  reuscheir,  stordeir,  tusseir  tossire,  reir  cfr. 
nam.  203  soprslv.  e  engadin.,  bargeir  e  bragir  piangere,  lun- 
ganeir  e  s-longanir  allungare';  freida  (rida  (cfr.  num.  33  so- 

/iideta-*  ecc.  36.  cei'a  ecc.  40.  magnan  menano.  41-2.  felg  feglias;  fa- 
vieglias;  peglia;  vesta,  melli.     43.  saneaster.     44.  aint;  [dumaingitai]. 

'  Cfr.,  circa  U  prima  sillaba,  laotru  al  num.  90  BopraW. 

'  fastex,  vestigio,  potrebbe  essOTe  di  posizione  romama. 

'  Allato  a  Ignir  236,  tegnir  eri  durare,  tegnir  chiesa  maneggio  di  casa, 
nianlt>»iV09,  abbiamo  ancora:  lagnuir  liguieir  2{i3.306  (dtb.t  tigjietr  tB), 
ia  rateneirGS,  e  foò  restare  incerto  ho  le  figure  dittougste  appartengano  a 
'luento  numero,  oppure  al  21  (di  tener,  120.  163.  3(S,  v.  il  num.  220  in  n.). 
Cfr.  Ili ,  3. 

Archivio  eloUol.  iuiL..  1.  0 


jvGooi^lc 


130  Ascoli,  Saggi  ladiai,  I. 

prasilv.),  feifia  (fibula),  tJCi/"allato  a  viver  vita  ecc.,  reiva  dela 
inar29\  (311;  riva),  aniei  amico,  fadeia  fatica  (allato  a- dar 
fadia  109  ');  ir  od  icr  andare  (ire;  cfr.  eir);  gnicr  mein 
venir  meno  189,  gnicr  la  noig  venir  notte,  gnicr  nò  venire 
[in  qua];  antardicr  tradire,  dormicr,  moricr,  floricr,  s-tnaìa- 
dicr,  favoricr  (146:  favorir  [sic]  gratificare).  34.  freid, 

T.  pag.  84  in  n.  35.  Cfr.  II  3.  ardta  ardito»  favoria  favo- 
rito ecc.,  cfp.  num,  219;-  nia  num.  203.  Breve.-  36  *.  de 
giorno,  de  de  en  de  (ma:  di  determinò,  tota  di);  pi.  deis 2i^ 
(cfr.  pe  peis  num.  25).  -eia^-Vk  (cfr.  n.  33):  via  veja  (vek 
piagna  ritta  strada  ;  or  d'uja  fuor  di  strada  290)  ;  vHaneja, 
malinconeia  313.  38.  ansemel.  39,  40.  pera  la  pera;- 
bever  (ma:  sur-beiver  268);  retschever  (e  retscheiver),  en- 
tsckever  161.  230;  pever  (=  peiver  soprslv.)  ;  -  quel  che  meim 
condottiero,  seiti,  gnicr  mein  num.  33  (e  col  ditt.  engadin.:  tw- 
votta  tant  mains  'nec-gutta-tanto-minus'  nullamuio  313;  cfr. 
num.  137);-  necr  ('neir)  nero;-  de  bona  fé  144.  In  posi- 
zione.- 41.  42.  44.  ilg  il  il ,  figl  fil  figlio,  irist;  miscelta 
{misella  153;  masdalla  148,  cfr,  num.  43  soprslv.  col  27  in  n.) 
mascella;  chiavels.  Per  gli  esempj  che  ancora  seguono,  va  con- 
siderato punto  per  punto  l'engadinese,  e,  circa  Y-eigl,  pur  l'or- 
tografia delle  altre  fonti  e  II  5-:  eigl  egli,  queigl  quaigl  queih 
[qtielchiel  quelas\  III  2,  conseigl,  fameigl,  meigl  (soprslv.  id.| 
miglio,  badeigl  (batillum)  314  ;  -  endavent  (cfr.  num.  232)  inte- 
riormente, en  da  vents  'interiore,  cioè  pi(i  dentro',  il  davenU 
{il  daveins  324,  ilg  davaìns  301)  interiori  (il  di  dentro),  da- 
vainz,  eint  davens,  ài  dentro,  ir  eint ,  ir  aint,  entrare,  far  aìnt 
'piegare  come  una  veste';-  seinza  290;-  stransoher,  tanscher;- 
qttesta  queisla. 

yi-b.  DTB-SS.  ohedeir,  ;ntitr,ecc.;  nioteilf  Si,. preioa  65.  S6.  vieuasGl;'  cin 
*U,  ito,  106,  giiteia  36.  58.    10.  magna  maD&  (imperatifo)  18.  magnen  IM, 


*  Allato  a  questo  eaempio  vanno  coDsiderati  Mia  ecc.  uum.  36.  E  Uni» 
oeirto  di  iato  grìgione,  bì&  l'i  laL  luogo  o  breve,  qnanto  DiW'ia  che  li  hi 
o  si  otUeae  d'antico  iato,  occorre  il  dittongo  aocba  io  SoprOBBlva,  coom  » 
ricava  dal  biasimare  che  fa  il  Carig.  (17  a.,  16)  le  pronunzia  fadeia  speù 
Uia  per  fadia  fadigia,  spia  ecc.  (spica,  lega;  soprasass.  db.:  spiga  [eìc],''* 
già),  o  meia  pei-  mia  («opraaaaa.  oa.:  mia)  mìa,  ecc. 

'  TiHS.:  vioDa-s,  vedove. 


;vGoo»^lc 


S  i.  OrigioDi;  B.  SottOMln:  à.  131 

Ri{ymatMalmeDol31.13S.    ila.  [reeha ricchi  1XS].    40.  fearmSO. 5i.    U-Cir. 
ii.l6.(nn^07.87.  ain^t-«n5,  doeawisSS;-  amaiijna^,  cfr.  l'eagadÌDeM. 

Vn.  FUlsnr  e  Brarngn. 
F.  33.  vich  vicns;  -  gneir,  ampleir,  descreiver;  seir  direv  dereiro,  wiu- 
làf,  tampreiva  (ofr.  n.  77flopP8lT.);-  am'prem;  ftain  fesa  beaevisa;  rue- 
gnis  mina,  faregnias,  gegìiegniax  galline,  an-feng,  peng  pino;  34.  fregd 
'Ireid,  venti  fregg.  35.  futegdas  'fuzaìdas  fuggito^,  v.  n.  33  e  34.- 
36. «il  [=gis  sopralv.  &.  106);  cumpagneia;  [ve,  cfr.  Plaan].  40.  net/, 
peira;  il  mainx  il-meno  (alm.).  41.  guist  quUta.  42.  mess.  43.  sa- 
lùater.  44.  ami;  taùig  num.  192;  uvaiach  epiacopus;-  titdeitchs  ta- 
disci.  B.  33.  ti  prem  (in  Bulle  prime);  gnear,  nudregr;  a-fen\  mel- 
•Kia.  35.  fvxegdaa.  35d.  miogloi.  36.  [ve,  ol'r.  PlauD}.  41.  ckMas. 
U.mt. 

0  tonico. 
I-PlnM.46.  Iw  loro,  wa,  <Iim,  ratuh  ratto(ne);-  ccmton;-  tot.  51.  om; 
hùnat  {buiuu),  53.  /tee  (bue).  55.  raifu^^ta  (-qtùnta).  56.  anchiert;  ^^fs. 
57'.  chieiuch  (chéiinjch,  I«MtucA).  58.  antom  (ontwm),  an-joJt)«r  (t.  «opra- 
tili. 57'),  IL  Muntogni  '.  46,  calùr  daliir  anùr  flur  tinùr ;  parsona  par- 
dSna  crana  raion  (cfr.  Tumliasca).  50.  51.  sy'ra,  bof,  ngf\  pm  Q'mens;-  el 
mj'ro;-  in  bón  pm,  ina  bónadff'na,  elsona,  iltSna;  cfr.  Turni.  52.  6fén, 
«/■«/■-  53.  ii5^,  fiòg,  èiSff.  51.  o»,  o5,  no'S;-  com,  dorma.  56.  fi-rp, 
pM.  latuiSl;-  itj,  filj  (pi.  filja;  foglia).  57'.  artiiB'if.  57'.  lae'n^  Ice-n- 
30.  f&.xi^blp.  in.  TomlUsea'.  46.  iootir,  dwIUrdaitiM,  Mnùr,  ontii*,/(Hr, 
dw,  rnu,  EU*  ;  ops',  et/'dis,  [ttom]  ;  -  créuna ,  parj^una ,  pai'iMwTM ,  patréwtta , 
piiirA(n,jMri'A(M,  ra/^un,  cap^wr),cant^wn,  oravi^un;  cfr.  Muat.  e  Q.51e58;- 
gin-ijv  (giù)  sopralv.  p.  32  a.  I.  50.  o*  {=  or  BOpralv,),  «d'ra,  el  md'ra. 
piiji'ta,  bo'f,  tio'f  (aoyota,  noTus};-  o^f  novo;  eo*t  gallo;-  mglla  {mutar, 
iutiere),  angela,  rgga.  61.  gm  gment;-  héun  pom,  béun  gm,  béuna  dgna; 
li  léma;  t^n  toDUs;  cfr.  Hnnt.  SS.  iéli,  pVStel,  lamUl,  pariti;-  [viÌ\. 
ù3.  Uìk;  fiec,  gito.  54.  fotta,  ot;  órfen,  dorma,  mort,  ott,  nos»  paxtn, 
(MI  paun.  55.  cuf'ìsa  (eu^'ua)-  56.  'ci'rp,  pi'r'é,  jirt  {i'rC),  siSn,  diesa, 
'iWlonga;-  pi  el3,  felj  fe'lja,  de'tjas,  be'lja.     E7',  erDeùlt.     57*.  [avf'uls^ 

'  Terzo  eaempio  p&r  gd=id  (nnm.  237 S)  v'  ha  sicuraments  in  gigliegdaa , 
cbe  ricorre  ]□  una  aerie  di  Domi  di  fìMitta. 

'  UUDtogna.  BiiuL.:  46.  ttra;  rateun,  canUuMi'  tot.  53.  JÌ«C.  50,  égh, 
57'.  igisnsch. 

'  Tumliasca.  Buul.:  46.  (rateun  scc).  51.  béutta-i  (béttnas).  53.  liec, 
50.  nnlgierl;  (igli).  Bar.  i6.flurs,  laew;  pompusa,  virtuui;  ouicli;  tw(- 
ta-i;raschiun,  occasictth,  aeliéuni,  reuniéun , patreuns ,  pardeuna,  mi  ban- 
•ieuhì  egli  mi  abbaodoni.  51.  biun.  56,  egli.  58.  léuitga  leung-s,  frèvnt; 
raspund  rÌ8p9ade;  duna. 


;vGoo»^lc 

À 


1^  Ascoli,  Saggi  ladini.  I. 

canuU;-  parUU.]  57'.  liu»g.  BSispw»;-  fréùnt  péùnUeST.  a.  K  tiì);- 
incy'nUr,anip'rn.  IV.  Sflhoms.  46.  cantim,ratttn;per-swl'S  A.  5l.(L.ht- 
naa;  A.  bunas).  53.  Ita  A.  ^.  raquittta.  56.  j7s.  b7:  tpiensch.  ài-an- 
turn  (A.:  -om).  V.  8at-S6cS-  46.  rateutt,  cutaiicun  (L.  cuCaitgaun),  mh 
noi,  (i«w«  dne,  cura.  A.:  errettr.  (B.  e  L.:  timw,  Aura,  B.:  arraur,  B.  t 
L.  II;  (Iitoj  [eie]  msBC.,  L.:  dtM;  L.  II:  fadigiatis  bticoeo).  51.  Aiuniiiu 
(titnans)L.  lI;AHna«(L.II:  dunose  baunas).  A.:  6eun.  53.  Ita  B.  L.  54.  m 
oan;.  A.:  istoargia  aam.  99.  55.  raguinta  (raguotnfa  A.,B.  L.).  fJG.  ti)ti 
57'.  tgUtuch  (alti'A  leiione:  f^eunsch;  B.  e  L.  tgauméh).  58.  contom;DS- 
luorn  (L.  id.  e  -taarn)  -torn  (B.  antuam). 

\.b.  CL.  16.  t>ur  orlo 90.92,  all-owaìVìt  odoufA%  ramour 38,  (I«iioit(iw8£, 
ffuslous  37,  romtTHMua  ramo»)  44,  nous ,  coujcA  38.  -  persunga-s  Sa,  pttlm- 
n^a  £0,  pivung  (n.  94  sopralv.)  SS,  canvngt  34,  atteniiun^r  106,  nucAun^ii 
ragioaaSfi,  [bandunganOO,  -unan96).  61.  6un^  100,  i  (un^a  tuona  Gii,  i»- 
njon  suonano  84,  tungs  84.  58.  tgir  37;  jtftr  seira  (=  sir  ecc.  soprslv.  n.  ITI 
in  noU)  20,  cfr.  n.  59.  68.  li  60.  117.  fi  26.  61.  64.  66.  portg  21;-  Usm  '■ 
odorato  93  (cfr.  mil.  usfnd  fiutare,  napolat.  oiemar«  id.,  useow  uvoiemo,  fiuta).  | 
dés  dosso 25,  cfr.  il  Boprasaas.  e  il  num.  40  soprslv.  57'.  Ivttg  lunga  39-  UC  i 
68.  canoseha  127;-  j>urt(39.  «H.  64.  moarf,  foaria,  cfcifctardoscft (:=  (ni- 
(ordiseh  soprslv.-     68.  fuorma,  ttardan. 

VI.  Sui-'Sées  (DS). 
Lungo.  -  46.  adùra  (adorat  156).  orur  aurora,  mùras  le  more 
n.  86  soprslv. ,  lavur,  fervur,  savur,  odore,  odorato  (v.  sotto),  ca- 
ìùr  colora,  sterlisohùr  n.  124,  inferiùr,  udilur,  ladfun,  passim, 
natiun,  amurùs,  ardimentùs,  bramùs  ecc.  *  ;  [sudour  v.  sotto]  ;  ! 
touts  dous  (doppio  esempio)  ambidue,  touta  101  ^;  al&cr  [di 
poi,  dopo  ciò,  poi;  propriam.:  'allora'),  dolùcr  (ma:  daltirs^l). 
favocr,  fiogr  fiore  (pi.  flugrs  141),  honùcr  hanùcr  (tnandanm 
àiaoaore,  schanur  dishùnùr  156.166,  id.),savocr  (v.  sopra;  guf- 
las  fiocrs  han  ina  òurta  savucr,  quei  fiori  spirano  soave  odore). , 
savùcr  sudore  (e  ancbe  sudour,  che  forse  non  è  voce  indigena, 
cfr.  soprslv.  num.  90),  valucr  tarditùcr,  oratucr;  ~  trautiUr 
nucs  infra  di  noi  167. 310  {traunter  n&s  208).  Breve.-  M.  1 
52.  or  da  fora  e  fuora  num.  132,  boff,  pò  (potest  pass.,  ma: 

'  CoQ  rìflesBO  oacilUnte  tra  ^  ed  J:  bun  nom  150,  iwnom  cognome 9<.  | 
bun  num  127^  ma  prevale  e  forse  doveva  stare  esclusi vamea te  il  rìfieso  i 
da  6  (o).  Cfr.  l'eDgadìo. 

'  Ma  é  aflatto  dubbio  che  1'  ou  di  tout  toula  sia  realmente  ìa,  risposti  ili 
o;  V.  le  altre  varietà.  Colla  geminasione  e  il  riflesso  da  Ó  (piuttosto  che  di  H' 
num.  64):  dil  loti  del  tutto,  lott  atra  visa  divareameate,  a  anche  il  feiu.:  W 
di  tutto  giorno.  Cfr.  t'ongad. 


;vGoo»^lc 


§  ].  Qrìgioni;  B.  Soltoselva:  à.  133 

124:  può),  ùvoda  (ital.  'uvota',  cioè:  vuota,  185,  allato  a  va- 
Igia  Vida  vacca  sterile,  e  al  verbo  s-uiàar,  ctv.  n.  52  sopraW.); 
ofofs;-  iroup,  pi.  troups,  gregge  d'animali  piccioli;-  nof 
niioro,  cioè  fresco'  209.  200.  256  (anche:  testament  nof=  test. 
«ie^soprslv.,  179),  nief'naoyo,  cioè  non  più  udito',  da  mu/"  (cfr. 
Qum.  51)  di  nuovo;  lemtel253,  faziel  fazzoletto,  parte/  {=priel 
soprslv.  n.324)  107,  cfr.  pel  tipo  pi.  il  num.  Ili  in  n.;-  jeli  jela 
olio.  51.  ùmum  xentil'um  hum  hom  (324:  d'oih);  bù.n,  bun 
pliflad^r  buon  parlatore  122,  htn  num  127,  bAna  venteira  ;  ma 
insieme,  snll' analogia  della  rubrica  precedente:  bon  ora  buon 
tempo  (aura),  buon  er  aria  buona,  da  buon  cor  da  vero,  da 
buon  senno,  buon  mann  buona  mano,  mancia;  e  ancora,  sul- 
l'analogia di  niuf  (v.  num.  50.  52  e  cfr.  l'engad.  e  II  3):  bi&n 
buono,  cioè  gustoso',  zHint  biùn  buonissimo.  53.  lìa  Ha  186 
a  liug  141.  186,  luogo;  fia  fii*  e  fiegh,  fuoco;  già  gì  328. 143, 
giuoco;-  V.1I3.  In  posizione.-  54.  56.  laporta,  orforho, 
foss,  OS,  poss  posso  (v.  num.  50  soprslv.);-  nobel  (ma:  da  nie- 
bel gnir  nò  di  stirpe  nobile*  297);-  corn  corna,  orfan,  tori'' 
obliquo  (ma:  tori  o  s-tiert  310;  Tiks,:  na  vigna  fatg  tiart, 
non  venga  fatto  torto),  corp  mort  78.  203  (doppio  esempio; 
cftorpl02),  morss  morso  di  cavallo  (3oprslv.:  miers  de  cavai), 
oss  ossa,  gross,  cochien  {coschen  cotshen;  cotshna  202,  co- 
cftiVHa52);  aua  fierta  acqua  forte,  concert  soprslv.  id.); 
p-opriest  [242,  Vxs;  =  propiest  cl.  125  e  soprslv.];  pievel  78, 
pierig,pirtgia  eporca  ^\jrl  '^iert  orto;  a  diess  addosso  (cfr.  cl,); 
(im'203,  cfr.  tiezientar  tissientar  tossicare310.316;  OLJ: 
iglV  igt,'\\.iglsils  eii/ia  89. 140.  273; /?(// /f^/za  85.  137;  di- 
glias;  viglia.  65.  cuoissa,  v.  Il  3  ";-  quint.  57."  OLT: 
arviiit;  miùt  (=  miùlt  soprslv.,  'monito  'molto  ptc.  di, 'molare') 


'  chia  da  fi  cucina  'csaa  del  fuoco';  la  tre  figare  che  il  testo  arreca,  ai 
tiOTuo  di  séguito  t.  V, 

'  Cioà  'di  nobile  veni  re-io -qua',  cfr.  il  tcd.  'hei'-kunft'. 

'  tttorla  la  tgrta,  ei  fonda  eopra  una  forma  con  l'w.  (cfr.  1';?  della  voce  ital., 
t  Diaz  AUrttmaniseht  glois.  8, 28),  che  si  vede  util  BOprasiivaDo:  iurta  Uwta 
W.  215.  310,6  Car. 

'  piertel,  portico  (cfr.pteri  soprslT.)  avrà  sicuramente  l'accenta  Gulla  pii- 
n»;  a  coal  sar&  anche  di  pirchiel  320  (•piertjel  num.  107  soprslv.);  cfr.  Ili  4. 
,  a  p.  154;  cotscia  [sicj. 


;vGoo»^lc 


134  Ascoli,  Saggi  ImIìdì,  I. 

macinato'.         5?.^  Cfp.  n.  111.  &7/  ONG  ONC;  liungh, 

liurtff  temp^;  tgiitnlg  '  (cioè:  concio,  acconcio,  gradito;  quindi 
chiavai  tgi&ntg  cavallo  piacevole).  5S  (cfr.  i  num.  64,  65). 
cattoscher;  cùnter,  enconter  235;  -  enUntm  entouren,  93. 118. 
VI. 6.  DTH.  46.  cours  (=  curasopreW.,  quando,  •qua-hora)  77-80,  low  loro  23, 
honoitr  97,  tignovr  34,  tacours  84,  predicaiovrs  £3;  ecc  -  denogiotu  'divo- 
zioni 93  (ma:  -iiaus&).  lU  big,  cfr.  n.  58),  persounaalì.ST.  112.  119  (m: 
per satma 33];-  num  18.  ttums95,  coorwtal^f  dungs  doni 35,  oraiiungi  ecc. 
6©.n<io/"noTe  13,«oo/'nuoTo32,coor  t7.38,/ìj/oo(«43.  68.  /ia  p8M.(113:  liia]. 
pi.  Ita*  125.  lUi  109,  fU  109,  ffieat  98.  54.  tnoart  6.7,  «Kirp  48.47.  Ift). 
ooarps  15,  foortaTH,  oarfeniGI.  66.  purgatieri  (à  ài  moderna  importaz.);- 
vigla  (40:  osiijfta)  18,  j«/^t  95. 128. 135;  da  boMÌngì  26.  58.  daaehous  122. 
128  (-*cftaiM37. 109,  cfr.  num.  46);-  fuorma,  vorden^  (112:  vvorden],  u 
tmm  io  tomo 48;-  la  Cuart  de  TschUl  132. 

VII.  Flllgsr  e  Brar^gn. 
P.  46.  houra,  tour  loro,  chialour»,  signours,  predschadoura;  nOìa,ffnm- 
diotat  pi.;-  dwiB  fem.;-  nom;  tot  tottas.  47.  favoing.  50.  jm  puA, 
51.  Aom;  ^ounns.  53.  Ha.  54,  orra;  hittoargia,  la  p/taata,  wai 
num.  172.  55.  qenta.  56.  anacftier^,  [piiep^ia];  ilgs,  figlia  foglie. 
57°.  cAiMnscft.  58.  adascous  (t.  num.  46);-  antnam.  B.  46.  o^; 
duas  fem.;  tot.  50.  pò.  51.  bunat.  53.  Ii'a.  54.  oama;  xHorgia. 
55.  cAenfa.     56.  i^i».     57*.  tgtmsch.     58.  arttuom. 


f  tonico.  1 

I.  Plaan.  69.  tii  ina  (in  ina),  pi  pitoat  (pli  plitost),  tagirs,  {i-isav);  sei 
(si)  w,pUÌ  (pli)-  60.  mal-vett,  pvdett,  tameu,  carteu  n.  205,  vagnei  (cut- 
rii,  cfr.  n.  59  e  35).  61.  giueart;  noua  ('nuua  diasirnilato.  Trina:  ntu;  cf'- 
num.  150-1  soproailT.).  64.  correr,  corran  corrono,  bargogna.  '  II.  Vn- 
teglia  '.  59.  mir  muro,  mir  sorcio,  in  itia,  /im,  mil.     60.  earsce',  ea«d<e. 


'  Cfr.Qiim.  Ili  (ole')  a  113.  Par  lo  sviluppo  dell't*  nella  forinola  OLT.giota 
pur  considerare  Tea.  di  oult  da  oli  grigione,  clie  avemmo  al  nam.  10.  II. 

*  In  Sottoaelia,  l'i'u  (*ieu)  finìaco  par  penetrare  anche  nel  rilleaso  di  ''db-    { 
gè'.  Si  osaervioo,  pei  soprasass.  (ds):  lonischg  lontano,  da  lontano,  da  lio^ 
da  lontano,  taunt  da  livuseh  distanza,  da  glivntch  257. 

'  Cioè:  'kouné  (v.  num.  57'  eopraW.,  aia  che  ai  tratti  di  honc  hounCtOs^ 
di  konéu  hottnéu  per  u  propa^nato),  onde  poi  si  ottiene  normalmeota  la  m- 
ria  kueuné  kieuné  t-i[e]unc.  Pure  per  questa  parte,  se  io  non  erro,  si  *  l'' 
ScHUCHARDT  (Itw.  46)  dovuto  aniarrire. 

*  Mnntogna.  Bùhl.:  59.  in  (ign)  im»,  totigna;  lei.  60,  malviv,  <"•' 
eurichtu,  lamcu.     61.  giiKon,  netia. 


:vGoo»^lc 


§  !..  QriKlODi;  B.  SottoseWa:  ù.  135 

va;  erteti,  ce'wu.  61.  giìzen.  63>  ti.  01-5.  pu/ifvi,  ciiojm.  III.  Tbdi-- 
llisea  '.  59.  tSir,<a^{r  sicuro,  tnir  maro,  gira,  dir,  vantira,  mit,  pli;  (et  tu, 
ta  Ili  va  bd;  fotm;  «n  eni)  meit  (ma:  ftagin  nagina)  ad-éna,  gigin,  lena 
\l(na).  60.  jnule'w,  plaie'u,  càrse'u,  vatidett,  ve'u;-  cr'fu  crudo.  61.  gu- 
c(B,  erua;  gvf.  62.  [il  pM-na].  63.  «ti/er  un/e'u;-  iS.  61-5.  /tir?a, 
/■m™,  fiird,  avifnda.  f^nàs,  romper;-  SawSlJ  lanóila;-  tid't.  66.  guuanté- 
■la,  teljadé'ita'.  IV.  SchoDis.  59.  [d-iao],  siirs;  egn  «n  egna  tot^gna 
tna,  pie  pleicst  (pli  A.).  60.  tamia  (L,  id.,  ma:  earteu;  A.:  tamia  carlù), 
tagnia  A.  64.  cintfCos,  hi>7i  (vergogna),  V.  Snt-Sées.  59.  [d-isò] ,  pi  ph , 
stV-f  sicuri  (sioir-s  A.  B.  L.);-  oin  in  tat-aina  oina  ina;  aoi.  60.  «e-ourfcAi 
[acc]orto  (*-orgiuto),  tatui,  vi  B.,  conumi  L.,  gni-i  pi.  B.-  (A.:  ciu,  i>egnitt-s 
pt.,  (amiu).  61.  sch«uiian  *g[o]nTati  (A.  aùan;  B.  faxen;  L.  juimm);  nma 
(«.iiM  L,),  c£r.  Plaun.     64.  cro$tas. 

Vi.  CL.  68-crui  n.S03  saprslv.,  glignaSQ,  brign  Ariana 31,  ^t'd  acato  (agni- 
&))36;-  deir  37,  ca;eira48,  nate>ral45,  n«>eef26,  ett>*r  33,  taleida  ÌIO,  sa 
miidanm,  breid  'Diior&  20,  palei- s  paludi  63  (aiag.:  pali  133);-  en,  f  c^n 
Colir  1 17,  mtnl^-t^n  cìmcudo  100,  ena  encaltg  enas  ■□n  quale-une  35,  ad- 
■itjna83;  cwmegn  55;-  pb  pi;  femQ\,  pUmma  18,  meta  49.  60.  ieva  30 
[ma:  ita  25.  40.  98).  «1.  low>  23,  gioven  42  (Mons:  .^lown);  scvSan  treb- 
biano 52.  aS.  Cfr.  59  a  66.  6ejt  19,  ae  bettan  81,  ei^/tailetna  87,  giuvan- 
i'tna  149,  stgiradetnas  ib.,  [creiljo,  v.  pag.  74  n.].  «4.  65.  fona  (iis.:  fum) 
ruminasi,  p^m 94,  danondre  63  (cfr.  a.  151'»>prsW.),  doti??!.  136  (cfr.  D.6:t 
K^mli.);-  colmi  130.        HH.  05.  cuart. 

VI.  Snr-Séea  (ds.). 
Lunga.-  59.60.  chira  cura.  IQ7,  Dia  parchirilMo  [ti]  gaarii  52 
(cfr.  sopraailv.  num.  89),  siir  sicuro;  fiira  'fijUra  figura,  dtr 
(v.  sotto),  mir  sorca,  ingiria,  witiiVa  64.  287  (76:  venleirà), 
inlagliadira ,  muladira  macinatura,  stretgira  'strettura'  78, 
eallìra  num.  10.  11,  filgira  (e  fitgeira)  v.  num.  131,  fredira, 
'imadiVa  250,  noschadira  nocumento,  drichira  giudicatura  cfr. 
num.  173sopr3W.  ';  in,  an  qualchin,  anckin,  ina,-  gmr  per 


'  Tumliaaca.  Bùhl.:  59.  »i»i  {*ei)-  GQ- r>agnida-a.  Bar. -.59.  ade  gnu; 
M/(«n;  jpt  bain].  60.  ttaseheu,  aaoeu,  paivurreu,  ligeu  or,  earteu,  leu  vo- 
luto, slandeu;  sus-laneu.     6t.  neva.    03.  fesl,  gesl. 

'  In  queste  dne  parola  si  sentiva,  dopo  l'accento,  una  brusca  internizione 
Jelli  voce. 

'  Non  credibile  eccezione  è  sgur  scure.  Nel  cl.  è  tra  gli  'strumenti':  la  air, 
che  tara  il  veit»  vocabolo  di  Sui'-Meir  per  'scure':  •sijir  *sigir-aegir  so- 
pwlv;  V.  BO[tfa,  i  rillAgsi  di  'secume'eec,  e  cfr.  la  note  al  num.  59  eoprasil- 
'ano.  Allato  a  tgtir  a)  pud  anche  licordare  schiuma  echlTima  (v.  Diei  Iohìi 
'■V.),  che  arreUie  eaeo  pure  il  suo  correttivo  neirL.:  cellas  stgimantns,  ondu 
spumanti,  135.  Né  potrà  meritare  certa  considerazione;  anni  (eoprsl.  tnsi; 


;vGoo»^lc 


130  AtcoU,  Saggi  ladini,  I. 

igna  (allato  a  metter  perina;  cfr.  il  aoprslv.,  e  il  ted. 'fiberein- 
kommen')  convenire.  Ugna  luna,  fortigna,-  cfp,  nam.  237;  6m 
bruno  (ant.  alto-ted.  brùn);  lish  liisch  50.  IS5,  festi  festuca; 
niula  cfr.  l'engad.;  starnit,  agid  142,  Dia  t'gidi  Dio  ti  ajuti;- 
vegnia  venuto,  podia  potuto,  ecc.,  v.  Ili  3;-  pali  palude;- 
nt/nudo;  meir  muro  351,  madeira  matura  232  (matto'm- 
meing  277),  vestgiadeira  319,  vansadeiras  'avanzature' 25T. 
aradeira  'aratura'  agricultura ;  tgeisa  ac-cusa,  v.  num.  166 
soprslv.;  sumuei,  v,  num.  157  soprslv.  in  n.;  seiula  {=  sibh 
soprslv.,  subula)  233;  eittal  ittel  itel  69.  241.  239,  rabateida 
(  =  raiatida  soprslv.)  'ribattuta'  ripulsa  ;  creif  crudo  ;  -  e  solo  t 
all'uscita:  te  tu,  pie  più  (pl.^^-8  ol.  119),  se  su  249.257  [ter]. 
299  (ma  si  60.99,  ed  altrove;  e  v,  la  n.  a  questo  numero);  fegs 
(/fs  soprslv.)  il  fuso;  dicr  fegato,  cioè  'duro'  {soprslv.  dir  duro, 
dir  fegato;  all'incontro  /ee/" soprasass.  DS, ,  polmone,  cioè  'lieTB', 
cfr.ME.);  6r(c(  nuora  (v.n.593opr3lv.);-  cfr.  num. 237-8.  In 
poaiz.-  63.  giggia  '|?ionta'  (ju[n]cta),  cfr.  il  soprslv.;  fist de 
figlia  fusto  di  foglia,  gist;  bittar  buttare;-  lochia  (lucta),  lazza 
(*lut-ea)  166.  64.  cArt,  da  curt  (breve,  da  poco  in  qua),  «n- 
das  192,  funs  (fundus),  schunza  axungia  146,  otun,  plùmb;- 
orss,  corer,  torr,  forchia  (fìtortijia  322)  f  polver,  maoigl  mi- 
dollo (cfr.  QOm.  120"  soprslv.  in  n.),  artoigls  de  la  deta  articoli 
delle  dita  154  (^arto^ta  soprslv.,  Car.:  artuigl;  in  fondo  ai  quali 
riflessi  grigioni  sta  'artuclo-,  cfr.  'genuclo-  num.  118  soprslT.I, 
scheongier  a.  188,  avonda,  toss  (=  ttiss  soprslv.,  tussis),  soffet, 
sott  sot,  rott  (=  roti  rutt  soprslv.  174,  263),  gottcr  (-  guotler 
soprslv.,  guttur)145.  Cfr.  n.  58;  e  v.  ancora  i  riflessi  di  'gutta 
al  ti,  184.  66.  fUorn  134,  anguord  {engord  168),  tìwrp  parie 
vergognosa  195,  cttolm;  cfr.  n.  58.  66.  fergia  {firia  158| 

fergius  (furìus  furiò  167).  Cfr.  n.  63  cl.  ecc. 
VI.  b.  STB.  59.  nateira,  createira,  fieira  'fiira  7. 47,  deir  84,  sgeir  oacuro  ISI.  ^'- 
da  i^uta41;'-  eng&.enna  e  tuttegnai.  nijgnati  (lo:  nijna),  comitugnaU;- 
verUj  *TÌrtit-s5è;-  tufié  89.     60-  ilffs  nìefs  61;  dotitida  121.     Cl.  cnmd, 


e  171:  en  si  per  amendue  la  faTelle),  eorrelatÌTO  à'angiii  55,  cfr.  la  o.  1  > 
p.  32,  o  trer  tu  ih  figli  («opralr.  trer  si)  ftllevare  i  figli;  cfr. nel  testo!  le- 
gittimi continaatori  di  '8u[Bnmj'.  Finalntente,  a  qui  raccogliere  anche  un  fuv 
di  ti  C  d'a..  Iter  attnfar  allato  a  siér,  aacingare,  ai  doTHi  leggere  jn'MUr 
T  ichigientar  eopralt. 


q,t,.-edbvG00»^lc 


§  1.  Grigioni;  B,  SotloseNa:  Dittonghi  tonici.  137 

noua83. 113,  giùvenslU.  Al.  mwnd  10  (9S:  mwn^),  da /una  dal  fondo  130. 
B5.™orta  1.29,  tuorpói,  cwo/pa  23. 48. 126,  cuoim  79,  tumuol  IO.  m.  an- 
gears  *in-gir-a  ingiurìe  62,  cfr.  a.  43. 

vn.  VOiam  «  BrarngH. 
t-B9.  pi  piloti;  sgeiras  sicuro,  elavadeira-s,  pascheira-s  pasture,  pa- 
scoli; enc/  tut-egnia  egnia,  cmging  niuQo;  se.  60.  tomi,  comooi,  man- 
Igni,  (buri.  61.  xouvna,  anova;-  tur.  63.  sez  t.  nam,  172,  z6st  v. 
DODI.  96.  64-5.  correr,  danonder  cfr.  n.  151  soppslv.,  soi,  wion  autun- 
no; cruostas,  euolm,  cuort,  uoi-s.  B.  59.  \d~is{)\,  pi  pie;  sgigr  sgi- 
grai,  sicuro  ecc.;  eh  eha  tol-ena;  se.  60.  imi.  61.  xogvna,  anotta. 
tJ3.  zest.      64-5.  cuorrer. 

Dittonghi  tonici. 
L  Plani.  68,  am-pau,  aud,  (catisxa);--  poera.  68*.  trer  (iràr).  II.  Munto-  . 
pia  '.  67.  [cenaféìn.].  68.  óra,  'céisa;- pvccó  *-ccdu,  v.  n.  1-2.  IH.  Tom- 
llaiea'.  67.  [/dina,  fan;  sef];-  siel,  [en  pm  ìoc].  68.  o'r,  à'ra,  có'ssa,  el 
fc'da,efo'da,enpd"per;-pr£>*,pl,pro"j,  prato,  cfr.  n.  ).  IV.  Schoms.  68. poc 
ani-po,  od-ijait;-'  sto  *Btau  stato,  obiervò,  angannò,  toTnmuBtntò y  |il.  in- 
itmitmos.        V.  Smt-8éM.68.pae,  t^osa;-  nutantà;  àiaxrenlò,  observò  L.,  eco. 

V.  b.  CL.  67.  [Uchagna  127,  fagn  36].  OS.  goda  gode  100,  etodtr  {=  elauder 
tiopni\.)  103.  68'.  tgora  *ciitira  (soprasaas.  ds.  :  tgiow^,  Bopralv,  caura)  21; 
lo  lato-  (largo)  39;  purto  portato  ecc.  Staij).  :  tì8'.  -oo  (-Ó)  :  nomnoo,  do- 
mandoo,  consuma;  e  cosi  Mh.  :  groo  *gra[d]u,  Stitnoo  ordinoo,  resalvoo, 
irtno  irto  er[edi]tato. 

VI.  SKT-Sées  (OS.). 
67.  [pena;  fein];  tschielGÌ;  lei.  68.  or,  ora,  ter,  chiosa, 
poss  rapós,  poc  poca  (poc91),  lod  ìóda  (laus  laudai),  frod, 
Oàd  e  godéir,3\,  cfr.  nuni.  93,  anche  per  oMz'r  ecc.  08''.  au 
grrgione:  amò  *ama[tl]u  amato,  cosd'wzó  accostumato;  ecc.  ,(Tin3.: 
jntrlSò);  ai  romanzo  o  grigione:  iéla  bela  {=  baila  soprslv., 
haila),  tr/?  (=  trai  soprslv.,  trae)  152;  pled  pleds  (50:  dar  bun 
pleits)  li.  171  soprslv.;  tés  esa,  n.  174;  a  qui  porremo  anche  ■:>• 
aria,  buon  er  aria  buona,  cioè  'ajir,  cfr.  friul.  àjer. 

VI.  6.  DTR.  «7.  \paignaSÌ.  paignai  16.65;  itchaina  103].  68.  poocs  101,  jo 
te  ìood  139,  pool  129. 133.  «8».  lodo  honoro  130,  dùos  dati  117,  salvooi  ib., 
ioldoos  36,  proos  90.     pkel-s  20. 

'  MoDiogna.  Bùhl,:  68.  avda  iew,  ampau;  tgosa. 

'  Turaliaeca.  BÙHi.,:  68.  od   at,  pocs.  Bar.:  07.   {attguiella  -  an- 

'<uiar"-la,  allato  ad  anguira,  cfr.  mim.  178  «oprslt.j  OS.  lod  soat.  08*.  mt 
■nki  solo  (mai)  merao;-  léd  *laid,  torto  (ted.). 


;vGoo»^lc 


138  Ascoli,  Saggi  lailiDi,  I. 

Vri.  Fllbnr  e  Brangn. 
F.  07.  lef  (v.  p.  39,  n.  1).      68.  poich  pncs  ant-po,  or;-  fallò,  jk(- 
tarrò,li^ù;  pro-s  prati.      B.  68.  polsi"];-  am-puet.~  d-itò,  sto, do, 
angiatid;-  da-r~tgo  vedi  num,  161  engad. 

Vocali  àtone  (cfr.  accid.  ganer.). 

hVltMn.^Xi.virdanar  e  (-i),  controre,  proMrbe(i).        iV.  SchOMB.87.  nun- 
dra,  A.        V,  b.  CL.  78.  ies  andati  %.  Stalo.:  71.  piuir  patire. 


t  (d8.). 

77.  sumiva  n.  189.  •  80  (cfr.  92).  silenziw^z.;  ma:  chiapUme 
capitanio,  oratore  oratorio,  temerare  temerario  338,  in-scom- 
me  in  scambio,  ckiaprice,  adultere  adulterio,  uffice  Ì24,  ecc. 
87  (cfr,  3).  bevader,  magliader  'devoratore'  cfr.  ti.  146,  pestgii- 
der,  blaslemadcr,  cacciMer  (315:  cacciader),  creader,  pleda- 
der  dicitore  n,  171  soprslr.,  giojeder  giocatore,  mirader  mura- 
tore, manchieder  de  parolla2%2,  derschèder  senatore*;-  j>fy 
'pej'r  peggiore.  89.  chirar  curare,  girar,  misirar,  isò  usato, 
logoro,  184,  cosiinió  a.  68*,  liongia  n.  165  sopralv.,  tnigia  ptcp. 
muggito  (soprslv.:  miggir  migiG.),  gidar  142,  midar,  stidar 
n.  63  soprslv.  93.  V.  i  riflessi  di  'aequali-'  al  n,  231.-  otwi, 
orur  aurora;  oWiV  (audire  62;  udiruìdiond,  udire,  udendo, 3151. 
cfr.  n.  237;  ù  (soprslv,  id.)  aut;-  galdeir  (gaudere  143,  cfr.  n.  CS 
e  237),  asgiéir  (229:  d-aschiér);        94.  d-ulzar  n.  10-11. 

VI.  b.  DTB.  70.  «uoirof  •sBT.,  odorare, 74.  72-  ureplieas  102;  en>t  gtties  bentiùt 
(lett:  'son  veouti  benedetti';  -ie-s  per  -ia-s,  cfr.p.e.:  insti-uia-s  istruiti  13), 
schmaladiei  \S0,  prooedks  Ì2i.     98.  ufdeir.48.74. 

VII.  Fllls.  71.  pilescka  patisce.    81.  prumaveira.     93.  «  aut,  w(w. 


Continue. 

I.  Flann.  1(6.  eu  vei,  et  voterà.  119.  veffl.  l2Sa.  Mi  num.  909  (Mi). 
pi.  litérs  (bears);  lu  «lur  allora;  (magica  n.  3;  nutrì),  esse  (esier).  128.  {or- 
gogna  (oarg.).  1S9*.  eommwentatt  (mvaniau  Trias;  muentau  pur  nel  sopra' 
ailT.].  130. citrti cardati  (vurdacen).  135.  {anioioer,c(r.u.58).  15ì.«J^a>'' 
tamegn,  evidenbiTnegn,  finaltnegn,  veraniegn.        II.  MBBt«giia  '.  1S9\  sgola. 


'  Cfr.  n.  189  aoprelv.  Lo  Schuchahdt  ba  dì  corto  ormai  rinuntialo  alla  soa 
ricoEtruiione:  *directator  (Uw.  12). 

'  Muntogna.  Buhl  r  151.  veranuntg,  extielamentg. 


:vGoo»^lc 


§  1.  Grigioui;  B.  SotloMlva:  Continue.  139 

130.  tùld.  III.  TRBiUasca  '.  96.  /<mVi»  Sor.  98.  Ijin.  103.  uneu  num.  35. 
IW.  icumgér.  108.  sparHr,  urcicUSt  vasHr.  111.  sa  deus  xmt  se  Dio 
rDole.  118-19.  tulélj,  uréljas;  mlj.  123.  Il  r  all'uBcits  è  spesso  malfermo, 
indistinlo,  o  dilepiato,  p.  e  i  ire;  cfr.n.  1,9.  19,50,  145,  155,  160-3,  188.- 
134.  palercér.  145.  dumbrd[r].  151.  finalmàni,  Ughermént:  155.  tram- 
Uii[r].  Ì57.  lómda.  IV.  Sebmg.  96.  «cAuran, -«rhidonfa n.  16.  99  hialùr- 
gk  Ì19,(L.  pigi).  151.  vtramentg,  toidenlamentg,  (inalméntg.  V.  Sit- 
aéei.  96.  tc&euDaM  n,  61,  -»ckidanta  a.  16.  (A.:  ittan,  -aidounln;  seAi«c?utK( 
[B.  id.;  L.  schasch.]  giaceTa;  B.  e  L.  sauen  -an,  -ìidanla.)  08.  glischei- 
n.  S2.  99.  Ìsto[a]rgÌa  A.  B.  L.  107.  cwlatlgaun  L.  1 19.  tj.>/.  124.  jxir- 
vtami  proverbio  L.  130.  gurdavan  (pardoBan  A.  B. ,  eurdao.  L.).  144.  -n 
in  m,  onm.  5. 6.  151.  vairamainseh  -maintsch,  clgramaimeh,  finalmainsck 
(mairtt  A.  B  ;  -maint  L.). 

V.*.  a.».  misergiaCQ.  104.  lehemgia  21,33,  G«>itlempta  67.89.  97. 110. 
giittrna  (cfi*.  Imtettta  alto-eng,  Car.)  lanterna  18.  34,  glimaia  lumaca  40, 
glmmehSl  (t.  n.ST'ian.i  lOi  :  gliungsch).  liS.pt^agiagUSS.  IBOn.  [an- 
fc/&irl03],  diciai-94.  Ili,  bnmclar  107  »brunt[u]lar,  cfr.  l'eng.  ISl.  ordi- 
nariamatitg  91,  ansemblamantg  110.  1S7.  plom  25.  uh.  111.  volt  tuU, 
ra'ten  (vogliono). 

Vr.  8«r.Sée8  (db.). 

J.  96.  giqjér  giocare,  giggia  a.  63  allato  a  scheongier  n.  188; 
agid  ajit  143.  284,  (jscAer  scher  giacere.  97.  aigl  (sopra- 
sìIt.  id.;  alium).  98.  glima;  ma:  lUsch,  Ugna.  102n.  lin- 
gier  (=  lingiar  aopralv.)  rigare.  104.  dar  cungia,  prender 
cumgta  (219:  comgìea).  106.  misericorgieival  228;  raig  rai 
raggio  248-  285  *  ;  -  diavel.  Wl.  christgiauna ,  pirchiel  por- 
tico 320  (cfr.  Ili  4);-  obediensehia,  retamenscha2G0;~  cano- 
sckienza,  gravezza,  grassezza;-  ottezia  n.  10  e  11,  direzia;- 
paniienzia  {'tenza),  santenzia  \  108.  partir  ora  compartire, 
spaW(>219,  ma:  spartgir  170;  mentir;  fsstgina  fa  presto;  ve- 
stgir  193,  vestgia  vestito  veste,  vestgiadira;  bisig  ecc.,  n.  28, 
beurar  la  bist^ia  128  {vetta  da  bestia  vita  d.  b.  325).  110.  [Sì 
aggiungono  in  Sottoselva  te  costanti  propagginazioni ,  che  incon- 
triamo ai  n.  237-8]. —  Per  lo  sviluppo  sporadico  dij  non  avrei 


*  TnmIiaBca.  B^hl.:  l5ì.oer<Hnagti,eoiderttamagn,finalmagn.  Bar.: 
ISO'  davo.     Ì5l.vaiiinamaing,0tramaittg.-  151  n.nainj  venti      152.  o^f,  o^-». 

'  Qui  spetterà  ancbe  tpiegk  spiedo;  poicbd  sari)  spieg  (v.  il  unni.  183) 
-spiedj,  crr.gli  ital.  itpiede  schiilrone. 

'  TiNS.:  settlienrgin,  amaeexgia  dit-macejpia. 


;vGoo»^lc 


140  Ascoli,  Saggi  ladini,  I.  I 

se  non  ent/iovin  enigma  ecc.  vedi  il  soprslr.,  e  sugiiegl  sole'.— 
l.  111.  Nella  combinazione  u^  +  co«s.  tramonta  il  l;  y.  il  n-ST', 
(Confrontando  i  num,  10-11,  ed  aggiungi:  Òùcs  {'bu*s  n,  23?. 
=  soprslv,  bùls  bolso  S8);  doutsch  dolce  ^;  Òoùsha  (=  soprsU. 
bùlscìia;  'bisaccia  o  bolgia');  mùtrin,  vedi  soprslv.  num.  66  in  I 
nota;  voi  (=  vùlt  soprslv.)  vult  35.  L  complic.  116.  feifa 

(6bula;  soprslv.  /?ma?o  =  *fibella),-  118.  igW  ecc.  n,  54-6;  gti- 
lia  {g{iglia2\Q)  ago  da  cucire;  curniglia  (engad.  id,  Car.,  a. 
1.'  ci.  xik:  cumeglia;  ma  soprslv.  comaglia  DS.,  cumaigl  Car 
=  it.  cornacchia)  cornicuta.-  119.  vigt,  plur.  veigls23G  (vegnir 
vii  173),  vecchio.-  120n.  anclir  «  antelir,  ancligenl  6  inteìi- 
gent.  B.  134.  Colla  metatesi  descritta  nel  soprasilv.:  far- 
senzia,  stersuonar  starSunar  'a-tra-suonare  (rimbombare,  ri- 
sonare), parschùn  (soprasilv.  preschùn);  carschént  allato  a 
crt'scher;  sierìischiir  eco.  Vtra-lucìore  (splendore);  bargìMa 
(=  bergada  soprslv.,  brigata,  compagnia);  ferdaglia  (soprslv.  id.) 
raffreddamento,  sferdentó  raffreddato  (senza  metat.  :  fredirdw 
sgartó  grattato  87;-  cordél  cordeval  crudele,  106. 07.  —  Senza  i 
la  metatesi:  gravagi&r  far  aggravio,  ingraschiér  (=  engar- 
schar  soprslv.,  iugrassare);  pertratgiér,  pertratgiamenl  per- 
trag  (pensiero);  scricchiras  scritture  126;  drechiér  num.  1*2; 
[ifaunV].  Metatesi  opposta:  trouló  trouladat  trùule^t,  ma- 
Ijncoiìco  malincolia  (cfr.  frc.  troublé  *turbnlato),  ma  273:  ior- 
bló.~  136*.  inavós.  T  (v,'w).  139'.  gulp  volpe;  goija  [avj- 
vocato,  ecc.  v.  num.  219.-  130.  visa,  en  guisa;  gòt  n.  10-11.- 
131  n.  Oltre  fastes  ^  fesiig  soprslv,,  qui  occorre  con  f^'v-- 
fitgira  fitgeira  =  vetgira  soprslv.,  condotta  di  merci ,  97. 320.- 
F.  133.  Qui  pare  si  vede  anche  la  figura  col  f,  nella  locuzione 
or  (la  fora,  fuora.  di  fuori,  dir  or  dafìtora  dir  a  mente;  cui  si 


'  Cfr.  n.  118  sopralr.  Ma;  tramontar  del  sole',  soprasilv.  il  soleigl  ir  i" 
rendiUf  roprasass.  il  aoìeigl  ir  da  nndia. 

'  far  douisck  247.  Nolovole  esempio,  che  ci  darebbe  *oulc  da  ole  «m  " 
ge<?om<ai'io  n.  64.  La  dtb.:  dullìch  27,  {dullsehesza  135),  dulscha  135,  pi.  du- 
/gschs  'J5;  ma  insieme  dvgsch  ag.  12^-  130,  la  qual  forma  ci  direbbe  che  an- 
che n*Ua  procedente  si  tratti  in  realtà  di  •duci-,  cfr.  d.  233.  [H  (,i_:  rfo/jr*, 
|)).  dclscht,  f.  dolscha,  p.  37.02.)  All'incouty,  ol-t-s  grammatic.  non  sTilvpihi 
l'i*  in  DS.  (cfr.  n.  157'  Bopr>iv.):  calxiols  d.  IGO,  aoiols  api  [e  nul  ci,,  col  /  io- 
titlo  malgrado  l'oii:  WoioWs  cahchauh  (sg.:  cahchout)  ^.  33.  18J. 


>vGoo»^lc 


§  1.  GrigìoDi;  B.  SottweUa:  Continue.  141 

aggiunge:  orenfer,  eccetto  che,  12]. 266,  che  dev'essere  'fuor- 
■in-fuori'  (or-én-fr).  S.  134.  schivel  (soprslv.  id.  Conr.  Car.; 
sMas);- deschert  il  deserto*.-  187.  mein  mains  n.  39-40. — 
K.-  Di  n  soprasàssino,  e  sottosìlvano  in  genere,  si  vegga  il  C.  II, 
§1.-  145.  N'M:  orma.  Resta  la  figura  etimologica  in  numrar 
contare,  nùmmer  numeràbel  209,  number  169;  ma  insieme: 
dùmlrar  s.  numerare,  e  grond  d^ìmber  s.  moltitudine.  E  qui  si 
aggiunge:  d&r/ibli  omballico  (soprslv.  umbligg),  che  va  col  frc. 
wmbì'il  (cioè,  per  la  fase  immediatamente  anteriore:  •n-om- 
b'Iic'Io).  Finalmente:  l-r-m  da  n-r-m  in  liróm  fegato,  =  nirom 
basso-eagad.  Car.  (mr.:  Ijiròm),  che  veramente  mi  par  che  dica 
'rename',  si  che  la  prima  sua  parte  {nir-)  sia  la  stessa  che  si 
riveda  nel  soprslv.  nir-ùnckel-s  rognoni  DS.  {sg.  nirunkel  Conr-, 
narunkel  Car. ,  gnirunchel  alto-eogad,  Car.) ,  il  qual  vocabolo 
altro  alla  sua  volta  non  è  se  non  l'antfco  'renucolo-  "renuncolo- 
{ranuoigl  basso-engadia.  Car. ,  renunchiu  rumeno) ,  alteratosi 
sotto  l'infliisso  del  ted.  niere  (rene).-  146.  magliér  mangiare, 
sur-magliér  crapulare.-  147.  honrar  hondró.-  161  '  (cfr.  num. 
32n.),  legrameintg  138,  avertameintg  92,  eternameintg  per~ 
pednameintg  ;  bundanzameing ,  stateivtameing  costantemen- 
te, chierameing,  ecc.;-  aleramaintg;  pouramaing,  perderta- 
tnaing  sagacemente,  vesevalmaing  visibilmente,  vardeivlamaing 
(-  'Ter[ta]tevolm.)  317,  /ìnalmaing;  ecc.  *.  Voci  non  bene  assi- 
milate reputeremo  gli  avverbj  che  ancora  ci  mostrano  netto  il  t 
di  -meni,  come:  sijrament  sicuramente,  pegiurmeint.  E  avre- 
mo airiocontro  -meintg  -meing  che  si  alterna,  per  falsa  ana- 
logia, col  legittimo  -meint  -  -MENTO  (num.  32n,):  pardona- 
meintg\\%manchiameintg  125,  ardimeingZQ,  fomemeing  134, 
spindrameing  riscatto  {a.  147  soprslv.).  -  163.  giggia  cfr.  n.  63, 
173  e  l'eng.,  giunta,  accreacimento.  H.  156.  tremlar  216; 
n&mmer  e  number  ecc.  n.  145;  chiombra  ecc.  e.  17;  cumbel 
('pieno,  colmo',  cfr,  soprslv,  n.  66  e  frc.  comble);  grembla  grem- 
bUxr  (gramola  del  pane,  gramolare,  134.  145);-  Xb'ì.  plùmb, 
plumina  'plumbìsa  (palla  di  piombo),  plunUn  n.  234  soprslv.; 


'  la  eùsher  (e  ceMer  Mpralv.)  pud  la  palutiio  &*er  la  buh  ragiona  Utorica  : 
fo[u]8Uo  *c(MÌo  (tose,  cucio  =  cu?o),  MfsSiP.  readic.  xxxix  534. 
'  Circa  toner-  tender  di  p.  67,  y.  il  num.  220  in  n. 
'  Sav,  e  Cont.:  veiramatttff,  (inalmantg  (nxaintg). 


;vGoo»^lc 


14:^  Ascoli,  Sag^  ladini,  I. 

c&nterchiomma  coatracambio  (ma  scombiér  cambiare,  e  in- 
schiombe  173);-  somhda;  chiamòna.-  158.  memher,  plr.  mem- 
bra, 155.104,  ma:  snembrar  scftnem&rór  268.  283. 
VI.fi.  DTE.  105.  awoilgia^,  cfr.  l'ang.  Vn-%.  rieordvmaéKn  45%'  pet*ttUni~ 
tgia3Q,o3,  UtextgÌaa7G,  grtutgias  46;-  bieschtgia  il,  14S.  buldatualf}. 
l&l.  de-cor-maing  di  cuore  96.  129     l&lD.  puings  81.  94  (133:  puittdt). 

VII.  FUlnir.  96.  zouma,  ^eif,  -asidatmta;  [ffÌasch«iDa].  09.  Aistoor- 
£/ia,  matirgia,  mitiergia.  105.  oes.  106.  teirrtgir  aopralv.,  dire, 
zeia  diea  p].-  Cfr.  manixtwr  al  nam.  1.  107-8.  [saJp^itu];  craxh- 
sa\m\  biesza-,'  priettchs  num.  28;-  citlazcAion,  jta(ie»wcA«i;-  &»n- 
ru^jienfcha;-  paacheiras  num.  59;-  (/fstinetven].  119.  vigl  viglia. 
126'  anacos,  Ja  davoia  chiatscha  l'ultima  caccia.  130.  gard,  god. 
141.  nassa.  151.  generabnainz,  easactamamt,  evidenlamamx,  glUla- 
samainx. 


Esplosive. 
I.  Flain.  160.  eattasian  {cattar),  canhm,  (anoima),  eotabra.  162.  bwxa- 
da.  1C3.  ;a  n.  197.  167.  am-pau  (am-pau  paucs),  cfr  on  u.  13,  otioM  grò» 
n.  16.  172.  ^<?(7  il  latto,  tartgett  «tractato  pensalo,  [fitg  fetg).  ITI.  tue»- 
tar.  178.  [anjwiranj,  Trina:  d-un-crivatt  ed  anquirioan.  181.  anjan- 
naw.  182.  fadiga.  184.  (n«().  197.  ^a  (goda),  n.  226*  soprslTr.  2te.  m 
corMtwI,  eortew.  200.  6U(dd(!).  II.  Mut^na.  160-1-4.  candela,  calòiSa, 
canaater  ',  cabf,  caiUd;  iéld  s-ealdd;  to  a.  3,  'coe^fs,  .fasdlj,  ^SAra  'canrt; 
ancàrna'';  baca,  vAca.  172.  Ite,  stret,  faù,  la'  '.  IH.  Tnmltuca*.  160- 
161.  candèias,  canàster,  eaniénn,  castigir,  cadano,  catà\r\,  còca  caccia, <d- 
mi/a,  canfci[r],  lai  cartai  da  gtiga[r],capéun,  cóoert  (»■  pag.  Ì3  a.  3),  cambra, 
i-caldà[r];-  fold,  'éà-ra,  Hsia,  Uu  ecc.  n.  3,  TaviU,  lapéU,  Varr,  far», 
^aoitj,  "èdia  cazza.  162-3.  baca,  eàeca,  ttuxdr,  ma'Mca,  marcadAua;  git^■ 
gàr,  la  carga,  carga[r]  ti.  164-5.  furia,  marcéu,  eriì^a,  mut'ca;  péria; 
liànga.  167.  frest.  170.  ixe'u  aceto,  pUJieu;  duls.  171.  ei  »ei,  ti plfi- 
172.  lac,  fa'c.,  co"!:,  no'c,Stre'c,  spCcér,antali'g.  174,  issa,  tester.  181.^- 
Ijina;  anganó',  rggàr,  suga  corda.  182-3.  fadigér;  fràjas  fraghe  (fraTol*); 
■   iorJJ  làT'{ia.     185.  l?vmga.     186.  sàxmg.     \^^.'fug{[r\.     203-4.  Ui  erés  cre- 

'  QÌo*a  aggiongore  eia  d'ora,  intorno  questa  voce,  che  la  costanza  dal 
ano  à  deve  diuoaderci  dal  mandarlo  col  latino  oanistro-,  ìtal,  catustro  (Tedi 
num.  45  aopralv.;  solo  pel  sopiasaaa.  ho  canester  db.),  ma  piuttosto  sa^:erì»:e 
che  si  mandi,  aliato  allo  spagn.  canaslo,  colla  figura  greca:  xàtxv'ipt-r,  U 
quale  può  avere  avuto  corso  neli'  antica  Italia  insieina  con  canistrum. 

'  sercd  a.  1-2;  Bùbl.  :   lachertschiavan.         '  fetg  Buoi.. 

'  Tumliasca.  Buhl.:  164.  la  l-antgarna.  172.  létg.  Bah.:  169. -"S- 
schpal,  ctr.  a,  67  soprstv.     190.  anculir,  afe.  il  uoprasass. 


;vGoo»^lc 


g  1.  Origioui;  B.  Sotto^Iva;  Esplosive.  143 

ili,  carUin  elidiamo;  suiir,  s?ugs  indi.  IV,  SckOMS.  160.  earmò.  161. 
mi.  Igambra-,  an-tscharlgenan  A.,  a.  2;-  edda  v.  ib.  172.  lilsch  {L.  ^'I^, 
.\.  létg),  felg  (L.  fi^tg),  ipitschita  u.  3,  tarUchtna  pensavo  ib.  189.  liieher, 
fnsehi-s  foggiti.  S09.  bUr  bUr»  {bhars  A.).  V.  Snt-Séw- 160.  caratò  (L.  tga- 
rati),  eattoBa  (B.  e  L.  tgatlawC^.  161.  164.  antg&itta  antgeanta,  tckartgt- 
tan  n.3,  Igoaa.  162.  tocea-l  L.  160.  lehartgtoan  (L.  tachartg.),  num.  3; 
antsehetta  L.  II,  v.  p.  18;-  an  fataeha  in  tuceiA  L.  II.  172.  fitsch,  letaek, 
spiiichima,  paUrtiehieva  v,  p.  59  n.  (Ut,  spiteva,  A.  B.  L.;  cun  àdSit  B. 
1^  U,  T.  p.  88).  183.  angiantto  L.  189.  glischer  num.  S2,  M-curscAt'  n.  60 , 
/«sdii-j  i-/Wch-enlar  •-/uj-ent  «re  fìigaro,  (/ifer  A.  B.,  Uiar  L.;  fwtitt-s  A., 
fuiii  B.  L.,  *-/iM-aHtar  A.  B.  L.).  209.  bten  (blitrt  A.;  bleart  B.;  ȓng. 
iJotr  L.,  plur.  bUra  L.  II).  215.  jKirvtani  L.,  n.  IS4. 
V.i.  tt.  laiM.  castagna  35,  iii»  M»tor48;  oca £3;-  (iraiw  egli  [Bjcava  71, 
cfr.eS,  tpn-ouf*(v.  soprasus.)  S4  ;  -  ttga]fa  (=  jeajfa  soprslv.,  ìt.  Kd/fiffe)  18, 
duf^d-f  (=  tiMoa  M)preW.>60',  sat-tatgali,  ttrìgier  134.  166.  niaiiifai  =  ne- 
jaitCa  aopnlT.,  MiiMga,  87.  167.  J«(^40,  satg-t  sacchi  54,  artg-a7t'lsehklS& 
{allato  ad  are-s  71).  U(7ii-  [cfr.  l'eagad.]  :  artetgel  4,  cfr.  cetptr  (sichier  m- 
lirasan.  db.)  zuccaro  19,  Uchertgel  (Ueercìiitl  BOprastBB.  ds.)  cerchio  36. 
ISB.  (icA«n>21.  171.  coir  cuocere  75.  174. /VMan  (= /"mwMn  aoprd».)  fraa- 
im^.  177.  «otoaquilaSS,  T.  l'eog.  170.  coterSl,  eiufer  etuiraSe,  em(73, 
ni(  cal-t  <Mla.  Cfr.  anm.  59.  181-  gallina.  182.  papagiagh  35;-  petmga 
•fuia-B  147-8.     UO.  antef^'  (=  anfailjf  sopralv.)  83. 

VI.  SwSées  <D8.). 
C.  160-163.  ^mr  canta  venir  canuto 71,  candela,  canester,  can- 
iìin,  carvoti,  castiàr  castig  {il  castigo),  castrò  che  è  castrato, 
cadagna  ancndanó,  calchiera  fornace  ('calcaria),  incastrar, 
cattar  caiar  trovare  131.260.313,  scanàr,  scarpar  far  in  pez- 
zi 297;  -  branca  d'fein  brancata  di  fieno.  cariti  affabile,  ha- 
ver  careza  haver  amore,  carestrna,  allato  a  ckiér  caro;  cal- 
^iolz  calcetti,  allato  a  tgiochias  num.  10-11;  s-caldar  ecc.  258. 
3C9,  allato  a  chiót,  v.  ib.;  cargiér  s-oargiér,  allato  a  chiar 
carro,  (^icr^io  carico;  s-cof «zar  decapitare,  cAianaza  testa  da 
morto,  chiapàra,  chiavels  tgiavaléra  (capigliatura  328),  ckia- 
pela  cappello,  chiapitónc,  chiapitel,  giabùs  ghiab&sch  capuc- 
ci  75.82,  chiapitg  capoccio  da  religioso,  chia  tgia  ('a  Vaz:  chió') 
capo;  s-capitar  allato  a  s-cha(dàr  114;  capir  (133)  e  chiapir, 
n. 33;  s-caiApar  risanarsi,  allato  a  s-chiampar  s-chiampó266; 
cùnterchiomma  tn-scomme  ecc.  ouni.  157;  caz  195,  ehiaz  91. 
cazza,  ramajuolo;  Ghiaccia  allato  a  cacciéder  n.  87;  cani  can- 
ladùr,  allato  &chiantar;-  sbocader{a.  87)  e  mata  bocha,  sboc- 
cato,      chian  chiógna,  chiamisa,  chiamosch,  chiescha  chià 


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144  AbcoIì,  Saggi  ladini,  I. 

(casa),  chiosa,  chiosi,  tgiarol  chiaroló  cfr.  aopralv.  n.  164  io  n.. 
tgiomma  n.  17,  chiaglia  =  caglia  soprslv.  cespuglio,  chiamóna 
n.  157,  chiavai,  chiàpa  cappa,  ckiapun,  chtmtra  tgioura  capra, 
chiaprice  capriccio;  tgiamàla  chiamala  camola  (tarlo),  chUiven 
n.  16  n.;  e  rivedi,  anche  pel  num.  seg.,  i  n.  3  ed  8.  161.  ì)ea- 
ti/tchiér,  forti/ìchiér ,  as-gittsti/ìchiér ,  glorifichiér ,  mollipU- 
chiSr,  crucifìgiér;  replitgiér,  supplitgiiìr,  scomunichièr;-  bu- 
chiàl  hochial  boccale  ;  marchia  (città  'mercato')  marohiadar 
(contrattare),  barchia  144,  tscherchiér  num.  3,  manchianieintg 
nuva.  151,  franchameing  francamente,  runtgiér  (=runcar  so- 
prslv., roncheggiare),  muschia,  cruschia,  schialpen  scalpello; 
pucchia  (peccato)  ecc.,  secchiér  n.  3,  tuctgiér  (sic,  304.308,  io- 
chiér  233),  vactgia  vatgia.  166.  Cfr.  n.  3,  e  sopralv.  n.  107, 
predgia  predica,  pratgias  pratiche  75,  pertgia  bacchetta  (perti- 
ca); chij(?r  (=  ckigdr  soprslv.,  cacare);  liongia,  teja;  hottea  bot- 
tejèr  bottega  ecc.  ;  stér  'sijér,  v.  le  varietà  sottosilvane  al  n.  3 
e  la  pag.  74  in  n.;  slojér  n.  3;  paja  la  paga,  v.  ib.;  limaja  lu- 
maca. 166.  tgiùntg  num.  67°.  Cfr.  num.  183.  167.  tnanch  1 
{mane  195.  231)  manco,  meno;  pastg,  frestg  freischg;  lai;-  ni,  \ 
nigin,  in  nijna  visa  in  niuna  guisa.  169. 170.  retschever; 
aschia,  gierf  dicerbo.  171.  el  sche  giace  (ma:  schescheits  ^- 
céte)  30,  cfr.  n.  Qi&' ,  el  piai  {ms.:  nus  plasheignZQ.  172.  drelg  I 
drechiér;  enteleìg,  deletg  dalachiSr  (dilettare);  leetg  il  letto;  i 
streitg  [mB.:  strelt  f.ò  'serramento  di  fiato');  spetgiér;  fitgira  i 
nura.  13In.;-  fìg  {fig  gref  grava  molto);-  frichieifladat  (fri-  \ 
giéjuladat  soprslv.,  'fruttevolitate,  fecondità);  giggia  n.  152: 
lochia,-  cotg  255,  chiern  cotgia;  noig  209;-  fatg,  fattg  da 
nof  136,  faitg  gensrùs;  spada  tratgia;  latg;-  soing  sontgia;- 
vassersitg  =  ted.  toassersucht,  idropisia  150  '.  dafett,  infet- 
tar, trutta226,  frittar  bein  fruttare  252,  rotta  del'armada. 
vetuaglia,        171.  laschiér  num.  3;-  miscella  ezz.  num.  41-4;- 

<  Ho  ancora  nelle  mie  nota,  ma  d'incerta  provenienza,  e  forse  mal  Bjcuro: 
inaUitg  (:^na-zuclit  ted.),  ecostnmatezza.  Per  la  storia  dai  riflassi  grigiooi 
di  cht  ted.,  agginngerd  dal  Da  Sale  i  aeguenti  esempj,  tra  i  quali  sodo  nella 
colonna  del  soprasilvano  quelli  che  pongo  tra  pareatssi,  e  gli  altri  oA  sopra' 
sflssino:  mal  sict  {tnaltichli)  IGO,  nial-liictthe  mai-sictadat  1T7,  mat-ciladàl 
inat-iili  {makicadal)ì\5;  tnKter228,  c(t.  aìxm.SSO  eopnìv.;  ruicUchier21i. 
,  nachts.  275;  lieclpfier 200,  lichtp.  283;  e  con  -tg  (K)  -  -eh:  tìadarlitff-  iie- 
derlich  {liedcrlichiament,  riedirtichiadat)  207. 


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§  1.  Qrigiom;  B.  Sottaelva:  Baplcwive.  145 

(sa  {elsa  s.  asse  6cc.)  =  aissa  soprasilv.,  axU  (non  'assis',  cfr. 
DiBZ  gr.  s.  CS),  tavola;  iéii  =  tais  soprasilv.,  'taso-,  tasso;  cfr. 
nani.  68^.  Q.  177.  aua;  dar  sieva  (cedere,  cioè  'dar  dietro'  ; 
252:  dar-schiva  'relassare  qualche  cosa',  cfp.  ted.  'nach-géberC), 
laschar  [sic]  sieva  rallentare,  schiva  dopo,  ir  schiva  andar  die- 
tro, suainter  ecc.  n.  32n.  179.  tgìe  che,  tgie  chiosa  che  cosa  % 
pertge?,  a  tge  propriestì  ;  -  cintg  *.  G.  181.  gargiàta  81, 
galinér  gag  liner  poUajo,  galdeir  num,  93;  giasla  gazza^; 
glassa  {gassa  soprslv.  ;  ted.  gasse)  contrada.  183.  liér  ecc. , 
V.  nuni.3,  schniér^l  (=  sneièr  num.  Z),fad.ia  ecc.  v.  \\>.;  pa~ 
jaun,plaja  piaga,  dqja  daga  121.  289,  fraja  fraga  fragola;  *- 
gargiàta,  hargièda  num.  124;  etigion  inganno  126  (ma:  angón 
angons  311. 186,  enganeivel  126,  angannar  ecc.  135. 167).  — 
183.  larg  largh  177.182.  La  palatina  è  manifesta  in  largiér 
(liberare,  cioè  'largare',  182.  256,  cfr.  num.  3)  che  presuppone 
larg  (larg;  CL.  43:  largid),  e  posson  coesistere,  di  RG  uscente, 
la  continuazione  colla  gutturale  e  quella  con  la  palatina,  cfr.  il 
n,  ]67soprsW.;  ma  largh  probabilmente  significa  larg,  cfr.  n.  105 
in  nota  *.  Per  la  palatina  voluta  da  i  =  ù:  fìira  *flg(ira  figura; 
cui  si  può  aggiungere,  per  g  da  e:  sigirezia  siirezza  siir  91. 
109.281  ».         184.  nauut  naùt  na&tta  naol  navot  navuCa  na- 


'  [cL.  ttehintg  33].  Con  dileguo  afiktlo  recente  dell'u,  e  quiadi,  come  pare 
a&tto  certo,  ancora  intatta  la  gutturale  malgrado  l'è  o  l'i  che  euuegue: 
chilar  ffiv  placare,  chetò  248,  allato  a  sa  qiteCar  247,  e  in  caso  di  u  grigio- 
ae:  quinlar  O  ehinlar,  pregiare,  ciod  'contare'  (v.  n,  55  soprslv.),  quint  o  chint, 
pregio,  stima.  Cfr.  chilo  (cioè  sicnramenta :  /titó)  CL.  141,  -  quitta  DS.n.  190, 
e  raehintar  CL.  140. 

'  È  la  voco  romanza,  di  origine  germanica  (v.  DiGZ  less.  s.  t.),  venuta  qui 
a  fondersi  con  una  special  propaggine  tedesca,  ciod  con  atiel,  elle  é  diretta- 
mente riprodotto  nel  soprslv.  hatla  di  tutti  i  lessici. 

■  Cfr.  sua  al  num.  184. 

'  E  oecr  adaigh^vér  adaigh  BOprslv.,  'haver  cieguurdo',  cioè  ad-oJJ,  v.  eo- 
pra, p.  88.  Circa  la  qual  voce  giova  del  resto  aggiungere,  a  canferma  di  ciò 
che  ivi  eì  disse  della  sua  ragion  lessicale,  che  ns.  ci  offre  ancora  un  modo 
loprasAsaino,  in  cui  rìcurre  lo  schietto  sostantivo;  cioè:  metter  agg,  appli- 
carsi a  qualche  cosa  (porre  attenzione),  60. 

'  draiùn  dragone,  ha  un  i  (j)  che  a  prima  vista  pare  strano;  ma  deve 
liatlarsi  di  un  accrescitivo  grigione  da  •rfroJ/  *draj;  cfr.  àragùn  dragh 

"Opi-slv.  DS. 

-VrcLivio  GloKoi'  'U>l'.  1.  IO 


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Ì4I\  Ascoli,  Stggi  ladtDi,  I. 

vola  niente  *.  Circa  sua  (=  suga  sopralv.,  coi'da,  saga,  cfr.  Si. 
crit  I  22  =  300)  si  può  chiedere,  se  lo  sviluppo  è  da  porre:  svga 
suja  sua,  cfr  num.  165,  o  non  piuttosto:  sugva  suva  sua,  cfr. 
]'engadinese.  Qui  ancora  proporremmo:  boua  boa  {=  boga  so- 
prasilr.  ;  bova  alto-engadinese  Gar.)  foglio  dì  carta '.  188. 
189.  genever;  scheongier  'giongere:  accoppiare',  ieger  leggere;- 
schendrò,  schelàda  brina,  schemér  ecc.  n.  19,  schenvigl  schi- 
nuglia  zanuglia  77. 141. 154;-  sentii,  xerm  zermogliér,  sun- 
ziva  gengiva;  s-fenzer  fingere,  schunza  (axungia  146),  fastei 
num.  131.  190.  anolir  ecc.  num.  120  n.;  e  si  aggiunge:  cu- 
lir,  cogliere  (eulir  ceresas  247');-  quitto;-  sajetta  (sagitta) 
allato  a  saetta  del  tun,  fulmine,  264.-  190n.  majer  (fem.  maini 
CL.  57)  maigradat  (che  stimeremo  sia  da  leggere:  m(^radat; 
magrezza;  cfr.  megra  Turni.  Bar.,  che  vorremmo  da  'mà[i]gra, 
cfr.  pag.  120  in  n.  e  la  seconda  n.  at  num.  219).  T.  197.  16 
{lato-,  largo),  cfr.  num.  68*.  Circa  bija  bijas  beato  -ti  (cioè: 
bijia),  V.  il  n.  219.  198.  Sec.  pers.  plur,  imper.:  chiarito  a.  4, 
allato  a  slet  25.  SOO.  andrà  anitra,  ladrar  latrare,  mal 
de  la  pedra.  D.  208.  nif  nudo,  creif  crudo,  nia  nido  *;  nùf 
de  la  rosa  'bottone  di  rosa',  cioè:  nodo,  e  il  verbo:  nuvar  nuar 
s-nùar,  179.168.114  (soprslv.  id.;  annodare  ecc.);  creerl32.— 
P.  309.  bler  (mengia  biér  soverchio  289,  cfr.  V  3),  blers,  hle- 
ras.  310.  aviols  n.  Ili  n.;  schiafdàr  n.  160-1;-  si  swsr  di 
sopra  ",  allato  a  sur  ir,  eccedere  (sopra-andare).        313.  scrie- 


'  sor.  117.  146. 155.  225.  173.  232.  Cfr.  gottar  gottella,  goccEwe  gocci»,  t 
i  num.  64-5  del  sopnlv. 

'  Cioè:  bogmted.,  *boga  (cfr.  Pota=Pohlen,  Poloaia,  231, oW  O.'Sojwt 

'  Cfr.  l'eng.  e  il  fri.  Nel  sopnW.  noa  vedo  alcun  riflesso  di  'colligere';  < 
taluno  qui  potrebbe  muover  dubbj  circa  il  riflesso  che  ali  aosegniamo  n«l  sotto- 
sìItoqo,  st&nt«ché  alla  citata  locuzione  rispooda  Del  aial.  di  SopraaeWa,  seni- 
pra  in  dg:  engurir  cereaas  {cfr.  «Ttcìirir  spigiat  spigolare  S91  ),  dove  sarebbe 
'iQ  +  qnaerare',  cercare,  num.  178  eopralv.,  nelle  funzioni  di  'raccogliere'.  M» 
la  serie:  culei  culeian  euliva  euUir  cuUtg,  coglie,  colgono,  coglieva,  coglis- 
re,  colto,  che  abbiamo  ael  cl.  52.95. 121,  tronca  ogni  dubbiezza  (cfr. oncu- 
/i>  Taml.).-  Nel  pres.  di  'fugir',  db.  ci  offi's  voci  analoghe  a  quelle  checidun 
pel  BopraBÌlv.;  il  cu,  all'iDcontro,  colla  vece  regolare,  fui  fagign  Me.,BÌ. 

'  Nei  primi  due  eaempj  si  scorge  l'apenteBi  dal  o  (*uilvu*criìvu),  enei  teno 
no  ('niu  ni"u  ecc.  II  3);  l'inverso  di  ciù  che  appare  nel  EOpraaìtvano. 

*  Ciod:  BU-sopra,  v.  pag.  32,  n.  I.  Pel  BOprasilvauo,  DB.  ci  dà  si  suora, 
ai  suù  (*si  suor,  cfr.  pag.  58,  n.  3);  e  in  suora  si  ti'att«rà  di  litt  (snvr» 
suora)  dissimilato.  Dà  anche  nel  soprasass.:  star  si  suora,  far  riflesiione. 


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§  I.  QrigioDi;  B>  Sottoselva:  Accideoti  gaaeralt.  147 

ehiras  scritture  128;  cfr.  §  2.  B.  814.  cribel  crtbldr  {sopra- 
silv.  Car.  :  crivlar,  ds.:  eriblàr),  palpebrai.  Si  aggiunge,  in 
molti  esemplari:  ■bel  =  '-\À\^  (infalibel,  incurabel,  impossibel 
allato  a  possevel;  ecc.),  ma  la  vera  forma  paesana  è  al  n.  21  in 
nota.  315.  beurar  befrentar  ("beverentarej  abbeverare  128. 
49,  paftar  {pavlar  eng.  Car.  nachtr.),  trouló  num.  124,  niula 
num.  59,        216.  gierf  acerbo,  orf  orbo. 

VI.S.  DTE.  IM.  Jcfiywndei  83.  172.  sointgia  11.132,  faitgias  tì).S8,  aitgs 
atti  52.  182.  <rùi»83.  185.  pltaMjra  38.  85.  190. /^ùn  114.  ISOn.  ««-j  90. 
VHi-bUar,  Slears  47.  87. 8B  (14:  bears),  bleara,  blearas. 
VII.  Ftilsnr.  161. 164.  chìo,  chiorat,  sur-chiargio,  chiatteasm,  chiada- 
gitia,  chiod,  chiavaedaa,  schierxezza  scarsezza,  chiaUcha  n.  8,  chia- 
tti n.  31-,  -  tscherchiond.  IQT.  poich ,  rick ,  vich  n.  33.  169.  ttcher- 
chiond.  173.  lez,  spiseiva,  drex  drizza,  fez,  sez  (= /ij/ Boprslv. ,  fas- 
za.noaz.  m.zieva,  cfr.  il  soprasass.  182.  leia;  lungia.  189.  lixer, 
fusegdas  num.  35,  arzient;-  tanscket  prese  (tangere).  192.  iaing 
legno.      209.  bgler  pi,  bglers.      210.  gliowa  lepri.      212.  ses. 


Aooìdenti  generali. 

219. 

In  questo  numero,  e  nei  num.  237-8,  gioverà  considerare  uni- 
tamente le  varietà  di  Sur-Sées  e  di  Sut-Sées,  e  insieme  richia- 
mare anche  la  altre  varietà  sottoaiWane,  sempre  però  mante- 
nendo tutte  te  distinzioni  in  sino  ad  ora  osservate. 

Vedemmo,  nel  soprasilvano,  ridursi  ad  t,  cioè  a  vocai  pala- 
tina. Va  f.  d'acc.  davanti  ai  suoni  palatini  e  palatili  (p.  41); 
a  per  doppio  fatto  analogo,  ridurvisi,  dall'un  canto,  ad  i  la  e 
àtona  dinanzi  a  quegli  stessi  suoni  (p.  42-3),  e,  dall'altro, 
resistere  l'i  àtoDO,  davanti  ad  essi,  alla  solita  alterazione  in 
a  (p.  44).  Di  Sottoselva  si  potrebbero  per  questa  parte  addurre: 
spicér,  aspettare,  Turni,  (cfr.  i  riflessi  sottosàsslni  che  avremo 
in  appresso),  litgàgn  lecchiamo,  allato  a  iétga  egli  lecca,  CL.  40, 
liceva  Tuml.  (dell' t  dei  quali  esemplari  partecipan  del  resto  au- 
che  la  forme  soprasiW.  del  Car.),  gudinéva  pijéva  Tuml.  n.  3, 
miscetta  ecc.  pag.  41,  128';  e  in  direzione  progressiva:  chi- 


'  L'osservazione  dal  Carisch,  che  allegainnio  a  p.  41  in  n,,  coacei-ne  pro- 
babilmeaU  anche  la  regione  sottosilvaoa. 


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148  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

mutsch-s  {=aamuotsch  soprslv.  Car.)  camosci.  Turni.  Bar.;  ma 
qui  non  porremmo  tgiminada  e  simili,  di  cui  più  tardi.  Di  più 
vedemmo,  io  questa  regione,  aversi  i  pur  dair«  tooica,  daTanti 
a  palatile  e  palatina  (num.  20,  22,  28*,  U9, 172;  cl.:  Uger,  mi- 
gler  mélior  113;  cfr.  i'engadin.),  a  tacer  dei  casi  tnmliasci  di 
e  da  a  tonico  nella  congiuntura  stessa  ^  Ma  affatto  caratteri- 
stico trovammo  farvìsi,  in  direzione  progressiva,  l'influsso  as- 
similatore  di  quo' suoni ^  sopra  Va  in  accento  fuor  di  posii.  e 
dinanzi  a  r  complicato  (v.  l'esordio,  i  num.  3  ed  8,  e  III  3); 
al  quale  fenomeno  ora  converrà  che  cì  fermiamo  per  qualche 
istante. 

Dai  suoni  palatili  e  palatini  deve  primamente  propagginarsi, 
dinanzi  all'a,  una  nuova  e  sottil  vocale  palatina,  che  oscilla 
tra  Ye  a  l'i,  e  siamo  cosi  alla  fase  che  pur  nel  soprasìlvano 
ci  era  rappresentata  da  cheàu  (>  *oau  capo)  e  chiàn,  n.  161  ^ 
e  poi  ci  era  offerta,  con  molta  abondanza,  da  ortografìe  sotto- 
silvane. Questo  'à,  od  'à,  si  riduce  poi,  per  processo  di  vera 
assimilazione,  ad  e',  e  arriviamo  alla  fase  che  ci  può  essere  rap- 
presentata, per  rimanere  all'opportuno  esempio  del  riflesso  di 
'caput',  dallo  céu  della  Tumliasca.  Né  a  questo  ci  fermiamo.  L'è 
risultante  da  *à  od  'à,  che  si  fece  un'e  'sui  generis',  tale  cioè 
che  ebbe  a  seguire  sue  proprie  vie,  ben  potè  anche  determinarsi 
in  un'e  aperta  {§),  e  di  ciò  avemmo  espresse  testimonianze,  in 
ispecie  dalla  Tumliasca.  Ma  sotto  il  costante  influsso  della  pa- 
latina o  della  palatile  che  le  precedeva ,  e  in  ispecie  quando  le 
susseguiva  vocale  (che  è  il  caso  di  'cau  e  dei  participj  delta 
prima  conjugazione),  quell'e  dovette  in  più  di  un  dialetto  assot- 
tigliarsi, cioè  accostarsi  ad  i,  per  modo  che  si  ottenessero  con- 
dizioni analoghe  a  quelle  dei  num.  24,  35  e  60  (lu  i«u  ecc.)  ed 
effetti  ideatici;  quindi,  teoreticamente,  coli' esempio  di  prima: 
fc'e'w  ce'ù  céa,  come  è  analogamente  in  iu  t'4i  ia,  io,  od  in  un 
participio  di  quarta:  durmìu  durmi'u  durmi'ù  durmxa.  Ora 


■  Cfr.  p.  11  n.  S,  p.  85-6  io  n.,  e  p.  146  (num.  190  n.).  Sempre  trattasi  di 
BTilappo  di  un  1  davanti  a  palatile  o  a  palatina. 

*  Tra' quali  parrebbe  doversi  comprendere  pur  l'i;  ma  gli  &  che  in  eSdtia 
spunta  un  j  tra  questa  vocale  e  \'d  susseguente;  p.  e.,  ciàdi,  vijddi,  onde: 
*i>ijédi  viédi  Turai.,  viaggio. 

'  Notevole,  in  ordineaquesto  sviluppo,  la  ortografia  ic/wfonywrQungersJus. 


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§  1.  Grigioni;  B.  Sottoselva:  Accidenti  generali.  MU 

avremo,  nella  realtà,  due  diverse  pponuncìe,  le  quali  si  conci- 
liano nell'e' teoretica;  e  sono:  céa  di  Schoms  o  igea  del  cl.,  e 
tgìa  di  D3.  Ugualmente  dove  s'ebbe,  dopo  V-é  =  à,  lo  sviluppo 
di  un  a  secondo  l'analogia  del  num.  25^:  gea  cl.  38,  particola 
affermativa  \  già  ds.;  e  cosi  nella  forma  sincopata  per  'casa' 
('ca'):  'céa  in  Schoms  ur.,  chià  (1.  ohia)  us. 

Il  dialetto  di  DS.  arriva  dunque,  in  tali  circostanze,  ad  t=à, 
per  effetto  esclusivo  della  consonante  che  precede.  Locchfe  mag- 
giormente  si  dimostra  per  la  seguente  serie  dt  sue  forme  in  -ta 
('-['«u)  =  .^M  soprasilv.  da  -àtu  anteriore:  marchia  'mercato  51, 
pertrachta  'partrattato  163,  maglia  mangiato  190,  largia  =  so- 
prasilv.  largau  'gomma  d'alberi'  *,  cargia  carcato,  tocchta  toc- 
cato 171,  imbroglia  imbrogliato  157,  pnc[c]kia  peccato  221  bis. 
1C3. 122,  bugnia  bagnato  65;  ai  quali  si  aggiungono,  con  ì  nella 
precedente  sillaba:  publichia  243,  fortìfichia  134,  sconununi- 
chiù  273,  squitgia^  sckutchiau  (squitschau)  soprslv.,  oppres- 
so 213, 311(^10=  piH^iait  soprslv.,  percosso,  ligia  legato  179,  pri- 
vilegia 23y,  piglia23è,  studija  (^studijàr)  121. 181. 267,  oblija 
oblila  (TiNS.:  obbHja-s  pi.;  *oblijàr)  obbligato  306.210'.  L'in- 
decisione tra  e  ed  i  ci  è  tuttavoltà  rappresentata,  dallo  stesso 
dialetto  di  ds.,  per  la  seguente  serie:  taglieas  tagliati  181  (ma: 
sur-tef/iia  circonciso) ,  scaccÌea2Q8,  pajea  pagato  215,  slojea 


'  Che  pnò  ugualmente  euere  il  tat.  jam  od  il  ted.  ja. 

*  largau  soprslv.,  largiò  alto-eng.,  'làrclienhflrz',  Car. 

'  Cml  questi  participj  di  prima  coincidono  coi  riflessi  dei  particì|j  in  -ito 
e  -uto  (p.  35, 60).  —  La  Tumliasca  (Paapels)  ci  darà  -et»  al  participio  di  que- 
sta categoria  dell^  prima,  come  cel  dava  in  ehiu  capo  =  cAfa  m.;  quindi;  ma- 
ìjéu,  gudiiiév,  banév,  pijéu  pagato,  obtiyéu,  sert-éu  cercato,  frut-^t  UrZ-étt 
nani.  124  (Bar.:  bigigeu  fabbricata,  schiiiffSu  stimato,  basi  ted.;  palarcheu, 
pi-onuntiéu,  cfìr.  n.  60);  e  il  participio  della  prima  conjugaziooe  cosi  vi  si 
lecca  alla  sua  vdta,  ma  in  diverM)  modo,  con  quelli  delle  altre  (p.  e.  dur- 
mfu,  *durml'u,  v.  il  soprslv.),  non  distinguendosi  da  questi  se  non  per  la 
diversità  dell* e.  Al  famioile,  la  distanza  vi  é  naturalmente  maggiore:  pijéda 
obligida,  allato  ad  ida  n.  36.  Ma  è  poi  notevole,  che  l'-eti  tumliasco  (sia 
della  particolare  categorìa  della  prima,  sia  delle  altre  coniagaeioni)  mostri 
ancb'osso,  in  qualche  varietà,  lo  sviluppo  piti  o  meno  costante;  *-é^  (?'") 
■éa.  Cosi  nel  saggio  di  Sched:  tartge/i  (*terì:é'v)  allato  a  lameu;  e  in  quello 
di  ^ebarauDs:  taméiì  allato  a  sa-cuncheu.-  h'-a  del  plurale  fùgeià  (fuggiti), 
dello  stesso  saggio  di  Scharauns,  sarà  meramente  epitetico;  cfr.  Bar.:  schi- 
nai-a  si  esauriti,  castiai-a  castigati. 


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9 

150  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

slogato  273,  ingraschea  168,  plejea  piagato  159,  nettagiea  for- 
bito (quasi  'netteggiato' ;  cfr,,  di  base  ted.,  malegieia  dipinto, 
strofegia  castigato  160)  133,  stroptgiéa  storpiato  298,  comgiea 
allato  a  cimala  ecc.  n.  104,  scumhigliea  intricato  173,  fitgiea 
=  fitggiau  soprslv.,  pertinace  (fisso)  226,  allato  a  /ìtgial59  '; 
circa  la  qual  serie  va  notato  che  non  vi  occorrono  se  non  due 
esemplari  con  i  nella  sillaba  precedente ,  l' uno  de'quali  vedemnio 
avere  accanto  a  sé  il  suo  correttivo. 

Ora  passando  alla  dtb.,  la  sua  costante  risposta  all'-tiu  so- 
prasilv.  sarà,  ne' casi  di  cui  si  discorre,  -ea  (-iea),  ed  è  quanto 
dire,  che,  nell' indecisione  tra  e  ed  i,  questo  dialetto  tanto  pie- 
gava al  primo  suono,  quanto  quello  di  DS.  al  secondo.  Errerebbe 
per  certo  chi  in  simili  casi  se  ne  sgabellasse  coli' accagionar  la 
vecchio  scritture  d'inesattezza,  d'incoerenza,  o  d'altro.  Le  vec- 
chie ortografie  hanno,  in  generale,  la  loro  sicura  ragion  d'essere, 
e  quanto  più  vi  studiamo  intorno,  tanto  più  si  aumenta,  colla 
luce  che  ne  deriva,  la  nostra  fede  in  esse.  Qui  del  resto  abbiam 
pronto  lo  schietto  -ia  della  stessa  dte.  nei  participj  di  terza  e  di 
quarta  (vivia  49,  fi^ma51,ecc.),  i  quali  ci  fanno  chiaro  che  nàia. 
serie  che  ora  segue  si  dovesse  trattare  di  pronunzia  diversa: 
scatschea  64,  laschea  55,  engraztgea  ringraziato  132,  pradj/ea 
predicato  23,  tschartgea-s  cercati  90,  tutgiea  toccato  26  3,  pu- 
tgea  putgea-s  peccato  -i  20. 9. 15,  battegea-s  44;  santi/ttgiea  18, 
glórifitgea  21,  cruci/igea  8.  49,  scomunitgea-s  71,  piglea  li; 
biea-s  (*bi[j]au)  beati 72. 120,  obUea  obliea-s  1.8.36  ecc.,  ca- 
stiea-s  (*casti[j]au)  114.  In  un  solo  ca.so  vediamo  determinarsi 
pur  questo  dialetto  per  l'i;  ed  è:  roiia  roia  ('rojau  'rogau) 
pregato  110.21,  nel  quale  riconosceremo  la  particolare  efficacia 
dello  _;■  sempre  bene  spiccato  ^ 


'  Altro  esemplare  in  cui  si  oscilla,  notsTolo  eziandìo  per  la  straordinari* 
sua  divergenza  dalla  figura  fondamentale,  é  gmea  sindico  282,  goija  a^TO- 
cato  64,  goia  procuratore  «e.  S29.  240.  313,  cioè  "vojia  (n.  12&')  •vùg\a 
■=vogau  ugaa  BOprsIv.,  aTvocato  (quindi:  gojadSa  =  ugadia  *aTTOcatia,  fa- 
tela, defenaioDe,  313). 

*  Ciod  'toccare'  nei  seceo  di  'suonar  la  campana';  =  (uf^iii  CL.  132.  Sin- 
golare che  s'abbia  poi  colla  gutturale  intatta:  toucea  dtr.  28. 

'  A  differenza  di  cid  che  avviene  in  casiiea  ecc.  Si  confronti  ancora,  per  l'ef- 
ficacia del  j:  roiei-,  solita  figura  dell'infinito  (19.71. 94.08.1 17.  124;  roiMr,(a 
117),  allato  al  costante  -ear  degli  altri  infiniti  di  questa  categoria  (ouni.  3; 


;vGoo»^lc 


S  !■  Grigioni;  B.  Sottoial*»:  Accidenti  geoerali.  IE>t 

ArrLTÌamo  finalmente  al  dialetto  del  cl.  Qui  l' -ea  =  -àu  ben 
diede  'io  come  in  ds.;  ma  questa  evoluzion  Snaie  è  impedita 
dalla  presenza  di  un  a,  o  di  un' e,  nella  sillaba  precedente  *; 
ed  è  un  freno  che  dipende  da  quella  tendenza  ad  armonizzare 
tra  loro  le  vocali  di  una  stessa  parola,  della  quale  avremo  tra 
breve  a  registrare  altri  effetti,  e  alcuno  già.  ne  vedemmo  nello 
stesso  dialetto  di  ds  ^.  Quindi ,  nel  cl.  :  tutgia  (v.  la  pag.  prec.,  in 
nota),  bugnia9b,  giuia  giocato  ib.,  struptgia  81,  ruta  108,  ^i- 
^ia  leccato  4EI,  risigia  risicato  12S,  piglia  61.  104,  ecc.  ^  ma  al- 
l'incontro: manigea  mancato  135,  cargea  carcato  HI.  143,  sa~ 
geo  saggiato 49,  laschea  103. 122,  ecc.,  seiea  60  [saiea  52. 126) 
segato,  erptgea  erpicato  80.  Cosi  in  mh.:  piglia  149  *,  obliia  149 
(fem.  obliida  148),  allato  a  martgea  =  'mercàu  155,  tsckanschea 
=  *cancàa  (discorso)  149;  e  in  Stald.:  bitschia  baciato,  accanta 
ad  angraschea  ingraasato. 


donde  t&  cousidarata  anche  U  variante  //iuier,  parallela  a  roier).—  In  tamtt- 
Ur  eniehanuglieu  48  (cfr.  95.96;  28:  enichanufflis)  dod  si  dee  gitt  *«dere 
uà  participio  (-gliat),  ma  al  ert-schantigliai  in  ginocchi,  come  ei  prova  dal- 
l'«lucAcnuftiu  BOpraailT.  ne.  168. 14L.  Ma  la  figura  participijile  potrà  esserci 
offerta  da  en-schanuglsa  97.  —  L' éa  {*?■»,  -du)  del  partic.  maae.  é  iiataral- 
mente  un  prodotto  diverso  dall' eai::d  dagl' iofla.  ecc.  (n.  3). 

'  Lo  stesso  effetto  avrft  probabilments  anche  l'o,  ma  gli  esempj  ci  man- 
cano. Lo  ScHiiCHABOT  (Itw.  7,  T.  la  n.  che  segue)  allega  veramente  gudogtur, 
ms  non  vedo  di  qnesto  verbo  le  non  l'infinito  (gudagner  120,  gvdogner  ISl), 
e  G)  tratta  di  un  □  da  a  secondo  il  num.  15,  malcerto  fuori  di  accento  {•iw- 
iagnfr  db.,  gudenér  ecc.  Turni.). 

'  Lo  ScEiiicHtBiiT  ha  mirabilmente  illustrato  questo  gruppo  di  fenomeni, 
in  iispacia  per  quanto  si  attiene  al  ci..  Ma  egli  non  ha  potuto  riconoscere  la 
giunta  relsEions  tra  l'i  della  sillaba  precedente  e  l'i  di  -ia;  ha  in  quello  ve- 
duto una  causa  efficianta,  anziché  una  circostanza  che  lascia  libero  e  meglio 
uaicura  il  compimento  dell'evoluzione;  a  quindi  ha  dovuto  trovare  enigma* 
tico  ì'-ia  degli  esemplari  in  cui  la  sillaba  precedente  ha  »  (Itw.  9).  Le  due 
cacali  che  aono,  in  due  difierenti  direzioni,  alla  massima  distanza  dall'a  (l'i 
e  l'u),  consentono  anche  nel  dial.  del  cL.  quell'ultimo  aaaottigliamento  dell'e 
di  -ea  che  nel  dial.  di  ne.  ai  compia  anche  all'infuori  di  questi  limiti;  Va 
'  la  vocale  intermedia  (cioà  Ve  oppur  l'o,  cfr.  la  a.  che  precede)  noi  con- 
Motooo  nel  cl.,  ciod  vi  fermano  la  vocale  oscillante  al  livello  inea  discosto 
dui  loro.  All'è  vaderamo  di  sopra  cha  il  cL.  rimanga  pur  na' monosillabi. 

*  In  piena  coincidenza,  qui  pure,  col  tipo  della  altra  conjngazionì  (per 
^:  media  mietuto  89,  fugia  fuggilo  6£). 

*  Per  l'infin.  di  questo  verbo,  occoi're  in  mh.  anche  piglier  147,  oltre  pi- 
jfùir  US.  150,  che  adducemmo  di  sopra  (p.  131). 


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J 


152  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

Nella  continuazione  dei  tipi  in  '-àta'  e  dell' '-àba-'  d'imper- 
fetto, il  CL.  osserva,  in  ordine  all'd  dei  verbi  della  categoria 
fonetica  di  cui  stiamo  parlando,  la  stessa  norma  a  cui  obbediva 
nella  continuazione  del  tipo  in  '-àto'.  Quindi:  struptgida  ì^, 
mortifitgida  134,  spitgida  aspettata  134,  e  analogamente:  iglida 
occhiata  99;  aitato  a  pratgeda  predicata  148,  tatgeda  attac- 
cata 134,  ecc.;  poi;  tschumtgiva  tagliava  (inf.  soprslv.  tschun- 
car  Car.,  fri.  goncà,  ecc.)  66,  s'anschigniva  s'ingegnava  121,  i 
cui  infiniti  si  addurranno  tantosto,  pigliva  123,  allato  a  nutn- 
tgevaliZ,  laschevaì^,  magltevaiS;  ecc.  Pel  tipo  '-àtor'  noo 
trovo  se  non  casi  delle  formole  e—à,  a—à;  e  sono  normalmente; 
pestgeder-s  53 ,  catscheder  63  <.  —  Dal  ds.  non  ci  è  dato  rica- 
vare alcun  esempio  per  gl'imperfetti  di  questa  categoria;  ma 
dai  riflessi  di  -àta  ed  -àtor,  che  a  suo  luogo  registrammo  {n.  3 
e  87  3),  si  può  inferire  che  dinanzi  a  consonante,  o  almeno  dinanzi 
al  d,  il  dialetto  di  ds.  non  venisse  cosi  facilmente  all'  i  da  à 
come  lo  vedemmo  venire  dinanzi  a  vocale,  ed  anzi,  per  que- 
sta parte,  appare  che  rimanesse  più  addietro  di  quello  del  ci.. 
Ne' saggi  sopras^sini  del  BUhler  abbiamo;  spitgiva,  allato  a 
tschartgevan,  in  perfetta  analogia  col  cl.;  e  lo  stesso  ci  dà  il 
saggio  di  Mons,  che  è  in  quella  regione  sottosdssina  cui  vedem- 
mo che  il  CL,  spetti.  Fra  le  altre  varietà  sottosdasine,  Oberwatz 
ci  offriva  (n.  3)  :  diglieva  spitschieva  (ma  pure  putertschKva]  l 
allato  a  schartgevan,  la  prima  delle  quali  figure  {-ieva)  è  forse  I 
la  stessa  fase  fonetica  che  ora  ci  sarà  mostrata,  in  circostanze 
analoghe,  dal  dialetto  del  vL. 

Avviene  cioè  in  questo  dialetto,  come  già  ebbe  ad  avvertire 
Io  ScHucHARDT  (Itw.  8,  9),  cho  I' '-are'  dell'infinito  vi  sia  riflesso 
per  -ter,  quando  alla  consonante  patatina  o  palatile  precede  un  ' 
*  od  un  u;  quindi  vi  abbiamo:  inditgier  indicare  71,  giitdi- 
tgier  158  (e  analogamente,  com'è  naturale,  nel  saggio  di  Mons: 
signifitgier) ,  s' anschignier  124  (v.  s.),  pronunstgier  102,  (»- 
tgier  124;  tschumtgier  (v.  s.),  allato  a  catscherS^,  tgaval- 


'  stgaffeider,  creatore,  97  ecc.,  ri^Kinde  al  sopraailv.  scafider  (da  scafir), 
qnìndi  riflette  "•itor,  e  spetta  al  auin.  33. 

"  Per  la  dtr.  t.  il  n.  3;  Tins.:  darscheader  cfr.  n,  87,  come  negl'iaf.;  k- 
sckear,  hittiear. 


;vGoo»^lc 


§  1.  OrigioDi;  B.  Sottoselva:  Accidenti  generali.  153 

ger  141,  pratger  predicare  149,  ecc.  Deve  trattarsi  di  -t'r  \  e 
perciò  di  ana  fase  di  vocale  che  si  approssima- a  quella  che  ve- 
ilemino  ne' rispettivi  riflessi  di  '-ita'  '-àba'.  Ed  anche  per  questa 
parte  l'effetto  dell^  consonanti  assimilatrici  si  mostrerebbe  più 
profondo  in  questo  dialetto  che  non  in  ss.  o  nella  dtr. 

Abbiamo  cosi  toccato  di  ó  ridotto  ad  e  {e  i)  dietro  a  suono 
palatile  o  palatino  nei  riflessi  di  -àio  -àia  -àtor  -àba-  'are  %  e 
nei  monosillabi;  ed  in  queste  figure,  quando  si  eccettui  la  Mun- 
tila, il  fenomeno  è  continuo  por  nella  sezione  occidentale  di 
Sottoselva,  ed  affatto  costante  nella  centrale.  Né  mi  accorgo, 
per  quanto  sa  ne  possa  presentare  occasione,  che  ne'tipi  schiet- 
tamente nominali  l'attenenza  sia  diversa  (num.  3);  solo  che  nella 
Sgara  che  abbiamo  specialmente  considerato  sotto  il  nura.  8 
cioè  -(ir+cons.-,  l'alterazione  parrebbe  estranea  alla  prima  sfi' 
zione  e  mal  ferma  nella  seconda.  Ma  Va  di  accento  occasionale 
che  è  quanto  dire  Va  de'diversi  modi  del  presente,  ne  va  forse, 
di  regola,  immune  dappertutto  (III  3;  Schuch.,  Itw.  10-11). 

n  OL.  ci  offre  ancora  notevoli  esempj  di  vocale  àtona  che  sì 
determini  secondo  l'àtona  che  la  precede;  ma  veramente  sono 
casi  di  vocale  che  oscilla  in  modo  particolare  (cfr.  Ili  3),  e 
quindi  è  più  esposta  all'alterazione  livellatrice.  Si  osservino:  so- 
jiageva  zoppicava  (inf,  soprslv.  zoppiar  zoppetfiar  Car.  gr.  151) 
131,  hassagea  odiato  (base  ted.;  in6n.  soprslv.  hassiar  -egiar 
Car.)  146,  gartageva  capitava,  riusciva  (inf.  soprslv.  gartìar 
■egiar  Car.;  ted.  'g'rathen'),  stgampantar  scampare  (salva- 


'  Lo  inferirei  dal  tipo  obliit  {"obiijiér);  dalle  oacilllazioni  come  in  ruier 
('rujièr)  ISO  e  rtitr  102;  dal  caso  analogo  dello  schartcìier  dì  Alveneu,  che  il 
Bbhlbe  misura  w--;  e  da  altro  ancora.  Agl'indigeni,  del  rimanente,  l'illn- 
ffiinarci  meglio  e  io  qaesto  e  in  altro. 

'  gargidla,  D8.  n.  182,  nona  un'eccezione,  cornea  prima  vista  puA  parere; 
poichà  li  ai  tratta  di  consonante  composta  (gargatta),  come  già  ci  direbbe  la 
tenue  dentale  ladina.-  Notavola  à  schiria  (schirau  soprai»,  num.  203)  cl.  83, 
ibie  Io  ScmiCH.  Itw.  9-10  vorrebbe  a  dirittura  ripetere  l'intera  metamorfosi 
fluita  semplice  presenia  dall'  i  nella  prima  sillaba.  Ora  la  normale  risposta 
'ottosihana  dello  schirau  di  Sopraselva  Garebbe  schiró,  coma  veramente  suona 
il  vocabolo  presao  il  DH.  (144;  cfr.  ih.firó,  Filia.  id.,  - /ìrau  sopralv.,  fesla,  128. 
130);  e  per  dichiarare  la  non  facile  forma  del  cl.  dovremo  per  avventura  ri- 
correre all'analogia  di  liljui  geloso  (cfr.  n.  237),  porre  cioè  "sirjàu,  onde 
poi  normalmente  l'intiero  sviluppo. 


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154  AkoIÌ,  Saggi  ladini,  I. 

re)  114;  allato  a  nizigier,  mettere  a.  proQtto  (base  tad.)  133  e 
tiitginto  attossicato  125. 126  \  Da  Sale  indifferanteiDeRte  coU'e: 
hassegiér  (ma:  sopagér)  e  nizzegier  142. —  Ma  al  fasomsDo 
delle  due  protoniche  livellate  per  assimilazione  progressiva,  che 
il  CL.  testé  ci  mostrava,  si  aggiunge  piìi  frequente,  nello  stesso 
dialetto,  il  fenomeno  medesimo  in.  direzione  regressiva  <:  soin- 
tirevla  \00,  tschirischér  ciliegio  31,  allato  a  /scftaWcwAo*  ci- 
liege 24,  tgiminada  123  {=  caminada  soprslv.,  dispensa,  peniu), 
allato  a  tgamegn  camino;  cui  si  pUiì  fra  gli  altri  aggiungere: 
tgimirolaH,  che  dev'essere  il  correlativo  etimologico  del  mi- 
lan.  gambirdla,  venez.  gambaròla,  sgambetto,  e  dir  quello  che 
ai  Francesi  gambade  ^  Dal  ds.  avemmo  al  num.  3:  fidiér  e  con- 
tririer;  un  diverso  esempio  di  livellazione  ci  occorre  da  quelli 
fonte  al  num.  232;  e  sì  aggiunge,  in  Tins.,  kistiear  castigare, 
allato  a  casteij  castigo.  Assai  notevole  finalmente  il  contempe- 
rarsi  della  vocale  iniziale  con  quella  dell'  uscita  in  un  trisillabo; 
cioè  nel  OL.:  ensatgi  qualcbeduno  97,  allato  ad  ansatge  ijual- 
checosa  125,  e  con  perfetta  armonia  in  mh.:  insatgi  qualcbe- 
duno 146.  148. 154.155,  allato  ad  ensatge  qualcosa  151.154*. 
Resterebbe  di  avvertire,  che  nel  dialetto  rappresentato  dal 
CL.,  le  consonanti  palatine  e  palatiti  esercitano  ancora  il  loro 
effetto  sulla  vocale  tonica  che  loro  succede,  in  quanto  favori- 
scono la  conservazione  dell'i  (à  ;  ù  lat.,  ecc.),  cioè  reodonu 
infrequenti  le  alterazioni  alle  quali  egli  suole,  ove  non  abbia 
questo  freno,  andare  incontro  (cfr.  il  num.  79  soprslv.).  QuiniU: 

'  Perà;  (}jwinlar  (jn'faHto  DUtrire  occ.  (base  tad.)  58;  e  ia  lUtgittto  ùÒOfA 
per  avventura  tener  conto  dell'i  finale  della  baae,  cfr.  i)  num.  174  sopnl*.  « 
tissientar  aopr&Baw.  ds.  num.  54-6.—  Diatro  l'u  abbiamo  a  in  slrufagtr,  tt- 
btigare  122,  ed  «  in  fa  turpegeoa  si  vergognava  121. 

■  Cfr.  ScHtTH.  Itw.  8.32. 

'  ilg  far  tqimirolas  giù  ptr  slgela  costa  sacens...  il  fare  scambietti  giù 
per  le  ecale,  costa  di  sovente... 

'  Concorre  però  in  questo  esempio  anche  il  soprasilv.  di  db.:  m  letj'i  quil- 
CUDO,  enietgei  qualcosa,  v.  sopra,  pag.  48.  Il  soprasass.  in  sichiei  qualcotSi 
pi-esKO  lo  stesso  Dg.  I2i,  dovrà  probabilmeate  l'i  dalla  prima  all't  diiUs  £r- 
condu ,  promosco  questo  dalla  consonante  palatina.  —  E  ancora  ti  conceda  i^i'<^ 
qui  per  incidente  annotiamo,  come  pel  soprslv.  emecort»  ecc.  (pag.  4^.90)  il 
CL,  ci  dia  frequentemente  vtf-saaiHts ,  che  ha  i  nuoi  analoghi  pur  nelle al'r' 
Provincie  ladine  de'Origioni  (t.  HI,  5). 


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3  1-  Origioni;  B.  SottoMlva:  Accidenti  genarali.  155 

vaschign  allato  a  tgamegn,  agid  (ajuto)  allato  a  taleid  (sa- 
lute), ecc.;  Tedine  i  n.  33,  33*,  59,  237,  e  in  ispecie  Schuchardt 
Itv.  31-2.  Ma  ai  oscilla  in  questa  parte  fra  gli  stessi  Codaschs 
da  Hger  di  Surmeir,  poiché  allato  a  stgir  pastgira  tgir  (scuro 
pastura  cuojo)  del  Codcach  della  seconda  classe,  quello  della 
prima  ha  stgeir  pastgeira  tgetr.  E  net  saggio  di  Mons:  sieirs 
('sìjir-s)  sicuri, 

230-236  (Sur-Sées  ds.). 
220.  roidna  rntidna  (=  mina  sopralv,  e  basao-eng.,  n.  190)  rug- 
gine, parrebbe  'ruigna  attratto  dalle  molte  formazioni  in  -idna, 
[•ad-ìdna),  v.  Ili  4,  Ancora  ai  considerino  lirom  ecc.  n,  145,  e 
giaslan.lSl  *.  221.  «arda( 'sijirdat  sicurtà  241,  cfr.  n.l83.— 
Ì'Ì3.  virchiel  =  ouvierchel  soprslv.  coperchio  ecc.,  peftY  appetito, 
glieda  "iglieda  occhiata.-  224.  da  contiti  di  continuo  100 5. - 
226".  voler  e  lér,  vignir  e  gnir  n.  33;  sterna  {cisterna  sopra- 
3ilv.).-  226*.  {biatat=beadadat  soprslT.,  cfr.  cl.  100,  può  essere 
esempio  illusorio,  v.  il  n.  197]  =.  228,  sacouder  (cfr,  il  so- 
prslv.; esi  dovrà  porre om  =  *o,  cfr.  DiEZ  s.  «,  3).-  229.  dùmbli 
n.  145.-  230.  flodra  {soprslv.  id.,  Conr.  e  Car.)  fodro,  sptidir  spe- 
dira  289-90;- j9roprìe5f*propies(  soprslv.  num.  56  *.-  281.  lin- 


'  A  p.  106  riioandEunmo  a  questo  luogo  per  ritoccare  di  Untr  mattiti  ecc. 
Mpnsaw.  a  sopnlv. ,  che  proponenimo  (p.  87)  fra  gli  es6m[^  il  nn  à*  ni-  Ls 
DIB.  lui  tigntir  ils  maangt  a  Dia  ^  (cfr.  ib.:  con  mangt  a  Dia  aVant)^  e  il 
TL.:  Hgna  te  igU  mangi  a  Dia  114.90. 102,  e  nuno  quindi  a.  tenére  aiizi- 
clid  a  («rubre.  Uà  'tener  te  in&DÌ  &  Dio'  par  modo  strano ,  o  propeuderenimo 
ni  ammeltero  che  Uner  =  te7uler  eì  veniase  »  coofondere  con  Uner  tenóre, 
dato  peid  che  s'abbia  o  sì  aTe»e  queato  infinito  con  l'accento  Bolla  prima, 
il  per  'tenére'  e  si  nella  frase  ttntr  niauns  ecc.,  come  pud  fai'  credei's  la  co- 
lute assenia  dell'accento  in  ds.  (sempre  tener,  allato  a  voler  plaicMr  ecc.). 
Pnr  qui  aspetteremo  la  sentenza  definitÌTa  dagli  indigeni,  O  dai  riscontri  di 
altri  dialetti. 

'  Ms  nalla  di  particolare  ha  festi  *feslij,  festuca,  che  rÌTtane,  insieme 
iM^Ii  altri  riflessi  grigioni  (fattig  soprslv.  Cai.,  fattii  eogad.  ib.),  a  un  tipo 
mucolino,  che  A  pur  dell'italiano  (festuca,  .nco). 

*  SS6*.  Dileguato,  o  meglio  assorbito  aell'f ,  vedemmo  nella  ora.  (u.  3)  ilj 
V^l  quale  si  contiuuaTa  un'antica  gutturale.  Cfr.  de.  d.  184.  227.  Fili».: 
"Igurdieiueha  ricordanza,  aloaer  legare  (alzarsi),  cfr.  l'eogadìu. 

'  In  rareetria,  carestia,  a  cui  dal  db.  si  aggiunge  un  soprsW.  ealeitrta,  e 
ài  Cnr.  nachtr.:  rhalaitrla  engadin.,  non  si  può,  con  piena  sicurezza,  affer- 


:,Goo»^lc 


InC  AbcoIì,  Ssggi  ladini,  1. 

gi^r  leggiero;  engal  angal  angualif,  mal  angùal  (mal  agua- 
Uf),  V.  l'engadinese'.-  332.  In  davainz  ecc.  n.  41-4,  di  contro 
a  dadents  soprslv.,  dadains  dadaint  eng.  (di  dentro),  avremmo 
il  dileguo  di  -d-  e  tolto  Tinto  per  v,  cosi  che  nei  sopr&sàssino 
coincidano  il  riflesso  di  'de-ad-intus  e  quello  di  Me-ab-inde  (so- 
prasilv.  davend;  soprasass.  prender  davent,  prender  Tia,  leva- 
re 181).-  382*.  Epitesi  di  t:  tavant  (tahanus  138)  pievani  p/e- 
vónt  ('plebanus'  231.  218,  cfr.  n.  16  e  5),  cordoani  cardarmi 
(=  cordovano;  s.  'vestito  di  pelle'  ecc.  318. 80)  3.  3*4.  chi'j- 
veti  num.  16  n.,mesdina  medicina  194.  230.  236.  salamuira 
(=  salmira  soprslv.)  8alamo[r]ja;  chartadoira  {*grattatoria,  cfr, 
n.  124eV  1)  grattugia.-  336.  lUntguag  lunguagg  lungag  1^ 
183.  310. 

237,  238. 
La  propagginazione  mediata  dell't  nella  forinola  tV(-i4 
occorre  nella  sezione  occidentale  e  centrale  di  Sottoselva,  cre- 
scendo di  frequenza  in  ragion  diretta  della  frequenza  del  feoo- 
meno  della  palatina  nelle  formole  c  +  a,  g^-a-  H  vanno  distinte 
due  diverse  serie:  I.  iii  (inj)  =  in  dei  num.  33  e  59,  ai  quali  ri- 
mandiamo per  gli  esempj  della  sezione  occidentale ,  qui  aggiun- 
gendo, per  la  centrale,  da  ds.:  frigna  farina,  a  la  fign,  cigx 
(-  zinn  ted.,  stagno)  ';  e  dal  cl.;  gagligna  22,  ^scAit/na-s  79, 
nigns  pi.  di  'niuno'  33,  cusregn  consobrinus  130,  lavegna-s  U- 


mare,  cha  trattisi  di  r  epeatetico,  paiohd  à  voce  di  formaziooa  ONnn.- 
V.  anfora  l'ultima  nata  di  questa  sezioaa. 

'  Sotto  'solo:  aolameote'  abbiamo  uoal  allato  ad  angttal;  cfr.  nel  aoptùi'- 
vai  Gar.  allato  ad  angual  (jpKtl)  Coar.  Il  Eopraeasa.  wcal  spetterebbe,  per  sn- 
Inppo  di  o,  al  numero  susseguente. 

'  23S*.  Epitesi  di  a  dietro  ad  é  avemmo  nella  otr.  e  nel  cl.  al  n.  '£i\  «  ! 
pure  ns.  vedemmo  prender  parte  a  simile  aggianzioue  (p.  149);  per  la  quale  il   , 
riflesso  di  'casa'  {rèa-=*"e  ^"ca)  veniva  a  coincidere  in  Sottoselva  ccai  quell'i   • 
di  'caput'  (<'crt~"W*u  •c'iitt).    In  vn.  iacontriamo   cramaea  venditore,  t\<y'   ■ 
rramé  (num.  fi) -i- a,  cfr.  earmér  sopnuasB.  d8,  316  (=  hermSr  e  cremeria- 
prslv-,  voce  di  base  ted.,  di  cui  v.  V,  1)  e  il  n.  9  Turni.  —  Caso  piti  eii^ 
tare  di  epitesi  vocale  avemmo  inoltre  nella  Tumliuca,  pag.  149  in  Dota.  T. 
V.  ancora  III  3. 

'  Il  confronto  delle  altre  varietà  ci  rende  sicuri  che  ,7H  valga  n  in  tutti  pi'  < 
ef^emplari  di  i>r.  che  ora  hÌ  adducono  o  si  licliiamano,  e  non  vulga  h,  rurne  i 
deve  suonare  in  Vigna  lana  (v.  mr.),  taqna  tana;  cfr.  planq  piagna  u.  j- 


;vGoo»^lc 


§  i.  QHgioni;  B>  Sottoselv&i  Accidenti  geoei'ali.  )&7 

vine  136,  Martegn  128  '  ;-  li.  an  (anj  'ainj)  =  ain  dei  n.  21  (67) 
e^-.cadagna,  fagn  ecc.  Cfr.  l' engadinese. -  Si  aggiungerà,  al- 
meno per  la  sezione  centrale,  anche  ilj  da  11;  v.  in  ds.  (n.  33): 
stil  stilg,  ovil  ovigl  {nùvil  nuvigl  anche  nel  soprsW.  ds.  ^15. 
395),  e  nel  ci.  (ib.)}  :  uigl,  badegl,  avregl;-  serie  da  non  coo- 
fundersi  con  quelle  di  cui  è  toccato  al  n.  112  soprslv.,  dalle 
quali  pure  si  stacca  l'esempio  di  arziglia  ds.  {arschilla  so- 
prslv.). Si  confronti  l' engadinese;  e  circa  ziUus  ziliusia  zi- 
gliùs  OS.,  si  rivegga  il  soprasilvano. 

Ai  num.  10-12  e  57  dei  nostri  spogli  noi  veniamo  mostrando 
io  sviluppo  di  u  dinanzi  a  l  complicato  (càuld  'cold  cod;  ecc.). 
Ma  in  Sottoselva  cominciammo  a  vedere,  che  au  davanti  a  con- 
sonante generi  alla  sua  volta  un  l  anorganico  {oldir  =  auldir 
^  audire).  Cosi,  dato  p.  e.  un  ALD  (Aid)  veniamo  ad  AuLD,  e 
dato  un  AUD  veniamo  ad  AU/D.  le  quali  vicende  s'incontrano 
entrambi  anche  all'infuori  della  zona  ladina;  v.  p.  e.  Schuch. 
vok.  II  492  segg. ,  III  306-7.  Lo  sviluppo  dell'  u  nelle  formolo 
ALD  ALS  ecc.  è  più  esteso  e  più  antico  che  non  sia  quello  che 
il  grigione  ci  offre  nelle  formale  ANT  ecc.,  ed  ha  la^sua  par- 
ticolare ragione  in  una  certa  attiguità  dei  due  suoni  (u  e  t) 
che  si  manifesta  molteplicemente  nell'  istoria  delle  lingue.  Ora 
questo  fenomeno  che  rappresentiamo  per  AuLD  da  ALD  potreb- 
be considerarsi  come  una  propagginazione  immediata  in 
senso  regressivo;  e  più  specialmente  quello  che  rappresentiamo 
per  AU/D  da  AUD  si  potrebbe  considerare  come  una  propaggi- 
nazione immediata  in  senso  progressivo.  Noi  ci  riserbiamo  a  ri- 
parlarne altrove,  e  intanto  continueremo  a  raccogliere  sotto  i 


'  Qui,  come  nella  dtb.  ecc.,  suolsi  ay^n  en  =  *in  (cfr,  il  onm.  219,  vei-eo 
il  fine);  ad  emenda  fr«quaDte,  nella  sezione  ceatride  di  Sottoselva,  ei  =  *i,  si 
potrebbe  facilmente  imaginare  cbe  qui  si  tratti  di  en  da  *«tn,  giusta  l'ana- 
l<^a  della  seconda  serie,  alla  quale  nel  testo  ora  si  arriva.  Ma  questo  etn 
non  si  vede  in  alcnna  parte  ;  ed  all'  incontro  abbiamo  affatto  chiara  la  scala  : 
l's  inj  enj  enj,  cfr.  ds.  e  la  Tamliasca.  —  La  gaminaiiona  cosi  frequenta  nel 
upnsiivano  oalla  forinola  in-  (soprslv.  n.  233),  si  dovrEi  essa  considerare  come 
una  propagginazione  incipiente] —  Al  dì  1&  della  lona  ladina  dovremo  forse 
riconoscere  ia  propagginazione  nell'-  inho  -inka  (=  -ino  ecc.)  che  occorre  di 
frequente  nel  portoghese  per  *-tno  •-ina  (oiiinko,  farinha,  gallittha,  ecc.), 
pintlosto  che  dire  col  Dnz  (gr.  I*  218)  che  il  n  vi  sia  raffi>rzato  <per  ovviare 
all' elisimi  e'. 


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158  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

num.  68  e  03  gli  esemplari  ladini  di  AU/D  (old;  uld  ald)  àt 
AUD,  e  gli  altri  analoghi.  Ne' quali  ai  tratta  di  uno  sviluppo 
che  non  dipende  dall'accento  cosi  come  ne  dipende  quello  dell'u 
di  AuLD  ecc.  ;  e  gli  esemplari  che  potemmo  addurne  per  Sot- 
toselva,  sono  appunto  di  formola  àtoaa.. 

Rimarrà  da  considerare,  per  Sur-Sées  e  Bravugn,  un  feno- 
meno di  propagginazione  immediata  allato  ad  no  feno- 
meno di  alterazione  ascendentale,  col  quale  il  primo  TÌen 
sempre  a  congiungersi  e  quasi  si  confonde.  £  gioverà  comiociatf 
dai  casi  in  cui  v'abbia  più  schietto  e  manifesto  il  secondo;  da 
quelli,  cioè,  in  cui  il  secondo  elemento  dei  dittonghi  ladini  éiòt 
passa,  davanti  a  consonante,  in  g  (k),  dove  naturalmente  sta- 
biliremo: ei  'ej  'e^  eg;  ou  "ov  '<fiv  og.  Il  fenomeno  ai  compi! 
dinanzi  ad  ogni  consonante  per  la  quale  se  ne  presenti  occa- 
sione, dal  n  infuori;  e  più  solitamente  dinanzi  a  r  e  «  '.  Coaia 
cagion  d'esempio,  ■  nostri  spogli  ci  danno,  nell'et  da  d  Ut.  od 
i  lat:  davecr  ('davair,  dovere)  in  Sur-Sées,  nehf  (*neÌT  nors) 
a  Bravugn;  nell' ou  da  o  lat.  ed  u  lat.  (ossia,  più  proprìamuiu. 
nell'ou  da  ù  ladino  anteriore):  fiogr  in  Sur-Sées,  croks  a  Bra- 
vugn, dirimpetto  a  fiour  crous  (flore  croce)  di  Sut-Sées;  e  uel- 
Vei  da  t  ladino  anteriore  {t  ed  u  tat.,  ecc.):  fekl  *feil  6lo,  i 
Bravugn,  feg$  'feis  fuso  in  Sur-Sées.  Ora,  ai  dittonghi  che ii 
sviluppano  da  à  ed  t'  di  fase  ladina  anteriore,  come  a'rispettic, 
numeri  si  vede  (46, 61;  33,  59),  starà  allato  la  propagginaùoK, 
immediata  di  quelle  stesse  vocali  dinanzi  alle  consonaati  nu-' 
desime  (p.  e.:  onUr  'onuvr;  sur  supra,  "suvr;  dir  duros,  'dijfi 
vus  V03,  *vuv3),  con  l'analogo  induramento  della  propaggiM 
{pnucr,  sucr,  dicr,  vmcs);  e,  a  ben  vedere,  i  due  fenomeni  hanno 
in  fondo  una  ragione  identica,  poiché  sempre  vi  si  abbia  la  ^o* 
cale  distratta,  la  quale  dall' un  canto  si  determina,  per  dissi- 
milazione, in  dittongo  («  iiu  6u;  i  l'i  éi),  dall'altro  vien  sóbito 
alle  condizioni  di  vocale  con  appendice  consonante  (li  iat  tic; 
l  ti  ij);  e  troviamo  veramente  che  l'un  fenomeno  s'inteneciii 
di  continuo  con  l'altro  (favùr  *favuvr  fav&kr;  faoàr  fawur 
favókr;-  durmtr  'durmtjr  durmikr;  durmtr  durméir  rfw- 

'  Le  combinazioni  «odo  apeciflcata  nella  aeiioae  engadineae,  si  par  q"^ 
fenomeno  e  si  par  l'altro  cODgeoore  a  cui  tosto  atiÌTiaino. 


;vGoo»^lc 


§  I.  Grigioui;  B.  SoUoaelvit:  Accidenti  gsuerati.  lòSI 

mikr^].  La  propaggine  dell'u  o  dell't  più  non  ci  riesca  di  ve- 
dere allo  stato  di  semivocale  in  veruno  dei  saggi  di  cui  l'in- 
dagine può  sin  qui  profittare,  quando  si  eccettui  un  prezioso 
esempio  nello  Statuto  dì  Tinsen*;  ma  i  dotti  del  paese,  messi 
ora  sull'avviso,  riusciranno  forse  ad  avvertire,  in  qualche  parte, 
intiere  serie  anche  per  questa  fase  K 

L'alterazione  ascendentale  di  cui  si  parla,  occorre  in  De  Sale 
ben  più  spesso  nella  propagginazione  che  non  nel  dittongo,  come 
si  può  agevolmente  riconoscere  ai  nam.  33,  (40),  e  46  del  ri- 
spettivo spoglio.  La  OTR.  ne  è  affatto  immune  ai  nam.  19,21, 
i^,  46,  59  ;  e  all'  incontro  vi  8Ì  leggono  i  frequenti  saligt  e  agigt 
[salute,  ajuto  *),  e  dugsch  ^  e  sprigschs  34  [spriegts  63)  allato 
allo  sprieschs  del  num.  28*.  Assai  notevole  vi  è  seigt  sitis  61, 
che  ci  darebbe  il  dittongo  integro,  e  la  propagginazione  insie- 
me; e  ancora  vogs  'vonts  voti  34  (d8.:  vót  soprasass.,  v&t  so- 
prsW.).  Ma  circa  la  frequenza  del  fenomeno  in  questi  e  in  altri 
saggi  soprasàasiui,  e  la  relazione  tra  la  scrittura  e  la  pronun- 
cia, diciamo  in  nota;  equi  intanto  avvertiamo  continuando,  che 
Bravagu  ci  mostra  dì  continuo  la  gutturale,  e  nel  dittongo  e 
nella  propagginazione,  e  quindi  schiettamente  apparisce,  anche 
per  questa  parte,  nelle  stesse  condizioni  dell'Alta  Engadina.  Sut- 
Sées  ne  è  all'incontro  affatto  esente,  per  quello  che  io  posso  ve- 
dere; e  vocts  voti,  che  è  due  volte  nel  cl.  a  p.  148,  è  affatto 
sporadico,  e  forse  importato''.  Singolare  che  Filisur  si  stacchi 


'  In  qualche  aaempio  ai  potrebbe  anche  avere  okr  ekr  ecc.  da  ukr  tftr  eoe. 
utsrìori,  e  COBI  la  ritultanza  della  propaggioazione  (nvr  Ijr)  confODdersi  affiitto 
eoa  qnella  del  dittongo  {olir  ovr  ecc.).  E  coiDcìdeoEa  inverea  si  può  aoche 
inaginare  che  talvolta  avvenioBe  pel  volgere  dell'o  e  dell'*  del  dittoago  ad  u 
e  ad  i;  coal,  a  Bravu^,  ia  iuA/*  jugo-,  confrontato  con  croki  croce-. 

'  È  ^ijr  ^  gir  (*^ùr  giuro),  allato  a  tgnigr  ecc.,  v.  la  nota  a  p.  160;  e 
Inttasi  di  an  docnmento  di  bella  ortografia,  dal  quale  giova  citare  ancora 
io  questo  luogo  ;  eastiiij  =  *east[e]ig,  castigo,  cfr.  num.  183  sopralv.  ecc. 

'  A  me  é  parso  in  qualche  caso  avvertirla  sul  labbro  del  mio  aaeroplare 
della  Tumliaeca. 

'  lafitfH,  agiteO,  sono  ortografie  eccezionali. 

'  V.  la  n.  al  num.  Ili  dello  spoglio  ds. 

'  US.:  priei  prezzo  145,  diipriesch  dispregio. 

'  PensEmdo  alla  cura  che  ni  dauno  in  ispecie  gli  Alto-Engadinesi  di  eliminare 
dalle  loro  scritture  la  gutturale  di  cui  ora  ai  parla,  talano  potrebbe  imaginare 
cbe  il  CI.,  si  fosse  lasciato  sfuggire  in  vocis  l'elemento  da  cui  mondava  onour. 


>vGoo»^lc 


160  Ascoli ,  Saggi  ladini,  I. 

per  questa  parte  da  Bravugn.  Veramente,  il  fenomeno  non  manca 

pur  colà,  e  l'abbiamo  sorpreso  ai  num.  34  e  35;  ma  si  mostra 

assai  raro,  e  mi  fu  espressamente  confermato  che  L'ortografia 

de' nostri  saggi  corrisponda  anche  in  questo  alla  realtà  della 

pronuncia. 

Come  esempj  singolari  dell'importante  fenomeno,  merita  che 
qui  ancora  si  trascelgano  da'nostrl  spogli:  voks  voce  (dì  sopra 


murtir  ecc.  Ma  l'autore  dal  uggio  di  Moiu  m-rrerts  espi-MBamonto  come  li 
favella  di  colà  si  dìitingoa  p«r  quMto  fanomeno  dalla  aopras&uina.  NaU. 
ciod,  chs  per  nous  (aos),  gliout  [*ll*ut,  t.  il  nnm.  93  Boprslv.),  fadagùts 
(faticoso),  (tir  (venire),  eir  (ire),  nutreir,  tUtri  (sicuri),  che  si  dlcnn  ■ 
Mona,  direbbeai  all'incootro  a  Savognin  (Schweitiingen;  Sor-Sées);  tua, 
gìii)oct,  fadagiucs,  nicr,  ter,  fiwCrecr,  tiers.  Stando  alla  qual  hatìs,  a  di>- 
Trebbe,  del  resto,  inferire,  che  ia  questa  varietà  eopratàasìna  oceotn  più 
abondaute  l'alterazione  ascendentale  nel  dittongo,  che  non  avvenga  ia  slbe: 
e  il  non  avsrssue  all'  iacontro  se  non  un  caso  solo  dal  dittongo  (e  nessimo  ftr 
pi'opagginazìODe)  nel  saggio  che  il  Bùbler  offre  per  b  stesso  dial.  di  Si'o- 
gnin  (ruir  nutreir  aieirt),  non  contraddice  già  alla  testimonifuiHi  testi  lile- 
gata,  ma  solo  mostra  quella  specie  di  pador  letterario  al  quale  alindum) 
■u)  principio  di  questa  nota.  La  guttui-ata  6  sfoggila  all'autore  dì  qnel  uggio 
nel  solo  caso  dì  ttrogsch  (=  strousch  ^  strtuch  soprslv.,  appena;  cfr.  miL 
ttruxi,  venez.  stru»sia,  fatica,  pena),  Biceoma  quello  nel  quale  non  glia* 
era  manifesta  l'origine.  Il  saggio  che  il  Bùhler  offra  per  Conterà  si  astieni 
anch'esso  dalla  gutturale  in  airt  nvtreir  ecc.,  ma  la  porge,  oltre  che  it 
itroe»eh,  anche  in  icr  {igr)  e  fadivca  (fadiugs).  L'abbiamo  all'incoiitra  ro- 
stsmle  nel  dittongo,  e  anche  per  la  propaggioatione  dinaosi  a  >*,  nello  St*ni<j 
di  Tinsen:  signogr»,  tmogr;  oogs  voi;  sogr  sopra;  bagnUgr  *bain-[To|]^r, 
malUgr  *mal-[vu]leir,  vegr  avere,  degr  dire  ;  tignigr,  minUgnigr.  Qui  àun 
dunque,  per  questa  parte,  poco  distanti  dalle  condizioni  dì  Bravugn  (cb-ii 
n.  a  pa^.  158),  nel  cui  territorio  il  fenomeno  si  afferma  anche  nella  oMm- 
clatnra  geografica:  Pii  Rugnux  Cima  rognosa,  ecc.  Ma  anche  £btiM,  Doex 
di  un  viUag^o  che  poco  dista  dalla  estremità  settentrionale  dì  Sar-Sv«^'  ' 
conterrà  sicuramente  la  nosti-a  caratteristica  (  *selvùs  silvosos  f  ).  ~  Io  ■'s-  ' 
nella  otk-  puA  aospettarBi,  in  generale,  qualche  parsimonia  nell'uso  dellt  j 
forme  colla  gutturale,  circa  le  quali  pud  anche  oscillara,  o  avere  oscillili). 
la  pronuncia.  Di  qui  la  ragione  di  una  parte  degli  screg  o  delle  doppie  tgan 
di  ns.  Nel  cui  vocabolario  sono  anche  forse  riuniti  i  contìngenti  di  più  nlUg^ 
di  Sur-Sées;  ed  anche  si  potrebbe  dare  che  vi  fosse,  in  qualche  parla,  sn- 
scolata  quella  jarietà  sottosAssìna  a  cui  appartiene  il  cl.  (v.  p.  1 18);  m  i< 
altre  certamente  no.  Vedemmo  una  singola  voce  del  dialetto  di  Vati.iltl' 
espressamente  per  tale  (n.  160-3).  Caratteristico  6  in  db.  Tu  (ii)  eostaatti) 
nnm.  46.  Le  piìi  notevoli  oscillaiioni  del  suo  vocaboli 
16  e  32. 


;vGoo»^lc 


9  1.  Grigiooi;  B.  Sottooelva:  Accidenti  generali.  Ifll 

già  aTemmo  croks  croce),  secs  (*sei3  =  sis  soprasilT.)  sei  [sopra- 
sass.  Car.  186],  fì-ekt  freddo,  sekr  suocero,  zukf  giogo,  nekr 
nero,  che  ottengono  par  esso  una  fallace  apparenza  dì  ma{f- 
giora  integrità  latina,  e  Mcs  =  bolso,  soprasass.  num.  Ili,  lo 
cs  del  quale  esempio  mal  si  potrebbe  confrontare  collo  ai  =  ls 
[us]  nell'ant.  francese  <.  E  rimandando  pel  restante  alle  rispet- 
tive rubriche,  finiremo  coti' addurre  il  soprasass.  dar  ics  (-  dar 
is  soprsW.  DS.  e  turni.  Bar.  ;  dar  ts  dial.  dalla  Mantogna ,  pian- 
gere, Car.;  der  ós  alto-engadin.,  man'dar  grida  di  dolore,  ib.), 
strillare,  DS.  ^. 


G.  Enoadina. 

I  confini  dell'Bngadioa  non  hanno  d'nopo  di  particolare  deacmioDe. 
Si  divide  questa  gran  valle  in  due  MEÌoai,  l'alta  e  U  batta-,  e  il  punto 
di  dÌTinone  altro  non  è  «e  non  il  ponto  eh»  a^ara  tra  di  loro  i  due  cir- 
condarj  dialettologie  i  nei  qaall  qne«ta  proTincia  Udina  ù  riparte.  L'Àlta- 
Engiadina,  OBua  il  dialetto  che  diciamo  attotttgadintst,  va  dal  U&loggia 
alla  Puntauta  o  Pvniùta  (Pont«-alto),  ohe  ò  un  ponte  aull'Inn,  fra  Ci- 
niuehel  e  Broli;  e  di  li  in  giù,  lino  alla  frontiera  orienlale  del  Cantone, 
u  itende-  la  Baaaa-Engndina,  e  qoindi  il  dialetto  che  ne  porta  il  nome. 
Il  breve  distretto  di  Samnaun,  che  fitma  V  eatrenitli  settentrionale  del 


'  P.  e.  ciW!- cieta,  fox  =  {tAa,  Bubout,  Gromm.  d.t.  langue  d'oli,  P  92-3. 
E,  in  generale,  dovunque  si  tratti  di  a  tee.  per  ut  o  per  s  allato  ad  u  (aut. 
fr.  d(x  =  deiu;  mod.  animaus  =  *animan[l]8;  ecc.),  taluno  potrebbe  imagi- 
nara  nn  affilarti  dell'u  (-aot  afa  ecc.)  sulla  maniera  grigiona  di  cui  partiamo. 
SsDoncbd,  pur  prescindendo  dalla  posnbilitii  che  lo  -x  fra.  li  adoperasse  per 
«iprimere  -vz  (sulla  nota  analogia  di  eurelhnt  =  exceìleat) ,  io  non  mi  sono 
iovarun  modo  potuto  capacitare  che  v'abbia  una  qualche  reale  concordama 
fra  l'ortografla  francese  e  le  pronnncie  grigioni. 

'  Di  on'altra  gutturale  anorganica  volemmo,  per  ragioni-di  analogia,  toc- 
care in  questo  luogo  piuttoato  che  al  num.  230.  Vedremo  nel  dial.  di  Bravugn 
il  ngntt.  anche  nella  formola  NT  (Stinta  UH.;  cfr.  piangi  ns. ,  gemito,  pianto), 
ma  vi  arremo  a  dirittura  la  esplosiva  gutturale  fra  n  e  I  in  ptmct,  ponte.  Ora, 
lo  ttg  della  dtb.  al  num.  16  certamente  altro  non  esprime  m  non  n  (cfr.  i 
nuDi.  5.  B);  ma,  Ln  alcuni  esemplari,  ng  si  avvicenda  con  ne:  pusianct  129, 
oi'nct  128  (cfir.  num.  44);  e  questa  collo  et  ò  la  scrizione  quasi  escludva  nei 
^neotisaimi  aeanct  a  euneter  {eneoneter),  e  la  esclusiva  in  trancter  (=  (ron- 
ler,  fra,  di  Schoms  ecc.).  Si  aggiungono:  taitet  (100.  123,  tank  86),  tanto, 
phmchtar  (=  soprslv.  pluniar)  battere,  102,  allato  a,  pluncten  battono  122;  e 
nna  tendenia  a  fare  nkt  da  nt  appare  dall'insieme  abbaetania  maniferta. 
Archivio  gioiiol.  itti.,  I.  II 


;vGoo»^lc 


16^  .\scoli,  Saggi  ladini,  I. 

leiritorio  engidinese,  e  per  la  etessa  coofiguraziODe  geografica  tie  ii<r 
distacca,  ormai  eì  pud  dira  perduto  per  l'idioma  ladino,  il  quale  ha  do- 
vuto cederTi  il  c'ampo  alla  favella  tedesca.  All'incontro,  euII' estremili 
meridioaale,  fra  il  Pii  Daiat  e  il  Piz  Cotschen  a  Hettentrìone ,  e  lo  SteU 
tIo  a  me^izodl,  vua  varietà  ladina,  che  va  congianta  col  basao-eugadi- 
nese  ',  occupa  la  Valle  di  Uùnster,  cioè  l'estremo  territorio  occideotalo 
del  bacino  dall'Adige. 

Le  attenenza  dialettali  fra  TBagadina  dall'una  parte,  e  la  Val  Bre- 
gaglia  a  quella  di  Poschùmo  dall'altra,  saranno  considerata  ael  aegueDlc 
paragrafo,  e  ci  porgeranno  quasi  un  simbolo  dei  molteplici  contatti  ìeIo- 
rìci  fra  l'Engadiua  e  l'Italia.  Uè  Bono  Ecaree  le  prove  d'iofinBSO  einl: 
dell'Italia  moderna  che  dal  vocabolario  engadinesa  ci  temo  ofiérte.  Venti 
0  trent'anni  or  sono,  avrebbe  potato  rinseire  abbaatanza  facilmente  alb 
civiltà  italiana,  o  per  dir  meglio  agli  studj  italiani,  di  avvincere  per  seni' 
pre  all'Italia  quella  nobile  provincia  transalpina,  laddove  oggidì  la  to- 
vrappoaizione  intallettuale  della  Garmania  deve  ormai  dirsi,  pnrs  io  qnecti 
pai-te,  poco  meno  che  compiuta  '.  La  divarHÌt&  di  feda  contribuì  anch'essi 
a  rallentare  i  vincoli  morali  fra  l'Italia  e  l'Eogadina,  queatA  essendo  di 
popolazione  quasi  escluaivamente  riformata.  Ma  Riforma  e  Civiltà  ita- 
liana si  sono  tuttavia  conciliata  nel  Poschiavino  e  in  Val  Bregaglia  '. 

Oltre  1  due  principali  dialetti  engadinesi.  Vallo  e  il  basso,  che  tw- 
tauo  ameodue  la  propria  letteratura,  vivwo  delle  varietà  accessorie,  più 
o  meno  spiccate,  entro  ai  propcj  confini  st  dell'alta  e  si  della  baaaa  Eo- 
,  gadina,  e  io  registro  a  suo  luogo  tutto  quel  poco  di  caratteristico  cbe 
di  tali  varietà  mi  fu  dato  raccogliere.  Ma  dei  due  dialetti  prìacìpali  ivrei 
all'incontro  potuto  offrire,  se  più  ragioni  non  mi  avessero  qui  suggerila 
una  particolare  sobrietà,  messe  ben  piti  larga  di  quella  cha  io  presenti, 
e  della  quale  ora  passerà  a  dar  conto.  —  La  parte  principale  6  assegnali 
a.ì.1' alto-engadino;  e  il  basso  è  precipuamente  considerato  in  quanto  dil- 
Vaito  diverga  o  lo  illustri.  Ma  entrambi  saranno  principalmente  studiiti 
ne' loro  più  antichi  monumenti;  e  ricorreremo  alla  favella  odierna  colo 
per  compire  le  serie,  oper  avvertire  delle  differenze  tra  queeta  e  quelli.— 
Nella  sezione  àeìVAlta-Engadina,  dove  non  si  aggiunga  alcun  partico- 


'  L'aggettivo  'engadinase'  (engadindis)  riesce  pesante  ne'eompoati,  e 
noi  ci  permetteremo  di  scriverà  anche  'alto-engadino'  e  ' basso- angadino', 
sull'analogia  di  Sabina,  sabino. 

'  Cfr.  Veoezzi-Ruscalla,  /  Romanci,  nella  'Rivista  Contemporuiei'i 
aprile  1858. 

'  La  sola  borgata  cattolica  dell'Engadina  è  Taraap,  a  il  R^vsca(o.t., 
p.  26)  la  &  di  lingua  tedesca.  Anche  la  Valle  di  Mijnater  é  rìformiU. 
ad  eccezione  del  paesello  onde  prende  il  suo  nome.  Riformata  uguahnsnte 
tutta  la  Bregaglia;  e  misto  di  riformati  e  di  cattolici  ii  PoschiaviDO.  Gli 
Statuti  dei  due  distretti  ultimamente  nominati,  sono  naturulmoite  il*' 
liani  (cfr.  §  2);  ma  aono  italiani  pur  quelli  del  Comune  di  Bivio  «  i^ 
morera  in  Sur-StSes  (Mohr,  «37-0),  v.  sopra,  p.  116  n. 


;vGoo»^lc 


§  1.  Grigionij  C.  Eogadioa:  Esordio.  163 

lara  Hwartimento ,  si  tratterà  sempre  di  alto-eDgadioese  antico, 
ricavato  dalla  versione  del  Nuovo  Testamento  di  Qiacomo  Bivsrohi  (Bi- 
TTon,  Bifrun),  della  qu&le  ho  potuto  adoperare  la  prima  stampa,  che  è 
del  1560  (cfr.  il  C.  VI),  Attsai  principalmente  a  dare  i  riscontri  deUe  voci 
addotte  natio  spoglio  Bopraailvano,  e  quindi  ho  in  ispecie  considerato  il 
vuigelo  di  Matteo;  ma  spero  di  avere  aggiunto,  da  altri  libri  dalla  nie- 
dtaima  versione,  quanto  bastasse  a  non  lasciare  troppo  incompiuto  il 
(  'Dostro  quadro.  Circa  il  modo  dì  citare  i  libri  BCrittorali,  non  avrei  cho 
a  ripetere  quanto  già  dissi  nell'esordio  al  sopraailvano ;  di  nuovo  non 
occorrendo  sa  non  l'avvertimento,  che  per  l'alto-eogadino  antico,  e  cosi 
pel  basso-engadino  moderno,  la  citazione  di  Matteo  qni  in  gran  parte 
diventava  superSua.  Mi  valgo  eziandio,  per  l'antico  alto-engadino,  di 
qaest'altro  testo;  la  eaboienscba  da  iesv  filo  da  biracb,...  musa  e 
schantada  in  Rumaunsch  trae»  Luci  Papa  (Poschiavo,  1613),  citandolo 
perSABO-,  e  ancora,  ma  pili  parcamente,  dei  due  poemetti  istorici  editi  da 
Alfonso  Dt  Fluoi  [Zmei  hiatorùche  gedickte  iti  ladinischer  sprache  aus 
dem  IG.  vnd  n.jahrhundert;  Coirà,  1365),  citando  il  più  antico  per  Tu., 
e  l'altro  per  WiB.  (cfr.  il  C.  VI).  —  Per  l'alto-engadino  odierno, 
rìeora  frequentemente  alle  due  importanti  scritture  grammaticali  di  Zao- 
CiBiA  Pallioppi:  Ortografia  et  ortoepia  del  idiom  romauntsch  d'Engia- 
din'ola.  Coirà,  1357  (Fall,  ort.);  La  conjugatiun  del  verb  nel  idiom 
romatmttch  d'Engiadin'ota,  Samedan,  1863  (Fall,  conj.);  e  ancora  ad- 
duco, sotto  la  sigla  co.,  il  CudescK  da  lectura  per  Un  classas  medias  e 
twperiuras  da  nossoi  icouìas  ladirws.  Coirà,  1867.  —  Il  basao-enga- 
dinese  antico  ci  sarà  principalmente  rappresentato  da  uno  spoglio 
dei  primi  50  salmi  della  parafrasi  poetica  di  Udalbico  Caupeu.  (Darich 
Chiampell),  fatto  da  me  sulla  prima  edizione,  che  è  del  156S  (v.  C.  VI); 
e  le  citazioni  constaranno  semplicemente  di  due  numeri,  il  primo  de'quali 
accennerà  al  ealmo,  il  secondo  alla  stanza.  Qoalche  saggio  di  basso-en- 
gadino antico  avremo  ancora  da  l'ihfobuativm  in  la  chrtstiauna  reli- 
giuit  di  CoBKADiNO  TocTBCH  '.  —  Le  fonti  a  cui  principalmente  qui  ri- 
corro pel  basso-engadinese  odierno,  sono  poi:  Il  nouf  teatamaint 
da  not  segner  Jesw  Christo,  traditi  in  rvmansch  d'Engadina  bassa, 
Parigi,  1836  (citato  per  nf.);  e  una  lunga  serie  di  vocaboli  che  ho  rac- 
colto dalla  viva  voce  del  signor  Olovanni  Stoppani  Bonifazj  di  Lavin,  e 
cito  per  BS-  Ancora  adduco  talvolta  il  vocabolarietto  basao-engadinase: 
DEB  DIE  DAS  oder  MOMiNCLATUBA  Qwila  conUgna  itn  orden  Alfabetic  ecc.. 
Scuoi,  1744,  segnandolo  per  nom.  —  Finalmente,  pel  dialetto  della  Valle 
di  Miiaster,  mando  nell'Appendice  la  raccolta  mia  propria,  e  qui  mi 
valgo  di  un  saggio  procacciatomi  dal  Bììhlbr,  e  di  altri  che  devo  alla 
gentilezza  dell'onorando  Pallioppi. 


'  Poschiavo,  1613.  Mi  limito  a  riportare  il  titolo  che  preceda  imme- 
diatamente al  testo  (p.  I),  mancando  al  mio  esemplare  il  fronUspizio. 
Cito  questo  libro  per  Inf. 


>vGoo»^lc 


164  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

1.  Alta-Bn^adina, 

Vocali  toniche. 
A.  1.  2.  élas  (elas  alae;  chier;  s'impera  (pare;  quasi:  s'im- 
-pare;  18,12;  26,66;  impéra  22,17;  f.  d'acc.:  poroir  parere 24, 
30);  èra  arér  arat  arare,  stér,  dér,  dumander,  parduner,  eM- 
mér,  ecc.;  hutcer  hutér  altare;  irei;  gucal  *;  celestiel;  nadél 
Batalel4,6;  tiéf;  cléfs;  pcesth;  gìescha  num.  96;  -éda  = -aU 
{claméda2l,lS;  ecc.),  cfr.  Dum.  6S^;  suluédi;  uiedi;  lèda;  sa- 
htéder  Tit.  3,  4,  cfr.  n.  87;  stéd,  cittéd,  ecc.,  cfr.  n.  196.-  fér; 
mer;  sèi;  mèi;  ue^la;  lètta  Itmian  (f.  d'acc:  ^uuo  layaTit 27, 21); 
tréftT3.'be[m]  ;  speda  *.  -  V.  ancora  i  n.  4, 8,  e  68*.  3.  gréf,  s'al- 
legra {allegrós  allegrati  2, 10,  s'allegrò  allegratavi).      4.  mu\- 

'  Ma  l'a  di  <talis'  ancora  sì  mantiene  in  Biveroiii:  tal  1S,5,  Oiac.  4,  IG, 
Ebr.  8, 1;  12, 3,  taU  En)r.  13,  16,  tatla  £4, 21.  Spunterebbe  però  1*«  (a)  in  per 
tal,  quindi,  perciò  ('per  tale*;  cfr.  basso-engatl. :  par  tal  Camp.  25,  7,  e  pro'- 
per  tal),  Rom.  7,  3;  Ebr.  12,  I.  Le  altra  pur  vecchie  tonti  hanno  Y <b  (e)  nop- 
niale:  in  mted  tisi  Siea.  163,  tfcl5  toltu  53^  e«;  Tk.345.645  (bui por (ida 575\ 
e  nella  avella  odierna:  quel  tèi  quel  tale,  cD.  5,  cfi:.  Car. 

>  fats(h{:^facc)  facio,  e  altra  tocì  cotuimili,  che  bì  considerano  al  n.  16^10, 
nOD  serbano  già  per  eccezione  il  loro  a,  ma  al  entrano  regolarmeuta  nell' ut- 
logia  del  num.  8,  stante  la  positiooe  (cc^CJ;  cfr.  pag.  79).  Dalla  stessa  non 
deie  ripetersi,  comunque  la  consonante  appaja  aemplice,  l'a  di  fascila  U-  ' 
ceat  I  Cor.  14,30,  tascken  tacent  L.  19,40,  fasiha  tace!  4,39;  tascha  ticd 
Sina.  66.67,  cfr.  PalL  conj.  24.  Si  tratta  dell'effetto  dello  CJ  (cfr.  l'it  Uc- 
cio ecc.)  esteso  a  tutte  le  voci  che  hanno  la  radice  accentata  (cfr.  nam.  S5 
in  nota).  Piuttosto  potrebbe  far  meraTiglia  cbe  Vd  non  ai  conservi  ancha  nei 
continuatori  di  'jacere'  e  di  'piacere'  (gittehai  plcetcha  Sabo.  65;  cfr.  PaU- 
coqj.  43.  51);  ma  già  il  aoprasilvano  ebbe  a  mostrarci  più  robusto  il  CMti- 
nuatore  di  'taceo'  (te/ =  ta[t]f  )  che  non  aien  quelli  di  'jaceo'  a  'placeo'  (/«', 
piai),  cfr.  pag.  86  e  80.  ~  diavtl,  13,39;  25,41,  appare  voce  estranea,  m» 
bene  assimilata;  cfr.  n.  105. 

*  mu  anche  nella  Sabo.;  e  l' alterazione  labiale,  che  nella  corrìapondenu  | 
■oprasilTatia  era  una  singolarità  (cfr.  il  basao-eng.) ,  qui  pai  ai  cJialingne,  pd  i 
tuo  grado,  da  quella  degli  esemplari  in  cui  v'ha  la  semplice  ragitme  dtU'd 
all'oacita.  —  Tb.  ha  lo  schietto  ma,  e  Wie.  solo  un  pajo  di  volte  mw.  Z>'«m'<<~ 
(iva  forma  del  co.  è  ma.  latìeme  però  occorre,  nella  pronuncia  odierna,  im, 
e  il  Pallioppi  (ort.  9)  ha  tentato  di  assoggettar  l'uso  delle  dna  varietk  a  cerìt 
me  norma  ortoepiebe.  ^—  B^  scrìve  con  l'a  anche  il  rìflesao  di  'jam'  {5^, 
ori.  103);  ma  cfr.  pn-giò  (gi&,  'lìu-gitt')  co.  65.77. 


;vGoo»^lc 


§  I.Qrigioni;  e.  EiigMliiia(Alta}:  (t.  1«J5 

Si  aggiunga,  per  assimilazione  regressiva:  ouua  (odierno:  otM) 
aqua,  t.  Qum.  177;  e  per  ó  =  à  venuto  al^ascìta^^io  jam  17, 12, 
[eo=ca  soprslv.,  quam,  v.  num.  179  *],  vo  vada  vadit,  sto  sta 
stat,  ecc.,  cfr.  num.  168,  colla  qual  serie  dovranno  andare  ancbe 
asehò  ecce-hac  (che  dice  'illuc'  'illiC:  24,23;  26,36),  aitò  iUac2, 
13  ecc.,  inno  in-hac,  in  qua,  I  Oiov.  2,  14,  siccome  forme  che 
mal  si  possano  staccare  dalle  corrispondenti  in  -a  del  basso- 
engsdino.  5.  6.  damaun;  saun  L.  7,  10,  sauns,  sauna;  hu- 
mawia  Rom.  6, 19  ■;  sakialmauna  (ardore,  'scalmana'.  Giac.  1, 
U);paiaun8; publichiauns;  uaun;  strauni,  cfì>.n.  102;- moun; 
chiauns^.  7.  ham;  fam;  aram  arammo;  damma  clamati; 
anma  amat  L.7, 47;  chiùram  ^  8.  Intatto  \'à  dì  posiz.  latina 
(cfr.  n.  IO  s^g.):  salf;  alfalua;  fals  (falli);  largia;  art  Apost. 
18,3;  jMtrf;  mangia;  surpassen;  nascher;  matckiel;  bratsth; 
ingraxch;  saick;  [iaschia];  ecc.  Nella  posizione  palatile  roman- 
za: jja^Ita,  chanaglia  Wib.  948;  cfr,  n.  15.  Il  plr.  frars,  fratrea, 
quasi  un  plurale  costante,  dovrà  la  buona  conservazione  della 
sua  vocale  alla  posizione  prodotta  dal  s;  ma  il  sg.  frér  sta  nella 
regola  dei  num.  1-2,  trattandosi  della  'positio  debìlis',  come  an- 
cora ò  in  ledar  ('ledr  latro)  ledars,  24,  43;  6, 19.  Con  questi 
esempj  parrebbe  doversi  mandare  anche  èura  (apri)  n.  124,  tix- 
fias  tabulae  II  Cor.  3,3,  paréfla  L.  24,  11,  cfr.  n.  115,  e  simi- 
glianti,  ma  qui  trattasi  propriamente  di  à  che  resti  nell'analo- 
gia dell'a  fuor  di  posizione  malgrado  il  dileguo  di  vocale  onde 
si  produce  posizione  romanza;  come  si  vede  meglio  da  spedla 
(spatula)  spalla  23,  4,  ed  eziandio  da  ésna  asina  21,  5  {esen 
L- 13,15),  afda  habitat  23,21,  blésma  n.  115  «.      9.  uasthctér 


'  EMmplare  afiatto  incerto,  in  quanto  piuttosto  tì  ai  tratti  iì  co,  quo[modo] 
11.49,  che  usurpa  le  funiioai  del  continuatore  di  'quam'.  Cfr.  il  basao-eng. 

'  Mei  «aggi  alto-eng.  del  Bùhl.  occorre  umaung  (^  umani)  per  'uomini', 
tir.  CD.  88  (51:  Mmouns  pietus)',  loccbé  rende  incarto  l'accento  e  quindi 
l'etenipio  di  wmant,  da  me  proposto  al  num.  51  di  Sut-Sées  (p.  I3S). 

'  -AUN  -AUNA  leggonsi  dagli  Alto-Eugadiuesi :  -«ni  -etna.  Cfr.  II  3,  e  la 
nota  che  segue,  e  la  prima  al  num.  13. 

'  ttm  =  examen,  •ciame  (d'api),  Car.,  é  forma  importante,  che  riproduce 
la  pronuncia  attuais,  ma  coioeide,  sull'analogia  della  nota  che  precede,  collo 
ichaum  BOpraailvano  di  cui  6  parlato  a  suo  luogo.  Dovrebbe  per0  questo  set» 
«Bsere  estraneo  al  baaso-cngadioo,  cui  il  Carisch  lo  fa  comune. 

'  Aggiungiamo  da  fonti  odierne,  per  la  'poaitio  debìlis':  cheora  =  cawa  ao- 
pruilv.,  Car.,  guedra  quadrai  Pali.  conj.  50;  e  per  b  posizione,  prodottasi 


;vGoo»^lc 


166  Aecolì,  Saggi  ladini,  I. 

Tascellarios,  cfr.  n.  138,  229;  humicidiérs  22,7;  danérsTi,^ 

granér;  stér  stajo  5, 15.  Cfr.  n.  94  e  99.'      10.  11  '.  h6t  ìiotta, 


per  dilegno  di  vocale,  le  segnenti  terze  persone  accanto  al  loro  infinita:  pt- 

vla  (cfr. peo*^  pabulum  Pali.  art.  54)  paoUr  pabniari,  schevla  (f^évla)  Kha- 
vltr  scapigliare,  scheoda  {s?évda)  sehaoder  danneggiare  (cfr.  l'it.  teapiian], 
blesma  blagmer;  Pali.  conj.  50-51.  Effetto  dell'i  ecomparso  (asina  ecc.],  non 
Baprammo  qui  vedere;  cfr.  pur  larma  a.  173.-  Ajiclie  nella  poaìtiona  palatile 
di  antica  baaa,  é  parso  a  taluno  di  vedere  e^d,  cioè  in  aeifi salto  Car.,  allato 
al  aoprasilv.  taigl.  Ma  fu  mera  illusione.  Poiché  ben  ai  continuorà  ne'Gri' 
gioni  anche  il  aemplice  'aalio';  ma  piii  fermamente  vi  si  continua  'ezulio', 
che  nel  fondamento  grigiono  si  riduce  a  'ailio',  come  'eiatinguere'  vi  ai  riduce 
a  'stingere'.  Il  Cariach  nel  darci  aaglir  e  siglir,  sopraailvani  entrambi,  dm 
ci  offire  già  una  mera  varietà  fonetica  coU'i  àtono,  da  coUocarù  tra  qnelb 
che  venimmo  registrando  a  pag.  4!;  poiché  nelle  forme  che  lianno  l'acceslo 
anlU  prima  ritroviamo  an^i  quasi  esclusivamente  l' i:  silgian  saliant  II  Sam.  1, 
20,  tilgig  aaliat  Salm.96, 1 1;  97, 1  (salgig  I  Parai.  16,31),  tUge  aali  Zacc.g,9. 
Va  quindi  posto  il  atlg  alto-engadino  allato  a  queste  forme  soprssilvane  eotl't,   i 
secondo  la  norma  del  n.  4S,  e  allato  asilg,  salto,  del  basao-eogadino  (non. 79), 
al  quale  dialetto  rimane  estranea  ogni  alterazione  dell'  antico  il  in  e  od  i.  A   i 
'bUìo'  possono  del  resto  rivenire,  secondo  ì  num.  44*  e  81,  anche  le  forme  en-    i 
gadine  coU'a,  sia  in  accento,  sia  fuori,  come  gli  alto-eng.  sagUr  tàglia  PilL   i 
conj.  S5,  CD.  1 17. 120,  assalg  aasalimento  Sabq.  88.  —  L'è  di  bela  balìa,  spetta 
alla  sua  volta  al  n.  68'.  —  Un  esemplare  fui  generis,  eiccome  quello  in  cui  à 
tratta  di  ferma  posizione  originale,  sarebbe  finalmente  espra  Ta.  617,  a^,  I 
allato  al  masc.  asper  ib.  151  (Apost.  S7,29:  lous  aspera  aspri  luoghi),  citalo   j 
dallo  Stbnoel  (p.  SI),  che  si  accontenta  di  mandarlo  tra  gli  esempj  di  i=à   | 
dinanzi  a  r  cui  preceda  consonante.  Ma  questa  condizione  non  ai  ritrova  in 
guéslan  guastano  Tr.  556;  e  considerando  che  il  Thavebs  era  nativo  di  ZuO!    ' 
(Zutz),  che  e  a  brevÌBBÌma  distanza  da  SSanf  {Scanh),  dovremo  ben  pìatto- 
■to  pensare,  per  entrambe  le  voci,  all'è  per  d  che  il  Pallioppi  (ort.  19-30) 
afiérma  pronunziarai  a  SSanf  e  a  Beeer  in  ^est,  esp,  méscei,  pésta,  pétjva, 
péster,  ptst,  guest,  ister,  per  'gast  (gast  ted.),  asp  aspo,  mds'cel  num.  167-Sii>, 
pdsta,  pàsqva,  pdster  num.  87,  post,  guàst,  dster  lastrico.  In  tutti  i  qoali 
eaemj^   abbiamo  s  per  primo   elemento  del  nesso- consonante  ;  e  il  s  in  tale 
congiuntura  assumendo  di  solito  nell' alto-engadineae  (per  non  dir  ora  che  di 
questo  solo  dialetto)  il  suono  di  s  [Pill.  ort.  46},  ne  viene  che  l'è  di  essi 
esemplari  ai  possa  confrontare  con  quella  dei  soprasilvani  neschtr  ecc-  (vfdi 
p.  11  e  86).  —  E  ancora  v.  la  prima  u.  al  num.  105  (stegia). 

'  Qui  pure  il  fenomeno  si  estende  alla  formola  ALC',  come  si  vede,  con 
normale  riduzione,  in  chiutamainla  al  n.  91,  e  meglio  dalle  mr.  -  AD'ÌDCOa- 
tro:  ehiatchia[g]tt  n.  15,  chiatchiassen  calcassero  Mr.  3,  9,  con  l'ai  intatto, 
non  già  perché  sìa  fuori  d'accento  (cfr.  num.  94,  e  chidlchia  Mr.  5,  31,  cha!- 
eher,  eauchalek.  Pali.  conj.  15],  ma  perché  si  tratta  di  palatina  seriore,  cioè 
della  palatina  della  formola  CA.  Si  pud  aggiungere;  alchun  arquia 
entra  nella  serie  di  cui  si  tocca  al  num.  166. 


a  unus,  e 


:vGoo»^lc 


§  1.  GHgiom;  C.  Engadicis  (AIU):  d.  1S7 

ad-ùza  (-alza,  II  Cor.  11, 20).  cfp.  n.  94;  chiod  20, 12;  bod;  fÒs  *;- 
oter  olers  atra.  Cfr.  il  n,  IH.  12.  horma;  eie.  num.  56  in  n.  - 
13  ».  fiauncs  fianchi  3, 4  (cfp.  a.  167-8);  fraunch  franco  I  Cor.  7. 
23;  &auncft5  banchi  G.  2,  15;  niaunoAta;  ouncAta;  [rounbcA 
Car.,Q.204];  scfiaunsckia  (discorre,  'ciancia';  f.  d'a.:  schan- 
sehér  cianciare  6,  7)  L.  6,  45,  schaunsih  parlo  G.  4, 26;  saung 
n.  186-7;  aungel  aungels;  piattnschér  (sic,  II,  17,  plaunscher 
Apoc.  1,  7)  '.  14.  pfounf  planctus  Àpost.  S,  2,  allato  a  sainc 
stmc  seme  sainckia  sanctus  ^i  -a,  di  cui  t.  il  n.  172.  15.  ckial- 
chiah,  guadagli  I  Piet.  5, 2,  haigns  bagni  Wie.  868.  16.  auns 
ante III 5,  oU'Ounf;  launttaunta  (ma  all'incontro:  guani  quants 
qxumtas,  quantus  ecc.,  cha  sono  corretti  a  peana  in  ^uaunf  ecc.  *; 
cfr.  il  num.  94,  a  qui  più  sotto:  quaunt  per  'quando');  infauns 
plr.;  sumgiaunt  13,  52,  Ebr.  7,  3,  sumgiauns;  merchiadaunt; 
Kriuaunt;  purtauntas  24,  19;  quaraunta  sasaunia  sataunta 
mnaunta;  chiaunta  cantai  cantet  Mr.  14,72  (maf  d'a,:  cAtan- 
iér  aat&tB <^); plaunia  (f. d'a.:  im-plantó  piantato)^;  sprauTiza; 


'  Il  feminila,  con  alteraiione  terzi&ria  (crr.  nucn,  54],  fuotsa,  2G,  59,  ecc. 

'  AVa  +  cons.  et  pronuncia  neirAlta-Engadina  KN  +  cons.  (Pall.  urt.  29-3(lJ. 
VbIb  quindi  l'avvertimento  anche  pei  num,  14  e   16.  Cfr,  la  n.  ul  num.  5-G. 

'  tdtirtdscher,  tiìuTidsch,  (andschdins,  tangere  tango  tajigimus.  Pali.  caDJ.69. 
ih  il  Car.  ha  tensehsr,  della  qual  forma  bì  ritocca  nal  baseo-engadino. 

'  quaunt zzqmatuB  à  del  resto  «1  delle  vecchie  scritture  e  si  delle  odierne; 
p-c.  SiBG.:  60;  Tr.  6.572;  Pall.  ort.  31.  Negli  scrìtti  moderni  ricorrono  b1- 
l'ÌDContro  malte  forme  pai'ticipiali  coU'-iinf  intatto,  e  poasono  a  prima  vitto 
parerà  anomale.  Ma  in  realtà  sì  tratta  di  neologieini  letterarj;  e  gli  esemplari 
meramente  indigeni  fanno  sempre  -aunt.  Si  osservino  p.  e.  in  Pali.:  consonant, 
tiilumniant  (art.  122),  ma  tn/aunt  (ib.  ^),  tuol-possaunt  (ib.  01;  =pusaanl 
l>usa-eng.),  e  analt^ainante ;  circostanza,  ma  ttsatmia.  Così  nel  cu.:  cai- 
mant  l{fi,pic«irtt  ib.,  ma  sumgiaunt  ib.  (cfr.  n.  97),  aboadattnt  101.  Cfr.  Ili  3. 

'  Balenerebbe  il  dittongo  anche  fuori  d' acn.  in  chiauntuns  cantoni  G,  5, 
>llato  al  sg.  ehiantun  21,42.  Cosi  pel  nuni.  13,  nella  Sabg,:  tschaumchar  ii , 
allato  a  (jc/iaiucAicr  67,  ma  è  caso  diverso;  e  ancora  diverso,  pel  num.  5-6: 
wunin-s  manine  ca.  117. 

'  Insieme  coi  verbi  che  stanno  Della  corretta  analogia  di  (jnesto  esemplare 
biveroniano  (p.  e.  s'vaunta,  s'vanler),  te  ne  Ìncouti-a  iu  Pallioppi  (coiy.  49-50) 
un'iutiera  serie  che  non  poggia  sovra  un  -Kint  etimologico,  ma  deve  questa 
Inniiola  air alteraiiono  dellV  àtoca.  Cosi:  ijianter,  l&t.  jealo-re,  t'almanler 
lamentarsi,  slandsch/inter  (*extinguenULre ,  soprasilv.  3  pi.  pre^.:  stensckén^ 
'on  13,52,  f.  d'a.r  stenschanl(\nen  13,7)  soffocare,  ecc.  Ora  qui  potrebbe  cre- 
derai, a  primo  tratto,  che  it  ling^iaggio  foggiasse  per  falsa  analogìa  le  forme 
tonif^be  con  l'nuni  (giaunt  aìnutunt  ecc.),  stante  la  coincidenza  delle  blone 


;vGoo»^lc 


168  Aacoli,  Saggi  ladini,  I. 

pusaunxa;  mtmnaunsa  4,2i;  spauns  «xpansns.  Ma  all'incon- 
tro: spander  Apoat.  2, 17. 18,  e  sempre  cosi  intatto  Va  AfA  ri- 
flesso di  AND  (cfr.  Dum.  27^  *):  grand  granda,  eumanda  du- 
manda,  chiaminand  semnand,  glanda  n.  131;  ned  altro  che 
erronea  eccezione  può  essere  il  quaunt  di  infina  a  quauni  ìq 
sino  a  quando  17, 17  (cfr.  qui  aopra,  il  riflesso  di  'quantus']-. 
Intatto  pure  Vd  di  ANN:  ans,  pan,  tuoi;  don.  17.  fiamma; 
chiammas;  chiamerà. 

E  lunga.  18.  CuDie  nel  soprasilvano.  19-31.  tmair  Ebr.  13. 
6;  kauair;  uuìair  n.  85;  uair  TÌdere;  saira;  par  l'g  wàra;- 
aìaig  I  Cor.  6, 10  ';  araig;-  staila  n.  ^;-frain  (soprslv.  n.228); 
sarain;pulaehains;plainplainsplait%a;flaiuelfiaifla*;aiuer; 
taiv  Car.;  frou  ";  etrait;  atchaid  acetom  (soprslv.  n.  35);  quaid 


con  quella  dell'ani  originario.  Uà  lenunanto  di  altro  non  si  trattarli  che  di  mu 
confiiàoDe  nella  scrittura.  Nell'odierna  pronuncia  alto-engadinase  coinddmia 
abondantemente  VaiuU  e  l'oinf  (entrambo  =  «nt,  cfr.  Pali.  ort.  28-31),  e  no 
tìò  la  eontìnaaiionì  toaicha  della  formole  originaria  ANT  BNT,  la  Metodi 
delle  quali  può  d'altronde  auonare  ont,  fuori  di  accento,  cosi  come  n  taout  U  i 
{Mima.  Quindi  l'ilhiaiaiia*;  mala  vera  ortografia  vorrebbe  (aacoodo  ìln.S7ì:; 
^iotnt  Jento,  aimainl  lamentor  (cfr.  lamentir  lantaint  conj.  52,  87).  L'infifliU 
itoitdiehanter,  alla  sua  volta,  ha  la  atessa  costitauone  di  tatehenttr  far  t>- 
core  (ib.  5S),  e  quiadì  la  legittima  figura  in  accento  é  nell'iutanscAainU  (13, 
22)  di  Biveroui  (fuori  d'acc:  attarueìumtSs  13.7).  Cfr.  il  nani.  44  in  n.  l 

'  Para  nel  partic.  di  spander  (cfr.  num.  148)  si  ha  poi  Va  achietto:  jpMi  ! 
Sabo.  2,  ipans  tpansa,  PalL  conj.  63. 

*  Cfr.  exiandìo  ekianf  Car.  :^  chionf  basso-ang.  Car.,  noh.  37,  cànape. 

'  La  'Legga'  è  Uicìut  nella  versione  biveroniaDa,  voca  comnne  anche  al  m>- 
praailv.  (Car.),  ma  che  appare,  maasìme  nell'engadlnese,  meramente  Itttenri*. 

'  E  analogamente  a  cid  che  vedemmo  nel  sopraailvano,  qui  incontrerenio: 
platehaiuelt  I  Tasi.  2,  7;  nuschaiflas ;  evitaifla;  algurdaiuel  ricordevole  H 
Tira.  1,4;  mUtrieorgiauelt  mùfricttrgiauel  5,7,  Giac.  5,  Il  (v.  num.  2£1}.  Si 
aggiungono  le  forma  letteraria,  preaaocbà  intatta  (cfr.  aopraaosa.  n.  214),  quali 
crtdibtt  Car.,  pottìbel  impo*ibla  24,  24;  17,  20.  Orelaiml  credente,  la  cui 
tdgniflcaiioDa  pare  strana  a  chi  ci  vede  ti  riflesso  ài  'credibilis',  nulla  in  efetto 
ha  di  aingolare ,  poichd  rivenga  a  eretta ,  credenza ,  fede ,  n.  205.  -  In  nomule 
CMTispondenia  col  sopraailvano,  abbiamo  finalmente:  seOatiel  (Pali.  orUT- 
millieBtt  e  mitlaisem)  liscefla  nw(v/la27,45,  hertewet.  Cfr.  il  baaao-eng. 

*  Cwaidarato  in  ispecie  11  riscontro  soprasilvano,  qui  ancora  accogUeraDO, 
I^utlosto  che  altrove,  malgrado  la  posiziona  romania  (cfr.  num.  32n  e  U,  « 
SCHDCH.  Tok.  I  293-4,  III  121):  quaraitma  Pali,  ort  34  =quareiima  sopr»- 

*  Della  quale  potA  parere  antico  esempio:  ctcoiml  Wie.  B63,  tradotto  dai 
Fingi  per  'vivente'.  Ma  si  tratta  di  et-o-ownl  (cfr.  aopralv.  vi-d-ia-^nt),  per 
lo  iousnii. 


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§  I.  Grìgioni;  C.  Bngadina  (Alta):  é.  169 

quaida  quietus  -a,  I  Piet.  3,  4,  I  Tim.  2,  2  (cfr.  n.  221);  crair 
(Pali.  coDJ.  64:  crajer)*.  Ma  nell'uscita  si  rimaDe  alla  figura 
arigmaria,  perchè  l'alto-engadino  rifugge  in  quella  situazione 
dal  dittongo  (cfr.  n.  40,  25  e  50);  quindi  me,  tt,  [se]  ^.  li'é  di 
sèr  non  è  già  Ve  della  Sorrispondente  voce  latina  {sedére);  ma 
è,  malgrado  la  strana  ortografia  seèr  (sér  seér  19,  28),  la  ri- 
saltante delle  vocali  di  'sédh'e  (cfr.  pag.  98,  e  nell'uso  ital.:  ri- 
sièdere presièdere)  ^.  Si  dirà  legittimo  che  sia  trattata  come 
bpBTe  Ve  di  *muliére-  {mugliér;  Sabo.:  mugleir  85. 126,  cfr. 
n.S2,  e  le  correz.);  ma  e  per  é  lat.,  in  terzultima  e  in  penul- 
tima di  verbo,  abbiamo  in  zeura  separat,  rever  repere  Car. 
(noi  ritrovo  in  Pali.),  s'despera  Pali.  ib.  Raatano.  coU>,  nella 
relnm  e  segreta,  come  nel  aopraailvaDo.  E  in  analogia  col  so- 
prasilrano  (v.  il  n.  87  e  anche  il  70  di  quella  sez.)  abbiamo  poi 
tiD  particolare  sviluppo  delta  particolar  combinazione  latina  El: 
py>  *  *pé}'s  pejus  num.  137,  6pijr  (onde  il  fero,  pijra  9, 16;  12, 
45)  'péj'r  pejor,  37, 64 ,  cfr.  num.  87  '^.  L' t  x  ^  di  wmn  venenum 

■Ut.  Ctr.,  ìt.  quarfiàna,  *qiia[d]r«jMÌi]i«  (*.  d.  190);  $chingvai*ma=  ttcAwN- 
jvt<nna-t  loprslv..  Pentecoste,  I  Cor.  16,  S.  Cfr.  mitlaiatm  num.  18  in  n. 

'  Stando  al  Pallioppi  (ort  S&^),  per  l'ai  ortografico  e  della  prosnncia  vtil- 
gita,  qnal  por  eia  la  tua  ragione  etimologica  (n.  19-21,  40,  ecc.),  avremmo 
in  bnona  parto  dell' Alta-Engadina  (cioè:  in  Silvaplana,  e  di  Ih  ein  Bever)  a: 
mgr=aoair  avare,  nter  =  tiair  aero,  eco.  Potrà  quest'ut  eoonderarsi  coma 
rìdnHone  di  ai;  ma  all' incontro  Ve  aonora',  che  aecondo  lo  crteuo  autore  ri 
ii<lrd>be  a  S^on/' per  l'ai  diaanii  a  n  (n/;  ma  anche  dìoanii  a  n'é  e  h^)  potrk 
toDdurci  alla  figura  aopraailvaiia  ex.  Sono  ewmpj,  aecoDdo  la  tntaerisioiie  dd 
Pali.:  itriffn  plSgn  (*Bereiiij  *pleinj,  cfr.  n.  237);  e  Biveroni  atasso  ci  mo- 
■trerebbe  questa  fase  in  twrettg  Umgnti  (=  terrei»  Urreinas  soprasiW.)  tw- 
reno  Urrene  I  Cor.  15. 48,  0.  3,  12.  ~  V.  ancora  hb. 

'  Ugualmente  nella  favella  odierna:  mi  ti  té,  PalL  ort  13.  —  Ha  il  basao- 
eogadloo  ci  darà  il  dittongo. 

'  Ugualmente  o^dl:  »er  allato  a  eatr  videro,  aoair  balMre,  ecc.  (Pali, 
uà).  61,89,  ecc.).  All'inconfro  uell'ant.  fra.,  con  pori  teittamento,  aeoir  esoir. 

'  Per  ij,  cioè  pel  carattere  che  «onsta  di  t  e  di^,  carattwe  diverao  dall' y^ 
noia  da  Biverooi  rappreseotare  un  i  certamente  allungato  (cfr.  Saba.:  Mun 
dit'r  non  dire  53),  nel  quale  avremo  pili  volte  a  riconoscere  la  eontraiione 
a  an  dittongo.  Vedine  in  ìapede  i  num.  S3,  28  e  32n;  e  intanto  si  osservino, 
pel  diverso  nso  di  «>'  ed  y:  ùteHjr  a.  120  intelligov,  diji  a.  36  giorni,  allato 
s  tynagoga  Apost.  13, 14. 16,  Cynne  ib.  1. 

'  Car.  dà  a  entrambi  i  dial.  engad.:  p^jer  pis  {pas  PalL  ort.  119;  Sua. 
P*Ta  fam.  75,  pia  pejna  47).  Circa  la  relazione  fra  queste  forme  e  le  bivero- 


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179  AbcoU,  Saggi  ladini,  I. 

Giac.  3, 8  {plain  d'murkel  d'tànin,  sic)  ha  finalmente  una  ra- 
gione anteriore  ai  dittonghi  ladini,  come  si  vede  dal  proy.  veri, 
ant.  apagn.  venino,  ecc.'.  21*  ubedi.  E  breve.  22.  era 
era.t;fnét;fSl;  léfQ.ìò.  leef Cor.  114.17,  i^ua  11,30;  léuatu; 
veder  ttSders;  mèdi  medicus^.  23.  MVie  aoprasìlv.  risponde 
Biveroni  con  y,  t,  in  hijr;  pijr  pereo  L,  15, 17,  wu  pijra  non 
pereat  G.  3, 16;  disth  dijsthmas  Ebr.  7,  4. 5.  Solo  nell'esempio 
che  si  aggiunge  dal  n.  177  {dsieua),  la  particolare  cornhinaziosa 
fonetica  mantenne,  o  piuttosto  promosse.  Vie  ^.  Ma  da'precadenti 
esemplari  andranno  staccati:  ligia  24, 15  {lijgia  Apoc.  1, 3;  so- 
prasìlv.  legia)  legit,  cfr.  n.  190,  arischer  regere  Giac.  3, 2  *;  nei 
quali  nuli' altro  vedr^no  che  t  da  e  per  effetto  della  palatina;  cfr. 
pag.  148  e  il  num.  28*.      24  ".  dieu  nel  caso  obliquo,  deus  nel 


uiaue,  si  confronli,  per  1&  prima,  eriyer=crair,  in  quaato  ste&M  numero,» 
par  entnunbei  niun.33, 28  e32n,  in  n.-  Il  neutro  'pejus'  è  riflesso  anche  dal 
BottotiuiDo  jwi*  CL.  IS6,eÌI  Conr.  ha. pia  in  luogo  àgi  pir  BopraùlT.  di  Car.- 
Cfr.  proT.  p^er  petti. 

'  Ctc.  DiEz  gr.,  a.  è,  2;  Schcch.  vok.  I  293  (dove  sta  |ier  ìstìeU  i>#nO  IH  121; 
DI  CiHAC  Dietionnaire  d'étt/mologie  daco-romane  (Francfort  a.  M.,  1870)  a.  tt- 
nin.  —  Circa  bvttia  =  sopra!?,  frulla,  bottega,  Car.,  va  considerato  il  n.  % 
•Opnlr.  in  n.;  e  tchil,  eelum,  spetta  natura) menta  al  n.  67.  —  Riflessi  ^r- 
ranisnts  indigeni  di  'fldelis'  e  'crndelis'  non  seinbraao  aTersi;  a  il  aopraeilTuio 
ricorse  alla  deiÌTaxiane  per  '-ebili'  (fldelvel,  crudeivel).  L'engsdino  ammetti 
iacilmeute  l'ai  dinanzi  a  l  (cfr.  staila  n.  31,  bosao-^ngad.  mail  NOif.  3  =miil 
•opraiiW,  DB-  e  Car.,  nam.  3,  e  cfr.  il  n.  40);  ma  ben  lungi  dall' offinrcelo  il 
'fldelii'  a  'erndalis',  tì  oscilla,  anche  Dalla  stessa  scrittura,  fra  l'a  schielti 
e  qnal  frangimanto  dell'e  brexe  di  cui  tocca  la  nota  che  segue.  Si  osserrìiior 
Sabg.  fidela  lU,  erudeila  99,  fideil  96,  crudela  123;  tr.  fidtiltet  644;  n. 
fidai  116. 

*  Per  ì'é {e)  =  \a,t.i  di  Biveroni,  occorre  nelle  scrittura  posteriori:  ei.  Cwl 
TH.:  «ini;  Sabo.:  meil  mele  169,  peidra  112  (Biver.:  pAIra7, 24),  Ui>ta  ti 
alza  110  (cfr.  greivat  pi.  fem.,  grevi,  91),  meidi  meidii  (medis)  130-i;  Gas-: 
laie  lieve,  met^f  mele,  cfr.  n. 237;  Pali- coiij.:ibcACT'no  gelo  (inf.  dschUryfH, 
ort.:/'rt7(T.  n.237),  vtider,  neif  aépoa,  peidra  lOl ,  Peider  122,  leiv-s  labto» 
(=  lef-$  Ì5,8,  o  Sàxa.:  le/f-s  lìO.  Ui)  36. 

'  Che  sempre  vi  si  conserva:  dzieua  Sabo.  113,  Siena  Pàll.  ort.  114;  allatn 
al  qnal  esemplare  è  notevole,  ae  corretto,  l'ie  della  voce  non  latina  triigi^ 
Ta.  663  (allato  a  tregua  600.649;  Car.  nachtr.i  treffo),  che  ebbe  il  dittongo 
por  nella  forma  italiana  (triegua).  Uà  per  l'ij  (i)  di  Biveroni,  ossia  per  )'ù<r) 
«opraailvano,  nelle  fonti  posteriori  e.  Si'Ba.:.deichmaslS2,  intér  lOB;  Vi'a-: 
intéro!,  detch226;  Pah..:  ft«rort.56,  tee  i  54. 

'  Pall.  conj.:  legia  io  legga  81,  redicker^^. 

'  I  trittonghi  ieu  eoa  si  riducono  nella  pronuncia  allo-eng.  ad  ia  <a;  cfr.  Il  ^ 


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§  1.  Orìgioni;  C.  Engadioa  <A1U)  :  i.  171 

retto';  mieit  ecc.  v.  Ili  2;  tìieI  reale  Sabq.  101. 161;-  eau  ego 
y.  II  3.  25.  hain  avv.  12, 18,  sost.  19, 16;  uain  (soprslv.  iwn) 
yenit,  &»«  (aopPsW.  ten)  tenet  Apoc.  2, 1  *;-  J5^  (pi.  pés  22,  13. 
44)  ^  [26.  per].  E  in  posiz.  27a.  zer^s;  terra;  hema; 
herias  {erta)  L.  3,5;  ft«  scftert  un  certo,  Apost.  22, 12;  per- 
der \Q,S9;  bellas  perlas  *;  set;  cresaher  13,30;  ^jters;  festa; 
fenestra";  —  p.  Intatta  è  sempre  l'è  della  formola  END  (ofr. 


'  Di  qaMto  scATco  resto  di  verk  fleuione  nomiiule ,  bì  Tede  ancora  b«ll'  af- 
f«tto  nella  costruzione.  Diev  ma  nun  ho  un^iwn  uis,  neasimo  ha  mal  vieto 
Dio,  G.  1,  18. 

*  Pare  nella  faTella  odierna:  el  oai'n,  allato  ad  eau  vtgn,  Cu  vaiasi,  cfr. 
Olili]. 38'  e  III  3;  ma  io  'teneo*  le  forme  livellata:  tegn  Ugnaat  Ugna;  Pall. 
conj.  M.  55.  Cfr.  vtn  venit.  Un  tenet,  nel  wprsl».  delle  ICB.,  e  p.  127  in  n. 

'  pè:nu  {a.  19-21)  ::Bopnir.  pei -.mei',  cfr.  d.  39-40  e  il  basao-engad.  —  Le 
finiti  posteriori  hanno  peis  al  pi-,  sulla  norma  del  nnm.  SS  in  n.  e  coil  la  fa- 
Tclla  attuale. 

'  Al  Bopralv.  fevra  risponde  fettra  in  Biveroni;  ina  è  un  esemplare  che  ha 
il  vero  suo  posto  fra  quelli  di  «  fuor  di  poaiz.,  come  anche  dice  la  pronuncia 
Klto-engadina  (etera,  Pall.  ort.  31. 

'  I.  Parallelo  all' ia  sopralv.  di  cai  a  *no  Inogo  li  &  discorso  in  nota,  odaat 
ta,  nella  pronuncia  alto-engadioa,  pei'  i  dinanzi  ai  nasBi-coosonanti  il  coi 
primo  elemento  àA  l  r  l  s,  secondo  à  riferito  dal  Pallioppi,  il  qnale  ag- 
giange  che  a  Zvot  e  a  S^atif  ti  fa  la,  alla  soprasilvaua,  dellV  della  formola 
ERR  (ori  SS-3.  L'ea  ai  avrebbe ,  secondo  lo  stesso  autore,  anche  per  i  cui 
■Deceda,  all'uEcita,  r  o  o;  p.  e.  teao  =  tee  =  tepido,  ma  é  regola  di  cui  an- 
cora ci  abbisogna  una  determinazione  più  compiata).  —  Biveroni  non  iscriva 
mai  questo  dittongo,  nà  l'ho  mai  incontrato  nella  Saba.  Lo  acrìve  all'incoO' 
tro  WiB.  dinanzi  a  nesso  che  incominci  per  r,  io  jworx  persoSSS.  UarxTlQ, 
tichearnat  cerne  365,  e  in  altri;  ha  però:  terra  e  gu*rrai61-Z,  la  serra  e 
Merla  (che  rimano  inaieme)  475-6;  e  varia  tra  ea  e  la  figura  del  dittongo  or- 
g^co  (te)  in  Ischeart  (certo,  certamente)  ì@6,  datg  Isehiert  (del  certo,  di 
certo)  451;  ma,  del  resto,  distingue  nettamente  l'i'e  organico,  cioè  quello  del 
Bimi.g8,  e  quindi:  oo/ert-s  207,  ftwiem  5,  come  fecfcienf  342. 344. 439-  n  suo 
i*ari  (Bivr.  ters),  che  sarebbe  talquale  pure  in  odierna  pronuncia,  non  va 
coDgiderato  come  il  correlativo  del  soprslv.  tierji,  ma  si  come  continuazione 
della  forma  priva  del  dittongo  organico.  —  Con  la  schietta  e  nella  uà.:  'erp, 
tori.  —  Cfr,  la  prima  n.  al  n.  54. 

n.  Ma  qui  va  ancora  toccato  delle  alterazioni  alto-engadine  deUa  formola 
BST  (èst  éstr).  In  fondo  si  tratterà  di  stadj  diversi  di  un'alterazione  sola;  » 
qualche  sua  pili  antica  o  peculiare  oianifeatazione,  della  quale  Biveroni  par- 
tecipa, ai  considera  sotto  il  num.  3Sn.  Intanto  va  contrapposto,  nel  presente 
namero,  allo  schietto  est  {èst)  della  serie  biveroniana,  Veist  della  Sabo.  e 
dei  poemetti  iatorici;  p.  e.:  eìster  Sabo.  53,  adeistra  105,  ehiampeUtas  140 

(ma  ckiampesta  bis,  98)  cfr.  nnm.  1  IO,  reiat  il  reato  Tr.  662,  reiitait  restano 


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172  Ascoli,  Saggi  U^i,  I. 

n.  16):  stenda,  prender,  a-renda  reiàit  *,  laddove  la  formoh 
ENT  costantemeate  si  altera  in  aint,  eccetto  i  casi  che  a  quesu 
alterazio&e  si  sottraggono  per  essere  affetti  da  una  più  antica, 
cornane  al  sopraailvano,  che  si  considera  nel  segnente  numero. 
Quindi  atteànta  tentat  4,  3,  ecc.,  come  vediamo  al  num.  32n.— 
88.  infiern;  inuiem;  auiert  {auerts);  hierta;  misiergias  ml- 
aariae  Giac.  6, 1,  chiatiuiergia  (cattiveria)  24, 12;  tUerm  [uerm 
uerms);  uierf{^lr.  uerua  Apost.  6,11.13)  Terbura4,4;  schietti; 
argientlO,Q,  Qiac.  5, 3;  cui  aggiungo  dalla  Sabo.:  viers  (ter- 
so, melodia,  =  vi^s  soprasilv.  ululato  Car.);  dschierm  (germe, 
mschierm  soprasilv.  Car.  nachtr.,  dove  si  attribuisca  all'Eoga- 
dina  ta  forma  dscherm)  141,  tierm  {terms  pi.  Bìvr.)  154;  e  da 
Fall.:  fier  {infier  io  inferro,  inf.  inferrer),  gnierf,  tschien-. 
Notevole  è  l't}'  (t)  dì  Biveroni  per  Vie  soprasilvano  in  mxjs  m\% 
(m«2a)  18,20. 2;  terra(s]trimblas;  sabbijnscha,  cunschinscha 
Ebr.  9,14,  pentijnxia  lì,2\;  ed  B.QCbe  chiatiuijrgia  ~as  Apoith 
18,  Ebr.  8, 12  (allato  alla  forma  coU'te);  cfr.  il  n.  23  *.  28».  Al- 
terata in  1  nella  posizione  palatile  o  palatina  (cfr.  num.  33  e  31): 
uing  venio  8,7,  uignett  veniunt  10,36  (cfr.  ut}'  *inn  veni!  8,9), 
signer  n.  87;  milg  melius  Ebr.  11, 41,  miglier  n.  87,  uijgl  n.  119; 


Wn.  S9.  Il  Pallioppi  ÌudireftMn«iit«  o'  infonuft  che  aemp»  duri,  con  inag- 
gitare  o  minor  uldeiza,  quMta  proonncU  (anche  dinanzi  a  s^),  poiché  li 
condanna  ne'Begnenti  termini:  'Innanii  a  tg,  tir,  it,  restituiuno  V ti  nell'i 
w^inario,  p.  a.  retgia  [cha  deva  dira  'egli  aoga']  e  non  reisgia;  fèsta  e  deh 
/Wtta;  r«*f  a  non  réUt;  tsier  a  non  eutsr;  fruttra  a  non  fneùtra,  come  dintt 
Dall' Engadfna  baiaa  [cfr.  il  n.  S7a  di  quaUa  «ex.]'.  Ort.  31-2. 

'  Cfr.  tfender,  pretender,  ecc..  Pali.  conj.  64.  Hi  v'ha  cantore,  per  qiiMl> 
parte,  di  alcuna  diacrepania  dialettale  o  di  alcuno  «eresio  tra  «crittnra  e  prò- 

nimcia L'ai  di  pnttn  prehendit  prebenda,  IO,  38;  2, 13,  noa  contraitieM 

alla  regola,  poiché  è  forma  sella  quale  il  d  piti  non  riauona;  e  tì  t.YTt<Bit 
'prtn  che  entra  nell'analogìa  di  *Bsn  e  *ten  (num.  25),  oppure  *prcfS 
*pratn;  «all'analogia  dal  n.  150-1  (cfr.  n.  43)  e  degli  eaempj  diacorti  iiell> 
sei.  «opraailT.  in  nota  a  quel  numero.  Non  vedo  l'odierno  rìflesao  alto-eap- 
dino  del  aemplice  'prehendit',  e  paro  che  manchi. 

'  ori  33,  conj.  52,  Condanna  l'autore  T'iUaima  hodierna'  che  &  p.  e.  Uarm 
vtarm  Uekeart  in  luogo  di  viarm  tùrm  taehUrt;  cfr,  il  num.  27»  in  noU- 

*  La  SuBO.  e  la  favella  odierna  ci  daranno  all'incontro,  come  in  qnelDi'' 
mera,  «;  Sabo.:  in  met  82,  metdi  119,  labgiénseha,  eugntischinicìui,  baii' 
imglénieha9S;  cn.;  DM»  64,  cognuschenttehai  II.  L'«  anche  in  Biveroui,  J> 
contro  Vie  Mpraailvano,  ci  moatrano  dettrd,  un  dasert  la;  tert;  bes'l  f^o'* 
{ba»ti8,cfr.a.  107)  CD.  134. 


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§  1.  OrìgioDi;  e.  Eogadina  (Alta):  é.  173 

■priUth  n.  107  <.  29.  mès.-  80.  sU  sijs  '.  81.  uidilg  tùdels 
uedels;uaschels;  asnigl  asiaBÌlo  21,2;  anilg;chiastÌlg\iorg&ta. 
(castello)  21,2.  Cfr.  mini.  28»  e  il  42  in  n.  Ma  'bello'  perde  par 
qui  il  sno  l  Dell'  avverbiale  da  IHnoef  (cfr.  n.  52-3)  di  bel  nuovo 
6.  l,35,Ebr.  6, 6".  33.  mais;  maisa;prais  'prenso  pr^enao- 
(tose,  pre'fo);  inschais  incensam  2, 11;  uffaises  24, 10  *;  appai- 
lais  'palense-  (tose,  palese)  13, 16;  Milanais  Wie.  846;  ecc.;  cfr. 
11.221  e  94; —  staila  stailas; —  82 n.  Qui  imprima  otntsENT 
(n.  Z7p):  maintas  che  tu  menta  Àpost.  5, 3;  uiuaint,  serpinnf 
serpentes  3,  7,  daini ,  uainter  '  ;  cui  si  aggiangono  aimp  =  EUP, 
ai'«t  =  EST  ^ST  (cfr.  ntim.  67):  saimper,  taimpel,  eaaimpels 
Sabs.  54;  ais  est  «,  praist  prestamente  28, 8,  impraist  L.  6, 34. 
35;  che  sono  le  flgure  espanse  di  eint  eimp  eist,  incontrati  nelle 
altre  regioni,  e  avrebbero  allato,  in  Biveroni,  le  figure  ijmp  ijst, 
io  Ujmp  tempus,  uijsta  vestii  6, 30,  L.  12,  28,  nelle  quali  appa- 
rirebbe all'  incontro  un  et  rattratto  (cfr.  u.  28)  ''.  E  si  consideri 
ÌDsieme  it  num.  44. 


'  Par  qni  l'è  Delle  altre  fonti  «  nella  favella  odiemai;  Sabo.:  tefftun  65, 
S(ffner50.Si,  melffBl,  me ff Ur  nulgdra  100,  viltfvélffvélgs  4S.  87;  Wne.  o«- 
9tta»58;  Pall.  conj.:  ce.'  95,  ort.:  Ugnan  14,  vtgl  20;  ecc.  M&  l't  (it)  di 
BJTeroni,  cni  Tenimmo  e  verremo  contrapponendo  l'è  di  nio  generale,  aopra- 
[JTe,  ahueno  in  parte,  a  Pootreaiiaa,  Hcondo  cha  riferisca  il  Pallioppi,  ort.  20. 

'  laoA.,  Cw.  186. 

'  La  denoenia  -ilj  {-ilg)  =  -BIXO  va  tra  le  caratterùticlie  piti  spiccate  del 
dialetto  di  BÌTeroni  (cfr.  il  baeso-engad.).  La  Sabq.  ci  darà  all'incontro  agnt^ 
agnello  161  (cfr.  tagie  58. 77  =  sagi  sopralr,  che  riflette  '«igeilo'  pinttoato  cha 
'ùgiDo*,  cfr.rtt.*u^^fl^,  eSoHUCB.Tok.II  SS),  allato  al  tipo  pL  t>t*chel*;  e  eoa! 
la  favella  odierna:  vii  vdelt,  uttehà  utschelt,  atti  eault  ecc..  Pali.  ort.  87;- 
àel  ib.  SS,  Sabq.  beli  agg.  173,  qwaunt  belg  ait  qaanto  A  bello  (bella  M«a; 
=  juoiU  bi  eis  della  Teraione  sopnlv.)  67. 

*  contate  conteio,  pretaìt  preteso,  sotpaU  Bospeao,  Pali.  conj.  64. 

'  Si  osaerrino,  pel  movimento  dell'accento  nella  conjogaiione:  augmtnUr 
mgmAinta,  gvtuntér  (gocciolare)  guUdinta,  deantér  (dÌT«iitare)  doàinta,  «»• 
vàinia,  otidinta,  ecc.,  e  anticipando  il  testo:  contempiér  eonldimpla,  tem- 
prar tàitnpra;  Pali.  conj.  50-S,  86-7.  Si  aggiungono  gli  esempj  di  (ttint  erro* 
nMmente  scrìtto  per  aint;  vedine  in  nota  al  nom.  16. 

'  V.  la  nota  che  legne. 

'  ais,  est,  é  la  forma  della  Saba,  e  dei  poemetti  istor.,  come  dell'olona 
biella  (e  pnr  del  baaao-engad.  ant.  e  mod.).  Biveroni,  all'  incontro,  rintana 
per  qneeto  Bsemplare  all'analogia  del  nom.  27«:  ts  (ee  aint  in  tcMl  è  nel 
cielo  6,1,  ee  duantS  è  diventato  13,53),  che  farebbe  prenimere,  nella  altre 


:vGoo»^lc 


174  AbcoU,  Saggi  ladini,  I. 

I  laago.  SS.  ttdir;  mira*  G.  1,47;  fin,  cufins;  farina;  stina 
n.  226;  giaglina;  spinas;  mtina;  giù  ad  im;  ulittas;  vastkiua 
uaschijva  vaclva  (deserta)  L.  13,35;  23,  38  ;  uiuer,  uifs,  tata; 
durmitia;  rtua;  (ajristh;  disth  dicit;  figs;  \spias];  uijchs  pi.  14, 
15;  canich  inimich;  gnteus  nidi,  cfr.  n.  35.  L'antico  i  assume 
colorito  labiale  (ù),  tra  labiale  e  liquida  preceduta  da  labiale,  in 
pr&m prùtna;  preceduto  da  due  suoni  labiali,  in  aru&gen  -ftgian 
robigin-  [n.  188]  '  6, 19. 20;  e,  apparsntemente,  pur  tra  labiale  e 
sibilante,  in  schùvel  sibilus  (Steno.  40),  dove  però  va  considerato 
\'u  del  venez.  subiti,  il  fischio, io  fischio,  e  del  tose,  suolare  ecc.'. 
Del  riflesso  dì  'periculum',  tocca  il  num.  167*.  34.  fraid  frai- 
da  *.  *  S5.  udieu,  tradieu,  cfr.  num.  36  e  59-60;  ma  rimane  U 
dentale  nel  sost.  marid.  Un*«  lat.  che  ha  dovuto  entrare  nel- 
l'analogia di  questo  numero  e  de' suoi  analoghi,  è  in  tievla  te- 
gula,  di  cui  T,  il  n.  184.        I  breve.  36.  uia,  di  dijs;  —  iea, 

fonti,  eis.  La  dÌBcrepanza  è  noteTola;  e  vi  ha  screcio,  io  qualche  parte,  pur  , 
nella  seconda  persona.  Nella  quale  rifleltendoai  aio  dall* epoca  di  BiTeroni  U  . 
combinazione  ormai  insolubile  'es-tu'  (cfr.  n.  137],  la  Sabo.  ci  àk  iù  titi  Vtì. 
111.  112,  che  appunto  parrebbe  stare  buH' analogìa  del  n.  27ct;^laddove  Bi- 
Teroni,  qni  pare  con  pronunzia  pili  ristretta:  ist  (p.  e.  tu  ut  27, 40,  chi  ùl 
tùt  0.8,^,  a  che  fir  ist  aguiì  a  che  fare  sei  qui?  26,50),  come  ha  coH'i: 
ntu  isehen,  ischti,  siamo,  siete,  2,2;  6,26,  ma  all'inf.:  esser  10,22  {sap*-   ' 
sìIt.  eis  tu  sei,  essert  essea,  essir).  Neil* antico  basso-engadino.  Camp,  ci  dii   , 
per  la  seconda  singolare:  iseh,  e  la  Inforu.  Ésch;  ci  ofirono,  toIb  a  dire, 
quell'e  che  sogliono  contrapporre  all't  (ij)  di  Biveroni  da  G  lat.  Nell'dto-    : 
engad.  odierno:  est  (est  pur  nel  bosso-eng-  mod.)  tu  eei,  essans  esias  (te.: 
eschas  453).  Cfr.  Ili  3.  —  Quanto  a  tijmp,  avremo  l'è  (é)  normale  nella  Sabu.: 
témp,  e  cosi  nell'odierna  faTelle.  Il  parallelo  odierno  per  uijsta  ci  mene», il    ' 
tipo  semplice  STendo  ceduto  il  luogo  a  vestescha  (Pali.  conj.  38),  e  non  ricor- 
rendo ne'Qrigioni  il  riflesso  del  sost.  'vestis'. 

'  n  fenomeno  di  e~t  fa  capolino  più  tardi  anche  nell' alto-engadinese;  cmI 
occorre  mera  =  »mtni  (ecco),  Pall.  ort.  121;  cui  ei  può  aggiungere,  per  ' 
romanzo,  asiem  stimo,  stemma  stima  tn,  Sabo.  87.  9S  (Bivr.:  cestim  astim, 
L.  7,  43,  Apost.  26,  2). 

'  Cosi  sempre  ìn  Biveroni,  le  quattro  volte  che  il  vocabolo  occorre.  Mi  li 
Sabo.  ha  l'i  normale;  aruigenil  (due  volte}. 

*  Avremmo  ancora,  fuori  di  accento,  mùnategliùsas  mvrafffliiisa  21,15.4^^ 
allato  al  quale  esempio  addurremo  eziandio,  per  ù  da  t  secondario:  a-pri- 
ttckó-s  pregiati  (apprezzati)  I  Cor.  6,  4,  slh^ruseh6-s  spregiati  I  Piet.  ^  l^< 
spt^seher  vituperare  5, 1 1,  cfr.  u.  28*. 

*  V,  pag.  84  n.  —  fraid  eng.  :  freid  sopraeilT.  :  :  ai  eog.  :  ei  BOpraal'-  '"' 
num.  21,  40,  ecc.  , 


;vGoo»^lc 


S  1-  QrigÌDui;  C.  Engadina  (Alta):  i.  17S 

plp.  ieus,  ida  idas;  pievla  picula  (pece)  v.  n.  167*.  37.  [«- 
neucet].  38.  in  semmel;  tem  temma.  39-40.  paìr  Car.;- 
nair;~  pail  L.  21, 18  (p\.pails  co.  118. 121,  cfr.  n.  Ili);  niMna 
surmaina;  main;  sain  s'inas  *  G.  1,18;  naif;  baiuer  {Òauaiuen) ; 
arschaiuer  arschaiua;  uaidguas  viduae  23, 14,  cfr.  n.  129;  sait; 
Haider'.  Ma  Vt  riuscito  finale  si  continua  per  e  (cfr,  n,  19-21)  : 
/?  lìdes.  I  in  posiz.  41.  milli;  uigna;  scAtnc  cinque;  [semin- 
io]; scrit;  dit.  Cfr.  n.  42,  43.  42.  ferm,  uerd^;  el  ille  (egli) 
pi.  els,  aquel  aquels;  chiauels*  10,30;  cuselg  cussetlg  {12,14) , 
famelg  18,26,  cfr.  n.  44;  schendra;  trenta;  pesth;  durezza  ecc.; 
metter,  ma  al  partic,  coll'i  intatto,  mts  28,6  (e  miss  oggi  an- 
cora, Fall.  ort.  113),  missa  3,10,  allato  a  fessa  27,51;  seck; 
stretta.  43.  spiert;  ierpi  (=  erpì  soprslv.,  irpice-)  Car.  *.  — 
tì.  ai  Cei)  nelle  formolo  INT  «,  INC,  ING',.IMP,  IST  (cfr.  n.  27p 
e  32n):  aint  intus,  e  dadains  'dad-aint's  num.  137,  aintra  in- 
tra 6, 6  ',  cumainza  (comincia;  cum-in[i]tiàre  24,49,  cfr.  sain- 
za  =  ital.  senza);-  uainscha  vincit  I  Giov.  5, 4;  m'strainsth  mi 

'  in  in,  Bta  natoralmente  nella  ragione  di  sillaba  Atoaa;  cfr.  il  noni.  218 
sopnlf .  ed  eog. 

'  'dito  non  A  piì)  *dait  netl'engadmo,  come  dovrebb' ssMre,  masi  è  fatto 
f^utnl;  Tedine  il  num.  331.  Prexioso  aBemiiio  qui  ei  aggiunge  noi  rìdeui  di 
'Fides'  <videt'  Wide';  (ù  vais  Mr.  5,31,  «aio  6, 18,  vaia!  Apoe.  6, 1;  laddove 
D«lla  SuKi.  già  tiamo  a  ^ua  43.80,  inll' analogia  di  cex^  *vid-jo  n.  105.^ — 
L'at  di  t«iu=;Tides  ecc.  non  Ta  confuso  coli' ai  di  catV^'vér  vì[d]érB  n.  19 
fA  ha  d'altronde  ragion  diversa  dall'ai i^i  cba  avremo  nello  ateeso  verbo  al 
num. 44.  —  Un  esemplare  per  ai=:i  di  accento  roman»),  avremo  finalmente  in 
urdaìna  drdina  Wie.  743,  cfr.  Pali.  conj.  52  e  il  basM>-eng.,  ed  il  fri.  orditia. 

'  Che  ri  pronunciano  fearm  veard,  valendo  intieramente  anche  per  \'e  ae- 
ciiodaria  ciò  che  per  la  primaria  annotammo  al  n.  37 tt.  E  WiK.,  sempre  in 
IMll" analogia,  scrive:  fearma  924,  fiarms  508. 

'  Il  Bg.  chiamlg  (a.  112)  non  potrà  addurri  tra  gli  esemplari  dell'i  intatta; 
n»  vi  si  tratterà  di  *'caMlj  [Poo«y]  FttDÌ(j,  che  é  quanto  dire  di  -eli  (-elj) 
«Mondario  che  entra  nell'analogia  del  primario  (n.  31;  Pali.  ort.  87:  cluzoé 
cimeli). 

'  Ma  l'è  schietta  nel  verbo  (arpckér  érpcha)  secondo  Pali.  conj.  50. 

'  Aoche  dato  l'asribilamento  del  t,  mancando  qui  l'ostacolo  di  cui  toccam- 
»ia  LeWe  primaria.  La  combinazione  colla  media  rimane  estranea,  qui  pure, 
^  dittongo;  danend  de-ab~inde. 

'  Fra  l'i  d''ÌDtrara'  e  Yai  di  aintra,  età  l'è  delle  forme  colla  prima  Atena 
(iiiIrA-  Pali.  con].  51;  in  Biveroni,  coll'Atona  in  a,  secondo  il  n.  81  ;  antrér  5, 
^1  «ce.).  Analogamento,  per  l'esempio  che  segue,  eomenxer  Pali.  ib. 


Diqitized-byGoOt^lc 


17S  AbooIì,  Saggi  Udini,  I. 

stringo,  in' angustio  (coarctor)  L.  12, 50,  Fil.  1,  23,  strain$cher 
Apoc.  3,  9  <;-  saimpel  10, 16;-  aquaist  aquaists  aquaistas, 
questo  ecc.  Cosi  nella  Sabg.:  quaist  qtiaists  qaaistes;  ma  l'o- 
dteraa  favella  qui  ài  insieme  t  ed  ai  (Pali,  ort.:  quist  $un38. 
quaist  i  17,  quaista  norma  37,  guista  regia  59  ^).  E  U  due 
figure  stanno  riparite  nell'  importante  esempio  :  uis  veduto  27, 
64  (ufs  L.  1, 22,  Apost.  16, 10),  che  non  riviene  gi&  a  'vìsqm', 
ma  bensi  a  'visto'  (ital.  visto,  prov.  visf)  per  -s  =  -ST  (cfr.  mt 
=  est  n.  32n,  e  il  u.  212),  com'è  provato  dalVai  che  abbiamo  in 
ttaù  vedati,  uaises  vedute,  6, 1.5;  23, 5,  uaisa  (■  soprslv.  vitta) 
faccia,  volto,  viso,  38,  3.  Non  mai  si  vede  airincoutro  questo 
dittongo  nel  riflesso  di  'sinister'  {sinistr;  sinistra  Apost.  21,3, 
IlCor.  6, 7;  Car.:  schnester^),  ma  esso  ritorna  in  ^^ais' bale- 
stro Apoc.  f^2  (balista;  cfr.  balastrér,  el  halàistra,  scompiglia- 
re, Pali.  conj.  50).  Nella  stessa  analogia:  maistdas  {;màiid-at\ 
mescoliatelCor.  5,9. 11,  cfr.  n.  138;  traischeha  danza  (tresca; 
cfr.  DiEZ  tesa.)  Wib.  859,  huaistg  (cioè  ttais'^  •=■  soprslv.  uvesc, 
vescovo)  I  Tim.  3, 1.  Ttt.  1, 7,  le  altre  volte  con  l'i  come  assor- 
bito dal  nesso  &'g:  huasthg,  pi.  huasthgs,  I  Tim.  3,  %,  Apost  20, 
28,  Fil.  1, 1;  cfr.  il  n.  167  e  Steno.  45;-  e  qui  ancora,  seconio 
ogni  probabilità,  l>atais[e\m.  41^.  Ma  l' ain  engad.  rìmpetto  i 
ad  IGN  lat.,  com'è  in  insatTia  12,  39  (waiwa  12,38;  16,1)  'in- 
signia,  vorremo  staccare  dal  num.  che  pryiede,  e  veder  nell' et. 
che  pur  nella  sua  base  deve  normalmente  stare  (II,  3),  il  pro- 


'  Per  la  itsiu  ragione  di  cui  abbiamo  toccato  io  nota  al  unm.  16,  i  gran- 
ulatici c«ntamponui«i  ci  oStodo;  straundniker  Car.  Pali,  ttawndae^tr  C»- 
(■tringare  estiogaera),  in  Inogo  dei  piti  corretti  ttraind$e1%«r  «tutiidfc^;  <  ^ 
Pallioppi,  codJ.  68,  traacorra  anche  a  vattt%d*cKer,  laddove  prima  lave'», 
con  miglior  consiglio,  ooindieAcr  (ort.  ISl).  Egli  ai  lascia  «edurra,  puf  <!■■'< 
dtll'o  delle  forme  itone  (cfr.  itratuchunt  Apost  16,24),  pel  quale  iltipo'plu- 
gsre',  nel  quale  l'ou  delle  toniche  ò  legittima.  Tiene  a  coincidere  col  tip) 
'atringere',  nelle  cui  tonicbe  d  legittimo  l'ai;  e  coil  si  riduce  a  non  uw- 
gnare  l'ai,  tra  i  Terbi  d'INQ'  INC'  radicale,  se  non  a  tàindicher  tinguv, 
percbd  nell'itoua  gli  mostra  r«  (terubcUnd).  Lo  Stxnoxl  aveva  gik  tedDU 
bene,  per  questa  parte  (p.  45);  ma  aolo  errava  nel  mandar  tra  questi  ewnRI 
anche  Imtngia  lij^gw>i  kSt.  n.  185. 

'  In  uno  dei  saggi  BtiuL.:  qvaiaU;  nell'altro:  quiaU  qwitbu.  Ancbe  "^^ 
1041  :  (fdiita  Dowbi  queata  volta. 

'  WiK.  549:  JMtJcUra;  che  ó  !'<  seooodiu-ia  ttell' analogia  del  nmn.^' 
in  n.  (U). 


;vGoo»^lc 


§  I.  Origioni;  C.  EDgadina  (Alta):  à.  tTT 

dotto  di  e  (=i)  *-i  attratto  {'-senja  "-seina)  *;  al  quale  esemplare 
sene  aggiungerebbero  due  altri  dal  n.  192  {lain pain),  i  quali 
però,  considerata  l'assimilazione  soprasilvana  (len,pen-),  po- 
trebbero per  avrentura  condursi,  ma  non  senza  stento,  al  n.  25. 
Analogamente  stabiliremo,  per  Vailj  (^i]lj  (*ej?_;)Tengad.  =  ILJ 
della  base  latina  o  romanza,  la  combinazione  dell'  e  =  i  lat.  con 
l'i  che  si  propaggina  dinanzi  a  Ij  (II,  5);  e  tutto  lo  sviluppo  si 
ritroTerebbe  anche  nelle  ortografie  dello  stesso  Biveroni,  come 
nella  seguente  serie  si  vede:  famailgs  allato  a  famelgs,  fami- 
gli, 13,28.  27  (t.  sopra:  cusseilg  allato  a  cttselg,  e  la  Sabg.: 
cussalg  17  6Gc.^),  fatnagHa1S,23;  fuma^^ia 'similiat;  sullailg 
suialg  'soIi[c]ijo,  n.  118,  uraglia  ■auri[c]\ja  ib.  '^. 

0  lungo.  46.  hura  alhura;  hur;  ilras;  lur\  lauikra;  hu- 
nur  13, 57  ;  dulur  I  Tess.  5,  3  ;  parmur  ;  arimur  ;  errar  ;  JM- 
s/ur;  sul,  pi.  suXs  *;  ^ersuwo  22, 16;  cwnma',  patrun^  pi,  j)0- 
fruru;  duri,  pi.  dv,ns\  parÓMna;  chiardMns',  èhiav,ntuns\  pra- 
schurt;  penUxun  7,  13,  li  Piet.  2,  1.  3;  uisiun;  persecutiun; 
wadun;  num»;  mandus;  miirafglitisa;  gramezchius  che  ha 

'  La  schietta  e,  reatanda  lo  J  (nj)  nellBi  «econda  EÌllaba,  Tediamo  in  legna 
eglÌEegoa  [inf.  signer)  Pali.  coQj.  53;  ma,  all'iuoontro  taina  (inf.  siner)  ib.52, 
egli  dà  la  benedizione  (einaegiien) ,  che  non  «arii  diverso  dal  BoprasiiT.  stnor 
iijnar,  Cor.  nachtr.,  farai  il  segno  della  croce.  Anche  il  vocabol  itol.  ha 
segnare  =  dar  la  benedizione. 

'  PalL  coDj.  55, 58:  el  cotaaglia,  el  as  amvraoaglia;  inf.  coisglier,  s'smù- 
ratglitr;  sost:  eossagl  ort.  43,  famagl  ib.  118,  mùraoaglia  =  mai-veiglia  so- 
prasilT,,  Car.-  Cfr.  il  sopraaass. 

'  Con  questi  esemgj  non  va  fsciainao pmaigl  13,S0,  lacignolo,  che  d  dovrà 
altribnire  al  n.  40,  essendovi  trattato  l'u  non  diverGamente  dall'i!  latino,  coBl 
iiom'a  nel  riflesso  veneziano  paoiro.  Abbiamo  cioè  dinanzi  a  noi,  in  queste  e 
<^Ue  altre  carrìapondeQtì  voci  romanze,  l'antico  jtopyrua  nel  senso  di  lucignolo, 
come  bene  ha  veduta  il  Pobcxllini.  Ma  il  Dos  (less.  i.pabilo),  e  lo  Scsuchardt 
dietro  a  lui  (vok.  Ili  SS8),  si  smarrirono  a  cercarvi  il  lat  'pabulum',  quasi 
nutrimento  della  fiamma,  alla  qual  base,  per  tacer  d'altro,  contraddiceva  as- 
lalniamente  l'accento  romanzo  (logud.  paollìt,  spagn.  pabilo  e  pdbilo,  port. 
pocCa;  ecc.).  Il  basso-lat. padiVum,  citato  dallo  Scbuchardt,  altro  non  pud  es- 
«ora  ebe  la  voca  romanza  latineggiata.  Comasco:  par Kn  •pa[v]rlln  'papirolino'. 
Qui  starà  anche  via  (wla)  Saba.  4S,  pentola,  ragguagliato  ad  *ola  =  aula, 
■luicbi  ad  olla,  col  qnale  non  si  combina  per  la  consonante  e  mal  ai  eon- 
cilierabbe  per  la  vocale;  cfr.  Foroeluni  s,  'aula'  e  Corssen  vok.  II'  350. 658. 

'  Ma  nella  Saba,  e  nella  favella  odierna:  nom  (co.:  nom  144,  noms  66), 
i^le  i)  -m,  come  nell'esempio  analogo  del  n.  51.  Cfr.  Stbhq.  48. 

Archivio  gloltol.  iul. ,  I.  1! 


;vGoo»^lc 


178  Ascoli,  Saggi  tadiuì,  I. 

gramezza  6, 16;  sassus;  nus,  uus;  uusth;  -cudesth.  Ma  al  plu- 
rale dei  nomi  in  ór  lat.,  abbiamo  -uor-s,  ed  è  quanto  dire  che 
Vq  (u)  tì  entri,  per  la  posizione,  aell' analogìa  dei  n.  58  e  ^: 
pastuors  L.  2,  8,  duluors  Sabo.  24,  signuors  10,  18  <,  suria- 
duors,  soruors  19,  29,  Mr.  6,  3,  Mr.  10,  29.  30,  G.  II,  3{jo- 
rours  13, 56  dev'  essere  uno  sbaglio) ,  pesckiaduors.  Cosi  nel- 
l'odierna favella:  erruors,  autuors,  onuors,  allato  al  singolare 
in  ur  (errur,  amur,  flur',  ecc.)  Pali.  ort.  88.119;  15.  40. 1S5. 
Nella  desinenza  -^ua  =  -òso,  singolare  e  plurale  si  stanno  di  re- 
gola indifferenti  (al  mascolino),  come  nel  aoprasilvano;  cosi  sono 
dì  plorale,  secondo  il  discorso  da  cui  son  tolti,  i  tre  esempì  che 
di  sopra  adducemmo,  e  avremmo  all'incontro  in  significatoci 
singolare:  irùs  iroso,  trupagius  (n.  124),  Tit.  1,  7. 11.  Ma  nella 
Sabg.  ,  allato  ai  plur.  in  -us;  l's  bandtts  32  (n.  326'),  l's  ma- 
Utius  37  (ctr.isg.:  irus  28,  mUraffglius  9;  ecc.),  abbiamo  ri- 
petutamente manglìioss  (bisognosi;  mangl-us,  base  ted.),  dorè 
il  doppio  s  indica  la  posizione,  che  è  quanto  dire  sentita  la  noU 
plorale,  e  quindi  legìttimo  il  dittongo.  E  il  dittongo  ricompare 
nella  Sabg.  anche  ai  sg.,  ma  ancora  col  doppio  s,  in  chùinvott 
>=canosus,  canuto  20,  forma  preziosa  anche  nell'ordine  lessi- 
cale^  e  in  tmuoss  (sg.  76. 128;  pi.  6)  timido,  quasi  'temoso', 
che  dev'essere  pur  della  favella  odierna,  stando  al  Carisch,  ed 
occorre  anche  in  Biveroni  (imuosS,  26;  Mr.  4,  40),  comechèin 
funzione  plurale,  la  sola,  se  io  vidi  bene,  per  la  quale  nel  N,  T. 
si  presentasse  occasione.  Non  dovremo  noi  riconoscere,  in  questi 
'U08S  di  singolare,  resti  dell'antica  forma  nominativa,  o  pre- 
dicativa, ormai  inconsci  della  loro  ragion  grammaticale  (cfr. 
num.  137  e  III  1)1  Nell'analogìa  dell'^  (u)  in  posizione,  stanoo 
ancora:  tttot  tuots  tuotta  (Sabg.  iuofts  tuottes  54;  Pali,  ort  77: 
dappertuot),  dove  si  può  forse  confrontare  la  geminazione  del 


*  leniows,  Aaziuii  ('senioreB*),  A  Toce  mal«  aasiinilAtft. 

'  pastitor  Car.  gr.  119,  comunque  stia  per  esempio-tipo,  dei'eBwro  v» 
abftglio.  Il  grammatico  oberlandese  avrà  inferito  questo  elngoUre  dal  plurale, 
che  é  nonnalmenU  dittongato;  e  lo  steaao  avrà  a  (tirai  di  genituor  e  àsA 
che  statuisce  ib.  138.  Finalmente,  che  à  pih  «trano,  introduce  hutnterid 
saggio  bauo-eDgadiao  (Campell)  ib.  200,  cfr.  Stem».  4B;  ma  U  stami*  eri' 
ginale  (pag.  506)  ha  hunur. 

'  Nel  soprasass.  incontrammo  canta  (p.  143)  =  caoutus.  Cfr.  il  FobOLLOO' 


;vGoo»^lc 


§  I.  Origiooi;  C.  Eagadina  (AIU):  6.  179 

termine  italiano  *;  puoner  Car.,  cfr.  Pali.  conj.  71-3  {dispuo- 
ner  ecc.),  quasi  si  trattasse  di  'pauer  (=pÓDera)  'punnar,  cfr. 
cwnrer  currere;  e  nuomma  ^nofnj-magis,  solamente,  Wib.  854 
[noma  Car.  nachtr.)  \  Ed  avremo  finalmente  duos,  due,  per  ambo 
ì  generi,  cosi  in  Biveroni  coma  nella  favella  odierna  (anche  Tr.  : 
duos  ans  696);  ma  ijai  si  tratta  dì  un  o  affatto  anorganico,  come 
SI  Teda  anche  dalla  forma  della  Sabg.,  che  è  sempre  dues,  per 
ambo  i  generi  3.  47.  All'esemplare  già  addotto  nella  sezione 
soprasilvana,  si  aggiungeranno:  ^avoduoir  Pali.  ort.  107,  ascra- 
suotr,  trebbia,  che  il  Car.  (nachtr.)  adduce,  senza  indicare  che 
sia  Toce  eogadinese  *.  49.  gì-u,  cfr..pag.  32  n.  (CD.:  giò  66, 
Car.  id.);  co,  SCO  13,  6  (Pall.  prevalentemente  cu  scu').  Cfr. 
num,  144.  0  breve.  60.  Allo  schietto  o  soprasilvano,  suole 
L'alto-engadino  rispondere  par  cu,  che  è  L'analogo  dell'ut  per  e 
che  incontravamo  al  num.  22;  e  qui  dittonga  pur  Biveroni,  che 
là  noi  faceva:  cour;  sour;  hoitf,  pi.  houfs  G.  2, 15;  arou  Fil.  4, 
2. 3,  arouua,  num.  184,  rogo  roga;  arouda  rota  Sabo.  114;  pa~ 
glioula  Car.  Ha  Biveroni  costantemente  la  figura  inversa  del  dit- 
tongo ne' riflessi  di  'involare';  inuuolen 0,Ì9.20;  27,64,  iuuolas 
Itom.  2,21  (cfr.  sthuola  *ex-vólat  Apoc.  4, 7),  ma  lo  correggono 
la  Sabg.:  schuoulan  Ì50  e  l'uso  odierno:  invulér  invóula,  svu- 
lérstóula^.  Cosi  ha  Biveroni  l'td}  costante,  ancora  dinanzi  a  l. 


'  La  figura  normale  aarabba  ia  tuta2i,22  (corretto  a  peDua:  (iwUa);  esem- 
pio isolato,  sul  quale  noa  puO  farsi  faadamanto. 

'  Più  genniuameDta:  ttUTtue  baMO-engadia.  Camp.  caoz.  frontiap.,  nitmma 
1.V?.  258. 

'  P.  e.  160  (46,  14),  79  (23,  S3).  B  a  Zuot  dicono  duis,  che  il  PaUioppi 
T«nuiiente  tàdnce  uell'aTrertire,  in  via  generale,  che  là  mutino  I'im  in  ut 
(od  34);  ma  è  il  solo  esempio  ch'egli  dia. 

'  RitMua  Della  non.  (basso-engadiii.)  17.  II  ùnoDimo  soprasilTuio  sarebbe  in 
Coor.:  (ctuswJr,  che  Tiene  da  $cuder  scuss  pag.  109  a.  (*.  la  nota  che  segae). 
La  base  della  TOCe  eogadinese  Terrebbe  all'incontro  a  porsi  allato  al  frc.  écra- 
Kr  (*scrasare),  che  iu  sino  ad  ora  si  ò  reputato  privo  di  collaterali  romanzi 
(cfr.  DiEX,  leaa.  a.  v.).  Voce  sinonima  afflitto  diversa:  schlasvoir  eogadin.  Cor. 
oaelitr. 

'  V.  ori,  9,  dove  egli  cerca  discipUnare  l'uso  delle  due  varietà:  cu  co,  ecc. 

*  Pali.  coDj.  53  (47),  donde  ancora  prenderemo,  pel  caso  nostro:  furir  fivra 
(tiM^re),  insolir  insóvla  (suolare),  critdér  cràuda  (cadere;  v.  sopra,  p.  59  n.) , 
icoier  sc&ula  (dare  scuola),  nodér  nàuda  (aegnar  le  pecore),  doldir  ddula 
(dolersi  ecc.),  nwchair  nàutcha  (nuocere);  ai  quali  aggiungiamo:  cómcher 


;vGoo»^lc 


180  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

in  muoia  muollan,  muollenh.  17,35;  e  qui  si  potrebbe  immagi- 
naro  un  effetto  della  geminazione,  che  ci  era  anche  mostrata  dal 
soprasilvano.  Ma  qui  pure  avremmo  il  correttivo  dalla  faTella 
odieroa  in  moula,  la  mola,  che  il  Carisch  attribuisce  all'  Engadina 
in  generale  (cfr.  ii  basso-eng.)  '.  Terzo  esempio  per  l'wo  costante 
in  Biveroni,  porremo  qui  uitol  vult  (vol[t],  cfr.  l'it.  owofe'ecc}, 
malgrado  gli  apparenti  diritti  dei  num.  58  e  65  (cfr.  nnm.  Ili  so- 
prasass.).  Siamo  alle  stesse  condizioni  fonetiche  del  primo  esem- 
plare (vólat;  cfr,  num.  57"};  e  il  correttivo  ci  viene  ancora  dalla 
Sabo.  (BO«/50bi3,  135)  e  dalla  pronuncia  attuale  {voul  Pali. 
CODJ.  91).  Oscilla  nella  seconda  persona  lo  stesso  Biveroni,  tra 
l'analogia  della  sua  terza  {tU  uuos  17,4;  19, 17)  e  la  retta  aoa- 
logia  di  iù  pms  puoi  Mr.  9,22.23,  pmstS.Z  (iù  uousK,^: 
19,21,  Mr.  6,22).  Ancora  Vuo  in  nuofnoiem  ',  amendue  le  volte 
che  occorre  questo  numerale  nel  N.  T.  (ma  la  Sabo.  :  7iou/f  87,  e 
cosi  r  od.  nouv  Car.  186)  ;  e  oscillazione  tra  le  due  figure  in  ùur, 
oura,  our  da  doura,  or  da  duora,  da  duora  (foris  ecc.).  Si  ri-  ; 
vegga  eziandio  il  n.  52-3,  e  si  noti  finalmente  \'o  schietto  in]» 
potest,  perchè  venuto  all'  uscita  (cfr.  n.  19-21).  61.  hum  hmn- 
tnens  *;  dimunis;  Jntn  bonus,  cfr.  n.  52,  hunas;  cun;  ««naso- 
nati  Cor.  14,7.8.  Ma  nel  riflesso  di 'tono-',  Biveroni  ci  porge  due 
varietà,  l'una  delle  quali  adopera  per  'tonìtrus'  e  spetta  a  que- 
sto numero  {thun^  tun  soparsilv.,  Mr.  3,17,  Apoc.  6, 1),  l'altra 
per  'sonus'  e  si  foggia  sul  numero  che  segue  [thcen  Rom.  10, 18, 
Ebr,  12, 19;  =  tun  soprasilv,  del  passo  di  I  Cor.);  cfr.  il  num. 56. 
Ugualmente  nella  Sabq.:  cun  l'g  grand  thcen  dalg  thun  161- 
Esempio  affatto  singolare  qui  si  aggiunge:  dmura  la  dimora 
WiE.  561,  dmurér  dmùra  Pali.  conj.  16.      62-3.  Il  normale  ri- 


(cuocere)  ib,  68,  e  per  (f  secondario:  scóvder  (ri-scuotere)  ib.  67,  cfr.  il  l«-   ; 
mine  italiano  e  il  sopraaass.  al  a.  228,  ma  diTenament^  il  BoprslT,  al  numno 
stasso  [saccuder  ecc.  é  del  resto  pari  a  succutere  latino)  ed  al  61.  Nel  rìflo»   1 
di  'movere',  Carisch:  móuoer  per  l'Engadìna  in  generale;  Pali.  eai^.  75  < 
ori.  114:  màfier.  Cfr.  ancora  il  nnm.  54  in  d.  e  la  prouua  Sabg.  95. 

'  II  verbo  sarebbe  sema  il  dittongo  in  Pali.  conj.  24  [Tnàler)  ■  cfr.  nella  nob 
precedente  il  contrasto  delle  due  fonti  circa  'movere'. 

'  Il  confronto  non  vaia  sa  non  in  quanto  mostri  pur  uell'  italiano  la  bsw 
coU*o,  e  un  o  che  é  trattata  come  fuor  di  posizione. 

*  Cfr.  il  riflesso  di  'dovus'  al  n.  52-3. 

*  Sabo.  hom  26-7.  90.93,  pi.  hommens  152;  e  cosi  nell' odierna  (avells: 
Pali  ort.  87,  vi  (honuns),  co.  5.  77.  Cfr.  il  soprosass.,  e  'nomen'  al  n.  46. 


;vGoo»^lc 


§  1.  Grigìoni;  C.  Bogadina  (Alta):  à.  181 

scontro  engadino  per  Vie  ("ùe)  soppasiWano,  suona  ó  (te)  •;  e  ci- 
teremo per  ora  dalla  nostra  principal  fonte  alto-engadioa:  bcen 
boDom,  bone  (cfr.  n.  51  e  piii  innanzi  i  riflessi  di  'novo-')  7,  II; 
17,4 ecc.  {Un  qualcMosa  d'boenG,  1,47),  per  boenWiB.  78.372, 
tuot  bón  Pali.  ort.  Ili  ;  celi;  dceli  duolo  (cioè  'dòlio,  proT.  dot-, 
ftcd^uil;  cordoli  =  cordoglio  ital..  Pali,  ib.)  G.16,20;  linzoel 
(cfr.  n. 57*)  *;  oef;  trcep;-  chor  corium  Car.  cfr.  114;  titsd  u<sda; 
■  stersfBracfp.  soprslv.  n,  171  inn.;-  to(pl.  lous;  S&bq.  louffs29); 
fm;  gce  Giac.4,9;  aroefi  Piet.  3, 12,  cfr.  n.  184;-  in  che  mced 
in  cbe  modo  12,4;  sceli  solido  n.  204;-  Sabo.  :  las  arcesas,  las 
rcesas,  rosae,  83. 173;  Odi  odium  Pali.,  ort.  107  ^.  Il  riflesso  di 
'aoTvs'  entra  nell'analogia  del  q.  50  quando  stia  nella  schietta 
funzione  aggettiva  (nouf9, 16,  nuoft  9, 17,  n«o^26,28.  29;  27, 
60;nuouas;  Sabq.:  now/f  bis  29,  nouuas  85;  Pali,  ort:  nou»20, 
nauva  33);  ma  spetta  all'incontro  al  presente  numero  quando 
sia  in  funzione  sostantiva  o  in  perifrasi  avverbiale:  iinqualcMo- 
sa  da  ruef  {=  anqualcaussa  da  nief  soprslv.)  AposL  17, 21;  mu 
da  mefscrifeau  à  uus  un  cumandamaint  nuofl  Q'iov.  2, 8  (cfr. 
nam.  31);-  cosi  adattandosi  le  varietà  fonetiche  a  quella  stessa 
distinzione  ideologica  a  cui  le  vedemmo  adattate  nel  riflesso  dì 
'bonus'  (n.  51  e  52).  E  pure  il  soprslv.  miera,  morìtur,  trova  un 
riscontro  alto-engadino  che  riviene  al  n.  50  (muor a 22,24;  Mr.  9, 
44.46.48;  Sisa.:  moura  48 ,  mourast  47 ;  Pali.  conj.  69  ìd.).— 
0  in  posizione.  54*.  orpA orbo  (cieco)  12,23;  ass6rua  n.  215; 

'  Basterebbe  il  fenomeoo  di  ?  da  e  ìddoozì  a  qnest'ce  (t,  nam.  166),  per 
prorare  che  la  fase  ond'easo  immediatamente  prOTiene  sia  ùe  e  non  uè.  Cfr. 
le  ultime  due  note  al  num.  56. 

'  magiòl  Car.  nachtr.  (=  magòl  Pali.  ort.  40),  =  frìal.  musiil,  modiolue, 
bicchiere. 

'  Cfr.  ancora  eròehin  ib.  103,  che  deve  dire  'uncinetto'  (il  segno  della  bre- 
liti)  e  bene  avrà  l'ó  f.  d'acc.,  ma  deve  andare  colle  voci  che  si  sono  con- 
siderato a  pag.  60. 

'  Parallelo  all'en  di  cui  toccammo  in  nota  al  num.  S7a,  occorre  oa  nell'o 
in  po8ÌzLOne;  e  come  Tea  restava  ben  distinto  dal  dittongo  organico  dell'e  iu 
poeiiiona  [ie,  comune  al  soprelv.),  cosi  rimane  l'oa  ben  distinto  dal  dittongo 
orgaaico  daD'o  in  posii.  (*ue  grigione,  ie  Boprsl».,  He  6  eng.,  n.  56).  Monca, 
per  quanto  io  posso  vedere,  ogni  parallelo  sopraW.  per  Yoa  dell' Engadina.  Il 
<jaa]a  dittongo  si  udrebbe,  n eli' alto-engadino,  secondo  il  Pallioppi  (ort  S3), 
duuDii  a  nes50~coDsonante  il  cui  primo  elemento  sia  r  o  s  (p.  e.  coarp,  coa- 
'f^),  B  in  altri <asi  che  in  parte  si  lui  pajono  di  singola  consonante,  ma  io 


;vGoo»^lc 


182  Ascoli,  Sa^  ladini,  I. 

mori  morta  *,  la  mort  16,28  ecc.  (muort  mors,  t.  la  prima  nota 
a  questo  sum.,  15,  4;  26,  66;  27, 1;  mortaus  Àpoc  1, 18)  ;  sort\ 
porta  0.15,  2  {puorta  ib. ,  forse  congiuntivo,  ma  I  Tess.  5,3 
puorta  sicuramente  indicativo);  la  porla\^  alguordas  nain.125; 
misericorgia;  spdrsth'el  sporge  egli 7, 10  (f.  d'a.:  spursckétten 
sporsero  22, 19);  dorma  (duortnen  dormono  I  Tess.  5,  7);  jmw 
paun,  uos  cour,  cfr.  soprslv.  num.  56;  uuoJua - Tolvit  L.  23,14, 
Mr,  16, 3,  uuoìuer  =  volvere  II  Tim.  4,  4  (aopralv.  volver)  ;  most  ' 
mosso  Car.  e  Pali.  ;  gross  Apost.  28, 27  ;  possa  pòssim  9, 28  ;  ari- 
sposta Rom.  11,4;  fuossa  (=  foassa  Car.)  12, 11  ';  huox  {=oas 
Car.)liodie;  cuotschen  {=coatschenCAr.  ^alla  figura  dod  ditton- 
gata del  soprasilv.  e  alla  soprasàssina)  ^;  oick  (o^),  not,  n.  172;- 
cossa  Sabg.  64.  55.  quint  18,24;  quintér  raccontare  TB.6d5, 
requinta  od.  63  e  BtkHL.  56.  La  esclusiva  figura  biveroniaDa 
per  la  quale  pur  qui  si  continui  il  dittongo  organico  {'uè,  te 
soprasilvano)  à  Vce:  chicem  (pi.  comas)  num.  166;  toert;  tna- 
chioerd  L.  1, 22;  ìuerdi  hordeum  Àpoc.  6, 6,  pterti  porticus  36, 


realtà  not  sodo  {ncal  cotta,  hotu  oggi,  foal  follia,  iwila  la  colla;-  oaeh  odo 
n.  172,  ecc.).  E  fuomesoo  nell'ortografia  dei  due  poemetti  storici;  e  lo  adopen 
pur  la  Sabo.,  ma  auai  piti  parcatamente,  a  ijnaai  ai  direbbe  eolo  in  casi  ee- 
ceiionali:  doatt  doetua  SI  {doat  ancbe  il  Bùhl.),  ittcoalla  una  terra  coatta 
incolla  una  terra  cotta  74,  aarma  (Car.  id.)  anima  47.  LI  1,  che  à  un  caso  di 
alterazione  teniaria  (n.  IS);  ma  all'incontro:  mort  143,  sort  18,  raspùsla  17. 
Ricondotto  qoeat'oa  alla  sua  naturai  pronnncia  di  ffd  (cfr.  l'ìtal.  uó  ^S  UL 
fuor  di  poa.),  si  comprende  come  la  Sabo.  ci  offra  tèrra  euatta  94,  allato  a 
terra  coatea  obe  prima  ai  addusse,  e  si  riconosce  nell' uo  di  Biveroni,  che  à 
alterna,  nel  namero  a  cui  ora  arrìTiamo,  con  l'o,  un  tentativo  di  rappre- 
aentare  quella  pronnncia  dittongata  che  pili  tardi  d  manifesta  per  oa. 

'  Ha  in  funzione  di  sostantivo ,  al  singolare  mascolino,  il  riflesso  di  'mor- 
tnus'  sarà  nell'analogìa  del  num.  56:  aquel  duantò  sco  un  mari  da  sort  chi 
bgierì  dtchaiven  el  e>  mort,  Mr.  9,  S6.  All'incontro  Vt  mari»  8,  22,  mwn 
(=  moarta)  Ebr.  9, 17. 

'  Un  diverao  fuossa,  con  wo  da  o  aecondario,  ò  a  p.  167  n.;  elr.  Ili,  I. 

'  Circa  i  riflessi  di  '-Torso'  già  mostrammo  qualche  indecisione  (p.  60.  tOS); 
ma  l'olto-engadino  accenna  aicnramente  a  .'-loso'  semplificato,  avendoci  ia 
Biveroni,  e  cosi  in  tutte  le  altre  fonti,  l' ou  normale  del  n.  50  {dauows;  ek. 
Tr.  6^  689;  ecc.).  E  Dell'analogia  di  quel  numero  sta  ancora  legittimamente, 
malgrado  la  poaizione  romanza,  cuora»  opera  Te.  636  (Pali.  id.  ort.  Ili),  in- 
sieme colle  Toci  verbali  biveroniane  adrottuan  (*adouvran  adrouvan)  adroMia 
(imp«rat].  Pallioppi  non  dittonga  pili  nel  verbo  {adrovér  adróca  conj.  H);  a 
all'incontro  in  Biver.  e  nella  Sabo.  non  apparirebbe  il  di^ngo  nel  nome: 
houra  (che  parrebbe  da  leggere:  oora}  26, 10,  Iwitres  83, 3.5,  S*bq.  48.51. 

DiqitizeabvG00»^lc 


§  1.  GrigioDi;  C.  BagadioB  (Alta):  e.  183 

71,  G.  10, 23,  ecc.;  chicerp  {pi.  corps),  p<xrch  II  Piet.  2,  22  (pi. 
porcs);  mertKsrgia  26, 13  '  ;  -  glcergia,.  noebel,  v.  num.  47  so- 
prasilv.;-  s(«n  1,20;  (es  (pi.  os^a);  £B«a»»  (cfr.  p.  132)  odorato 
Cor.  12, 17;  thcexi;-  pceuel  e  adoeuers  (gli  usi,  Tit.  3, 14),  per 
continuare  ancora  a  registrarli  tra  gli  es.  di  posiz.;-  uceglia, 
faglia  (cfr.  dosli  al  num.  52-3);  ceilg,  pi.  ceilgs;-  da  Imnstk  da 
lungi,  ed  anche  fcenc;  =  longo- nella  funzione  avverbiale  {che  tu 
uiuas  Iceng  Ef.  6,  3;  cfr.  Tr.  500,  Wia.  303);  cfr.  il  num.  58  e 
il  51;-  e  qui  floalmente  pure  chOntsch  (Pali,  ort,  26,  cfr.  Car. 
niichtr.)  »  concio  ecc.  y.  pag.  134,  Biv.:  chiitnsth  *.      67".  OLT 

'  STKNa.  5S  attribnisce  a  Biverooi:  pùtrti,  memùtrgia;  ma  bisogna  dire 
ch'sgli  ricavaste  questi  esempj  da  qaalche  rìprodnziODa  che  hod  mantenava 
fedelmente  la  ortografia  orìginals.  Ben  perd  compare  nella  Sabo.  questa  fog- 
gia di  dittongo  nella  forinola  OR  +  coni.:  tu«r(3I,  chwerp  106,  cuffuert  con- 
iòrto  107,  tnemxkrgia  33  {glùergia  31),  la  qnale  continua  in  sino  al  giorno 
d'oggi,  sempre  linutata  a  quella  foraiola:  ùert  hortus  Pali.  ort.  34,  spùert 
spikrta  sporto  -a,  mùerg  mùersa  morso  -a,  conj.  66,  ecc.,  allato  ad  5as, 
Ioni  ecc.  Ora  l'ùcr  +  cons.  (=ter  +  coua.  soprslv.)  é  manifestamente  plb  an- 
tica figura  che  non  sia  r<^  +  conB.  (cfr.  la  prima  nota  al  nnm.  5S);  a  il  non 
&re  oso  Biveroni  dell'uà  non  pnò  significare  che  a' suoi  tempi  quella  pro> 
niuicia  non  si  avesse  (eft-.  il  baSBO-aogadino).  Ma  deve  conchindersi,  che  egli 
non  stimasse  necessaria,  o  non  discemessa  bene,  o  trovasse  non  bene  spiccata 
!q  qnslche  varietii  dialettale,  la  differenza  tra  ùe  ed  ce.  Notevole  é  in  Tb.  SSO: 
achSrI  accordo,  allato  ad  aehùrdt  5SÌ.  Ne  trasparirebbe  una  primitiva  orto- 
grafia, alla  quale  potè  parer  conveniente  a  Biveroni  di  adattarsi. 

*  11,  30.  Tra  Vve,  che  é  la  figura  fondamentale  del  dittongo  ladino  dell'o, 
e  Va  sngadino,  sta  la  fase  dell'ue,  della  qnale  é  toccato  anche  nella  nota  che 
precede.  Si  alterna  quindi  l'Ó  (=  •««)  in  accento  con  !'«  («[e])  fuor  d'ac- 
cento, come  in  ispecie  si  vede  dalla  seguente  eerie  basso-engadina  (cfr.  p.  29): 
btatng  bisogno  Camp.  9, 5;  2?, 2,  pi.  bsanga  46,1,  bscengaach  tu  bisogni  40, 6, 
Kengtach  tu  curi  (frc.  soignes)  ib.,  bsóngia  guardar  Inf.  241,  allato  a  *wrt- 
gii  curato  Camp.  44,  5,  sunpor  50,  7,  hiùngixua  Inf.  261.  Cosi  nell'  antico 
slto-engadiDo  della  Sabo.:  bsteng  101.  allato  a  bsùgnitàa  proem.;  e  allato  a 
bsoeng  Tb.  698,  Wie.  972,  abbiamo  svgnér  Tb.  181  (ma  Wie.  421:  bsoe- 
irnùi),  che  dirà:  badare,  stare  a  bada  (Ftugì  traduce:  obbedire).  Ma  Bire- 
roui  hi  l'ù,  in  questo  etesso  gruppo,  anche  Dell'accento:  bsvng  3, 14,  L.  14, 
IS,  1  Piet  1,6,  allato  ad  assùgnó,  curato,  tenuto  conto,  22,5;  laddove  oggi 
i  l'è  anche  fuori  di  accento:  bsdgnér  [assógnér]  Pali.  conj.  15.  Ora  al  bsung 
di  Biveroni  porremo  accanto  il  suo  chiÙTUth  (cfr.  chiùmchéiian  n.  107),  ch« 
ualogamente  s'incontra  collo  chcenschamaing,  facilmente,  della  Sago.  19, 
dioiftck  Wie.  420,  ch^nsck  agg.,  chòntsehér  ecc.  della  favella  odierna  (Pal'> 
cODj.  16  e  Car.),  e  collo  chccndsch  basso-eog.  Camp.  —  Altro  esempio,  ma  un 
pò  meo  sicuro  (II,  4)  per  l'antico  avvicendarei  di  H  fuori  di  accento  con  6 


;vGoo»^lc 


184  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

*oult  out,  cfr.  n.  111.  Si  tratta  di  propagginazioni  di 'volvere'', 
e  Biveroni  ci  darà  il  dittongo  arrovesciato,  cosi  appunto  come 
cel  dava  tra  v  e  2  al  n,  50.  Quindi:  uuotes  volte,  fiate,  26,75, 
Hr.  14,  72,  uuota  volta,  volata,  Mr.  16,  4;  e  qai  pare  avremo  il 
correttivo  nella  Sabq.:  vouta  fiata,  pi.  vout^s,  43. 112. 166,  cfr. 
Tb.  650,  e  nella  favella  odierna:  wmt  -a,  revout,  svoutVM. 
coDJ.  66^.  —  57'.  OLS.  In  corretta  analogia  del  uam.  che  pre* 
cede:  uous  =  vol-se,  cioè;  volle,  1,19;27,64;  0. 1,44,  Apost.16, 
3>;  e  cosi  nella  forinola  -oU«  di  pi.,  con  dittongo  oscillante, 
che  è  naturale  in  Biveroni:  limous  ne' due  luoghi  cit.  a  p.  30, 
linzìtos  G.  19,  40.  Ma  in  questa  combinazione  occasionale  paà 
anche  reggersi  il  l  (cfr.  num.  Ili):  chiagniouls  {chiagnuolels 
Mr.  7,28),  chiagnuols;  vzouls  caprettini  Sabq.  162(v.  V,  3)*.— 
68.  Qui  pure  premettiamo  sptts  L.  5,  34.  35,  e  ad  ascùs,  che 
hanno  la  loro  ragiona  affatto  distinta  (cfr.  eziandio  la  p.  134).—  i 
Indi,  pur  qui  in  strattisaima  analogia  col  num.  65:  lungs  pi.  m., 
iwM^ia,  cfr.  il  num.  56.;  incunter;  «tuni  (it  mpnte)  4,8, /ruiw 
frontes  Apoc.  7,3;  cttmpran;-  cuori;  intuorn,  hwrna  24,18 ';- 
duonna,  pi.  dunauns.  Avrebbe  il  dittongo  rovescio:  cugniou- 
scha  11,  27,  cugniouscker  G.  7, 17;  8,  28. 32,  allato  a  cugnio- 
scher7,ì6;  ma  correggono,  pur  qui,  la  Sabo.:  cugniuoscha  it 
51,  e  l'od.  cogmtoscher  co.  51,  Pali.  conj.  69.  | 

(=  w«)  in  accento,  aarebbe  ach-uudÓ  vaotala  0.2,8,  allato  a  wced  occ.  ii.52;  ' 
od.:  m5dér,  el  moda.  Pali.  conj.  23.  Ancora  cfr.  chùrlS  tortm-ato  Tu.  Ili, 
allato  a  chùerl;  nel  qoale  eaempio  sempre  ancora  avendoBi  regolarmente  l'tìt 
nalla  tonica ,  d  Tede  l'arvicendamento  ancbe  nella  &vella  odierna:  el  chitrìa, 
ehùrler.  Pali.  ib.  54. 

'  n  participio  di  moler  qui  si  sottrae  all'analogia  del  num.  a  cui  siaiiio, 
perchè  escluBÌTamente  assume,  almeno  nella  favella  odierna,  un  tipo  niorfi>- 
logico  che  è  diverso  da  quello  su  cui  si  fonda  il  soprasilvano  (moler  moliev 
Pali.  conj.  25,  cfr.  n.  60).  Voci  letterate,  o  non  bene  assioulate,  si  appatesu 
poi  :  iolt  salta  solutum  -a  (cfr,  it.  sciolto  -a),  absolt  ecc..  Pali.  ib.  65  (cfr-  if 
volut  ib.  75),  folt  CD.  113;  cfr.  il  bas«o-eng. 

'  Almasc.  del  ptcp.  Bivr.  ha  uuJuieu27,60;28,2i  cfr.  d«)oteie»PalLib.75. 

'  Trav.  62:  t><^;nia  nella  favella  odierna:  oolet  Pali.  conj.  91.-  Cfr.  IH  3. 

*  E  nell'odierna  favella,  colla  schietta  figura  del  eingoiare,  accreeciuU 
del  -s:  spagnoli  Pali,  oi-t  128,  magóls  bicchieri  (v.  num.  52  n.),  HkinwMi 
Fiiormas  grammaticalas  dal  Hnguach  tudaiich  ecc..  Coirà  (18^),  p.  14. 

'  Ancora:  uorden  (soprasilv.  id.,  cfr.  l'it  prdtne),  confitorm,  rtspMtider 
(rispondere),  tuotider  (tendere).  Fall,  ort  72,  conj,  68,69;  musser  muti jm  [in- 
segnare, cfr.  n.  141  Boprslv.),  eusUr  cuótta  costare,  fìtrmir  fuàrma,  conJ-S- 
B  qui,  o  al  n.66,  con  o  (u)  di  posizione  ladina:  ondrér  uindra,  onorare, ib. &!■ 


;vGoo»^lc 


§  1.  Grìgìoni;  C.  Bngadioa  (Alta):  w.  165 

U  laago.  59-60.  mtit;  fìim,  fuma;  Un  Una,  ùngi^n  {&n~ 
tjiiim  uffaisa  in  chiosa  alchiùna,  UCor.  6,  B),  par  Una;-  tu; 
fflftr  ' ;  pfir  puro  6,  22  {pfirj»}ra  pur  peggiore  9, 16);  chiura 
cura  I  Cor.  7,  34;  sgiùr  securis;  sgiUras  sdcarae  I  Tess.  5,3; 
giara;  dUr;  ims&ra;  fiiiira  n.  183;  sepaltfira  Rom.  3, 13;  tfomfln 
commina*; giUns;  litma;  flitm  Apoc. 9, \A;pl&;sù,  s'àn; liùsth "; 
agiud  kf03t.26,22;  uirtfid  22, 29,  salùd;  nùfla  nuvola  17,5; 
fttllasch  Car.  (^pilisch  aoprslv.  ds.)  palice-;-  nùd,  cr&  crudus 
Car.;  hfiia  (*fi-o  ava,  y.  n.  232).  —  Nel  riflesso  di  -OTO  -Ota 
siamo  alle  condizioni,  oberlandesi  (  i'  =  u  lat.  )  :  gnieu  gnida  ts- 
noto  -a;  wilieu  18,  23;  23, 37,  mél-uuglieu-s  mal-voluti  10,  22; 
nasckieus  Dati  19, 12;  ounschida  conosciuta  Sabo.  2;  ecc.  Non 
manca  pure  in  qualche  diverso  caso  questa  concordanza  enga- 
dlDo-cberlandase  (v.  i  num.  63  e  89),  e  della  scarsa  distanza  che 
passa  fra  Va  engadinese  e  Ti,  ci  è  prova  il  ridursi  la  guttu- 
rale a  palatina  anche  dinanzi  al  primo  (num.  166)  *.  Tùttavolta, 
nel  caso  del  participio,  non  si  potrà  escludere  l'influsso  ana- 
logico del  tipo  che  si  è  considerato  sotto  il  num.  35.  Gfr.  del  - 
resto  la  prima  nota  a  pag.  33.  U  breve.  61.  gula;  giuuen 
Apost.  20, 9;  giuf;  crusth;  luf;  innua inua";  uders  utres  9, 17; 
ditbel  23,  15;  sur  s.  —  63.  piover'',  plcefgia.        V  in  posi- 


■  rnnma;  ma  del  resto  mùr  (ciod  m&kr,  y.  a.  33T-8  e  mb.)  è  Dell' engadtno  si 
per  'more-  (mns)'  s  al  per  'murus';  femioile  perd  nel  primo  caso,  e  mascolino 
nel  secoDdo.  Di  tmiers  mnrsB  t.  il  oum.  60. 

'  Singolare  deviazìMie  apparisce  io  altri  fonti,  anche  basso-eagadine:  ewn6n\ 
roA  nella  funzione  di  aggettivo:  Tk.  3S  (cfr.  eotnSna  Poli.  ort.  1),  come  nel  ai- 
gnifleato  aostantiTO  di  'Comime',  ib.  70,  efr.  Steno.  57.  Nulla  persuaderebbe  ad 
dimettere  ima  diretta  alterazione  di  u  in  ó;  a  io  ricorrerei  a  quella  specie  di 
plorale  costante  clie  di  questa  voce  naturalmente  occorre  ('i  Comuni'),  per  Te- 
mervi: "comu'ns,  aefondo  le  analogie  di  cui  ai  tocca  ai  □.  66;  e  eomùena  dava 
regolanneute  comótu  (v.  num.  52  e  56).  Analogamente  si  dicliiarerebbe  nòglia 
^to  a  nùglia,  nulla,  basso-engadini  amendne,  in  Car.  e.  'naguott'. 

'  11  parallelo  engadìneaa  dello  achig  di  Qabr.,  é  tùj  co.  102  ecc.,  dfóch  bas- 
W'^ng.  Camp.  32,4. 

'  GcHisidera  pure  il  num.  98. 

'  L'u  di  'fagio'  é  riflesso  per  w,  e  nell'accento  e  fuori:  fiìgia  faggi!  2, 13, 
fusi*»  fuggiate  3, 7,  /ìijitten  fuggironoS,  33. /VÌji  (/uj()  fnggite  10,23, /«- 
giT  24,  Ifl  (cfr.  fvgia  =  {a^  n.  181-2).  Se  ne  regga  il  C.  II,  §  4. 

'  Aggiungeremo:  eveir  etica,  covare,  PaU.  conj.  16,  cut)  covata  (cfr.  CMt>> 
«opralv.  Car.)  ort  53;  ma  traligna  la  faTella  od.  in  doM  ib.  18  e  Car.  a.  'dna'. 

'  N(m  ne  ho  antichi  esempj;  ma  certo  non  sarebbero  diversi. 


;vGoo»^lc 


.  186  Ascoli,  Saggi  ladbi,  1. 

zioae*.  63.  hunschahunschieu,hiit;punschieu Apoc 9,5, pUtt 
Apoc.  1,7;  s&tta;  sthdritt  12,  2Ò;  ^tiif-*  juncti  Col.  2,2,  giiitUi-s 
legature  ib.  19,  cfr.  il  soprasass.,  guttura  [sic]  =jutictura,  tiro, 
Car.;  frùtfrìtts;-  ginst;  bUstCstr.;-  giuuentùna,  uilgdanatA, 
36,  cfr.  num.  66  soprslv.;-  hùsth;-  fruost  e  cruosta  Car.,  luoiUi 
Pali.  ort.  82,  V.  nam.  64-5;-  agfiz  co.  65;  astUsér  astùxxer, 
astùsen;  p&z'el  puzza  egli  G.  11,39,  dr.spùzzir  spùxza  Pali, 
conj.  25;  bitter  15, 26,  sth-Uttas-t  *;-  nuotzes  =.  64-5.  httn- 
scka  n.  63,  spelunchias  Apoc,  6, 15;  sum  summo-  27,51,  arum- 
per  Apoat.  20,  7,  Apoc.  5,  2,  TntmjMt  Rom,  7,  3  (yedi  -rttot  più 
innanzi),  innumber  numero-  (posiiione  ladina,  cfr.  nam.  66  so- 
praaiW.);  dutsch  nam.  Ili;-  hutuón  num.  93;  fuom  Apoc,  9,2; 
«nord  sitords;  vors  Sabg.  88  sg,,  162  pi.;  cuor*;  tuòr;  tuorp  cosa 
turpe  I  Cor.  11,14;  uuolps;  suolper;  cuolpa  Col.  1,22; pitotura; 

■  sthnuoglia,  agvoglia,  num.  118;  huondas  undae8,  24,  auuon- 
da  L.  22,38;  mttond;  fuons;  aruot  -uots  ruptus  -i  L.  8,  29;  14, 
19;  suoi  Apoc.  5,3;  tnguoacha;  buocchia;  &nguotta  *.     66.  Qui 

'  Qoi  più  che  mai  va  badato  pnato  p«r  punto  all' ordinamento  della  parte 
soprasilTaDa. 

*  Cfr.  nnm.  60.  H  Car.  darebbe  Tu  pur  a  questo  esemplare  per  entrambi  i 
dialetti  dell'Eagadina  (cfr.  il  basso-eug.);  e  anche  il  Pali,  ha  buttar  butta, 
sbùtttr  ecc.,  conj.  15.21.  E  pur  la  Sino.:  frutte /tur  buttate  flora  !  136,  ichbùi- 
ttar  76.  —  Per  l'incertezza  fra  u  ed  t  pud  anche  addnrai  a-chima  schinnu 
Pali.  ort.  L8,  allato  a  s-chiùma  Car.  nachtr.  (t.  sopra,  p.  135  n.),  comunque 
per  questo  esemplare  non  debba  dimenticarsi  l' lu  =  ù  del  riflesso  ilalUno. 
Ancora  si  consideri  qualche  esempio  baaso-eugadino  eoa  l*tì,  primo  elemento 
di  dittongo,  degenerato  in  ■'  (j):  chiari  hom.  28,  t.  il  num.  66;  jert  (veri) 
orto  MB. 

*  Qnest'tM)  non  va  confuso  con  quello  di  fruosta  ecc.,  che  é  quanto  dire  con 
quello  dei  num.  64-5  e  58;  ma  si  va  nnito  airuo^pd  d^l  nnm.  54;  cfr.,  oltre 
il  BOprslv.  e  il  baBso-engad.,  l' alto-engad.  od.  noaita  Car.  Spetterebbe  all'in- 
contro al  n:  64-5,  e  affatto  legittimamente  (benchà  divergendo  dal  soprslv.): 
ItiOtta  Pali.  ort.  33,  se  à,  come  pare,  l'equivalecte  del  soprslv.  Iona.  —  Fi- 
nalmente, pur  qui  nell'analogia  del  □.  64-.5:  nuona^s  (Sabo.  I6S  id.). 

'  paing$  pugni  26,  67  starà  per  ptioinga,  cfr.  puoign  Car.  Un  caso  aaa- 
Ic^,  comune  anche  alla  favella  odierna,  parrebbe  plom  piombo,  Sabs.  75-  164, 
e  Car.  (cfr.  il  basso-eog.),  ma  in  questo  c'entra  la  ragion  particolare  del  -m, 
per  la  quale  pib  tardi  abbiamo  anche  som  (p.  e.  WiE.:  da  som  235,  owni 
som  732),  cosi  come  a  suo  luogo  vedemmo  aversi  nom  e  hom  per  gli  ante- 
riori num  e  hwm.  Ridurre  Vuo  ad  o  sarebbe  veiio  dialettale  di  Segl.:  rot, 
Ungotta,  Pali  ort.  34,  cfr.  il  Bottosilvano.  —  B  ora  si  aggiungano  alla  serio 


;vGoo»^lc 


§  I.  arìgioni;  C.  Eagadiaa  (Alta):  U.  1S7 

viene  in  discussione  una  non  facile  serie  d' esempj.  Accanto  a 
fàrgia  furia  Sabg.  139.  124  ecc. ,  qualche  altra  fonte  ci  offrirà 
(uergia  fìiOrgia  (t.  Car.  nacbtr.;  Wjb.:  fìiorgia  978  *);  e  allato 
a  ingiUrgias  Mr.  13,  4,  II  Cor.  12,  10,  injuriae,  ingiùrieS't  tu 
iDgiurii  L.  11,45,  la  Sabq.  ci  darà  alla  sua  Tolta:  ing&ergia  97 
(cfr.  il  basso>engadino).  Abbiamo  poi  Urlér  (Uerler  ort.  34)  U'erla 
alulare,  ùrland  Giac.  5, 1 ,  ecc. ,  e  chUrler  chùerla  'carrulare, 
torturare,  Pali.  conj.  48. 54,  colle  rispettive  forme  nominali  Uerl 
(soprslv.  norl,  cioè  uri  n.  04-5)  chUerl  Car.  Ora  io  confesso  di 
DOD  saper  di  leggieri  ammettere  che  in  tutti  questi  esemplari 
dittongati  s'abbia  l'alterazione  terziaria  u,  o,  fie  (num.  56  n.), 
cioè  il  parallelo  deft  fenomeno  soprasiWano  che  a  suo  luogo  av- 
vertimmo (p.  38).  La  riconoscerei  senza  difficoltà  nel  solo  caso 
Xich^ierl  ohùrler,  il  cai  parallelo  soprasilvano  ci  mostra  an- 
ch'esso, non  solo  il  dittongo  nel  nome,  ma  si  ancora  la  spoglia 
del  dittongo  nell'àtona  del  verbo  {ckierl  chirlar),  che  da  quello 
deriva  (a  tUerma  dorme,  all'incontro,  vedemmo  come  risponda 
l'inf.  durmir,  p.  28).  Ma  per  *uerla  'ùerlér  Urlér  (soprslv.  ur- 
lar, soprasass.  irlar  vs.)  mi  surge  qualche  dubbio  se  piuttosto 
dello  sviluppo  *urta  'orla  'uerla  non  vi  si  abbia  a  riconoscere 
inserta,  fra  l'fi  tonico  (»  m,  II,  4)  e  il  r"  complicato,  quell'a  con- 
ciliatrice che  vediamo  insinuarsi  nel  plurale  alto^engadino  di 
m«r  sorcio  (mwr  +  «,  miters  co.  118. 119)  s.  E  questa  inserzione 
mi  pare  poi  quasi  sicura  negli  esemplari  dittongati  della  for- 
inola -URJ,  che,  almeno  in  parte,  mal  potendosi  dire  popolari 
(cfr,  il  basso-engadino),  male  ammetterebbero  una  tanto  pro- 
fonda elaborazione,  ed  erano  d' altronde  esposti  alla  attrazione 
analogica  dei  tipi  memùer^ia  e  gl&ergia  (num.  56  in  n.).  —  La 


tnnnftle:  eolvonna  Pali.  )b.  63,  tuosi  33,  rnvosia  34;  bullir  bvóUa,  fvUér 
fuàtla,  (under  fuónda,  grugnér  grvógna,  ineagnir  incuneare  incuógna,  sa- 
iulltr  saduólla,  sfitlschér  (infnlcire;  iutroduni)  sfuólscha;  sgunAér  (eecon- 
àara;  seguire)  sgìiSftda;  i'tplugliér  spidocchi  arai  (cfr.  num.  230  soprasilv.) 
''ipMglia,  attlcMr  «olcare  sttàkha,  i'ctrgvgrttr  i'oerguógtta  {pergvogna 
■OfL  SiBG.  145),  Pali.  conj.  53-1. 
'  CD.  furia  1L9.-  Voce  letteraria,  male  auimilata:  luccttorgia  Sabci.  78- 
'  Altri  caei  analoghi:  basso-eng.  nwcers  mura  Camp.  caos.  p.  465;  ra-tniir, 
pi.  ramùcera,  àm.  14,5;  18, 13,  mura,  baluardo,  quaai  'rimaro';  Tùcerch  Tur- 
w.ìb.  45,3,  canz.  Le,  Tùerchhs  Iw.  259;  prìgu'l  da  ■prigTl  ecc.,  t.  p.  20 
in  n.;  e  dietro  a  dittongo  in  una  voce  sottosissìna  che  sì  adduce  al  n.  235. 


;vGoo»^ls: 


188  AjicoU,  Saggi  ladini,  L 

gradazione  terziaria  u  o  6  (vale  a  dire  Vó  comune  a  tutte  le 
fonti  quando  sussegua  altra  consonante  che  non  sia  r),  potrem- 
mo avere,  oltre  che  nell'esempio  già  considerato  a  p.  29  e  183 n.. 
in  bcesihc,  pi.  buosthgs,  coli,  hostchia  Intostohia,  albero,  3, 10: 
12,33;  L.  6,  43.  44,  Giuda  12;  21,8;  Apoc.  7,3,  rimpetto  ai  me- 
diev.  buscus  e  boscus  (v.  Diez.  less.  s.  t.);  ma  non  sarebbe  esem- 
pio specificamente  grigione*. 

OE.  AE.  67.  paina;  [sckaina  1  Cor.  11,  20.  21;  saif,  fìàn];- 
schil*;-  leed  L.  15,32,  leeda,  leedamaing  lietamente  Apost.  5. 
41  '.  AU.  68  (cfr.  n.  93).  or;  ora;  chiosa  causa;  pds;  poick 
{=po'c)  25,  23;  26,  73  (v.  appresso);  lodati,  lod  laude-  *;-  aroha 
roba;-  odas-t  oda  audis  audit,  gioda  gaadeam  Filem.  20,  nei 
quali  due  esempj  si  potrebbe  però  anche  trattare  di  od  =  'aìiU 
^*ald  (cfr.  num.  10-11  e  94],  com'è  mostrato  da  altre  favelle 
della  zona,  si  che  in  realtà  spettassero  alla  successiva  seiioDe 
di  questo  numero.  L'o  =AU  di  *paucua'  è  anche  trattato,  nel 
pi.  masc.  e  in  ambo  i  numeri  del  fem. ,  come  se  fosse  un  an- 
tico 6:  poucks  Ebr.  12,10,  pougs  15,34,  L.  10,2,  allato  a  pogs 
Mr.  6,  5;  e  pouckias  Apoc.  3,  4,  puochia  25,  21,  allato  a.  jxh 
chia  13,68,  pochias  Apost.  17,4,  I  Piet.  3,20;  e  cosi  'pauperes' 
si  riflette  per  pouuers";  cfr,  anche  il  soprslv.,  e  in  ispecieilgr. 
trid.  orient.  ^  —  6S*.  Ali  grigione  ridotto  ad  o:  semnS  'semi- 


'  Quanto  al  signiBcato,  si  coofrooti  il  riflesso  pror.-franc.  che  dic«  'legno' 
oltre  ch«  'bosco'.  Il  Car.  ha  nernachtr.:  'bóschg  eng..  Blanda,  gaatrinch,  kl<i- 
nar  banm.  la  bosco'.  Ma  v.  il  lass.  a.  bdsch;  e  ia  Biveroui  la  Qoatra  Toce  ri- 
sponde  costaotemante  al  BoprslT.  pumér,  albero  fruttifero,  albero;  ned  altro  è 
il  suo  aigoificato  nel  basso-eugadiiio. 

*  Nell'esatta  analogia  del  uam.  33;  a  quindi  la  Sabg.;  Uckél  tschSU  53.51. 
od.:  tsehel  Pali.  ort.  20.  Ma  Del  riflesso  di  'eaeapet-',  in  cai  avevamo  l'i  »>■ 
praailv.,  ci  darà  l'i  pare  l'alto-eug.  od.:  tschisp  Pali.  ib.  37. 

'  Nell'esatta  analogia  del  n.  22;  e  quiodi  la  favella  od.;  Uid  Car.  (a  'lateiii') 

*  Fil.  1,  Ih  luod,  V,  appresso;-  causét  causA  WiB.  217  è  tocb  letleram, 
come  anche  dice  il  e. 

*  Sabo.;  patch  poehs  poehiaa  1 18. 166. 151  ;  ma  pottfer  24. 

*  Il  MuBSAPU  (xeitacbr.  f.  d.  flsterr.  g^mu.  IS70,  p.  887)  si  compiace  d«l 
parallelo  che  viene  dall'AU  trattato  come  ó,  all' AB  che  ha  gli  stessi  conti- 
nuatori dell' ^.  Avr&  ragione,  tanto  pih  che  ne'dialettl,  di  eoi  e^i  parla,  l'da 
si  continua  pel  dittongo  organico  dell' d.  Ma  non  aara  inutile,  per  noi,  di  fu- 
marci a  distinguere  tra  Tuo  caso  e  l'altro.  Poiché  nell'AE  riflosK)  pel  iil- 
tongo  0  per  altro  che  risponda  all'è,  si  tratta  di  una  diretta  (e  quindi  gì"*- 


;vGoo»^lc 


,    §  1.  Oi'igioni;  C.  Bngadina  (Alta):  Dittonghi  tonici.  189 

na[t]u-,  fardwnS  '*per(lona[t]u-,  -pckiò  pecca[t]uDi,  ecc.,  cfr.  ao- 
ppslv.  nain.  1;  chio^cau  soprslv.^copfwJ!;  '.  AI  che  analogamente 
3i  riduce  ad  e:  béla=  baila  aopralv.,  baj[u]la,  balia,  1  Tesa.  2,8; 
nwF  {G.  1, 18)  me  mie  meé  meè,  «  mai  aoprslv.  n.  190,  21,  42; 
26,37;ZI,Ì6;  9,33\7, 23;  pléd^plaid  soprsÌY.  nam.  171;  mér 
'mij'r  major  oum.  87  (11,11:  mér  co  Johanne  Baplista,  es  mSr 
mei;  23, 17. 19^);  hce  sce^hai  sai  soprsW.,  habeo  sapio,  1113. 
Si  potranno  aggiungere,  di  provenienza  germanica:  crtxs  =  crais 
in  pronuncia  soprsly.  (Conr.),  ted.  hreìs,  cìrcolo,  Rom.  10, 18, 
onde  s'ebbe  il  verbo  alto-engadìno  incrasér  incrésa  circondare 
Pali.  coDJ.  51,  Tr.  522.  545;  e  lid  {vestimainta  da  léd  cd.  8) 
=  laid  soprsW.,  ted.  leid,  lutto  ecc.,  fadia  e  laed  Wie.  10  3. 


Vocali  àtone  (cfr.  n.  218). 

A.  69.  marid  n.  35;-  farina;  sthmitrafiglio  (soprslv,  n.  73);- 
pflti*r  pagare,  allato  ajj^iopaga  (aost.  eimperat.)18,25. 28;  ecc., 
cfp.D.  94;-  cumandamaint.  —  famelg;  bagner  (basso-eng.  bu- 
gniar  Car.);  spaventer  *;-  olamér,  clamo  chiamò,  clamò  chia- 
mato;- amanckio  mancato  L.  22,35;  strangler,  mangler.  Pali., 
conj.  49.50,  s'éamger  ib.  20;-  aguadagnò  18,15;  —  fasohè  fa- 
cita3,3;  13,33,  assagiò.  71.  Cfr.  aristh  al  n.  106.-  In  mi- 
nirgias  maniere  Ebr.  1,  1,  e  mèla  pirijnscha  mala  apparenza 
I  Tesa.  5,22  (allato  ad  apparijnschaU  Tim.  4, 1),  abbiamo  aa- 


nie)  continuazione  di  ■an'e  apwts  di  proonnzia  romana,  6  all'incontro  nell'AU 
nA«BM  per  suoni  composti  che  rispondano  all'^,  di  un'alterazione  tarziaria  (a 
qnindì  aporadica)  di  nn  o  dì  prononcia  romanza,  che  suoi  bensì  essere ,  nel 
toscano,  nn  o  aperto.  L'AU  é  ancora  dittongo  nel  soprasltT.  ecc. 

'  Uà  ito,  habet,  non  si  dovrà  disgiungere  dall' ha  soprasilvano,  e  ii  dichia- 
rerà dal  n.  4. 

*  Notevole  al  fem.:  la  mér  pari  la  maggior  parte  9, 14,  iZmo  mSr  tejttmw- 
viauma  Q.  5, 36. 

'  Ma  non  perd  il  riflsKO  del  ted.  'eìgen',  proprio,  comunijtie  possa  fare 
iUiuitnie  Vai  dell' ortogr.  soprelv.  nella  voce  feminile  (p.  e.  eegncu  alto-eng. 
=  <ùg'na*  sopnlv.,  Q.  10,  12,  C&.  p.  95  a.).  Qui  dobbiamo  risalirà  alla  pronon-- 
eia  grigioae-tedesca:  d^e^nj,  Stau).  23,  onde  normalmente:  Agtn  sopralv., 
djen  basso-eug.,  a  l'alto-eug.  égen.  -  Cfr.  V,  1. 

'  PalLconj.  53,  e  ancora  ib.34:  s'spaeerer  angnatiarRi  (quasi:  'spaTorìrsi'), 
■Uato  al  Mpnh.  tpwreg  (*Bpuiir-),  panroso,  Car. 


;vGoo»^lc 


190  Ascoli,  Saggi  ladini,  1. 

similazione  regressiva.  Circa  inguoscha  (n.  140  soprasilv.),  7.  il 
n.  23).  72.  -es  per  -as  è  frequente  nei  plur.  fera.  :  uosseis  bunas 
Jiouresle  vostre  buone  opere 5, 16;  grandas  chioses  k^ost.2,U, 
aquaisles  chioses  23, 23  {aquaistas  chiosai  24, 3)  ;  ecc.  Ugual- 
mente nella  Sabs.:  pia  grande»  chioses  co  quaistes  52;  ecc. 
Cfr.  Ili  3.  Per  assimilazione  regressiva  di  doppio  suono  palatino: 
seijta  saetta  L.  10, 18.  73.  sckiandel  26, 31,  sckiandels;  xau- 
rér.  E.  74.  genvxeu.  'genufto  generato  (cfr.  n.  147);  regina: 
amuenteda,  mossa,  commossa,  27, 51,  v.  Ili  3;  —  desert  agg.  e 
sost.,  ubedijnscha  8, 27;  benedieu,  fenestra,  sth^neier  negare  10, 
33  (ma  sth-naier  26,30,  Pali.:  snajér  snéja  conj.51),  sezsaiva, 
jpersuna,  stemetien  straverunt,  herteuel  (cfr.  n.  75),  tiestieu, 
et;  —  seruieu  seruiaint.  75.  cundamnO  12,37;  mandus;  duan- 
tìJ;  —  danérs;tiardcBt;  chiandalijr  cstndslìere;  auuonda;  —  sa- 
rain*;  parduna;  hartérl9,Zd  (cfr.n.74);  standieu;  blastem- 
ma;  praschun  n,  101;  sataunta  n.  16  (cfr.  n.  81)  '.  76.  ligiettm 
lessero  G.  19,20  (Pali.:  legettan  conj.  80;  cfr.  nam.  ^3).  In  ap- 
pirantér  (causativo  di  'perire',  III  3)  21,  41,  abbiamo  l'assimi- 
lazione già  avvertita  nel  rifiesso  soprasilv.  del  semplice  'perire', 
che  anch'era  agevolata  dal  dittongo  della  tonica  (v.  il  num.  28 
delle  due  sez.)  ;  ma  le  voci  àtone  del  semplice  qui  vanno  sotto  il 
num.  78.  E  bio  bieda  (num.  197)  entra  finalmente  nell'analogia 
generale  dell'^  tonica  ed  àtona  che  passa  in  i  quando  le  amsse- 
gua  altra  vocale.  77.  arumagnès  tu  rimanessi  I  Tim.  1,3;  Ig 
poevel  cumainz'a  s'ruversei'  Ta.  635  ».  78.  ^trauma;  i»- 
umbrósi  puolura;  houra;  —  d'uainten  diventino  4,3,  dmandò 
domandate!,  d/tnieu  definito,  .finito,  7,28;  ur(Bst  verace,  vadi 
num.  138  n.;  sgiùr  scure,  sicuro,  tgnair  tenere  lass.  {igne  te- 
nete! 26,  48),  mts  prin  perimua,  prir  perire  26,  52  *;  pchiér 
G.  5, 14,  pch6  peccare  peccato  {pechia  pècca  18,  15);-  fafiir 
(cfr.  II,  1)  favellare.  Circa  aluér  levare  24,7,  ascundo  secondò, 
s^uitò,3,16,  e  simiglianti,  veggasi  il  num.  227.  I.  79.  lio 
('lijau).  Ho  {'lija[t9]);  suluédi;  —  insemmel,  incunter,  in- 


'  I  riflessi  di  're-'  cadono  sotto  il  num.  SZT. 

*  Si  aggiunge  da  pag.  87;  drachiùra  (Pali.  ort.  93  id.,  b  IS:  favrer  fabbn^D^ 
'  L'«  di  iepulijr  aeppellire,  ^eppvlleschen  aeppelliBcano,  8, 21. 28  (sapu^ 

WiE.  1089),  proviene  da  sepuliùra  23,29;  27,61. 

*  Pali,  dà  all'in f. perir,  e  quindi  alla  Ifi  pl.perins;  cwij.  27  (cfr.  n.  137). 


;vGoo»^lc 


g  1.  Origioni;  C.  Engadina  (Alta):  Vocali  &toue.  191 

gr.axck,  isaler  (num.  148  n.),  inimich  ecc.;  -  infauns;  infiern; 
intaem;-  uirtod;  schÌ  =  Bì  lat.,  schi  =  3ic,-  Ma  l'accidente  di 
laaggtor  conto  che  qui  accada  rilevare,  è  il  maoteDersi  dell'i  de- 
.  clÌDativo  nelle  voci  proDominali:  od  firn  13>31;25,45,  a  scoduni 
a  cadasDo  Ebr.  11,21,  ad  Un  otri  8,9,  ad  aquaisti  I  Cor.  12,8, 
ad  aquegli  G.  3,34,  e  cosi  nella  contianazione  d"ille',  sia  nella 
fuQzione  d'articolo,  sta  in  quella  di  varo  pronome:  agli  mattel 
al  fanciullo  2,20,  agli  sainc  spiert  allo  spirito  santo  Àpost.  5, 3  ; 
agli  a  lui  12,2  (cfr.  a  mi,  a  ti,  a  si,  3,14;  2,13;  20,28,  <ì  si 
suess  a  ah  stesso  Sabg.  47,  allato  agli  accasativi  che  sono  al 
num.  19-21).  E  v.  IH  2.  80.  pesckiaduors  ;  hummens;  —  ue- 
liand  (soprasilv.  num.  81);  cudesch.  81.  uagliò  vigilato,  ve- 
gliato; illatrò ^vgìaz.  ,  letterato;  s'affarmò;  antrós  entrati  2, 11; 
slranschant,  stranscfiaiua  18, 28  (cfr.  num.  44  in  n.)  ;  sasaunta 
(cfr.  anm.  16  e  75);  —  hiattè  mettete  G.  21, 6;  urdano  (Ef.  1, 5: 
kurdeno);  isaglér  isaglo  *  Apoc. 5,1; fidato;  mastdó;- forza  Sot- 
sit6,25;  inntia;  [arschaiua];  —  battaiuen.  82.  sumgiauns ;  — 
mluédi  silvaticus  (cfr.  -urv-  =  -erv-,  soprslv.  n.  77).  83.  mnér 
nnand  6, 13;  15, 30;  stUater;  tmair  tmetten,  tmuos  fi.  46;  sth' 
■mùrafgUo  8, 10  (s'asth-mUraitegliéuan  8,27);  pentijnza  n.  28; 
sckio  n.  162-64;  —  sco;  uardcet,  sumgiauns;  anumt^,  num- 
nas-t\  cefda  n.  8,  afdant  habitando  17,22;  semdas;  fiaifia;  hor- 
ma;  semnan  Q,2&;  femna;  dijsthmas;  esna  ifisen);  cusno  cu~ 
sjiaeda  consegnato  -ata  Wib.  722,  726;  spierts;  ecc.  E  ancora 
T.  il  n.  327.  0.  84.  innoxains  innocenti,  12,7,  non  dev'essere 
TOL-e  indigena,  v.  il  n.  170  n.;  comitn;  soruors  n.  46.  86.  sul' 
lailg;  muriss  io  morissi;  durmiua;  amér  n.  184;  —  anumnó; 
adurér;  sctteda;-  cuaelg;  oufins;  cunfurtér;  cumplieu;  custai- 
fia;  [cùmpra];  curvna^;  uulair  Rom.  7, 18;  inuulér;  appruua- 
«uiint,  amuenteda;  pudair;  u&«df  ohedite  Ef.  6,1;~  purtér  28,8; 


'  intaglér  intégla  sigillare  Pali.  coQJ.  51,  secondo  il  nnin.  42;  e  all'incontro 
vaglìér  pàglia  vegliare  ib.  21,  secondo  il  uutn.  44*.  Il  verbo  clic  dice  'aigil- 
lue'  proveiTtt  dal  ted.  inaiegel.  Bene  è  addotto  dal  Car.  un  infinito  Uagli&r, 
colla  citaz.  'E£  A';  ma  l'eaempio  è  àncora  isaglo-s  Ef.  4,30.  Nell'antico  bauo- 
«Bg.  all'incontro,  bo  notato  imeitgia  (=intéya)  Inf.  164,  allato  a  imagla- 
àai  ib.  iutrod.  La  forma  col  Ij  dicbiaroroi  da  insiget  ins\jC,  v.  pag.  95  n.  e 
il  nam.  237-8. 

*  Circa  la  voce  engadineM  che  risponde  al  soprslv.  cvrom,  v.  II  4. 


;vGoo»^lc 


192  AmÒU,  Saggi  Udini,  I. 

tumér;  hurdanó;  algvrdò;  adruo  (*adrÙTiÌ  'aJuvró  =  dw»irau 
soppslv.)  adoperato  L.  1, 51  ;  —  atgniuoscher  ;  dulur  ;  hunur,  Jiii- 
nura,  hunurò  onorate  I  Piet.  2, 17,  hwmro  onorato  Rom.  1,21, 
cfr.  n,  88.  86.  Qui  siamo  limitati  allo  speciale  esempio  handus 
•bon[ta]du8,  di  cui  v.  il  n.  226*;  e  cfr.  il  n,  90.  87.  maglieder 
baneder;  surmnéder  surmneders;  schanscheders  *;~  signer, 
miglier  Ebr.  7, 22  ^,  v.  n.  28*;  mender  11, 11  ;  cfr.  i  riHessi  di 
'péjor'  e  'major'  ai  n.  21  e  68*.  88.  hundrò  eco.  n.  147,  cfr.  n.  85; 
cunschieu  conosciuto,  cunschetten  conobbero.  89.  scki&rezxas 
giùrer,  ingiùrgiós  iogiuriati  22,  6;  natùrél;  s'paroht&rò  (otr, 
L.  12, 1);  giùnò;  gliUnedi;  aduso  (ad-usato,  solito,  L.  22,39) 
acchiUser;  asùiantò  n:  165;  agiùdassen  ajutassero  L.  5,  7;  sa- 
liido  salutate!;  mudo;  abrUscho  abbruciato  23,7;-  pùrgiédas 
purgatae  Ebr.  9,23;  mUreuan  muravano  21,42;  —  sùiur  sudore, 
In  pittauna  I  Cor.  6, 15. 16,  ecc.  (Ebr.  fi,  31:  pijtiaunq)  siamo 
alle  condizioni  del  Boprasilvano;  cfr.  nam.  60.  63  >.  9Ò.  Cfr.  il 
basso-eng.,  e  aggiungi  inguan  ("nguann)  unguanno  (soprasih, 
MonC8r.,fltJonDS.  59,  cfr.  n.  152 e  184)  Wib.  1071.-  V.  del  resto 
il  B.  227  anche  pel  riflesso  di  'rumor'  ;  e  rimangono:  baccun  Car., 
Pali.  ort.  82,  boccone  (soprslv.  id.  Car. ,  boccun  Conr.  s.  'biss"),  e 
«acuorrosaccurre  15,25,  Mr.  9, 22s  cfr.  n.  86  *.  91.  sitenz  (Car. 
diz.  id.  «,  CD.:  suwna:  61.123)  17,15,  Mr.  5,  4,  Ebr.  6,  7;-a5a- 


'  E  coir*  in  a  por  alterodona  terziaria:  taluédar  Tit  1, 3. 4;  occ  Coiui- 
mile  espandimeiito  dell'c  iiuertiva,  già  ootamroo  al  n.  2S8  aoprslv.  (cfr.  peri 
la  n.  ai  aum.  90  engad.). 

•  Occorre  du«  volte  con  l'è  accentata  (ntigliér  L.  5,  39,  miglèr  Ebr.  8, 6). 
Ifa  che  l'accento  altro  non  sia  che  na  errore  di  stampa,  si  fa  manifesto,  a 
tacere  di  tant'altro,  dal  fem.  milgra  Ebr.  11,  16.  35,  e  dall'odisnio  mtgider 
<»méyrn.ll3'),  Car.,  Pali.  ort.  87. -  Il  pi.  maac.r  migliri  Ebr.  9,23. 

'  w  perw  lat.  f.  d'a.,  sarebbe  in  giumaint  L,  10,34,  cfr.  Pali.  art. 58;  esan- 
pio  pur  questo  a  cui  mancavano  manifesti  collaterali  coll'u  in  accento. 

*  Pare  in  questi  dne  eBemplari  é  manifesta  la  tendenza  dissimilatila  (u— ù; 
Agli  esempj  BOprasilvani  ai  ò  anche  aggiunto  taocuder,  t,  pag.  180  in  n.);  e  il 
riflesso  engadino  di  'sabinda'  vedreDio  pasaare  al  num.  che  segue,  in  tal  figura 
«he  faTorìECB  la  nostra  dichiaraiione  dell' a  della  prima  sillaba  del  soprasil- 
vano (pag.  4&-9  e  105).  Tattavotta,  ì  diritti  dell'o  nella  prima  Atooa  (pag.  105) 
merìtaiano  migliore  ricordo,  in  ispecie  pel  soprslv,  tcad«lla  {icaSiatìa  Car.; 
basao-eng.  aeudeila) ,  sempre  però  trattandosi  di  voce  che  manchi  di  mani- 
fesU  collaterali  coU'u  in  accanto. 

'  suoent  gr.  156  ò  basso-engadino  (jMioenf  Camp.  19,5). 


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§  1.  GrìgioDì;  C.  Bogadina  (Alta):  Vocali  àtons.  103 

dulSs,  ruina,  muglier,  curraiiten, parturir  *.  92.  dadains;~ 
fiions*;  ckicem;  ferm  ecc.;  celi,  dceli  num.  52,  ecc.  M.  AH. 
93.  dimuni;  e  v.  ancora  il  n.  231;  —  uraglia;  utschilg  L.  13,34, 
ulschelina  (collett.);  hutuón  Giuda  12;  u  {=  u  aoprslv.  ecc.)  aut. 
Per  l'alteraarsi  dì  u  fuori  d'acc.  con  o  =  AU  nell'acc.,  citere- 
mo: pussò  pausate,  allato  a  jT^sa .pausat  I  Piet.  4, 14;  udir'ì2, 
42,  ludeuan,  giudair^  gaudere  Bbr.  11,25,  allato  alle  forme 
dal  dittongo  tonico,  vedutesi  sotto  il  num.  68  *;  e  cfr.  il  n.  94. 
Ma  nel  riflesso  di  'aus[ijcare,  in  cai  l'AU  riusciva  davanti  a 
nesso-consonante,  abbiamo  qui  pure  la  continuazione  del  solo  a: 
asckieva;  a  qui  pure  il  fenomeno  si  sarà  avuto  pur  nelle  forme 
dì  radice  accentata;  cfr.  basso-eng.  (nf.)  :  ascàss  Rom.  5, 7,  àsca 
I  Cor.  6, 1  (ma  t.  il  n.  68  di  quella  sez.).  AI  ed  ATI  grigionì. 
M.  irei;  viroula  Pali.  ort.  33;  e  cfr.  n.  171;-  -iss-  fuori  di  ac- 
cento, per  V-aiss-  in  accento,  nel  riflesso  di  ENS  (n.  32):  paissa 
pensa  I  Cor.  13,5,  pissand  pensando,  pisijr  (Saeg.  :  pisér  53, 
pissers  pi.  Pali.  ort.  116)  pensiero,  6,  27  ecc.;  —  e  analogamente 
H  fuori  d'  acc.  per  Vo~  *au  =  *aul  =  AL  che  si  vede  o  si  do- 
vrebbe vedere,  se  ne  fosse  il  caso,  nell'accento,  secondo  la  nor- 
ma del  n.  10-11,  cosi  come  nel  numero  antecedente  avevamo  u  f. 
d'acc.  per  l'o  in  acc.  dall'antico  AU;  quindi:  htttisckems  altis- 
simi 21,  9,  ad-uzér  -alzare  23,  12,  huxand  alzando  L.  11,  27; 
hutér  altare;  sutt^  saltare  11, 17  »;  chiuderà  caldaja  Sabq.  43, 
ekiudirél  calderajo  li  Tim.  4, 14;  fusdmd  falsità  23,28;  chiu- 


'  Circa  fùgir  ecc.,  v.  Il  4.  —  B  ancora  cfr.  la  n.  al  num.  93. 

'  Nel  riflesso  di  'fundne'  non  si  vnol  già  affemare  senz'altro  che  il  gri- 
gkne  contiuni  dtretlamente  la  figura  nomiuativa  romana  col  dileguo  dell'  u 
trade  s.  Pad  anche  trattarsi  di  applicazione  romanza  dal  s  nominativo  (III,  1): 
'fuod  +  s.  Ma  rimau  sempra  che  l'esempio  importante  sia  qui  al  eoo  posto. 

'  Per  va  ia  luogo  dell'w  (conaerTato  nel  baaso-eug.:  giudair  Camp.  17,  6; 
il,2,  ^iududt  18,  9).  T.  114. 

'  Il  PollioppI  à&  l' o  costante ,  e  qnindi  pur  nelle  forme  di  radice  Atena ,  a 
poter  loder  giodair,  conj-19.  18.  5  e  segg,;  ma  gli  é  varamente  ch'egli,  per 
disciplinare  l'incertezza  della  pronuncia  attuale  tra  u  ed  o  (nel  riflesso  Atono), 
»  crea  una  regola  che  ripugna  alle  ragioni  istoricha  (ort  10),  prescrivendo 
che  si  prenda  norma  dalla  prima  persona  del  presente  indicativo  {lod  e  quindi 
loder,  ecc.).  E  od  udir,  dove  ancora  è  ferma  la  distinzione  organica  pur  nella 
pranuncia  attuale,  è  quindi  per  lui  un'  eccezione  (ort.  ib.). 

''  Pur  (]DÌ,  per  lo  stesso  fallace  principio  di  cui  toccammo  nella  nota  pre-' 
cedente,  il  Pallioppi  livella  le  forme,  e  d6  oiér  àia,  aotér  sàta,  coiy.  19.22 

Archivio  glottol.  ilal,  I.  13 


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194  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

zamainla  calzamenta  IO,  10;  laddove  il  soprasilvano  ci  dava  lii 
regola  schietto  Val  fuori  d'acc.  par  Vaul  nell'acc.  (n.  10,9,1). 
Si  aggiunga  il  notevolissimo  utru  =  altrui  ital.  {r6ba  d'utrù 
I  Piet.  4, 15).  —  E  ancora  vorremo  riconoscere  un  àtono  per 
óun  nell'acc.,  in  cun  dich  (cun-di'c;  cùdichn,ì7)=quont  gig 
soprsW.  n.  179;  cioè  cun  =  'cu{in  =  quaun(t],  cfr.  basso-eng.  {Hun 
lamgk  Camp.  6, 1,  quun  aut  8, 1;  e  con  ciò  una  contrazione  an- 
teriore all'  invaler  di  quella  pronuncia  alto-engadina  di  cai  è 
toccato  in  nota  al  num.  13  *, 


Continua. 


H.  95.  hartér,ecc.,  herua,  huos*;  afdaa.8\-  circa  traiatta 
trahebat  (18,28;  v.  n.22I)  ecc.,  cfr.  t'ult.  nota  al  n.  171  soprslv. 
e  ni  3.  J.  96.  giìisl,  giù,  agiud,  giuf,  giutien  giuttentlina,  j 
giUns  gitinir  gtimes,  giaschaiua  giescha  jacet;  gutia  num. 63 
(inf.  giundscher  Pali.  ort.  58,  donde  ancora  prendiamo:  gùcel 
jabilum),  giumainia;~  dei  riflessi  di  'pejor'  e  'major'  v.  i  n.  21 
e  68*;-  magiested  19, 2S ,  Meg  n.  8.  J  complicato.  97.  U: 
muglier;  mùrafgliusa;  filg  ecc.;  cuselg  ecc.;  fceglia  ecc.;-  pi- 
glio  pigliò  9, 25,  tagliò  ;-  con  Ij  in  Ig  (cfr,  il  soprsW.)  :  las  gìl- 
gias  (e  cosi  gilgia  Pali.  ort.  118);  a  fognato  il  l  che  veoiTa  a 
susseguire  ad  altra  consonante:  imgiuramaint  'meljorameoto 
Rom.  15,2,  sumgiaunt  'simitjante';  coi  quali  esempj  concorda, 
almeno  esteriormente,  bibgia  'Biblja  Car.  (v.  p.  101  n.).  E  cfr. 
il  n.  102.  All'uscita  abbiamo  ej'*-elj  (-^ilj)  in  mei  =  melj  meilj 
soprslv.,  milium,  Car.  (cfr.  sulai'''3ulailj  basso-eng.  n.  118).— 
98.  LI'  LiJ':  gliura  gliuras  (soprslv.  Hvra  Gabr.)  libra  -ae  G.  13, 
3;  G.  19,39;  glijfrÒ  {glivrér  glivra  Pali.  conj.  17)  finito  *  19,1; 


'  Del  paralleli  eng.  di  ueal  e  tchuar  «opnlr.,  t.  il  num.  177  in  d. 

'  Lo  A,  atta  punto  leatito  nella  {froDUncia,  é  premoMO  a  epropodUi  io  hit- 
ter  a.l,  horma  a.  12,  hur  n.  46,  hunicha  «ce.  d.  63,  husth  ib.,  houra  a.'S. 
hurdanS  a,  85;  ecc.  ecc. 

'  Coal  Twngitu'ca  —  Tnmliaaca,  co.  18;  e  ancora  va  qui  addotto,  comonqDe 
mostri  Io  Kliietto  i:  od-aumptantatnt  ampliamento.  Col.  2, 19  (cfr.  a.  17  bua>- 
engadino). 

'  Cioè  'liberato'.  'Liberare'  per  'fluire'  é  anche  ndl'ant  it  liberare  e  nel 
lomb.  liOrd;  e  mal  te  ne  potrebbe  ricafare  un  pamllelo  ideologico  per  «•- 


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§  1.  Origioni;  C.  Engadina  (Alta):  CoutÌDUo.  195 

^hfliaPall.  ort.  41;-  liùsth,  liima  gliìmedi.  99.  RJ{cfr.n.9): 
uitquèrgia  n.  129";-  glcergia,  memcergia,  misiergias,  chia- 
tiìàergiaìì.28,  ingiùrgids  n.  89.  IWi.VJ  :  plcefgia,  salvgia 
salvia  Car.;-  gréfgia  '  gravi[d]  +  a  1, 18,  cfr.  n.  204;-  hagieu 
(cfr. il soprslv.)  hagida,  avuto  -a;-  chiabgia  cavea  Sabo.  38.  — 
101.  SJ:  praschun,  chiasckun,  faschól  faseolus  Pali.  ort.  45; 
impromischun.  102.  NJ:  signer,  uìgna;-  cumpagniuns  cum- 
pagnia.  Ma  parallelo  a  l^  da  Ij  (num.  97)  avremo  ng  da  nj  in 
straungia  (tratto  forse  moderoameote  dal  masc.  strauni  n.  5), 
strania,  mala,  II  Tess.  3,2;  cui  deve  agg^iuDgersi  splecha  {sple'éa 
'spfenÌ7a=  splen-ja,  venez.  spienxa)  milza  Car.,  cfr,  il  n.  152.  — 
103.  NI':  gnieu  nido.  194.  MJ  MMJ:  uerìdemgien  vindemiant 
L.  fl,44,  vendemgia  -mìat  Sabo.  116;-  premgia  premio  6, 1;  - 
cumiò  Car.,  commio  comgio  Pali.  ori.  68;  chammier  S'Ckam- 
ger  Pali.  conj.  28.21.  105.  DJ^:  miser[i]corgia  -corgiauels, 
dislcordgia  12,  25,  cuntredgia  n.  125,  guardgias  guardie  27, 
66,  WiB.  777;  ubSdgias  obbedienti  fera,  {ubédi-^a-^s  cfr.  n.  21*) 
Tit.  2, 5;-  rimedger  rimediare  Pali.  ort.  80;  [stedgia  =  stadgia 
soprslv.  palo  ecc.;  onde  il  verbo:  stagér  stégia  piantar  pali  di 
confine^  Pali.  conj.  51;  T,  la  prima  nota  a  questo  numero]*;  — 


scker  finire,  cfr.  p.  33  e  106,  che  del  resto  noa  bo  inoontroto  neirengadinese.  — 
Io  questo  esempio  é  Iji  anche  per  LI  àtono. 

'  Questa  la  vera  voce  indigena;  laddove  é  nuuifeetamente  di  tarda  Impor- 
taiione:  gracida  Car.  uachtr. 

'  Cfr.  n.  Iffi.  -  Tra  le  ragioni  per  le  quali  c'inducemmo  a  mandare  giù  ecc. 
tatto  il  o.  96  anziché  sotto  il  numero  a  cui  ora  siamo  (v.  p.  50  in  e),  stava 
pur  la  eoasideraiiooe  che  g  grigions  =  DJ  trovi  di  regola  di  intatto  nell'  ita- 
lisnoecc.  Ma  ci  astenemmo,  nel  soprasilvano,  dall'avvertire  eiplicitamente  la 
differenza  cronologica  tra  g  grig.  =D1  (p.  e.  misericorga,  ital.  -cardia)  e  t 
grìg.  =  DJ  (p.  e.  01,  it.  oggi),  fatti  troppo  canti  dall' es.  soprslv.  stagia  a  dal 
«opraaass.  rag  raggio  p.  139.  Ora  però  l'engadineae  ci  spinge  per  doppia  ra- 
gione a  stabilir  nettamente  questa  differenza;  poiché  dall' un  canto  riuscimmo 
ad  averne,  da  testi  sicuri,  il  riflesso  di  'rodios',  che  é  normalmente,  in  en- 
trambi i  dialetti,  collo  z;  e,  dall'altro,  Ve  alto-engad.  di  tUdgia  Car.,  e 
Io  j  del  basso-eng.  aU^a  Car.,  ^  stagia  soprslv.,  accennerebbero  amendne  alla 
coatinnazione  del  solo  j  (Eta[dlio). 

'  abstechen  dice  il  Pali.,  einstechen  il  Car. 

*  Il  riflasBO  d' 'invidia'  è  tnuilgia  27, 18,  Fil.  1,  15,  cfr.  il  basso-eng.  Della 
rsgione  del  l  é  toccato  a  p.  HO  n.;  ma  la  pronuncia  invilja,  ivi  addotta  sulla 
fede  del  Carisch  {ingiglia),  non  sembra  sussistere.  Pallioppi  pronuncia  invila. 


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196  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

huoz;  mijs;  uezan,  uezet;  tesa  siede  23,22,  sezzaiua  {se- 
saiu'-el);  razs  del  solagl  raggi  del  sole  co.  64  {raz  de  &olai 
basso-engad.  nom.  80).  —  106.  DI':  dich;  di  dijs;  condir  Pali. 
conj.  36.  Non  mai  quindi  gi  nel  riflesso  engadino  di  questa  for- 
inola; né  potremo  ammettere  un'eccezione  per  risth  a-risf A  ra- 
dice (sch-i-riscìièda  sradicata) ,  comunque  il  baaao-eng.  raguch 
paja  persuaderla.  Ma  deve  trattarsi  dì  'ra[djis  (cfr.  raisck  so- 
prasass.  DS.),  'raji's,  onde  dall' un  canto  'rijis  {risoh  variante 
soprslv.  Car.,  e  risch  sottosass.  cl.  26),  e  dall'altro  ragis  (so- 
prasilvano  e  basso-engadino).  Per  d  cbe  si  dilegui  nella  proto- 
nica V.  la  pag.  61  in  D.;  e  cfr.  pel  restante  il  para.  232  soprslv. 
ed  engad.  Il  dileguo  di  un  ^  secondario  mancherebbe  all'incoD- 
tro  d'ogni  analogia.  107.  TJ:  bestchia,  pi.  hestchias,  bestia 
(animai  selvaggio),  Apost.  28,  4,  Tit.  1,  13  (soprslv.  bestia;  ma 
un'elaborazione  indigena  di  questa  voce  è  pur  nel  soprasilvano, 
n.  108);  allato  al  quale  esemplare  porremo  per  tj  da  TIC  àtona 
(cfr.  il  soprasilv.  e  il  num.  165):  sth-mancfitaunza  's^maatjanu 
'-tijanza,  dimenticanza,  16,5,  smancher  dimenticare  Pali.  conj. 
40;  dumeschian  dimesticano  Sabq.  116  ',  dùmes'cer  Pali.  ìb.  30 
{•mestcher  od.  121);  percha  pertica  (verga)  Ebr.  11,  21.  Seguo- 
no, per  s,  e,  s,  da  tj  antico  nelle  formoìe  cont.*TJ  e  voc.  +  Tì' 
saibijnscha,  cunschinscha  (cfr.  cogntisckentscha  ecc.  Pali.  orL 
47) ;•  pritsth  {cioè prióà,  v.  n.  169-70)  pretium  27,6.  9, 1  Cor.7, 
23;-  numnaunza,  auanzéua  avanzava  15,37,  chianxuns,  ters, 
forza,  amaxer;  e  finalmente  con  -z'c-TJ  ant.  dietro  vocale'; 
ingrazch,  malitzchia,  algrezohia2S,8,  I  Piet.  1,8,  gramei- 
chitts  (quasi  'gramezioso')  6,16;  ma  all'italiana:  largiezza  lun- 
giezza  basezza  hutezza  Ef.  3, 18,  plainesza,  arichezza,  dùrei- 
za.  Restano,  secondo  l'ordinamento  del  soprasilvano:  [a(2rij;(}]; 
ath-chiatsihó  {stk-chiasth  sth-chiatst  scaccio  12,  28.  27;  cìùa- 
tsthos  cacciati  S,  12);  nuotzes;  chiùnscheuan.  —  108.  Ti'  resta 
qui  di  regola  intatto  (cfr.  num.  106):  partiten,  partieu;  mentieu 


inoil^a  (come  Biver.).  —  É  il  4)'  intatto  io  diauel,  ma  gih  ci  ueeoegemma 
al  Dtim.  1  che  sì  tratti  di  voce  mala  auimilata. 

'  ehi  m'vovl  ditmaiehkorr  per  meìs  fatiti,  ib.  16. 

'  Qai  la  esploBiva  palatina  che  ai  Tede  nei  riflessi  di  CA,  cioè  la  Bsrìcm, 
trattandosi  di  alterazione  afflitto  moderna  dello  j  di  -xja.-  In  questa  analogia 
pur  ssc  da  taj  grìgìone;  tóasehÉnter  [toxch.  Car.)  Pali.  coty.  59. 


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S  1-  OrigioDi;  C.  Engadina  (Alta):  Continue.  107 

mentito  Apost.  5,  4  {mintiand  mentendo);  stina  v.  num.  226; 
vestieu.  Un  principio  di  alterazione  mal  si  può  vedere  nell't;'  di 
s-partyV  19,6,  Fil.  1,23  (sparitr  1,19;  oi.:  partir  spartir  PaW. 
conj.25);  ma'pur  siamo  alla  palatina  in  uesckimainiaS,4;  6, 
35;  14,33,  che  ben  può  qui  addarsi  comunque  voce  in  cui  la  for- 
inola è  itona.      109.  BJ  (cfr.  num.  100):  ràbgia  od.  115,  a'rah- 
gianter  Car.  -  PJ  :  sappia  *  ;  sab[b]ij'nscha  ;  sàbgias  savie  {oìoa  : 
saU*a-,  cfr.  sabbis  savj  23,34)25,4.      110.  fCfr.  num.  237-8].- 
II  ti  rimane  intatto  in  timun  (Giac.  3, 4)  e  chiastitcpd.  Ma  qui  al- 
l'iocontro  dovrebbe  rivenire  chiampésta,  combattimento  {chiam- 
péstas  da  disputaciuns  lotte  di  disputazioni  I  Tim.  6,  4  ;  cun 
bgierra  chiampésta  con  lotta  grande  I  Tess.  2, 2) ,  ragguagliato 
a  'tempesta'  (cfr.  l'uso  dell'it.  tempesta  per  'veemenza',  'furia'); 
e  l'aversi  la  sana  forma  tempesta  per  'grandine'  Apoc.  8, 7  (cfr. 
Sabq.  chiampésta  colluttazione  95,  tempèsta  grandine  160)  ben 
toglie  di  aicurezza  al  nostro  ragguaglio,  ma  pure  noi  vieta*. - 
Il  riflesso  dell'esempio  soprasilvano  per  la  media,  ritorna  in  m- 
giuttina  26, 68.  Ma  un  esempio  illusorio  sarebbe  citntredgia  con- 
trada L.  2,8,  poiché  vi  dobbiamo  riconoscere  una  confusione  fra 
'contradi-a'  (contraria  n.  125)  e  'contrada',  promossa  certamente 
dalla  prossimità  dei  tedeschi  gegen  (ent-gegen,  contro,  lad.  cun^ 
iredi  ecc.)  e  gegen-d  (regione)  ;  ed  anche  la  voce  mascolina  com- 
tradi{-edi)  viene  perciò,  come  il  Carìsch  c'insegna  (nachtr.  15), 
a  significare  insieme  'contrario'  a  'contrada'.        L.  111.  Come  il 
i  si  dilegua  dietro  all'u  anorganico  che  sì  sviluppa  nei  riflessi 
di  ALT  ecc.  {'autt  *aut,  6t  ut,  ecc.;  num.  10-11,  94),  OLT  ecc. 
(n.  57),  cosi  pur  tra  l'u  etimologico,  o  l'u  da  o,  e  le  consonanti 
medesime^;  quindi:  cutiira  campo,  cioè  'cultura',  6,30,  sudós 


'  WiB.  14:  lapchia;  ogaalmente  PalL  conj.  91:  «opcAu,  e  questa  basa  dare 
influire  in  sapehenter  notificare  (ib.  52;  far  che  si  sappia),  allato  a  taoair 
tapere.  —  Ancora  bì  abbia  un  esempio  di  fc  =  *fj:  atùfchenter  ib.,  rendere 
itofo  (stu/t-enter). 

'  Sono  amendae  le  voci  anche  nell'ant-'b^Kao-eng.:  tampeisla  Camp.  18,6, 
grandine,  chiampeista  combattimento  144, 1.  Avrebbe  potuto  infloire  Dell'al- 
terazione: chiamp,  campo  militare. 

*  Abbi&mo  tu  caso  singolare  anche  per  lo  sviluppo  anorganico  dell'u,  e  il 
conseguente  assorbimento  del  l,  nella  formola  IL  +  s  pi.,  ed  d  peaus  dels  ckia- 
r.tels,  peana  d'ehtamel,  3,4,  Mr.  1,6,  poti  (di  camello),  il  filale  presuppone 


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198  Ascoli,  S^:gi  ladini,!, 

soldati  8,9,  dutsch,  fem.  duscha,  dulcis,  Apoc.  10,9,  Ciac  3, 
11  *.  113.  LL.:  asadulós,  ella  aquella',-  giaglina;  huglir?i\\. 
ort,  4];-  el  aquèl;~  l'g  l's  (il,  i;  eigl,  e,  'egli',  'ei',  nell'uso  im- 
personale, e  ancora  y.  Ili  2);-  chiauilg  -uels;  chiaualg  -Mah. 
113*.  LJ'R:  melgdr  num.  87,  cfr.  num.  230.  L  complicato. 
114.  pi:  impiantò  ^\Aaia.\x>-,plaio-, plaschet,cianplaschieuvm- 
piaciuto;  pléd;  plaunscher;  nus  cumplesckan  compiamo  (con- 
giunt.);  ploefgia;  piti;-  dubel;  —  p'I:  s'acufiér  se  ad-cop[uj- 
lare  19, 5,  cfr,  n.  210.  —  11&.  bl:  blaslemma,  cui  si  aggiunge 
hlésam  (la  base  d'entrambi  è  hlasphem-)  biasimo  1,  19,  c&. 
ch'ella  nu  uigna  et  {m")  blésma  L.  18,  5;  imblanchidas  int- 
biaQcIiite23,  STT;-  sablun;-  ma:  flaifla;  n&fla  num.  59;  slafiir 
stabilire  li  Tess.  3,  3;  parcefias  parabolae  (fiabe)  I  Tim.  4,7; 
fafiér  fabulari  12,  46;  cfr.  II  1.  —  116.  fi:  fiamma;  flaiuei, 
flauncs  num.  13;-  sufia  sufflat  G.  3,8.  117.  ci:  cléfs;  dèr, 
damma;  —  118-19.  -c'I-  -t'U:  sullailg  {sulalg),  uraglia;  eeilg\ 
sthnuoglia  L.  5,8,  aguoglia;~  uijlg,  pi.  uijlgs,  plr.  fem.  mj- 
glias^.  — '  130.  spedlas;  \miraculs\;-  cerclés  n.  135;  macia.— 
130n.:  inclijr  'intligere  intelligere  Rom.  15,21,  incligia  'intll- 
git  13, 19,  inclijt  'intelect-  13,51,  ecc.,  cfr.  i  num.  190  e  172; 
dancler  'ditiare  ditale  cd.  112  (cfr,  daini  dito,  in  n.  al  n.  40)  ^— 


lo  BToIgimsiilo  che  Mgua:  pel-a  pful-a  pft*-s  pf'us  (nam.  24),  e  trova  la  a» 
normale  «(ariapondeiiM  nel  buso-eng.  pew  che  il  vr.  ci  moatra  nei  medencì  i 
luoghi.  11  caso  é  atrano  in  ìipecie  per  dà  che  a' ha  d'altronde,  e  noli' un  dit- 
letto  e  aell' altro,  quel  plurale  che  ti  addice  alla  nonnal  flgara  del  siogolsre, 
che  é  pail  (cfr.  num.  4p,  e  paiU  Camp.  40, 12).  Se  fossimo  limitati  al  ìtaiso- 
engadino,  vorremmo  qoasi  pensare  a  nua  eoufusione  ire,  pelli  e  jMli(malgn6o 
ptllt  che  avremo  in  quella  sezione  al  num.  31);  ma  l'alto^^ngadiDO  noi  cod- 
cede.  Cor.  uachtr.  34:  rossa  da  peus  abito  di  pelo  (basao-eng.). 

'  Si  eccettuerebbe  il  riflesso  aJto-engadino  di  'iu-fulcire';  t.  il  basso-eng-, 
il  num.  65  in  n.,  e  111,3. 

'  Cfr.  num.  28*  in  n. 

*  Occorre  claeó  anche  nell'Alta  Engadina,  e  Pallioppi  (ort.  101)  vi  Tede 
anch' egli  un'alterazione  di  talvó,  che  d  la  forma  da  lui  raccomandata.  Ma 
la  esiatensa  (Wntamporanea  delle  due  forme  accresceH  gli  scrupoli  da  né 
accampati  contro  questa  identificazione  (p.  58  n.),  anzìchd  diminuirti  Cnrìoso 
e  aicuro  esempio  per  l'alterazione  di  cui  si  tratta  in  questo  numero,  ma  sem- 
pre a  combinazione  intema,  abbiamo  all'incontro  nella  riduzione  engadine» 
del  nome  pr.  'Valtellina'.  Secondo  le  norme  del  num.  04,  verremmo  intanto  a 
Tullina,  e  questa  è  la  forma  che  prevale  in  Vfit.;  ma  pure  sfuggo  all'aatore, 


;vGoo»^lc 


S  1.  GrigiODi;  C.  Engadina  (AIU):  Continue.  199 

121.  gì:  glatsvh  Sabq.  9;  glaruia  '  ;  —  122.  -g'I-:  uagliò  Te- 
gliate. 124.  La  metatesi  che  si  è  descritta  nel  soprasilvano,  qui 
non  ha  luogo  *  :  tramet  (1 .  pres.) ,  trametter,  tramtetten  (3.  perf. 
pi.)  10, 16;  13,  41;  14,  35;  tradir,  tradieu;  [traiand  traendo]; 
aecri^ìpÒ;  predgiSr  predicare;  praschun,  creschidas  cresciute; 
icriliUras;  arstkfradér;-  cruder,  crudós  caduti  13,5  (e  nep- 
pur  T'hi^metatesi  nei  riflessi  di  'ap'rire':  auHr,  eura  n.  S);~  ma 
anzi  ha  luogo  la  metatesi  opposta:  crauuns  carbones  Sabq.  27; 
In^plpagitts  "  turpegius  furptus  soparsilr.  (turpe,  quaai  'tur- 
pioso')  Rom.  1, 26,  Tit.  1, 11,  nu  f  trupagier  (=  ta  turpiar  pia 
imo  soprslv.)  non  vergognarti  II  Tim.  1,  8,  cfr.  tuorp  num.  65; 
drumanio-s  sonnolenti  (venez.  'indormenzd-ì')  Wie.  998,  cfr. 
durmenzà,  rumenzà  (*drum.),  Car.,  che  hanno  l'uscita  basso- 
engadina.  Di  'ad<ópra'  ecc.  che  si  fa  'adrópa*  'adropàr',  t.  i  n.  54 
e  85'.  125.  algurdSr  ricordare  Ebr.  8, 12,  tó  falguordas  5, 
23;  ^UasHjr  25,35;  e  in  ambo  le  voci  potremo  riconoscere  dis- 
similato per  /  il  r  della  sillaba  protonica  (arcór-,  -rastli"),  com'è 
manifestamente  dissimilato  il  r  finale  in  chiudirél  num.  94  *.  E 
all'incontro  dissimilato  per  d,  all'italiana,  il  r  della  sillaba  che 
saccede  alla  tonica,  in  cuntredi  contrario  (cfr.  I* ital.  con^rotjio 
contradiaré)  Col.  2, 14,  fem.  cuntredgia  14, 24  (num.  105).  — 

0  all'editore,  YMelina  (73),  che  d  la  Isgittima  pronuncia  attuale  co.  17.66. 
E  ancora  t.  il  num.  S30. 

'  Pali.  ort.  42;  Car.  ha  yianda,  ma  par  forma  erronea,  comunque  aotk  si 
tratti  di  una  svista  tipografica,  ma  si  di  forma  ch'egli  distingue  dal  baaso- 
tag.  ff  landa. 

'  Parrebbe  eccettuarsi:  parlichtr,  aver  pratiche,  brigare.  Tu.  168;  la  quale 
eeceiicMia  sarebbe  tanto  piti  strana,  in  quanto  il  riflesso  di  'pratica'  noa  so- 
bitce  la  metatesi  pur  nel  sopnuilTaso  (t.  b.,  p.  64),  e  la  figura  normale  del 
Terbo  é  rappresentata  dall' od.  alta-eag.'pratcìur  Pali.  conj.  19.  Ma  dato  che 
qnel  particher  sia  corretto,  deve  trattarsi  di  voce  semi- letteraria,  cioA  di 
uuDva  ridnxione  dì  'praticare',  in  cni  s'inimiachii  'parte'.  Quanto  poi  apoi'- 
iùtta  (^pardichia  soprslv.),  testimonianza,  testimonio,  che  potrebbe  parere 
un  secondo  esempio,  vero  é  bensì  che  il* significato  suggerisce  di  .vedervi: 
'prodncta',  ina  vero  6  ancora  che  la  vocale  della  prima  sillaba  si  oppone  pur 
nella  voce  soprasilvana  a  questo  raggnaglio  (cfr.  eng.  prodvr),  a  che  la  ri- 
traduzione  di  parddtta  altro  quindi  non  possa  dare  che  'per-dncta'. 

'  Qui  6  ancora  da  confrontare  il  num.  234  in  n. 

'  .\ltro  esempio  di  r  In  l,  ras  non  peculiare,  avemmo  nell'ultima  nota  al 
ouin.  44'. 


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£00  Alcoli,  Saggi  ladini,  I. 

126^  (cfr.  n.  54).  dauous,  l'splu  datious  20,Ì2,  in  auous  Mr.  13, 
3.4,  innauous  Sabq.  6  *.  T.  W.  127.  uuotuen  voWunt  -ant 
(voltino)  7,6;  ecc.  129.  Si  mantiene  schietto  il  v  anche  in  in- 
uuolen,  inuulér  19,18,  sth'Uola,  slh-uuland  ^;  ma  all'incontro 
è  ugv  da  dv  {du)  in  daidgua  ridua  n.  40,  vaidgua  cun  quels  chi 
vaidguen  fa  latto  con  quelli  che  sono  in  lutto  Sabq.  25  =,  e  nella 
combinazione  colla  tenue  in  uilquérgia  (=  uitdgnargia  basso- 
eng.  Camp.  144,7)  'vitvaria  victaaria  14,5,  L.  3,11.  129*.  pWj 
piovesse,  pluet  piovve  (allato  a  piòver  n.  62)  Giac  5, 17;  od.:  plo- 
vet  ecc.  PaU.  conj.  96.  180.  guardò;  guisa  23, 31;  god  'gfujaiilil 
n.  10;  guerra  Ebr.  11,34;  guinchteu  evitato  Tb,  622,  cfr.  Pali. 
conj.  36,  ort.  Ili  *;-  guarir  I  Cor.  12,  9;  cun  3pédas  et  gua- 
fens  26,  47  *;  sainxa  fer  lo  dmura  guaera  'senza  fare  colà  di- 
mora guari'  WiE.  561  (ìièra  'goairi ,  sopralv.  Car.).  ISl.  nff, 
clèf,  léf,  gréf,  «t/Apoc.  1, 18;  ecc.  Cfr.  per /"da  v  primario  o  se- 
condario in  nessi  interni,  i  num.  100,  210,  215;  un  caso  iniziale 
di  V  in  ^  pel  semplice  fatto  dell'aderenza  alla  sorda  che  susse- 
gue, è  poi  al  num.  224,  e  un  altro  ne  apparirebbe  in  flùra  fìù- 
rer  vettura  'vetturare  Pali.  ort.  100  (ma  vtùrer  conj.  24),  circa 
il  quale  va  però  considerato  il  soprasàssino  (nuni.  131  n.).  — 
F.  133.  our  oura  num.  50.       S.  131. 136.  s  (ss)  in  s  dinanzi  o 


'  davo  laschenn  ÌDdietro  laBCiarano  Wik.  820,  alla  maniera  basao-engtiìiiis- 

*  All'antico  miìàuoigl  {f.  a.,  p.  61  n.;  mmolg  «ottosaaa.  CL.  7B,  tnaoigl  v- 
pi'UBM.  ss.)  risponderebbe  nella  &Tslla  odierna;  tniguoigl  Cor. 

'  Cor)  vaidgua  nel  basKV-eng.aiit.  di  Camp.,  146, 4  (hf.  id>).  E  sarebbe  eoi- 
ratta  forma  niBacolina  il  vaidg  eng.  del  Gai'isch,  laddove  il  Pallioppi  ha  tiin^ 
(ort  101,  ma  cfr.  wxdgvér,  tau  viidg  conj.  60),  forma  ch'egli  contrappOM 
a  gvaivd,  in  cui  crede  avvenuta  una  metatesi.  Ora  non  si  tratterai  punto  di 
un  invertimento  di  consonante  (la  fede  ael  quale  ha  forse  fiiktto  che  l'egKgio 
grammatico  engadìno  iuTolontarìamente  aìterasae  oaidg  in  eaigd);  ma  guaiti 
ffvaieda  (y.  Car.  b.  ceti  e  nachtr.  SS  ;  guaiuda  Inf.  79)  risaliranno  al  tipo  'TÌndo', 
ciod  al  tipo  coll'u  attratto  (d.  235)  che  é  comune  anche  allo  apognuolo  (rnixb 
ciwda);  quindi:  eaidua  t>aivda;  e  rimarrebbe  da  decidere  se  il  p-  s'introdo- 
ceue  in  questa  forma  per  effetto  dello  -gua  dell'altra,  o  «e  ncHi  si  tratti  di 
nn  caso  di  gi>--D-  latino,  com'è  in  gvertcha  soprslv.  =  eert'c,  vertice,  Ctf- 

*  Circa  i  riflessi  di  'wen^an'  in  altre  favelle  romanze,  v.  p.  9S  io  o. 

*  'wsffan'.  La  qual  voce  parrebbe  avere  qui  assunto  un  significato  sp««itbi 
quando  nel  sopraailvauo  viene  all'incontro  a  qnella  aitaniiona  che  oltron  ' 
propria  di  'arnese',  v.  il  Car.  È  però  collo  schietta  aignìfioato  di  'annt'  pv 
netl'aot.  al»o-eng.:  Tu.  2SS.  435. 


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S  1.  Origìoni;  C.  Eogadìaa  (Alta):  Coattane.  SOI 

tra  focali:  scht  num.  80,  s'aschantas  sì  sentaisse  %  apraschentó 
presentato  2,  11,-  atschidro  cuschijdrò  considerate  Ebr.  3,  1; 
12,3,  ingraschéda  (cfr.  angarschar  ecc..  soprasilv.  Car.),  huti- 
schema  nam.  94,  sainchisthma  num.  172,-  allato  a  sudós  sol- 
dati e  assagiér;  dove  à  da  badare,  massime  pei  casi  di  s  sem- 
plice, alla  qualità  della  vocale  etimologica  a  cui  precede.  Per  s 
in  s  dinansi  a  consonante:  sih-maladieu  Mr.  '11,  21,  sth-naier, 
sth-mUrafgtio  L.  7, 9,  sth-biitas-t  a.  63;  cfr.  la  n.  al  num.  138, 
Pali.  ort.  46  e  II,  1.  136.  cerclés  (ce  =  ze)  sarculatis  13,  29. 
xavrér,  serps  n.  27;-  forxa  n.  81;  iinza-  {ùnzacura  aliquando 
Ef.  2, 2,  propriamente:  non+so+che-ora,  cfr.  p.  48  o.  e  p.  154  n., 
e  ver-ze-quants  dijs  alquanti  giorni  Àpost.  10,48,  allato  a  ver- 
quaunt  die  Tk.  562);  imziira  23, 32,  che  si  avvicenda  con  im- 
s&ra,  n.  227.-  Cfr.  num.  207.  137.  dains,  l's  morta,  araits, 
pashwrs  num.  46;  tuoltes  aquaistes  chioses,  guaistes  chioses 
tuottas,  aquaistas  chiosas  uighen  tuottes...  6,32.33;-  faitel- 
la»  tu  13,  10,  alguordas  nom.  125,  tu  hce»  G.  6,  68,  uains, 
hauais  habetis';-  fix  fico  (frutto)  Car.,  Pali.  ort.  50;  fuont  • 


'  *initér  iAittìa.  La  ragione  etimologica  che  Doi  diamo  a  quatto  verbo,  e 
quindi  al  derivato  sopnlv.  ichentament  p.  63,  par  massa  in  foroe  dallo  e  (tsch) 
ioiiiale  che  prevale  modernamente  in  tutti  i  dialetti  grlgioni  (tsehantar  sehati- 
tor  soprslv.  Car-,  cfr.  schentaw  e  T3ehentatnen[t]  negli  Stat.  mh.  28.44-5; 
lichontar  sottoaaBe.  cl.  60.  131;  tachanter  tscMunta  [1.  tachdinta,  v.  ama.  16 
in  D.]  PaU.  conj.  50).  Tattavolta  non  ce  ne  rimoviamo;  si  perché  le  piti  auti- 
cha  fonti  ci  danno  /  (anche  ss.  S96  ha  schentament  Bopralv.),  e  sl^perché 
Doa  ci  manca  qualche  altro  caso,  comsché  diverso,  di  e  da  /:  cwilsehieu  co- 
nowinto  (=  dtnsch.  Bìv.,  a.  88),  contsekaint  'conoscente'  nel  mguificato  dì 
'cognito',  PalL  ort.  9S.  126. 122;  cantsakùd  baaso-eug.  Camp.  37, 14.  Cfr.  l'ul- 
tioM  nota  della  presente  seciose. 

'  Nell'odierno  alto-engadino  accorre  eoErtante  11  -s  anche  nella  pnnia  del 
plurale.  Ma  Biveroni  noi  mostra  se  ood  quando  manchi  il  pronome:  hawiàu  fat 
abbiamo  fatto 7,22,  ma  Mun  hauain  nu»  profetiióì  ib.;  schi  nus  dichain... 
uhi  tmains  se  noi  diciamo...  cosi  temiamo  21,26;  nus  frin  num.  78,  schi 
wtlaim  erair  cosi  vogliamo  credere  27,42;  tiers  chi  daini  irì  nus  craian 
tt  aoìschairt,  dietro  a  chi  dobbiamo  andare?  noi  crediamo  e  conosciamo, 
6-  61,68.  69.  Siamo  alle  staase  condizioni  pur  nell'antico  baaao-engadino:  ha- 
vxàm  Cajip.  10,13;  \Z,Z; pudains  canz.  pag.  502,  n^^nj  veniamo  29, 5 ;  ma: 
«uo  wlain  12,3;  ru^uain  nuo  canz.  pag.  360;  cosi  anche  dato  l'accusativo 
del  pronome:  n'«  hawain  ci  abbiamo  14,3;  e  anche  si  vede  il  -s  di  nn  esem- 
plare scusar  la  nota  dì  un  altro  che  gli  sussegua:  ehiattains  è  wsain  troviamo 
e  Tediamo  48, 5.  Ma  nel  basao-eugadino  odierno  mai  non  abbiamo  questo  -f 


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SOS  Ascoli,  Sa^  ladioi,  I. 

num.  92;  més  meas  ecc.  Ili  2;  -  dadains,  pìjs  pejas  II  Tini.  3, 
13.  138.  cugniouscher,  crescker,  mastdó*  27,34,  Apoc. 8,7, 
nascher,  pesth  pesths.  140-1.  Come  il  soprslT.  142  (cfr.212). 
Sotto  cruschinna  colezione  {cruschiner  far  colez. ,  Pali.  couj. 
il  Cariseli  ricorda  opportunamente  'crustulum',  comanque  noD  si 
debba  già  pensare  a  una  diretta  continuazione  della  voce  ro< 
mana  (cfr.  l' it.  crostino).  Ma  è  un  esempio  che  in  fondo  va  piut- 
tosto assegnato  al  nam.  140.  142^.  S'R:  cusdrin  *cus(T]rJtt 
cagino,  cfr.  num.  230  e  V,  3.  N.  Qui  è  imprima  da  ricordare 
che  'dietro  ad  u  suona  m  ogni  n  che  sia  finale  oppur  preceda 
a  X  0  ad  a  terminativo',  secondo  la  regola  del  Pallioppi  (ort.  59), 
la  quale  noi  più  tardi  vedremo  in  quale  attenenza  ai  stia  col- 
l'ìstoria  complessiva  dei  riflessi  engadini  di  N  (II,  1).  Intanto  qni 
notiamo  i  seguenti  casi  in  cui  la  scrittura  si  è  conformata,  quui 
inavvertitamente,  alla  pronuncia  alto-engadina:  sum  gnieus  sodo 
venuti  "WiE.  350,  buma  pésch  buona  pace  tr.  309,  fina  buma 
salda  pésch  ib.  358  (buna  424.  514)  ;  in  egna  parsuma  in  pro- 
■  pria  persona  ib.  379,  parsumas  ib.  324  {parsuna  68. 333);  Ifis- 


della  prima  plurale;  e  parrebbe  dorerai  cODisbiadere  che  I'ubcìIa  romui, 
ridotta  a  limitata  ftinzioDe  nelle  antiche  &d  aogadine,  del  tutto  si  dilegnuN 
nella  parte  bassa  della  Valle,  e  all'incontro  tomaaae  a  continna  applicaiitM 
nell'alta.  Senonché,  aggiungendoti  che  il  soprasilv.  e  il  Bopraaass.  mancaiM 
essi  pare  del  -t  nella  prima  pi.,  pnO  surgere  il  legittimo  dubbio,  che  non  >\ 
tratti  già  dalla  continuazione  del  -*  latino,  ma  al  piuttosto  dì  un  espcneolt 
moderno;  e  il  dubbio  ai  aggrava,  e  insieme  si  farebbe  chiara  la  natura  di  que- 
sto esponente,  quando  si  consideri  che  l'antico  basao-engadino  non  d&  mai,  par 
quanto  io  posso  vedere.  Io  schietto  -i  della  seconda  plurale,  che  il  moderno 
basso-engadino  parrebbe  all'incontro  mostrar  di  continuo,  ma  t\  ci  offre,  quaodo 
il  pronome  non  preceda,  di  tali  forme:  toiaiws  favis  {-  wtait-wt  fal-us,  lo- 
leta,  fate,  58, 1,  fuori  dell'interrogazione  tì  l'uno  cbe  l'altro  esempio,  e  per 
l'aBsiinìIazioDB  si  confi-aotino  intanto:  dyie  louo  dite  voi,  11,  1,  pitdaiie  um 
potete  voi ,  58, 1 ,  canz.  p.  503).  Ora  il  basso-engadino  moderno  dicendo  p.  e.  'f 
lati,  volete,  ci  darà  ben  piuttosto  il  prodotto  dell'  antico  baaso-eng.  idIomi, 
che  non  quello  di  un  anteriore  forma  in  -t'i;  e  d'altra  parte,  rìtomando  ilb 
1."  persona,  vilains  :vilain+ns::v)laiias:vlait+v!S.  Ma  di  più  al  C.  IlI■§3- 
'  Lo  s' A  di  solito  espresso,  dal  nostro  autore,  per  seh  davanti  a  vMSl*. 
e  per  sth  (massime  iniziale)  dinanii  a  consonante,  ed  all'uscita.  U&  davanti*^ 
esplosiva  intema,  occorre  in  questo  ufficio,  quasi  per  sempliflcaiìone,  ^Dche 
lo  st  dell'attuale  esemplare.  Cfr.  uistdó  {S5,  36.  uùchdS  25,  43)  vìs[i]ta[t]ii-. 
dittcordgia  n.  105,  vastclSr  n.  230.  Notevole  é  la  frequenza  di  -jt  =  -t  =  C 
(n.  169-70)  in  wraiit  (=  tres  n.  78). 22, 16. Mr.  12, 14,  G.  3, 33,  ìb. 7, 18.  Rem- S- 
4;  ma  westh  0.7,23,  e  uretth-i  li  Cor.  6,8. 


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§  1.  Grigioui;  Engadioa  (Alta):  Continue.  303 

sh-Scipium  Attelaum  Scipione  Atteltaao  ib.  358,  Barums  ih.  269 
(ma:  bun,  Aforun,  405-6;  ecc.)  '.  —  144.  nun  {nues  non  è  10,26, 
nù  Ime  non  temete  ib.,  tu  nun  sés  tu  non  sai  G.  3,8,  ù  nun? 
oi]o?22, 17),  ma:  tu  nu  daias  tu  non  devi  Rom.  13,9  (quat- 
tro volte),  uus  nu  daxas  voi  non  dovete  G.  5,  45,  nu  tiain  non 
vieue  4, 4,  nu  fij.s  uaira  non  fosse  (sarebbe)  vera  G.  5,  31,  wus 
ìtu  s'kauais  voi  non  si  (vi)  avete  G.  ib.  35,  cfr.  nuls=nun  +  l's: 
mils  gnis  dit  non  loro  venisse  detto  Ebr.  13, 19,  nuls  ì>andu~ 
neva  non  li  abbandonava  tr.  420. —  num  ecc.  145.  karma; 
alimeri  alimerts  Apoc.  4, 7.  6,  mulijnaint  -  monimentum  (se- 
polcro), 27,  64;  23,  29  (cfr.  bergam.  mulimet,  rumen.  mor- 
tnvnt,  Stadj  crit.  I  62=340);  —  [innumber  numerus,  inum~ 
brS$\.  146.  Qui  pura  ben  distinti  fra  di  loro  pel  significato 
iliverso  i  due  verbi  di  questo  numero  (cfr.  Pali.  conj.  18),  mal- 
grado l'es.  l's  chiagnuols  mangiari  15,27;  ctr.magliaun  13,4, 
magliés  23,14,  maglieder  11,19,  allato  a  mangiaun  14,  20,  ecc. 
—  147.  n'r:  schendra;  hundrò  Rom.  1,25,  hundrér  L.  1,46,  v. 
n.  85;  tpendra  nus,  spendrischun;  tnender;  inschendró  gene- 
rato .\p08t.  7,29.  148.  ns:  spauns  che  anche  ricorre  Apost.  10, 
45;  ma  cfr.  del  resto  i  n.  32,  58  e  94,  sempre  col  n  assorbito, 
cai  ora  si  aggiunge  tres  {"  tras  soprsW.),  che  presuppone  'trSs. 
Poi:  cusdrin;-  cuselg  K     149.  infiem,  infauns  pi.      160-1.  nd 


'  Ancora  bì  notino:  lumgiatnaing  lungamente  ib.  SOO,  e  mamvailg  WlB.SSO 
(manànalg  Tb.  49)  v.  a.  p.  66  u. ,  che  é  del  resto  una  forma  più  gemiioa  che 
non  sia  qnella  di  Biveroni.  Ma  un  esecaplare  in  cui,  per  la  etimologia  oscu- 
rità, la  scrittura  sì  fa  pedissequa  della  pronuncia  anche  sotto  la  penna  Ai  chi 
bada  alle  ragioni  istoriche,  sarà  dalum,  immediatamente  (conscmant  vnieit 
i  ialum  segvaint.  Pali,  ort  64),  cioè  da-lunlgl,  cfr.  dalvngia  immadiata- 
menta  Wn.  835. 1024,  dahmgit  Conr.  (s.  'gleich'),  da  lunga  sopraaass.  DB. 
s.  'immediatamente',  de  longh  siibito  a  Bormio  e  in  Val  Vwiaaca  (Monti), 
e  pel  dileguo  dal  -g  la  n.  S  a  p.  flS. 

'  Ricorrono  insieme  in  Biver.:  insaina  ed  isaina  insegna  num.  192,  e  piti 
icite  amendue  ;  cui  ti  aggiungano:  isalér  in-salare,  5, 13,  isagléreac.  a.  81, 
nucUdro  n.  134-6,  e  ancora  nelle  combinazioni  n-t>  n-f:  iwilér  Q.  10,10, 
alialo  ad  inmtlir  19,18;  c«/itw2,16;  Ccu/IAi  fi  confida  9,^,  nus  ns'evffi- 
icdn  II  Tesa.  3,  4  (v.  all'incontro  il  n.  149);  e  finalmente  dalla  Sabq.  Mwper- 
ffgUu  insuperbito  58,  iwido  =  incidó  occsKi  ib.  Oi-a,  alcuna  di  qaeste  figure 
direttiTe  ben  potrà  semplicemente  dipendere  dall' erronea  omiasione  della  tilde; 
Du  il  loro  complesso  dà  pure  a  divedere  assai  fievole  la  prounncia  del  n  nelle 
combinazioni  riapettive.  Manifesta  assimilazione  è  in  issemel  I  PJet.  4, 4,  allato 
a  in  temmel  a.  38. 


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£04  Ascoli,  Saggi  ladiai,  1. 

si  regge  anche  in  prandè,  in-prandè ,  prandet  2, 14;  main- 
tervieue  l'assimilazione  in  intma  inua,  e  ancora  t.  a  pag.  67, 
mprain  preheadit  -ende,  v.  in  n.  ai  num.27^;-  di  tiainc,  venti, 
T.  in  B.  al  num.  172.  Il  riflesso  del  '-mente'  arverbiale  è  scrìtto 
in  Biveroni  più  spesso  -mang  che  non  -maing  i  :  uairanuàng, 
mélamang,  alnindav(n]tamaing,  sumgiauntamang,  dimperse- 
maing  (=  dimperse  *d'-in-per-sè,  ma;  cfr.  il  ted.  'sondern'  cioi 
un  'ma'  di  separazione,  di  esclusione)  6,  13,  particulermang 
ICor.  12,11.  bunamang  a  an  bel  circa  14, 21,  sulamang  ìii.5. 

36,  sub[b]ittamang  -maing  L.  2,13,  Apost.  16,26'.  Esempj  no- 
minali con  l'integro  -aint=-ESTE,  avemmo  al  num.  32n;  ed  ora 
per  -maint=  -Ì/IEUTO:  wp^rviaamtànt,  imgiuramaint  migliora- 
mento Rom.  15,  2,  arditnaint  I  Cor.  6, 1,  amanchiamaint  ib.  7, 
sarramaint  num.  173,  chiastìamaint  Ebr.  12, 7,  sentimainl  22, 

37,  cumandamaint.  152.  hiit,  pùtt  (cfr.  num.  172] ,  gUtta  ecc. 
num.  63;  stitt  Car.,  tit  tincto-  Pali.  ';  e  ancora  t.  la  prima  nota 
al  nnm.  172.  16&-58.  Si  ripetono  i  fenomeni  incontrati  nel  so* 
prasilvano,  e  negli  esempj  stessi,  esclusa  la  voce  per  'lievito', 
che  ha  qui  altro  tipo  (alvo  Car.,  cfr,  leva  mil.  ecc.  pag.  69 n.; 
basso-eng.  alvamaint  Non.  74,  cfr.  sottosass.  levamaint  cl.  71), 
La  voce  per  'ambo',  n.  157,  è  amanduos,  in  notevole  accordo 
coll'it.  'amendue',  e  deve  trattarsi  di  'amb-ed-due',  cfr.  'tutti  t 
tre'  ecc. ,  e  per  la  parte  fonetica  :  'rendere  =  reddere'  (num.  231). 
Si  aggiunge:  d'amba»  varts  (num.  209),  Wje.  132.  Nel  riflesso 
dì  'cambio'  qui  abbiamo;  chiami6  ■a&m^xaXo  Rom.  1,25,  chiami 
cambio  16,26,  cunter~chiammi  Ebr.  10,35.  E  a  quel  numerosi 
possono  aggiungere  :  tumma  tumman  tumér  cade  -ono  -ere  {tm- 
bar  proT,  ecc.;  tómbola  it.)  10,29;  17,15;  15,14.27;  e  cundm 
gomito  Car.  ('cum'dun  "cumbfijt-ón-,  cfr,  il  rifl.  soprslv.  n.  231, 
il  friulano  ecc.). 

*  Uai  é  del  reato  afiktto  legittimo,  e  le  odierne  varietà  alto-engidioa,  cha 
ai  odono  allato  al  clasaico  -mam^,  e  sono  -omm^  -mang,  corrìapradono  aJI< 
varianti  parallele  di  altri  ai  (Pali,  oi-t  S9;  v.  sopra,  p.  169  n.,  bìIu.237-8}. 

'  da-coìtr-maing  Wik.  1037,  cfr.  pag.  142. 

*  cODj.67;  ma  non  ritrovo  in  quella  Bcrittnra:  staundicJur  (cioè  stmndaclitf. 
T,  aam.  44  n.),  stitt\  forse  perche  it  derivato  tbindtchanter  sia  venuto  ki^ 
piantando  il  semplice.  Superfluo  avvertire  che  e»tinguer  exHnt  ib.  83-5  tia 
voce  letterata. 


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Esplosive. 
C.  160-1.  chiesa;  chiosa;  chiaud  cavatus;  chiodiì.\0;chiarn; 
chiarduns;  chiuzamainta  n.  94;  chiarito;  chiandalijr;  acchiat- 
tSr,  ackiaiéda  n.  213;  sth-chiatsthd;-  chier;  chio,  pi.  chios, 
0.  68*,  darchio  (=  darchau  soprslv.  Car.  nachtr.)  Mr.  2, 13,  di  ri- 
capo, derechef,  chiauilg;  chiauns,  chiagniouls,  ch[i]agna  Car.;- 
cAio«nocannal2, 20;  chialla  (=  ca/io  sopralv.,  cessa,  cfr.  Diez 
less.  8.  calare);  charg  il  carico  t,  n.  165;  chiastilg  n.  31;  chia- 
jfì'an.  181-2;  cAian^un  cantone;  chiamin  camino  13,42;  chiam~ 
minò  camminato  10,23;  chiammi  n.  157.  163-4.  'ca:  sckiar- 
•pa-s  L.  15,22;  merchiadaunt,  marchiò  mercato  G.  2, 16,  archia 
Ebr.  9,  4,  harchia  G.  6, 17,  fuorch[i]a  Car,;  apelunchias  spe- 
luncae  (spelunca  CD.  122);  sckio  siccàtus  Mr.  11,  21;  tuchio; 
lichiijer  Car.;  —  "ca;  glorifìcMo  gloriflcatus  G.  11,4,  crucifi- 
cUer,  giiidichier  I  Cor.  4, 3  '.  166.  *ca'  {^-ga  -ja;  cfr.  n.  105, 
W):  predgiér  predicare  4, 17;  medgier  medicare  8, 7;  charger 
caricare,  s-varger  guadare  (-Taricare,  cfr.  soprasilv.  num.  123); 
ehiavalgiand  WiK.  2Sl ,  -algetdS;-  mangia  la  manica,  Car.; 
iaselgia;  —  spias;  vschia  Car.;  asfiiantò,  asciugato,  seccato, 
Mr.  5,29  (v.  p.  74  n.);  t)Ì7*ii;o  -  verruca  Pali.  ort.  101;  tóia(cioè 
tàija  =  thèca)  *;  plaio  plicavit;- jjai^r  n.  69  >.  166.  co-,  cu-; 
come  nel  soprasilvano;  cfr.  Ì  num.  52, 56, 59  e  89.  167-8.  -co-, 
-CH'I  (a]quaist  ecc.;  pasculeuan  *;-  algurdér;  aguoglia;  l'g 


'  Onnsti  eaeinplari  in  cui  é  féa  da  ICA  (ooiri  atcuo),  e  quindi  si  sUccano 
ilftl  DQmero  che  suEBogue  (cfr.  il  topnlT.),  deroua  consideram  qnssi  voci  let- 
lente,  d'importazione  non  gran  fatto  antica,  da  porù  accanto  a  colloiér 
tàiuìir  rgoo'cér  (Pali.  ort.  68.  79.  80)  e  «imili.  Ancora  tb  avrortito,  che,  d«1 
liflwsa  di  'judicara',  Bìvarooi  oscilla  &a  il  tipo  dì  cni  ora  ai  parla  e  quello 
del  numero  che  Mgua;  quindi  ci  àk,  allato  a  giùdicher  o  giùdichia  (Q.  5, SS): 
gi&dgiér  giùdgi$  acc.  7, 1. 2,  giùdg  (giudico  G-  5, 30),  aull' analogìa  dì  pr*- 
igiér  n,  165  (=  ^tdger  Pali,  conj.  19).  Ma  la  favella  à  poi  rimasta  al  tipo  jiu- 
ikher  [giùdicha  ecc.  Sisa.  123.  53.  146;  gvdxcher  Pdl.  conj.  17,  insieme  con 
glorijicher  indicher  ecc.). 

'  Il  Talore  fonetico  della  figura  addotta  dal  Car.:  taùchùi,  riesca  incerto. 
Uà  deve  trattarti  dì  tdila=:tdija  della  fiue  bÌTeroniana  =  tei^a  BopralT. 

'  Cfr.  nel  rifiesso  di  'aecare':  ti  seja,  elt  3ej<m,  ttus  igiains,  inf.  «;ar; 
Pali.  conj.  60. 

'  Ma  il  e  di  'maeculus'  riducasi  a  S,  pei*  effetto  dell*a  cbe  subentra  all'u 
in  dileguo  (cfr.  le  note  a  pp.  49  e  95,  e  alUger  Car.  s.  'lagrar'):  mascMel  (cfr. 


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206  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

segwmd  il  secondo  22,26,  asgundatm  secondarono  Apost.  5,40  ■. 
Ha  il  e  riuscito  finale  pel  dileguo  dell'u  (o),  se  è  preceduto  da 
consonante,  o  da  ATI,  si  fa  'c^:  fraunch,  baunck-s,  num.  13^; 
pcerck  (od,:  ptierch  pùerchia  Car.,  cfp.  n.  162-4)  *;  pasch  pa- 
scuum  Car.  (cioè  pas'é,  v.  Pali.  ort.  49);  huaistg  'Ye3c[uv]  n.  44, 
e  cosi  frais'é  tudaisc  Pali.  ort.  48  "  ;  seck  siccus  cfp.  n.  162-4; 
saick  saccus;  [anch  ricco] ;  jjoicft  n.  68  (fm.pocWacfr.  n.  162-4); 
roch  =  roc  raucus  co.  115;  —  se  all'incontro  è  preceduto  da  i 
tonico,  si  riduce  ad  un  suono  che  nella  più  antica  ortografia  è 


nuachiel  soprasass.  ds.);  e  analogamenta  aremmo  mùseliial  muscolo  p.  27,  cui 
ai  aggiungerà  anche  tschierehel  (che  certo  è  da  leggere:  éiér'celi  cfr.  eerckiil 
aopraaaas.  ds.)  Pali.  art.  37.  - 

'  187'.  Per  le  forinole  tCUL  ÉCUL  (tngnl  dogul  ecc.,  v.  Il  3)  raccogUama  | 
qui  intanto  gli  eHempj:  mieuffla-s  mlculae  15,27  allato  a  mieula-s  Mt.7,ii, 
L.  16,  21  (od.  mietila  Fall.  ort.  101  )  ;  priuel,  pi.  priuel-s ,  pericnlnm ,  m*  li 
S\sa.:  prieutl  prieuel-s  10.150  {od.  prienel  1.  e.  33;  Wie.  id.);  spicuel  specu- 
lumlCor.  13, 12,Giac.  1.23  (spiew\uel;  od.  apieott  ìb.);  pieula  (Sabq.  i2;  oi. 
pieola  ib.)  pieala,  noteToIs  anche  pel  trattamento  dell'I  (in  mio  adrnecialo). 
Cfr.  n.  184.  E  sempre  in  relazione  col  nomerò  ora  citato,  qui  sì  considerino  an- 
cora, per  la  formola  OC:  alueér  allogare  Ta.  354,  l'iuret  si  collocd  Wi^SSS 
(PalL  lovér  lava,  e  aneloganiente  giovér  giova  giocare,  conj.  16. 17;  v.  B.,p.  193, 
n.  4);  ifao  •infu[gjuà[d]u,  infocato,  Saso.  79,  afw>  (=  fuau  Bopnlr. ,  fiiò lo- 
pratase.,  ds.  s.  'fiirro  infuocato*)  Apoc.  3, 18,  cfr.  n.  237. 

'  Riesca  a&tto  certo  e  manifesto  chs  lo  -^h  delle  antiche  scrittore  a-  ' 
gattine  abbia  il  valore  di  'e;  e  ci  limiteremo  a  produrne  una  prova  indiretti, 
che  riaulta  dall'oso  improprio  di  -chpea-  la  palatina  media  in  alaick  (=ali<s, 
cfr.  n.  19-21)  Rom.  7,  3bis. 

'  Qualche  oscillazione,  almeno  nella  scrittura:  fiaunes  3,4,  Mr.  1,6,  flauncki 
L.  12,35  (Sabo.  id.  123),  flaungs  Ef.6, 14,  I  Piet.  1, 13.  Diversa  cosa  «  l'avera 
costantemente  nel  dialetto  di  Segl:  /launk  (jhnk)  ecc.,  e  cosi  pur  mMuih 
(men/ia)  por  maunZa  (a.  13)  ecc..  Pali,  ort,  39. 

*  Cosi  arch  {are)  eog,  Car.;  e  nel  riflesso  di  'snlcus':  suolch  basso-eng. 
Car.  e  noh.  27,  ma  nell'alto-eng.,  coli' alterazione  progredita:  suoigl  (i^iw; 
•j«d(?  *suól'ff  suólj,  off.  p.  68  n.) ,  che  è  la  stessa  fase  del  sugi  suigl  sopfs- 
tàU.  Car. 

'  Parrebbe  intatta  la  gutturale  nel  riflesso  bÌToroniano  di  'bosco*  (n.  66  in  Ij 
al  aing.,  avendovisì  coatintemente :  bcesthc  (bcesckk  in  un  solo  Inogo,  24.3^; 
e  bceschk  ugualmente  Sabcì.  48,  cfr.  ib.:  la  ptukUra  dati  arichs  il  pascal» 
dei  ricchi'44,  tchkialmauna  ^scalmana'  48),  ma  della  gutturale  noa  si  >tiì 
yeramente  che  l'appaienia;  cfr.  vaine  ecc.  in  nota  al  oum.  172  e  Pali. ori- 45 
(od.  bds'c).  Antico  basso-eng.  Camp.:  bceschk,  tudaischk,  fraiscMt  (allato» 
fraischh  iamaintf  k) . 


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g  1.  Origioui;  C.  Engadina  (Atta):  Esplosila.  £07 

costantemente  rappresentato  per  -eh,  e  nella  moderna  per  h; 
quìodi  in  Biver.:  dich  (Sabg.  id.  119),  amich  inimich  (Sabq. 
id.  18),  uijch-s,  e  all'incontro  Car.  e  Pali.:  amih  vih  »;  —  se 
preceduto  da  6  lat. ,  si  dilegua  affatto  (cfr.  il  basso-eng.)  ;  los  lo- 
cus  ecc.  n.  52-3,  e  ugualmente,  comechò  per  yia  forse  alquanto 
diversa,  se  gli  precede  i  in  voce  sdrucciola  (soprasiW.  n.  168): 
suluédi,  gli&nedi,  uiedi,  mèdi,  tcecci.  Restano  ì  seguenti  riflessi: 
di  'lacas',  ctie  ancora  è  leich  in  tk.  504  >,  ma  oggi  lej,  col  verbo 
allajer,  el  alleja;  e  di  'sucus'  '-duco':  zuj  n.  59  n.,  conduj  ecc. 
Pali.  conj.  82-3.  —  Di  uscita  latina:  ne;-  fmgiùn  num.  227.  — 
169-70.  ce  ci:  sc/ia7^Ìe«-s  cerniti,  scelti,  20, 16;  schaina,  schil; 
ùnschert  AMm25,)4;  schient;  schinta;  schendra;-  arschaiuer; 
aschaid;  plaschet;  taschaiva2Q, 62;  giescha  giace,  giaschaiua; 
nun  nusthè  non  nocete!  Apoc.  7,3;  pulsohains;  uainscka  n.  44; 
insohais  num.  32;  dislh  dudesth;  pcesth;  [ajristh  radice;  diath 
dica;  dfisth  duce  2,6;  crusth;  uusth;  liUsth;  —  quindi,  in  sino 
ad  ora,  unicamente  lo  s  di  Biveroni  (cfr.  num.  138  n.)  di  contro 
alla  semplice  esplosiva  italiana  (<^),  laddove  troveremo  lo  é  di 
Biveroni  quando  si  abbia  o  si  avrebbe  la  doppia  italiana  (éé): 
cuotschen;  utschelina;  fatsth  {=  faccio;  allato  a  faschaiua  fa- 
cava);  bratsth  (ma;  àbrasthòs  abbracciati  Rom.  1,27);  fatscha 
(" fatstha Q.'Ì.S);  imnatschas  minacele;  —  e  ancora,  ma  insta- 
bilmente, nelle  formolo  [U]LO'  RC:  dutsth  Apoc.  10,9. 10,  allato 
al  fem.  duscha  Qiac.  3, 11. 12;  mertsche  (mercé  soprasass.  ds.) 


'  É  no  A  che  nella  pronnncia  si  sente,  secondo  tt  Pallìoppi,  ort.  66;  e  il  no 
nìor  fonetico  ci  é  indicato  per  contrapposto  dal  medesinto  grammatico,  quando 
taKgna  che  faspirozioDe'  delj  è  beo  piti  dolce  di  quella  dello  h  (ib.  57). 
Singolare  che  compaja  questo  h  Anale  anche  in  rih  io  rìdo,  conj.  8S  {cfr. 
Bum.  203).  In  di  dico,  conj.  94,  nulla  piA  rimarrebbe  dell'antica  esplosiva. 
l  poemelti  istorici  san  già  alte  condizioni  attuali,  ed  anzi  trascnrano  por  lo 
-h  di  mimih  (WtE.  -mih  94. 100. 126;  -mi  175,  e  in  rima  con  di  giorno;  115. 
432,  con  di  dico  501  ;  Tn.:  gnimis  05,  inimù  93.  100).  Ma  in  Ta.  à  notevole 
tich  io  rima  con  Oettérrich  162,  il  quale  r^presenterà  l'ortografia  originale 
^Vu.  eih-9  408);  e  avremo  tra  poco,  nel  testo,  altro  analogo  ssomplara  da 
quella  fonte.  —  Il  rifleaao  di  'flcns'  rasia  alla  schietta  guttorale,  in  grazia 
del  -(  ch'esso  cooierva (nam.  137).  Ma  ancora rìTieoe  a  questo  luogo:  wm- 
blik  Car.  (wmbCi  basso-eng.  kom.  59)  =  wtnfilt^  soprasilv.,  umbilica*;  cfr.  il 


'  La  forma  di  Biveroni  mi  manca,  in  caoaa  delle  deficienze  del  mio  esem- 
plare. 


;vGoo»^lc 


208  Ascoli,  Sa^i  Udini,  I. 

mereede-IO,  41  bis  {mertschè  L.  6, 35,  Rom.  4, 4) ,  allato  a  mer- 
sche  II  GioT.  8  {merschè  I  Titn.  5, 18);  martstb  7,^18,  marsthl, 
17,  sth-marschidas  Giac.  5, 2  '.  171.  pléd,  plider  Pali.  conj. 
33.  17S.  Prevale  la  schietta  assimilazione:  dretQ,3,  dretla 
G.  18, 10;  tèt\  letta  sc«)\i&;  per fet;  aspettains  ì.^^\.;péttanCaT.: 
stretta;  dit[maledet-s 25, 41]^;  sùtta\  frùt;  fat;  trai;  lttt;noi. 
coaita  nuni.54n.,  stra-cot  Pali.  ort.  80;  luotta  num.  63;  pittimi 
Q.  14.  Ma  siamo  all'incontro  alle  condizioni  soprasilvane  in  dra' 
chiara,  adrechia,  già  toccati  a  pag.  87  n.;  fich  (cfr.  infìchiaun, 
quasi  'fecero  in-fitta'  Apost.  ZfAi.lcischén  infichiSs,  lasciarono 
'infitti',  cioè:  nelle  peste,  Tb.613,  t.  s.,  p. 74  n.);  oicft  ceto;  jjoi'c* 
(*paig  soprslv,  Car.),  pi. pacfts,  pactum,  Sabo.  353-4,  tr.581, 
277;  e  in  sainc  s(Bnc,  sainchia  cittced  4, 5;  27,  53,  G.  1, 33,  por 
ch'ella  saia  s^TicMa  1  Cor.  7, 34 ,  sainchisthma  fé  Giud.  20  = 


'  Nella  &ltre  fonti,  a  nella  faxella  odierna,  già  ci  occoraa  lo  é  (tsch)  ini- 
ziale per  lo  /  di  BiTeroni.  Cfr.  Pali.  opt.  37;  e  ib.  47  per  lo  e  interno.  -  P« 
'tseh^  =  -ò6-  ital-,  valga  ancora:  glats^ha  Wm.  284  (in  rima  con  plw»), 
glaUch  co.  64-5;  a  che  in  questo,  coma  negli  eaempj  analoghi  dì  sopra  in- 
dotti, ai  tratti  Teramente  di  doppia  consonante  angadina  {ce  — Ci),  i  nei" 
mostrato  dalla  conaervazione  dell'a  (num.  1-2  in  n).  Lo  Uth  par  la  dopiiii 
di  diversa  base,  é  al  num.  107.  —  Esempio  di  /=  TC':  vtracha  (cfr.  versciL 
Pali.  oi-t.  45)  =  virscha  gueracKa  soprslv.,  vertice,  Cor.  —  Agli  esempj  di  pretU 
assibilazione  che  l' engadino  ha  comuni  col  soprasihano  (-x-  -«-,  n.  63  n.,  91), 
s'aggiunge  nell'Engadina  nn  caso  iniziale:  cittced  eittéd  Biv.  {eitdd  Car.,  ct^ 
Mit-,  cfr.  D.  135  e  Pali.  ort.  37;  basao-eng.  cjnii[dl).  Hanno  x  tutti  i  diaU grì- 
gioni  Del  riflesso  d''innocens'j  ma  V o  intatto,  e  l'esserci  i  nel  rifleno  à'\ 
verbo,  mostrano  trattarsi  di  voce  estranea,  malo  asaimilata.  —  Notevob  u- 
rebbe  finalmente  il  fatto  avvertito  dal  Pallioppi,  ort.  14,  che  «noni  diient 
la  vocale  che  precede  i,  secondo  che  questo  risponda  a  e  o  a  /  ital.  Nsl  pi'!"' 
caso  sarebbe  piti  lunga,  vibrata;  p.  e.,  secando  la  sua  ortografia:  tàscìta  tec«, 
ma  Idscka  lascia.  Intorno  a  questo  ci  vorrebbero  perA  ultariorì  indagùu*  ' 
Cfr.  ancora  il  num.  177,  e  la  n.  al  num.  138. 

'  uit  vinto  I  Oiov.  2,14;  4,4,  Apoc.3,21,  ni»  Sabo.  167  (ant.  e  mod.bssao- 
ong.  id.,  IsF.  112  e  nf),  dovrà  egli  mandarsi  coli*  it. 'vinto'  •vincto-,  aquilini 
piuttosto  al  nmu.  152,  oppure  col  lat.  'vieto'!  li  Pall.  ci  d&  oint  conj.  68- 

'  Il  semplice  -e  della  forma  mascbila  non  pufr  rappresentare  la  vera  {(^ 
suncia  engadina,  comunque  ritorni  nel  pi.  laincs  tfnes  sena  (cfr.  laung^'^ 
n.  185).  Potrb  imaginarsi  che  v'  entri  come  un  ricordo  letterario  od  ecelesii- 
«tieo  della  forma  latina  (nella  mod.  versione  basso-engad.:  tanct  sancts,  tafuin 
aanctai,  allato  a  aainchia,  cfr.  Rom.  11,16  coni  Cor.  7,34);  ma  abbistDO-M 
per  -ne  anche  in  uainc  vanti  [v.  il  num.  151  eopralv.  in  n.]  Apoc.  4,4'*^'^' 
(allato  a  uairKhiatraia,  oiod  vain'c-a-trai-,  ventitré,  I  Cor.  10,8),  e  ancora* 


lJ,qit,zeabvG00»^lc 


§  1.  Origionì;  C.  Bogadiiw  (AIU):  Bsplmive.  £09 

Notevole  è  ancora  Vij  (t)  di  Biverooi  negli  esempj  che  seguono: 
lijt  lectus,  lijt  partic.  di  Megere'  12,5,  inclijt  intelletto,  par- 
tic,  e  Boatant.  (cfr.  num.  120n),  fem.  Utta  inclitta  II  Cor.  3,3, 
ditta  colta,  collecta,  13,40.  È  impossibile  che  la  differenza  tra 
queste  forma  e  letta  tèt  ecc.  che  prima  si  addussero,  non  abbia 
la  sua  ragione  istorica;  e  se  nelle  fonti  posteriori  ai  dilegua 
(Sabs.:  lett  il  letto  80,  inclettZ;  Pall.:  partic.  let  letta  ecc. 
coDJ.  80),  ciò  dipende  dal  non  continuarsi  mai  in  queste  Vij  dì 
Biveroni,  come  in  più  altri  luoghi  vedemmo  (num.  23, 28,  ecc.). 
Dovremo  credere  che  lijt  eco.  ci  rappresentino  il  tipo  *Iejt  (onde 
'lejtj  le'c  soprslv.,  cfr.  ìl  §  2,  a,  n.  172),  cioò  quel  tipo  che  ad 
evoluzione  compiuta  sarebbe  entrato  in  serie  con  a-drechia  ecc.  *  % 
k  questa  dichiarazione  contrasterebbero  in  ìspecie  le  figure  fe- 
minilL  Oppure  dovremo  vedervi  un  principio  od  un  resto  del  dit- 
tongo dell'e  in  posiz.  (cte.jett  friul.  n.  28)1  0  finalmente,  nul- 
l'altro  che  l'infiusso  del  tipo  dell'infinito  (num.  190)1  Questa 
dichiarazione  meriterebbe  senz'altro  la  preferenza,  ove  si  potesse 
senza  molto  stento  adattare  anche  a  lijt  in  quanto  dice  'il  letto'. 
Cfr.  il  basao-eng.  173.  cr:  sarramaint;  [s<Br  n.52];  ecc.  come 
nel  soprasilv.,  e  cfr.  la  prima  n.  al  num.  167.  174.  cs:  ta- 
scher;-  dis  dixit4,3,  G.2,15;  [toecci];  sijs;  masella  L.  6,29; 
S(Mf»J,  ias[s].  Pali.  ort.  84.       QV.  175.  persequitd  ecc.,  v.  so- 


confroDU  baathe  {Savo.:  bcetchk  83)  al  d.  66  in  f.,  ed  in  iepecie  il  n.  180.  La 
Sina,  okìIU  in  modo  noteTOle:  tteneh-s  155;  -neh-s  109. 136,  sxnch  5S.  155. 
157;  SiroATS,  t<enehk  83.  UQ.  Wii:.:  tainokUOS,  aainh  35. 36.  Cui.  e  Pul. 
(ort  53):  lench,  cioè  s«nS,  e  coti  wiiiteh  Tenti  Cor.  (Ta.:  vainff  56,  eain- 
(hoduoi  45,  Wii.:  oainch  689).  Quanto  4  poi  all'ai  oà  a  {a  pur  nel  fem. 
iienchia  Rom.  7, 12)  nel  riflesw  di  'aaticto',  k  sua  presenza  in  tutte  le  fonti 
^  buterebbe  a  dissuaderci  che  vi  si  tratti  dell' aw«  (cfr.  platmt)  confalo 
cidl'oi»  secondo  le  analogie  di  cui  toccammo  in  nota  ai  nnm.  16;  e  poi  ù 
aggiungono  le  forme  bawo  engadina,  che  eacludono  afiatto  qneata  snpposi- 
lìoae.  Ha  deve  trattarsi  di  *san}lo  ^idinfto  *tairtco  [^lainEo],  cfr.  II,  5. 

'  Coti  si  Bupporrabbe  la  doppia  figura  *l*tto  (cfr.  Ittta  prima  addotto)  *l^lù, 
come  Bvenuno  *ireUo  e  lo  sviluppo  di  *drtjto.  Similmente:  traetmoir  (a,  47 
*)pnlf,)  accanto  a  (rat.  Ancora  avremmo  jwotKh  punto,  articolo  (fem.jpuOH- 
cUo,  'pnnta'  nel  particolar  aigniflcato  della  malattia,  Cu-.),  allato  a  putì  n.  15S 
[ftm. putta =pitgia  soprilv.  o  soprasass.,  'punta'  nel  aigniflcato  di  colonna). 
Circa  le  qnali  forme  col  n,  già  mostrammo  dubitare  che  non  Tengtmo  diret- 
luients  dalle  latine;  ma  vanno  tattavolta  considerati  i  paralleli  provenxali: 
pimi-  pofiéK  ponclut. 

.Uchivio  BhXIal.  iul. ,  T.  U  * 


;vGoo»^lc 


310  Ascoli,  Saggi  ladini,  1. 

prslv.;  quaid  u.  21;  s'asth-quasseuan  si  squassavano  Apost.  Id, 
26.  176.  inguel  ingualSr  (uguale,  simile;  assimiglìare ,  cfr. 
n.  231)  13,44.45.47;  11,16;  alguér  =  luar  soprsW.  n.  177,  cfr. 
it.  di-leguare  e  il  n.  227.  177.  ouua  *8ugua  cfr.  a.  184,  «d  è 
prodotto  che  risalA,  insieme  cogli  altri  esemplari  del  num.  4,  ad 
un'età  in  cui  non  era  peranco  inralso  il  fenomeno  del  oom.  1 
(cfr.  più  avanti  il  riflesso  di  'aquila')  *;  suainter  secondo  (prep.), 
dsieua,  dopo,  dietro,  quasi:  'di-sieguo-a',  azxiever,  quasi:  "as- 
siéguere',  assequi.  Pali.  conj.  24,  cfr.  il  basso-eng.  e  il  sostant 
ital.  non  registrato  dai  lessici*,  'prosieguo'.  Importanti  compli- 
cazioni ci  occorrono  ne' riflessi  di  'aquila': 

AQUILA 

*auguila  *auuila  (d.  184) 


*Atì1«  «aiTlft  (n.  235)  «àuila  «àuiOa  (n.  237) 

tuia  Bottosaas.  cl.  SS  (n.  68')  dulja  aut.  baBSo-eiig. 

ett/a  alto-eng.  (cfr.  «oh  d.  24)  àlja  mod.  ba<ao-«ng.  (n.  94) 

eaula,  Apoc.  4,  7,  pi.  eaulas  24, 28  K  179.  Si  odono  kent  per 
quaunt  (cioè  guént,  v.  la  prima  n.  al  num.  13),  catter  per  quat- 
ter,  ecc.  Pali.  ori.  31.52,  ed  è  dileguo  affatto  recente;  antico  è  ìq 
co  quam5, 12. 13  cfr.  num.  4,  chi  chelllZ,  latsth,  schinc,  stor- 
dscher  Pali.  conj.  66,  ort.  47.  G.  181-2.  gial  26, 34,  giagli- 
na;  giada  "gau[l]da  gaudet  ecc.  n.  68;  giat  co.  117  cfr.  soprsW.; 
e  iniziale  in  voci  non  latine:  giagliardamang  gagliardamente 
Apost.  14,3,  giasl  [gasi  soprasiW.;  il  ted.  'gast']  ospite,  coB- 
mensale,  22, 10;  —  piirgiédas  num.  89;  targia,  lungia  CD.  114, 
cfr.  num.  1 83  ;  cui  si  aggiungono  ingian  Col.  2, 8 ,  [lusingia  Fall, 
ort  43,  lusaingia  Car.  nachtr.,  cfr.  n.  44]; — paiauns paijav,ns; 


*  Al  Boprasilv.  sck-uar  adacquare  (quasi  'sci-acquare')  coatrappone  Car.  il 
b&BM>-eag.  a-agtior  e  l' alto-eng.  ast-aoer,  lata.  e.  'aua'  ;  ed  tusavér  attiva  tu 
il  Pali.,  adattaodoai  coti  il  verbo  all'analogia  del  num.  1.  Singolare  i  all'iD- 
eontro  l'fuuteua  di  BiTeroni,  I  Cor.  3,7  ed  8,  quiksi  riafinito  foaae  *atim' 
vèr,  quando  BiTeroni  eUsso  ha  il  ptc  atauó  ìb.  6  (e  cosi  la  Sabq.:  atauter  S5). 
L'influito  assoDdr  che  il  Car.  adduce  nel  nacbtrii  (cfr.  lesa.  a.  '■chvar'),  coma 
tratto  da  qualche  antica  ECrittura,  mostrerebbe  Vo  invalso  nell'àttMia,  eoa'' 
aeìì'oi>el  =  ual  BOpraN.,  rivo,  Car. 

'  11  Car.,  nei  nachtr.  (c&.  il  leu.  a.  adler)  attribuisce  ali'Eogadìna  le  figun 
•eguentì;  aglia  aivla  àvla,  aguagliat  E  ancora  cfr.  le  mr. 


;vGoo»^lc 


§  1.  QrìgioDÌ;  C.  Engadiut  (A)U):  Esplosive.  211 

dita  daga  Apost.  16,  27;  pleias  piaghe  Apoc.  9, 18. 20;  schneia 
'sDega  oegat  I  Giov.  2, 22. 23,  ini  sthneier  10,33;-  Iter,  Jt'o  le- 
gato, dsch-lias  tu  sleghi,  lian  legano,  lia  Lega  Gar.;  chiaatia, 
chiastiédars;  afadier  Car.;  già  'gbiga,  ted.  'geige'  tìoUdo  {^ie- 
gia  soprsW.  Car.)  Pali.  ort.  103.-  Cfr.  n.  184  e  185  •.  183.  gu 
go:  gvla,  ingttoscha;  ma  fiiùra  stante  Vii,  17,2.  Il  g  dietro  a 
liquida,  venuto  all'uscita,  deve  farai  palatino,  e  lung  p.  e.  suo- 
nare lun'ff  '.  Cfr.  num.  186.  184.  Con  questo  numero  si  ven- 
gono a  confondere,  per  la  fase  intermedia  di  sorda  in  sonora, 
cioè  di  h  in  g,  il  167'  e  il  177;  e  necessariamente  vi  tocchiamo 
insieme  di  ug  (uc,  ecc.)  e  di  gu.  Ora,  non  si  vuol  giA  negare 
cbe  il  dil^uo  di  ff  possa  avvenire  tra  vocali  di  qualsiasi  colore 
e  basti  in  ispecie  a  promuoverlo  11  semplice  fatto  che  v'  abbia 
Hn  u  tra  le  due  vocali  che  lo  circondano.  Ma  sul  terreno  in  cui 
siamo,  è  incontestabile  cbe  il  g  soglia  andare  espunto  per  effetto 
dei  due  U  ira  i  quali  la  propagginazione,  o  progressiva  o 
regressiva  (oum.  235"  del  soprslv.),  ebbe  a  ridurlo.  Dato  per 
es.  UGA  si  viene  ad  UGuA  (ugna  uua):  lugàr,  ant.  basso-eng. 
luguàr,  onde  luvar,  alto-eng.  luvér,  ecc.,  v.  num.  167';  e  dato 
AGU  (igv)  si  viene  ad  AuGU  (augu  auu):  agua,  ant.  basso-eng. 
augua,  onde  auva,  alto-eng.  ouva  num.  4.  Cosi  EGU  (égv)  ci 
darà  EuGU:  siegua,  ant.  basso-eng.  sieugua,  alto-eng.  sieua 
iiem  nam.  177.  E  continuando  con  un  esempio  ohe  più  propria- 
mente spetti  alla  media,  avremo  la  serie  che  segue:  lat.  rogai 
rogare;  figure  fondamentali  engadinesi:  'róuga  num.  50,  'ru- 
gar; ant.  basso-eng.  rougua  ruguar;  ant,  alto-eng.  a-rouua, 
a-ruér  26,53  (Pali,  rovér  róvo  conj.  20).  Cfr.  n.  237-8  =.  Il  G  tra 


'  Il  parallelo  di  !;  nei  neologismi  (amn.  162-4  d.)  abbiam  qui  nello  'g  di  atl^ 
gir  allegara,  s'arrogtr  arrogani,  affoger  aOogire,  Pali,  coiù-  27-8,  intarro- 
ger  ib.  31,  ort  114,  e  umili. ~  Di  fugia 2i,2a,  v.  II  4. 

'  V.  Pali.  ort.  42. 43.  Noe  ho  esempio  pel  rifleuo  del  maio,  'largo'  (cfr,  D.  182; 
ioglioDO  adoperare  Ced  Utus;  lartg  Car.  sarà  naa  variante  sopraaiiTana) ,  ma 
ea«  lar§  io  libero,  cioè  'allargo'  à  in  Pali.,  L  e.  Se  qualche  dobbio  potesee 
nmaners  circa  lo  -g,  malgrado  l' esplicita  affermazione  del  Pallioppi,  sarabba 
«ao  tolto  dalle  antiche  ortografie  baaso-engadiDe.  —  Del  rimanente,  il  ri- 
flasH)  di  -igo,  come  quello  di  -ico  (num.  167):  choitih  il  castigo  CD.  5,  slth 
io  Blsgo;  ecc..  Pali.  conj.  58-60, 

'  (t-roef  a,  52-3  é  il  parallelo  morfologico  del  sopraoilv.  ri4ug,  cfr.  Ili  1.  — 
Auoluto  dileguo  di  ;  à  pur  nell'ant.  fcc.  rouver  Diee  I'  190. 


;vGoo»^lc 


212  AmmU,  Skggi  ladìDi,  I. 

due  u  sin  dalle  origini,  e  gi&  in  dileguo  pur  nella  figura  basso- 
«Dgadina,  abbiamo  in  'augurjat  *attguirat,  ant.  basso-engadio. 
awuira,  ant.  alto-eng.  avvoira  Sabo.  pref.  (avuoirer  ant.'  PalL 
conj.  28;  cioè:  'auuórja  'auuóìra,  cfr.  n.  65, 47  b  235)  *.  Si  ag- 
giunge r  alto-eng.  iievla  (*te[u]gula)  Pali.  ort.  101,  che  entra 
odia  serie  di  cui  più  innanzi  si  ritocca  (li  3);  e  chiudiamo  cogli 
esempi  coi»Qiù  &  tanti  altri  dialetti  :  giuf  b  fo  {=  fan  soprslT., 
fo  aottosass.  ol.  22)  fagus  Car.,  senza  dimenticare  sua  cords 
Tr.  47.443,  OD.  64,  cfr.  pag.  146.  186.  leaungia  ''UaDg[a]a, 
launguam  {=  Ue]aungtia^  +  a,  cfr.  lenai  num.  172  n.)  I  Cor.  12, 
11  K  186-7.  Moung  (cioè  saun'g,  cfr,  num.  183  e  saungk  basso 
engad.  Cahf.  5, 2)  ;  —  astanschantó-s  ^.  188.  genuieu  num.  74 
e  gli  altri  del  soprasilvano,  cai  pajono  aggiungersi  lungiezia 
Ef.  3,18,  e  aruUgian  num.  33,  dubbj  esemplari  però  amendae, 
potendo  il  primo  dipendere  dall'aggettivo  lun'g  num.  183,  e  l'ai- 
tro  appartenere  in  realtà,  come  il  suo  parallelo  sopraailrano,  al 
nam.  190,  ed  essersene  allontanato  per  ff  da  j  *.  189.  tthnvo- 
glia  1;  arischer  n.  23;-  l<ensth;^launscher;  nun  infanschidi 
non  infinta  (*indngìuta)  II  Tim.  1,5;  terschar  tergere  ApocT, 
27;  spòrstk'el  n.  M,  finacorsehag.  190.  lijr  (=  legier  so- 
prasilT.)  tegere  L.  4, 16,  clijr  coUigere  7, 16  [cligiè  cligietin 
G.  6, 12. 13),  inclijr  intelligere  n.  120n  e  172  (ma:  ìncUgias  in- 
cligian,  cosi  come  incligié  incligiétten;  cfr.  fìi'gia  fugit,  e/ìi- 
gitten)^;-  ma  n.  68»;-  or;-  pa[j]ais  n.  232.      191.  V.  iri- 


■  SopruilT.  [a}uiirar  vràr,  angnraro;  dove  auguri  riduco  ad  h,  ccmm  n- 
rebbe  io  *io$t  (=  lut)  «goato,  fomu  grigione  addotta  dallo  Schuch.  vok.  11313, 
ftllato  ad  aeu»t  sopraailv.  Cam-.,  atnutt  Car.  par  tutti  1  dialetti  (Wie.639ì 
itampato  oDoiuf).  È  dunque  no  aoeoDdo  eieinpio  di  comniie  dileguo  dal  ^  <£ 
UQU  questo  del  rifleaio  di  'Angusto-',  a  ai  «stende  largamanta  anche  «ll'i»- 
fnorì  della  zona  ladina  (Aoita  ecc.);  ofr.  Schdch.  ib. 

'  Pali.  ìauMg^a  lingua  coma  parta  dalla  bocca  (cn.  1 15  id.)  <xt.  36;  Inafix 
favelU  (CD.  9  id.)  90,  lingvaehs  IS7,  CD.  9. 

>  Cfr.  la  n.  al  num.  16S. 

*  Cfr.  mifia  bawo-eng.  ttoM.  20;  ad  ansi  il  Car.  attribuìac*  rwM,  «UctD 
a  ntègmt,  anche  all'alto-aug»din. 

'  La  Sua.  ai  diede  dccMenn  n.  28.  Cfr.  PalL  ort  47:  dtehtndtr  gtt«i>< 
«mcbeher,  eco.,  conj.  06:  «poreticAar,  ecc. 

*  Ma  qui  pure:  »  (i)  par  l'i)  di  Biver.,  ed  a^  pai  suo  i^;  inelir  SabaS'i 
tncta^n  133,  ein-,  ef  cbjta  le^et  iNC%«l  eec<  Pali  coif}.  80-1.  Cfr.  n.  S3  «ce. 
e  III  3. 


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§  1.  Orìgioni;  Ci  Engadìna  (Alta):  BaploiiTO.  313 

scontri  degli  es.  soprslv.  e  il  n.  237.  193.  gn  (cfr.  n.  44^):  in- 
saina;  lain,  laina  (legna)  Sabg.  26;  pam  pegno  Car.;  poings 
n.  65;  stenti  *stain?  Car.,  cfr.  il  basso-eng.;  quinò  Car.;~  degn 
dengs  degna  dignus  ecc.  10,11;  22,8;  10,13.  T.  19S.  Avemmo 
th  =•  t-  in  thun  e  fhcen  a.  51,  e  thoexi  n.  56.  Si  aggiang;e  thSrs 
tauri  Ebr.  9, 13,  ibid.  10,  4  (ma  tórs  Àpost.  14, 13),  thór  thors 
Sabo.  18. 132  ^  196.  nadél  n.  I,  ttders  uéders  atres  vete- 
res  9,  17;  ecc.  ecc.;  -  chiasHtced,  increduUtced  17,  20,  chia- 
riieed  I  Cor.  13,  nusthdeed  ibid.,  uardwt  ibid.  e  22, 16,  sandcad 
Sabo.  Ili,  uamteets  cuntrartetaids  1  Tim.6,20,  tuWfitj 22,29.— 

197.  bio  bid-s  allato  a  bieda  (n.  76);  ecc.,  num.  68>  ed  1,  cfr. 
n.  35, 60;  ma  come  la  dentale  si  cooserva  in  esemplari  delle  for- 
inole -Èro  -ITO  assunti  a  funzione  nominale  (d.  21,35),  cosi  per 
la  formola  -ATO  in  flisd  (^/Zod  soprslv.)  flato  Sabo.  116.  Qai 
pure  all'incontro:  fiaun  sauieu  grò  seppero  grado  Rom.  1, 21.— 

198.  do  dat  G.  3,34,  cfr.  n.  4;-  uvol;~  amma  arun^aa',~  chio 
n.  68*;-  et.  Il  dilegno  del  -t  di  uscita  romanza  nella  see.  im- 
perai, pi.  si  manifesta  antico,  cioè  anteriore  all'alterazione  di  à 
in  e,  dal  genuino  tipo  di  Biveroni,  che  obbedisce  alla  norma  del 
nnm.  4:  Ito  legate,  saluò  serbate  (salvate),  ecc.^.  La  dentale  sì 
mostra  ancora  nei  monosillabici  déd  10,  8  (in  fine  del  versetto), 
nun  déd  er  Ice  non  date  pur  luogo,  Ef.  4,27,  dSd  agli  date- 
gli L.  15,  22(dé  noìm  arma»  date- qua  le  armi  Ts.  439),  stéd 
state  Fìl.  4, 1  (davanti  a  cons.),  mTt^d  menate  (che  sempre  però 
mi  occorre  davanti  a  vocale);  circa  la  esatta  ragione  delle  quali 
forme,  V.  Ili  3.  Del  resto:  mette,  guari  guarite! ,  ecc.  —  Ma  nel 

'  Vi  m«ro  arbitrio  noa  debbono  essere  por  questo  scrùioiii,  come  già  di- 
rebbe il  eoDCordar  che  tì  Cbduo  Blver.  e  la  Sabg.  Un  es.  topràj-  sar«bbe  il 
Ant  dal  Car.  per  'albero  pino'  ;  ma  è  moderno  coma  si  vede  dall'  ortogr,  della 
Ten.  bibl.  (pag.  39  a.);  cfr.  tej/am  ad  faeitndum  iuman  in  im  documento  del 
^11  aecolo  (copia  del  XIV)  ap.  T.  Mohr,  Cod.  diplomai.  11  27. 

*  La  generale  auìmilacioiie  che  poi  t'ha  della  sMouda  ìmptrat  pi.  di  prima 
^Dg.  a  quella  dalle  dna  ncceniTe  (amé  vtndi  eeic.),  auimilariona  *  cui 
tpingera,  come  nel  perfetto,  la  tendenza  n  distingnere  le  forme  (pdchA  oAird, 
>■  cigton  d'esempia,  dica  legittimamente  nel  dial.  di  Birroni:  adoravit,  ado- 
'^i  adoratila),  non  pare  ancora  del  tutto  compiuta  nella  Sabo.,  ma  poco  vi 
poA  in  ogni  modo  mancare.  Allato  a  taAlo  ascoltata  US,  tì  leggiamo  auchi- 
drecotuidarateib.,  adute  alzate  151,  ohm  amate  6,  jrworde  guardate  ib. ,  cut- 
U'w  saltate  144. 


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£14  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

noma:  aroit,  sait,  n.  21, 40.  199:  metta.-  200.  tr:  come  il  so- 
prasilT.-  301.  fs:[àiur<Bseca.,-v.Q.  ÌS7 n.]  dains,  infauns;ma.: 
mterts  auerds  aperti 9,30;  3,11,  tuots  tatti.  D.  303.  dschai- 
uen.  808.  cua  co.  121. 133;  tev  ib.  102;  sUiur  n.  232;  gnigu 
nido  '  ;-  uair,  el  uaia  num.  40  n,;  crair,  cfr.  n.  208;  sér,  el  sàia 
nom.  105;  arir  arialijuen;-  sckìjrd  schir&9,2;-  hariér  dt, 
num.  208;-  s'asohantas.  20é.  fé,  pè,  [crii  n.  59-60];-  tijm; 
steli  solìdus  li  Tim.  2, 19,  pi.  scbUs  Apost.  3,  7;  grSfgia  *gr6- 
Tt+a  n.  100;  esch*  Car.;  rauntsoh  Car.  30&  (cfr.  num.  208). 
ehiasninand,  fasohiand  facendo  (t.  IH  3),  ecc.  (stransohani 
nam.  44  n.,  appntant  et  dschant  provando  [tentando]  e  dicea- 
do  22,35,  rappresentano  la  ffrafla  insolita),  cfr.  n.  16;  —  fiions.— 
306.  ad,  à;-  dad  (da  del,  cioè  dad  el  da  lui  20,  20,  da  àels 
da  loro  9, 15;  17, 12),  da.  207.  Avverte  il  Pallioppi,  ort  44, 
che  r  anoni  i  in  sur,  suV'Vart  {num.  209),  suoi,  sttot-vart, 
svravì,  ma  torni  regolarmente  alla  pronuncia  di  p  in  sur-tia- 
glier,  suotta-metter,  ecc.  Gli  è,  che  nella  prima  serie  veramente 
si  tratta  di  d-s  (j^sur  di-sopra,  ecc.);  cfr.  xura  ingiù  di  sopra 
in  giù  {dsuringiuo  basso-eng.  Camp.  48, 4)  4,  6,  Q.  19, 1 1,  allato 
a  sur  n.  61.  208.  d't:  crei  21,  25.  32,  eretta  fede  Rom.  3.3, 
cretaiuel  crataifla  (p.  168),  v.  n.  205  eopralv.  (alle  voci  soprah. 
di  verbo  finito:  carteits  ecc.,  risponde  l'eng.  con  normali  figure 
sincopate;  quindi  crajWO^-credete,  al  pari  di  cràien  credono, 
num.  203,  e  cosi  al  gerundio:  craiand);  —  artezza  arditezia 
Fil.  1, 14.  P.  209.  da  uard  la  puri/lcatiun  G.  3, 25,  do  che 
itard  da  qual  parte  Mr.  12,  37,  allato  a  la  mér  pari  la  mag- 
gior parte  ih.,  la  pari  de  la  roba  L.  15, 12;  —  bgier  tijmp 
L.23,8,  bgiers2(i,lG,  bgiera21,8,  bgierras  chioses  (ugual- 
mente: bgerras  cd.  51.  96.  97)  13,  3,  più  bgiers  21,  36,  plv 
bgier  20, 10  '.      210.  Come  nel  soprasilvano,  e  quindi  rispar- 


'  Non  ho  il  riflesco  alto-engftdiuo  di  'nodas'  ;  nel  basM-eng.  è  nuff  Non.  47. 

*  Dal  qvala  «*ch  non  pud  ««sere  diverto  VfiOi  che  occorra  in  Biierani 
(Oìae.  3, 14)  per  'a^ro*  'amaro'  in  mobo  traalato.  Il  Carisch  lo  riporta  iii«- 
satUmsnte:  aslh  (oaotitr.  5);  o  ingannato  dallo  «fi,  non  vi  MMpatta  l'aic^ 
[éteh)  della  propria  ortografia. 

*  bgiar  bgiart  Buhl.  (bgws  cd.  51  eco.)-  Tra  il  più  di  Bivero&i  e  U  pu 
odierno,  osaiUano  i  poemetti  istor.:  più  itsdeiffnia  piti  sdegna  (muove  a  sde- 
gno) Tr.  639 ,  pù  barchitu  pib  bsrcbe  43 1  ;  più  ardaint  pili  Ticino  (pib  ruute) 


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§  I.  Grigioui;  C.  KngAdios  (Alta):  Accidenti  generali.  315 

mierenu)  gli  esempj.  Allato  a  cuuiert  coperto  10,  26,  scuurir  ib. 
e  tmr(r,  noteremo  s'cufriua  si  copriva  S,  24,  grafia  che  ci  porta 
zìs'aeuftSr  del  n.  114.  Per  l' assorbimento,  al  aggiunga  a  scue- 
da  e  sur:  adruo  n.  85  (od.:  adrovér  adrovó  Pali.  conj.  14).  — 
211.  Come  nel  soprasilv.  {chio  num.  68').  312.  ps.  Apparendo 
aasnnto  anche  dal  solo  ves  l'ufficio  di  'stesso',  ne  sembra  minac- 
ciata la  nostra  dichiarazione  di  suetsa  suess  (n.  142  sopralv.). 
Ma  non  torna  difficile  il  rendersi  conto  del  come  il  linguaggio 
riascisse  alla  estrazione,  per  cosi  dire,  di  questo  anorganico  ues. 
Allato  al  inaino  se  sttes,  se  suessa  (aè  stesso,  sé  stessi,  27, 
43;  21, 25;  9, 4.  21,  cfr.  Ig  dUchia  svessa  quel  ans  dia  il  duca 
stesso  [quello]  ci  disse  Wib.  602),  e  alle  altre  combinazioni  che 
ancora  potrebbero  esser  genuine:  uus  suessa  voi  stessi  (obi.)  3, 
9;  23,  31,  n's  suessa  nosmetipsos  II  Cor,  3,  1,  dev'essersi  im- 
prima avuto  anche  'tiìsues  'tesuesGcc.  ^  Ma  per  la  facile  illu- 
sione che  in  se-sues  si  contenesse  la  ripetizione  del  pronome 
personale  (se-se-),  sursero  poi  i  paralleli  anorganici:  te-t'-uess 
{da  te  fttess  Sabq.  100),  te  d'uess,  te  d'uessa,  te  stesso,  27, 
40;  22,30;  me  m'ttes  (sch'eau  tn'lód  m'ves  se  io  mt  lodo  me 
stesso  G.  8,  54),  eau-m'-uess  {eou  m'ues  m'ucelg  giitdichier 
1  Cor.  4, 3)  *;  cfr.  Ili,  2^  Circa  poi  al  quesito  se  trattisi  di  'istur 


Wn.  130,  plv»  «un  roatenn  pìb  (di  tonti)  non  reatarooo  1006,  e  cfr.  930; 
jm  fona  102,  jhì  soort  486;  pù  bun  114.  lOSJ,  ptt  Idv  £68,  pù  bramva  337, 
più  437;  p&  àa  fui  mfrir  da  non  più  aoffrire  695,  pi  eo  Ug  reUt  più  che 
il  retto  1014;  nun  crai  vinet  dis  pà  non  crado  tìhsb  [vivesse  se  aoa  pochi] 
giomi  più  1091.  —  Forma  aggettivale  aeriore:  pùssas  toutas  più  volte  Pali. 
ort  82,  allato  a  pass  oteri  piti  altri  6  (cfr.  sottosasa.  ples  glas  pib  bicchieri 
CL.  119). 

'  La  mi^or  conferma  dì  qneata  ricoatrnzione  parrebbe  averai  nelle  odierne 
fame  boaao-a^adine:  tot  tvess,  mai  sttti  (r.  il  Nf.  nei  luoghi  che  si  citano 
qui  qipreMO).  Ma  non  é  da  Adoraece;  poiché  ^dall'un  cauto  v'ha  la  tendenza 
del  pron.  'ae'  ad  usurpar  la  funzione  riflessiva  anche  nelle  altre  dae  per- 
MSe  (r.  in  S),  e  dall'altro  abbiamo  nell'ant.  basao-eng.;  jwn  mai  amtoess 
ni'n  ma  ataaao  Camp.  34, 1. 

*  Cfr.  nell'ant.  baaao-eng.  imwMi  nominat.,  ed  anzi  riferito  ad  nn  eug  (io) 
che  De  reeta  lontano.  Camp.  26,6,  e  tnaina  twess  mena  tu  stesso!  id.  canz. 
p.  435  [ma  Igtss  (^  lex  BOpralv.)  Camp.  praf.  al  catech.,  nella  qnal  forma  d 
l'unauione  del  semplice  'ipsa'].  —  In  Biveroni,  L  7,7,  avremmo  m'ucj  che 
direbbe  da  aolo  'me  Htesso'  {nvn  kce  eav  mitmo  nér  m'itès  deng  non  ho  io 
itimato  neppure  me  etetso  degno);  ma  vi  i  premesso,  a  penna:  me. 


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216  Attdi,  Saffii  ladini,  I. 

-ìpBQ  o  d"ip9u-ip3Q,  non  vedo  cha  l'eogadinese  valga  ad  sge- 
Tolara  la  decisione.  L'usarsi  nell' Engadìna  ancbe  stett  (della 
qaal  voce  le  mìe  note  non  mi  danno  antichi  esempj),  sar^be 
assai  debole  argomento  in  favore  di  'ipsa-'.  Kà  dall'altro  canto 
potrebbero  addursi  in  tevore  di  'istn-',  cioè  dell'  equazione  -s- 
=  -ST-  i  riflessi  di  "vist-'  che  adducemmo  al  nam.44,  poiché  le 
forme  feminili  (cfr.  il  basao-engad.)  devono  essere  dedotte  d&lU 
masoolina,  come  dice  il  loro  scempio  s;  e  nesaan  valido  ajnto  d 
viene  pur  dall'esempio  che  accogliemmo  al  num.  142.  *.  213 
e  218.  Gli  stessi  esempj  che  avemmo  nel  soprslv.,  compreso  ma- 
laHa.  B.  315.  assòrua  assorbe  Gbr.  6, 7;  supenti-t  superbi 
(veram.:  *superbio  +  s  pi.)  L.  1,51,  uerua  n.  28  e  216;  ecc.  come 
nel  soprslv.  Esempj  di  fimvlsB'L,  al  nom.  115  e  19-21  n.  — 
316.  uier/'n.  28;  ecc.  1 


Accidenti  g^enerali  K 
218.  Effetti  dell'  accento.  Dalle  'Vocali  itone'  rimandun- 
mo  a  questo  luogo  per  qualche  ulteriore  osservazione  drca  il 
rapporto  fra  il  riflesso  tonico  e  l'àtouo  della  vocale  del  verbo. 
Quando  vediamo  èra  péja,  ara  paga,  <fiìVé  normale  (n.  1-2), 
allato  ad  arér  pajér  e  simili,  à  ovvio  conchiudere  che  la  to- 
cale  fuori  d'accento  resta  illesa.  Bene  è  vero  che  dall' e  dtona 
si  ottiene  a  (n.  75),  e  che  possa  perciò  surgere  il  dubbio  che 
Ve  delle  forme  toniche  (èra)  '  si  facesse  prima  comune  alle  àtooe 
e  poi  fortuitamente  ritornasse  all'  antica  sembianza  (arare  erér 
arér).  Ma  l'aversi  Va  nelle  dtone  senza  eccezione  alcuna,  lA 
a  costantemente  per  Va  f.  d'acc.  all'infuori  del  verbo,  cioè  in 
voci  di  accento  fermo,  e  i  continui  paralleli  sulla  stampa  di  con- 
férma confirmér,  fuónda  fundér,  ecc. ,  escludono  affatto  questo 
dubbio.  Tolto  il  quale,  non  resta  però  men  vero  che  in  altri 


'  Altri  eaemplari  per  PS  &nt,  di  continuazione  pib  o  meno  indiretta:  c^- 
iCha  cassa,  Car.,  e  Pali,  ort  45;  gin  Car.,  chi»  Pali.  ib.  63,  gesso  (ted.  gipi^ 
basso-eng.  gip  Car. ,  nou.  29). 

'  *  Qui  ti  considerano  simultaneamente  anche  i  fenoEaeni  baaao-engadinij  lu 
sempre  si  tratta  di  alto-eagadioese  quando  non  è  altrimenti  aTTertìto. 

*  Posaiam  dire,  per  brarità,  forma  tonieht  le  voci  dal  verbo  in  cui  l'u- 
cento  sta  sul  nacleo  radicale  (Amo;  s<Ìrgo),  e  dlone  quelle  in  cui  l'accMitii 
si  porta  sovra  nn  elemento  acceaiorìo  (amAte,  aorgiimo). 


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%  1.  OrìgioDi;  BngadiBa  (Alta):  Accidenti  gananli,  S17 

casi  la  vocale  delle  itone  dipende  da  quella  delle  toniche,  od  à 
almeno  il  risultato  dì  un'alterazione  che  si  è  fatta  comune,  ndla 
base  en^adìna,  e  alla  sillaba  tonica  ed  all'  itona.  Onesto  si  av- 
verte in  Ì8pe(»e,  come  fa  a  suo  luogo  notato,  fra  sóta  (■  *Batilta 
salta)  e  sutér  {sotér)  e  simili,  o  paissa  (pensa)  e  pissér  a.  94.  E 
comnnqae  abondino  i  casi  in  cui  le  forme  itone,  pur  trattandosi 
di  ff  od  t  che  nell'accanto  dittonga,  si  manifestino  indipendenti 
dalle  toniche,  moatrin  cioè  di  risalir  direttamente  al  tipo  origi- 
nale, come  sarebbe  di  jMer  Cpessare  pensare),  nel  sanso  di  'pe- 
sare', allato  a  paisà  egli  pesa,  o  di  mnér,  menare,  allato  a  maina, 
egli  mena  (cfr.  tmàir  tgnàir  allato  a  tèma  tigna),  si  può  tut- 
tavia ragionevolmente  sospettare  che  Va  di  prima  itona  abbila 
pia  volte  a  ripetersi  dall' dt  della  tonica  piuttosto  che  dalla  pro- 
pensione generale  di  cui  si  ò  toccato  a  pag.  1<^.  Questo  sospetto 
è  poco  men  che  certezza  dove  si  tratti  di  un  ài  che  si  genera 
secondo  il  num.  44',  e  si  riduce  veramente  ad  a  pur  nelle  to- 
niche {vagliér  vàglia  vegliare  veglia);  e  vige  per  le  serie  cui 
spettano:  M'arfrader  arfràida  raffreddarsi  n.  34,  bavrér  Mi- 
vra  abbeverare  num.  40,  navér  nàiva  nevicare  ib.,  impavrer 
impàivra  impepare  ib.,  vadguer  vàidgua  essere  in  lutto  ('ve- 
dovare') ib.  *,  [dvaniér  dvàinta  diventare  num.  32n],  imprastér 
impràista  n.  44.  —  Del  restante,  vedemmo  che  la  vocale  priva 
d' accento  men  facilmente  traligni  neU'  alto-engadino  di  quello 
che  avveniva  nel  aoprasilvano.  Alludiamo  specialmuite  al  passar 
di  a,  e,  i,  in  u,  per  attiguità  di  labiale;  e  di  a,  e,  in  t,  per  atU- 
gaità  di  palatina.  Alla  propensione  romanza  di  fare  a  da  £  t 
itoni  di  prima  sillaba,  trovammo  pure  meno  inchinevole  l'alto- 
eagadino,  che  dall'un  canto  serba  intatto  Vin'  originario  (n.  79) 
ed  anzi  estende  i  confini  dell'  in  &tono  iniziale  per  alterazioni 
imitative  {ingtuìscha  n.  71,  cfr.  n.  227, 231,  e  il  baaso-engadino) , 
dall'altro  viene  a  sopprimere  Ve  (t)  di  prima  itona,  n.  224.  — 
219.  Si  confrontino  i  numeri  che  son  citati,  per  l'assimilazione, 
nel  Boprasilvano  (aggiuntovi  il  4);  e  valga  questa  avvertenza 
anche  per  parecchi  altri  accidenti.  Le  combinazioni  d*  'in'  col- 
l'articolo,  suonano:  ilg  illa  ecc.'.      320.  Forma  enigmatica  h 

'  St  oonfrontiuo:  irad^Wr  L.  0,  25,  tiaidgvttan  (sic)  Hr.  16, 10. 
'  NotOTotftfsnomeBodiaacimiluioneregreBÙVADeU'Euit.  baMO-eng-aTemiiw 
■Mila  D.  al  tmta.  137.  Nel  bauo-eng.  di  Campell  tà  nota  esiandìo  una  qualche 


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21B  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

per  me:  sgioert  (aulain  fér  uus  sgioerts,  vogliamo  farri  sicuri2S, 
14;  la  versione  soprasilyana  ha  sagirs),  cui  dovrebbe  ràpon- 
dere  uno  s'ffùert  delle  fonti  posteriori.  Sarebbe  mai  come  un  par- 
ticipio ^i  sgitrer  assicarare  {nmn.  59),  foggiatosi  sopra  stùerl 
spttert  (storto  sporto)  ecc.,  e  agevolata  la  deviazione  dal  sino- 
nimo schert  certo  (nam.  169)  *%  830.  Una  dissimilazione  assai , 
notevole,  e  pecnliare,  per  quanto  io  posso  vedere,  al  dialetto  di  i 
Biveroni,  è  quella  per  cui  il  dittongo  ai  perde  il  suo  t  quando  un 
t  immediatamente  gli  preceda:  paias  *paiais  paese  (num.  33)  2, 
20.  21  ecc.,  oriant  'oriaint  num.  32n,  oriente,  2, 1.  2.  9;  24,27 
{oriant...  ocddaint  e  cosi  L.  13,29;  ma  8,11:  oriaint...  oceì- 
daint^);  misericorgiauel  *misencordlaÌvel  num.  21  n.;  e  negli 
imperfetti:  tgniauen  tenevano  14,5,  a-riauen  ridevano  n.  203, , 
iraiaita  traeva  n.  95,  crcUaua' craiaiten,  credeva  -evano  Apost. 
27,11,  ib.  28,24  (num.  203),  allato  a  ^aiu-ef  temev'egli  14,5. 
sulatua  soleva  27, 16,  uulaiuen  ib.,  hattatuen  13,5,  curraiuen  i 
28, 8.  In  quaid  quieto  n.  21  potrebbe  ancora  vedersi  perduto  per 
dissimilazione  Vi  del  trittongo  taì;  ma  il  primo  anziché  il  se- 1 
condo,  e  questo  è  esemplare  comune  alle  altre  fonti  (Sabg.  SS,  i 
V.  Pati,  ort  35),  circa  il  quale  va  del  resto  considerato  l'itaL  , 
queto,  e  il  n.  178  sopralv.  in  n.-  E  ancora  si  vegga  it  n.  44^—  i 
333.  L'aferesi  qui  apparisce  men  frequente,  ed  è  consentaneo  i 
all'abondare  del  fenomeno  opposto,  che  è  della  vocale  preste-  i 
tica  (n.  227).  Ha  potrebbe  anche  talvolta  essere  accaduto  cbe 
questa  sanasse  quella;  e  in  ispecie  che  un  a  prostetico  venisse  , 
a  prendere  il  posto  dell'a  etimologico  che  si  era  smarrito.  Cosi,  | 


t«Ddaiica  di  armonia  in  U  tonica  e  l*&tona  auMsgfOeDte,  nella  terta  del  plir. 
pTM.  indie:  temm»nZi,lQ;33,ìl,  uéngenìi,ì2,  imprmdMib.,  sltndenSi. 
ll;aIUtoadamman«),15,  ^Manl(»i33,ll,iMrt4<in34,lS,  tschearthian^^ì- 

'  EMmpIo  basBo-engKdino  di  due  tocì  confluite  in  una,  avrenio  al  n,  43  dì 
quella  sezione.  Nel  baaao-eng.  graisla  lisca  (lat.  arisla,  cfr.  d.  44;  sopnlv.  •  ' 
ìtal.  rtsta)  Car.,  don'emo  probabilmente  riconoecere  l'influsso  della  combi- 
nazione inìriale  dei  ted.^'granne',  'grftta'.  E  il  basso-eng.  hargìatali,  pni^- 
torio.  Camp.  cani.  pag.  466,  che  manifestaei  voce  di  importazione  recente  A 
pel  t  e  si  per  V (e  (t.  s.,  pag.  134,  e  Car.  i.  'purgar'),  é  quasi  una  rìdatiooe 
gergale  in  coi  si  fa  sentire  bragir,  piangere. 

'  E  anche  itruiaint  8,  9.  Oriant  ha  sua  particolare  ùnportania,  in  quinto 
concorre  a  mostrarci  una  fase  alto-engadina  nella  quale  1'  -aint  non  anrora 
e  -eM(  (num.  IG  in.  n.). 


>vGoo»^lc 


§  I.  Orìgioni;  G.  Eugadiaa  (Alta):  Aocideati  generati.  219 

t  camion  d'esempio,  l'antico  a,  dileguatosi  nel  termine  sopra- 
silTino,  ben  sarà  realmente  conservato  ìieìV  acchiùser  di  Bive- 
roni,  cui  risponde  l'identica  forma  nell'odierna  Alta-Engadina 
a  acch&sar  nella  Bassa  <;  ma  all'incontro  si  potrà  forse  muo- 
iBte  qualche  dubbio  circa  Va  di  alimeri  animai  n.  145  [ali- 
meeriSiBQ.  56),  considerando  che  l'aferesi  soprasilvana  è  co- 
mune in  questo  esemplare  pure  al  basso-engadin.  antico  '.  Dal 
resto,  in  confronto  degli  esempj  soprasilvani,  avremo:  aguaigl 
Car.  ecc.  (v.  s.,  p.  76  n.;  Àpoc.  9,  IO:  aguelgs);  agùx  n.  83  {g&z 
basso-engadin.  Car.) ,  allato  a  gùzxer  Car.  Pali.  ;  agguder  Pali. 
MDJ.  14,  cfr.  num.  89  ';  allegrer;  auanzer  Bivr.,  vanzer  Pali. 
ib.  51;  vstino  ostinato  Sabq.  10  (ant.  basso-eng.  stinad  Camp.)  ;- 
na;  sUd,  s-  {standieu  steso),  che  soa  però  due  esempj  d'afe> 
-esi  non  punto  limitati  alla  zona  ladina  *.  Un  caso  sui  generis 
I  àerchel  {=uvierhel  soprslv.)  Car.  coperchio,  virchiel  sopra- 
4SS.  Ds.,  cfr.  uercla  I  Tim.  5, 14,  che  deve  dira  'pretesto',  cioè 
uperchiella' ;  nel  quale  abbiamo  come  assorbito  l'un  suono  la- 
liale  nell'altro,  cfr.  num,  210,  215.  £  v.  ancora  IH,  1,  2  (art.  e 
ron.).  334.  Qui  venimmo  anche  a  pc-  tm-  tn-  dm-  df-  dv- 
m-  VI-  s'g-  ecc.  num.  78  e  83.  Nel  riflesso  di  'vestire',  Bive- 
oni  mantiene  \e:  vestieu  il  vestito  9, 16;  ma  la  Sabq.  ci  dà 
twAV  50,  allato  a  fstieu-s  56,  fstiua  173;  donde  arriviamo  al 
loderno  stieu  il  vestito  Car.  gr.  117,  ìl  quale  apparterrebbe  .al 


'  Ha  perd  il  Car.  anche  forma  eugadine  prive  dell'a-. 
'  II  dubbio  s'attenuerebbe  per  due  modi;  e  dall' sversi  alimeri,  per  qnsnto 
■pare  dal  Car.,  anche  nell'od.  alto-eng.  (non  redo  perA  che  il  CD.  Io  ado- 
ni, e  dall'estere  feminile  la  forma  baaai^eugadiiia  (t.  il  a.  99  di  quella  Be- 
one), e  quindi  eondorre  dsI  ringoiare  (ài  coi  nim  ho  eMmig)  alla  combina- 
mi la-alim.  Cna-alim. 

'  B«uo~eng.  Camp.:  agivdar  42,5,  ifiùdar  41,3. 

'  L'aferesi  dell'a  di  'amor'  s'avrebbe  in  marus  amante  (amoroso)  ecc.  ap. 
a.  e  nnl  caratteristico  murdiew  mendicante  ib.,  cioè  quello  che  chiede  per 
uno^di-dio  (cfr.  rojér  mar  dia  pittoccare  sojw^aasa.  DS.).  Ma  nell'  ant  par- 
■•'  n.  46,  piattoBto  aTreramo  ettliaei  che  non  afereai.  -  Il  Pali,  preacrive  che 
JKa  DUI  aoains  e  non  nu»  vains,  noi  abbiamo,  ecc.,  ort.  90,  e  eoo  ciò  ne 
latra  pnr  qui  a*Tennta  l'aferaei  che  ineontravamo  nei  tennina  Boprasilvano. 
r.  bauo-engad.  ad  hatoair  Camp.  37,5,  allato  a  nun  wair  piisir  non  aver 
uiero  ib.  3.  —  L'afaraai  dell'a  di  'acerbo',  che  s'incontra  in  pid  dialetti 
i|Ì0DÌ  (cfr.  soprasaw.  n.  169-70,  basso-eng.  d.  100),  dev'essere  posteriore  al 
■omano  di  sorda  in  aoaora  che  nel  riflessa  di  questa  voce  occorre. 


;vGoo»^lc 


SSO  Ascoli,  Sag^  tadbi,  I. 

numero  che  qui  segue.  Garìoso  esempio,  in  coi  si  com^icaUdii 
simitazione,  acciò  affatto  non  si  smarrisca  l'entiti  del  Toctbok 
è  dtd  M  tettau  soprslv. ,  tettato,  L.  11, 27.  Aggiungo  vschè  tu 
Taseeltnm,  tsuns  tessitore, c«cAia  vescica,  da  Car.  ib.,  edaPal 
coDJ.55  aegg.:  pser  pesare,  dschler  [iter)  gelare;  costljercoi 
sigliare,  tschner  {óner)  cenare.-  Sabo.  78:  da  cunHn,  cfr.  il» 
prasass.  —  [Basso-eng.  chaa  {=  'cà;  ca  soprsW.,  v.  Car.  nachtr.l 
casa,  Camp.  5,2;  39,10.]  336'.  ^rS,  11,  allato  aw^n^Ti 
niunt  10,36;  giùner,  e  cosi  ta  Sabg.:  gi&ncBr  120,  ma  Pall.^ 
gUner  (cfr.  Car.  e  il  basso-engadin.  al  num.  96)  ;  stina  sUna 
stìnand  *f[e]stina  ecc.  cfr.  soprslr.  num.  108  e  $Heu  nel  Duma 
che  qui  precede  *,  insieme  con  gtelgia  "Wm.  1 17  e  yjogielgia  bas» 
eng.  Camp.  canz.  p.  446,  TÌgitìa;-  st^,  scodXin,  giaedaWvi.^; 
àster  lastrico  num.  8  n.  326*.  Qui  vanno  riveduti  anche  i  n-i 
e  111;  e  allato  a  vardaivel  Car.,  porremo  ì/andus  n.  86,  n 
quale  lo  Schuchardt  (Itw.  29  n.)  ha  creduto  riconoscerà  un  % 
nitosus.  227.  Qui  estesissimo,  in  tspecie  dinanzi  a  r,  ras» 
l'abuso  della  vocai  prostetica,  la  quale  sempre  si  determintii 
a,  da  alcuni  casi  in  fuori,  dì  cui  si  vede  la  ragione  in  que» 
stesso  numero.  Esempj  :  aram  n.  7;  araig,  alaig,  arait,  n.  19^1 
arenda  arender  6,4.18;  arisposta  n.  54,  arirn.  203;  «n«Mi 
rogabant  14,  36;  arumper  aruot  n.  65;  aróba  d.  68;  arisi 
n.  106*;  —  amitssd,  amusseua  els,  cfr.  n.  141  soprslv.,  amuei< 
teda  n.  74;  anumnd  allato  a  numnast  n.  83;  asadulós  n.  112; 
astùxér  num.  63;  —  acvnchiiìsto  conquistato  I  Cor.  4,S,aqu 
aguaist  (ma  da  quél  13,  44;  ecc.);  appallais  a.  32.  Va  pt* 
stetico  assume  talvolta  le  sembianze  di  vero  prefisso:  amanàk 
{=muncau  soprslv.;  cfr.  alto-eng.  mod.:  manchér)  n.  6&;  i^ 
glia  pigliai  17,27;  appruuamaint  prova,  tentazione,  o.  85.' 
Speciale  categoria  di  esempj  surge  poi  a  quel  modo,  che  già  H 
da  noi  accennato  in  nota  al  n.  90  soprslv.  Si  tratta  cioè  di  un 


'  Mft  Pallioppi  hft  l'integro  ftstifìtr  cotj.  10,  com'd  Dell' antieo  buai>-N| 
e  nel  moderno:  fastuia  Camp.  36, 11,  ftititM  ecc.  v9.  All' Incontro  abbiiM 
come  gih  hx  avvertito  al  n.  £S3,  stinad-s  Camp.  4,  i,  ottinati. 

*  Parrebbe  quasi  iuterrosdio  fra  questa  categorìa  di  ««ampi  e  l'sltrsin 
si  tratta  ia  questo  medesimo  sumero:  arimur  9,S3;26,  5  (S7,34:  brtMMJ 
rumore;  cfr.  rtnwre  in  MuaaAr.  monnm.  ast.  di  aiti.  it.  (rMdie.  un^ 
piem.  armour  ecc.,  e  il  num.  90  soprslv. 

I 


«Gooi^lc 


§  1.  Origioni;  C.  Bng&dìna  (Alta):  Accideati  generati.  221 

continua  iniziale,  che  fattasi  aderente,  per  dileguo  di  vocale,  ad 
altra  consonante,  chiama  innanzi  a  sé  l'appoggiatura,  che  pur 
leU'eagadinese  si  suol  determinare  io  a;  ed  è  fenomeoo  oomuna 
a  più  altri  idiomi  romanti.  Si  osservino  per  ora:  arschaiuer  n.  40» 
argaardés  voi  riguardate  23,  24;  arsthfradér  n.  124,  arfra- 
(tAcAt^  ri[n]fre3care  11,28;-  algvrdér  n.  125,  alguérn.  176; 
aluér  <,  asoundo,  n.  78.  Ma  se  la  continna  è  m,  la  vocal  preste- 
tica  potrA  facilmente  determinarsi  in  i,  quasi  si  trattasse  del- 
l'elemento prefissivo  che  risuona  io  im-plir  ecc.;  quindi:  imna- 
tscha-t  9,30,  e  cosi  nella  favella  odierna:  imnatscha  Pali.  ort.  68, 
imnatscher  conj.  17  (ma  la  Sabq.  :  amnatscha-s  43,  amtiatscìuffr 
$S);-  imtiìra  misura  n.  59;-  s'inigitiro  miglioratevi  4, 17;  nei 
quali  esempj  errerebbe  per  certo  chi  vedaaae  una  metatesi  (mi-, 
ìeq-),  poiché  a.vremo,  tra  l'altre,  per  la  stessa  illusione  del  lin- 
guaggio, in  un  caso  di  mera  prostesi:  inumber  (innumber)  nu- 
Dero,  D.  145,  Dato  n  iniziale  e  la  vocale  espunta,  dovremmo 
agnalmente  avM*  la  prostetica  nella  figura  di  t;  e  l't  già  vedem- 
mo che  veramente  occorra  nel  basao-eogadino  (p.  48  n.)  '.  Ma  si 
^tta  di  esempj  quasi  pronominali ,  circa  i  quali  più  sì  rendeva 
ifficece  l'attrazione  analogica  di  fin,  unus,  che  non  quella  d'in-,  e 
inindi  venimmo  all'fi  prostetico  di  dngi&n  nessuno,  ùnzO'  n.  135, 
tnguotta  n.  65  '.    229.  Singolare  è  il  s-  dell'  eng.  spUr  (fem.  sp&- 

'  In  qoaai  tstU  gli  eaempj  cbe  qui  qMttano,  resta  natiiralmeiite  Miiqve  ilona 
iprima  sillaba  (ricdTO  rieenimo  ecc.)i  e  quindi  aempre  mntila  a  colla  protteai 
id  riSetw  engadiuo;  ma  nella  continuazione  di  'levare'  avreDio  la  prima  ac- 
wlUa  (levo  ecc.),  e  allora  nA  dilegno  uà  proeten:  ti  Uioa,  allato  a  mu 
ANfnu,  PaU.  coi^j.  50. 

■  Né  manca  a&tto  all'alto:  inraevra  Wii.  341;  cfr.  n.  00. 

'  Cfr.  in  iq»eci«  l'attigniti  logica  tra  ùnsaehi  Gar.,  qualcosa,  e  vn-qttal- 

eUMa5,23 Circa  i  limiti  della  proatasi  ndl'alto-ei^adino  odierno,  quella 

■ib  Mconda  categoria  d'eMag)  [ar/iiiii«r  ecc.)  non  poteva  eliminarù  pur 
>Us  Krittnra  sansa  far  TÌoIenza  al  linguaggi;  a  qnindi  il  Pallioppi  ben  re- 
utrt  ncìtmanàar  refAdvr  regorder  Uuatnter  eco.  coqj.  p.  20.  5S,  ma  non 
ti  ibsndire  le  vere  forme  engadinesi  areumander  arfùder  algorder  ammar 
maglier  (rìmaaticAre)  s'artabitr  (riaerrarsi)  f'aAwmtor  ib.  14.  15.  49  (cfr. 
k96:  'tvognirsaroffHir  metatesi  antiqnada') ;  e  ss  per  'migliorare'  ci  dà 
ittulo  la  figura  etimologica  ntegliorer  ib.  3S,  già  vedemmo  cbe  serbi  tmna- 
cW,  od  anclie  ha  t'nnwmfrrsr  (contare,  namerare)  ib.  18,  cbo  spetterebbe 
l'altra  eategoria  e  dev'asaergli  parso  nn  verbo  munito  di  predalo  (il  nome 
■Munto-  di  Biver.  e  della  Sabg.  cede  nella  avella  odierna  a  nwnwr).  Cornimi 


>vGoo»^lc 


SS2  Ascoli,  Saggi  l&dini,  I. 

ra)  =  pur  puro-,  comune  del  resto  anche  al  Boprasilvano  (Car.] 
cfp.IIIS.  280.  Ai  casi  de'numerì  147  e  155,  qui  s'agginnser 
Idr  sdr  da  Ij'r  s'r  ai  n.  113*,  142*;  e  ancora  avremo:  tutsthcli 
itastclér*  *vas'lario  27, 7.  IO,  Rom.  9,21  (n.  9),  notevole  caso  i 
coi  al  fenomeno  della  consonante  epeotetica,  determinatasi  in 
anziché  in  d,  per  effetto  dalla  sihilanta  sorda  (s),  si  complic 
quello' di  ti  in  ci,  di  cui  v.  il  n.  120n^  331.  Singolare  esen 
pio  di  epentesi  di  n  è  in  daini  dito  {danolar  ditale  n.  120r 
cfr.  n.  218),  che  per  tal  modo  diventa  omofono  di  deiint  deote' 
e  ci  vedremmo  quasi  un  effetto  di  attrazione  delle  infinita  forn 
in  -aint  (vivaint;  eau  saint,  dvaint  ecc.;  nam.  32n).  Nel  ri 
flesso  di  'aequalis',  l'epentesi  fu  promossa  dall' ì>=j£  (cfr. s[ 
igual),  che  portò  questo  vocabolo  a  confondersi  coi  composti  p6 
in-  {cfp.  proT.  engal);  ed  è  tal  quale  il  caso  di  'aestat-',  tosi 
ista^,  ant.  venez.  inside.  Quindi:  inguel  (WiB.  120  id.)  d.  I7S 
colla  normale  risposta  soprasitvana:  an^ual  *.  Abbiamo  del  r» 
sto  gli  esempj  d^  n.  157  e  arender  '^.      2S3.  Qui  si  rimedia  pa 


nuche  alle  scrittura  attuali  già  Bsppìamo  vnffùn  ecc.  ;  a  ancora  v.  ia  o.  l  Mi 
p»g,  precadente,  e  Pali.  ort.  lOS:  ardtuMd  rotondo,  alonu  labbroso  {abiruù 
lebbra  labbrositfc  Mr.  1,4S],  t'nuura,  ecc.  Ma  l'n-  della  prima  catagorìi  ii'<- 
lempj  {a-rtnder  ecc.)  A  rìgorosaiiieata  eritato  dall' ortografia  modems;  loccU 
naturalmeote  non  toglie  che  la  proBtasi  si  contioai  eul  labbro  del  popola,  >l 
qaale  il  Pallioppi  raccomanda  (ort.  99)  di  smettere  Va-  di  arabgia  oraiinii) 
aram  araunlsch  arouàa  (rabbia  rane  ramo  rancido  mota)  ecc.  —  I  limiti  ddli 
proeteei  nelle  acrittare  baBao-eogadiae,  pare  autiebe,  non  variano  à%  H"»^ 
delle  alto-engadine  modarae;  quindi  in  C&hp.:  areummdnd  10,  17,  arU*ga  \i> 
9,  orduR22,5,  artratt2à,t;  nii^uriUnfieha  9,4,  algwid22,A.b,  alvw'-- 
luar  27,6;  12,4;-  ma:  raig,  renda,  watt,  palaìs.  Nel  np.  apià  jam. 

*  he  quali  due  acrizioni  vaiano  ameadue  oasklir,  y.  il  num.  133  in  »- 

'  Cioè;  vaìtér  tiasilér  vatklér.  La  Sibo.  ai  ferma  alla  prima  figura:  m- 
achteer  115,  —  Esempio  baaao-eng.  di  più  da  pu  avremmo  in  iplùmgì*  {^' 
g.  'giest')  spuma  (allato  a  schiamada,  quasi  'scumata',  ib.  a.  'jtest';  hf.m* 
mada  L.  9,  39). 

*  NS  la  scrittura  aoleva  diatiogoerli.  Uà  il  co.,  profittando  dalla  circoitui'* 
che  aint  e  avnt  ai  leggano  ugualmente  cent  (ent;  t.  p.  167-8  n.),  scriTS  i'''" 
{ler  'denti'  e  dawfxU  per  'dita',  114.  133. 

*  V.  p.  HI  e  156,  La  forma  aoprasilv.  gval  starà  all' incontra  sii  '?**' 
come  3tad  sopralv.  e  stid  alto-engadin.  a  *iatad.  Cfr.  il  prov.  guai  alitto  *^ 
engal. 

*  Cfr.  l'art,  'render'  al  C.  V,  §  3.  —  Sta  forse  per  orrore  di  atampa  ilp"" 
i  persuaso,  affidato,  Ebr.  6,  9.  Non  ho  altri  enoà  *"'' 


:vGoo»^lc 


§  1.  Oi-igioni;  C.  Eagadiua  (Alta):  Accidenti  ganerali.  2£] 

j  all'iato  prodottosi  dietro  ad  &  nei  continuatori  di  'fla[d]or'  ed 
'q[u]&':  sùiur  htiia  '.  E  il  o  di  luvér  giuvér  ruvér,  num.  167' 
e  184,  non  avrà  che  le  apparenze  di  un  v  che  rimedii  all'iato.  — 
£32*.  Epitesi  di  consonante:  od.  amp  l'amo  Car.  e  mb.,  ma  Bi- 
veroni:  kam,  n.  7.  Di  apparenti  epitesi  di  vocale,  v.  IV,  b  ^.  -"^ 
333.  muotonSO;  hufferra  offri!  5,24;  8,4  (allato  a  hufferieu 
oSbrto,  ìb.);  stimma  Ebr.  2,3,  cfr.  num.  33  n.;  blastemmai  lem- 
ma, in  semmel  (n.  38;  issemel  ecc.  n.  148);  amma,  arammat 
chmma,  n.  7;  tuotta.  234.  Notevole  è  la  metatesi  di  sf  {h\ 
ottenutosi  per  dileguo  di  vocale)  in  fs:  arschàif  ricevo,  'ars[i}- 
fàii  arftchàis  ricevete,  G.  5,41.  43.44,  arfschieu  (=-  arfsch&d 
basso-eng.  Inp.  187  >)  ricevuto  25, 17,  Wia.  1070. 1103,  arfschet 
ricerette  Tb.  146'*.  All'ÌDcontro  di,  quasi  per  evitare  che  le 
due  consonanti  etimologiche  sì  fondano  in  una  (Ì  o  g),  si  fa  sd: 
maschdina  medicina  Sabg.  119  e  Car.  {madichinna  Inf.  159). 
Facil  metatesi  di  vocali  nelle  protooìche,  per  guisa  che  meglio 
si  accomodino  alle  .«on^'nue  ausseguenti,  è  in  sùjertéd  ('sejQr- 
téd  sicurtà)  Pali.  ort.  117,  siijaried  Car.-  Si  vegga  del  resto  il 
num.  124  e  il  120  soprasilv.  in  n.  ".      236.  Parallello  ad  *au- 


ecgadjoi  per  questo  verbo,  ma  da  Caup.:  cratfanCdr  26, 4,  cra<lan(iln<136, 1, 
irraiàintan  T,  3  ;  49, 4. 

'  Cir.  pajùra  paura  Tb.  219;  bMao-ong.  ùja-i  tir.  7, 16,  nok-:  tìoa.  Tra  le 
prgauneie  odiei-oe  del  rifleaao  alto-engadiuo  di  'ego'  (v.  n.  24)  ricorre  auche 
«a  Pali,  ort  31. 

'  Qui  aacora  un  cenoo  dell' epiUsi  basao-^ugadiDa  (e  anchs  sopraeiWaiut) 
di  ua't  ulla  fine  dal  Terso,  ridotta  a  mero  artificio  poetico,  par  cousegair  che 
s'atiicendino  la  uscite  piane  con  le  tronche.  P.  e.:  pagiad-t  (pagato)  dopo 
chiar  e  dar  (caro,  dare),  e  all'incontro  cumprad  (comperato)  accaoto  a  j)ryr-« 
|[i«rire),  Cajip.  cani.  p.  417;  tai-e  )nai-<!  (te  ma)  allato  a  mai  (ma),  id.  alm.  40, 
14.—  Epitesi  di  cunEonaote  aarebbe  in  erbst  erpice,  che  i!  Car.  dft  par  forma 
Iww-eugad.  (som.  trpsch). 

'  Ma;  ardieiifùd  Camp.  37,8,  ardsfxi.  vt.  Apost.SS,21.  Nell'lNir.  vediamo 
MCliB  variare  il  riflesso  del  ti  secondo  che  ai  tratU  di  RC'V  0  di  RVC  :  ar- 
itchiiva  ariaeMiiDg  182.  175,  arfichain  nù  riceviamo  noi  175,  arfKhwd. 

*  Inveraamente,  a  combinazione  iniiiale:  schoinauncha  odierno,  allato  a 
'"Khinavneha  villaggio  ('vicinanza')  Pali.  art.  101. 

'  Eb.  odierni  riprovati  dal  Pallioppì  1.  e;  crumpér  comperare,  braoir  ab- 
bs'ware,  prendo  =pA"(iro  (cfr.  n.  238);  nei  quali  il  R  riesce  gec ondo  elemento 
di  auao-conaooante  iniziale,  anziché  di  nesso-coueODante  che  nella  figura  eti- 
moli^ca  «usMgue  alla  prima  vocale.  Al  num.  124  vedevamo  lo  stesso  efiétto. 


;vGoo»^lc 


224  AscoU,  Saggi  Udini,  I. 

guoira  cha  avatnmo  al  num.  184,  sì  aggiunge:  sauuoiVa  {'sa.- 
TBorja),  odora,  fiata,  Saro.  106,  quasi  da  'sapor<ia-re*;  ed  è  Upo 
cha  si  riproduce  pur  nel  sottosàssino:  savoileyr  io  fìnto,  samt- 
rct»  ecc.,  OL.  sottosass.  p.  45  e  49  *.  B  ancora  vedi  i  a.  177, 184,  1 
e  la  citazioni  del  soprasilTano.  —  236.  'viuda  num.  129  in  n.,  I 
e  ctt.  il  num.  che  segue.      237<8.  La  propagginazione  mediata  ' 
dell' i,  nelle  tre  formolo  che  ce  la  mostravano  in  Sottosdva 
(p.  156-7),  ha  pur  luogo  nell'Engadìna;  ma,  per  le  prime  due, 
non  si  manifesta  che  assai  parcamente  nella  scrittura.  Il  P&l- 
Hoppi  cita  le  pronuncio:  cttschtgna  (cucina),  farigna,  masdi- 
gna  (medicina),  cusdrtgn  n.  142*,  fign,  divign,  vsckign,  mu- 
tign,  xign  (cfr.  p.  156),  AgosHgn,  Cristigna,  povrign  >;  fagn; 
ort.  17.29,  cfr.  hr.;  ed  è  anche  scritto  crign,  crine,  in  C&r. 
nachtr.  14.  Antico  esempio  scritto  avemmo  al  num.  21  in  n.  (ed 
è  comune  pure  alla  Sabq.:  terregnas  56)  >.  All'incontro  -ilj='-il  i 
è  fermo  nella  scrittura,  perchè  sarà  più  costante  nella  pronuD-  j 
eia:  batschilg  Sabq.  173,  stigl  sottile,  ovigl.  Pali.  ori.  12.98;  ' 
e  si  aggiunge,  per  -elj  =  *-éil:  megl  *méil  mei  Car.,  cfr.  Fall. 
ìb.  12,  allato  a  feil  tei,  t.  num.  22  *.  —  Circa  la  propaggioa- 


la  in  cui  il  R  en  primo  eldmeiito.  In  artir,  afrìro  (ogut- 
mente  riprOTato  dal  PaUioppi),  la  metktMi  à  limita  all'inrertimento  ^  inni 
attigni,  trattaadoal  che  la  prima  vocale  non  ha  conaonanta  ■<'"»■"«■  a  ad.  Ancon 
riprova  il  Pallioppi  eharpelta  per  crapetla.  Non  aono  alcnro  circ»  il  *igu£- 
cato  di  questa  Toca  (cfr.  carpialla  Bopnlv.  Car.  'ftuseiaen',  clappa  aopruis- 
DB.  'farro  par  il  piede  del  bue');  ma  ewa  in  ogni  modo  risulta  un  eaemplm 
doppiamente  notevole,  liccome  quello  in  cui  la  metateai  aarebbe  di  tipo  »■ 
pruilTano,  e  all'incontro  ci  darebbe,  con  aqnisitezM  engadineae,  ?a  per  CA 
wiorgamco  e  non  antico. 

'  Le  forme  coli'  accento  anlla  terza  contrappongono  nel  sottos&saino  il  mIo 
a  all' dì  della  aoconda  accentata:  taoordoa  ecc.;  e  analogamente:  taimrif 
Sabq.  173.  E  l'alto-eng.  oggi  farebbe,  stando  al  Pallioppi,  saewér  wtcura, 
«onj.  29. 

*  Le  cita,  ebe  s'intende,  per  disanadere  dal  riprodurie  nella  scrittura;  t 
la  sua  ragione  d,  che  sì  abbia  p.  o.  a  dir  jfn  e  non  )<n,  stantechà  u  dici 
/tnù-  e  non  /tnir.  Uà  net  secondo  caso  non  abblam  piti  la  formola  accentati. 

*  Nel  baaso-sngadin.  mi  pare  men  frequenta  la  propagginazione  nella  dne 
formolo  teatd  ritoccate.  Cfr.  l'Appendice,  e  la  seguente  serie  da  ss.:  ^adattili, 
Min  n.  25,  nuiin  n.  40,  piina  édtiia  n.  67,  pMin  ttrdtn  ocditui;-  tarrànfaS. 

*  Nel  baiM-engad.  è  scrìtto  meil  sf.  3,4,  son.  43  e  Car.  Uà  all'incoatro: 
battchilg  NON.  14,  mrilg  ecc.  Non  sarii  perA  inutile  notare,  cha  sempre  li 
tratti  di  antico  -Ile.  Del  riflesao  di  'filo',  t.  l'Appeod.  al  o.  33.  —  E  ancor* 
si  abbia  il  riscontro  alto-ongadino:  dschigltu  geloso  Sabo.  28. 


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§  1.  Grigioui;  C.  Engadina  (Alta):  Accidenti  geaeralL  ÌS6 

zìone  mediata  dell' u,  è  da  vedere  il  oam.  184;  e  si  potranno 
aggiungere  i  seguenti  esemplari  basso-eogadini  :  pattckua  Ihf.  3  ; 
bùckua  ib.  198;  tuqud  framm.  basso-eogadin.  ap.  Flugi  p.  106; 
Ischunqua  (cloaca,  spezza)  tschunquada  Camp.  58,  4.  5;  lun- 
gua  lunga  Camp.  28, 1,  Inp.  90  *,  lunguamaingk  ib.  pr.;  maun-. 
guai  -guel  -guetl  "màungàl  nata.  13  (ted.  mangel),  bisogno, 
LiF.  2. 258,  Camp.  48,  9;  37, 14  S;  aunguel-s  Inf.  49  ecc.,  an- 
gitel  Camp.  9, 7;  35,  3,  angelo,  cfr.  pag.  93  n.  '.  —  Un  caso  di 
»  che  si  propaggini  da  g  primo  elemento  di  nesso-consonante, 
piattosto  che  attrazione  dell'u  finale,  riconoscerei  nell'engadino 
pàiuer  pigro-,  25, 26  *,  cioè  'pmfgjr,  coll'i  io  ai  secondo  il  n.  40 
(e  cfr.  pag.  49  n.);  che  è  l'esatto  parallelo  del  sicil.  niur-u  Xìi~ 
i^ro  ='.  —  E  venendo  alle  propagginazioni  immediate,  registria- 
mo imprima,  per  {ij  da  -ù,  il  mod.  erùj  (cfr.  num.  59-60)  crudo. 
Pali.  ort.  26  e  mr.  ;  accanto  al  quale  porrei,  per  -uv  (e  quindi 
u>v)  da  -u  Àtono:  eug  ant.  basso-eng.  (od.  eu),  io,  net  quale  non 
vorremo  per  certo  vedere  il  g  del  lat.  *6go'  ^.  Finalmente  avre- 
mo, per  l'Alta-Engadina,  la  propagginazione  immediata  in- 
sieme coU' alterazione  ascendentale,  oltre  la  mera  alterazione 
ascendentale  del  secondo  elemento  del  dittongo;  cosi  come  acca- 
deva in  qualche  distretto  di  Sotto-Selva.  E  rimandando  colà  par 
le  dichiarazioni  opportune  (p.  158  e  segg.),  qui  ora  ci  basterà 
rassegnare  1  tipi  alto-engadini  per  ambo  le  serie:  legv  =  leiv 
n.  22,  fegvra  =  feivra;  fegl  =  feti  n.  22,  pregr  "preir  '  prete' 
T.  MR.,  pegs  =peis  n.  25,  vegder  =  veider  a.  22;  sogla  =  soula 

'  La  propaggioatione  rieulta  anteriore  al  fraomeno  di  gntt  in  palat-,  ch'eaBS 
liena  ad  impedire;  coal  aucbe  iarugvar  ^ac.ii.  184.  Cfr.  lunga  tfr.M.,  le  citai, 
del  a.  162  basso-eng.,  e  fone  pur  dsca  (Camp.  atchAia  29,5)  p.  193,  *aasciia. 

*  d'mattngl'a  pryr  37,  IO;  nw»  uain  mangl'ad  hawair  ib.  5. 

'  Esempio  afiàtto  straordinario  avremmo  in  brmiqutl  V.  di  Uiiiut.,  bron- 
tolamento, Car.  nachtr.  S,  dove  si  tratterebbe  di  *bniDt1o  (num.  ISOn  baaso' 
ong.)  brunc'l  brimket  branknel.  Cfr.  p  229  num.  13  e  l'App.  al  n.  68. 

'  Dal  Car.  (nachtr.  33)  parrebbe  trattarsi  di  forma  bas«o-engadine«e,  e  io 
:redo  veramente  di  averla  incontrata  anche  in  qualche  testo  della  Basaa-En- 
^'na;  ma  Camp.  canz.  450:  paiger,  e  cosi  paijer-s  nf.  Rom.  12, 11. 

*  Lo  srilnppo  di  qnest'w  s'ha  p.  e.  sei  continuatori  di  'sagma';  ciod  eom- 
liotamente:  ^aangma,  sauma  (prov.),  onde  gl'it.  soma  e  fa[*](n)a  (cfr.  p.  1G7), 
:o»\  come  da  'gandere'  :  godere  e  galdere.  Cfr.  Dnz  1*  SS7,  a  ia  iapecie  Schuch. 
rok.  II  499-501. 

'  Cfr.  Sludj  crii.  II  150.  Il  nf.  scrive  ancora  eug. 

Archivio  e'oHol.  ita!.,  I.  15 


jvGooi^lc 


336  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

suola,  vogl  =  voul,  fogra  =  foura  foro  (buco),  cogr  =  cour  n.50, 
cogscha  =  couscha  cuoce,  logs  (con  apparenza  di  maggiore  in- 
iBgritk)  "  lous  luoghi,  rogda^rouda,  vogta  =  'vouta.n.57*.;  — 
gugla  "  gula; /iugr,  spugsa=spusa,  mtgsch  =  vusch;  madàgr, 
dùgr,  niigvla,  fìigs  fuso,  glùgsch  =  glUsch  luce,  nùgda,  ster- 
niigd;  igr  =  ir,  gnigr  =  gnir  veuire,  crigvel  =  crivel ,  crigda 
'  crida  creta.  Questi  esempj  sono  ricavati  dall'  ort.  del  Pallioppi  ', 
che  naturalmente  condanna  simili  pronuncio  (cfr.  pag.  159  n.); 
ed  è  ben  difficile  il  sorprenderle  nella  scrittura  alto-engadina. 
L'unico  esempio  ch'io  abbia  presente  è  ptict  Car.  lesa.  s.  'pai' 
e  nachtr.  37,  poltiglia  (cioè:  pult,  put  n.  IH,  onde  pugt  puct], 
che  si  dare  al  non  avere  il  raccoglitore  saputo  restituirlo  nella 
sua  fase  anteriore*. 


II.  Ba»aa-Engaàina 
'  Valle  dt  JUAneter  (Uooutero  '). 


Vocali  toniche. 


A.  1.  2.  L'd  qxà  si  mantiene  intatto;  e  l'antica  ortografia  suc4e 
raddoppiarlo  all'uscita,  in  ispecie  dei  monoaìUabì  verbali,  ed  anche 
iatemo,  ne' monosillabi ,  dinanzi  a  r,  I,  /,  s:  uoa 37, 7,  sfoa  37, 19,  kaa 
lNF.72,4aad&36,l;  chiaa  ca[sal  5,2;  39,10;  qua  ecc.  v.III,5,^a 


*  P.  2. 16-17.S7. 31.34.  40.  Nella  KB.  incontreremo  anc(a«:otVfioA/'<MV 
mo^vr.  — Pel  dial.  di  Bravagli,  e  pel  «opraa&saino,  sono  in  impecia  da  vedate 
i  eee:nenU  numeri  dell'Appendice:  21. 3S.  33.  40.46.  50-52.59.  61.67. 

*  Traccia  scritta  dell'asiani  dell'u  nel  dittongo  ou,  pud  Tederai  in  limlft 
n.  53.  —  Il  basso-engadino  ritnane,  per  quanto  io  sappia,  a&tto  estraneo  «1 
doppio  fenomeno  che  ora  si  conùderaTa  nel  testo.  Ma  all'incontro  bÌ  aTTsrle 
nell'antico  basso-engadino,  confìrontato  al  moderno  e  ad  altri  dialetti  grìgintì, 
una  tale  costanza  di  g  dicontro  a  j,  o  rispattivamecte  a  /  e  /,  nelle  contimu- 
xioni  delie  ibrmola  DA  [CA]  QE  [CG],  che  non  può  non  Tenìme  il  sospetto  di 
qualche  alteraxione  ascendentale.  Cfr.  del  resto  la  n.  al  num.  134  alto-eng-  * 
il  num.  135  basso-ang. 

'  Le  voci  che  spettano  alla  Valle  di  Muuatsr  Tengono  ultime  sotto  i  li* 
spettivi  numeri,  precedate  dall'indicazione:  VM.;  e  dall'esordio  (p.  163 1)  si  b 
chiaro  il  significato  delle  altre  sigle  da  cui  sono  accompagnate.  U  saggio  B.  i* 
per  autore  un  natÌTo  di  Cierv  (Cierfs);  i  sag(i  p.  mi  rinacivaDO  per  più  riq^tti 
malcerti,  e  ne  ho  usato  con  grandissima  parsimonia,  ma  ancora  temo  àa 
la  cautela  non  eia  stata  aufflciente.  Uoa  migliore  conoacensa  della  Tariab  di 


;vGoo»^lc 


S  !■  Qrigioiu;  C.  Bngadioa  (BaauL):  Vocali  (onìctis.  SS7 

jam  31,19;  jria  volta  {e fr.  p.  108  e  120-21;  YÌIt.;  jada)2Q,5,fflaa56, 
5  (pi.);  ttad  estate  1, 2 ;  chiar  14, 6,  fì-ar  35,8;  daar,  staar  1,3,  faar 
Ikf.  150,  loichar  dtocmlar  ib.  73,  ciammar  3,3;  maal  50,7,  Inf.  70, 
naais  ntaliìb. 71,  maar  ib.  48,  paasch  pace;  AoascA  hai,  staaach  37, 
;  frooj  Dom.  148,  Ma  anche:  murtaat  7,6  (in  funzione  plur.),  at- 
himl &,2  tì  mastraat  "magistrale  maastro 50, 7,  entratobo  io  rima 
OD  maal,  e  fnor'di  rima:  chiataal  115, 3,  allato  ad  etemala 36,6;  a 
'.aalmsDte  raasa  distende  (canz.  p.  436),  graad»  con  l'oa  del  singo- 
lare, nam.  196-7,  naad  nato  Inf.  102.  È  però  notaToUssimo,  ohe 
una  varietà  basso-engadina  partecipi  non  solo  del  fenomeno  alto-enga- 
diaese  di  e  (ce)  da  d,  ma  anzi  estenda  maggiormente  l'ambito  di  questa 
alteratione  (v.  ancora  i  a.  68  e  24).  É  il  dialetto  di  Suich  (SQs),  che 
pel  numero  attuale  ci  offre,  nel  saggio  del  BQhlbs,  gli  esempj  che  ora 
BegQono.  Farticipj  in  *~Ato  (cfr.  n.  197-8):  ad-Uià,  observà,  sbaglia; 
midKhddaa  scappata,  ititmxiun&das',-  infiniti  in  "-are:  observ&r,  si- 
gnijich&r,  mangi&r,  nudriOr,  sehiatschàr  scacciara;-  alla  nacita:  fa 
fucit(Camp.  faa  facit  fac);-  e  i  residui  eaamplarl:  teneritàd,  guali- 
l&is;  la  quàtaj  brava;  vali  Tale.  Un  altro  breve  saggio  della  stessa 
Tarieli  mi  offre:  'cer,  ^éesa. 

3.  Nel  riflesao  di  'clams'  par  di  vedere  estesa,  per  eccezione,  a 
tutta  la  Bassa  Engadìna,  Ve  per  di  closr  19,5,  daclcera  19, 1  (nf.: 
ctar  L.  11,36,  declora  13,36);  ma  per  questa  voce  va  in  ispecie  consi- 
derato il  tipo  cldir  che  incontriamo  nella  Bregaglia  ed  altrove,  g  2,  A. 
Altra  eccezione  parrebbe  l'odierno  chea  *  capo;  senonchò  la  antiche 
ortografie:  cAeaM37,4,  d-cAieau  da  capo40,3,  da-r-cAieau  Inf.  7,  e 
forse  lo  stesso  da-r-chà  di  Susch  (cfr.  num.  160-1  alto-eng.),  a  pib 
decisamente  che  mal  il  da-r-chioM  di  Val  Monastero  {cki'''òi),  ci 
riportano  alla  condizioni  del  soprasilvano  (pag.  73,148).  Finalmente 
parrebbe  dover  qui  stare:  Ugier  accampamento  (ted.  'lager')  27,  3; 
ma  l'e  [ee)  di  questo  esempio  h  comune  pure  al  soprasìivano  {lager 
Apost.  21, 34. 37,  lèger  Car.),  e  dipenderà  probabilmente  dalla  parti- 


Val  Monastero  d  ormai  tra  le  principali  detiderata  dalla  dialettologia  ladina. 
Ma  potremo  sin  d*  ora  vedere,  com'  essa  in  parte  connerri  pifa  gennìni  caratteri 
cbs  oggidì  non  &ccìano  le  altre  varietà  baaao-engadinesi  ;  cosi  l' ott  dei  n.  5-6 
B  16,  a  in  iapecìe  la  propaggine  dell'w  ai  n.  13  e  68  (poc*  -cwo).  All'incontro 
^  i  più  eateeo  il  fenomeno  di  decadenza  pel  qnale  l'ou  etimologico  ai  riduce 
ad  B  (n.  68) ,  e  Te  ne  invale  va  altro,  piti  grave  e  aingoiare,  che  à  del  ridursi 
il  tipo  'otTuirfl'  al  tipo  'légSre'.  Goal  in  n.;  obsérvtr,  ehamintr,  màgUr  •ma- 
liii-(p.  66),  s-chdtlsehtr  acacciare;  p.r  cKorUseÙr,  sladiner  (*e-ladiip4r)  la- 
sciar libero;  cfr.  IH  3. 
'  Pronunciasi  i^e,  bs. 


;vGoo»^lc 


S:38  Ascoli,  Saggi  ladiui,  1. 

colar  pronuncia  di  qualche  vei-uacolo  todeaco  di  Svizzera  ^  V.  ancori 

il  num.  68*. 

4.  itioa  *mo  (cfr.  a.  50),  ma.  Camp,  e  Inf.;  nf.  :  mo;  ss.:  ma  na 
ma  no,  mo  ce  ma  che? 

5. 6.  uaurui  26,3;  ckiavna  44,5;  patm  Inp.  196;  ecc.  Ma  l'u,  che 
suol  mantenersi,  quasi  arcaismo,  nel  mf.:  aaun-a  pajattn-s,  ecc.,  si 
dilegua  nella  pronuncia  moderna  (cfr.  Steno.  26);  quindi  ss.:  san, da- 
man,  cristidn,  man,  funidna,  'can.  Cfr.  la  prima  parte  del  num.  IB. 
VM.  B.:  dv.mav,n,  craschtiaun-s ,  ecc. 

7.  Qui  il  dotto  Campell  c'incomincia  a  mostrare  un  suo  spediente 
ortografico,  trascurato  o  non  inteso  dai  ladinisU  moderni.  Per  indi- 
care che  'l'a  volgesse  ad  o,  egli  apponeva  sotto  all'a  quel  segno  vo- 
cale dalla  scrittura  ebrea  {qamis)  che  nella  pronuncia  giudeo-ale- 

.  manna  suona  costantemente  o.  Noi  vi  sostituiremo  il  carattere  à,  ed 
avremo  pel  numero  attuale:  fàmm,  clàmm,  4, 1  {ctàm  17, 1),  àmm  io 
amo  18, 1,  brdtnma  ?7,  9,  raginàm  regno  37, 1.  All'  incontro  1'  Isf.: 
damma  67,  bramma  {brama)  62,  raginam  153.  \%A  ;  e  cosi  pib  soU' 
tamente  l'ortografia  attuale  (i<f.:  ham,  ram-s,  clamati,  chitram, 
amma;  fomm,  reginom);  ma  d'altro  non  deve  trattarsi  che  di  una 
restituzione  letteraria,  poiché  l'odierna  pronuncia,  sin  dove  io  posso 
vedere,  continua  costantemente  per  o  Va  dì  Campell  (bs.:  fom,  cUnnm, 
rom  rame,  tióm);  cfr.  Ma.  e  il  n,  16  in  fine  *, 

8.  L'a  intatto  senza  accezione. 

9.  rwI(Bra  *rota[i]rja  rotaja 23,2;  chieera  (*caira  caries)  tignuola 
NOH.  57. 

10. 11.  duter  (Isf.:  autar  70,  oter  ofar,'10&.  154),  atU  {aut,  odi, 
Inf.  47)8,1,  autzalO,4;  chiauda  17,1,  schkiattda  scalda  10,4;  band 
(mf.:  bod;  e  sull'analogia  del  n.  64:  boadt  Inf.  255)  22,6;  fauda  bs-I 
fau»  17,1  ».  Caai  di  allV-t-s  pL:  cAtatcaMS 20, 3  (sg.  chiavaU 
B8.:  'éavdlj  iavdljx).  Ha  quaus  pref.7,  eoe  (sg.:  ilg qual  14,2);  perù; 
moli  17, 5,  num.  1-S,  come  I'Inf.  fa  anche  dalgs  quaU  47,  e  così  il 


'  Cfr.  Stus.  p.  13.  Anche  potrebbe  imaginaru  che  questa  voce  qoasi  tec- 
nica, Burta  primamente  nell'^to-engadinese,  con  l'è  normale  pw  d,  bì  fosse 
poi  comunicata  «gli  altri  dialetti  latUni  de'Grigioiii.  Ma  appunto  nell'allo- 
engadino  non  vedo  che  il  Tocabolo  occorra.  —  Dev'  essere  erroneo:  stanai  iti- 
bUs  Inf.  9,  cfr.  mùdawal  ib,  1],  e  Camp.:  tiatoel-t2,6,  stavl'in  Ì)eu43,3. 

'  E  Stbnq.  £4.  Le  riproduzioni  a  cui  egli  attinse  gli  esempi  di  Campell, 
trascurano  il  pnnto  diacritico. 

'  Ma  ehidlchia  42, 7,  ehiat!hidd'^  35, 6,  cfr.  gli  altri  spogli.  E  lalscK-s  u- 
liei  137, 1,  palesa  eh'  é  recente  l' attignila  del  l  alla  consonante  successin; 
efr.  saliich  eopralv.  Car.  e  ds.        VM.  b.  e  p.:  aikh  alìqnid,  cfr.  a.  167'. 


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§  I.  Grigioni;  C.  Engflaina  (Basi«):  Vocali  toniche.  3^9 

NF.r  ih  quals.'  Cfp.  il  n.  IH.  VM,  p.:  cìiatxch  la  calce,  chatschas 
,(calzJoni],  p.  123  ecc.);  cfr.  n.  68;-  U  cliavai,  iis  r.havos. 

13.  aitnA 35,11,  /auncA  fango 26,8,  tsehauntscha^,\,  lawitscha  ih., 
sck-balatmtse.'kaWi.; savmgìiZQ,^.-  Il  nf.  ha  saung^  oltre  an^uel (BS.id.), 
mangua,  t>ei  quali  è  da  vedere  il  d.  237-3  alto-eng.;  ma  ss.  pronuncia 
»in^,  e  così  acrire  la  noh.,  che  inoltre  ci  dà  banck  10.  balanca  99; 
cfp.  i  num.  5  e  16  '.-  Quanto  al  riflesso  di  'tangere',  l'alto-eng.  tm~ 
Kher,  olTertoci  dal  Carisch,  potrebbe  esser  tawtsch&r,  letto  secondo 
l'attuale  pronuncia  di  quella  regione;  ma  l'identico  tendscher  basso- 
eagadino  {tendscha  48,8,  Ikp.  U)  accenna  chiaramente  ad  'attingere' 
(cfr.  n.  44)  anzicfaa  a  'tangere'.  VM.  b.:  gnaunqua  (cioè  nduncua, 
De-BQcbe,  allato  a.  natica  di  Lavin  e  di  Susch),  cfr.  n.  237-8  alto-eng. 
14. 15.  Kitorna  nell' accurati  sai  mo  Campell  Va  qamegato  (num.  7): 
tèvtgk  43, 2,  sàingchias  pref.  7;  -  tammàirtg  tara-magno-  (cfr,  spagn. 
(amano)  ;  cvr  in  iammding  ettg  priguet  slun  lorquando  in  così  gran 
pericolo  io  sto  56, 1;  chiaìckiàrig  18,16;  rumàingen  *reniane[u]nt  6, 2; 
guadàing  46,4,  gttaààngan  26,8;  bàing  io  bagno  6,1;  cwmpàings  38,5 
(maf.d'acc:  cumpangwii  4.0,8);  chiampànga  34,5;  mimtàingas  42,b. 
L'Inp.  :  ìoingk  soingkia  soinchia4.5,  rumoingia  184  (139:  rumainpia). 
Mail  KF.:  ahalcaitig  ecc.,  certo  per  la  smania  di. correggere  la  pro- 
nuncia (na.:  son'c;  cóna  cagna;  >om. :  ehialchiong,  bogn,eca.;  cfr.  mr,). 
16.  La  formola  ANT  qui  si  stacca  da  tutte  le  altre  che  in  questo 
numero  sono  comprese.  Quella  dà  aunt  nelle  antiche  scritture,  ma 
l'u  suol  dileguarsi  nella  moderna  ortografia,  conforme  alla  pronuncia 
(r.  n.  5);  per  le  rimanenti  ha  Campell  Va  qamegato  (t.  il  prec.  num.). 
Quindi:  ayM,  meaunt  1, 3,  taxcnt,  quaunt  3, 1;  pvrtavnt  7, 6,  Ikf.  97, 
mtdiaimt  mediatore  ib.  98,  p\uxavntsa;  chìaunt  io  cnnto  27,  6  (Car.: 
ioni,  marchadant ecc.;  bs. :  avant,  tant,  uffant,  spranza,  setdnta,^);- 
e  all'incontro:  grand,  grónda  34,  10;  stand,  chiantànd,  itndscJiànd 
(v.lIIS)  26,10;  cummdnda  10,15;  glànda  34,8;  chià»naÒ,5,  ànn-i, 
pàmt-j  6, 1,  ingiànn-s  31,  18;  danti.  Passa  il  Campell  stesso  all'o 

'  song  BS.  differiva  dalla  voce  di  Camp,  anche  par  uscire  in  guttarale  e  non 
in  g;  cfr.  la  citai,  del  n,  162,-  Il  riflerao  di  'piangere'  avrebbe  l'o,  Etando 
al  Cariech  (plónàseher, plondschddtr),  e  l'o  mi  danno  ancora,  nel  riflesflo  di 
*<tttg  [*anc)  seriore:  mijint^a  mdin'r;  BS.,  manica  manico,  cir.  pag.  76n.  Ma 
CtHp.:  platmdtcha  10, 1,  plavndtcJun  pr,  8.  Cfr.  n.  IO. 

'  0«cìlla  il  NF.,  e  par  preferire  il  dittongo  nel  participio  e  sue  derivazioni  : 
i/fmmt,  m«rehiadaunt,puiiaìtma,  itnn^ùinf  (allato  a  svmgiaujttt);  chiarita, 
pianta,  novanta.  Accora  ha  aoaunt  e  iaunt;  ma:  quant,  che  del  resto  ve- 
demno  comune  anche  a  Biveroni,  e  che  anche  il  Cariach  parrebbe  far  comune 
■  tutta  l'Engadiua. 


;vGoo»^lc 


330  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

deciso,  e  «luinclì  ad  oa  (n.  54),  io  spoans  expansua  (cans.  p.  36^;  e 
nell'iMP.  leggiamo,  oltre  tpoans  100.194,  anche  oan  aono  (letL  ded.), 
pi.  OOMU 11,  e  doan  (danno)  9S.  Ma  allato  a  tpoant,  I'Inf.  Bcrìve  an- 
che tpans  {achpattx)  181. 194. 195;  e  analogamente  oscilla  nel  geraih 
dio:  dond  IS,  Ituchond  ib.,  hatoiond  o  toiond  *ahbiaiido56. 6,  timd 
"siando  essendo 6,  nj>tond *[TQ]DÌando 5,  allatoa*ùindd6,  t'ffundand&ì, 
imaftdt  ib,,  làviand 67,  ieliand  "voliando  volando  ih.  Cosi  ha  gehku- 
manda  90,  allato  a  gronda  209.  Nel  hf.  è  schietto  di  regola  Va  di  and 
(ofu)  ann,  ai  che  jxmn  vi  apparisce  un'eccezione.  Ma  pura  in  qoesto 
caso  Va  sì  deve  ritenere  quasi  una  correzione  arrecata  alla  pronun- 
cia (ofr.  n.  7),  e  ss.  ci  porge  veramente:  grand,  onn  *,  e  la  nou.:  com- 
mond,  domi.        VM.  b.:  avaunt,  uffawtt~s;  grand. 

17.  flàmma-t  29,  4,  chiàn^a  19,  3;  43,  2.  Notevole  ò  aiwipf«;l 
ampio-  {quwt  aumpF  i  gràndt  nm  teis  tàingkt  duni  qaanto  ampi[o' 
e  grandi  sono  i  (noi  santi  doni  31, 19),  con  au  anziché  à,  in  un  caso 
che  si  pnA  dire  di  consonante  tripla  *.  Qui  pure  il  hp.  ha  .costante- 
mente Va  schietto  (v.  il  precad.  num.),  ma  bs.;  flómma,  h&ma  gamba, 
'comp. 

£■  19-21.  Uuchair  36, 4 ,  ecc.  ;  ùtfraùtetch  ta  infreni  10, 13  ;  /loiwla 
pr.  8  {(nmtadaiu>eHQt2;  ecc.');-  mai  3,3,  tai2,5,  tai4l,6.-  pir 


'  Ha:  antbt  zia  (amita),  che  tradirebbe  per  tal  modo,  del  pori  che  Vamia 
alto-eng.  Car.,  il  recente  dileguo  dall'i,  laddove  il  parallelo  BOpraaìlT.  ondo 
Car.  DB.  va  ormai  ccnfoso  tra  i  continuatori  dell'antico  AND. 

'  ampel  vag.,  Car.  nachtr-,  ma  l'oti  sorprandammo  anche  in  no  damato 
alto-angadino,  num.  97  (cfr.  lo  steaso  numero  nella  presente  aezioue).  —  Qdk 
Bcbietto  a:  eliiamp-t  accampamenti  18, 13,  che  forae  ò  voce  oon  bane  aari- 

*  Quanto  alle  apparenti  derivazioni  aariori  par  '-abita:  stttttoel  od.  bavo- 
oig.  ecc.  {cfr.  gli  antecedenti  apogli),  cha  parrebbero  atronamente  contraltare 
all'aasoloto  predominio  di  -eivel  -aioel,  vorremo  qui  brevemente  notare  che 
il  FucBS  {Onregelm.  ttitto.  357)  td  era  meuo  sulla  buona  via,  aospattsu^ 
negli  ordinali  grìgioni  in  -aotl  Vepplicazione  analogica  dell'-avo  di  'octiTo' 
che  a'incCHitra  pur  nel  beameae  (per  ea.  quoxmtau  quinto)  e  nello  apagnnola 
{pec  ec.  dotavo  nn  duodecimo).  Ma  all'  acuto  alemanno  opponeva  non  liers 
difficoltà  la  dnaìnenta  -el,  né  gli  era  dato  confortorai  delle  più  genoine  tocme 
che  si  ritrovano  nelle  antiche  scritture  basao-engadine.  Le  quali  sono  priT« 
.  dall' -al:  tschyttchiaw  quinto,  tiiaie,  tettavi,  ottav),  dtsehmo,  Gàvpbx,  la- 
traguidam.  dad  ìnfurm.  ecc.;  tschituhiùvt  (allato  a  quint202),  noioaw  ecc., 
Iiip.  168.  Circa  l'aggiuniione  della  desinenza  -at,  di  cui  a  suo  Int^  si  ri- 
parta (lU,  4),  qui  ci  hmìteremo  a  citare  il  aopraailv.  atduneh-«l  Q.  4, 3,  allo- 
eng.  ttaunij-tl,  sottoaaaa.  e  bregagL  sfaunc-al  (cfr.  pag.  120,  Munt),  Btaa<»- 
L* aggiunzione  risulta  antica  nel  numerale,  e  datt'aversì  la  medesima  in  Bife- 


;vGoo»^lc 


§  I.  Qrìginiì;  C.  Engadina  (Bassa):  Vocali  tooiclia.  231 

pél" 26, 8;  34,7,  np.:  peér  (allato  a  peggiilr].-  Qui  parrebbe  apettare 
anche  sdideS  sédecim  sa.  (Fdohs  1.  e.  p.  335  id-,  ma  Car.:  teideach  per 
ambo  i  dial.  eng.,  leas.  183,  cfr.  gr.  44)  ^ 

21*.  dtck~\Aeidi-t  pref.  H  (nf.  :  dìfobeidi*),  ufituli-s  2, 7,  fem. 
vìbàdgia  40,3;  cfr.  il  seguente  numero. 

22.  feil  19,4,  peidra  40,2,  fthra  np.;  ecc.;-  reidicher  praf.  13, 
l'aJIetgrra  4, 3  (e  seoond.,  nani.  3  soprasilv.  ecc.);- ^30,2,  pi.  ^eu 
peM<36,  6;  7,2.  ^ 

23  (cfr.  Dum.  28).  dèteh  3,2  (bs.:  déS),  intèr  35,5,  intéir  Inf.  9; 
hir  NP.-  Resto  dabbio  se  qui,  o  non  piuttosto  al  n.  28,  si  debba  ac- 
cogliere: miert  merito  23,  4;  32,2,  Inf.  155  {allato  a  meni  8,  mo- 
ritt  167).-  E  ancora  à  da  considerare  Ve  di  txètxa  ecc.,  n.  135. 

24.  Caupbll  e  1'  Inf.  hanno  indifferentemente  Dei»  e  al  ratto  e 
all'oblìfiao;  ma  l'obliquo  dieu,  che  à  l' esclusi  va  forma  dell'odierna  fa- 
Tèlla^,  s'ìntrodace,  quasi  furtivamente,  anche  in  quelle  antiche  scrìt- 
tnre:  nuom  da  Dieu  Gauf.  Intraguid.  Mm  4;  eummandamaint  da  Dieu 
Ikf.  235.  241. 255,  himdramaint  da  Dieu  243,  temma  da  Dieu  271, 
allato  a  nuom  da  Dei»  Caup.  ih.,  cummandamaints  da  Dei»  Ihf.  155, 
lemma  da  Dei»  239.  Gli  è  che  fra  il  popolo  Tivsvauo  in  corretto  uso 
ambo  le  forme,  e  che  gli  scrittori,  con  iapirasione  non  felice,  inten- 
devano che  meglio  si  addicesse  al  linguaggio  letterario,  e  massima 
ecclesiastico,  l' unico  tipo  del  nome  divino.  Quanto  al  ragguaglio  fo- 
netico dei»  ■>  deus,  che  dichiararamo  per  de[v]t  secondo  il  num.  22,  si 
confrontino  i  possessivi  attributivi:  mei»  cow  4,  1,  meispisvet  (=»n3s 
jKEvel  ant.  alto-engad.)  vv.,  teis  Dei»  Inf.  4;  e  all'incontro  per  dieu 
°deo-8Ì  vorranno  confrontare  i  possessivi  predicativi  o  assoluti  (HI  2): 
ai»  mèu  50, 5,  ilg  »èu  49, 6,  i^  »ieu  Inf.  91.  La  fase  dell'eu  è  comune 
a  Campali  e  all'  odierna  favella  nel  riflesso  di  'ego'  (cfr.  il  n.  237-8 
alto-engad.):  eug  11, 1,  ecc.,  «u^nf.  e  noh-,  eu  ss.;  ma  I'Inp.  ha  il 
trittongo  dell'ortografia  alto-angadina :  eau  eaug  (entrambi  dinanzi 
a  vocale  e  a  consonante)  ^,  la  qual  figura  ci  occorrerà  abondante  pure 
in  Campell  al  num.  31,  e  per  l'attuale  egli  ci  d&:  JiJideau-s  24,5,  pha- 
nseaxn  36, 5;  Jùdeaua  Inf.  148. 

ma,  e  dallo  sfnggire  al  Campali,  tra  'ottaw'  e  'deschaw':  nouav>el  (notooto 
detl'Inf.,  come  gi&  vedemmo).  Convivevano  1  due  tipi,  e  gli  scrittori  preferi- 
vuo  il  men  volgare.  In  qualche  altro  aggettivo  che  accenna  a  anccessìone  o 
tripartizione,  il  tipo  volgare  dell'ordinale  promOBSO  alla  sua  volta  o  man- 
taine  l'-aceJ  (III,  4):  partnavtel  che  ha  porte,  partecipe,  37, 17,  Inf.  182, 
*«-toweI  erede  2, 6. 

*  Di  du  deve  (37, 1)  ecc.,  v.  1113.  —  Pref.  p.  9:  fidel. 

*  BS.:  dtdw,  V.  II,  3. 

'  Cfr.  jdu  VM.,  mi  qual  tipo  si  fonda  Io  jS  di  Susch,  cfr.  n.  68. 


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J 


SSS  Ascoli,  Stggì  ladini,  1. 

S5.  PasBammo  il  riflesso  di  'pede-'  al  n.  22. 

27 R.  preidgia  19,1,  mtidgia  41,3,  agli  predica,  medica,  circa  i 
quali  si  potrebbe  disputare  se  piuttosto  non  ispettino  al  n.  22  (cfr.  la 
prtàgia,  il  meidi,  non.);-  eiater  hf.,  eittra-s  pref.  8,  reisten  K,14, 
fHata  ib.,  tampeista  18,5.6;-  terra  terrea  pref.  8, 12;  8, 3,  ecc.,  Ikf.: 
tearraAi;-  seom'intuom  serrano  ÌDtoniol7,3,  nearm22,2,  fearmìb., 
fearma  imperat,  17,  2,  tearms  20,  3,  teano'a  mai  mi  serra  18,  IS, 
peartx  perso  6,1,  tscìieart  raspetts  Inf.  167,  atceart  awearts,  ateeorlas 
{awerta  22,4)  19,5;  24,6.7,  cuvieart  10,1,  uffeartas  4,3,  teartx, pear- 
chia  pertica  26,2.  Entrando  Dell'ultima  serie  (eor+cons.,  cbe  in  fondo 
-6  quanto  dire  er-f  cons.]  taluni  esemplari  nei  quali  lo  atesso  alto-engs- 
dino  ci  mostraya  il  dittongo  organico  (ie),  potrebbe  nascere  aospelto 
che  questo  fosse  venuto  a  confonderei  nella  scrittura  con  Vea  che  è 
la  caratteristica  della  serie  cui  si  allude;  ma  le  moderne  ortografie  {e 
pronuncie):  verm  avert  acuvert  ecc.  escludono  il  dubbio.  Né,  dall'altro 
canto.  T'ha  motÌTO  di  credere  che  avnert,  31, 19,  sia  una  licenza  poe- 
tica (cfr.  n.  43);  ma  ai  dovrà  all'incontro  ritenere  che  la  forma  dit- 
tongata coesistesse  all'altra,  come  spesso  avviene,  e  fosse  ormai  ra- 
ramente  adoperata.  Dove  ancora  gioverà  notare  ierr  [tsaitìtMa  ierr  2, 
6,  nella  rima)  allato  ad  èarr  (32, 8;  pi.  èarri  19, 5)  fallo,  arrameoto. 
Cfr.  il  n.  28,  e  il  172. 

27p.(^n<2a  37,16;  tend  28,2,  itettife)*  40,11;  imprender  appren- 
dere pr.  8;  penna  som.  25  (cfr.  Steng.  38). 

28.  hiwiem  1,  2;  flerr  5,  2;  uteri  33,  2;  tschienoi-i  18, 15;  àa- 
aiirt29,4  (pi.  dcuearts  ib.  5),  nf.:  deaeri,  cfr.  n.  37a;-  hierta  16,2 
(ofr.  miert  al  num.  23);  chiativtierffiaa ,  miniergiaa,  14, 4;-  con  l'^*-); 
di  Biveroni  (cfr.  n.  23 ecc.):  tnèts  yni.  13,  prudèntacha-i  ecc.  Si  ag- 
giunge bèach  IO,  1,  cfr.  p.  172  n.  e  il  sopraaaas. 

28*.  udtwjren  pref.  9;  téngtch  tieni  45, 7,  tènnga  7,6,  partinfftn36, 
3;  egeria,  14;  tneifrfn«^er  26, 11;  29,1;  ué^29,2;  [main  prèdxhed 
meno  pregiato  22,2]. 

31.  Nella  fase  campetliana,  -BLLO  dà  -èìff  (■=  -ilg  di  Biveroni)  ed 
-EL[L]0  +  s  dà  -eaus  (Vis  etu  e  ms;  cfp.  n.  10):  chiaatilg  18, 1;  27,5: 
->(e^31,  4,  cHasteaual,Q;  utschèlgSl,^,  -e(g  11,1,  ulacheaua  50,5; 
uaachèlg{uaschella 2,6)  31,13,  mantèlg2!1,Ò;  icdeaiis 29,3,  angeataSC', 
5  *.  'Bello'  in  funzione  aggettiva  rimane  pur  qui  beli  pref.  9;  26,4 
(ma  il  plurale  sta  nella  regola:  beata  18,15;  35,9);  e  all'incontro  sei- 


■  Esca  dalla  regola  il  sing.  angeli  agnello  (pasquale)  cani.  492.  Ma  i'-ellaii 
aormale  quando  bì  tratti  di  -ELLE  -ELB:  peli  noh-,  pell-a  pref.  8;  fid^3\, 
19  ((Um22,6),  Int.  157,  infidelU  ratotlU  16,  i.  Cfr.  il  num.  Ili  deU'allo-an- 
sad.,  io  n. 


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§  I.  Ongioni;  C.  Engaaina  (Basu):  Vocali  toniche.  233 

l'avverbiale  6  bèlg8,2;  10.1;  28,3;31,5  (ib.  21:  bilg);  34,1;  41,5. 
G  anticipando  SuU'e  secondaria  {e  da  i),  aggiuageremo:  chiatoè^  27, 
5,  chiaweaua  2,  3;  eli  pran.  [i^  art.],  eaus  pi.  del  pron.  2,  6  eoe.  *, 
qutll  ijueata.  La  Inp.  già  si  acosta  da  queste  condizioni  ed  oscilla: 
a»!fié  185;  soffié  suggello  187  (v.  g.,  pag.  173a),  pi.  sageaus  172,  m- 
giets  82;  curteaut  177;  eaut,  ad  eaus,  239,  eia  ib.,  ^ueaus,  quels; 
cfr.  Ili  2.  E  il  MP.:  ané,  tiadé;  nagé;  chiaveu  (cosi  tutte  le  volte  che 
il  vocabolo  occorre);  pi.  vadeta,  tagetts,  chiaveua  (nom.:  chiavSs);-  et 
eh,  quel  quels. 

32.  taiss  teso  7,5;  9,8,  Hai»  19, 1;  dafaiss  37,9;  palai$  42,8.  — 
32n.  ((aint  io  stento  40, 11,  ecc.;-  tèmpZl,2;  37,1,  sWston  sì  vesta- 
no 35,14.-  Bs.:  ei  est. 

I.  33.  seruyr,  fyn,  ttyn,  scryver,  s'fyd  bÌ  fida  2, 8,  udydt  udito  6, 2; 
fattina  v.  p.  220  n. ,  priguels  40, 1  ;  -  tra  due  labiali  :  fùbla  Gar.  (a>a 
la  NOI!.:  fibta),  cfr.  priieàd  'privato',  nel  senso  di  'funiliare',  'confi- 
denziale', 'caro'  21,2,  prùvadaurua  faiftiliariUk  ecc.  Car.  nacbtr.  (frc. 
pTwaaté);~  mèra 39,5  (mirai  ecco;  e  altrove  'la  taira'),  mira  nf.; 
ittem  stem  (hp.  :  stimm)  io  stimo  18, 22;  48, 1,  stemma  3.  pers.  19, 4, 

1H7.155. 

40.  t'pailan  si  pelino £,3  (cfr.  p.  197-8  in  n.),  uaUch  videa  37,1;- 
itrdavi[a}\l,3,  vbtaigia  ItiP.85';~  fai 40,10. 

42  (cfr.  31  e  44).  mess  messi  (inviati)  I»f,  50,  sagiettaa  7,6;-  fiar- 
maHil7,2,  neardl,2,  Hcft«arc*iocercol0,17;  cfr.ii.43;-erp>cAecc. 
r.  p.  223,  n.  2. 

43.  A  tpierl  si  aggiunge  pardiert  31,19  (in  rima  con  awiert)  pre- 
parato, allato  ipardeart  7,6,  pardeartas  24,1,  ofr.  n.  27«  e  il  sopra- 
«aas.  a  p.  128  '. 


'  «chi  uoilgasch  far  età  twrpiar,  (cosi)  voglia  tn  toli  ver^gnare,  31, 17. 

'  A  qneatì  dae  eaemp]  di  ai  da  i  di  accento  ladino,  se  ne  aggiungerà  un 
tano  in  quaitan  pensano  2T,2  =  quitan  (quittan)  BOprsÌT.  p.  %. 

'  È  il  particìpia  di  parderseher  {pard«artcha  ^3)  *per-dirigere,  il  qnal 
participio  ai  ba  solitario  por  nel  sopra«ihauo,  come  aggettivo  e  col  significato 
di  'abile'  (pronto)  'savio',  e  ivi  pure  in  amendne  le  figure  fonetiche:  jiardert 
Csr., pardwt  (anche  sopraaaa*.  ecc. ) jpardfert  ds.  267.264.  Questo  di  dt «ri per- 
-diert  è  quindi  anche  un  nuovo  esempio  aoprasilvano  per  ie  da  e  secondaria 
io  posiz.  Si  confonde  esteriormente  il  dittongo  sopraallvano  con  quello  dei  par- 
ticipi analoghi  con  à  fiwdamentale  (pitrt  ecc.,  pag.  94  in  o.),  coincidendo  in 
quell'idioma  il  dittongo  del  n.  28  (ie=E)  con  quelb  del  n.  56  (ie=0);  ma 
nell'Eugadina  rimane  chiara  la  diversa  ragione  che  é  tra  il  pea-diert  di  Cam- 
peli  e  t-pùert  sporto,  ecc.-  Corioaa  la  forma  dell' Inf.;  pri^pardtart  pre- 
pwato  !67  {prmpardearta  47),  ìd  coi  vengono  a  confluire  pr^xa-ar  e  par- 
àtrìcher. 


jyGoo'^lc 

I 


23t  Ascoli,  Saggi  ladioi,  I. 

44.  Qui  i  riflessi  di  INO'  INO'  rimangono  di  spettanza  dal  n.  4S: 
toendtcherlur.ìutr.jCunwmdsckerih.QB,  stentcher32,4.  E  perqaanto 
io  posso  riconoacare,  l'i  è  costante  nelle  forme  participiali  di  'it- 
dere':  uy»  pto.37, 18,  uy»  sost  38,5;  41,4;  44,3,  vii  ptc.  pi.  hf.,  tia 
uiifa  13,1; 44,2.  Bai  resto:  aimpla "impìet,  imple,  147*,2,  catiz.%4; 
quaùt  (bs.:  quitl,  e  raram.  quatti),  luiaifigia-t  36, 1;  ecc. 

44*.  gràtida  tnUrawailga  8, 2,  ch'tfi  ualgeich  che  tu  vegli  35, 12-,  ecc. 
0.  46.  lavmr  launutrMOcc.*;-  tmuon  pi.  46,3;  manchiùt  p1.Inf.I0, 
IM  puro  manchiÙBtaa 2S7;-  nwotnS,!;  37,12;  44,3  (nwn41,4;  Bi.: 
ftf/m),  pùm  Inf.  62;-  duus  Camp.  canz.  p.  495;  Inf.  :  dùss  ffuiiaa  IST. 
Si  aggiunge  -uo  da  -wò  che  riesca  finale  (ofr.  n.  61  e  50):  j7i'uo9,lI; 
29,5  (Nr.:^'o],KiM>  noi  14,2  (allato  a  da  nutM  4,3,  cfr.  Ili  2),  vtuo2, 
4;  Inf.:  nv  vi  (bs. :  no).  —  47.  tettmungia  testimonianxa  30, 1;  ru- 
suir  52, 2. 

49.  'Quo[modo]'  assume  pur  le  funzioni  di  'quam*  [cfr.  il  ted.  'ols']: 
choa  come  26, 3,  auter  choa  p»f.  7-8,  plfì  koa  32, 1;  ichkoa  pref.  7. 

50.  sou^ sogliono 26,3,  uoul 36, 2intouuer 9,11,  tu domeraMChVÌ, 
4;  ecc.  —  L'onci  che  riesca  Anale,  dàoa  (cfr.  n.  4  e  49, e  pareli  46): 
jioa29,3;  dawoa  inawoa  cfr.  il  nnm.  126'  degli  altri  spogli  {trF.:pò, 
davo).      VM.B.:/'ora>i/'oura  delle  altre  vacietA,  foro,  buco;  ora  fnora. 

61.  Auoml0,7,  ituommi  3Ì,  10  {soìs.:  hom.  Homi)-,-  fiwnecc. 

52-3.  Meda  [50,7;  allato  a  s'uùfa  18,4  >)  ecc.;- ^«scA,  jn(EcA2,S; 
ngff9,6,  pLrouji's20, 1.2;  lcech29,4,  pi.  Ioucft<2d,  7.-  Og^:  /TIfó. 

64.  uoaluer  pr.  8,  poca»  posso  ih.  7,  noasi  nostro  ib.,  oatsa6,l 
(coU.;  forma  sg.:  6u  nou-,  ouvr.),  i^oot^fflts ogglmai  13, 1,  m'apoa- 
taa  io  mi  appoggi  26, 5,  prapoait  27, 2,  boatchkia  29,  5,  noatt  1, 1, 
coatto  2,  6,  la  coama  (sing.;  ss.:  com,  e  così  corp)  10, 15,  d4>ar- 
match  7, 3,  faarsa  pr.  12,  poardscVa  mai  porgi  a  me  17, 2,  «ocoar- 
dacher  19, 6,  moarda  25,  3,  s'algoarda  si  ricorda  20, 1,  mitanxacr- 
<^'a25,3,  moart  (morte  morto)  9, 7;  0,1,  mikiWa  27, 13,  poorte  (verbo 
8Sost.)pr.  12;  24, 6,  soart  pr.  10,  cuffoartQ,!,  fbaHxa  10,9,  m'Koar- 
chìa  egli  mi  scortichi  7,1,  oarb  10,17;  —  oarma.  Nell'ortogr.  epron. 
mod.:  coiva,  sort,  ecc.;  cfr.  n.  27a. 

56.  tùcert  (sost.  a  partic.)  10, 1;  li, 3, ecc. ,  49, 2,  spùcerl 49, 2;  mom. : 
h^rt, pùUrg ■pano;-  adceis  addossoI7,4,  ^ne»42,6;-}KEtoeI,  pLjtwr- 
ioeb47,I  (nella  rima),  poireltpouuielt  2,6;  46,6;-  dallga  {9,7)  octi. 

57.  V.  111. 


'  I  riSeaù  di  'devoto'  attestano  che  la  voce  non  sia  paesana:  dautri  pre£.  9. 
dMMutamaingk  ib.  11,  dauovtsSO,  1. 

'  our  d'buocea  fcech  artai»t  l'vida,  che  intendo  'fuor  della  boce»  ri  vers» 
(vuota)  fnoco  ardente',;  cfr.  alto-eng.  t-^Sder,  vuotare,  versare,  PaU.  coqj-  S3. 
e  T.  a.  pag.  133. 


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§  I.  Qrigioni;  C,  Eng&dina  (Bawa):  Vocali  ftUme.  S35 

58.  rojpMonder  (27,7) ecc.;  cun^Kher  Inf.  IO;-  muunt2,4,pl(sd 
d'Suott  Puunt  Auta  il  linguaggio  basso-engaUino  (7.  pag.  161)  pr.  S.- 
Iwigua  38, 1. 

U.  59.  40.  inffi&n  10,6. 13,  ififfùtma  19|4;  cummUnna  Inf.  8;  Iffùm 
pr.  13;  mail  malo  33,  9;  p&fa  ogii  paté  38,  3,  itoddd  la  creU'aii 
spenta  è  la  fede  12,1  (cfr.  per  questi  due  esempi,  il  n.  63  dai  preoed. 
spogli);  schk6dt  scudo  5,  i;  giùtela  giubila  41,8;-  wlgùd  -4ic£a  vo- 
lato -a  pref.  8. 13,  ^igOda  ib.  7,  UchamUdt  'cernuto  scelto  4,2,  ane- 
gu&dt  pr.  9;  eco.  L'i  all' oberlandeas  è  in  imwitxa  Inf.  186. 

61.  fui  fìM  fai  fuit  (III,  3),  utruo  ('altrùM)  16, 1;  39,  Il  {vtrù 
Inp.  6);  cfr.  -u-o  al  n.  46. 

63.  patta  {^pichia  soprslv.)  colonna,  propriam. 'pancia*,  18,8;- 
KU{Utar2S,l;~  lùtta  Inf.  104;-  ttoa(xa36,5,  noatóos  45, 13,  no- 
dai  19,3  (Gar.  noaxta;  no»,  noxa;  nf.  nosas);-  nwxrtat  44,5.7  (np.: 
Ruornu).  Del  riflesso  di  'nulla',  t.  pag.  185  n. 

64-5.  fin  fiouiD  chi  puinga  44, 3,  meist  inatnychi..,  cun  mai  eir 
taimper  puinffon  4Ì,6;-  plvom  33,1;  39, 9  (bs.:  plomm);  puotj 37, 6 
(cfr.  Car.  s.  puox  soprslv.),  aùit  Inf.  9;  sa.:  suàt,  muónd,  ecc.,  cfr. 
bocca  il.  162. 

BB-poappa  17,3;-  tnfficergia  -ai  8Ò8t.2,l;27,ll;38,l;  ingiiergia$ 
mi.,  mffUerffiar,  Inf.  160. 92;  fùcergia  2,  3;  38, 1,  $'mftuergia  2, 1  '. 
AE.AU.-  67(ofr.23.22).  i»cAè/2,3;  19,1;  WA  pr.  10,  tódSO.e. 

68.  aur  pr.  8,  aura  18, 5,  chiaiatat  37, 3,  paaii  4,  S;  pauk  8, 3 
(cfr.  num.  167'),  lavd  pr.  8,  ra«6a  pr.  81  awdwcA  4, 1  {Inf.  85:  oda 
aadit,  nel  significato  di  'spetta',  cfr.  il  ted.  'go-b6ren'),  giaud  18, 10, 
(favd  26, 1.  -  pùwra  8,2,  pcnaoera  1, 3.  Circa  ditca  eco.  (p.  193)  t.  il 
num.  237-8  alto-eng.  Qui  è  notevole  la  riduzione  au  a,  per  la  quale 
abbiamo  raba  Inf.  intr.  2  e  S^,  pac  ss.,  e  sulla  quale  si  fonda  1'  é 
(fe)  =  du  che  occorre  nel  dialetto  di  Susch  (cfr.  n.  1-3  e  34  in  n.):  fin 
fa  un  poco,  paci  pochi,  BUhl.;  nes  =  nduS  (T,  3)  cattivo.  La  ridu- 
liona  BÌ  fa  caratteristica  in  Val  Monastero  (v.  l'App.). 

68',  la  tnoer  sedichda  la  maggior  8iccit&  32,4;  ceer  aere  Inf.[47, 
*•  8.  pag.  137;  gwstan  guaitauo  (guatano)  3, 2,  aguoets  35,  4.  Allato  a 
nxE  37, 2  ecc.  e  hoatxmm  (n.  54),  oocorron  nella  rima  oatstna  e  laim- 
^'^0^,2.8,  quasi  un'eco  della  fase  anteriore. 


Vocali  àtone. 
La  vocale  &tona  che  precede  a  n  finale,  va  frequentemente  elisa  nel 
veno  campelliano,  quando  la  voce  susseguente  incominci  per  vocale 

'  Qui  d  nppiocherebbero  le  forme  lUitrgia  Inxnria,  ingiergia,  addotte 
^  RofiNATSCHA  (Progr.  d.  gj/mn,  in  Mtran,  1853,  p.  11)  mua  ittdicasione 
delti  proTenienuu 


;vGoo»^lc 


S3B  Ascoli,  Sag^  ladini,  I.  i 

o  di  una  vocale  consista.  È  di  solito  il  caso  della  terza  persona  pi.:  | 
leiwn'incuaira  si  levan  control?, 3,  paissn'a  pensano  a,  ib-,  muotn 
ils  fatti  i  fatti  mostrano  14, 1,  vèngn'imemrml  40. 13,  moum'ingwd  40, 
3,  tschearchn'è  cercano  e,  40, 14;  eco.  Nella  priraa  pi.  di  'eSse',  stante 
il  particolar  suo  tipo:  ischn'mgual  44,  8,  la  qual  sincope  avvia  al- 
l'^«cA'ruo  ("  èschea  +  nuo;  cfr.  ^schn  me  Inf.  154)  siam  noi,  ib.  Nel 
nome:  Ig  wordn'incuntra21,2;  e  con -{  finale:  jjonDraSO,  3,  nel  qnale 
esempio  ai  Inesca  veramente  all'ettlissi  di  una  vocale  epentetica  (vedi 
pag.  49  n.). 

Ancora  noteremo,  sulle  generali,  come  la  vocale  dittongata  li  ri- 
manga facilmente  pur  fuori  dì  accento;  dtch^arfn-dr  oriiare35, 7, 
fniaericoargidtoel  41,3;  muoitàs»  (n.  58  alto-eng.)  IO,  10;  nùattsadvùrt 
nnptiatores  46, 13;  Uidetsa  16,  4. 

E.  75.  dacUra  I«f.  188,  ofr.  n.  3;  randfid  renduto  7, 1,  aplandw  12,3, 
foitma  a.  33,  ecc.  73.  In  mimcergia  (6, 1:  mim^tsergia,  coir.:  mi' 
mcerffia,  cfr.  n.  56  e  64-^)  riconosceremo  l' aBBimilasione  regressivi 
(•mimOei^).-  sa.:  i  et,  VM.  b.:  i  id  {cfr.  n.  196-7).  —  77.  Così  ricono- 
sceremo queir  assimilazione  in  rumàngair  37, 5;  e  la  progressiva  in 
pttchiad  il  peccato,  10,5;  19,5;  25,3  (Inf.  puchia,  cfr.  n.  196-7;  per 
ragione  di  metro:  pchiadt  all'alto-engadinese,  51,1),  ohe  ai  distingua 
per  tal  modo  da  pachiad  ptcp.  27, 8  [pachiad  packia  Inf.  63-3),  cfr. 
inf. pachiar  ìvr.  lB,pachidder  25,4.       73.  ubdid  ptcp.  34,9. 

I-  79.  inamychs,  ecc.  —  81.  sckàangad  sdegnato  (sprexzato)  31,13, 
tpandrar  (cfr. n.  147  soprslv.)  14,6;ece.  —  82. utfecunt-s 8, 1  (nf.:  ijfaunf). 
U.  90  (v.  il  sopraiv.].  inqualckiaussa  pr.  13,  inqualchùn  10,7;  cfr. 
itiffiOn  ecc.  n.  59,  ingotta  (v.  n.  64  soprslv.)  nf.  L.  5, 5.  -  ramw  39,  fi- 
AC.  94.  autUichem  lyli'  tckkhfdada  scald&ti  21, 3;  utar^,5;eee. 


GonUnue. 
H.  95.  [tragian  12, 2]. 

J.  96.  la  giagiùnna  Inf.  ^^8,  nf.:  ta  jejùnai-t  ecc.  E  così  oggi  si 
ricade  alj  lat.injeK(ar  Car.  (soprslv.  ^'onfarib.,  maGabr.:jen(ar23, 
4;  alto-eng.  un  giantèrli.  14, 12}  jentare,  jutieM  Car.,ju/'NOU.,  ecc., 
ma  Camp.  :  giuwen  37,  14  giuff  2,  2;  cfr.  n.  165  e  181-2. 

97.  etìgsailg  13,3,  lal^r  14,6;  29,3,  sallgànd^,!;  cfr.  p.I6en.; 
twnlgaunt  33,10,  lumlgènticka  30,1,  ma  tumgiaimt  Inf.  94,  cfr.  n.  16 
in  nota,  e  analogamente:  ad-ampgiad  ampliato,  canz.  pag.  476,  lu'- 
-ampchiada~s  Inf.  12. 

99.  100.  Iimargias2&,5,  cfr.  n.  223  alto-eng.;-  mr-lewgiarA], 
2;  superwgia  36,6,  e  in  rima  con  asso:  dscheanogia  acerba,  quasi: 
gervi  +  a,  ofr.  nnm.  169-70  soprasass.  e  215aIto-«ngad.,  malgrado  lo 
dschearw  di  39,3:  p&rplii  dschearw  «gywa  la  dulur. 


;vGoo»^lc 


§  1.  Grigiooi;  C  Bogadina  (Baioa):  Contiaua.  S37 

105.  imtilgdgia  35, 1  (37,  l  :  inuildgia  -  invilffia  kf.)  ,  itmj/Ug'eaut 
kavtt  invidia  essi  hanno  18,19;  ttùdgiamamck  studia[ta}inenta2,  8; 
ììduadgiat  29, 5;  —  loadseiica  18, 7;  ttètxa  num.  135,  oatsmce  oggi- 
mai  ^,  8. 

107.  scoarchia  7, 1;  chiorm  Y.  d.  M.  Car.  nachtr.  {dar,  tour  a  chiernt, 
(rendere,  concedere  a  uso  un  animale,  Terso  l'obbligo  di  nutrirlo),  ohe 
dev'essere •=tierm  a.  28  alto-eng.;-  totj7ia*17,3;-  sabffèntsclia  wia. 
(bs.  :  cunosénsa)  ;-  panlèntxgia  penitenza,  xantèntigia,  1, 3  ;  -  prèdschad 
nam.  28*. 

109.  »-twrpffiad-s  40, 13,  allato  a  turpiar  ib.  12.  Cfr.  n.  97. 

HO.  Ungur  (=>  Eigur)  d[i]s[o]aore  10,  5. 
L.111.  Qui  imprima  aggiungiamo  alle  serie  dei  nam.  IO,  94  e  31 
(ALT,  EL[L]S,  ecc.),  per  I  assorbito  da  u  anorganico,  esempj  delle 
foriDole  ILT  OLT  OLS:  fUuter  feltro  mou.  24;  uout  volto  ptc.  22,7; 
30, 1,  Htt  uoutas  12, 5  ;  chiagnout  eoe.  kf.  A  questi  sucoedouo ,  per  u 
<^janico,  primario  o  secondario:  utU  tuUus  22, 7  eoe  (wwtdt  43,3), 
putruwt  poltroni  (abjetti)  26,10;  50,8;  39, 1  sg.;  tudada  coli-,  sol- 
dati, 26, 9.  Tra  l'una  categoria  e  l'altra  si  direbbero  stare  i  riflessi  di 
'tol're'  (tollero);  dove  per  l'infinito  porremo  OLR  (ofr,  tolrs  prov.  « 
utfrc.)  'oulrrfotM' pr.  12;  7,5,  eoo.,  a  analogamente  OLT  nell'im- 
p«rat.  toudt  oanz.  p.  492;  ma  pel  participio,  all'incontro,  parremmo 
coadotti  a  ULT  (da  qU;  ofr.  prov.  tolt  tout}  :  tuudt  li,  2,  eoo.,  ot- 
tudt-t*,  e  quindi  suemmo  alle  precise  condizioni  del  continuatore  di 
'full  (IL  fglto),  fitto,  ficcato,  che  alla  sua  volta  à  altro  esempio  legit- 
timo per  la  formola  ULT:  Jn  quella  fùura  fuudt-s  cacciaU  in  quel 
buco  9, 8;  D'ia  mauta  nun  pudeiwa  Hi,  Laint  ngywa  pOr  più  fuvt, 
dalla  mota  io  non  poteva  surgere,  ma  Ift  entro  io  era  (veaiva)  viapib 
Iccato,  40, 2  '.  Yii.  b.:  as  (°  a-ts)  ai,  dot  dù,  por  M  {&a;  elr-t) 
per  quelli;  p.:  tott  tol[li]te;  cfr.  n.  68. 

llS-9.  lulai  19,3. 4  (nt.  id.  ;  moh.  ras  de  solai  80);  parailg  {Voul 
•wtai  etir'a  parailg  10,3);  urailgasò,ì;-  uèlg2S,2. 


'  Spettttrfa  qui  Bicuramente  pur  questo  participio,  ma  non  Mprsi  dare  il  ano 
pneÌK  significato:  Lt'  pagiattna  queaus  luun  attmtdtt[e],  Gtm  grinda  tuorp 
^bnjiur, 9,8;-  EU  fu'haa  da  tuott  bieeng»  fry  dafait.  In  Uquatu  two 
"<^'aliiuti[e},  46,1.  Si  aggiunge:  diehtuudt,  quasi  <dis-tolto',  che  dsTs  dire 
'fiaccato'  <abbattuto',34,3;42,9;43,l. 

Qneito  participio,  nel  quale  ù  guadagna  il  correlatiTO  del  nostro  'folto', 
nw  mi  occorre  in  fonti  modeiue;  ma  l'influito  ti  contiene  intatto  aell'alto- 
»;■  t-fuUcher  aint  cacciarsi  dentro  (t.  b.,  p.  198  n.  1,  e  p.  38  u.  2)  Car.,  al 
qnala  lo  gtetso  Tocab.  pone  accanto  un  bauò-eugad.  a*  tfuschinar  »e~ful- 
=m-ir  (Ul,  4). 


;vGoo»^lc 


338  Ascoli,  Sftggi  ladini.  I. 

llSin.  Nel  riflesso  d'  <iat[el]ligere',  Cahpbll  e  il  mp.  non  parte- 
cipano del  fenomeno  di  ti  ìa  et  :  l'intlègien  pr.  9,  intlègia  imprt.  5, 1; 
39,10,  Ig  intlètt  pr.  9,  partic.  ib.  13.  Ma  I'Ihf.:  ineUtt  sosL  (dedica), 
pto.  143,  indetta  ib.;  e  ancora  ci  dà:  brunclan  brontolano  239  (an- 
cbe  y.  d,  M.:  brvnclar,  brunqvel  brontolio  Car.;  t.  a.,  p.  139  Vb,e 
cfr.  bruntlar  soprasaBB.  db.  246). 

B.124.  itar-talgaint 'atXA-ÌASÌÌBaW 52,2-,' turpiar Sl,l,  cfr. n.  109. 
—  126*  Cfr.  n.  50. 

'V.129n.  froda  {frcedal):  La  tia  uiitmainta  froda  bain ,  i  tuoi  t»- 
sUti  mandano  buon  odore ,  45, 9.  No  ho  trorato  altro  esempio  enga- 
dine,  antico  o  moderno,  per  questo  verbo;  e  la  forma  che  abbiamo 
dinanzi  non  sì  concilia  nella  vocale  con  la  soprasilrana.-  DifBctle  i 
pure  il  riflesso  basso-engadino  di  'medull-*  :  mitegmlg  {=  mizgulj;  non.: 
mizgìiotff)  6,1;  poiché  zg=dffiìoa  si  conforterebbe,  per  quanto  iopos» 
vedere,  se  non  dell'analogia  un  po'  rimota:  rffnzta  bregagl.,  'rondDB, 
T,  n.  145  lerentìneBe.  O  penseremo  a  mi-j-idl  {v.  p.  61  n.  e  111)  miffuU 
mixu[ó]ll  ecc.  (t.  p.  205,  n.  2,  e  p.  223  n.  3)? 

130.  guinchyr  26, 12;  ecc.  Singolare  è  il  d-  di  dguaut,  fona,  po- 
tere (v.  a.,  p.  93,  n.)  2, 3;  9, 11,  ecc.,  Inf.  112;  la  cui  funzione  doven 
essere  d'indicar  piti  robusto  questo  ^- ■=  G'W,  che  non  fosse  quello 
del  solito  jrD-'>'W.  Ignoro  se  oggi  si  mantenga  una  qualche  dbtin- 
zione  tra  i  due  diversi  casi  (dallo  guaut  o  <vald'  e  'gowalt'  di  Cir. 
0.  'niault',  parrebbe  cbe  no);  maaIlo^f-=W,  che  sempre  è  dalla  scrii- 
tara,  non  corrisponderebbe  nella  pronuncia  attuale  che  un  semplice  ■> 
(bs.):  «dud  bosco,  uéra,  uisa,  uari'r.  Cfr.  l'Append. 

131.  nouto  pref.  9,  boutDs22,4. 

S>134.  ichantod  collocato  8,3,  Inf.  196  id.*,  tchkuss^ad  (cioè:>cii- 
Sijàd)  s-consigliato ,  pref.  12;  ecc.  Notevole  à  cbe  lo  -s  di  seconda 
persona  (n,  137)  passi  di  regola  in  S,  e  che  l' alteraEione  non  avreoga 
quando  la  vocale  che  precede  allo  s  sia  alla  sua  volta  preceduta  di 
Soci  àmmoichllfÀ, cttssalv}aschlS,12,  baiieesch 27,13,  stemìtchli, 
17,  tu  nteUch  metti  8, 1;  ecc.;-  ma:  ìascJias,  schkattchat,  18,  ll.l-> 
l(Uch«>  37,20,  cAtatscAoa  55, 13.  —  135.  txitza  siede  (cfr.  n.  105)47, 
4,  ptcp.  <xdttud37,18,  nel  quale  esemplare  può  parere  assimilata  U 
prima  sillaba  alia  seconda*,  e  così  in  txaintza  6,1,  ecc.,  Inf.  jtdtniii 
-tsa  68.95,  senza;-  tzearp  oans. ,  jieartx  num.  27 ot;-  cfr.  dijds  di  pi. 
Inf.  154. —  137,  Incontrammo  particolari  oasi  di  s  dilegnato,  ai  d.46 
e  50;  e  circa  il  plurale  del  verbo  gijl  dicemmo  nell'alto-^ngadino,  e 
-ancora  t.  il  n.  196-7. 

IT.  M.  145.  numJrarnwmécr  40,5;-  lat  Umargias  a.  99,—  148.  (mw 

■  Ma  I'Int.,  che  ha  sétia  (introdus,;  np.:  «»«),  da  aU'incontio  all'ioMla: 
tSér  112. 126. 


;vGoo»^lc 


g  I.  Qrìgioai;  G.  Bogadina  (Biwu);  EsplosiTs.  230 

irai.—  149.  i/fmdtcher  infiogere d9, IO,  allato  a  in^ndtchaduor» 35 , 
S;iffiem9,10;49,5,  allato  a  ùt/1M>  18,3;  ulfau¥Ut49,&.—  l&O-ì.lei- 
damaitiffkecc.  155.  tramlaioa,  tramlànd,  18,4,  tramlaa  27,12.  — 
156.  La  rìcostrusioDe  da  noi  tentata  nel  Boprasilvano,  ha  mirabile 
conferma  dalla  fonaa  basso-eDgadina  alwan,  che  ora  ei  aggioDga  dal- 
riNP.  196'.  —  157.  ammandùt  Iwf.  116. 


Bsplosive. 
C.  162.  Pare  strano  a  prima  vista  il  persistere  della  guttaralo  nei 
due  esemplari  che  ora  seguoQo,  e  in  altri  consimili  (a.  167*,  181-2-3, 
184,68,13):  bwxxa  pr.  10. 11;  38,  7;  41,5,  ecc.;  tuocca  38,7;  39,8, 
tuccad  33, 2  *.  SenoQchà  è  da  Tederò  intorno  ad  essi  il  n.  S37-8  alto- 
eag.     YM.  Qui  fanno  specie:  conva  canape  p.  e  Car. ,  e  calcoffn,  p. 

166.  tchkiargiad  32,\; paffiar  pr.  8,  mala  pagia26,&\-  6i.:  pa- 
jàr,  vat{ja ,  ecc. 

167*.  Caupbij.  sembra  oscillare  nel  riflesso  mascolino  di  'paaco-'; 
ma  circa  la  conserrazione  della  gattarale,  in  ispocie  nel  feminile,  va 
Tedato  ancora  il  nam.  237-8  alto-eng.  e  l' appendice.  Abbiamo  dun- 
que: pauh  8,3,  pcMck  pr.  8;  10,5;  49,7,  pauca  pref.  11  (hf.  :  pauca 
pamcat).  Del  restante:  baunch9,2;  arcA31,9;  Uehearch  io  cerco 26,1; 
alck  aliquid  19,1,  atch baiti  alo{an]  bene 37,2,  inqualckffuitafr.  10;  — 
amyck  (ss.:  ami),  dycft  dico27, 13,  di/j7 etf^  dico  io  pr.  8; —  fcscftecc, 
Jtam.  52-3;-  laich  Inf.283.-  Cfr.  p.  206,  n.5. 

167*.  mirackuels  9,1;  priffuels  33,10,  ilg  pt'iffl'cÓB  ffràtidSl,2; 
migUu  2, 6  ;  —  Ivgaad  collocato  19, 2;  33, 3. 

169-70.  Ucham&dt  nnm.  59-60,  tscheart,  tschaira  lat.  cera  22,6, 


'  ^piel  tira  Ucheart  jtoun  dvtaeh,  xaintta  ahoan  itnproa  cumùn  quello  (  il 
pane  pasquale)  era  certo  pane  dolce.  Musa  lievito,  ma  comune* 

*  Nò  avremo  S  in  m'IttocAetch  22,4;  Utehad  21,4;  poiché  eh  per  ^  non  4 
adoperato  se  non  all'aacita,  e  se  pure,  per  la  ragion  della  doppia,  qni  fòsse 
paru)  a  Campali  di  abbandonare  il  sno  ikonnale  ehia  =  'ca,  non  avrebbe  tra- 
laMiato  di  far  aeguira  il  A  da  nn  t  (c&.  xhhiauda  =  ìiàttdti  n.  10,  ecc.);  e 
contro  cA  =  E  sta  pura  lo  /  di  tttocketch,  v.  il  n,  134.  Tattavolta,  va  notata 
qDBsta  partieolarB  wtografia  cbe  ritorna  anche  in  maimcAa  manca  (lett.  di 
Oallìzio,  premesBa  ai  salmi),  tanto  pili  che  pare  certo  che  il  nt.  oscilli:  tuc- 
car  a.  20, 17, 1  Cor. 7,1  (Car.:  taaear),  tttecaraill  Cor.  6, 17; ecc.;  ma:  tuehar 
twxhar,  14,36,  L.  6. 19,  ecc.,  tuccha  tuoaeha,  L.  7,39, 1  Qiov.  5,18;  dove  -eha- 
-tcha~  dovrebbe  rappresentare  ia  (o  almeno  un  buobo  che  a  Ed  volgesse),  come 
in  ckam  a.  3,6,  chaaa  Q.2, 16,  edifkhar  Rom.  15,20,  ecc.  Per  <bacca':  t>ù~ 
ckua  Inf.,  circa  la  quale  ortografia  andrebbe  ripetute  quello  che  testd  di- 
cemmo dallo  -ck'  di  Campell;  bocca  nom.  e  nf. 


;vGoo»^lc 


2i0  Ascoli,  Saggi  Udiui,  I. 

ts(ftterww;ecc.;—  interna  avremo  lamadU  par  lo  schietto  «^  cai  pre- 
cade conaoDaute:  stoardscher  s-borcere  (cfr.  n.  177  alto-eug.)  in  nma 
con  i'inacoardicìter  accorgersi  19,5  (e  fuor  di  rima:  ttoardschen  2S,3); 
uendtchen  vincoDo,  in  rima  con  t'infendachen.  s'infingono  18, 19;  coi 
8Ì  aggiungerebbe  dudtch  [duUch  Inp.  196)  dolce  33, 2,  allato  al  fum. 
dutscha  19,4;-  ma  à /,  precedendogli  vocale,  in  taichair^&,A,  e  anche 
toichan  38, 11;  paasch  ecc.;  -  e  ttch  di  contro  a  ce  ital.  :  evg  fatticha, 
eUfatscha,-pT.Ì2;lQ,3;  la  fatschaSÌ,20\  bratscka27,S.—  sa.:ti»- 
ger,  taiàir,  cóuzer  cucire,  nóuier,  az  acido;  paS;  fàèéa. 

172.  drmar  drattar  (v.  pag.  87  n.)  50, 3.  9  ;  -  pack  25, 4. 5  ;  i^ 
(quasi 'in-fltto')  dÌ3trettnI8,3;  31,22  (cfr.  m  I^  bsang  fÌchiadA\,\)\- 
lètt  il  letto  6,1;  intlèttecc.  n.  120n.  VM.  r.:  unch  [un'c),  l'unto, 
untume,  Hn'ùncha;  cfr.  ÌI  n.  153  degli  altri  spogli.  Quasi  si  direbbe 
forma  lom  bordeggi  ante. 

176-7  (t.  il  num.  184  dell' alto-eng.).  aujpua22,4,  avguas\%,', 
agua\,Z{augìia  agua\se.\%2\  od. :aua);  si'eufn^a  segui  I  37, 15,  se- 
gue Inp.  77  ecc. ,  iiegua  1,2;  sieugua  [ds\et^'eUZl,\%)  —  dneua  alto- 
eng.,  25,3;  26,2;  —  awlga  {Ig^-l],  cfr.  mf.  aglio)  aquila  103, a 

179.  V.  n.  167*. 
G.  181-2.  dagia  26,8;  plagiai  (kp.  pfajas)26,9;  pagiaxMS  cfr.  n.  5; 
fràja  BB.  ;  la  ligia  (nf.  Ha)  35, 5;  chiastigiar  50  summ.  (nf.  :  chastt- 
ga  acc);  fadigia  pr.  8.  Circa  lungua  lunga  t.  il  n.  162. 

183.  figiUra  Inp.  105;  —  largk  18,8;  31,9  (ioz-^a-s 29, 5) ;  Iw^ks 
29, 3  (bs.  colla  gutt.  :  lung,  v,  il  Dum.  che  precede);  drt^iuns  44,7  (cfr. 
pag.  145  n.);  —  rdch  rottchs  Inp.  250. 2^,  cfr.  le  forme  di  Camp,  al 
sum.  52-3. 

184.  V.  questo  num.,  e  il  237-S,  nsll' alto-engadino.  Cahp.:  rou- 
gua  ed  awuira  pr.  7.  Pure  il  nf.:  róagua  ruguàr.  E  qui  si  potrà  an- 
cora considerare:  uiuur  (=  vigur  soprslv.)  vigore,  pr.  9. 19. 

18&.l^gua2^5;  45,  1.2;  50,7. 

188-9.  undschànd 26,10,  da-lcendsch 22,4  (bs.:  eu  ven  da  dalSns; 
ma:  dalUng  indn  da  molto  tempo  in  qua),  cfr.  n,  169-70;  ma:  stm- 
tcher32,4.-  bs.  zénder;  stenger;  lai  rat,  cfr.  alto-eng.  num.  19-21, 
pL  lais  Inp.  273. 

190.  lèr  pref.  8,  léér  Inf.  196,  leggere,  inllèr  10,10;  cfr.  n.  120>i 
{lejer,  Zernetz);-  quaitan  num.  40  in  n.;  fulia  'faliàn  (soprslv.  fuUn 
Gar.)  faligin-  bs.  —  Singoiar  caso  pel  dilegno  di  Gì,  è  vtama  (Maria 
Vearna)  "vergna  vergine,  canz.  p.  353,  ecc. 

192.  rengnar  45,15  (cfr.  rangnesscha  Q,  5)  ;  painn  Inp.  183;  BS-: 
lan;-  chi  fawan  foartza  sttxn  35,  6. 

X-  190-7.  mndadt  uardad  saltidt  prof.,  salùd  50, 10.  —  Ancora  fi 
reggo  la  dentalo,  all'uscita  dulia  suconda  plurale  dell'imperativo:  lu- 


;vGoo»^lc 


§  1.  arigiooi;  C.  Eogadioa  (Bam):  Esplosiro.  Sii 

dad  hundrad2Q,l,  amod  31,23,  fmaìf  22,7,  mattaid4S,10,  jfdt  4,2; 
eall'usoita  del  puUoipio:  clamad  udj/(J22,8,  tmfìd  33, 5;  «co.  E  ab- 
biamo eiiandio,  come  già  ci  acoadde  di  accennare  ia  nota  al  n.  137 
aJto-eng.,  la  dentale  all' uscita  nella  seconda  pL  dell'indie:  uiuo  pu- 
dait,  hawcàl,  canz.  p.  427,  éachet,  deit,  siete,  dovete,  33, 1.  Ifa  la 
dentale  del  paFticipio,  che  pur  certamente  rianonava  ancora  nella 
pronanùa,  come  in  {specie  ò  mostrato  da  ruuinàde  r-frcuchktade  (30, 
4;  42, 1]  e  simili  in  fin  di  verso  (v.  la  nota  al  n.  233'  alto-eng.),  tace 
tuttavolta  ben  di  spesso  nella  rima:  ma^a  medicato  30, 1,  tngii  50, 4, 
iuttngù  20,3,  pudù  21,4,  undschu  45,8,  ctmttchù  31,5,  come  tace 
costantemente  nella  forma  attuale  (n7.  :  dvantà  bandunà,  ttdX,  ven- 
dìt)  <.  Ugualmente  si  dilegua  nella  rima  la  uscita  dentale  [tod  lat.) 
nel  nome;  citaa  49,4;  rat  rete  27,2  (ratd25,5,  raifsv.),  parai  31,4, 
tai  sete  {laid  Iht.  93)  32,4;  42, 1;  frai  freddo  19,3;  30,5.  Costante 
è  la  perdita  nel  sg,  gra  prua  (=•  'grato-  e  "grado-}:  sapffia  gra  39, 6; 
da  più  graa  Inf.  6,  ma  al  pi.:  in  iùtt  graads  4;  att.praa  49,4  (nella 
rima).  La  dentale  di  'ant'  e  di  'et'  risuona  dinansi  a  vocale,  ma  taca 
dinanzi  a  consonante  {ud  eir  o  ancora,  pr.  7;  ud  imembel  Ihf.  192; 
u  xuott  ecc.). 
B-20^  t&uor-3  Inf.  104. 105;  mf.  :  tùjilr,  nou.:  lùdur. 

207.  uoa  dsìtrottr  'va  dÌ'Sopra-fuoFÌ',  soverchia  4,  3;  txngur  di- 
sonora 9,8,  cfr.  n.  110. 

209.  'Deis  ais  mia  part,  my'hierta  dieart'  16,2,  che  tradurrei: 
'Dio  è  la  mia  parte,  è  quinci  [di  qna,  da  questa  parte]  la  mia  ere- 
dità'; dawart  ilg  chiantar  in  ordine  al  cantare,  pr.  12;  —  blear  blears 
blearas.-  Inf.  221:  ilg  iiiditii  dapluHt  il  giudizio  di  più  (nomini). 

216.  Il  -b  intatto  in  alb,  ss.  e  Car. 


D.  Appendicb. 


Il  lettore,  stanco  delle  diverse  e  strane  o  malcerte  ortografie 
dei  nostri  fonti,  non  farà  per  avventura  mal  viso  alla  breve  rac- 
colta comparativa  e  sinottica  che  ora  gli  si  offre,  nella  quale  son 
rappresentati,  con  trascrizione  uniforme  e  sicura,  sette  varietà 
della  favella  ladina  dei  Grlgioni.  E  una  raccolta  che  ho  potuto 
fare  io  medesimo  nella  scuola  cantonale  di  Coirà;  e  comunque 


'  Coal  negli  imperativi  di  piti  d'naa  sillaba,  e  nei  nomi  in  -at:  DW.sqvasti, 
salódai;  cittd  vardà.  Ma  al  pi.  dei  ptc.  e  del  noma  in  -al:  hf.  traltads,  bùt- 
lads,  gnOdi  venuti;  citads,  Cfr.  HI,  3.  L' Imf.  suol  maotauere  la  dentale  anche 
al  singol.;  cfr.  parò  il  nnm.  77. 

.itchiTìo  eiottol.  imi, ,  1.  \6 


;vGoo»^lc 


34S  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

le  diversa  pronuncia  non  vi  sieno  riprodotte  con  tutta  quella 
esattezza  fisiologica  che  pur  ci  vorrebbe,  mi  lusingo  tuttavotta 
ch'essa  abbia  a  riuscire  istruttiva  a  piìi  di  un  rignardo.  Obi  In 
appresso  raccoglierà  con  miglior  agio,  troverà  di  scernere  più 
sicuramente,  in  qualche  serie,  fra  'ó  e  e,  e  in  ispecie  fra^eg, 
e  potrà  introdurre  qualche  ulteriore  distinzione  in  ordine  alle 
Tocali  scempie  ed  all'accento.  Ma  certe  sfumature  pajono  quagli 
rifiutarsi  alla  riproduzione  alfabetica,  come  sarebbe  di  quella 
deir«  soprasilvana  in  plazer  ecc.  (n.  19),  nella  quale  si  seoU 
quasi  in  germe  il  dittongo  éi. 

Ripartii  la  maggior  parte  degli  esempj  sotto  le  rubriche  a  coi 
erano  chiamati  dalla  vocale  tonica;  ma  sarà  agevola  di  rintrac- 
ciarvi, coir  aiuto  degli  spogli  che  precedono,  anche  i  rifiessi  dì 
qualsivoglia  consonante.  Nelle  note  mi  accadde  far  uso  talvolta 
del  Cudisch  de  leger  per  classas  maseunas  dellas  scolas  re- 
formadas,  Coirà  1851;  e  lo  cito  per  cs. 


vàia 
Idia 
pài 

jwrtdu 
cantdu 

5-6  daméun 

tiun 
earìUéun 


furiar 
elamAr 


àsttt 


clamar 
éariir 


pài 
dsen 


purtó6&*  pwrtó 

cantò  canti 

%éa  Zea 

E  Al  ^isa 

damdn  iumàn 


elamér 

èia 
véla 
lèda 

aridr 

damdn 
gran 


A  11 


ciam&r 

àia 

Idàa 
pai 

dstn 

Zanli 


damétn       dtundn        dutmJiM 


criìtian      erisltdn      crasfdn*    craìUim    erittiàn      eriltiàun 

'  Distinguerebbero  in  Sopruelva  ed  altrove,  per  diffareDie  cbe  possimo 
qui  trascurare,  un  rlfleaHO  di  christtanus  che  dica  'nomo'  (umano) ,  eà  u»'' 
che  serba  il  proprio  significato  di  'cristiano'. 

'  In  fase  anteriore:  cras'édn,  cfr.  d.  107  soprslv. ,  8,  54  e  172  di  qneit'»l>- 
paad.,  e  il  172  di  Filie.  (p.  147). 


;vGoo»^lc 


s 

péti* 


lar^  -ga 


àutr 
cakitC 

piànta 
cónta 


damma  cUmma 

fard  fard  lard 

iar'g  -§a  lar'g  -ga  lar§  -ji 

tavàl  "caodl  ^iaoàlj  

palma  palma  palma  palma 

vaca  vàia  vàia  

ìaZ  lai  la*  

calgf/r  ealgf'r  ialgf'r  "cal^fr 

Hlà  "^d  isd  


to-JJ  -ip»    lar^  -^a   lar^  -^ 


vdia 


ott 
Str 

tuifdnt 
piànta 

■èànof 
"cimbra 


nt 

Str 

calcén 

tmfd»t 


5t 
Str 

'éal'luén  ' 
ìtnfdnt 

?anf 


talgér        Ìal§4r 
"cod  


timbra  iómbra 

plaiéer  '  plaìicr 

cméer  aoéer 

valéer  uUéer 


ZalióK  

in/ìint  infint  w/fdwnt 

piànta  piànta  pUnmta 

"è&iUa  Zdnta  tàunta 

f"»/]  

"cambra  UnAra  Cambra 
plaìdir  

vatdir  


'  Cori,  aecoDdo  la  oonuk  adottata  dal  cb.:  rswna-*  15,  pltmtSO,  «ce;  e 
tnslogamente  nelle  corriBpoiidenze  che  epetUuo  al  aam.  13:  rane  3,  mewn- 
ea  14,  senng  tiu,  ecc. 

*  V.  a.,  p.  41  n.  I,  e  p.  58  u.  3.  Cosi  mi  dava  il  mio  eaeioplare,  Mnsa  -r: 
nvltné;  a  ne  reaUvan  privi  anche  i  plorali:  Xilgh  mulinài.  Si  deTa  fognare, 
■econdo  11  ca.,  p.  iv,  il  -r  di  iwr  o,  ^r  molto,  quando  BUBaegiia  conaonante; 
e  io  fine  di  verao  vi  si  legge  (p.  7):  ut  jeu  \  vogìio  io  andare. 

'  n  basso-eog.  ancora  mi  dava  fditc  falce,  falcinola,  la  qnal  base  latina 
ultraevaai  ne'primi  quattro  distretti  all'analogia  di  questo  numero,  perchè 
BOQ  mi  si  dava  se  non  il  contiunatore  di  'falcnla':  farcia,  col  primo  I  assai 
F«r  tampo  dissimilato.  Il  Car.  e  il  ss.  hanno  del  resto  faulich  «oprslv.,  folce 
(U  segare. 

'  Il  dial.  di  Bravugn  ci  darli  anche  altri  uempj  per  l'importante  fenomeno: 
<^  seriore  da  à  secondario  o  primario  (v.  i  n.  66  e  54). 

'  Cfr.  i  B.  237-8  del  aottosilv.  e  dell' engadin. 


;vGoo»^lc 


s 


1    i 


Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

:  Il         il 


[tènir]  Hnéer  tneer  t'ndir  [tener] 

per  TMlere  ofr  o*cr  ttecr  udir 

crer  erer  c«cr  crwr  erdir 

lira  lira  tètra  ligra  liira 

SI  Uila  tfla  Uila  tégta  tiia'  tdila 

tréii  tris  trect  traci  trdit 

acéitta  '     ODdna  aedSa  aoéna  aodina 


eaddna       caddna  'Modena  ....;.  iadditia  

teréin  taetìi         tar^  saréà  leriS  tardn  tardin 

céirut  céna  céna  éina  édina  

téif^  iff  iicf  lecf  ilf  tdif  

plfffim  pl»ef  pt*:f  P^*f 

aléir  '  aldid 

tnéin»  méi,dame  me  me  m«  mài  mdi 

tèi  tèi  U  U  U  tài  tdi 

2  mil  mèàl'        mSt  mSl  m«lj*mnì 

prir'  préàr         prSr  prlr  prtcr  préir  prfr 

palpéMtri palparti 

U§tr  Ugtr  Ugar  liitr  lèger  

ì fèvra        fiora  fiora  févara  

Ultr  '  Br  Ijóir  fjoer  Ugora  Uiwa  


'  Circa  i  riflessi  Blto-eogadin.  di  questo  nomerò  a  del  3S,  é  da  Tederà  la 
Q.  1  a  p.  169. 

*  TBua  a  avana;  pel  basso-eng.  abbi  atMUtta  nel  primo  signif.,  a  oDdna  nel 
secondo;  ma  da  persone  diverse,  e  le  due  varietà,  legittime  entrambi  (vedi 
pag.  167),  devono  essere  comnni  a  entrambi  ì  valori. 

*  Ugnale  dapertntto  il  riflesso  di  <sèbam'  e  quello  di  'sepas',  tranne  nella 
V.  di  Mùuster,  per  la  quale  mi  ara  dettato;  Mi  (*Blen)  mvo,  laif  ai^M;  e 
potrebbe  pinttosto  parer  legittimo  rinveno  (BÌan  =  saepes,  v.  a.,  p.  39).  Uà 
per  <iébnin'  ù  tratterà  di  ito  alla  lombardesca,  onde  Hw  ecc.  (p.  £1). 

*  Alla  straneiza  dtl -r-=*-d,  d  aggiunge  la  strana  conservaaiona  del  dit- 
tongo; e  tari  vocabolo  importato.  1  tra  primi  circo&daij  pacano  r^olaniMnt* 
all'analogia  dal  n.  36  (v.  a.,  p.  21):  itèù  Soprslv.,  t/ia  Sah.  e  Siura.  {atehia  m.); 
cfr.  p.  41  n. 

*  Ofr.  la  sei.  aottosilr.  e  la  n.  5  a  p.  171. 

*  Sli^^oiare  come  entri  correttamente  nell'analogia  dell' ^  fnor  di  posiaiane 
qaesta  voce  che  abba  altre  tre  consonanti  fra  il  r  al"  i:  preib'fr,  prete.  Ma 
i  termini  grigioni  rimonteranno  varamente  a  *pré[T]e[d]r. 

'  La  serie  dei  riflessi  di  <lep[o]re-'  non  d  sema  qualche  difficoltà,  n  ter* 
mine  eoprasilvano  fu  coiuiderato  a  ano  luogo,  e  (^i  angadìneai  lono  affiitto 
uonnali.  Da  *Ui[o]r  il  dia),  di  Schonu  viene  a  Sr  (cfr.  n.  19  e  21),  la  qnal 


;vGoo»^lc 


g  1.  Qrigioni;  D.  App«iulice- 

I    I     I     I    4    II 

pL  léun     lert  Ijóira  Ijoeri         ligvrtu  léùm* 

tieni  tinu  ti'f  tleoi  tévi 

t  tfva  tó).5a 

diti         diti  dfs  diti  dei 

jMt  jOTt  (a  tf  ia  éu 


Mm  téra  tèrra  tiara  téra  

[éamSr]  iért%tr  iémer        éimtr  

tiàrp  xtrrp  terp  »Srp  Mtrp  lerp  ttrp 

jérea  érva  irva  érna  èrba  

perdr  perdr  ptrdr  pérdbr      ^ ferdr  . . . .  - 

fidila  féita  fiita  féUta  ftita 

ei'rm  vé'rm  twm  vé*rm         vtrm  

t^i  tert  Uri  tee*  ttrz  ters  tert 

uffièm  unflm  tmfl'm  unft'rn      »»i/Mrrt  

tmeiirit  unvtm  anclTn  anoi'm      inoiém  

ftr  ^r  ftr  fiér        fiér  

aofVi  aotrt  davért  dani'rt     aoért  

ten  Una  fina  léna  léna  ..... 

vén  vé'n  ot'it  vtii  oeS  

iUila  itela  itéila  ttigla  itela  ilàila  ildila 

tiéiru  ntdins  nuca  mtes  mata  màis  mdit 

mvrtr  murfr  mmrier  mvréer       murir  

dHrmù-  dvrmir  durtn^cr  dtirméer    dormir  

Binir  nir  vanir  Sir  nier  necr  nir  

fil  fil  féil  faci  fU  


ìtiUtna  ealilXa  ealiina  calèéita  ettHna  . .  .  .  . 

rto  Txf  vtcf  vecf  vicf  vtf  eif 

UiXwi  viva  véiva  végva  vigva  etra  viva 

fréid  frfd  frect  frtet  frdd  fràid  frdi 

dùrm^  duratili  dumtia  durml  dormi  

péit  pfl  pm  peci  pel  pdil  pàti 


fmatt  potrebbe  normalmenta  procedere,  in  una  determiiuita  parte  di  Snt-Sées 
(cfr.  i  n.  98  e  33-5  di  quel  dittretto),  a  ^ir  Ijéir  Ijóìr.  Ma  qui  abbiamo  Ijàir 
in  Snr-Séea  (efr.  glioir  cl.  21;  e  li,  3).  La  forma  Ijóir  potrebbe  alla  sua 
lolt»  easera  rappresentata  dal  Ijocr  di  Bravugn  (num.  238  Eottosilv.);  ma  se 
quella  non  fbate,  la  pih  ragionevole  dichiarazione  di  qneato  pai-rebba  "iiéw 
*liivr  ecc.  (cfr.  pag.  160  n.).  Altra  TÌa  ha  tentato  lo  Schuchabdt  per  Ijàir, 
11*.  43,  ma  T.  il  n.  ?35  engadin. 


>vGoo»^lc 


Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 


néif 
séit 


$eet 


41-2  rry            fi'J  f'IJ 
pi.  f?ls      fili  ftls 
42  cert            vtrt  veri 
4S  44  nnr-vénir  [vincer]  vdtiér 
tdin^er  tdMt&r 


Im 


itréija        vré^a 


(intlr 
fmthr 
firn- 


fiur 


Un  tdn 
urélja 
ówra 

fmicr 
fioer 


51  [WwBS] 
50_1  itnem 
flO  cor 
lira 
màtr 
bSf 
róda 
nà-ftim» 
-  60  M  vwtvKóle 
60  58*'/' 

nUf 

ròta 
hitìr 

S3féue 


Uf 
róda 
nSr 

«/• 
ufi 
t»fra 
»9f 


forcai 


Vóci 


ró'r 
$6'ra 

bSf 

nùf 

tot 

6'f 

ó'ft 

móTa 

nó'f 

MÓ'va 

cBt 


fàrbai 
or/- 


ntef 
teet 

m 

felt 
wrt 
fénger 

urélja 

igra 

xmórr 

faoier 

fiucr 


flucr 
tua- 


n 


naif 
9àit 
fili 
fUz 

vénger 
Unger 
Uin  ■ 
urdfja 


facur 
flvr 


noct  nuei  nui 

eoct  rtw)  eùf 

Intn  bwn  bun 

àirteni  àmen»  ómei%s 

cor  eoer  eótw 

màuer  mógvr  móuer 

boef  boàf  bóuf 

róda  rógda  róuda 

ttoef  noef  nóvf 

voi  voci  noi 

ocfief  6f 

ócft  Ufi  6ft 

ntà'ra  mówra 

nocf  nkf nàuf 

nótta  nóua 

eòi  iòt  

róia  rBia  rósa 

iter  s5r  »3r 

A«  /5 

Uà  15 

ito  ^5  éò 

fàrbai  forS  fori 

6^f  orh 


fiurfi'b 


ràda 
nóf 


gÓjS 
fori 


'  gallo;  eatxiihtl  eoprelv.,  galletto. 


;vGoo»^  le 


§  1.  QrigioDi;  D.  Appendici 


«tdiérma  iórma 

nUTt  '  mòrsa 

FCrp  'èi'rp 

pi.  eorps  Bf'rp» 

citn  com 

pL  coitu  eórtta 

f-.(pU«)  M_ 

frl(ortt)  ([è]r( 

«iiewr  aeUever 

f'j.pl.éla,  tlj  ila  . 

Uìm  long 

t.Utmga*  lunga 

dir  *  dùr 


[méur]  '  f.  . 
Ijii  \ 


0 

éigin         ^i§in 
fan  fem 

fle»  flom 

ff^  avuto  ^io 
«^u  vedalo  ola 

néumtào    

a-éucTvdo  crUf 


noè 


4  li 

parta 


dorma  dà'rma 
mort  -la  marta 
eó'rp  ei^rp 
eó'rp» 


fem 
fium 
già 

nif 
erUf 


m^éria      mora 
eorp 


adiever 
ilj  Ut 

deer 


frt 

sten 
adieoer 

ìlj  ÌU 

Ijki 

fem 
flem 
wii 

[r>és] 
nkt 


adòver        adóotr       ad'Scer 


Ivnff 


olj  Òljs 


[Ijum] 
jagvM 
fùm 
flum 


long 


[jtiT/] 


pi.  crUfs    eritfs         créis 


'  'morso'  scmt  . 

'  B  kjòcan  {*hiécen)i  cha  >i  aTviceDdtu»  con  cóéen,  aecondo  la  poatara 
«nlattiea. 

'  *J^TÌ*<  JDvIa  diea. 

'  E  mi  era  SEiandio  ripetnto;  lingva,  aacara  per  'lunga'. 

'  dir  'duro'  e  'fegato'  (ofr,  ehr.  kabed  fegato,  cioè  'grava'),  e  aimilmsnta 
'dm  'tenero'  e  'polmone',  cfr.  p.  136.  I  due  valori  »on  comuni  anche  al  dùr 
di  Schoma;  e  l'esemplara  di  Bravugn  mi  dettava:  curdtja  digra,  qnasi  'co- 
nta dnra'  per  'fegato',  e  ctoràlja  làmma  per  'polmone*.  Il  basso-eagadino  mi 
dava  ìjiróm,  di  coi  v.  a  p.  Ui. 


;vGoo»^lc 


Alcoli,  Skggl  ladini,  I. 

I        I       il 


n 


67  AVA  • 


61  guf  ^f  ffoef  htef  guf  

ervì  erOS  croci  eroef  erti/  ...... 

tur  iwr  iiir  ìmct  iur  

A4-5  Sanilj  Santìli  lantiU  Snulj  ìnvilj  ìamtilj 

fàim  fom  farà  fii'r»  fuàm  fuóm  fuàm 

/Mf  Sa  firta  flirta  fii'r?a  fii'rEa  

*tH-d  «mi  3urd  tà'rd  sùTd  

funr  fon»  fom  futnx  /Wnr  fond  fond 


tàur  iSr  tor  tor  tSr  Idur  tSr 

céutta  iàsaa  ?à»a  ?issa  ^óita  Zdusa  Sdsia 

pduta  fisa  pota  péta  pésa  pètsa  pota 

patte  pfc  pSc  poc  poc  pac  poc' 

f.pdiMa  paca  paca  póéa  pàéa  paca  poma 

duca  ica  Sca  Ó'ca  éta  

93  gudér  i/ndér  galdéer  §udier  §vdèr  gttddir  jaUAir 

106  ^^Ù  *  ^^é  *'***^  ''^*  '^^  '"^ 

114  ^I««'  tpliia  apUóa  

130  vidre  gttéra  gìUra  ghidra  guéra  

»ft-/*  gwr6  gkerl  ghi^  gvérs  

156  femMt  '  

105  battila  ba»él§a  batilga  basélga  batélga  

107  ut  ttta  id.  id.  id.  ìd.  id.  id. 
/WiS'  /"«fS  frtSZ  fncfi  frati  frdiìi  frdiit  i 

170  ai  acido  'ai  Si  ii  ai  

làrit  Urei  làrai  Idrai  lari  lari  lari 

172  «i  {Ite)  •   liS  Uè  le*  ha  Ut  UU 

'  jitt  avn  eoa.  *  b.:  m»  j»  un  po', 

■  modius,  moggio;  c&.  p.  29. 

'  Cfir.  p.  ^  n.,  a  Dum.  102  atto-ang. 

*  Goal  il  cs.:  «arda  19,  vmXgettìia  {cade,  ai  ritira)  £S. 

*  E  coal  fénune»  al  pi.;  tutti  gli  altri:  femna  -nas. 

*  Circa  i  rifleaaì  della  voce  germaoica  a  cui  risale  par  l'ìtal.  'ricco'  (efr. 
pag.  70),  gioTa  qui  intanto  aTrartire,  cha  malgrado  l'ortografia  col  -eh  atn- 
taunta  anche  dal  Cariaeh,  il  tarmine  BOpraailvano  ora  Buona  rih  reh  (<».?- »! 
e  Cud.  d.  calhol.  teol.  ntraL^  Coirà  1849,  p.  131).  Ma  il  soprao&asino  banE, 
(rttg  CL.  B2). 

'  Per  C'  che  reati  intemo,  cfr.  ai  nom.  19-2t  i  rìfloni  dì  'piacere'  e  'tceto-' 
e  ancora:  ettaàndr  aoptBly.,  cuiittdr  di  Schoma,  ecc. 
>  il  latto. 


>vGoo»^lc 


8  1.  GrìgKmi;  D.  Appendice. 


li    li    il 


cma  ava  iva  uva  dwi  1 

iola  ila' 

tatatrir  meurir      1 

Z.'^a*qttira  anquira     

larg                larg  larg            lafg           ìarg           lar^           Utrg        1 

ìiénders  '      Séndert  ìéndtr»     §tnders     génders     léndert     iéndtra  1 

tjar  hip-  bler  bfjer  bUr  S 

flólj               plulj  plutj          plùet         pluólj        pluélj        puélj.      i 


S  S.  Ziadino  e  Lombardo. 


Abbracciammo  nel  paragrafo  precedente,  sotto  il  tìtolo  di 
'Grigioni',  tatti  i  dialetti  prettamente  ladini  di  quel  Cantone 
elTetico;  ma  troppo  difettoso  riuscirebbe  questo  capitolo  del  no- 
stro studio  se  non  vi  dessimo  ancora  opera  a  rintracciare  l'ele- 
mento ladino  nei  dialetti  cisalpini  dello  stesso  Cantone,  i  quali 
si  sogliono  ascrivere  alla  gran  famiglia  de' vernacoli  italiani,  e 
più  specialmente  alla  sezione  degl'idiomi  lombardi.  I  territorj 
grigioni  nei  quali  si  parlano  le  varietà  a  cui  ora  ai  allude,  sono, 
a  partir  sempre  da  occidente:  le  Valli  di  Mesocco  e  Calanca, 
che  anche  comprendiamo  netl'  unico  nome  di  Val  Mesolcina,  al 
sud  del  S.  Bernardino;  la  Val  Bregaglia  all'ovest  del  Malog- 
gia;  e  la  Val  Poschiavo  al  di  qua  del  Bernina. 

Nò  di  questo  possiamo  contentarci.  Sin  che  si  trattava  d'idio- 
mi prettamente  ladini,  la  sezione  occidentale  della  zona  rima- 
neva circoscritta  entro  ai  confini  del  Canton  de'  Grigioni.  Ma 
lo  stadio  delle  confluenze  ladino-lombarde  ci  porterà  a  percor- 
rere anche  il  Canton  Ticino  tutt'ìntiero,  e  a  tentare  eziandio 
r  estremità  settentrionale  del  Piemonte,  delimitata  a  mezzodì 


'  'aquila',  T.  il  n.  177  alto-esg. 
'  pi.  di  'genero'. 


;vGoo»^lc 


1^0  Alcoli,  Saggi  ladini,  I. 

dalla  Valle  Anzasca  e  dal  braccio  estremo  della  Toce.  Più  a 
levante,  al  nord  del  Bernina,  ci  condurrà  ancora  alla  Valle  di 
Livigno,  che  è  compresa  ne' confinì  politici  della  Lombardia,  ma 
veramente,  a  differenza  di  tutti  gli  altri  territorj  che  son  qai 
considerati,  ci  rimette  sul  versante  settentrionale  delle  Alpi, 
siccome  quella  che  alimenta  lo  Spol,  un  tributario  dell'Ina. 

E  la  ricerca  dell'elemento  ladino  negli  idiomi  lombardi  non 
si  vorrà  fermare  pure  a  questi  confini.  Alla  quale  indagine,  che 
suppone  e  riconosce  l' imbattersi  e  il  mescolarsi  della  favella 
lombarda  colla  ladina,  sviluppatesi  imprima  e  maturatesi  indi- 
pendentemente e  r  una  e  1'  altra ,  viene  inoltre  a  rannodarsi 
inevitabilmente  una  investigazione  diversa ,  che  verte  intorno 
ai  caratteri  e  ai  fenomeni  onde  si  costituisce  una  particolare 
affinità  fra  queste  due  favelle,  dipendente  da  omogeneità  ori- 
ginale  dei  loro  fattori  istorici,  ed  in  ispecie  mira  a  qualche  va- 
rietà glottologica,  la  quale  rappresenti  la  transizione  istorica 
dall'una  all'altra  di  esse. 

Pure  questa  indagine  sarà  delibata  nel  presente  paragrafo, 
che  andrà  quindi  suddiviso  in  due  distinte  ma  troppo  ineguali 
sezioni:  A.  Delle  varietà  nelle  quali  confluiscono  U 
favella  ladina  e  la  lombarda;  B.  Delle  varietà  che  si 
possan  riputare  piuttosto  intermedie  che  miste,  e  dei 
caratteri  di  speciale  affinità  fra  il  gruppo  ladino  ed 
il  lombardo  *. 


'  Id  uà  trattato  generale,  lo  stadio  di  queste  e  dì  altre  particolari  affiniti 
Terrebbe  naturalmente  a  precedere  quello  dell'intrecciarsi  tira  di  loro  di  n- 
rietfc  spettanti  a  gruppi  diverii.  Uà  qui  intanto,  prima  di  darei  a  rintracciare 
l'eleuMoto  ladino  in  Temaceli  dell'Alta  Italia  occidentale,  non  parrà  fune 
inutile  che  formiamo  un  rapidissimo  proapetto  dei  rifiesei  che  si  hanno,  per  le 
Tocali  toniche  latine,  nelle  aeiioni  più  cospicue  dol  territorio  lombardo  epi^ 
montese.  Dobbiamo  limitarci,  quasi  esclusÌTamente,  a  un  solo  dialetto  per  cia- 
scuna delle  due  protincie,  e  saranao  i  dialetU  delle  capitali. 

Milanese. 

A.  —  <Ua;  canfd  cand,  cantare  cantato;  cat^dljocc-  9.  dané\  fgrré-  IO.  al- 
ter, soli. 

è.  —  voré  (bei^.  oli)  volere;-  Illa,  candirà;  v.  §2,  R. 

è.  — jer;-  dei,  téved. 

i  di  poa.  —  ecrmen,  Icrra,  scU;-  veni,  denl,  bvjénl;'  83.  mei  (berg.  m.»' 
mese,  pet  peso. 

t.  -~  eie  vivere,  vivo  aggi,  tin,  mori  iiioriri!. 


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§  2.  LtdiDO  e  Lombardo;  Ewrdio.  SSI 

Questa  parte  dei  nostri  Saggi  non  è  forse  meno  nnova  o  nien 
difficile  di  alcun' altra,  ma  è  certo  più  imperfetta  di  quasi  tutte, 
si  perchè  aacora  è  troppo  scarsa  la  cognizione  che  si  è  potuta 
avere  delle  varietà  dialettali  dei  territorj  in  cui  entriamo,  e  si 
perchè  i  limiti,  che  ci  sono  imposti,  non  ci  consentono  di  dare  a 
questa  parte  se  non  ano  sviluppo  assai  modesto.  Noi  ci  rasse- 
gniamo, non  senza  qualche  perplessità,  a  offrire  quel  poco  che 
ci  è  dato,  quasi  un  semplice  invito  a  fare  di  più.  Non  vorrem- 
mo però  che  ci  fosse  attribuito  a  colpa  se  in  più  luoghi  trala- 
sceremo di  notare  come  il  fenomeno,  o  ladino  o  lombardo,  al 
quale  ci  fermiamo,  si  riproduca  in  altri  più  o  men  rimoti  dia- 
letti d'Italia*.  Qui  miriamo  in  ispecie  alla  continuiti  dialettale 
che  si  accompagna  alla  continuità  geografica.  Alle  propaggini 
0  alle  coincidenze  più  lontane  non  neghiamo  di  certo  la  nostra 
attenzione,  ma  non  avremmo  potuto  qui  abbracciarle. 


i.  —  nto,  negher  (berg.  nif.  niffher),  p*l,  led. 

il.  —  dol^  {  bei^.  dalUr) ,  rp* ,  pragn. 

il—  ho,  san  Buono;-  mòr  muore,  nòv  nuovo,  nove,  rrtód,  rosa,  roda,       • 

ddipot.  —  coli  eolio;  fon,  ass;  fort,  mori;  long;  toiHherg.tólt),  eoltaevolia; 

noe  notte;'  Sé  occhio,  gendé,  a  my  in  molle,  fnja  foglia. 
N.  —  dir,  segu   acnra,  pedu. 
K.  —  «jt,  ergi. 

»  di  pos.  —  fràta,  ^ù$t;-  pfleer,  creata. 
(tu.  ~  or,  pcc,  god;-    98.  volid  osara. 
[CT:  sptcà  aapettare,  Uc  il  letta,  ui  tetto;-  voti  otto.] 

ToRimsi. 

li'  —  ola,  atra  strada;  saÌDà  ffffidd,  salvato  fondato,  ma  all'iofiD.:  aahé  feti- 
de.   9,  eaplé,  calie.    10,  dutr,  tdut. 

*'■—  voUi,  oDéi,  téila,  candéila;^  ierén,  cadétta. 

*-  — jer;-  des,  m«l. 

^fipos.-r«»T)iecc.;    82.  m^M  p^tt,  mese  poco. 

'■  —  peti,  bine  bere. 

0.  —  à)(pr  ecc. 

^■—  io,  hon;~  noe  nnovo  e  nove,  oli  «e. 

i  di  poB.  —  col,  mol;  groi,  os;post\  mori  m.,  la  ntort,  ort;  corp,  ecc.;-  f9- 
ngi  finocchio;-  Ói  occhio;  f'ija;  ot  otto,  nSit  notte. 

ICT:  fàit,  Idil;  Ut  il  letto;  Uta  la  scelta;  iit  ecc.  a.  (t  io  posiz.] 
'  Cosi,  a  eagioD  d'esempio,  Vti  vallanissco,  per  e  dinanzi  a  n  complicato, 

coincìde  col  fenomeno  piacentino  che  è  in  conlc'nt,  cp'nf  vento,  «f'nf  niente, 

i^np),  ecc.  L'avvertenza  si  estende  anche  alla  parte  propiiftmente  loseicale, 

ff  la  quale  va  del  resto  sempre  veduto  il  quinto  Capo. 


;vGoo»^lc 


2  Ascoli,  Sa^  ladini,  |. 

Si  a^Dogemmo  in  qDssto  paragrafo  le  legueati  abbreTianimi.  Cb. 
(sonito  dalla  rlspettÌTa  segnatura}  =  CoUeiìoni  dìalettoli^efae  di  Pux- 
CXBCO  CBKKUBnii,  maiinscritte  ed  a  stampa,  euat«iti  Dalla  Biblioteca  Am- 
brodaua  '  ;-  Ch.  toc.  =  Vocabolario  milanese-ilatiano  di  Fbancssco  Che- 
BtiBiNi,  Milano,  1B39-S6  (5.to1.);~  Mt.ioc.  =  Voeaiolario  dei  dialetti  delta 
città  a  dioeeii  di  Conto,  con  etempi  e  ritcMtri  di  lingve  antiche  e  tnodeme, 
di  PoTHO  MoitTi,UilaDo,  1845;-  Ut.  a.'p'p.  =  Saggio  di  vocabolario  dell^ 

'  Gallia  eitalpina  s  celtico,  e  i^tgendìce  al  vocabolario  dei  dialetti  ecc.  di 
Putbo  Monti,  Milano.  1856;-  "Qiosa.  =  Saggio  sui  dialetti  gallo-italici 
di  B.  BroHDBLU,  Milano,  18^.  Di  questi  egregi  tre  antori.  Monti  é  per 
avventura  il  piti  erudito.  Cherubini  il  più  accurato  e  copioso,  Bioodelli 
il  più  metodico.  Se  di  pib  saldi  accorgimenti  scientifici  non  fn  dato  loro 
dì  profittare,  cid  non  dimintusce  la  riconoscenza  obe  ad  essi  &  dovuta  ; 
e  neasun"  altra  regione  italiana  può  vantare  nn  tale  complesso  di  simol- 
tauei  latori  Agli  stu^  dialettologie  i  erano  i  lombardi  esortati  da  Cablo 
Cattakbo,  con  l'autorità  della  sapiente  parola  e  dell'esempio;  e  Oabkiele 
Rosa  ha  coetantemente  seguito  le  orma  di  quel  grande.  Qui  citandoci, 
coli' accompagnamento  dei  aoli  nomerì  di  pagina,  la  testimoniania  dei 
Rosa,  s'intenderà  il  suo  libro:  BialeOi,  costumi  e  tradiriotti  delle  pro- 
eitieie  di  Bergamo  e  di  Brescia,  del  quale  ora  si  Tien  preparando  la  tona 
edixione.  Io  mi  valgo  di  un  esemplare  della  seconda  (Bergamo,  1857), 

■  ricco  di  molto  aggiunte  di  pugno  dell'autore,  che  nel  fame  a  me  anti- 
cipata parte,  mi  db  un  nuovo  segno  di  quella  preiiosa  amiciiia  alla  quale 
devo  tanto.  L' abbreviatura  Tikab.  indica  finalmente  il  bel  Vocaòolarie 
dei  dialetti  bergamaschi  antichi  e  moderni,  compilalo  da  Airromo  Tira- 
BOBCHi  (Bergamo,  in  cono  di  stampa);  a  i  numeri  in  carattere  piti  fbrte 
aeoenuano  alle  rubriche  degli  qmgli  ladini.  Le  ortografie  sono  sempre 
qnetla  dei  fonti,  quando  non  é  altriroeutì  avvitito. 


TERKITORJ  BEI  QUALI  CONFLUISCONO  LA  FAVELLA 
E  LA  LOUBARDA. 


1.  ratte  Anxaeca,  Intra  eoe 


Solo  di  Valle  Anzasca  e  di  Intra  ho  saggi  attendibili  p«r  la 
sezione  del  Piemonte  che  ho  accennato  di  sopra,  e  non  sono  gran 
fatto  copiosi.  A  giudicare  dai  quali,  sarebbe  piuttosto  scarsa  la 


*  L'oso,  non  sempre  facile,  di  queste  collezioni,  mi  fu  agevolato,  cMoe 
c^^  altra  mia  indagine,  dalla  squisita  gentilezza  dei  Dottori  dell' AmbroiiaBa, 
e  in  iapecie  dall'attuale  prefetto,  il  collega  Cebiani,  al  quale  mi  é  grato  po- 
ter qui  attestare  la  molta  n 


;vGoo»^lc 


9  S.  Ladino  e  Lombardo.  A.  1 .  Valle  Anzatca,  Utn  aoc.  (Pieaionte).  253 
quantità  dei  feDomeai  da  cui  poter  riconoscere  o  sospettare  la 
vena  l&dina  nel  bacino  della  Toce  e  alla  costiera  occidentale  del 
Verbano  *. 

Del  dialetto  valtanzasco  ha  compilato  nn  vocabolario,  ri- 
masto inedito  per  quanto  io  credo,  il  chiaro  fisico  Belli,  na- 
tivo di  quella  ralle.  Un  estratto  del  suo  lavoro  è  in  Ch.  me.  [E. 
S.  Ili  27,  p.  292  se^^.],  e  mi  suggerisce  le  osservazioni  che  ora 
seguono  : 

0  6o  da  A[T]U  (cfr.  nnm.  «8»):  nóo  andato,  tiflóo  attristato,  prOv 
prato,  éint  éind  da  ENT  END  (ofr.  n.  88  n):  sciarmèmt  sarmento, 
queintàa  (al  queinla  fa)  "coo-vealare,  esser  d'uopo,  prétnda prein- 
diBu,  avviluppare  invilupparsi,  lièinda  legf^enda,  tèinda  traitsnare  a 
parole  eoe.  SI  aggiunge  un  caso  d'importania  lasaioale  per  eisaENS: 


'  'n  (Ualatto  di  VoUe  Aazasca  è  in  aoatanu  U  madMimo  daUe  noatre  vallate 
eamucha...'  Mt.  voc.  478.  —  Porrò  qni  alqnante  voci  vamacde,  di  gualche 
antichità,  oocOTBemi  fra  gli  Statuti  ohe  appartengono  alla  regione  di  ouÌ  toc- 
chiuDo.  Stat.  Cut,  Matarella  Domut  Otntlct  (Uadlol.  1587)  ;  brenta»  pag.  37, 
ciuolmn  ib.,  efr.  Do  Cxnob;-  Stai,  et  Ordinam.  Comm.  Pallantia.  Intri  et 
'VatUntratcfuK  (UedioL  1605):  nee  anfflare  nec  bossare  (altra  stampa;  bu/fare; 
efr,  grig.  bu/fdr,  piani,  bufét  ecc.)  in  aamibns,  pag.  1 1 1;  carnee  beetiarnm  qnoe 
occidantur  a  Inpia,  jal  ^erbigant  b«,  ...poesint  impone  Tendi,  ib.;  bene  coctum 
(pasem),  et  ataoMottalum  (cfr.  ̣t.  voc.  10),  pag.  113;  omnea  losorea  della 
pulueretaet  della  toritola  (altra  stampa;  eomtola)  p.  115;  nulla  persona  fo- 
ciat  gnadìam  (cfr.  lefentìn.;  fA  gvadia  fere  sconunaBea)  de  eanùbai  iootden'- 
dia,  nea  ttramenandi*  (stramin.),  pag.  116;  in  ollqnibns  rugijt  (gore;  cfr. 
Ut. TOC  e.  'rdgìa'),  ib.;  reiegam,  foUam,  psttam,  ferrtrmm,  ib-;  per  pla- 
tea) Rine  tvgas  pag.  118;  in  terria  Zarbiji  (lerb.;  terre  incolte,  c£r.  Mt.  voo. 
L'iarbo')  pag.  120; -.  Stat.  et  Ordittam,  Cotn.  Paiantie  (a  stampa,  aeni'anno, 
colle  conferme  viscontee  del  1393  e  1416;  Bibl.  Ambros.  S.'C.  X.  VI,  11  Ins.): 
aliqnuDnanem,  sen  aliqnem  ptohim,  seu  braiolum  nel  brauionum,  §  8;  nemo 
bure  debeat  ledamen  aeu  rutum  (cfr.  Mt.  toc.  b.  <rfadd'),  g  IS;  tenias  dicti 
coDnmis  [t.  il  testo,  s.  'Tallaniaaco' )  §  19;  nel  herbam  nel  orfatcum,  S  26; 
comare  (carreggiare)  §  34;  in  Ttneis,  pratis,  buscUis,  xerbis  (v.  sopra),  §  37; 
pro  capra  et  Incho,  pass.;  nec  presnmat  bwdigare  (cfr.  lomb.  bordegà  im- 
lirtttare,  Tenes.  sbrodegar),  nec  retia  aliqna,  nec  ealtinam  imponere  in  por- 
tnbos,  §  38;  eastant^nm  nec  bogolias,  §  49;  imbregare  etratas  (cfr.  Mt.  toc. 
'■'imbraga')  §52;  nullns  martauolw  (cfr.  n.  19-21  leTentin.)  audeat  ponere 
waa  martoMoiariam,  %  65;  aliquem  ooyrìiai  nec  aliqnam  pelem  §  66,  coyrum 
...pele  et  corio  §  67;  aliqnam  fragiam  (cfr.  Mt.  toc.  s.  'fràccia')  §  70;  nulla 
penona  audeat  scoere,  nec  capere,  sen  coligera  aliqaas  castaneas,  §  80;  in 
corbis,  caeaneU,  ...stalus  biadi,  pororum,  leguminum,  et  gnifgnarì  vel  ca- 
pvom...,  g  102.  E  di  più  altroTe. 


;vGoo»^lc 


^i  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

tèis  (nella  terra  di  Ctilasoa,  =tefts  dell' E u gattina  e  di  Poscbiavo, ecc.) , 
fondo  comunale  in  cui  è  vietato  tagliar  alberi;  e  aorèina  strenna. 
L'et-i  (n.  21)  d  in  la  parsèiv  mangiatoja,  presèpe;  e  l'ei^f  (n.  40) 
in  rèind  "reid  (t.  n.  281)  =  rigido-,  cfr.  n.  190  e  il  piem.  radi.  —  11 
riflesso  di  'orTllia':  arbèt  (comasco  erbeja),  pisello,  3' incontra  esatta- 
mente coi  termini  grìgioni:  arveigl  arbaigl  Car.;  e  così  cura  (m  tose), 
quando f  a  qual  orat,  col  cura  cur  de'Urigioni  (qua  bora,  qtu>raquor 
proT.,  DiBZ  8.  *ora'),  il  cai  u=o,  che  stante  la  composizione  riusci- 
rebbe malcerto,  si  conferma  da  crapùn  (u  tose),  petrone,  lastrone, 
cfr.  p.  59  e  il  n.  40.  Notevole  anche  chicepp  *tiép  tiepido,  cfr.  n.  2S 
e  107,  pure  pel  grado  di  conBervazione  della  labiale.  In  cceùrtc,  con- 
disoendentet  quieto,  manevole,  ci  ferma  il  frangimeato  della  vocale 
nella  formola  ONC  e  insieme  la  funzione  lessicale  (cfr.  &.  f>7,  p.  131 
e  183).  Lo  schietto  u  è  ancora  in  tniìu  dove?  (a.  61),  e  sarà  quasi 
sicuramente  anche  \jidghjv.v,  giogo,  radice  di  tetto,  comunque  per 
questo  non  si  abbia  l'iDdicazione  'u  tose.';  prezioso  il  primo  esempla» 
in  quanto  si  rannodi  ai  termini  grigioni  che  avemmo  al  n.  150*1,  e 
importante  ad  ogni  modo  il  secondo  in  quanto  ci  porga  un'  arUcola- 
zione,  che  l'illastre  fisico  trovava  oscillante  fra  ghi  a  dì.  Essa  ricom- 
pare, e  ancora  nella  continuazione  di  J,  in  dghiappàa  (=japper  ire.) 
abb^are;  e  s'intende  in  dghisc,  liscio,  quando  si  consideri  il  n.  97-^. 
É  poi  allo  stato  di  tenue  (con  la  indicazione:  cM  —  ti)  in  macchjà, 
mangiare  avidamente,  rosicchiare,  che  potrebbe  coincidere,  per  la  via 
testa  indicata,  col  maljdr  grigione  deln.  146  {ma'cd:*inaljd::^it:*ljìr, 
cfr.  n.  102  alto-eug.),  ma  d'altra  parte  si  combina  colle  forme  che 
avremo  sotto  'Intra'  e  ' Valverzasca'.  La  stessa  tenue  è  ancorala 
artchiéra  archiéra,  lettiera,  pel  qual  esempio  lo  scarso  materiale  mi 
lascia  dubbio  se  invocare  il  num.  107  o  il  172.  Anche  la  palatiiu 
del  riflesso  di  'chiaro'  è  riprodotta  in  modo  jiarticolare  [ckjar;  la  vo- 
cale non  si  legge  con  piena  sicurezza);  ed  è  notevole  Vcb  ài  carma 
canova.  Son  pur  notevoli  nell'ordine  fonetico  e  nel  lessicale:  luna 
{u  tose.)  sterco,  e  nùta  (u  tose.)  nulla,  entrambi  coll'u  per  l'u  lat.  in 
posiz.  (n.  61;  così:  vacca  russa,  coll'u  tose,  vacca  di  pel  rosso),  e  il 
secondo  col  dileguo  caratteristico  del  a,  n.  181,  dileguo  che  si  ripro- 
duce in  audnn,  quest'anno.  In  cause,  scarpa,  che  in  ogni  modo 
potrebbe  meritare  menzione  per  la  concordanza  lessicale  (v.  n.  9),  si 
avrà  forse  a  riconoscere  la  continuità  ladina  pur  nella  riduzione  della 
formala  ALC,  comunque  sia  riduzione  che  sì  riproduce  quasi  identi- 
camente nel  piemontese  {auf);  poìcbò  siamo  su  d'un  territorio  dialet- 
talmente estraneo  al  Piemonte,  a  ci  ò  ancora  olTerto:  l'aut  sém,  in  aut 
sém,  l'altra  volta,  un'altra  volta  (cfr.  'Intragna',  e  Mt.  voc.  s.  'sèma', 
'semel'),  n.  10. 11.       Ancora  meritano  qualche  attenzione,  o  per  l'alG- 


;vGoo»^lc 


S  3.  Ladino  e  LombEtrdo.  A.  1.  Valle  Adqucb,  Inti'a  ecc.  (Piemoate).  255 
DÌU  fonetica,  o  per  la  lessicale:  gtti  Teoire  n.  986*,  sdulàa  zufolare 
n.  215;  óra  temporale  [cfr.  n.  US);  anfftlla  capretta  [ansiel  eopnlv, 
capretto),  jtsit  capretto,  àim.juìàtt,  cfr.  V,  3.  Occorre  ^quante 
l'attrasione  dell'i  che  seguiva  a  r:  cairóla  oarriuola  [cairàa  trascl- 
nara  lentamente);  twrtairaeù  (il  primo  u  tose)  'tractorìdlo ,  imbuto; 
arvwujra  *robur-ja,  rovereto,  querceto;  eco.  Ma  non  è  feaomsDo  ca- 
ratterisUco. 

Fra  la  Toce  e  il  Lago  Maggiora  non  conosco  di  favella  odierna 
se  non  la  versione  della  parabola  del  figliuol  prodigo  nel  dia- 
letto d'Intra  (Biomd.  48);  ed  è  poca  la  messe  che  per  noi  se 
Ds  ricava: 

i!°A[T]U  nel  parUo.:  domandi),  commsd,  tornò,  piantò,  ecc.  Fran- 
^imeuto  dell'o  nella  formola  OE.T  (n.  60):  mOrt  (anche  nel  dialetto  di 
Borgomanero:  mòrtu,  ib.  49;  dove  si  aggiunge,  per  te  formola  OST[R] 
OLLU:  vùtt,  cólu).  ù'^6:  aervitù  (Borgom.  id.),  compassiàn,  cui  po- 
trebbe Ingiungersi,  pel  num.  58:  ttts,  Aglio,  se  veramente  risaliamo 
in  questa  voce,  come  io  pur  credo,  alla  formola  ONS;  cff.  Di&e  less. 
8.  'toso'.  Ma  in  nessuna  delle  due  funzioni  l'u  à  fenomeno  decisivo.  — 
Qui  pure  ^t,  gnu  (gtió  Borgom.),  venire,  venuto.  Circa  maccidnd 
mangiando,  maccèmal  mangiamolo,  macció  mangiato,  cfr.  il  vallan- 
zasco  e  il  volverzasco,  e  circa  da  ino,  di  là,  il  C.  Ili,  §  5.  Notevole 
è  ancora  l'-e  per  -a  i.  d'acc,  ma  non  è  costante:  una  tuva  viffne, 
campagne,  cosse  l'ève  cos'era,  ineontre,  pativi  *. 

Ma  un'  altra  varietà  di  qaella  regione  sarebbe  rftppreseotata 
dalla  scrittura  di  un  allegro  sodalizio  milanese,  che  aveva  as- 
sunto il  titolo  di  Bedie  dai  fechin  dol  lagh  mejò,  oppure  doi 
fechin  d'Intragne  dol  lagh  mejò,  raccolte  per  buona  parte  nel 
volume  della  Biblioteca  Ambrosiana:  S.B.U.  viii  22  ».  La  Bedie 
aveva  naturalmente  adottato  il  vernacolo  dei  vinaj  che  sogliono 
calare  a  Milano  dalla  Valle  d'Intragna;  ma  se  l'arte  del  per- 
fetto discorrer  facchino  le  stava  molto  a  cuore,  come  si  vede 


'  Io  nna  ulieda  ma.  trOTo  però  attribuito  al  dial.  d'Intra;  Itttre  e  qtieller 
(quattro).  Avremmo  donqua  pur  un  esempio  di  e  per  a  toQÌco.  E  nella  Sooaria 
»€V  de  tecUtia  nmarUnsi  ecc.  del  vescovo  Carlo  (Bescapé),  Novara  1612, 
leggiamo:  haec  (ecclesia  S.  Uariee,  Inter  Intrum  et  Palanliam)  de  egro  dieta 
est,  prò  de  agro,  mutato  a  io  e,  prò  consuetudine  veroacnbe  pronuncìatio- 
nis  (Cebuti). 

*  V.  Ch.  voc.  s.  FacKin,  I  volumi  ivi  citati  uon  mi  fa  dato  concitare.  lu 
qualche  «crìttura.u  A  equivocato  fra  quest'/ntroi^na  (Valle  Intraaca;  luùa, 
lutragna)  «  Ylntragna  di  Val  Centovalli  (Canton  Ticino). 


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^a  Ascoli.  Saggi  lodiai,  I. 

da'  suoi  statati  del  1715  >,  può  ararsi  tuttavolta  legittimo  so- 
spetto che  qualcosa  di  artificiato  tÌ  eatrasse,  come  era  certa- 
mente entrato  in  un  caso  consimile,  di  cui  più  innanzi  si  tocca 
{"Valle  di  Blenio').  Sta  però  in  ogni  modo  che  la  base  generale 
di  quella  parlata  fosse  il  genuino  vernacolo  dei  valligiani  d'/n- 
tragna;  e  nel  desiderio  che  venga  presto  in  luca  qualche  miglior 
saggio  della  viva  loquela  di  costoro,  noi  intanto  ci  contenteremo 
di  parte  del  frutto  che  può  derivarci  dalla  non  bella  opera  let- 
teraria della  Bedie. 

<!»A[T]U  del  partic:  numero,  leud,  fondò,  ecc.  Franglmento  dall'» 
in  posiz.:  la  mevirt  (=  nn5rt):-  newt,  neuste;  ol pemt,  propeiat,  am- 
peust;-  grems  fffrewc);-  nengg  notte;-  allato  a  fini,  scosa.  L'u 
di  vut,  votam,  ricorda  il  n.  46;  ma  di  regola  è  6  {-co)  per  1'^  lat:  ore 
l'ora,  seroo  sapore, mioo(cont.  mil.  id.)  migliore, ecc.  Per  ELL(a.tt| 
sarebbe  importante  il  ag.scervilL-  ENS  (n.  SB)  trova  la  schietta  e: 
mei,  intes,  peles.  L'i  in  &  (r.  p.  174]  è  in  prume,  ma  è  un  esempio 
comune  anche  al  contado  milanese.  Ai  num.  197-8  pos9on  fìcod- 
duroi  criscjan  e  schirpe  (stirpe);  e  al  105:  vtghè  ighè  vedere,  vigbtn- 
dea  vedendosi  (-cìj,  cfr.  asttg.  vugghi,  l'it.  veggo,  eco.  Il  d  fognato 
(n.  20S]:  rejs  [aont.  mil.  aria;  ecc.).  Qui  pure,  col  dileguo  carat- 
teristico: note  'nec-gutta';  ma  dad  fò  di  faori,  e  in  ispecie  dad:ori 
di  sopra,  dadsott  di  sotto,  non  coincideranno  che  in  apparenza  coUb 
forme  ladine  (cfr.  piem.  da  d'tora  ecc.).  In  iets,  essere,  non  vedre- 
mo gi&  il  dilungo  dall'e  in  posiz.,  ma  bensì  un  j  prostetìco,  come  in 
junjwie  {junjuna  anche  in  Brìanza,  Ch.  voc  V  292).  Del  restante, 
la  principal  caratteristica  di  questo  dialetto  sarebbe  l'è  per  ogni  a 
fuori  d'accento:  ebÌKeuwde  avuto -a,  evis  avviso,  fechin,  bedie,  mtìi), 
stelut,  euril,  mescherade  (allato  a  ntdscher),  forme,  smtighe,  a  !WJ 
piene,  eco.  Nell'accento,  all'incontro.  Va  si  mantiene  costantemente, 
e  davanti  a  consonante  scempia  e.nella  posiziona:  ctare  chiara,  lagh, 
cheuall,  ecc.  Unica  eccezione  (poiché  cattegn  per  piti  d'un  conto  non  fa 
specie)  parrebbe  aversi  nella  formola  AL+cona.:  elt  altro,  elle  altra, 
{eltement  altrimenti),  sem-eU  e  aem-alt,  un'altra  volta,  v.  il  vallan- 
zasco;  Elp  Alpi;  ai  quali  si  aggiunge,  se  non  erro,  con  v  prostetico: 
v-elt  alto  alti  {con  veli  i  brasg,  con  alte  le  braccia;  e  pai  telt  de  gvoi 
band  par  la  Afonfofme,  e  per  le  alture  di  quelle  parti  ecc.).  Uà  se  noe 
ò  alterazione  artificiale,  il  che  non  sembra,  non  si  potrà  di  leggieri 


'  Stetut  dia  gran  bedie  antiche  dì  fgchin  dot  lagh  metà  fondò  ìm  J/ìJhn 
amplijkù  in  Uìl'ann  present  udccxv. 


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3  2.  Ladino  «  Lonlurdo.  A.  £.  Ticino:  Val  Maggia,  SS7 

unnettore  che  in  quésta  sola  formola  accontata  Va  Beai' altro  pu- 
sawe  in  e;  a  TB  dall'nn  casto  cosBiderata  la  nota  od  'Intra*,  dall'altro 
il  proT.  (atre  (*ailtre  *aaltre)  e  almiglianti.  Cfr.  ancora  ent*<mt  nd 
tueeenhrl  spogli.  —  Viene  poscia  ÌI  dileguo  del  -B.  nelle  proporsioni 
in  coi  c«l  mostrano  11  comasco  eoe.;  ma  del  fenomeno  di  L  in  R  non 
t  facile  dire  se  e  di  quanto  sorpassi  i  limiti  del  milanese  antico  o  del 
rnstico.  Es.:  dottò,  splendo,  doroo  dolore',  eoe.  —  E  finalmente  no- 
(enmo,  per  la  parte  lessicale:  veryoo  venuto  (a  piedi),  verga  s^A  ca- 
lare, cfr.  pag.  58  (nnm.  123;  riappare  in  Valtellina);  e  oome  elementi 
sospetti:  betcriu  BcrlTere,  isorivere,  parallelo  a  betcorr  disoorrere;  e 
ucon  batUmane  settimana  e  Zenfres  francese. 

£.  Gmton  TMno- 

Qui  veniamo  a  considerare  i  dialetti  di  Val  Maggia,  di  Val 
Verxtaca,  di  Valle  Leventina,  di  Valle  di  Elenio  e  di  Lugano. 

Val  Maggia.  Non  ho  in  pronto  di  valmaggiese  se  non  la 
versione  della  solita  parabola,  per  la  quale  mi  attengo  alla 
laiione  che  ne  offre  il  Monti  nel  sao  vocabolario  (p.  418)  *,  ed 
ilcune  singole  voci,  che  ho  estratto  dall'opera  stessa. 
do  ed  d-v-o  "  À[T]0  del  parUc.  :  ccaaxào  (riunito,  cioè:  assestato;  «fr. 
illomb.  cacéMd,  assestare),  eomemao,  bvttào,  basào  eco.;  troàoo  "tro- 
[T]ào*;  cui  si  aggio ngerebbe  l'analogo  prattùn,  prato  grande  (cfr. 
;>niu  eoo.  nei  diaL  grigioni)  *,  Ora  l' do  •>  "dto  non  sarebbe  per  sé  me- 
desimo alcun  valevole  indizio  di  afflnitft  prossime,  poichd  se  pad  met- 
terei coU'-au  Boprasilvano  (p.  9,  97),  meglio  ancora  consuona  con 
i'-<ia  di  antiche  e  modente  varietà  della  gran  valla  erìdanea;  ma  esso 
appanto  lu  conduce  a  un  doppio  fenomeno  di  contìnuit&  ladina,  ohe 
urebbe  la  gutturale  passata  in  palatina  nella  formola  GA,  e  ì'd  che 
per  effetto  della  palatina  o  della  palatile  passa  in  e  (v.  p.  148  segg.  e 
ScHDCH.  Itw.  16):  memchié-v^  ^mem'ódo,  mancato  (vers.  18;  nel  vera.  21 


'  Circa  le  difièreDia  che  panano  tra  qneeta  *eriioDe  e  quella  dallo  StAL- 
Dn,  giova  riportars  la  Mgnenti  parola  di  Stet.  Frakscini  [La  Sviuera  ita- 
liana, Lugano  1837-40,  I  toI.,  p.  307):  'Nella  grandi  vallate,  come  la  Valle- 
luggia,  la  Lerentiua  e  Blenio,  è  molto  notevole  la  difibrenza  del  liognaggìo 
tuitato  dair  abitatore  della  inferiore  e  della  enperiore  contrada'.  E  (Jgiiita 
coUb  parola  che  riprodacismo  «.  Xeoentido. 

'  Qaeeta  forma  ei  ha  due  volte ,  e  concorropo  ad  aaeienrarla  anche  le  po- 
nlleU  in  -é-ìy^  a  cui  toato  arrivismo.  Staldbb:  trouoao,  troaeo. 

'  'Praeòn.  Val  Ilaggia.  PnUo  grande.  N.  pr.  di  prato  ne*  monti  di  Blerio 
(')cino  a  Como).' 

-^biiìo  gleitot.  iul.,  I.  n 


>vGoo»^lc 


S5S  Ascoli,  Saggi  ladini,  I.    ' 

è  rimasto  il  manoào  della  lezione  di  Stì.u>.)>  «oerehièvo  *ier^óo,  cer-  1 
oato;  maglièo^maljdu  soprslr.  p.  66 «  mangiato,  dÌTorato.  E  coati-  . 
nuando  cogli  eacmpj  analoghi,  saremo  a  ft^èe  affocare^  prièe  pregare-, 
ona  gran  mangièda  (ma  l'inf.:  mtmffiàa,  mangia),  ona  baradùida 
("baracdda  lomb.  ecc.,  gozstoTiglia],  bvjèda  {"bugada  lomb.i  ba- 
cato)', scherchiéva  cercava  (allato  a  Salava  eoo.}.  E  all'infoori  delU 
sfera  del  verbo:  chiè  casa:,  ciènva  canova,  cièls  calEa;  e  probabil- 
mente anofae  fraasièm  frantumi  (vallaaz.  farehièm,  frammenU  di  cose 
mangerecce),  cfr.  il  ainon.  comasco  franciàm.  Non  va  trascnrato, 
in  relazione  al  n,  16:  /%n(,  fante,  servitore,  che  nella  parabola  u- 
rebbe  tn  funzione  plorale,  ma  è  accolto  nel  vocabol.  qnal  singolare. 
Cfr.  le  ancceasive  rubriche  del  pres.  §.  Per  l'o  che  si  franga  nella 
poaii.  :  da  poèure  (-pflrc),  i  poèurc;  rtwlurt  (nel  vers.  24  resta  il 
mori  dì  Stald.);  chiaèul  collo,  nel  quale  parrebbe  aversi  eziandio  e 
in  'é  (cfr.  p.  181,  n.  1);-  eoSui  vostro  -ì.  Importante  Ò  ancora, 
anir  analogia  del  n.  167;  gniance  (°<  nan'6)  ne-anche,  vers.  16.2S.29; 
e  scardi  'segtirot,  scure,  ci  riconduce  al  n.  166.  Finalmente,  oltre  al 
caratteristico  m  nòta  in  nulla  (n.  184  aoprasilv.  ecc.),  avvertiremo, 
per  -nm-ìi:  pagn,  fettign,  vufftt  di  voéus  uno  dei  vostri,  dovQ  pc^ 
intendiamo  notare  una  particolarità  ticinese  piuttosto  che  una  dilata- 
zione di  quel  fenomeno  ladino  che  registravamo  al  n.  237. 

Val  Verzasca.  Circa  la  materia  sulla  quale  può  per  era 
esercitarsi  la  nostra  osservazione,  va  ripetuto  ciò  che  diceramo 
per  la  Val  Maggia.  E  avremo  le  poche  note  che  ora  s^uono. 

Quanto  è  al  participio,  il  rifleaso  di  '-dto  viene  a  difettare  nella  lezione 
della  parabola  che  ci  è  data  dal  Monti  (voc.  421),  stante  la  diffiiaioDe 
analogica  dell' -ecc  {-eó:  contvmècc  ecc.),  di  cui  vedi  il  C.  HI,  §3. 
Pure  vi  restano,  oltre  damò  vera.  19  (allato  a  ciamècc  vers.  SS),  con 
epitesi  nasale,  se  non  v'ha  errore:  non  andato  (cfr.  il  vallansasco  ecc.) 
e  masùn  ammazzato  *.  Ma  un  diverso  e  ben  prezioso  esempio  di  ó  val- 
verzaaco  '^  AU  apeciflcamente  ladino,  riconosceremo  in  diciòo,  ottobre 
(decimo)  "diciàv,  cfr.  il  n.  10-21  basso-eng.,  in  nota  '.      Notiamo  ancbe 


*  Oicra  forse  notare  che  a  entrambi  gli  eaemplari  BOBsegne  nn  mMioainiba 
lucente  per  nasale  :  l'  »  non  in  on  pois  ;  l' àa  nxMiìn  om  cedei.  —  Nella  divosi 
lezione  dello  Staldsr,  che  è  preziosa  sebbene  qna  e  colà  oacillante,  prevale  e»  | 
(oà)  nella  contìnnazìone  di  au  =  ATU:  damoù,  peccoù,  ricovptrou-  e  vi  é  j 
notevole:  maffhUu(cÌr.  il  valmogg.,  eli  vallanz.  ecc.)  allato  a  ma;  fùrà ,  man-  ' 
giato,  divorato.  Assai  notevoli,  in  quella  lezione,  anche  giess  dine  (c&.  rin£  . 
Boprslv.  gir,  n.  106),  sengii  [sa-n-giè]  ae  ne  andò  (cfr.  gài  eng. ,  andò)  ;  v.  ni,  3. 

'  'Ottobre'  potrebbe  veramente  farsi  -éo[tj]r  -co,  cfr,  'Bregsglia',  n.  l'Si 
ma  per  'decimo'  =  'ottobre'  v.  ancora  il  r..  166  levsntiueae. 


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g  2.  Ladino  e  Lombardo.  A.  3.  Ticino:  Val  Voriasca.  259 

iseguenti  plurali:  quenci  quanti,  tene  ègn  (Stalo.:  quenc'agn);  cfr.  il 
Tslmagg.  ecc.  ENS:  tèi»,  ti»,  satollo.  Per  Vo  che  si  frange  in 
poiiz.:  i  poèurgff,  moéurf,  cMotul  (Stald.:  cioul,  onde  avrebbe  par- 
ticolar  conferma  la  palatina;  ofr.  il  valmagg.);-  toiwttg  ìoaga;  be- 
loèugn;-  voéttglia.  La  palatina  del  n.  IW  ha  nuovo  esempio  ia 
chiara  curare,  guardare.  Neil*  ordine  lessicale  si  possono  addurre  : 
lotlnda  (comune  anche  a  Val  Maggia)  strada  erta  lastricata  di  tron- 
chi d'alberi  ecc.,  cfr.  p.  70  (a.  157);  liffia  bocca  (cfr.  lef  labbro  dei 
dial.  grìg.);  neaéla  capretta.  E  passando  alle  caratteristiche  spe- 
ciali, L  in  R  è  nell'articolo  feminile:  tr  la,  dèr  della,  dar  dalla,  or 
alla;  ma  solo  ana  volta  nel  raascolino:  ér  onéi  *,  allato  ad  etjid  ii 
p&dre,  ecc.,  e  sempre  all'incontro  ra  per  l'accuB.  pronom.  *lo+ha': 
oràmandecc  ai  l'ha  mandato,  ecc.  G  ancora  in  laiur&l  zampognai 
lufolo,  in  cui  può  vedersi  dissimilazione,  e  che  del  resto  forse  importa 
aocbe  per  la  continuità  ladina  (v.  il  rallanz.). -  R.  si  perde  all'uscita 
in  tnend,  majò  (Stald.:  majoùf^,  servito  (pi.),  oltre  ohe  in  j»t  e  negli 
infiniti.  Finalmente,  per-n  (e-m)^N: pagn,tagn{da  lontoffn  Stald.), 
vugn  di  toéu  famlgl  (allato  a  vùm  di  servito;  e  analogamente  om  ve- 
d^lecc.,  cfr.  falciòm  voc.  389,  falce  grande  fianca,  rughiòm  gran 
faccendiere),  nt'jujm. 

Valle  Leventina.  Qui  si  schiude  alla  nostra  indagine  una 
fonte  abbastanza  copiosa.  E  un  vocabolario  autografo  di  Ste- 
fano FRAHSCtNi,  inserto  in  Ch.  E.  S.  Ili,  24,  p.  9  segg.,  dal  quale 
noi  attingeremo  a  larga  mano,  ordinando  e  commentando  il  no- 
stro spoglio  secondo  il  tipo  da  noi  adottato.  È  sempre  mantenuta 
l'ortografia  dell'autore,  eccetto  il  suo  j  per  j  frane,  cui  ho 
potuto  sicuramente  sostituire  il  nostro  i.  Cosi  mantengo  fedel- 
mente la  sua  traduzione  e  il  segno  od  i  segni  ch'egli  di  fre- 
quente appone  ai  vocaboli  leventinesi  ed  anche  a  qualche  signi- 
ficazione che  di  loro  dà,  sebbene  io  non  abbia  potuto  rendami 
esatto  conto  di  queste  distinzioni.  Mi  risulta  però  chiaro  che 

'  Para  per  ispinta  dÌBmmilatiTft,  e  lo  staaso  motivo  potrebbero  avere  er  eiel, 
t'  <ndet  (allato  »d  gì  v^l),  nella  lez.  dello  Staui.  Nella  quale  d  ancora  dne 
"oKetr  ler  to)  =  ÌD-'l"crr.  p.  106  (n.SlQ).—  Il  Uonti  die»  nel  YOcaboL:  ir 
(Val  VeruEca),  articolo  di  ogni  numero,  genere  «  easo.  Non  à  certamente 
niolto  esatla  questa  aflarmazione  dell'  egregio  lombardo;  ma  deve  poi  eBsere 
i»\  tntto  inesatta  quella  che  s'incontra  a.  perS,  pelare  (t.  'V.  di  Blenio'):  <  I 
VenascEiBai  danno  all'infinitiva  la  ateaaa  uacita  (d),  >  comunque  abbia  por  ed 
la  titazioBB  bordigò,  vaherz.  lordare.  Cfr.  seta  {sta),  nd  andare,  mangia, 
ffcwd  ecc.  nella  sua  Parabola.  E  ugualmente  «d  (ni'],  mauà  ecc.  io  Slalder. 


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S60  AmoIì,  8a^  ladini,  I. 

non  sì  riferiscano  a  età  diTers«  di  una  stessa  parlata,  ma  bensì 
alle  varietà  dialettali  io  cai  la  Levantina  si  riparte.  Cvca  le 
quali  cosi  si  esprime  lo  stesso  autore  nella  già  citata  aua  8vis- 
zera  italiana  (I,  307):  'Tal  differenza  (di  linguaggio)  in  ninn 
'luogo  è  forse  cosi  sorprendente  come  nella  Leventina  là  dove 
*si  potrebbono  di  leggieri  distinguere  almeno  cinqne  varietà  di 
'dialetto,  due  nella  regione  inferiore,  due  nella  centrale  e  uno 
'nella  superiore.' 

I  numeri  nei  quali  si  considera,  in  modo  esclusivo  od  a&tto 
irincipale,  il  dialetto  levantino  per  so  stesso  o  qual  varietà  del 
gruf^  ticinese,  anziché  nel  riguardo  della  continuiti  ladiiu, 
si  ritrovano  chiusi  fra  parentesi  quadre. 

1-8.  8.  L'd  passa  non  di  rado  in  e,  e  si  pnò  ancora  rìconoaMre, 
anzi  toccar  con  mano,  nella  maggior  parta  dei  casi,  il  motivo  di  qoe- 
st'alteraziona.  Il  quale  pu6  esaere  regretsivo,  e  consistere  nella  pa- 
latile sassegaante,  e  in  ìspecle  nell'i,  al  quale  Va  si  assimila  o  col 
quale  si  fonde.  Oppar  pad  essere  progretaivo,  e  oonsìstere  nella  pila- 
tile  0  nella  palatina  che  precede  tXVa  (ofr.  il  n.  219  del  sottoaUvaoo). 
Circa  il  primo  motivo,  vaqni  ricordato  lo  svilupparsi  di  un  ■  dinanii 
a  «  e  saoni  oonganerì,  pel  qoale  fenomeno  vorremo  intanto  oostaa- 
tarci  dei  oennl  ohe  avemmo  a  p.  85-6  (ofr.  n.  96  e  152  leventia.!,  s 
ancora  la  presenta  dì  un  {  dietro  al  K  dell' ant.  A&[U],  oiroa  la  quii 
si  poBSon  consultare  piti  innansi  il  Inganeae,  il  br^aglioto  «co.  Ott^ 
remo  dunque,  per  questa  prima  causa:  bretù  allato  a  breuc,  bracoo; 
ceir  Bgg.  chiaro ,  sost.  lume  ecc. ,  cetrùi  das'ceirist  M'ceiritt  risebio- 
rarsi;  laigh  (cfr.  p.  T7  e  207,  n.  167,  e  vaigh  vago,  di  beli'  aspetto) 
lai  lei,  lago;  loca  Ucc  latte  (cfr.  il  n.  172  levent.  e  p.  83  n.;  nelli 
Parabola:  fece  fatto,  trece  tratto);  nait  ne$  naso;  nata  neai  nascere, 
fuunìneshl  nato;  Ipajlpej,  pajo  paja  (cfr.  n.  9) ;  prvt  (■  "prau  n. 88'), 
jì.prei,  prato  (cfr.  nella  Pwnii.:  pastii  passati  Mt.];  guai  quei  qasl- 
ahe  (entrambo  le  Agore  anche  nel  mìlan.},  om%èi  mei  Parab.  Mt.;  [ot- 
tteffna],  1a  seconda  cansa  si  farà  all'incontro  manifesta  nei  eagoanti 
esempi:  oa,  'ehii,  casa;  giè  già  (ormai)  Parab.  Stalo.;  [ffivffà]  'h^ii 
\tugd  Truigit\  'nejè,  annegare;  'prajè  prejè  pr^g^;  Ircutigà]  nuiià 
rettiè  segare;  sctd  tei  qui  qua;  'seji  >>jè  segare,  "tijè  segare  il  flrao 
e  simili.  L'è  per  Vd  della  formole  AS  AR  (AL)  senza  ohe  se  ne  vegga 
o  ne  sia  sicura  la  causa,  è  ancora  in  'etan  asino,  mar  mer  mare  ed 
amaro,  'par  per  "palo  (e  per  pelo),  perra  "pala  (e  contesa),  màtni 
male;  fagarà  'fiyarà  focolare;  gurà  iure  giurare,  latsà  latti  lascian, 
tara  tari  salare  e  serrare,  allato  a  rampid  n.  165,  juccid  asciag*!* 


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g  S.  Ladino  0  Lombardo.  A.  S.  Ticino;  Valle  Lefeatina.  £61 

C-«ciatUn}t  scianca  troncan,  eco.  eco.  Le  Tcrsioni  àtUi  Parabola 
mostrerebbero  ben  piti  dittato  T-é^-or  Bell'infinito:  mangé, pcueotè, 
tmè ,  Ite  (Ht.  :  sta  e  ste) ,  allato  a  prej&l  (Stàjui.  :  pr^fal)  predarlo. 
*  (cfr.  il  niim.  obe  preoede).  óra  ert  t^a,;  gara  ^iaja*  sabbia,  in- 
geifà  ooprir  di  ghisja;-  caièi  caciuol^o,  Tolg.  'casaro';  fhrèi  fabbro 
ferri^;  jftmM  gennfùo;  iwH  (quasi  <gìur&rio')  giomto;  legnH  {'le- 
gnilo', nel  signiC  di  rìpoatiglio  per  la  lagna);  frcatinèi;  aaUèi  gaar- 
dabosohi;  (tei  st^jo,  tar^  tel^o.  Hai  si  pa&  dubitare  che  le  forme 
taascoliiie  abbiano  -ei  da  -e  ('fare  farei)  e  quindi  un  ei  diverso  da 
quello  delle  feminili.  Dei  due  esemplari  cbe  posson  suggerire  questa 
ipotesi  :  auèi  abbastanza  e  palpM  carta,  il  primo  rientra  nel  n,  3  (*as- 
sa[t]i),  e  il  secondo  va  confrontato  col  fra.  papi^  {ttoae  jamier  ecc.). 
10  (e  9é).  atU  ecc.  da  ALT  ecc. ,  come  nel  basso-engadino  (e  nel  pie- 
sKmtose):  etut  anta;  autd  autè  altare;  àudan  ontano  (cio6  atnu  *aldna 
*ald'n);  autru;  m*eà  aliare  (e  osare,  'aulsare,  ^r.  f  n.  68  e  8S  del  so- 
praa&swBo  ecc.),  e  si  agginuge,  nel  eig&i&oato  di  'aliare'  :  vousA,  cfr. 
il  n.  68;-  chiatuei  'cauxei  (cfr.  n.  0)  scarpa,  caux  brache,  cctusetta 
calza,  aauà  seaucià  trac  calci,  scalpitare,  cauzada  calcio;  eawdera 
caldea,  e^udireu  pinolo;  xurè  'l  favx,  faujari,  sfauzA  falsare,  non 
risseire  all'aspettazione;  fatte  falce  flenaja,  faueigia  ftigigia  falcetto, 
pennato )  manta  malta;  'pauta  (piem.  id.,  lorab.  palta)  fango;  "tat^ii 
"taltèi  n.  8;  tcaa  avr.  sempre,  agg.  fermo  (cioè  'saldo'); .^ioud^^U 
lomb.  giallo;  tbmix  tbaaxA,  sbalzo  -are. 

[U.II1  Parab-MT.:enctaanohe,9«tenc,tencc£^,  ST.;gi4«nt«;Aeoo.; 
cfr.  taItctz.  logan.  ecc.,  e  §  2  b]. 

UK-SL  axH  vH,  ava  d'avei  da  vffn\  podèi;-  prit;  credere;-  scira 
cera.  —  L'nso  carattwistico  dell' *-^eote  sembra  continuare  pare  in 
questo  dialetto,  ma  la  forma  traligna  in  -turu  (cfr.  num.  Ili*,  e  mar- 
Kùntru  merciajnolo,  meroiadro,  allato  alla  tocs  statutaria  cbe  addu- 
cemmo in  n.'a  pag.  253):  marideum  'mariterole,  matrimonÌBle;  mo- 
rettru  amweTote;  mouwMni  "manievote  (cfr.  num.  £35),  maneggia- 
bile comodamente. 

[S8-81, 10.  cfr.  n.  SZ.  greu  gritt  grave  greve;  lewa  Itoru;-  ben  biu 
bere;  nèu  neve];  Dia,  cfr.  in  sulla  fine  dello  spoglio. 

IS.  mei$  mese,  mù  mesi  (ofr.  n.  56);  teis  tèa  satollo  (col  ventre  teso); 
cfr-  paisà  's  dolce':  pesare,  't  aspra'  :  pensare. 
41.  iat  entro.  , 

[46.  flou  fi&  flore;  lo»  M  loro;  miou  (migliore);  'tartou;  tou  sole; 
aou*  voce;  manxious,  fadious  fadiàs  {'fadigous)  pigro,  infingardo, 
i>ero»f  parout  peloso;-  cod  cote.  L'ou  (uì)  sta  allato  pur  d'altri  ó\ 

:fr.  n.  ei.'esees*.] 

6S-S.  U.  Il  frangimento  dell'^,  e  dell' <*  in  posii. ,  qui  si  mostra  in 


;vGoo»^lc 


S6S  AbcoIì,  Saggi  laxlinì,  I. 

varie  ed  impoFtanti  fasi.  Prevale  fuor  di  posizione  l'eu,  che  et  risDl- 
terebbe  vero  dittongo,  e  per  la  sna  variante  l'u  (cfr.  n.  22  ecc..),  e  per 
esaur  dal  nostro  autore  adoperato  l'O  a  significare  la  vocal  turbata 
ohe  dal  dittongo  risalta.  Si  osservino:  [fioèur  Parab.  Mt.,  fieu  St.]; 
caireu  tarlo,  cfr.  p.  74  n.;  chetus  chiuns  cuocere,  cheusù  cotto  (cfr.  ù 
in  posis.);  leugh  liu  luogo,  podere  *,  'f&ugh  'fiìt  'fòt  fuoco,  g€ttgh  givi 
giuoco;  lanMett  [e  lonzo]',  n^  niu  nuovo ^,  néu  nove;  reu3a\~  'eu  uoto 
nova.  Ma  per  ultimo  esito  abbiamo  la  Bemplice  e  dinanzi  a  on  t  etimo- 
logico; e  questa  semplice  e  risulta  poi  la  figura  costante  pel  frangi- 
mento  dell'i}  in  posizione.  Si  osservino:  òo,  pi.  bèi,  bove;  brei  brodo^; 
cheir  'coir  cuojo;  veid  (cfr.  vdid  lomb.  ecc.)  vuoto,  iveidàj-  inehei 
[incoi  ìnehióu],  oggi,  ancoi;-  chel  (Parab.:  coéul  Mt.,  col  St.)  collo; 
chtrt  corto,  schertd  accorciare;  chem  corno,  chim  comi ,  *«r(  orto, 
pi.  irt  *\  "erdi  hordeo-  (v.  pita  innanzi);  tera  torchio,  tercià  tvràà; 
tcharpi  scorpione ■>;  e»  osso  ossi;  rete •=  rote  roseia  roaciada  truppa 
(ro/Jomb, ,  stormo  ecc.);  betch  cespuglio,  cfr.  p.  188  n.;  sebia  zóbia 
giovedì;  tocch  'tech  pezzo;  cAecc  cotto,  'nec  [noce]  notte;  res  =  roft 
lomb.,  cavallaccio;-  'sc'mei  =  sc'moeui  mil.',  lissiva  *s-molil-o;  schei 
scoglio;  raghei  raccogliere,  raggiungere;  tepn  sonno  sogD(((e  segno); 
coi  si  pu6  aggiungere,  stante  lo  n  (n.  144):  tregn  ttvgn  tuono,  trend 
tonue.  Nelle  ragioni  di  posizione  romanza  è  pur  qui,  come  in  L^imbar- 
dia,  il  riflesso  di  *5rulo-,  orlo:  er  (fir  lomb.,  *Srl),  Finalmente,  le  fasi 
anteriori  (eu  0)  che  ancora  balenano  in  posizione:  'òrgiu  orzo  (v.  a: 
'erdi);  teu  tó  {tett  su,  teu  zit,  tett  ini)  togliere;  feja  fOja  foglia,  fa 
foglio.  Ma  negli  ultimi  due  esempj  s'intravede  l'elemento  lombarda, 
ohe  appare  pib  manifesto  in  ficc  'eco  occhio  {cfr.  pieg  pidocchio). 

58.  SI.  Circa  la  pronuocìa  dell'u  in  quanto  sia  continuatore  dell' ti 
latino  (come  p.  e.  rapuri  agg.  puro,  solo,  puri  cA«  cong.  soltanto,  solo), 
si  può  vedere  il  n,  106;  ma  non  dovrebbe  valere  fi  l'u  di  tu  'tuo  lupus. 
Mei  riflesso  di  nììca-,  siamo  all'alterazione  terziaria  (*noc^}:  noiu»^- 

06.  ora,  'coll'o  larghissimo',  vento  dì  levante  ecc.;  possa  riposare. 
In  chioud  chiudere,  cingere  di  siepe  (allato  a  ciotsma,  siepe,  cfr.cM 


'  Si  aggiunge  dalla  Parab.:  loit^  Ut.,  log  St. 

*  Cioè  "aeuf  *ninT,  coi  due  suoni  labiali  ridotti  ad  uno;  e  questo  tii=OV 
ci  fa  bene  intendere  chioa  (^ctuona)  covone,  lomb.  còro. 

'  Ma  all'incontro:  bròdi  torbido  (dell'acqua),  perehà  Vi  uoh  &  attigao.  Cfr. 
miL  brod  brodo,  broda  broda,  fanghiglia, 

'  Questi  plurali  saranno  essi  una  mera  varietà  fonetica  (*cbeum  *cfii<ini) 
messa  a  profitto  dall'istinto  grammaticale  (cfr.  'Poscbiavo'),  oppure  ai  aTTUCo 
una  ragione  più  profónda  (ert-i  e[i}rti  eirt)1  Cfr.  il  n.  32,  e  altro  «Eempio  '^ 
sulla  fine  dì  questo  spoglio,  e  il  g  S  b,  ii,  1.  4,  ma  in  ispeeìe  il  C.  IH,  S  '* 

*  Notevole  pur  come  figura  nominativa  ;  cfr.  acvrpi  valteU.  (Morbegno)- 


;vGoo»^lc 


9  2.  Ladioo  e  Lombardo.  A.  2.  Ticfno:  V^a  Letentina.  S63 

lomb.,  Rosa  92-4)  e  'fìn*a  faace,  gola,  ralle  angustÌBBima,  non  ror- 
nmo  gìh  vedere  Va  di  AU  ridotto  ad  o,  ma  si  nn  oh  tcTzìatìo  "'ó  (cfr. 
B.  49);  e  aimilmeate  in  eioud  chiodo.  —  W.  *'chiora  allato  a  caura; 
'miaca^  miaorato,  peri  perou  pelato,  quaffiùu  cagliato,  *nà  a  vardott 
udare  a  aalTamento  (qaasi:  a  Inogo  'guardato*;  vardà  guardare,  mi- 
nre};-  jjrd  proit  prato. 

70.  spttoantél  Bpavcntaoohio ;  ftujd  abb^arc—  77.  icmmel  cervello; 
—  7S,  frida  frid  fri,  ferita  -ito  -ire;—  8S.  'tprumantA;-  ruvà  (anche 
nel  cont  mil.)  arrivare;  untbi  esibire,  in  cui  ai  aggiunge  l'ossimila- 
UDoe  regressiva  di  vocale,  da  sillaba  a  sillaba.  La  qnale  assimilazione 
potrebbe  taluno  cercare  anche  in  tiaoffn  (*tèz{in),  tizsone,  (u^ond;  ma 
io  piuttosto  ricorrerei  per  questo  esemplare  al  num.  SS9,  vedendovi 
iDflnsso  di  *B-tutare  eoo.,  considerato  al  n.  O. 

H.  ià  ;  i&bia  n.  56  ;  iu  ;  zwd  ;  'ìtyè  nnm.  3  ;  -  mauc  maggio,  petto 
peggio,  cfr.  nam.  152. 

[UH.  gnoUa  midolla  -olio;  oìoò  'iqjóla,  cfr.  mKla,  brìanz.  Ch-,  ffnéla 
vaiteli.  (Berbenno)  Mt.] 

Ili,  cfr.  10.-  bùut  bolso;  moug  mangerò,  ptop.  moua  mongiù,  cfr. 
laoi.  152  in  n.  ;  meutra  specie  di  secchia  tutta-  di  legno  (cfr.  p.  39  n. , 
e  màìtri  valmsgg.  Mt.  ,  vasi  dì  legno  o  conche  da  riporvi  il  latte  da 
■pannare); }>eutru  peltro,  peutratt  fabbricatore  di  vasi  di  peltro;  ""pùul 
(off.  p.  220)  polenta;  poux  polso,  tempia;  icovià  ascoltare,  scouti  tcutì 
itardi  nascosto  a  sentire  eoo,;  coud  soldo -i ,  rose  d'sdutial  [aie]  trappa 
di  uldatL 

(111*.  L  in  B,  caratt«rÌBtÌce  di  qaesta  regione,  come  del  pretto  mi- 
Unese.  Es.:  ara,  pi.  or,  ala;  carena  calende;  carogn  coscia  (gallone); 
cord  liquefare;  firaa  felce;  pura»»  pulce;  det  pòro»;  marina;  mora  . 
fiiorign;  pirogn  pilone;  'receia*' leccia  mil.',  scelta;  scori^;  spadra 
spatola,  bedra  bétnla;  torbru  [t^rber  mil.,  'turbalo-);  jtocra  zoccolo, 
Kfru  zolfo;  fera  tere,  terra  tela;  ecc.], 

Ut  ecc.  Nessun  conclusivo  esempio  di  t  che  si  conservi  in  queste 
combinazioni. 

[180.  'vari  guarire;  °cersc  guercio;  vardd.] 

ISS.  iiorca,  restremità  superiore  del  tronco,  in  cui  questo  spar- 
tii 8CC,  cfr.  p.  62  (a.  132);  —  1»*.  tdaretcia  salice.  —  141.  mossa. 

(141  -N  in  -n,  altra  caratteristica  di  questa  regione:  beffn;  bona- 
""'pn;  fegn;  firoffn  filone  (della  schiena);  pit^  piano;  visign  ('vicino') 
pstrido;  wffn  V.  n.  19;  ecc.] 

Itf.  OTTna  anima  (cfr.  arma  com.,  frutto  che  è  dentro  il  guscio, 
anima);-  lombrd  numerare,  annoverare  {iomfird  bellinzon.  Mx.);  cui  si 
^giunge  lumina  nominare,  luminou  nominato.  E  ancora  ndri^ND'N: 
kndra  lendine,  lortdra  (bregagl.  ri^nsla)  rondine;  ma  qui  la  causa  pud 


;vGoo»^lc 


J 


S64  A«coU.  Saggi  ladim,  I. 

star  semplioemente  Bell'attiguità  dell' eapioaiva,  ofr.  tcacrd  acrosciu 

dalla  risa  (-cac'nare),  tcacru  acrosoio  d.  r. 

Ile.  tnojà  mangiare,  delle  bestie  e  de' mangioni;  taqjogn  mangione. 

[US.  Nella  continuazione  di  NQ'  NC,  che  d  quanto  dira  nelle  com- 
binazioni ni  ftl,  tace  la  nasale)  e  si  Ted«  propagginarsi  rsgolanBenla 
nn  I  dinanzi  alla  palatila  (ofr.  num.  3):  gioite  e  'gioas  S  aggiungere, 
raggiungere,  pto.  gioiaù;-  ouc  ungere,  pto.  oiià  (ime  agg.  unto);- 
foue  'poìtsc  pungere,  pto.})ouà;-]>teÙG  piangere(*pt(fi/ v.  nnm.  3,e 
ofr.  pldiK  piange,  dia!,  di  Albosaggia  in  Valtellina,  Mt.},  pto. pieiii;- 
(eùc  tingere,  pto.  (etiti  {tene  tinto),  teizadou  tintore;-  vette  vincere, 
fio,  ve[ilxù'l-  loiso  louse  lungi,  lontano;-  cotw  coiuc  agiato,  comodo 
(concio,  cfr.  pag.  134),  nuucoiic  disagiato,  soomodo,  a  te  coùe  a  aw 
bell'agio,  coitcià  conciare,  'rappezzare;-  toiza  sugna,  8ongia;-Kù- 
sott  singhiozza  (cfr.  mil.  tqjiUter,  piem.  e  oont.mil.  langut  -^tdt);- 
fìiisc  fovtc  fungo,  cfr.  n.  183  ^.J 

tu.  'forte  ragazzo  -i. 

1S6.  eombm  colmo,  fa  combru  colmare  (v.  pag.  141,  e  si  a^unge 
tìtmbol  posehiaT.,  oumnlo,  Mt.). 

MI.  US,  éhiausei  n.  9;  *chiè  n.  3;  eastn  ehiatò  cacio;  ''chiara  n.  6S 
(Parab.:  ctaeri(;tn«ncift  mancato];- 'mon^ftta  monaca;  »uu)jrJiia(^em. 
mania)  manica;  ItÀga^hia;-  rampià  arrampicare;-  "tejè  ty^  boc.  s.3; 
pr^i  ib.  ;  'rase  ih.  ;  -  lumt^a  lumaca ,  Iwnaja  da  mar  tMtnggÌBe-, 
braja  braca  brache  *. 

IW.  gigù  *tijù  scare;  digttra  dijura  decina  fdecuira;  e  con  digvn 
va  forse  digOir  posohiav.  eoo.,  fieno  serotino,  cioè  del  decimo  mese, 
cfr.  dicibo  valTsrs.  p.  258);  i  quali  esempj  provano  per  u-ù. 

163.  gatteitc  gattesco  (dell'amore);-  fCi  gioì  l6Ì  n.  53;  tai  (ItnfA) 


'  Chi  Tolewe  federe  nell'ou  di  qneita  e  delle  analoghe  ftorme  un  o  aSm- 
gato  In  cui  ri  compeuri  U  n,  potrebbe  forse  non  errare  (cfr.  towi  tot,  S.  tatua, 
ragazw,  figlio);  ma  di  certo  errerebbe  chi  traeste  da  queet'ou,  oppure  a  qiul 
modo  dìohiarasM,  Tot  di  gioite  ecc.,  parallelo  aU'flt  di  teise  ecc.,  all'Ai  ^ 
waitc  n.  90  eco. —  I  riflaui  di  'ungere'  oSHrannopoi,  all' apparenza,  qnaldia 
particolare  contatto  col  piem.  oit  oait  imtnnie,  agg.  unto;  ma  è  facile  Tederà 
coma  ri  tratti  di  consonatila  fortuita,  poiché  la  forma  ptemonteaa  ha  l'i  ner- 
male  pel  e  di  et  a  riin^tdiiee  ii[n]cta-  (n.  !6S  dei  dial.  grìg.),  laddove  qui  rianu 
ad  oiS-=u»§-. 

*  Il  coBfronto  dei  Terbi  qui  raasegnatì  rende  mauifeeto  come  sia  b^  col- 
locato al  num.  Ili  il  verbo  che  dice  'mungere'. 

'  Qui  ancora  spetterà  certamente:  motte  ^motue  ^kvco  eco.,  motctjritd 
^OTcare;  che  presupporrebbe  "mong,  Cfr.  mogn  che  dice  'autUcio,  lordo'  tA 
bormieee  (Mt.)  e  'leggiermente  sncido'  nel  mesolcino. 

*  ^fiijari  focolare,  uum.  3,  prova  egli  parja  da  ga  {ca)  seriore,  oppure  ai 
rappicca  a  "fSirzfough  num.  53? 


;vGoo»^lc 


§  2.  Ladino  e  LombaMo.  A.  S.  Tidiio:  Valle  LevenUna.  SsS 

s.  3.—  168.  moni  (pl«Bi.  id.)  manioo,  imttumffhià  àannanfflùà,  met- 
tere il  nanìoo  eco.;  «tomi  (piem.  id.);  aalvadi  (pi«n.  talvai]. 

ItSMQ.  aàurriel  nnm.  77;  fcireifa;  tcendra;  aeùnag  cimice;-  ttwte 
torcere  (n.  177),  storiti  itorxiU;'  cfr.  n.  152.      sed  osdere. 

118.  Nello  eé-CT  {laac,  tecc,  ficcià  affittare ,  eco.)  il  ladino  coin- 
cide col  lombardo,  e  quindi  parrebbe  non  BÌ  poter  scemerà  per  qoe- 
tm  parte  l'un  elemento  dall'altro,  Nei  due  pregevoli  esemplari  fruU 
frutto  -i,  fruita  (tracta  bassolat)  trota,  ai  vede  ancora  la  fase  ast»- 
rìore,  che  pure  attualmente  ritorna  nel  poschiaTino,  nel  piemontese  eoo, 
(un  esempio  del  cont  mil.  6  riit  ratto;  dove  il  levenUneae,  come  il 
comasco,  ha  rucéd  [mooiA]  ruttare);  cfr.  §  S,  b. 

ISB.  fadia  l^fadiffki)  fatica,  pignrlziftì  fadioui  {'fadiffmta)  fadiii  pigro, 
infingardo. 
18L /bue  n.  153  (pfr.  lomb. /b«^ /bN<,  piem. /tetu  *];- voyift»  cfr.  n.  167. 
IH.  ntaa  nulla;  fott  fò  fagns. 

189.  ier  xèrat,  gelo  gelioidio,  zara  gelare,  ptc.  xarou,  dtuxari 
■gelare;  gatdru;  ìerla  sorta  di  gerla;  ofr.  n.  152. 

196.  biud  avuto,  ttorifit  -xH  n.  ldd-70,  ofr.  n.  153.  Parab.:  avut 
dwidit  tentùt  vnit. 
908.  gnolìa  v.  n.  104;  rù  'radice.  —  806.  a  eretta  a  credenza  '. 
SIA.  doni  adoperara  [2UL  "ìtaa,  itti,  ora,  adesso;  ista  h  anche 
poBchiav.  t  valma^.  e  valteUin. ,  Mt.  ,  s  por  del  vocab.  it. ,  cogli  epi- 
teti dì  'laochese'  e  dì  'lombardo']. 

SIS.  nini  flflchiare,  zufolare,  tùrat  fischio,  fischiata,  surei  zufolo; 
uu  sevo. 

23S*.  ni  venire.^  SU.  làtgar  leggiero,  iln^^srl alleggerire;  e  l'epen- 
tesi ti  riproduce  ia  doM-lmffuà  liquefarsi,  fondersi  (cfr.  n.  176  alto- 
eng.);  ma  è  eomiute  in  entrambi  gli  esemplari  pure  al  milanese.  — 
2S&.  mamerOj  ofr.  a.  21;  vair  v^jato,  violato;  Uffua  'l'-^gupljat 
aquila.  —  8M.  vewda  vedova. 

Per  chiusa  di  questo  spoglia,  additeremo  ora  alcune  conoordanse 
o  comunanze  lessicali,  richiamando,  coi  rispettivi  numeri,  le  ooni- 
spondan&e  dei  dialetti  grigìoni. 

det  *dat  di  (n.  206):  ardetla  canuta  solino  (<»lo  della  cam.),  e  nalU^ 
Parabola:  det  giand  di  ghiande,  'aonda  molto,  assai  (n.  75)  cdf* 
con  cardine,  arpione  <p.  12  n.).  fanxelia  fante,  swva  (dial.  grig. 
fanéélla).        parcurà  nel  significato  dì  'guardare,  difendere':  Dia  on 


'  Chi  fosse  tentato  di  peatare  a  'fong-io-,  coBslderi  ancora  il  -•  di  amU 
amico,  piem.  e  lomb, 

*  creta,  crgUst  credenza,  é  pur  nel  vocab.  comasco  e  nel  milanete.  Il  Che- 
rnbiai  (voo.  I  36S)  l'ha  per  'pretta  *oee  nHnania  dataci  dagli  STÌizeri  con- 
finanti'; V.  però  qui  aopra,  l'ult.  a.  a  p.  99. 


;vGoo»^lc 


S6S  Alcoli,  Sa^i  tsdini,  I. 

paremi  da...  Dio  ne  guardi  da...  [ctr,  p.  136,  a.  59).  qwtda  Toglia, 
hAmtt  (n.  210).  mvens  [a.  91  alto-«ng.)  tatwella  (p.  66  n.).  an- 
tet  capretto  d'an  anno,  jora  capretto  fero.,  *jiu  capretto  -U;  leff,  pi. 
Uff,  labbro  (cfr.  n.  3Z).      E  ancora  v.  il  C.  V,  §§  2,  3. 

Valle  di  Elenio.  Per  questo  territorio  si  è  creduto  di  avere 
magg^ior  copia  di  buon  materiale  che  in  realtà  non  si  avesse.  Del 
che  ritocchiamo  più  innanzi,  dopo  estratto  ciò  che  fa  al  caso 
nostro  dalla  Parabola,  l'unico  testo  bregno  sul  quale  si  possa 
fare  sicuro  fondamento.  E  pur  qui  principalmente  ci  varremo 
della  lezione  del'Montt  (toc  420-1),  annotando  la  varianti  che 
importino  di  quella  dello  Stalder. 

()bA[T]U  nel  parUc:  butò,  tnmtd  cominciato,  pecò,  botò,  mgra- 
sb,  nu^t  mangiato,  conaamato;  ecc.  (Stalo.:  buttòa,  ittffrassòu,  ma- 
jou,  ecc.).  Per  é^d  (cfr.  v&lmagg.  e  levent):  zuffniva  (St:  su- 
jmdra)  bisognava,  moAi'dfa  (St:  matàva)  Tiiaiigiava[no]  ;  -  campigna 
(St:  compagna  campagna);-  rébia  (St,:  rdiita);-  infin,:  fé  (St.:  fa), 
ione,  baie,  preghé  (SL  -^d).  Yeramente  non  vedesi  intatto  !n  questo 
saggio  Va  fuor  di  posit.  se  non  Anale  ne' monosillabi  :  tAa  tale,  {fa 
fare),  nà  andare,  ca  casa;  pa  padre;  àa  ha;  o  davanti  a  nasale:  fata; 
ma  por  bastano,  oomanqne  in  generale  malcerti,  i  testi  di  cut  pib  innanii 
si  tocca,  a  provare  che  la  conservazione  di  quest'a  non  sia  a  tali  casi 
limitata.  -ELLO:  hil,  anil  vedil  fircLdil  i^i.\  ontHeoo.).  'Digito-': 
dot.  Per  l'o  che  si  frango  in  posizione:  igl  poèunc  (pi.),  moiwf, 
eoiul',  voèìi$t  voius  vostro;  doèui,  moètu,  St.:  doeius  ecc.  Ma  per 
'vostro'  ha  lo  Stalder  vutt;  e  importa  ancora  citare,  per  la  ragiaoe 
ohe  dipoi  vediamo,' il  suo  u^d  in  hum  homo  (Mt.  M),  e  «du  in  cui 
oosa  -e;  a  tacere  di  quello  di  bagwd,  comune  anche  al  Monti.  Im- 
portante pare  onsugn  nessuno  (veram.:  'alcuno',  'n-so-uao,  cfr.  p.  48, 
e  piti  innanzi  gli  estratti  dai  Rabùc);  e  non  iadegno  di  nota  è  aneon 
tnil<  (St.  :  inaast)  innanzi ,  cfr.  num.  1Ì8  e  152,  Caratteristica  afi^tto 
speciale  è  poi  \}  da  j  (v.  più  sotto)  :  compatsigliòn  (St.  :  compasaglion), 
màigl  mai.  E  finalmente,  per  le  caratteri sttche  che  si  potrebber  dira 
tieinési:  -n^-N:  lontdgn;  xittadign  St,  (Mt.  -ding;  ed  entrambi  con 
ng:  pang  tang),  ugn  vng  vttgn  vwig  (St.  id.,  e  da  Mt.  si  aggiunge: 
ing  in);—  r^L;  ra  dra,  la,  della,  ma  al  maSc.  ol  (St.  id.,  ma:  m* 
tdei  il  cielo;  e  r  por  quando  il  pronome  si  riduce  unilitero:  r'Ati 
l'ha  ecc.,  nor  no-'I;  e  ancora  corù  14. 27,  colui)  dol  al,  pi.  maao.  igl 
(Sb  i),  Sigi  (St.  id.);  Bregn;  \rengwx\. 

Ora,  come  i  curiosi  delle  patrie  lettere  posson  ricordare,  Mi- 
lano ha  avuto  an"Academia  della  Valle  di  Bregno',  di  cui  fu 


;vGoo»^lc 


§  2.  Ladino  e  Lombardo.  A.  2.  Ticino;  VaDe  di  Blaoto.  SGf 

principale  ornamento  il  pittor  poeta  Giampaolo  Lomazzo  '  ;  e  a 
qnesto  valentuomo  appartengono  per  la  maggior  parte  gli  scherzi 
pabblicatisi  primamente  nel  1589  sotto  il  titolo  di  Rdbisch  dra 
Àcademiglia  dar  compà  Zauargna,  NaÒad  (abate)  dra  Vali 
^Bregn,  ed  tuoch  i  sii  fidigl  soghitt*.  L'Academia,  o  vera- 
meate  ra  Vali  de  Bregn,  si  fingeva  composta  di  vinaj  o  fac- 
chini da  vino,  originar]  di  quella  valle  e  parlanti  il  suo  dialetto. 
Né  può  negarsi  che  vi  avesse  un  fondo  g'enuino  nel  partico- 
lare idioma  che  gli  Academici  sfoggiavano;  ma  è  insieme  ma- 
nifesto che  le  caratteristiche  del  dialetto  eran  dà  loro  esage- 
rate, e  non  sempre  intese  bene,  e  io  definitamente  estese  a  voci 
lettwarie.  La  naturalezza  del  dialetto  adottivo  deve  ben  più  aver' 
sofferto  sotto  la  penna  dei  facchini  di  Elenio  che  non  soffrisse 
più  tardi  quella  di  un  diverso  dialetto  per  opera  del  facchini 
entragna  (v.  sopra);  e  pare  strano  che  di  ciò  non  si  accor- 
gesse qualche  valente  dialettologo  lombardo,  che  del  Rdbisch 
si  fidava  come  di  una  schietta  fonte  per  l' idioma  della  valle. 
Noi  all'incontro  stimeremmo  pericoloso  l'attingervi,  e  della 
nostra  cautela  cercheremo  di  rendere  breve  ragione  nella  nota 
che  qui  apponiamo  ^ 


'  'IndoettMimaAcademia  VallisBreniiBd  VerbummLaciun,  in  qua  plnrea 
TiA  dootì  flomerunt,  Priucepa  omnium  Totìa  electua  oititit'.  Akcelati,  BibU 
uripter.  mediolanetu.,  s.  Joaim.  PaoL  Lonatiub  (1538-600).  —  Cft-.  TuuBO- 
BCBi,  VII,  libr.  I,  IV,  24,  B  libr.  II,  ii,  61  ;  Badia  di  Meneghitt,  Milano  1780, 
^24,  n.;  Ch.  toc.  a.  Fachìn;  Biosd.  ff7. 

'  Ve  u*ha  poi  nna  ristampa  del  1637.  Io  cito  questa,  ma  ho  confrontato  la 
prima,  di  cu!  é  una  rìprodazione  fedele.  Eabitch  varrebbe  secondo  il  Monti: 
TemiLcolo,  ciancie,  baje.  L' intaataziona  d^i  eomponlmenti  del  Lomazzo  dice: 
I  dmers  rabise  outr  ttertarigl  (versi)  ecc. 

*  Incominciamo  per  toccare  della  parte  genuina.  Di  *oct  gi&  offerteci  dalia 
Parabola,  ritroviamo  magi  mai,  xugttarà  35,  omttgn  (alcuno  37.96,  che  on- 
ingn  nos  possa,  che  Tarano  non  si  possa,  40) ,  eus.  E  alle  valli  tìeinesi,  o  a 
dirìttnra  na'Grjgioni,  ci  portano  ancora;  chier  chiaro 43.44. 111;jMiir  pari 98, 
rairo  149,  maitura  30;  ew  volle  (vol-se)  101  ;  nolla  niente  66;  sciontciud 
giunto  87;  eoa  drvan  che  si  adoperano  4S;  seiamcia  parla;  iumdrigl  ani- 
male 100-9,  rumagl  animali  103;  «d  di  (da),  ed  altri,  a  tacer  di  s=6  a  ^,  di 
-n=-n,  ecc.  Ma  ti  fenomeno  dì  w  per  ó  in  poeiz.,  che  pure  in  qualche  esempio 
ci  era  offerto  da  una  dalle  versioni  delia  Parabola,  ba  nei  Rabiic  nna  applica- 
lione  cosi  costante  che  deve  riuscir  grandemente  sospetta:  mitrt  morto  103, 
iurt,pwc,  ci(rp,ur&,aMt  coste,  ecc.;  e  veramente  vi  à  u  quasi  ogni  -d-ita- 


^yGoOt^lc 


£68  AacoU,  Ssggt  ladini,  I. 

Lngiuo.  Veniamo  per  poco  anche  di  qaa  d^  Oneri,  tbIoi- 
dooi  imprima  del  Dizionartuccio  [ticinesé\-luganeae~italiano, 
coH  di  città  come  verso  la  Tresa  e  il  Mendrisotto,  compilato 
da  Francesco  Cbbsubihi  (ms.,  E.  S.  I.  9). 

Oltre  r-(l»-A[TlII  nel  ptcp.:  rivo  arrivato,  ziro  gelato  [e  in  un  altro 
saggio:  te  pruinò  è  brinato,  Malcantone),  sarebbero  di  qoalohe  ìid' 
portania  pel  caso  nostro:  il  frangimento  dell' ^  nella  formola  03V, 
ptxmct  {cioè  poìt)  ^wto,  allato  a  «dutaeosta,  erta  {e  morf  morto;  eix.]; 
e  l'è  di  ae  t'ceret  mia  non  d  vedi  (inf.  a'eiaraffh  veder  lama,  vederci], 
che  alla  ina  volta  ci  conduce  a  ràir,  f.  rdira,  raro,  ofr.  *Bregaglìa'  1-2 
(p.  275).  Possono  anche  notarsi  :  gtiast  (lugan.)  questo;  jùa^  tu  satolb 
{tiiùra  gonfiore;  cfr.  valverz.,  ecc.},  malégn  maligno;  e  oome  indizio 
dell'applicazione  caratterìstioa  di  -étiote  (n.  21):  tporcJtiool  facile  a 
macchiarsi. ^  Del  restante,  come  sì  conviene  a  dialetto  ticinese:  jm^k, 
xermagn,  con  cagn,  falcign,oaiì.;-  baratucia,  carent  calende, eoo.;er 
nell'articolo  d'ambo  i  generi:  or,  ro. 

Ma  una  varietà  luganese  Dotevolmente  diversa  ci  sareblx  rap- 
presentata dalla  parafrasi  della  Parabola  che  lo  Stalder  attri- 


liano.  Coil  di  fj  da  j  {p.  e.  paciglitnciglia  ^paf^jén^a;  paglit  'pqrlf ,  Pinb.: 
poU),  dvù  avenl  nel  Babiseh  una  unodats  e  artificiale  applicazione,  anebe 
all'infoori  dalla  manifeste  creazioni  letterarie,  qtuii  cono  svptrglior  29,  GUim 
Giove,  Ariglivst  Arìoato.  Qnanto  è  poi  alla  caratteriatica  dall'infinito  in  d  per 
-ère,  io  credo  che  ai  abbia  semplicemente  a  ripetere  dall'  aver  gli  Academici  con- 
fuso r  infinito  col  participio  paauTo,  stante  la  qnast  Identità  delle  due  toc!  nai 
dialetto  che  veramente  era  il  loro  (mil.  eantd  inf.,  canta  ptcp.).  Laaciando  tht 
limile  infinito  non  occorre  ned  é  naturale  che  occorra  In  alcnn  dialetto  dalli 
r^cme  in  cnl  uamo  (v.  copra,  <ValTerZB*ca',  in  nota),  la  coafiuioiie  ai  tt.  m»- 
nifeeta  dallo  stano  gergo  degli  AcademicI;  poiché  lo  stesso  Lomazzo,  che  4 
abbastanza  accorto  per  mantenere  con  qualche  coetania  rinfinito  ìa  -à  e'A 
participio  in  dd  (cfr.  -ud  -id  delle  altre  conjngazionì,  che  ai  saranno  eer- 
tamente avuti,  in  quel  tempo,  anche  nel  genuino  dialetto),  por  non  di  nàt 
si  lascia  sfa^re  la  forma  in  -d  ndla  sua  legittima  fnnzione  di  participio 
(p.  a.:  co  tiglio  deicatciò  che  io  sìa  icacciato,  accanto  a  co  tiglia  leortt- 
ffad,  04,  ecc.  ecc.),  a  tacer  dagrinfinitivi  che  gli  sfuggono  in  -d.  B  gli  altri 
auol  compagni  di  faechineria,  si  confondono  peggio  di  lui;  p.  e.  a  pag.  41:  tw 
tunri  oMtruA  non  volar  osservare,  no  possen  intra  non  possano  entrare,  ui 
Hgò  va  legato.  Olà  dissi  gergo  questo  degli  Academiei;  e  la  'Diflnicioaa  della 
Tavola',  con  la  qoala  sì  chiude  II  nqjoso  libro,  parla  più  vero  che  forse  ooo 
volesse,  quando  per  dare  la  chiave  ddla  rengua  de  Bregtt,  adopera  questo 
stile:  <...  e  per  far  questo,  pigliarai  II  TOCaboli,  ouer  parole,  primamente 
'che  finiscono  in  queste  cadenile,  cioè  in  an,  en,  in,  on,  va,  à  quali  in  quetta 
'nostra  lingua  gli  farai  all'ultimo  tu  g,  ot  tu  n';-  ecc. 


;vGoo»^lc 


S  2.  Ladiao  e  Lombardo.  A.  2.  Tùino  :  Laguio.  269 

buisce  ai  distretto  di  Lugano,  nella  parte  anteriore  intorno  al 
lago  (Toran  um  dm  see).  Qui  abbiamo  oostantemente  e  per  Va 
in  accento  fuor  di  posizione,  oltre  che  davanti  ai  nessi  il  cui 
primo  elemento  è  N  (cfr.  il  pres.  g,  lett  b,  u,  1).  Si  osserTino: 

inf.:  cerchee,  mudée,  fie,  andee,  lonee,  moitree  (e  si  eccettaa  appunto 
mvfffid  mangiare);-  ptcp.;  ostdee,  mandée,  dimandee,  comandee,  eia- 
mtt,  ttratoke, peccJi«e,  trocee,  torme,  maxsee,  ecc.;- particoUr;  pén 
[allato  a  tan);  eontreda  {-oda};  peder,  leder;  bontè;-  ma  eoa  Va  e  la 
gaminacioBa:  ftimm;  — demenda  la  domanda,  cornenda,  grend  ffrenda, 
mtnent  menando,  Mcrolend,  igènt  ghianda;  tenia  (ma  appnnto  si  socet- 
tn«no:  quand,  ttmei);  enea  anche,  letiguat  [teu  el  eengtten  torre  il 
Mngiie«  uccidere;  «en^u«n  rifiette  '«anguin»-*  come  il  logudor.  «dm- 
bene);  ma  con  Va:  manca.  In  altre  formole  di  posic.  Va  oostant»* 
mante  intatto:  juirt,  ipall,  ecc.;  e  lo  stesso  a  dell'infinito:  òa»all{l>a- 
idla),  broMCiall,  pregalll],  ratleffrati.  Noterole  finalmente  la  costante 
ortografia  cha  (casa). 

Ora  entriamo  nuovamente  nel  territorio  de'Grigioni,  per  es[do- 
rarri  quei  tre  distretti  cisalpini  che  nell'esordio  a  questo  para- 
grafo abbiamo  indicato.  E  formiamo  per  ciascuno  di  essi  un  ar- 
Ucolo  distinto. 

3.  VaiU  MuoMna. 
Non  esiste,  che  io  sappia,  alcun  saggio  a  stampa  delle  par- 
late di  questo  doppio  vallone.  Io  posseggo  un  racconto  nella  va- 
rietà del  comune  di  Mesocco,  che  è  nella  sezione  superiore  della 
valle  dello  stesso  nome,  e  più  altri  saggi  che  devon  rappresen- 
tare la  varietà  di  Roveredo  e  dei  dintorni,  cioè  di  quel  distretto 
meridionale  in  cui  la  Valle  Calanca  mette  in  Valle  Mesocco;  ve-^ 
notimi,  e  questi  e  quello,'  per  la  egregia  benevolenza  del  dottore 
Zkndkalu  di  Roveredo,  deputato  al  Gran  Consiglio  del  Can- 
tone. Terrò  distinti  gli  esempj  di  Mesocco,  pur  quando  non  pre- 
sentino alcun  carattere  speciale,  apponendo  ad  essi  un  u,;  loc- 
chè  naturalmente  non  esclude  che  possano  aversi  anche  in  altre 
parti  della  Mesolcina,  o  circondario  della  Moesa.  Il  quale  faceva, 
net  1855,  circa  6000  abitanti,  tutti  di  fede  cattolica  *. 

La  caratteristica  piii  saliente  del  dialetto  mesolcino  sta  in  un 
fenommo  morfologico,  che  vedremo  ripetersi,  con  divwsa  e  pib 


'  Kiin>,  AnUituitg  tur  geogrvpkUchen  kenntniss  dei  landet  Groufùn- 
itn  (Coìrà.  1855):  6165  ab.,  di  cui  2Z  rif.  e  6143  catt. 


;vGoo»^lc 


m  AiCoU,  Saggi  UdinE,  L 

ristretta  applicazione,  in  Val  Bregaglia;  ed  è  an  -n  Tenuto  alla 
funzione  di  esponente  plurale  del  genere  feminino.  Si  tocca  a  ano 
luogo  (III,  1}  della  probabile  sorgente  di  questo  nuovo  fattor 
grammaticale;  ma  qui  si  potrà  avvertire,  come  la  sua  appari- 
zione, appiè  del  Bernardino  e  del  Maloggia,  aegni  in  qualcbe 
modo  la  fase  estrema  della  resistenza  che  la  favella  ladina  qui 
oppone  alla  lombarda.  È  la  fase,  nella  quale  mal  più  si  r^ge 
la  sibilante  ladina  all'uscita,  e  quindi  i  numeri  del  nome  si  con- 
fondono; poichò  las  vàccas,  a  cagion  d'esempio,  si  riduce  a  la 
vacca,  o  ils  paslùrs  ad  il  postar.  Il  nome  mascolino  cosi  riu- 
sciva alle  condizioni  lombarde  {postar  sg.  e  pi.),  locchè  agevo- 
lava l'adozione  o  meglio  l'imitazione  del  plurale  lombardo  nel- 
l'articolo {i  pastiir  per  il  plurale).  Ma  la  figura  a  cui  era  ridotto 
il  plurale  ladino  nel  feminile  {la  vacca)  troppo  distava  dal  tipo 
lombardo-occidentale  (t  voce)  perchè  l'assimllazioite  potesse  cosi 
facilmente  seguire;  e  l'elemento  ladino  qui  ebbe  campo  di  dare 
un'ultima  prova  della  sua  vitalità,  riuscendo  a  crearsi  un  pro- 
prio Bpediente  grammaticale,  il  quale  ancora  dura,  per  molte 
voci,  pur  dove  ormai  prevale,  anche  in  questa  parte,  il  tipo 
lombardo  (cfr.  'Bormio'). 

Il  saggio  di  Mesocco  non  mi  oBra  alcun  esempio  dì  plurale 
feminile  che  lombardeggi;  ma  all'incontro:  la  ostrien  le  oste- 
rie, tùtten  la  stànzien  l'èren  tutten  ciènen  tutte  le  stanze  erao 
tutte  piene.  Negli  altri  saggi  son  frequenti  i  plur.  fem.  o  lom- 
bardi 0  alla  lombarda:  i  gamb,  i  cala,  i  fest,  tanti  mess  tante 
messe,  ecc.;  ma  insieme  occorre  il  tipo  indigeno,  che  forse  più 
specialmente  si  mantiene  in  voci  rusticali:  la  vàcco,  pi.  la  vàc- 
chen;  la  peira  pecora,  pi.  la  pèiren;  la  pernis,  pi.  la  perni- 
san;  mòtta  piccola  conca  per  il  latte,  pi.  mòtten;  sedei  sec- 
chiello, pi.  sedeltinen  (pi.  fem.  a  sg.  masc);  cìatlelina  scodella 
(ciotolina),  pi.  ciaitelìnen;  bòrroironoo  d'albero,  bòrren. 

Seguono  ora  le  altre  osservazioni  che  i  saggi  mesolcini  pos- 
son  suggerire. 

óu  è  per  rÀ[T]V  del  pardo,  nella  varietà  di  Mesocco,  ma  è  infra- 
quente  negli  altri  saggi,  i  quali  di  salito  danao  ó:  dtstedòu  destato, 
talltm,  ijHuAw,  viaggiòu,  specciòu,  aspettato;  ecc.-  saludò,  restò,  in- 
dormentò,  ecc.;  scamou  -viada,  scapigliato  -a.  Per  e  d&d  saremo 
pressappoco  alle  condiziooi  del  leventinese  (n.  1-3);  o  lo  distÌDzioDi  cbe 


;vGoo»^lc 


S  2.  Ladino  »  Lombardo.  A.  3.  Valle  Meaolcina.  S7t 

per  qoel  dialeita  faceioaia  si  adattiuio  perciA  anobo  ulla  aeguenti  eerie 
di  esempj:  rtvéi  arrivati  H.  (dal  qual  tipo  si  peFrerr&.a  impieffhi  ìn- 
[lìegati,  adoperaU.  kutè  lasciati;  e  pure  ìd  fanzìona  fem.  :  vtma  di 
noce  paste,  aoa  delle  passate  notti;  cfr.  èra -"aira,  aja,  allato  a 
camerèir  k,  cameriere,  che  va  in  ispecìe  paragonato  ai  paralleli  di 
Bregaglia,  n.  9);  ich^n  scagno;-  vièg;  —  gii  già  h.;  tpedè  aspet- 
tare H.,  gtratnuscià  sparusciè  sparpagliare  disperdere;-  pitxèe  sar- 
chiare, pregiteli  pregarlo  ii.;  —  caritè  «.;  mudèe  o  fa  mudida,  tra- 
slocare il  bestiame  da  una  stalla  all'altra;  —  allato  a  tta  fa  nà  ciamà 
tondu.,  andàa  manààa,  sui  alida,  ecc.  Per  l'n-é  6  forse  baoa 
esempio  cheti  piaièi  questo  piacere  h.;  e  certo  son  validi  per  ei»4t 
tàt  sete  H.,  vèider  vetro.  Par  circa  il  frangimento  dell' tt,  e  l'esito 
800,  vanno  specialmente  confrontati  i  paralleli  leventinesi  (n.  62-3,66}: 
cher  cnore,  fegh\-  i  lintiu  caldrtu  caliiu,  lenenola  caldaje  (-juole) 
calze  (-zuole);-  vei  fa  vo_glio  fare,  m^a  molla  da  oncina,  temei  to- 
[gliejrmelo,  tèe  m  soi  ehem  prendere  sulle  coma,  chél  collo,  ew  od  ér 
costa  d'nn  monte  (orlo},  ctec  (ecioc)  brillo,  cfr.  ^efriul.  emil.,ecc.;- 
dorioeng  (-Aòng)  Sùbito  Ai  n.  100  e  109  ci  riportano:  -ògiù  avnto*, 
eciène-n  piene,  che  avemmo  di  sopra.  Il  secondo  esempio,  non  ponto 
ladino,  merita  per  altro  particolare  attenzione,  per  trattarvJsi  di  ó 
inisùale  e  di  singoiar  concordanza  col  noto  fenomeno  genovese,  sici- 
liano ecc.:  '^'>pj°*pl(j)^.  Allato  alle  quali  voci  mol  essere  ancora 
addotto:  t  heteg  (cfr.  n.  lOT-S).  Una  particolar  deolìnazione  fone- 
tica riconosceremo  in  ca^à  germinare,  spantare,  che  è  forse  da  leg- 
gere easA  (e  cosà  lomb.],  e  spetterebbe  al  n.  169-70.  Al  nnm.  188 
d  conduce  all'incontro:  foiic  fungo  (cfr.  il  leventino),  dove  per  l'i 
inanzi  a  ■  va  confrontato  tmargaitc  (com.  margai)  gambo  del  grano 
torco.  Notevoli  nell'ordine  lessicale:  cmxoff  altrove,  in  qualche 
luogo  ('n-3o-[d]ove;  cfr.  p.  48);  e  per  la  particolare  concordanza  colla 
Valle  Leventina:  ver-et  aprirsi  (levenL:  ver  aprire,  ptc.  reni)  e  naa 
rnieri  andar  perduto  (lev.  tmer»<t  farsi  male  o  anche  morire  cadendo 
da  rupe  o  monte).  Del  rimanente,  le  caratt«^sticha  dei  diaL  tioinasi 
[-nda-n,  r  dal]  qui  appena  si  avvertono;  e  tnen^(me»?)  meno,  begn^ 


'  L'esempio  è  in  mia  perifraai  di  pib-che-perfetto:  l'ahgiA  viaggibu  egli 
ebbe  viaggiato,  che  intendo:  Va  bgiù  viaggiòu,  ho-svato  {=  ebbe)  viaggiato; 
cfr.  p,  e.  nel  bregagl.;  tncur  ea  Ven  gUda  rio&Aa,  quando  eaae  aono-avnte 
(~  furono)  arrivata. 

*  Nel  dialetto  di  Regolo,  comune  di  Morbegno  (ValtelIÌDa  occidentale,  a 
quindi  regione  non  gran  fatto  rimata  da  qnella  in  cui  ora  liamo);  n'wmdfc 
piumaccio,  daita  piazza,  rìiì  più,  ut.  toc.  384,  e  starebbero  come  eiemig  di 
un'intera  serie.  Ciù,  più,  anche  a  Montagna  (Valtellina  centrale),  ut.  ib.,  cni 
si  aggiungono,  dalla  rispettiva  Parabola:  eiangg  piangere,  gi6i  =  *Ì^Qt  nudo. 


;vGoo»^lc 

À 


279  AKoli,  Saggi  ladini,  I. 

bene,  possono  anche  avere  portìoolar  moUro  di  altora«ioa«.  -ni*-N 
à  ia  om  uno  (artic),  d'om  font,  am  con.  Finalmente,  una  cantte- 
TÌBtiea  epeciaie,  che  è  il  fenomeno  sporadico  di  -o  per  -a  fuori  d'ac- 
cento: miffo  tant  mica  tanto  h.;  chMa  itiU  (estate)  pauàdo  n.;  fermo 
(*femna  *lémra)  moglie  m.;  tajotro  (com.  iajótora)  cavalletta;  ttooco; 
no  {una  h.)  nna,  nella  funzione  d'articolo,  e  quindi  voce  proclitica. 
Cfr.  aA  mod.  provenx.  la  compagno,  onmbro,  ounglo,  oca, 

i.  Val  BregagUa. 

La  Val  BragBgtìa ,  che  6  propriameiite  la  Talle  della  Mera 
(Maira)  dalle  aorgent!  in  sino  alla  frontiera  italiana  i,  ai  apre 
non  solo,  ma  al  continua,  come  il  suo  fiume.  Terso  l'Italia;  e 
all'altra  estremiti  comunica  assai  facilmente,  pel  passo  del  Ma- 
loggia^  eoa  l'Engadina.  Era  il  terreno  in  cui  l'elemento  ladino 
e  il  lombardo  come  si  scontravano  con  maggior  facilità  cosi  si 
reggevano  con  minore  sproporzione  di  forze;  e  la  vittoria  può 
oggi  ancora  parer  dubbia.  Onde  viene  l'apparente  contraddi- 
EÌope  fra  la  generale  sentenza  che  fa  della  Bregaglia  una  ddle 
valli  italiane  de'Grìgionì,  e 4' affermazione  di  qualche  dotto  en- 
gadinese  che  ne  farebbe,  in  sino  alla  Porta,  limite  di  oui  più 
innanzi  si  ritocca,  nna  dipendensa  dialettale  dell'Alta-Engadina; 
affermazione  che  mal  si  pnò  dire  presuntuosa,  chi  in  iapecie  badi 
alla  sola  parte  lessicale  della  varietà  sovra-portana.  Dalle  quali 
condizioni  risaltava  del  resto  un  tal  divario  glottologico  fra  que- 
sta valle  e  le  altre  dì  cui  si  tocca  nel  presente  paragrafo,  da 
renderci  veramente  perplessi  circa  il  posto  più  opportuno  che 
nel  nostro  ordinamento  doveva  spettarle. 

Distinguonsi ,  come  già  accennammo,  due  principali  varìeti 
nella  parlata  di  questa  valle.  'Il  punto  di  separazione  à  la  Porta, 
'sopra  il  piccolo  villaggio  di  Premonterò,  ed  era  una  specie  di 
'forte,  di  cui  ancora  si  vedono  le  rovine,  nel  quale  la  strada 


'  n  territorio  ginriadizionale  della  Bregaglia  u  ettende  varamanta,  par  n 
l^cciol  tratto,  nella  ragiona  dell'lDo,  per  guisa  che  il  lago  di  Sila  (Haloggii) 
cada  per  circa  ima  meta  alla  Bregaglia  e  per  l'altra  airBogadìoa  (Lkcbnb, 
Hadkizio).  U  confine  dìalattolt^co  che  ho  riportato  ralla  mia  Carta,  meglio 
si  coDTerrebba  con  la  condiiiant  fieiclie.  Daiino  ai  sei  comuni  bregaglioti  ui 
popolatione  complesKiva  di  circa  1600  abitanti;  cfr.  p.  162,  n.  3. 

*  Hoi  foraatierì  aiamo  ormai  abitnatl  a  quanto  maacolino;  ma  vedo  che  gli 
ÌJidigttu  dicano,  a  certo  con  miglior  conaiglio,  la  Malaga. 


;vC00»^lc 


8  2.  Ladino  a  Lombardo.  A.  4.  Val  Br^aglb.  ZT3 

's'introdoceTa  per  an  portone  (MAcaizio)';  ond«  la  app^azioni 
di  Soora-Porta  al  territorio  chs  va  dal  Maloggìa  ia  sino  a  que- 
sto panto,  e  di  Sotto-Porta  a  quello  che  di  l&  rimane  in  sino 
alla  frontiera  italiana.  La  varietà  di  Sotto-Porta  più  si  risenta, 
com'è  naturale,  dell'influsso  Lombardo;  non  tanto  però,  quanto 
per  avventura  aspetteremmo.  Ma  converrebbe  poter  confrontare 
le  varietà  di  Chiavenna  e  di  Val  S.  Giacomo,  locchò  per  ora 
non  ci  è  dato.  Intanto  si  consideri  questo  stesso  paragrafo,  aotto 
la  lett  B,  II,  I. 

Alla  sezione  inferiore  appartien  la  versione  della  Parabola  che 
si  trova  nel  libro  dello  Stalder;  laddove  spettano  al  vernacolo 
di  Sovra-Porta  i  saggi  poetici  di  Ttmiaso  Maurizio,  che  il  Lb- 
cHNEB  ha  inserito  nel  suo  opuscolo  sulla  Valla  Bregaglia*.  Ha 
questi  aussidj,  i  soli  di  qualche  momento  che  in  sino  ad  ora  gli 
stadiosi  avessero  a  mano,  divennero  per  me  quasi  superflui,  marce 
la  gentilezza  insuperabile  del  professore  Giovannandhbà  Mad- 
Rizio,  di  Vicosoprano.  Il  quale  si  è  compiaciuto  di  secondare  le 
mie  indagini  con  tanta  perizia,  con  tanta  abondanza  e  con  tanta 
prontezza,  che  io  davvero  non  so  come  rendergli  tutte  le  lodi 
e  le  grazie  che  gli  debbo.  Intanto  mi  stodierò,  per  quanto  il 
tempo  e  lo  spazio  il  consentano,  di  mettere  a  profitto,  e  in  qufr< 
'  sto  capo  e  ne' seguenti,  il  prezioso  materiale  onde  io  mi  trovo  per 
sua  bontà  fornito.  Dal  quale  dipendono,  quasi  esclusivamente, 
le  annotazioni  fonetiche  a  cui  ora  passeremo,  dando  nel  testo 
gli  esemplari  di  Sovra-Porta  (Vicosoprano  >),  e  in  nota  quelli 
che  spettano  alla  varietà  di  Sotto  '. 

Uà  prima  di  venire  ai  ragguagli  fonologici,  gioverà  mostrare 
come  funzioni  nella  Bregaglia  quel  nuovo  fattor  grammaticale 


<  Dm  thal  Bergtll  {Brigaglia)  in  Qraubùnden...  von  Enut  LiCHNm; 
Lipùa,  1865. 

'  Tra  Vicosoprano  e  gli  altri  villaggi  di  Sovra-Porta,  la  HBsteaia  wKrà>- 
ber  minìm»,  tolte  quelle  di  cui  li  tocca  ai  quid.  4  e  144  (cfr.  n.  192). 

'  La  orb^rafia  dal  Maurizio  é  geDoralmante  eoa)  perspicua,  che  io  posso,  con 
■officiente  sicurezza,  adattare  alla  nostra  flormale  traacrÌEÌone  gli  wempj  che 
da  Ini  Tengo  prendendo.  Se  qualche  dubbia  mi  resta  circa  i  saggi  di  Sotto- 
porla, dai  quali  egli  non  à  l'autore,  aggiungo  tra  parentesi  la  ortografia  ori- 
ginale. —  Negli  esemplari  dì  Sotto-Porta,  distinguo  per  b.  b.  c.  le  sotto-Tarietfr 
di  Boiido,  Soglio,  e  Castasegna.  Qualche  saggio  di  Soglio  devo  anche  al  signor 
Qandansio  OioTitfOLi  di  coli. 

Arehiiio  elottol.  lui.,  I.  W 


;vGoo»^lc 


ZJi  Ascoli,  Saggi  Udim,  I. 

che  già  fa  considarato  nella  Miaolcina,  e  forma,  nell'ordine glot- 
tico,  corno  una  connessione  fra  questi  due  territori,  la  quale  ag- 
giungendosi alle  ragioni  topografiche,  valse  a  risolverci  per  h 
disposizione  che  abbiamo  adottato.  L'esponente  di  plorai  femi- 
nile,  a  cui  alludiamo,  qui  non  si  vede  facilmente  nel  sostantÌTo; 
poiché  il  Jn-egaglioto  non  suol  fornirne  se  non  il  primo  oppur 
l'unico  termine  della  data  espressione  feminile;  e  quindi  ne  for- 
nisce costantemente  T articolo  (che  alla  sua  volta  ne  mancanti 
misolcino),  il  pronome  dimostrativo  *,  e  l'aggettivo  che  non  sia 
da  articolo  preceduto.  Si  osservino:  lan  rosa  le  rose,  lan  ani- 
ma; lan  buh'amiga;  quisian  tnuntagna;  ca  van  cuti  qvellm; 
altran  auetta  altre  piccole  acque;  ìntnan  amiga;  tantan  o/fni 
erba  (ma  con  la  nota  in  entrambi  gli  aggettivi  :  da  tantan  bel- 
lan  forma;  e  diversan  bellan  'casa  nùiva  diverse  belle  ca« 
nuove);  finalmente:  erlmn  verda,  /ian  mia!  figlie  mie!  Seniì 
-n:  du  mia  due  miglia,  il  numerale  rendendolo  superfluo.  Ub 
esempio  di  Bondo:  in  lan  cattìvan  cumpagnia,  avrebbe  all'in- 
contro un  -n  esuberante;  e  la  nota  non  sarebbe  al  suo  posto  ordi- 
nario in  un  verso:  Sói,  cun  la  si  helan  fiia,  Sty  (Soglio),  con  Ifl 
sue  belle  figliuole.  Ma  ne'modi  seguenti:  in  tutt  lan  manàra, 
da  tùtt  lan  banda,  a  tii'g  i  fiumi  e  tutt  lan  aita,  non  v'iia 
eccezione,  trattandosi  di  'tutto'  in  condizione  indeclinabile,  come 
p.  e.  si  rivedrebbe  nel  soprasilv.:  tutt  ils  umens  e  tutt  las  fem- 
mas;  cfr.  IV,  b.  Si  aggiunge  per  la  Bregagtia  la  creazione  ani-  '■ 
logica  del  plur.  fem.  leir  esse,  loro  (e:  lér),  il  quale  sta  al  1 
sing.  lÉ  lei  (cfr.  n.  22)  cosi  a  un  di  presso  come  lur  essi,  laro,  ' 
al  8g.  lu^.  .      j 

Sovra-Porta.—  1-3.  Siamo  quasi  alle  condizioni  alto-engadinc' 
tperàr,  òadantàr  (trastullare),  cj'artcar. (parlare) ,  ecc.  eoe;  mar;  t&l,  ■ 
mài,  tampuràl,  scàia,  prmoipàla;  ràoa  rapa;  nàs,  asan  dsna;  fràr-< 
ros^a  rugiada,  tlàl  la  state,  la  paga,  lag.  Ma  abbiamo  -à-=-ATE  | 


Sotto-Porta,  —  1-2.  B,  :  inf.  sW,  curi  ecc.;  partic.  canté,  elamé,  majéece;  , 
ma  le  2.  imperai,  pi.:  purtd,  mat^\-  gurnéda;  i  per  gli  pare;  eampen'-t- 
•martell;  mésna  macina;  indar!  ladri!  S.:  inf.  and§,  turnè,  ries,  guari;, 
manghf,  mnsùrn,  fiafij';  P^rtìc.  cumands^  queilé  quagliato;-  giù  chgs  qo*i 

'  Nel  personale  di  terza,  lan  sarebbe  limitato  alla  fiuiEioQa  oggetUn. 
*  Anche  nel  barmiese  ti  lui  Io  itesoo  fenomeno;  p.  e.  de-par-lerr  di-per- 
-loTO  (fem.). 


;vGoo»^lc 


g  ?.  Lsdiao  e  Lombardo.  A.  4.  Val  Bregsglifu  S7S 

in  itUà  LscHN.  92. 91,  nella  sec  pers.  ìmperat.  pi.  :  rallegra  'v  ralle- 
grateTÌ  Lbobh.  90,  sperd  sperate!,  ed  -à«-ATU  nel  participio:  sper^ 
sperato,  manda,  ecc.;  pi.  i  j/o  nomina  ì  gi&  nominati,  t  tecul  patsd, 
e  cosi:  inpràin  prati.  Nella  quale  uscita  del  participio,  mal  potremo 
per  conseguenza  vedere  una  riduzione  di  *-du  (cfr.  n.  68) ,  cioè  della 
fase  soprasilvana,  a  cui  succeda  l'-ó  alto-engadino,  tanto  pìb  che  fra 
i  nomi  di  tenute  ci  occorre  Pian  Li,  piano  largo,  lato;  ma  d'altronde 
iacontreremmo  piU  d'una  difficoltà  pur  volendo  attribuirla  ad  influsso 
lombardo;  ed  d  singolare  in  ogni  modo  che  appunto  la  Bregaglia  venga 
ad  interrompere  quell'armonia  che  regna  nel  riflesso  di  -ATU  fra  i 
dialetti  della  serie  che  ora  stiamo  rassegnando  (cfr.  il  n.  196-7  basso- 
engad.).  —  Un  esemplare  assai  notevole  che  ho  sentito  io  stesso  in 
Vicosoprano,  è  clair  chiaro.  È  figura  che  già  adducemmo  per  chiarire 
un'apparente  eccesione  baaso-engadioa  (p.  227),  ed  implica  un  feno-^ 
meno  morfologico,  del  quale,  se  io  non  erro,  non  fu  ancora  misurata 
l'intiera  estensione.  Come  v'hanno  cioè  dei  sostantivi  in  *-ar  *~<iri 
cba  assumono  l'-io  ascitizio,  p.  e.  •focolar-iò  (it.  fbcolajo;  cfr.  in  nota 
il  riSesso  di  *altar-Ìo),  loccbè  meglio  sì  definisce  col  dir  che  passino 
all'analogia  delle  infinite  fonnazioni  in  *-ario;  cosi,  tra  gli  aggettivi 
cbe  assumono  questo  medesima  elemento  ascitizio,  gli  esemplari  piti 
diffusi,  a  quindi  pib  antichi,  saranno  del  tipo  in  *-aro,  che  appunto 
cedevano  a  quella  stessa  analogìa.  Si  tratta  in  ispecie  di  *olar-io  e 
'rar-io;  onde  il  bregagl.  cldir,  secondo  l'esatta  norma  del  num.  9,  e 
il  frc.  clair  (cfr.  paire),  e  i  piem.  cidir  rdir  (cfr.  piem.  dira  aja],  e  il 
comasco  rairt,  diradare.  Qualche  varietà  lombarda  deve  ancora  man- 
tenere intatto  l'-i'o;  poiclià  in  un  saggio  rustico,  di  Busto  Arsisìo, 
mi  sTvien  di  leggere:  E  sa  Vhe  voeun  da  parto,  Faghan  tweima  da 
àon,  oh  le  da  rario  (se  6  uno  de'nostri  pari,  fargliene  una  di  buona 
A  cosa  rara).  E  poiché  son  condotto  a  toccar  di  queste  serie,  mi  per- 
metterò ancora  di  notare  che  la  ragion  morfologica  di  pa(rJjo  risulta 
affatto  diversa  da  quella  di  focola[r]jo  rario  ecc.  La  forma  'pa[r]jo'  che 
l'italiano  ha  comune  con  altri  dialetti  romanzi  (cfr.  n.  9) ,  non  Ò  la  pib 
genuina;   e  primamente  deve  essersi  detto  'piga'  anche  per  na  p^o 
solo.  La  ragione  del  significato  di  <p{^o'  sta  appunto  nel  plur.  neutro 
paria  (sant  parìa,  formano  un  pajo);  e  porta  à  sempre  regolarmente 
continnato  dal  sìng.  piem. paira,  frc.j)atre  (BoKairrlII^  277),  mìLpera. 

tati.  In  attgir,  altare,  abbiamo  il  parallebdi  *focolar-io,  venez. /b^oMr  ecc., 
T.  (Opra,  e  cfr.  bralchsir  (bruccàir)  caldarroste  (valTerz.  brasch  e  nel  dìal. 
di  Albosaggia  in  VoltelliacL:  braschér,  ut.;  bonn.  brascbelr),  e  quindi  un 
esemplare  pel  D.  fi.  C.  :  fnf.  monde,  paste  peatare;-  crSdéda  cascata,  vedi 
pag.  59,  saccaMtdda  seccata. 


;vGoo»^lc 


276  Aaeoli,  S^gi  ladini,  I. 

i.  Colla  norma  alto-engadJnai^o  (o^a);  chilo  e  lo  CLuae  1&,  eoqua;   ' 
ma  80I0  a  Vicosopraso. 

6.  6.  pan  ecc.  t.  n,  144.  Ma  ié\  dittongo  prigione  è  probabUa  trac- 
cia in  pluna  pialla,  plvn&r  piallare;  cfr.  g  3  b,  11,  I. 

8  ecc.  part,  vali,  agn  alnus  t.  pag.  13;  ma  cattegna  {comune  del 
TOito  anche  al  milanese  e  al  bergamasco)  ba  legittimameate  il  tipo  di 
Sotto-Porta,  cioè  di  quella  sezione  della  ralla  in  cui  allignali  casta- 
gno. —  Del  rimanente,  nessuna  traccia  delle  alterazioni  ladine  per 
le  diverse  formole  di  a  in  posizione:  aitar  altro,  caid,  camp,  grdnàa. 
Ma  Botla  mia  domanda  se  cdvd  fosse  estraneo  al  br^aglioto,  mi  fu 
risposto  in  Vicosoprano  che  'anUcamente'  sì  dioeva. 

&■  Il  riflesso  di  'area'  (^a)  sarà  in  Aira  da  la  Patta,  nome  di  udì 
tenuta;  ed  è  fase  fonetica  che  i  dialetti  grigioni  ed  i  lombardi  hanno 
oltrepassata,  ma  ha  ancora  1  suoi  riflessi  in  altre  parti  dell' anfi-iona 
cisalpina.  Si  riproduce,  per  questa  varietà,  in/'orat'r'ferrario,  ealjrair, 
pradair  (segatore);  ltif-certiair;~  ciretair,  perair,  castegnair  ecc;- 
ganair,  favrair;-  pajar  {"pàir  'pano,  p^o,  v.  num.  1-3,  8  cfr.  n.87). 

19.21.  Il  dittongo  di  questi  numeri,  e  quindi  pur  dei  numeri  32  e  40, 
si  mantiene,  por  l'entità  fonetica,  nella  fase  soprasilvana;  e  poiché 
dinanzi  a  n  non  appare  schiuso,  riusciamo  alla  condizione  del  pie- 
montese. Ecco  la  serie:  [fen],  ren,  cena,  cadeha;  [ajoeir,  taSeir,  av- 
àeir  (ofr.  n.  105),  vuleir,  valeir,  temeir,  plateir;  laoeir;  tara,  ]»*- 
maveira,  itila,  leida;  plaseivlan  cascàdetta  piacevoli  oascatelle;-  cri 
erede;  tre. 

S2.  BJtroviamo  Vei  engadinese  (e  cosi  coincidono  nel  bregagUoto 
le  continuazioni  di  ^ e  di  «ecc.;  v.  Unum,  che  precede):  mail,  tultif 
il  soUieTO,  nei/' nepos,  leivra,  preida  *peidra.  Cui  si  aggiungono,  p«r 
{speciale  sviluppo  {é  engad.,  ei  bregagl.;  cfr.  p.  170]:  èir  jeri,  dot 

5-6.  B.:MnrRen;8.:pfn,  c?t$n;C.:'n«n,pbnpiaiiodicaaa;cfr.  §SB,n,l' 

8  ecc.  Qui  BÌomo  alla  più  spiccata  caratterìatica  di  Sotto-Porta;  e  to'i- 
^  mente  gioTerebbe  distingiiare  tre  dÌTene  nerie:  AN  +  com.,  di  cui  si  rìtocei 
nel  luogo  nllimamaiite  citato;  AL-t-cotM.;  \R-t-com. —  B.:  pert,  gveria; 
filar  altra,  felé  (felc)  falce;  enea  anc(oni),  brenea  abbranca;-  ma:  un  tolti 
brace.  S.:  trbiti  eaetagno  ('albero'  per  eccellenia);  gltra,  chsld;  tfnt,  gt 
ehgnt,  pianta,  fmtgia  fanciulla,  uifitx,  bttne;  ma:  corr,  bai,  grand,  lai* 
iaecia.  C  casttgita,  utsintnca  (grig.:  viinatmca  eco.)  TÌUaggio;  trota  anìm» 
(della  castagna);  ecc.,  ma:  bratca  bragia;  i>ann,  ^  p.  13. 

9.  B.:  qui  apetta  probabilmente  l'idra  che  piti  Tolte  a'iucontra  nei  «oì 
territoriali  {L'Era,  L'Era  d'Sttra,  Era  vedarì);  oltre  ^anvr  a  jw.-  C:  /b- 
fflm-  focoli^o,  cfr.  8.  1-2. 

19-21.  B.  evé,  pudé,  e  'ode  a  vedere.  8>:  pUna,  chedena;  afde  vedert,  taro. 


;vGoo»^lc 


§  2.  Ladino  «  Lombardo.  A.  4.  Val  BregagUa.  277 

dieci;-  ceti  nnin.  67,  t.  p.  188;-  e  anche  sei*  sei,  benchd  ai  tratti  di 
antica  posizione;  cfr.  il  n.  30  alto-eogad. 

21.  je  (sottop.  ffe].  Nel  vocabolario  è  dio.  Iddio;  ma  in  un'canto:  in 
man  da  dia,  a  fra  le  interjezioni  o  dia  dia, 

87.  Con  Tei,  all' engadin.:  teista,taveist,lantempeitta,reÌttilnsio, 

38.  t  nerf. 

82.  meta,  Vaìeit,  fì-'anteim;  teii  steit. 

SS.  [priim].'  81.  freid. 

99-tìt,  peir,  neir,  neif,  rieeivar  rìceif,  peivar,  beivar;~  dent  dito, 
V.  p.  175  n.  2. 

41  occ.  quist,  pi.  qttistii-  qttel,  pi.  quii^  cavei;  ent;  vdn^af  via- 
cere;  ureita;-  Smistar. 

M.  amur,  flw,  cantuh,  praSuh;  sassiu  sassoso;  vuì;  ecc. 

60.  sòr,  cor,  laSra  n.  132.-  61,  pwi;  bun,  truh. 

52-S.  Caratteristico  ò  l'i  che  sempro  si  aggiunge  al  franamento 
dell'ò  nella  fOrmola  OV:  bòif,  nOiv  nove  (aottop.  nOo),  «Oi^  nuovo, 
fium^/'Bargoauovo:-  plòioa,  plOivar  pìOif;-  ùif.  Appare  l'i  anche 
in  Mùira  snocera,  ma  qui  ha,  molto  probabilmente,  ana  ragione  eti- 
mologica, V.  p.  80  B.,  e  'Bormio'.  Per  l'antica  formola  OR  non  ver- 
rebbe a  questo  nnmero  se  non  mGr  io  muojo  [cfr.  lomb.  mòri).  Bel 
resto:  viòla,  fazòl,  i  lvu6l,  i  fìiist;  fSff,  l6g.  E  ancora  si  vegga  il 
Bum,  166. 

64.56.  Diventa  raro  \'o  che  si  franga  in  posizione.  AU'infaori  de- 
gli esempj  palatili:  VnH  iOil,je  vOi  voglio  (Lecbn.  94 :  dOa  fSa,  do- 
glia ecc.),  non  ho  se  non  nO^  notte,  che  è  appunto  di  una  categoria 
iu  eoi  il  pretto  ladino  de'Origioni  non  rompe.  Del  rimanente:  art, 
ttort  ptc,  corp,  poro,  morz  (ptc.  di  mòrdar);  don. 

68.  frwnt;  dpna. 

68.  fin,  §&daS  giudice,  /%m,  plunflra,  ecc. 

«1.  mu,  S.'  Cru»,  itidìta  induva,  ecc. 

64.  tarm  autunno;  correr,  ptc,  cprx;-  ^anpi7,  ffpita  ago  (^pi'IatV  ago- 
rajo), plQil  n.  230;  pQÌn  pugno;-  cpn  cuneo.-  Cfr.  n.  166. 

67.  V.  22.-  68.  fó>*;  ma  prevale  la  riduzione  5=au{T.  ilbaaao-eng.e 
l'append.):  pàc,  pàc  beh,  eata  (aavef  casa  ch'ò  success?);  roba;  soma 


27.  S.:  festa;-  beSS  {bwjc  d'ogni  sort);  cfr.  p.  55  e  172  n. 

60-66.  B.:  cor;-  nSta  ogg.,  fSc,  ecc.;-  i  ò7;  ttoéé.  S-  darebbe  To'  con 
■ingoiar  panìmonia:  bò'f,  mdd,  allato  a  cai,  loCffSe,  i  oil.  I  due  ultimi  esem];! 
occorrono  ripetutamente,  e  quindi  pi^n  certi;  e  foc  alla  «aa  volta  asBicnra 
loe.  Ma  l'o  all'incontro  nella  formola  OCT;  Ugg  cSgg  nSgg. 

68.  B.:  raspìUf  rìepoato.-  9.  ftrunt. 

<8.  B.:  roba;  «mo  =  «fà[u]ma;-  S.i poe,  un  pò.-  98.  C:  m. 


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278  AwoU,  Saggi  ladini,  I. 

(covai  da  tama,  cfr.  soprslv.  lauma  ecc.  8p.  Car.,  e  p.  235  n.  5).- 

E  V.  ancora  il  n.  93. 

72.  Notevole  l'è-  par  a-  f.  d'acc.  in  eoant  ed  elégar.  É  anche  in 
evèrta,  ma  potrebbe  dipendervi  dall'ii  =  a  della  forme  coli' accento 
sulla  prima. 

87-  al  bap  lénar  il  nonno;  méiar  melior. 

98-  palxfir  posare,  ulceinocelli;  cfr.  ilsottoBÌlT.,rapp.,  'Posch.', ecc. 

100.109.  gH  avuto;  abbia  agga. 

106.  je  vezs. 

Hi  ecc.  Costante  il  carattere  ladino:  pian,  pianta,  plaaeir,  plotnb; 
flàma,  flnr;  Clavena  Chiaveuna,  clama;  glacé.  Nella  stessa  conti- 
nnazione  di  'plus'  ancora  suol  mantenersi  il  l  (cfr.  p.  214-5  ian.), 
quando  non  trattisi  della  fnnuione  di  mero  esponente  di  comparativo; 
quindi:  pù  cotnfin,  pù  alta,  p&toat,  pu  in  »ù;  ma:  nu  san  ve  più  noi 
ee  ne  vede  piti,  conserva  al  pia,  pel  più  per  lo  piti,  pù  vif  e'I  tur 
meia  da  pia  pitt  vivo  e  somiglia  di  pili;  la  più  part  »  la  p&  pari. 

119.  vàL 

181.  ùs'  if  a  da  iandunàr  ora  vi  ho  ecc. 

182.  la~6ra,  dadSra. 

Ì87.  Oltre  il  plurale  del  nome,  ha  affatto  perduto  il  ->  pur  la  se- 
conda persona  singolare:  tu  e  sei,  tu  o  hai;  tu  spera,  tem,  sent;  e 
nella  costrazione  interrogativa:  conosa-t  tu  (Lbohnkb,  88.  90).  Ut 
escono  in  s  la  seconde  plurali,  da  quella  del  pres.  indie,  in  faon: 
u  eros,  fùtas,  voi  eravate,  foste,  ecc.;  circa  la  quale  uscita  dobbiam 
però  rimandare  a  p.  201-2  in  n.  e  al  C.  Ili,  g  3. 

IH.  mossàr  (sottop.  mostre);  noss,  voss. 

IM.  'L'enne,  scrive  il  Maurizio,  ba  sovente  nel  dialetto  della  valla 
'superiore,  particolarmente  di  Vicosopraub ,  un  snono  nasale,  amai- 
'gama  di  r^  o  gn,  come  nel  dialetto  piemontese  o  torinese*.  Si  era- 
fronti  il  C-  II,  §  1;  e  intanto  si  osservino:  funtana  (altri  quattro  ptesi 
di  Sovraporta:  fimtana),  sadmaha;  san,  mah,  cah ,  paisahj  feh;  mar 
tcun;-  ma:  spin,  pin,  cfr.  p.  156  a  224. 

116.  drombàr  numerare,  cfr.  in  ispeoie  il  soprasass.  (p.  141). 

72.  dntl  Parab.  St. 

114  ecc.  B.:  piatta,  elama,  eler;  pù  ^ùoan,  pu  itK.  —  %.:  pltSer,  bh- 
slemma. —  C:  pie»  v.  nnm.  'ó-Q,  fiamma;-  per  ea  nu  ìloppan  (ictikippiii) 
per  che  non  iscoppiioo,  reSla  (reachla)  *raatla  rastrella. 

110.  B.;  vel. —  S,:  una  stalla  vela,  lan  vela  le  vecchie. 

1S9.  S.:  rec^rwi. 

181.  S.:  if  (Uff  li  dico;  afdm  veduto,  tfdeva. 

Ul.  C:  noss. 


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g  2.  Ladino  e  Lombardo.  A.  4.  Val  Bregaglia.  £79 

UC-  Qq)  pure,  coUa  solita  distiozione;  mattar  [mangher)  mangiare 
delI'aoDio,  maiàr  divorarai  mangiare  delle  Restie  (cfr,  'Livigao'  ìq  n.]. 
153.  Siamo  al  Upo  lombardo;  on'g  (cfr.  Tagg.  mil.  onó). 
100-fi.  lSl-4.  La  palatina  ai  fa  ben  rara  nella  formola  CA;  e  anii  il 
continuatore  gutturale,  a  formola  interna,  altrettanto  fermo  di  quello 
clia  sia  in  favella  lombarda,  appare  eziandio  nella  continuazione  di 
'manducare',  che  6  per  questa  regione  fenomeno  assai  degno  di  nota. 
Si  osserrino:  Mwra,  b(S?a;  lem  mi  'ààra  le  mìe  care,  o  ì;e>  interjezl 
di  deaìderìo,  quel  pali  'éer  (cer)  Lechn.  90,  allato  alle  rispettive  forme 
di  Sottoporta;  e  poscia:  cald,  cantar,  cavai,  capei;  tcavdr;  vacca, 
rùxa\  aa  datmancàf  dimenticarsi;  sagàr  ratgàr,  pragàr,  bargàr  gua- 
dare (varcare),  mang&r  (r^her)  mangiare;  manga  manica,  lùganga; 
furmiga.  Così  nella  formola  GA:  fraga  fragola,  lega.  E  pure  nei  nomi 
locali  appar  la  gutturale  con  notevole  costanza:  Ca-d-l&g  Capolago, 
Lan  Baielgheta  Le  Chiesuole,  ecc.  AL  che  fa  contrasto  il  numero  che 
ora  segue. 

169.  La  palatina  promossa  daU'fì  nelle  formole  CU  CO,  riappare  non 
solo,  ma  anzi  si  estende  a  casi  peculiari.  Abbiamo:  sagùra  sicura- 
mente, TSùna  (ifunna  engad.)  cuna,  'cùnàda  cognata  (cfr.  per  la  genesi 
dell'fi  le  forme  grig.  al  n.  192);  in'cd  (aottop.  inefl)  oggi,  "inc-ae,  cfr. 
la  prima  nota  a  p.  181;  ^Ort  corto,  che  presuppone  "cfiert,  cfr.  p.  187. 

Wl\  tantgi  pricual  Leghn.  88. 

178.  Siamo  costantemente  al  prodotto  palatino:  te'c  il  latto  ecc.,  e 
qui  possoa  coincidere,  come  gin  notammo,  lombardo  e  ladino  (cfr.  in 
iapecie  l'attiguo  dial.  di  Sopraaasso,  p.  144).  Ha  à  caratteristico  il 
prodotto  palatino  di  O'c  otto,  'aitar  {'o'óùar]  ottobre. 

177.  ouo.     V9.  'éi  chi,  par-'éé.     188.  ffn'g. 

19S.  Uh  (col  »  non  punto  limitato  a  Vicosoprano,  cfr.  n.  144)  lena  ;- 
ppm  pugno. 

199.  -TL  vm'ó-a-dQi  venUdae,  cfr.  p.  68  d,;  e  si  aggiungono,  quasi  . 
alla  lombarda  (cfr.  g  3,  b,  s.  questo  num.):  tanfii  tanti,  tùg  tutti. 

206.  rieiva  rideva. 

20».  bicr  bicra  avv.  molto  (agg.:  da  bièran  centinera  d'ann,  Lk- 
CHN.  88). 

aa.  stil,  cfr.  p.  129  (Boprasass.).  280.  pl^il,  cfr.  p.  110.  285.  sa- 
voirar,  cfr.  p.  22-1. 

IW-ó.  Qui  ditenta  carattariatiea  l'asMlnta  mancanza  della  palatina.  B.:  che~ 
ta,  chera  geitt;  8.:  chgnra  chsta.,  oea\-  manghi. 
16«.  Jl.:  «cura. 

170.  C.  vaSitunca  v.  num.  8;  maSaré  macwara. 

179.  B.  :  chi. 


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£80  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

5.  Vai  roscMavo. 

Quanto  è  pifi  arduo  il  passo  del  Bernina  ohe  non  sìa  qadlo 
d^  Maloggia,  e  tanto  è  meno  abondante  la  vena  ladina  in  Val 
Poschiavo  che  non  sia  in  Valle  Bregaglia.  Anche  il  lessico  ii 
Poschiavo  conta  di  certo  un  numero  assai  rilevante  di  voci  la- 
dine, e  l'elemento  ladino  tì  traluce  qua  e  colà,  in  modo  affatto 
indubbio,  pur  nella  tempra  fonetica;  ma  di  qualche  caratteri- 
stica si  può  tenere  che  ladino  ed  antico  lombardo  vi  coincides- 
sero quando  in  questo  territorìo  s'incontrarono  (n.  114  e  seg.), 
e  in  tal  altra  rinveniamo  intatta  un'antica  fase,  che  piattoato 
si  dorrà  dire  lombarda  che  non  ladina  ^n.  172)  *. 

Di  questo  dialetto  non  poterono  gli  studiosi  assaggiare,  in  sino 
ad  ora,  se  non  la  Parabola  che  sta  nel  vocabolario  del  MoDti 
(p.  414-15)  e  le  voci  che  son  disseminate  nel  vocabolario  stesso. 
Agl'indigeni  queste  non  pajon  sempre  o  genuine  o  sicure;  ma 
la  esattezza  del  Monti  non  si  può  facilmente  rìvocare  io  dubbio; 
e  le  voci  sospettate,  o  saranno  state  prossime  a  spegnersi  quando 
il  Monti  le  raccoglieva,  o  spetteranno,  sebbene  appaja  ch'ali 
esclusivamente  consideri  il  capo-luogo,  a  qualche  men  nota  va- 
rietà della  valle.  Qu^le  tra  le  voci  poschiavlne  addotte  dal  dia- 
lettologo lombardo,  che  mi  son  parse  meglio  adatte  alla  nostra 
indagine,  ho  io  cercato  di  radunare  e  riportare  qui  in  nota,  ai 
rispettivi  luoghi.  Ma  nel  testo  non  adduco  se  non  parole  che 
io  medesimo  ho  raccolto  dalla  viva  Toce  del  rev.  sign.  Camillo 
Mbhootti,  nativo  di  Poschiavo,  chierico  del  seminario  teologico 
di  Milano,  o  dai  saggi  che  mi  sodo  pervenuti  per  la  gentilezia 
del  rev.  sig.  L  Schuidheini,  pastore  evangelico  in  quella  terra  <■ 
I  quali  due  valentuomini  rappresentano  le  due  confessioni  reLi- 


'  'Po(chi&To,  dica  il  Monti  (toc.  zxu),  grosaa  terra  dei  Orìgioiu,  parane 
tarzi  nella  diocaai  comasca^  parla  in  generalo  corno  a  Tirano  (ValtaUiu), 
ma  usa  molte  tocì  proprie.'  Nella  qnal  aentenu,  anche  gindicando  dai  "^ 
aaggi  che  egli  medeaimo  ci  offn ,  mi  pare  che  ti  eaageri  la  aomi^ium  H 
biella  (cfr.  p.  e.,  in  ordine  al  noni.  IO;  ialite  Poseli.,  gnardaoanqà,  lUita 
a  toltit  Tir,,  goardaboachi),  che  pur  dova  aenu  dnbbio  ••■er  molta  &a  i  dot 
paaaL  Vero  è  però  ohe  i  dialetti  di  ValMliaa  ai  oraoscono  in  modo  cod  im- 
parfiatto,  da  lasciarci  per  molti  riguardi  in  aaaai  penoae  incertane. 

'  Le  prime,- traacrìtte  secando  la  noatre  norme,  stanno  in  roriise;  la  altra, 
a  cni  mantengo  l'ortografia  che  mi  è  data,  in  carattere  to»4o. 


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i  2.  Ladino  •  Lombardo.  A.  5.  Val  PoschisTo.  281 

giose  che  tra  loro  ai  ripartono  il  territorio  posehìaTliio  *  e  Turno 
tra  di  loro  distinte  anche  per  un  fenomeno  di  grammatica  (cft*. 
pag,  6-7);  poiché  il  participio  dei  Terbi  in  *-àre  esce  per  it  ìd 
bocca  dei  cattolici  e  per  à  in  quella  dei  riformati.  L'uscita  cat- 
tolica ladineggia  (aam.  68*)  ',  mentre  l'eTangelica  è  lombarda, 
cioè  rappresenta,  o  predilige,  com'è  abbastanza  naturale,  il  più 
moderno  dei  due  elementi. 

Distinguono  la  TarietA-dri  comune  di  Brtuio  da  quella  del 
comune  di  Poschiavo,  e  la  prima  non  deT' essere  senza  qualche 
importanza;  ma  i  saggi  che  noi  ci  facciamo  a  spogliare,  sono 
tutti  della  seconda  ■. 

1-17-  Siamo  affatto  alle  condizioni  italiane  (non  però  aBruaio,  t.  la  nota)} 
quindi  mandd  mandare,  ccenld  conciare;  alta;  alt,  faU;  avant;  ecc. 
Per  cer  allato  a  cor,  chiaro,  t.  'Bregaglia'  '.  Circa  ain'i'dnn  in  dain 
danno,  cfr.  il  n.  54.  Il  partic  dei  riform.  TÌeae  a  coincidere  coU'ind- 
nito:  resta  restato,  guardi  guardare;  cfr.  n.  68'.     19-SL  DÌ  solito 


'  La  Val  Pocchiavo,  o  il  eircondario  dtt  Btmiita,  fiLceva  nella  rtaliatica 
elei  Knro  {o.  e.  76)  3888  ab.,  di  cni  1005  rìf.  e  S883  ctttt. 

*  Non  si  dimantlcano,  in  coal  dire,  i  participi  ^  ^  ^^  ancora  aono  puro 
in  Lombardia;  cfr.  'Bnsto  Arsiiio',  g  2,  b,  n,  1,  in  n. 

*  Per  la  molta  bontft  del  lig.  Scbhidhzini  (t.  sopra)  mi  giunge,  mentre 
correggo  le  prOTe,  ancbe  una  raccolta  di  voci  brviotche,  e  ne  ricavo  quanto 
ugno.  L'd  in  e  scostante  nell'influito:  mene,  i^  spedi  speccbiani,  scene 
ornare,  leerseeli  sarcbiare,  cBnsei,  pevtighé,  jpeeeeni  pettinare, 
grigné  (=  grignà  di  Poach.,  Vaiteli  ecc.)  ridwe,  mangi,  ditplegXé. 
'Pochi  verbi  di  questa  categoria  non  ai  sentono  piti  in  ^,  ma  soltanta  in  4; 
p.  e.:  eargd,  sunà,  e  alcuni  altri.'  L'ft  in  e  ancora  mi  porgono  i  ioli  dos 
nomi  in  coi  preceda  palatina  (cfr.  p.  148  a^g.):  c«^  chiave,  vKiimf  oampo, 
noteToIisaimo  il  aeeondo  esemplare  perche  ci  offra  il  piti  sicuro  leatigio  pt^ 
sehiBTÌiio  di  E  ladino  nella  formola  CA  (r.  n.  16&^).  All'incontro  è  intatto 
Va  in  altre  fonnole:  armadi,  seuiSl  grembiale, /'urmaj  ibrmaggio; 
Man  ja  manica,  lait  latte.  Per  *-<l[t]w  riabbiamo  m:  mangia,  spùdù, 
brùsA,  ecc.  L'ii  di  *-iì[t]u  non  solo  ft  decisamente  w,  ma  ami  talvolta  'molto 
a  accosta  ad  >',  dove  A  da  couiderare  la  confluenza  di  *-iUo  ed  *-Ito,  dì  eni 
si  tocca  nel  testo  (n.  35);  es.;  eedw,  imp lenii,  tingiù,  leggi»,  eoe. 
Notevole  piar  pera  (nnm.  40,  efr.  p.  187);  e  anche  riporteremo  nn  «tempio  di 
n:  trun  tntsio.  La  caratteristica  del  n.  114  ecc.  qui  ha  piti  sofferto  che  non 
a  PoaobiaTo,  eoma  ai  coavìene  alla  giacitura  più  meridionale;  p.  e.:  giate' 
ghiaccio. 

'  Un  Testigio  dell'd  in  o  del  n.  15,  ai  può  forse  vedere  in  borgnts  Mr., 
bagnamento  sudicio. 


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28S  Ascoli,  Sa^  Isdini,  I. 

il  noa  earattflrìatioo  riflesso  dì  on'e  piti  o  mano  etretta:  Vìde\gudt', 
vede',  tave'',  plef;  mena,  pien,  laren;  ma  il  dittongo  ricompare  in 
akéid%  cfr.  n.  40.  8S>  et-,  du\  cfr.  l'fingad.,  e  i  dialetti  be^amaschi 
in  TiaAB.  27.S8.81.  Condisioni  italiane:  pèrda  cfr.  n.  75;  incem, 
mex  tneka;  vedél  (cfr.  n.  42).  82.  mei.  U.  /r^i'ti  fréida.  SS.  Qai  il 
participio  in  'Ato  bì  confonde  con  «quello  in  *-uto  (n.  60;  cfr.  p.  185): 
àurmù'  (infln.:  durtni),  rintù',  tradù'. —  86.t  ire,  mi  »em  ù,  fem. iifa, 
sono  andato,  -a.  itì. pir  la  pera;  pel,  ttef,  *ier,  men,  bea  cfr.  n.  75; 
ma  col  dittongo:  séid,  déil;  cfr.  n.  lÓ.  21.  *Ì  (44  eng.).  va  int*.— 
éS.cavel,  pi.  cacelj;  qnìgl  quilli,  quelli -e.  4A.ùra,  cnra  quando; 
laiira  egli  lavora;  uttiir,  pertùna;  us  voce;  ecc.  '.  »-6«.  Per  questo 
capo  va  imprima  avvertito  come  il  poschiavino  si  crei  nno  apodienU 
morfologico,  attribuendo  al  plurale  mascolino  la  figura  col  ditton^ 
(S),  e  al  singolare  quella  che  serba  la  vocale  pura  [o),  peres.  :  mort 
8g.,  mcert  pi.;  né  la  distribuEÌODO  sarà  arbitraria,  poiché  nella  pib 
antica  fase  lombardeggiante  usciva  di  certo  per  -i  ogni  piar,  maschile, 
uscita  che  vediamo  ancora  mauteDersì  nel  pi.  di  piti  dì  un  tipo  masco- 
lino come  si  continua  in  quello  dei  fem.  in  -a  >;  e  l'i  dell'àtona  sus- 
seguente poteva  favorire  la  continnazione  dell'antico  dittongo  (*{<«  9]; 
ofr.  p.  16-17  in  n.,  e  in  ispecie  la  n.  4  a  p.  263.  Qnanto  alla  varieti 
dittongata  per  s6  medesima,  avrebbe  a  dirsi  per  lo  pih  di  Upo  ladino 
quando  siamo  ad  o  in  posiz.,  e  all'incontro  di  tipo  lombardo  nella 
formola  *-ólu,  che  è  la  sola  di  6  fuor  di  posiz.  per  la  quale  io  abbia 
esempj  dell'alternarsi  delle  due  figure  (nell'd  primario;  pel  secondario 
aggiuogesi:  ^oc,  pi.  p5c  poeucc).  Si  osservino:  fl^ól,  pi.  fi\jeBly, 
nenxól  lensnolo,  pi.  nenzcel}-,  anxH  capretto,  pi.  anxcelj\~  xopp,  pi. 
stxp',  ort,  pi.  drt;  cor»,  pl.««m;  ott,  pi.  <«»  ed  oss\  no«  aostro, 
pi.  nSso  nSs;  àrfan,  pi.  eerfan,  ed  orfan,  oltre  l'esempio  addotto 
pib  aopra.  Nella  continuazione  di  "gent^lio  (genuclo-),  il  dittongo  è 
dì  entrambi  i  nnmerì:  ^mcelj  tg.  e  pi,  *  ma  ai  ottiene  la  distintione 
del  singolare  ricorrendo  al  tipo  lombardo:  genacé.  Così  è  il  tipo  lom- 

'  Mt.:  intentar,  fra. 

*  47.  Mt.:  magliaclòira  mangiatoja,  presepe,  pag.  307  (e  a  pag.  132:  testa, 
che  veramente  Mr&;  'bocca';  eI  confronti,  in  ordine  al  significato,  il  ted.  mauf, 
bocca  e  mnso);  prH*Mr,  arnese  con  che  sì  strìnge  ecc.;  coertòir  copertt^;- 
fo\n  favonio  (n.  189).  Cfr.,  del  resto,  in  territorio  scblettamente  lombardo: 
eom.  16ÌT0  Siro  *]aur-io,  lauro,  Mt.  app,  ;  vaiteli,  betlùir  maziapieehio,  ìb.,  ecc. 

*  Masc:  ciama-i  chiamati  (in  testo  cattolico,  vale  a  dire  allato  al  sio- 
góL  in  ù),  filjiel-j,  e  ancora  tane  tant+J,  òhe  é  tipo  io  coi  l'effetto  delT' 
è  Eentito  anche  in  Lombardia;-  e  fem.:  li  gambi, .li  besti,  tanti  Tolti. 
li  buni  usaazi,  li  porti;  ti  tcóli  scnole,  barchi,  fttrchi,  spadi. 

*  Altre  voci  col  ditt.  al  sing.,  v.  in  n.  ai  nnm.  105  e  230. 


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§  3.  Ladino  e  Lombardo.  A.  5.  Va]  PoMhisTO.  S83 

krdo  nel  siogoL  della  oonUnnazìone  ài  'ocnlo-V  accj  e  il  ladino  al 
plur.:  lelj  oaiL —  E  ora  ci  rifacciamo  alle  siagole  serie  dì  questa 
vocale  accentata:  60.  fora,  tnor  muore,  òli  iof,  nof  nuovo,  rada, 
dròan  adoperano;-  61>  pm,  Apn  itina;-  i&^  ncef  dot»,  rasa,  vceid;- 
cef;-  tee  fcec  gac;-  M.  pòrta,  al  dorm;  8g.  com  occ,  noti  t)0«. 
Intasa vosia;  ag.  epL  corp;  sdì» sonno  (off.  num.  1-17) <-,-  66.  dinf; 
cjinta  racconta;-  68.  sali  eaempj  per  ì'ce  nella  posìz.,  al  Bing.,  restano 
cecca  fcelja,  di  cui  il  primo  è  di  tipo  lombardo,  l'altro  à  indifferente 
ed  è  nella  posizione  palatile,  che  è  quanto  dire  dinanzi  ad  i  {j)^;~ 
S7.  {u»jr;-fi8.  jpw);-j]unf;/ront,  ccmóssa.  ^.mù,r,scUr,  aigùr,gfi'ra, 
un  Una,  disun,  luna,  fùm,  lus,  muti;- Wt- pia h*',  vùndù'  (ini.  vénda), 
«i»»'  {al  ven],  eressi*',  cfr.  n,  35;  cru  crudo,  nùd,  ùga  uva  (lomb. 
^a).  SI.  Prevale  lo  schietto  u,  alta  ladina,  ma  in  qualche  esem- 
plare bì  Tolge  all'o:  gùla,  crvs,  nu»,  luf;  gUan,  ^nf.~  68  alplof.~~ 
W-  gùst,  distrmt,  frUtt;  gàxzd,  [Imtd  'unctapel;-  «s.  M  (cfr.  61). 
iiirrf,  rùtnpa  T.n.75,  rp«;  frgst  pane  ('frusto'),  /prn,  Qrt,  gglp,  (or.— 
SS.  or,  ecc.,  cfr.  n.  50-6.  68*.  -ù  =  '-au  (e  piti  precisamente,  secondo 
0^  probabilità,  -ù^ó  àit  -au,  vale  a  dire  ti  da  d  secondario,  cfr. 
sum.  46),  nella  forma  cattolica  del  participio  (cfr.  num.  1-2):  mandù, 
inganii,  illuminb,  stampb,  cui  si  aggiunge  fl'ù  flato  >.  35.  Va 
notato  che  non  si  perde  l'è  della  penultima  negl'infiniti  sdruccioli, 
ma  si  continua  per  à:  vénda,  scriva,  a'accorgìa,  corra,  leg- 
gia,  essa,  ecc. /*.  82.  t  st.  in  ii(ù):  mQiia,  vUdU  ecc.  (v.  n.  60), 
nei  quali  Teraméntd  si  tratterà  di  assimilazione  regressiva  da  sillaba 
a  sillaba;  cfr.  nUgùn  nec-unns*.  91-2.  La  conservazione  dell' -w 
atono,  g1&  avvertita  in  alcnn  esemplare  pur  di  qualciie  altro  dialetto 
dell' anfizona,  qui  6  fenomeno  non  punto  raro,  ma  non  può  dirsi  ca- 
ratleristico  (cfr.  'Busto  Arsizio'  eoe):  dóHu,  un  altru,  multa  pltt 
grand,  vern  ubbligaì  veramente  obbligati,  maestra;  a' quali  si 
aggiungeranno,  benché  non  antichi  oppar  d'altra  basa  che  non  sia  -» 
-ò:  motu,  Guraggiu,  vedendu  allato  a  vedend.     98C,  ursél  au- 


'  L'esempio  al  quale  allndionto,  e  il  riflesso  di  'eomnìo'  che  BTremo  in  nota 
il  iinin.56,  dissuadono  dal  far  sòt n  =  sonmio-.  Cfr.  dano  ecc.  nell'ant.  mil. 

'  Non  vogliamo  però  dimenticare  ccettid  n.  1,  Bebbsne  ci  manchi  la  voce 
eall'aceento  sulla  prima;  e  sarebbe  un  eMmpio  speciflcd.  All'incontro  1'^ 
à'intoèwmi  sogno  Mt.,  è  comune  anche  al  bergamasco. 

'  Ut.:  tltwà  dilavato,  flo.  Del  suo  ingroppa  dabìteremo  se  pìnttoslo  non 
appartengs  al  n.  35  (w  =  w);  ma  qui  all' incontro  deva  rìraanere:  trù  (*trnv1i) 
=  tra  della  Parab.,  trovato.  E  dalla  Parabola  si  agginogono:  consumòo,  on 
pixd,  ecc. 

'  E  a  Brusio:  tingià,  leggili. 

'  87.  Mt.:  trtteiddro,  chi  lavora  a  far  le  funi  dette  'troscia'. 

*  [98.  Cfr.  otseil  a  Tirano,  olcfl  cova,  Mt.  e  pure  ant.  milan.]. 


;vGoo»^lc 


281  AmoIì,  Saggi  ladini,  I: 

geliti.  99.  ffù'tt^a  «  ffùMffa,  jangeee;-  dizti'h.  100-9.  ^'fi  aTuto'.— 
107-  Pommo  qui  cresciani,  comunque  paja  ormai  ridotto  ad  appar- 
teoere  piuttosto  aln.  140 ^  lU-eac.planld, piànga,  implini.ecc.;- 
àóblu;-  blastéma,  icUilón  allato  Sitdbia  (cfr.  nébia);-  clg'Sa  chiocda, 
eìmtlj,  ciaf  {tra  i  vecchi;  i  giovani:  caf;  e  analogamente  sanUTaii 
fra  i  vecclii:  clama,  laddove  oggi  dicono  éamd);- fflas  ^.  —  U».  Allato 
a  wéé,  cbe  è  lombardo,  il  fem.  ladino  velja;  e  ho  pure  il  masc  velj, 
che  forse  é  preferito  nella  fnntlono  plurale  *,  cfr.  n.  50-6.  Alle  con- 
dùiont  lombarde  aìamo  pure  in  ffuga  ago  da  cucire.  189-  fuin  ftmón 
fUgón  *,  187.  Seconde  persone  tingolarì  ìnd.  pres.:  ti  t'ti\  ti  tu  gai 
(hai);  HtuvoM  (ti  tu  vaa,  ti  tO  parlaa],miin^a«,/^^ai,  rondai,  i^- 
tai\  imperai,  [sic]:  sias,  gabbias;  fuL:  saras,  ecc.  141.  matta 
mostrare  (solo  delle  vergogne;  cosi  anche  in  Valtellina  ecc.);  no»  ecc. 
▼.  num,  50-0  (a  Tirano:  nòta  nostra,  vota  vostra,  Mt.).  lU.  Per  n 
da  n,  ma  solo  all'uscita,  v.  il  num.  59.  IH.  féma  *,  100-4K.  Io  non 
son  riuscito  a  sentire  la  palatina  nella  formola  CA  {car  caro,  calta; 
cargd  mastigd  spiga;  ecc.);  ma  non  ne  6  tuttavolta  afl^tto  priva  por 
questa  valle  '.  l»-7«.  wÌél  n.  93,  bras;-  faéa  e  fdsia;  -  pldica 
plot,  piaci  place,  m.  La  fase  dell'^7  si  mantiene  con  assai  notevole 
eostania:  fdit,  trdit,  ldit\  téit,  ipeitd;  ttn'it  (e  $lrint)  rtre'ita;  diit; 
nóit.  L'esito  dell'alterazione  palatina  è  in  dri^  dritto,  deatro,  f.  dn- 
(fa;  le'g  il  letto.  Uà  con  la  mera  assimilazione  (com'è  nel  rifleno  Ioni- 
bardo):  olt.  18ft-82.  Cfr.  lSO-5.  pMga;  ligà.  188-9.  Cfr.  96.  l/aicàj 
num.  50-d;  fùzi  inf.,  fùs'i^  partic.  K      SOS.  la  Mensa  la  tridente, 


*  lOK.  Ut.  tnagioiul,  bicchiera  ài  latta,  cfr.  p.  181,  n.  £. 

*  E  aBalogamenta ;  hitteia,  pecora,  Mt.;  cfr.  l'eng.  (p.  172  in  f.)  »ec. 

■  Ut.:  fUgA,  plomhA,  j>Iumm,  blàt  nodo,  (Ul  <v.  g  £,  a,  ii,  5),  fleetà, 
fior,  flan,  fladA;  cablo  cappio,  eablA  fare  un  cappio,  tcto/fd  zufolare;  el*' 
tùri\  sorcio  torcia,  vilclo  coperchio  (cfr.  p.  S19)  veleld,  vùcla  vUetd  Targt 
vei^heggiare  (cfr.  grìg.  vitclar  ecc.  sp.  Car.,  viaéa  in  V.  di  Fiamme  ecc.,  e 
Mt.  «.  <TÌscia'  ecc.);  tcelclo  cerchio  (toc.  p.  337*);  tcUngla  cinghia,  sanglSt. 

*  Mt.  l'ha  per  voce  di  aiagolore  (se^Q.  E  ha  pnra  origlia  oregliA. 

*  AgginDgiamo,  tensa  aceverara  le  provenienia  dal  *r:  pail  (=paoil  bona.) 
lucignolo  Mt.,  v.  p.  177  n.;  giàan  e  voha,  nella  Parab.  —  182.  Mt.  borea, 
stradella  angusta,  per  lo  più  tra  case  (vaiteli.:  trivio),  cfr.  aopraailv.n. SS6. 

*  16S-  eòmbol  cnmnio  Mt.  —  I5S.  Non  mi  par  probabile  che  qui  «petti 
tanùn,  frutto  del  aambnco  ecc. 

'  A  chiimp  cbe  avemmo  nella  varietà  di  Brnaio,  aembrerebbe  aggJon- 
geni,  dal  voc.  del  Monti,  tgiavàìa  bacchetta  ramoaa  da  percuotere,  *gia- 
eatà  afenare  con  fraaca  ecc. ,  ma  non  è  eoemplare  di  aicnra  ragione  etimO' 
logica.  Più  aicnro  parrebbe,  dalla  atena  fonte:  pa\  pagare,  ma  ata  anecf*. 
|wr  pìb  di  un  riguardo,  troppo  isolato. 

*  in.  atditt,  duro  eco.  Mt. 


;vGoo»^lc 


g  S-'Iiulino  e  L(»iilMrUo.  A.  6.  Vftlla  di  lifigiio  (Lombardia).  285 
cb'é  perd  eumpio  comnne  a  pib  diUletti  lombardi  *.  90».  blglièr 
molto  ETT.,  cfr.  in  ispecie  il  sottoBUvano,  SS6.  pagoira  *paTor-Ìa, 
paura  '. 

6.  raOè  di  JUeigno. 

Entriamo  io  Lombardia,  ma  passiamo  al  Tersante  settentrio- 
naia  delle  Alpi.  Il  Monti  afiforraa  (too.  xxii)  cbe  'i  Bormiest  poco 
'intendono  del  parlare  dei  paesani  di  Livtgno,  quando  questi 
'farallaBo  da  soli,  valendosi  di  voci  del  dialetto  della  lingua 
'romanza  (ladina)'.  Ora  di  questa  specie  di  parlata  familiare,  o 
quasi  gergale,  a  cui  il  Monti  allude,  noi  non  abbiamo  saggio 
alcuno,  ma  solo  qualche  scarso  o  malcerto  vestigio;  poiché  la 
versione  livignasca  che  della  Parabola  ci  porge  il  Monti  med&- 
Simo,  poco  si  discosta,  nel  suo  complesso,  dalle  varietà  Òor^ 
mine^  di  Semógo  (Valle  di  Dentro)  o  di  Val  Furva,  delle  quali 
più  innan^  si  ritocca,  e  deva  quindi  rappresentare  la  favella 
di  cui  usano  i  Livignaschì  nei  loro  commerci  con  le  valli  di 
Bormio.  Ma  le  varietà  di  queste  valli,  con  le  quali  il  livìgnaaco 
della  Parabola  si  vien  quasi  a  confondere,  offrono  alla  lor  volta 
convaoìenee  ìntime  ed  estese  con  la  favella  ladina;  convenì«iEe 
che  devono  avere,  almeno  in  ordine  al  tempo,  una  ragion  diversa 
da  quella  comunione  di  elementi  ladini  onde  avrebbe  alimento  il 
parlar  familiare  dei  Livignaschi  *.  Esse  ci  porteranno  alla  se- 
conda sezione  di  questo  paragrafo;  e  per  la  presente  più  non  ci 
restano  se  non  quei  pochi  ladioismi  a  cui  di  sopra  alludemmo, 
come  ai  soli  indizi  che  del  parlar  domestico  di  Valle  Livigno  ci 
sia  dato  vedere.  Avremmo  principalmente  là  palatina  del  o.  164 


'  Ht.;  tùt  legna  di  pino  da  far  fiaccole;  rtgà  *en[d]igk,  cfr.  p.  Ili  a  196. 

*  829.  n*eg&  Mt.  ,  ofr.  u.  134  grig.  e  'LÌTÌgoo'.  —  880.  ploettgt  iplotuglià 
Mi.,  cfr.  p.  110. 

*  Altri  RcriTa  bormiese  ;  Dia  bormiita  mi  à  dato  per  Tarietb  indigena.  Dne 
altra  laziooi  ci  atanno  dinooti  della  veralone  livignaaea  della  parabola  (Bion- 
DKLU  41 ,  FiNAZii,  Un  villaggio  italiano  iranaalpino,  Uilano  1863,  p.  12-14); 
e  non  divargono  dalla  accennate  Tarietk  bormine  più  di  quello  che  faccia  la 
lesiono  del  Monti. 

'  Ci  tmrebbe  mamorìa  di  molte  dtnine  dall' Engadina  menate  in  mogli  da 
uomini  livignaocbi,  dopo  una  peitilenzia  cbe  aTSTa  desolato  la  valle  (Picoi); 
e  del  reato  le  comunicazioni  eoa  l' Engadina  sono  naturalmente  men  .difficili 
a  quoati  Talligiani  che  non  (ion  quelle  eoa  Bormio  (cfr.  Finàsezi  8). 


;vGoo»^lc 


£86  Atcoli,  Saggi  Iftdini,  I. 

ia  piggè  {piciè)  peccato  (compassione;  cfr.  p.  43  n.  2),  quella  del 
num.  179  in  petgiè  {perete)  perchè,  e  in  gì  {ci)  quid,  e  ancora 
l'esito  del  num.  165  in  preél  *prejél  pregarlo,  comuni  tutti  e 
quattro  questi  documenti  palatini  a  tutte  e  tre  la  lezioni  che 
abbiam  della  Parabola;  e  si  aggiunge,  nella  comedia  bormiese 
di  cui  più  innanzi  si  parta,  un  passo  veramente  caratteristico, 
nel  quale  il  GA  di  negare  subisce  per  la  varietà  livignasca  l'al- 
terazione del  num.  ISZ  {s-néa  nega),  e  non  la  subisce  per  una 
Tarlata  propriamente  bormina  •.  Ci  sarebbero  inoltre  gì'  ìnfiaìti 
clàmer,  clàper  (chiappare),  con  l'accento  sulla  prima,  addotti 
dal  Monti  nel  vocabolario,  i  quali,  se  sono  corretti,  converreb- 
bero cogl'infiniti  di  Val  Monastero,  di  cui  è  toccato  in  nota  alla 
pag.  227  3;  e  finalmente,  dallo  stesso  vocabolario:  tea,  cascina, 
stalla  d'alpe,  che  à  la  stessa  voce  della  Bassa-Engadìna  ^ 

B. 

DI  QUAMìHB  VARIBTX  INTBaMBDIA  E  DEI  CARATTERI  DI  SPXCIAL8  AFPIfltTÌ 
Fax  IL  ORtrpPO  LADINO  ED  IL  LOMBARDO. 

I.  Facemmo  testé  una  distinzione  cronologica  fra  gli  elementi 
ladini  che  sono  peculiari  alla  Valle  di  Livigno  ed  i  fenomeni 
che  sono  proprietà  comune  della  favella  ladina  e  del  dialetto 
bormiese  in  generale  *.  L' esame  del  qual  dialetto  potrà  ora  con- 


'  Parla  nno  di  Val  Farra:  èj  ei-ia  feit  mi,  cbfè  i  tegnatelk  e  tch^Ua,  e 
tehfiia  tald(*];  ma  sfolta  éj  potrà,  chel  me  schtteffherr . . .  ho  ora  fatto  io. 
come  [come-fa]  i  Liviguaschi  :  'nega,  e  nega  fermo';  ma  qnesta  folta  ho  paura 
cha  il  mio. negare... 

'  li  Mcoodo  parrebbe,  dalla'  indicazione  dal  Uonti,  comime  anche  al  bor- 
mloo;  ma  pw  quanto  concerna  l'accento,  sarebbe  nno  «baglio. 

'  n  Monti  ha  pura  la  dna  tocì  livignasche  per  'mangiare':  mangier  a  ma- 
fflitr  (398.  13S),  con  la  ataasa  diatinzione  di  algniflcalo  che  avevamo  ne'Orì' 
giooi  (nam.  146).  Uh  gli  stawi  due  tipi  (mangia,  majd),  e  con  la  medeaiiiM 
diatinzione,  ricoirono  in  più  varietà  lombarde;  e  mi  facevano  notare,  cba  dal 
baco  da  wta  (animale  rispettabili  salmo  !  )  dicono  mangia  come  deirnoom. 

*  È  contrario  all'eqiiitk  il  toccar  senza  bisogno  degli  errori  !n  cui  seno 
incorsi  coloro  che  ci  hanno  preceduto.  Ma  qiii  temerai  di  qualche  aqniroco  » 
non  awartisn,  come  il  BiONDXU.i  (o.  e.  p.  10)  faccia  dipendere  la  partieolan 
somigUania  fra  il  bormiese  a  l'tngadino  dal  mancare  al  bormiese  rù  lombardo 
e'dal  conaervarriaì  intatta  le  formolo  PL  ecc.,  quando  il  vero  è  all'ioccntro 


;vGoo»^lc 


§  2.  Ladino  «  Lombardo.  B.  i.  V«IU  di  Bormio.  £87   ■ 

durci  al  aflgnente  quesito:  se  cioè  questa  comunanta  di  feno- 
meni ancora  provenga  dalla  commistiona  di  due  favelle  diverse, 
0  non  piuttosto  si  debba  ripetere  da  quelle  conformità  dì  con- 
dizioni isteriche  per  le  quali  si  possono  indipendentemente  svi- 
luppare delle  varietà  intermedie. 

Che  se  a  me  à  dato,  non  già  di  compire^  ma  almen  d'iniziare 
questo  esame,  gli  studiosi  ne  dovranno  saper  grado  al  professor 
Giuseppe  Picei,  direttore  del  reale  ginnasio  di  Brescia.  Saputosi 
dall'egregio  uopio  come  io  indarno  venissi  cercando  il  Processo 
di  Maddalena  Lazzari,  citato  dal  Monti*,  egli  mi  sovvenne 
imprima  eoa  una  Comediitola  inedita,  la  quale  deve  risalire  alla 
metà  dal  sùcento,  ed  è  probabilmente  il  testo  più  prezioso  che 
per  l'indagine  nostra  si  possa  avere.  Due  personaggi  vi  parlano 
il  vernacolo  dalla  Val  Furva  (bacino  del  Frodolfo),  ed  un  altro 
vi  adopera  una  varietà  alquanto  diversa,  che  meno  scostandosi 
dal  tipo  fonetico  degli  attigui  dialetti  valtellinesi,  dev'essere 
quella  del  capo-luogo,  cioè  di  Bormio.  La  cortesia  del  Picei  ha 
poi  voluto  aggiungerci  un  piccolo  Vocabolario  furvese,  inedito 
esso  pure,  di  mano  moderna  e  di  bell'ortografia.  La  varietà 
della  Val  Furva  può  di  poco  differire  da  quelle  delle  valli  di 
Soito  e  di  Dentro,  per  la  seconda  delle  quali  avevamo  una  ver- 
sione della  Parabola  nel  vocabolario  del  Monti;  e  il  Picei  com- 
prendeva queste  e  quella  nei  saggi  rttstici,  che  egli,  bormino, 
si  ò  inoltre  compiaciuto  di  attingere  alla  tenace  sua  memoria, 
soddisfacendo  con  generosa  abnegazione  alle  mìe  domande.  Ri- 
produco ora  in  carattere  corsivo,  senz'  altra  indicazione,  gli 
esemplari  che  ho  raccolto  dalle  labbra  di  quel  valentuomo,  e 
quindi  sono  trascritti  secondo  le  nostre  nome.  Altre  voci,  pure 


cha  il  bormieM  «i  distacca  affitto,  per  la  prima  proprietà,  dall' SDgadttio; 
e  come  tocchi  por  qnell'aatore  di  particolari  affinità  fra  l'engadiao  (retico) 
e  il  liTignaaco,  ma  le  faccia  conBistsra  nell' -cr  =^  *-d re  degli  ìn^ti,  e  nei 
iQoni  £  ì  por  *  g  {*g},  cha  sodo  appunto  fenomeni  i  quali  iìcoitodo,  come 
tutto  vedremo,  pur  nella  varietà  propriamanto  bormine. 

'  ProcasBO  di  U.  L.  candanoata  quale  strega  in  Bormio  ]*anno  1673;  ras.  di 
134  pagine,  parta  in  italiano  a  parte  nai  Teroacolo  di  Bormio;  Mt.  toc.  371. 
A  p.  425-6  ne  dà  una  mottra,  la  quale  accennerebbe  alla  varietà  del  capo-lnogo 
{le  te  Mofws  mal,  ti  hai  fatte,  eoflà-t  gonfiarti)  amiche  alle  piti  caratterìetiebe 
di  coi  veniam  tosto  a  parlare. 


;vGoo»^lc 


288  AmoU,  Si^gi  tadinì,  !■ 

in  coriivQ,  provengono,  secondo  V  indicanone,  da  Monti  o  da 
Cherubini  (E.  S.  II  4,  elenco  di  voci  bormiesi.  avuto  da  an  T&l- 
furraBCo);  e  tutte  le  restanti,  che  sono  nel  testo,  ho  estratUi 
dalla  parte  furvatea  (o  fitrbasca)  della  Comediuola.  Finalmeate 
pongo  in  nota  le  voci  che  prendo  al  Vocabolario  furvese,  ag- 
giungendovi, e  distingaendo,  qualche  esemplare  di  cai  vo  dd)i- 
tore  alla  cortesia  di  altre  persone. 

1-8.  Infiniti:  dgmandér,  tperér,  arér,  maljér,  d&r,  ttSr,  fèr,  pe- 
]«fr,  tirerr,  passerr,  pagberr,  Utigher;  con  affisai:  donèm 
donarmi,  palesemm,  manegiem;  segondAff  secondarvi;  pre* 
ghell  pr«gario,  fell,  cofasiell;  immaglnèss;  laghèj  (laseiar- 
Hii);  ecc.  Ma  ifagge  allo  serittore  qualche  esemplare  con  Va:  to^ 
aaFF,  battarr,  oatarr  chattalla.'  Partloipj:  are  arato,  difmanài, 
pm»é,  regold,  Inghè  (arrivato),  manft,  painè  (preparato),  catti, 
maglid;  pi.  persegititèj,  stim&j;  fem.  te  l'af  pemida,  rubéda, 
regordfida,  tlmoreda,  giureda.  Altre  voci:  1  laghi  dirr  (li 
lascio  dire),  eher  obera,  rara;  mej  pia,  sdj  'sai  (cfr.  p.  103  n.1) 
so,  e  simili,  vedine  HI  3,  is-eiden  essi  ajutansi,  ch'ai  m'aydit 
ch'egli  mi  ajati,-  cfr.  n.  172;  caritè,  bonté,  sigartfi;  ei gè  cet  sa 
già  quii,  cen  de  vieni  qua,  vann  lèi,  un  pd  de  oèj  un  pO  de  lej*. 
All'incontro:  mal,  naddl ,  pa -puAve ,  comparr^ 

S.9.  sta  domen  (stamane);  una  man,  alli  mdn;  anima;  ma: 
B  ternana*. 

7.  fòm.  Cosi  pur  tntte  le  Parabole.  Ha  pare  esempio  affatto  eolitario. 

8.  L'è  dinanzi  a  e  e  n:  in  breéé,  checcia  3.  p.  sg.,  [1  Street, 
guadegna];  dinanelaf  :  chern,  [ischerpaParab. Liv.];  a  i:  grèa- 
■a,  cfr.  razsa  e  rezza,  a  grazia  '*.  Ma:  pd^ja,  vali  <>. 

9.  èira,  i  gléir  ghi^je,  carreira  (-  carerà  comasco,  caratello 
grosso  eco.  Mt.),  alli  Òalcbeira  (cfr.  com.  calchira  Mt.);  griméir, 
daneir,  ffméir,  spezieir,  spareir  Ch.  sparviero  (cfr.  p.  61)  *. 

10.  alt,  caìd,  fati,  altra,  (caalzat)''. 

18.  eno  encb  enea,  nénca;  mencb  manco  (meno). 


'  ehesa  encina,  eìunva,  Khetola;  e  qni  porremo  anche  ai  rttt  (ntto)  il 
topo,  e  al  gìuU,  la  gkatta,  gatto  ecc. 
■  nas  nu,  arati  aaiao. 
'  la  domanti,  matut,  patin  pane. 

*  al  bre6i^  flì  il  tagliere  ('sesa'),  t'eip;  Uneglia,  li  etute^HO. 
'  gali,  ipalla. 

*  oaUUòra,  polleìr,  nwritir,  ti0ir. 
'  fole. 


;vGoo»^lc 


S  2.  Ladino  e  Lombardo.  B,  i.  V&Ili  di  Bormio.  389 

18.  es  tira  inant,  taat,  ma:  partenti  tant,  pi.  tem;,  qwant 
quaDJt,  pLquené(9g.  e  pi.  t.qudnta;9  così:  la  pianta,  pL  li  pianta); 
comanda,  ma:  i  raccomendi  gli  raccomando,  e  gr&n^g  grandi} 
un  an ,  qumé  en  gheit.  Cfr.  §  2,  b,  it,  1. 

17.  fldma;  chiembil*. 

19.21,  o^i>-irSira;  agirà*; pritn/f ira  ^vimaretA,  che  nell'Ai  da  ri 
serba  rastigio  del  t>  dileguato,  oosì  come  l'd  da  e  in  &rr  'W-  areM 
(cfr.  s&rr  'sanér  sapere,  e  ftoiul,  cioè  fini,  Mt.  toc,  80.  481,  'fletti 
fievole),  allato  apode'r  v^le'r;  e  v.  ancora  il  nam.  40.  ^ooota: plen, 
teren,  cade'na. 

SS.  28.  ara  erat  (e  cosi  pur  nelle  Parabole);  mei',  fbl;~  éir  j&ri,  déis 
discii  daiscb^. —  80.  aéiS  sisoh. 

U.  stett  con  de,  state  eoa  Bio. 

SS.  28.  fèsta',  verm,  terra',  invem;rMlj. —  88,  jent  e  gieat. 

SI.  usél,  pi.  ulóélj  (cfr.  a.  93);  anél,  pi.  anélj. 

SS.  ntfrir,  carpir, ecc.  Pfed  è  un'anomalia  fonetica  nttr  gnurr 
venire,  ma  si  tratta  di  forma  analogica,  la  qual  dipenda  dal  parti- 
cipio (nu,  D,  60),  sul  metro  di  t>  andare,  allato  al  suo  ptop,  [^]t,  a 
simiglianU.  —  SS.  impli  empito. 

M.  fréid. 

SS.  ir  irr,'l'e  zi,  Ve  Hda. 

40.  d4it;  pel;  bOr  bibere,  b6f  bibit,  cfr.  n.  19-21. 

41.  oblscb  questi,  chisti  qoeste;  chìj  quelli  (a  qml  a  quello, 
Ut.  Mt.  toc),  chilli  quelle. 

46.  dolffr  ecc.  *  Importante  nell'ordine  lessicale:  ohora  quando^ 
cfr,  p.  254;  ma  à  Toce  che  ricorre  pan  io  altre  parti  della  ValteU 
lina:  quóra  (V.  Malenco),  cera,  Mt. 

50.  68,  cor,  al  mor  muore,  mi  tròj  e  prfij  troTo  e  provo;  J'e  nòf. 
Ve  ndoa;  wn  leniOl,  i  lenz6lj,  i  fasOlj;  cOtr  ",  sOir  s6ira  suocero  -a, 
nOf  noTe;  5f  sg.  e  pi.  (off  pi.). 

54.66.  la  mori,  un  mort;  osi,  grati,  posa;  del  noss  temp,  a 
vo3  chCnc  a  Toatro  ogio^,  ma  al  pi.:  ai  ndss  di,  i  nSss  pret,  i 

'  la  ffhémba, 

*  ttadeira. 

'  Upalpeira  palpebre. 

'  al  tuli  H>le,  murtu  muruta,  cwtt  cote;  cui  si  aggiungono,  pel  n.  68:  <U 
*pu*,  la  sputa. 

*  ehiòir  parrebbe  mostrare  la  palatina  del  n.  166  grig.,  cfi*.  il  n.  160-5. 

*  gody  pw  amor  me,  a  nos  chon^,  atto  I,  ac.  n;  cfr.  in  iepecie  il  leventi- 
nese,  al  n.  152.  Ne  viene  un  prezioso  esempio  anche  pel  frangimento  dell'o 
in  potizione  {cfr,  n.  57  grig.). 

AcchlTJD  glottol.  lui. .  I.  19 


;vGoo»^lc 


S90  AkoIì,  Saggi  ladini,  I. 

T&ss  lorupot,  di  felt  Tòt»  dai  fatti  vostri.  Inoltro:  ogg  (oit)otto, 
nSé  notte;  Ve  cott,  i  en  cóóì  un  Uà,  i  6lj;  c&las  TSglia,  come  la 
si  Toglia*. 

fi9.  flO.  Lo  Bchietto  u:  un,  fum,  »cw,  tiffùr,  la  siffùr,  gùra,  lui; 
filasA,  bh  baa  bevuto,  bb  avuto,  gn'ti  veauto,  pi.  temtij.  Ha  le 
apparea»  di  «n* eccwione :  poira,  paura;  ma  sari  jKiira,  che  ci 
rioondnce  al  n.  235  di  'Poachiavo*.  i  Ubri,  ubera,  d  porta  alla  sua 
Tolta  all'analogia  del  n.  66  grig.;  cfr.  altSgn  u.  93. 

«1.  g^la,  cr^,  nfS;  ^ufK 

88.  ffuat.  —  M.  mólffer,  pògn. 

U.  st'alt&gn,  che  deve  dire  'qaeBt' autanito' ;  cfr.ulc^l;  n.31^ 

97.  LJ  si  regge,  alla  ladina:  v9glia,  me^j,  eoo-i  erbeglie  Ch.  {cb. 
pag.254). 

IW.  abbia,  aja  Picei  e  Ut. 

111.  Vedi  il  num.  137. 

Ili  ecc.  Costatate  la  conservasione  del  nesso:  j>Iu,  impli  Ji.36,ptaKy; 
olappè  pigliate  {chiappate),  ffléir  n.  9-,  ecc.  Mt.:  cioflà  soffiare  (cfr. 
la  nota  a  pag.  287),  plèdria  pevera  (cfr.  St.  crii.  II  96),  mdfclo  mii- 
«chio,  ecc.  —  118-9.  vègl  (sg.)  *. 

12t.  Della  caratteristica  tenacità  del  R  ohe  riesce  finale,  gi&  avemmo 
aaggi  ai  num.  1-3,  9  e  33;  ora  aggiungiamo  il  tipo  viver,  perd«r, 
esser.  [Pure  a  Qroaio,  v.  pag.  294,  resiste  il  ~r  dell'infloìto:  vmr, 
matiffidr;  ma  non  costantemente;  cfr.  Ili,  3.j 

188*.  È  frequente  il  dileguo  di  v  interno:  proedh,  aoent,  lorr 
cosa  (lavoro),  cfr.  duiA.  19-21,  40,  e  III,  3.  Ma  pure  il  v  iniziale  in 
date  congiunture  si  regge,  ia  altre  no:  còlas  v&glia  n.  56,  chel 
me  schnegher  figlia  valer  ohe  il  mio  negare  voglia  valere;  eh'; 
vSj  che  ci  (le)  voglio,  n'Oj  perder  temp-,  l'è  essa  p5  veira  gli 
è  ora  poi  vero,  la  disoh  d' èira  la  dice  davvero.  Così  ci  accostiamo, 
per  questo  capo,  alle  condisionl  del  bergamasco,  piti  ancora  di  quanta 
poti  vedere  11  Biondelli,  o.  e.  11  «. 

184, 186.  Bchvoidò  vuotato,  scbnegber,  v.  il  nnm.  preced.;  n 
tu  sei,  ecc.;  bonisciom  buonissimo;  imposcibel. 


<  tdii  tooao  (pure  a  Bormio;  Lazzkbi),  circa  ta  qnal  forma  rimandsrenio 
a  'Poachiavo'. 

■  Circa  quuto  eaempio  di  -u/*,  ai  coasiderioo  i  sagneati  casi  di  *-e  orga- 
nico, offertici  dal  Vocabol.  farr.:  avf  avo,  aratof,  li  eofb  (aie)  Ì  cotodì,  ^ 
ehiatif,  la  ttefv  (sic),  e  con  *-n  da  "-p  [-6]  :  mf  ape,  al  catUift  (aie). 

'  l'uleM,  ctt.  'Poachiavo'. 

*  >  S^,  li  ort^a,  al  gòrteij. 

*  '•  gingia,  la  pl5a;  [di  *o  da  *p:  tutod  nipote]. 


;vGoo»^lc 


§  2.  Ladino  «  Lombardo.  B,  i.  Valli  di  Bormio.  £91 

1S7.  Si  regge  la  sibilante  all'uscita  della  aee.  pers.  sg.:  ea,  ti  te 
pdrleà,  cìdme»,  réndes,  léxes,  móres^;-  era  eri,  Mt.voc426;  ecc. 
Ma  noa  pib  nel  nome,  del  che  si  ritocca  piti  innanzi;  tranne  un  aranso 
quttai  fossile,  ohe  riconosco  in  cocm2  (ci5«*caué[l]8,  cfr,  tóc=*8anèr©cc.), 
capelli ,  Mt.  toc.  53  *.  Altro  esempio  può  parerne  tn  dote  {dot),  tra 
due,  Mt.  toc  70;  ma,  a  tacer  d'altro,  noa  credo  esatta  questa  tra- 
duzione. 

HI.  nos8  ecc.  n.  54-6,  fem.  rossa.  a 

144.  Vocab.  furT.:  fum  fune,  cfr.  §  3,  'Val  di  Non'  ecc. 

lAO-t>.  181-2.  Manca  la  palatina  nelle  formolo  c^^a  e  g+a.  Quindi: 
catarr,  preghell  n.  1-3,  oca  vacca  </H.,  fadiga,  ecc.  ecc.;  cfr. 
8.  'Lirigno'.  Per  'capra'  soTTeniva  però  al  Picei:  'céura,  ma  insieme 
gli  paroTa  Toce  engadinese.  In  Ch.  riabbiamo:  capra  o  ciaora,  e  chia- 
vra  nel  Vocab.  furr.  (cfr.  num.  52  in  nota).  Tuttavolta  par  probabile 
che  la  Toce  colla  palatina  sia  accattata  ^. 

lTO-70.  uzel  ecc.  T.  n.  31,  pldzer.  —  188-».  Cfr.  n.  32  {e  52).  Per 
KG'  ecc.  :  strénger,  mólger. 

172.  féit  feit,  treit;  teit,  spetta,  dréit  dreit  dréita;  Hréit;-  leé 
latte,  leé  il  letto. 

177.  Assai  notevole  è  ùgola  (*augula)  aquila  Ch.  ;  cfr.  n.  184  e  1T7 
alto-flogad.  *. 

184.  nòt  néta,  nota-tant-de-mench  nulla  di  meno;  g^ufa.  61, 
mof  mago,  Finns  Mugbo,  Mt. 

IW.  CaratterisUco  è  il  ccnaerTarsi  del  -t  della  sec.  pi.  ìndie,  pres.  e 
imperat.,  ma  solo  in  voci  monosillabe:  hett  {atl)  aTcte,  sott  siete  >, 
stett  statel,  ded-i  dallil,'e  quindi  nell'ausiliare  annesso:  laghe^ 
rett  lascerete.  All'incontro:  creda  toì  credete,  ecc.  Pur  nella  sec 


<  Carattere  sempre  ancora  costante  para  nel  csp^-lnogo:  védeì,  mJUÌ,  tot 
«ai,  dot  (Lazexbi);  cfr.  IH,  3. 

*  Si  ripete  il  prezioBo  esemplare  nel  Vocab.  forr.;  «  circa  il  dileguo  del  l, 
n  eouideri  i  pBs,  le  tempie  (i  polsi),  del  medesimo  Tocabolario. 

'  Ugualmente  mi  parrebbero  accattate  altre  due  toc!  congeneri;  beMcia 
pecora  Ch.  e  Mr.,  malgrado  il  hesciàm,  bestiame,  di  Alboiaggii  Mt.,  cfr. 
pag.  172  nnm.  3,  hetchia  eng.,  pecora^  Car.  nacbtr.;-  e  limoèwria,  persona 
macilenta,  segaligno,  animale  vile,  cft.  n.  99  basso-eng.  Pib  manifesta  che 
mai  b  Testranìa  proTenienza  di  dagia  Mt.,  sorta  di  pino  delle  alpi;  t.  sopra, 
pag.  39,  nnm.  4.  Qui  ancora  da  notarsi,  par  l'identità  colle  voci  grigioni, 
il  plòlj  del  Vocab.  furr.,  cfr.  p.  HO. 

'  La  fase  *'an[g]ala  sarebbe  all'incontro  in  aula,  pispola  aqnila,  che  il 
Rosa  mi  addnce  dal  dial.  di  Ponte  di  Legno  (Val  Camonica  Snper.,  appiè  del 
Tonale). 

'  Parab.  Lir.:  giàt  a  tSr  andate  a  prendere  (imperai.). 


;vGoo»^lc 


Sas  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

pi.  dell' imperf.  dell'ausiliare:  eret,  l'unica  voce  che  io  incootri  nella 
oomediuoU  per  questa  persona  *. 
BOB.  riep  ridare  K  —  210,  BIS.  Cfr,  i  n.  19-21,  40  e  129*. 

Ora,  perchè  ci  è  parso  dì  dover  staccars  il  bormiese  dagli 
altri  dialetti  che  in  questo  paragrafo  venimmo  studiaodo,  e  di 
vederci  altra  cosa  che  non  una  semplice  confluenza  di  elemeati 
engadinì  a  lombardi^  In  parecchi  fenomeni,  e  di  ordine  vario, 
che  sono  in  parte  riserbati  ai  capitoli  susseguenti,  la  conve- 
nienza tra  il  bormìno  e  l'engadinese,  o  il  ladino  di  Svizzera  in 
generale,  è  tale  e  tanta,  che  par  che  ci  costringa  a  ripetere  pur 
l'elemento  ladino  di  questo  territorio  da  mere  propaggini  cisal- 
pine della  favella  ladina  de'Grigioni.  E  quanto  alle  alterazioni 
che  l'antico  patrimonio  ladino  abbia  sofferto,  non  è  diversa,  a 
cagion  d'esempio,  la  condizione  del  plural  feminile  bormioo,  che 
si  direbbe  appena  spogliato  della  sibilante  {li piànta,  liplàga, 
li  ostarla,  li  pora  serva,  ecc.),  dalla  fase  che  avvertivamo 
in  Bregaglia  e  nella  Mesolcina.  E  se  Bormio  mal  più  dà  la  pala- 
tina nei  num.  160 ecc.,  la  stessa  Bregaglia  ormai  non  ce  ne  offre 
se  non  esempj  rari,  e  nel  poschiavino  non  ve  ne  ha  quasi  piti 
traccia.  Ma,  d'altra  parte,  lo  schietto  u  per  l'u  latino  (n.  59. 
60.  63)  scevera  il  bormiese  cosi  dal  ladino  d'oltralpe  come  dal 
lombardo.  E  l'efficacia  dell'elemento  lombardo,  bene  scarsa  in 
generale  per  questo  territorio,  come  in  ispecie  la  flessione  ci 
mostra  (cfr.  per  ora  i  n.  109, 137  e  198),  dovrebbe  dall'un  canto 
esser  bastata  a  spegnervi  la  palatina  delle  fonnole  c*a  e  gt-a, 
quando  non  giungeva,  dall'altro,  a  immettervi  l'ft?  Lo  schietto 
u  accennerebbe,  ma  in  debol  guisa,  a  parecchie  varietà  ladine 
che  incontreremo  ad  oriente  del  bormiese  (§  3,  a);  ma  se  al  dì 
là  del  Tonale  scarseggia  Tti,  vi  è  all'incontro  sempre  florida  la 
palatina  nelle  formolo  a  cui  alludiamo.  Nessuna  particolare  atti- 
nenza ci  è  d' altronde  dato  scorgere  fra  il  bormiese  e  il  dialetto 
della  Val  di  Monastero,  che  immediatamente  gli  sovrasta  da 
settentrione.  Par  probabile  che  la  via  dello  Stelvio  accenni  alle 


'  La  Val  FurvB,  come  Tede  da  un  bel  saggio  dal  Bac«rd.  O.  B.  Vitaliki, 
conaerra  tuttora  questo  tipo,  in  aat  aveTate  (cfr.  wxn  aTSTUo,  ecc.);  ma  nella 
corrispondente  voce  di  'essere',  oggi  dice  amo  (t.  n.  22  e  cfr.  aran  erano,  ecc.). 
Ita  ciod  il  tipo  col  pronome  buSso,  alla  lombarda  (cfr.  borm.  od.  voUof  toIi:- 
Tate,  LaEzxRi). 

*  ii  ris  (radici)  del  naa,  narici. 


;vGoo»^lc 


§2.  Ladino  e  Lombardo.  B.  Il,  1.  Continiiatorìdi  dn-i-cou.,  edidn.  Si)3 
Tere  scaturigini  del  dialetto  bormieae;  ma  la  Val  Venosta  è  una 
fonte  romana  che  il  tedesco  ci  ha  ormai  essiccato.  Maggior  luca 
ci  verrà  in  ogni  modo  da  una  più  ampia  esplorazione  delle  stesse 
varietà  bormine,  la  quale  speriamo  che  più  non  abbia  gran  fatto 
a  tardare.  Intanto,  pur  le  condizioni  in  cut  vi  appare  Va  in  ac- 
centa, sebbene  in  parte  spettino  ed  ora  ci  conducano  ai  caratteri 
di  originale  affinità  fra  il  gruppo  ladino  e  il  lombardo,  possono 
concorrere,  visti  i  generali  caratteri  del  bormiese,  a  confermarci 
nell'idea  che  questo  veramente  formi  od  accenni. una  varietà 
spontanea  ed  intermedia  fra'due  gruppi  (cfr.  p.  299). 

IL  Toccando  testé  delle  condizioni  dell'a  in  accento,  volevo 
principalmente  alludere  all'è  per  à  nella  formola  Aìi+cons.  (n.  13 
e  16)  e  nella  formola  -AN  (n.  5-6),  due  filoni  pei  quali  conver- 
rebbe tentare  tutta  la  fascia  cisalpina  fra  Io  Stelvio  ed  il  Got- 
tardo, e  che  in  larga  falda  poi  scendendo  per  la  sezione  occi- 
dentale della  Lombardia,  riescono  ai  dialetti  emiliani.  I  -tipi 
sarebbero  più  specialmente:  tnenca,  quent[o],  pen.  Circa  i  quali 
accade  imprima  di  domandare,  se  abbiano  a  considerarsi  come 
dirette  continuazioni  o  propaggini  dei  continuatori  transalpini 
delle  formolo  stesse,  tra'quali  cì  occorsero  tali  figure  eugadi- 
nesi  che  quasi  si  confondono  con  queste  cisalpine  <  ;  o  se  piut- 
tosto non  si  tratti  del  principio  medesimo,  cioè  del  turbamento 
dell' 4  dinanzi  a  nasale  sia  scempia  o  sia  implicata,  il  qaale 
faccia  parte  delle  radicali  affinità,  ma  si  manifesti  indipenden- 
temente in  varia  guisa.  L'essere  oltralpe  (e  intendasi  in  quella 
regione  d'  oltralpe  che  è  qui  considerata)  limitate  a  un  breve 
territorio  le  particolari  figure  di  cui  tocchiamo,  e  il  vederle 
all'incontro  largamente  diffuse  al  di  qua  de' monti  e  collegate 
coi  fenomeni  diversi  ma  analoghi  della  provincia  emiliana,  ci 
fanno  decidere  per  la  seconda  sentenza.  E  resta  ancora  di  av-* 
vertire  sulle  generali,  come  si  debba  tenere  ben  distinto  Ve  per  à 
dei  continuatori  a  cui  ora  alludiamo,  dall'e  per  ó  davanti  a  nessi 
che  incomincine  per  R  o  fuor  dì  posizione,  sebbene  avvenga  che 
in  alcune  varietà  si  trovino  riuniti  ^;  e  come,  massime  per  ANT 
e  AND,  Ve  in  più  incontri  appaja  peculiare  al  plurale  mascolino 


■  V.  l'alto-engadin.  a  p.  249-3. 

'  La  dietiuzioDe  fra  i  dua  funomeut  Haulta  quindi  chiara  anche  sul  ristrelto 
campo  nel  quale  ora  ci  moTiitmo,  pel  fatto  che  la  pre»enia  dell'uno  non  im- 


>vGoo»^lc 


2H  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

0  ad  altre  forme  che  escono  od  uscivano  per  i  ■,  dove  surge  un 
particolare  quesito,  che  deve  essere  svolto  altrove  (III,  1],  ma 
qui  pure  va  accennato,  ed  ò  questo:  se  vi  si  tratti  semplicemente 
d^r attrazione  dell'i  finale  (quant-i,  quainti  quaint  qasent),  o  se 
l'effetto  dell'i  non  si  appalesi  piuttosto  per  ciò,  che  per  esso  l'al- 
terazione (qusent  =  quant)  si  raffermi  e  perduri,  laddove  si  sperda 
quando  Tascita  sia  diversa  ^. 

Ora  venendo  a  ciò  che  a  me  fu  dato  di  vedere  pei  due  filoni 
cisalpini  che  ho  di  sopra  accennato,  se  noi  prendiam  le  mosse 
dal  bormiese,  dove  sono  ben  perspicui,  scarse  traccio  ne  sapremo 
più  mostrare  lungo  il  .braccio  dell'Adda  che  mette  nel  lago  di 
Como.  Un  esemplare,  ma  non  dei  più  validi,  per  la  foratola  ANT, 
ed  un  altro  per  la  formola  AMP,  che  si  può  insieme  qui  racoo- 
gliere,  denènt  e  chèmp,  occorrono  nella  Parabola  di  Groaio^ 
nella  quale  restan  però  con  Va:  quané,  tane,  quanti  ecc.,  come 
rimane  tat  (tanto)  ecc.,  che  il  Monti  attribuisce  genericamente 
alla  Valtellina.  Pure  incontriamo,  presso  il  medesimo  autore,  i 
valtellinesi  fènc  e  fenda  fanciullo,  -uUa  *,  a  cui  si  aggiungono, 
nello  stesso  vocabolario  comasco:  Snca  anche,  'voce  contadine- 
sca', e  più  preziosi,  col  medesimo  epiteto:  mén  mano,  pSn  pa&e, 
aggiunto  per  l'ultima  voce  che  sia  'usata  in  alcuni  luoghi  non- 
tani  dai  vecchi'.  Ma  prima  di  arrivare  alla  longitudine  del  lago 
cranasco,  abbiamo  la  sezione  inferiore  della  Val  Bregaglia,  nella 
quale  già  vedemmo  esser  costante  il  fenomeno  di  cui  ora  misu- 
riamo r  estensione.  E  costante  ci  è  occorso  pure  al  lago  di  Lugano, 

pliolii  qiMli»  dell'altro;  cfr.p. e.,  qui  poco  apprauo:  'Bnito  Aniiio',  che  alt«n 
ANT  AN  e  non  AR  ecc.;  dove  all'incontro  in  'Sovra-Porta'  (p^g.  S74  sagg.) 
TadeT&mo  rimanere  intatti  ANT  AN  e  alterarsi  AR  ecc.  Ma  pili  direttamanto 
U  «fiatìnzione  si  aflèrmansU'Emilia,  dove  le  analoghe  correnti  alteratiTe  s'iit- 
CHitrano  in  imo  stesto  dialetto  e  non  si  eonfondcmo  (tipi  roraagn.  porle  pir- 
lare  parlato,  guirt;  piànta,  man,  /Unì  ortogr.  del  Morbi,  c&.  Mnai&f.  ron- 
die.  Lxni  654-6). 

'  Un  esempio  per  AND  sarebbe  grand,  pi.  m.  gren§,  in  Valsasina. 

*  Cfr.  la  n.  a  p.  £63,  e  frattanto  si  considerino  ancora:  ^velo  qmlli,  fatM 
guùti,  deli' antioo  milanese;  quell  q*^j,  eeuél  eac^,  qutit  quùt,  vetiiii,  ep*" 
peto,  pi.  pttt  e  pia,  del  mil,  od.;  più  pesci,  voce  del  contado  (comasco)  Ut.; 
H»  tnw,  t  mit,  a  Margno  in  Valaaaina  (Tremenico:  un  m$t,  i  mi*);  'MT 
éitri  (e  Aitre)  piem.;  ecc. 

'  Valtellina  orientale;  in  t'»l  chèmp,  Biohd.  3B;  cfr.  p.  390  (n.  1£3> 

*  All'incontro:  'fant  Bellini.;  fané  in  alcune  terre  del  Iago  (oom.),  f<»- 
da.'  Mt. 


;vGoo»^lc 


S  -2.  Ladino  e  Lombardo.  B.  ti,  1.  ContinuatOTÌ  Ai  tfn+coiu.,  e  di  <fn.  SS5 
e  per  le  valli  ticinesi  ne  trovammo  qualche  vestigio  ìd  siao  al 
Gottardo.  Ora  scendendo  verso  la  pianura  di  Lombardia,  avremo, 
dall'una  parte,  continuo  V-dn  per  -àn  nella  Bassa  Brianza:j»lin, 
càn,  mdn;  dall'altro,  io  un  mio  saggio  dì  varesano  rastico  (Va- 
rese Caatellanze) :  pen,  grend,  el  dgménda  (ma:  tant),  e  mette. 
£  proprio  net  piano,  la  varietà  Jntstese,  anche  per  altri  conti 
assai  preziosa,  ora  appagherà,  nel  più  compiuto  modo,  la  ricerca 
alla  qaale  attendiamo,  come  si  vede  dalle  serie  di  esempj  che 
facciamo  qui  segaìre  >  : 

[Busto-Àrsizio]  ANT:  tento,  intento,  tenta  pu  tanto  piti,  tent  af- 
faccio (affatto),  tent  piati,  par  chento  per  quanto,  chent  tosann  quanta 
figliuole,  piéntan^,  marehenti ,  a  cerchenti  per  i  ca  (cfr.  'i  frati  cer- 
canti*), ne  ten  pocco  gìio  diamenti;  inenxi,  usensa,  increensa,  bon- 
dienxa  abondansa,  patronenza;  ANCT;  tut  or  sento  di',  AJ\D:  mén- 
dan,  domendo,  comendaj  ANO  ANO:  almenco,  enchi  anche,  nenehi, 
seaghi;  a  ugualmente  nel  gruppo  labiale  AHB:  in  schembio,  igh&nbù 
Dinanzi  a  ogni  altro  nesso  Va  rimane  puro:  guarda,  ipalla,  caparra, 
e  persino  po^  panni,  e  tli  agn;  solo  eccettaandosi  pieisa,  che  paA 
avere  suoi  particolari  motivi  (cfr.  p.  121  e  'Bormio').  Ora  alla  for- 
mola  AN:  pen,  cken,  domen,  lonten,  noitren  nostrani,  Miten,  [gren 
che],  E  puro  all'incontro  ogni  altro  d  fuorì  di  posizione:  cara,  paar 
pare,  tdti!,  cast,  padri  padre,  carità,  ftd;  infln.  ffìvgd  ecc.,  partic. 
trood  ecc.  >.  È  un'apparente  eccezione  quella  di  /%t  fatto,  trai  tratto 
(e  quindi  itei  e  andei),  in  cai  s'ha  veramente  l'assimilazione  *aj  et; 
cfr.  il  preB.  g,  ii,  6. 


'  I  miei  testi  buttési  toa  dna  wggi  poetici  moderni,  inBeriti  in  Ch.  E.  S.  Ili 
S6  [14] ,  sotto  rintitolaiione:  'Dialetto  bnateae  rustico'.  A  questo  dialetto  ri- 
torniamo piti  itmanzi,  nel  presente  pixagrafo,  II,  4.  6.  7.  E  cfr.  'Bregaglia' 
num.  1-2. 

'  Qneato  eeemplare  é  pnr  eempre  del  oùlanese  urbuio,  con  Ve  pur  nelle 
forme  di  prima  &tona.  Quindi  Ch.  nel  loc.:  pientà,  pienUtda,  ecc.;  e  nelle 
poesie  del  Porta:  e'I  me  piénla  li,  piénttn,  spiHtIen. 

'  Notavolisaimo  il  participio  dal  tipo  ladinsggiante:  t'mpiiulrouu  (che  leg- 
geremo: -lini),  fiomitovu,  falovu,  taeeot*  (cfr.  i  preced.  spogli  di  qnaito  §), 
il  quale  ai  alterna,  in  uno  dei  saggi,  col  tipo  milanese  che  nel  testo  addu- 
cemmo. Veniamo  del  resto  quasi  a  coincìdere,  ma  non  vorremmo  qui  pure 
confonderci,  coll'-ou  dei  psrtìcipj  ganovesi  (vedine  i  Saggi  liguri).  Di  nn 
esemplare  solitario  in  cui  la  fòrmola  -dna  ai  continua  al  di  qua  dall'Alpi  per 
-óna  ecc.  (cfr.  attn  allato  ad  etn  uell'Engad.),  esemplare  che  avemmo  anche 
in  'Bregaglia'  n.  5-6,  e  ritoma  pure  in  Valtellina,  veggasi  la  p.  IS2  iu  f.,  e 
DiKE  lesa.  Il  a,  s.  'pialla',  confrontando  la  nota  che  ora  s«gue.  Il  termine  sardo 
addotto  dal  Diez,  è  peculiare  alla  Qallara. 


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SOe  AkoIì,  Saggi  ladini,  I. 

Ma  dalle  sorgenti  dell'Adda,  o  dai  confini  dell'Eogadina,  noi 
Siam  cosi  arrirati,  con  questi  turbamenti  dellM  di*afied  Mntecc., 
al  contado  milanese,  si  rasentar  cioè  il  territorio  dei  dialetti  che 
dicono  emiliani,  nel  quale  ritroviam  facilmente  che  \'à  delle  me- 
desime formole  si  turbi,  se  pure  ciò  avvenga  in  modo  diverso; 
e  veramente  si  tratta  di  un  medesimo  principio  alteratore  (doè 
della  nasale,  che  altera  Va,  od  anche  un'altra  qualsivoglia  vo- 
cale, da  cai  sia  preceduta),  il  qual  principio  potrà  da  ulteriori 
indagini  essere  mostra'to  in  attività  continua,  per  estensioni  più 
o  men  larghe,  dalie  scaturigini  del  Reno  in  sino  al  confine  mar- 
chigiano. Noi  qui  dobbiamo  contentarci  di  addurre  esemplari  pa- 
vesi, quali  aonpàn  lontdn,  n-ànca,  oncojnànd,  intdnt,  che  in 
realtà  non  tanto  si  avvicinano  agli  analoghi  esempj  di  Busto  che 
toste  sentimmo ,  quanto  da  tali  ortografie  parrebbe,  ma  pur  ci  rap- 
preawitano  correttamente  la  continuità  del  fenomeno  alla  quale 
alludiamo  '. 

-  2.  Un'altra  vena,  che  già  avvertimmo  come  più  volte  s'in- 
trecci con  la  precedente,  ora  ci  mostrerà  poco  diverso  giro.  È  la 
vena  dell'e  da  à  che  sia  fuor  di  posizione  e  non  dinanzi  a  nasale 
La  trovammo  abondante  nelle  varietà  bormiesi ,  a  oriente  del- 
l'Alta-Engadina,  cioè  del  territorio  che  ne  è  tutto  penetrato,  e 
più  ancora  abondante  per  la  valle  della  Mera,  a  occidente  de! 
territorio  atesso.  Nella  valle  dell'Adda,  a  occidente  del  bormiese, 
sarà  per  avventura  più  ricca  di  quello  che  a  noi  per  ora  sia  dato 
di  vedere;  ma  intanto  abbiamo,  nella  parabola  di  Grosìo  (cfr. 
pag.  294),  oltre  che  casa  (la  cui  ragione  può  esser  diversa  da 
quella  del  sinonimo  chiè  di  Traona,  Ht.),  i  particìpj:  ramaseè, 
majè,  scomensè,  pechè,  consumè,  tome,  resùscitè,  domande 
(allato  a  trova,  copà  ecc.,  pure  participj),  ed  a  Brusio  sentivaoio 


'  V.  pai  romagnolo,  la  nota  a  pag.  S93-4.  la  uà  uggio  che  par  di  Vige- 
vano,  e  bona  i  divarso  da  quello  che  sì  cita  a  pag.  S97  n.  4,  ma  è  pur  sicora- 
menta  di  qaalla  provincia,  leggo:  jiion  piano,  quont,  intoni,  inonz,  i  gigom, 
quond,  ecc.  Pure  nall'Alta  Brianza  abbiamo  Vd  iae  par  le  formola  di  cui  ora 
si  parla.  Cosi  tra.  i  saggi  di  Bosìsio  ed  Oggiono  che  mi  fu  dato  raccogliere 
nal  Seminario  teologico  di  Milano:  pQÀ,  mon,  tont,  quont,  grand,  gtK  {t 
Oggiono  queit'5  anche  per  l'*-d  dell'infinito:  pvrtò,  tire,  erompo;  partic: 
jwrM  ecc.).  E  insieme  raccoglievo  da  Saronoo,  che  restA  fra  la  Briaiua  e 
Busto  Arùzio:  pAn,  mah,  tànt,  gr&ni.  Anca  (e  sA  sale). 


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S  S-  Ladino  e  Lombardo.  B.  ii,  £.  Continnatort  di  A.  SB7 

costante  V  e'='à  aegV infiniti  (yedi  'PoschiaYO')  *.  Intorno  al 
lago  di  Lugano  avemmo  ancora  assai  copiosa  questa  vena,  con 
le  cui  propaggini  risalivamo  sin  al  Gottardo;  e  riappare  nella 
Bassa  Brianza,  dove  sono  esempj-tipi:  aìidce  andato,  guardeé 
guardato,  scb  sale,  mcB  male,  fossce  fossato  (Ch.  voc.  V,  290)*. 
Forse  un  giorno  si  estendeva,  come  le  ortografie  direbbero,  alla 
stessa  città  di  Milano  ';  e  varcato  il  Ticino,  una  parafrasi  vige- 
Ysnasca  della  Parabola  ci  darà:  che  r'ha  mandae  che  lo  ha 
mandato,  buttae  in  snoggion,  i  Jio  pcae,  r'ho  trovae,  pussee 
d'cent  i>oeult  basae  più  di  cento  volte  badato,  ansiatae  an- 
sietà <.  Ma  qui  già  siamo  quasi  agli  avamposti  emiliani,  come  ai 
precursori,  se  vogliam  parlare  per  via  d'esempj,  dell' «  piacen- 
tino di  mitce  stres  metà  strada,  s'è  tomce  a  nur>l(x  si  ò  tor- 


'  Il  Mosti  attribuisce  ai'fje,  andato,  al  dial.  d' Albosaggia,  ed  é  voce  cli« 
^1i  prende  dalla  rÌEpettiva  parabola  (loc.  S.  413).  Ma  dev' enere  un  eHUt- 
pian  iUnaorio.  Ha  poi  nel  ivpplem.  (88);  bi-ni  e  retiU  valtelL,  dare  a  pran- 
dtfs  {rìoeTftre}. 

*  Tra  C&rate  e  Seregno,  sempre  Bassa  Bn»iiu,  io  aaatii:  pftt,  tmdé  pto. 
(fem.  anddda),  e  gl'infin.  mangi,  purlg.  Per  l'Alta  Briania  t.  la  n.  a  p.  S96. 

*  Dora  ciod,  nelle  scritture  milanesi,  ì'cb  per  a  in  sino  alia  seconda  metb 
dal  secolo  passato,  e  trattasi  appunto  dell'd  che  sia  fuor  di  posixioiie  e  noa 
dinanzi  a  nasale,  con  la  distinzione  caratteristica  di  aversi  Vs  {a)  nel  parU- 
cipio  e  non  nell' influito,  che  è  l'inTerso  di  quello  clie  accade  nel  piemontese. 
Cosi,  per  citar  due  sole  tra  le  mille  scrìttore,  in  un  ma.  della  prima  metà 
del  XVni  sec.  (Ch.  E.  S.  Ili  27,  f.  256):  ehaera,  pae*  pace,  andaeva,  pietae; 
tiraetìiaìa,tuttmagoné«i  ma  a.ìVia6a.:  abbandona ^  basa;  —  e  in  una  stampa 
dal  1760  (Badie  di  Meneghitt):  tempirriel,  Prooenttel,  allato  a  man.  Pad»- 
fan,  ecc.;  pte.  andai,  informa,  allato  agl'inflo.  mena,  aUà,  ecc.  Seamebè, 
tacendo  dei  particolari  indiij  che  in  ogni  modo  porterebbero  a  credere,  aver 
qaeate  ortografie  sopraTJssuto  alle  prononcìe  dalle  quali  derivavano  (cfr.  C^ 
TOC.  V  258,  291),  aarii  ami  lecito  dubitare  aa  mai  quell'a  (ts)  abbia  sinceis- 
mente  rappresentato  la  pronimcia  milanese.  Poiché,  a  dir  brevemente,  ne«- 
enna  traccia  ne  Tediamo  nella  piii  antica  fonte,  cioè  nelle  scritture  di  Bon- 
vicino;  Deesnna  nella  pronuncia  odierna;  e  nei  versi  milanesi  cbe  sono  fra  le 
Rime  di  Qio.  Paolo  Lomaxxo  (stampa  del  1587)  s'incontra  eaclosivamaate  lo 
schietto  a:  eompagn  gittrA,  costar  nan  corona.  Altro  forse  non  è  mai  atatò 
l't  per  d  dalle  scritture  vernacole  di  Milano  se  non  una  imitazione  del  veizo 
nuticale,  U  qnal  poteva  aver  qualche  propaggine  fra  il  minuto  popolo  della 
cittlk  Comunque,  una  t)ase  reale  il  fenomeno  ha  avuto  di  certo,  e'andava 
qui  ricordato,  e  non  sarebbe  indegno  di  qualche  indagine  utterirav. 

'  Il  mio  testo  d  in  Ch.  E.  S.  IH  23,  f.  393  s^.  L'ae  pare  in  un  infinito: 
l'ha  face  mattae,  ma  dovrebb' essere  un  errore  di  scrittura  o  un  idiotismo  d) 
lintaau;  cfr.  andd,  a  tta  jù  ecc.,  e  la  nota  che  precede.  —  In  un  saggio  di 
Oolasecca:  eugné  cognato. 


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298  Aaeoli,  Saggi  Isdisi,  L 

nato  a  nuTotara,  ecc.  *  ;  ed  ancora  abbiamo  un  filone  che  va  da 

oltralpe  in  sino  alla  Cattolica  >. 

'  Usi,  'tra  l'a  e  1a  e,  ma  più  vicino  a  quMt'tiItiaia,  fronmuiAta  alquiulo 
aporU',  del  bel  «aggio  pìacentiao  che  è  nella  Baccolta  di  dialetti  italiam 
dallo  ZnocAONi-OtLLAHDim  (Firenze,  1864). 

*  lo  Don  80  se  alcun  glottologo  <iasi  mai  accorto,  che  l'è  {<e),  perii 
fuor  di  poiiiione  (compreso  -dn  -dna) ,  occorre  costaotemeote  aoche 
in  una  sezione  del  territorio  toscano,  ed  ò  nelI'areUno.  Vi  rìcono- 
sceremo  il  fenomeno  emiliano,  che  si  propaggina,  nella  direzione  da 
tramontana  ad  ostro,  al  reraante  occidentale  dell'Appennino,  e  natu- 
ralmente si  accompagna,  come  bentosto  potremo  vedere,  con  altri 
fenomeni  che  dell'Emilia  son  proprj.  Del  qual  sesso  tosco-emiliano 
mi  riserbo  poi  a  riparlare  altrove,  sempre  atUngendo  ad  nna  fonte 
che  anch'essa  mi  h  schiusa  dalla  diligenza  del  Cherubini,  poiché  è 
merito  suo  se  l'Ambrosiana  possiede  una  bellissima  copia  del  Foco- 
boiario  oretòto  del  Rsoi,  ohe  tuttora  d  inedito  e  sarà  pubblicato  in 
quest'Archivio.  Ivi  non  s'incontra  facilmente  l'è  (a  e)  per  d,  chi  si 
limiti  a  scorrere  la  serie  alfabeUca  degli  articoli,  standosi  in  qnests 
le  voci  aretine  come  purgate  della  loro  impronta  plebea.  Ha  all'in- 
contro ne  abondano  gli  esempj  nei  passi  di  scritture  aretine  che  li 
adducono  eotto  le  singole  voci.  Avremo  intanto  nella  serie  alfabetica: 
fietOy  e  larga,  flato  (allato  a  fleto,  e  stretta,  fetore);  pettelc'feìr 
tale,  armatura  per  difendere  il  petto;  chiabatdena  'voce  della  plebe 
pih  bassa*,  —chiabatdana,  uomo  da  poco,  da  nulla;  frematere  fremi- 
tare;  mft»,  prima  e  larga,  voce  contadin.,  madre,  e  analogamente 
pfte.  E  nei  testi  citati,  sotto  le  voci  che  iodico,  avremo  tra  gli  altri: 
artroBfr  s.  amatnpire,  bailpr  s.  aretina,  dfr  s.  benedizìa,  Iat)«r  la 
btichfta  B.  bocata,  cantar  a.  bregtiecare,  emdere  s.  bulicame;  tfidfto 
s.  aratoentare,  nffinocchifto  a.  benedilla,  portfti  s.  higone,  terbelo 
B.  borscello,  itemwnfta  s.  borada;  chfn  s.  boccheons,  pen  s.  bmodo, 
dema  pass.;  bettiete  s.  amirare,  camovel  a.  bregliecare,  l' arporto  al 
caporele  s.  arporto  (rapporto);  feoe  a.  bagiane,  se  aliena  s.  Beflknia; 
breche  B.  amirare,  lumfche  s.  arustire,  drego  a.  beschia;  chcpo  s.  afa- 
tare. Ragion  diversa  pud  avere  l'è  di  eria  ('airia?)  aria,  cfr.  eria 
pur  nel  montalese  (Pistoia,  ma  solo  nel  modo  avverbiale  alV«ria\  Ne- 
EQOOi,  Sergio  di  vernacoli  totcani,  Milano  18S5,  pag.  6.  31),  che  i 
nn  dialetto  al  quale  è  estraneo  il  fenomeno  di  d  in  e,  poiché  andea, 
andava,  che  ancora  per  esso  fu  addotto,  6  un  esempio  illusorio.— 
Intatto  all'incontro,  nei  riflessi  aretini,  l'a  in  posicione:  altro  a.  el; 
caldo,  grande,  flambé,  tutti  s.  flamba,  quando  a,  fraschetta,  conia 
8.  bregliecare;  ptamo  a.  baregno;  ecc.  Ma:  piegge  spiaggia,  o  salita 
poco  rapente,  cfr.  p.  SOS. 


;vGoo»^lc 


§  2.  Ladino  e  Lombardo.  6.  u,  3. 4.  Continuatori  di  al  ■{■  cooa:,  di  àss  ecc.  ?99 
3.  Un  altro  fenomeno  pel  quale  il  gruppo  lombardo  radical- 
mente si  congiuQge  col  ladino,  ed  entrambi  poi  si  rannodano 
col  piemontese,  il  provenzale  ed  il  francese,  ò  il  costante  tur- 
bamento labiale  dell'  à  nella  formola  AL  +  cons  *.  Non  e'  è  biso- 
gno di  spender  qui  parole  a  dimostrare,  come  i  dÌTersi  riflessi 
di  questa  formola  convergano  a  quella  figura  che  vedevamo  cosi 
spiccata  nel  soprasilvano  {àult  ecc.,  n.  1&-11),  e  possiamo  limi- 
tarci ad  una  breve  raccolta  di  esempj  per  le  serie  lombarde. 
ALT;  mil.:  ÒUer^,  olzà  alzare,  mólta,  solt  soltà;  comasco,  ber- 
gam.  e  ant.  mil.  olt  (mil.  od.  v-olt),  alto;  bergam.  óter,  vaiteli. 
Stro  Mt.  app.77,  altro,  ind-oltr-ù  ib.  52,  altrove.—  ALD:  mìK 
cold;  caldèra  caldaja;  falda.  —  ALO'  *:  mil.  fole  falce  (cfr.  fols 
basso-bresc,  mannaja  de'macellaj,  Rosa 33),  vaiteli,  pot-folco 
'braccio  che  maneggia  falce  o  altro  ìstromento  ìmmanicato',  Mt. 
app.  84,  mil.  »  colz,  descoh,  colza  ecc.  Notevole  per  la  caratteri- 
stica del  bormiese  ch'esso  non  partecipi  di  questa  alterazione. 

4.  Tra  i' fenomeni  che  noi  spiavamo  con  qualche  cura  negli 
spogli  cisalpini  che  precedono,  era  il  rompersi  dell'o  in  posizione 
(n.  56).  Questo  frangimento ,  che  si 'manifesta  con  particolare 
abondanza  fra  le  varietà  ladine,  non  intacca,  nel  dialetto  mila- 
nese 0  nel  torinese,  per  dir  solo  di  questi  due,  se  non  alcune  poche 
formolo,  come  a  suo  luogo  potemmo  additare  (OL[L]J,  OLT;  OCT; 
p.  251  n.).  All'incontro  riuscivamo  a  vedere,  nelle  varietà  tici- 
nesi e  verbanesi,  rompersi  l'o  pur  nelle  formolo  ORT  ecc.,  rico- 
noscendovi la  continuazione  o  le  propaggini  del  fenomeno  la- 
dino. Ed  ora  non  sarà  superfluo  che  si  avverta,  come  v'abbia 
qualche  traccia  di  maggior  difiusione  di  questo  accidente  nella 
Lombardia  superiore;  che  è  in  ispecie  Vò  brianzolo  nelle  for- 
inole OSS  OSTR,  circa  il  quale  cosi  c'informa  il  nostro  Che- 


'  Bulua  sempre  la  forinola  ali  E  t.  ancora  'Ladino  e  Veneto'. 

'  Simili  forma  oggi  in  parto  piti  non  ù  odono,  in  Milano,  la  non  tra  il 
popolo  minnto.  Ma  é  qnaai  Bnp«n3no  logginngere  coma  occorrano  nello  scrit- 
tore milaneai,  bergama^elie  ecc.,  dì  tutte  la  età.  Par  gli  esemplari  che  ai  ric»- 
TaQo  dai  più  antichi  aaggi,  t.  il  C.  VII,  e  in  iapecie  Udssafu,  Daritellung 
der  allmaildndiicìun  mundart  naeh  Bonvesin's  schriften,  rendic  Lix,  6. 

'  Per  la  formola  ALS  non  mi  soTriene  aleno  aicnro  esempio.  Chi  pa6  me- 
^  dì  me  vedere  come  ai  uù  il  vaiteli.  f6s  che  il  Monti  (app.)  traduce  par 
'alido',  giudicherà  se  vi  si  possa  riconoscere  *fala-;  cfr.,  pel  tacere  di  l,  nna 
forma  valtellineae  addotta  a.  ALT. 


;vGoo»^lc 

À 


300  Ascoli,  Saggi  ladini,  [. 

rubini  (voc.  V'ESI):  'Le  voci  italiane  desinenti  in  osso,  cbein 
'milanese  cangiansi  in  oss,  escono  in  oeusc  [Os]  o  (buss  cosi 
'nell'Alta  come  nella  Bassa  BriaDza:  p.  e.,  'posso  pojuss ,  grosso 
'grcBìisc,  dosso  dceusc.  Nell'Alta  Brianza  fin  la  voce  milanese 
*<Vppòs  {dietro,  post)  assume  questa  pronuncia.  I  RoTagoateai 
'dicono  appceìis.  Pari  mutazione  accade  nelle  più  delle  -voci  desi- 
unenti  in  ostro:  p.  e.,  nostro  noeust'.  Alle  quali  serie  briauzaole 
non  potremmo,  senza  mancar  di  cautela,  aggiungere  esempj  sul 
taglio  del  milan.  rust.  cóé  cotto,  essendo  pressoché  certo  che  tì 
si  abbia,  per  mera  difiTiuione  analogica,  Vd  di  quella  forme  in 
cui  sussegue  consonante  scempia  {cós  cuocere,  ecc.);  né  vor- 
remmo senz'altro  aggiungerci  l'esemplare  per  ónc  =  OtiC'  che  ci 
è  occorso  in  un  vecchio  saggio  bormiese,  poiché  sì  tratti  di  nn 
dialetto  che  ha  sae  proprie  ragioni  istorìche;  ma  ben  gioveri 
Piotare,  in  relazione  a  quanto  già  più  volte  ci  accadde  riflettere 
sul  dittongo  che  appar  proprio  del  solo  plurale  mascolino  (cfr. 
'Poschiavo',  num.  50-6),  come  Va  non  ci  occorra  nel  possessivo 
bormiese  se  non  al  plurale  ('Bormio*,  num.  56),  e  come  pur  nella 
Brianza,  per  quanto  mi  è  riferito  da  alcuni  giovani  studiosi, 
nativi  di  colà,  ben  duri  sempre  il  mi  póss  io  posso  (per  la  qui 
voce  son  da  considerare,  come  testé  si  avvertiva  per  cOc,  i  Upi 
pada  ecc.),  ma  all'  incontro  grOs  e  nOst  ecc.  tendano  a  limi- 
tarsi, se  par  già  non  sono  limitati,  alla  sola  funzione  del  plu- 
rale. Altri  ìndizj,  più  o  meno  spiccati,  di  particolari  conve- 
nienze tra  la  favella  lombarda  e  la  ladina  ed  altre  contermini, 
sempre  in  ordine  elle  vocali,  qui  ci  è  forza  trasandare  ■;  e 
solo  ancora  toccheremo  dell'e  per  i  nella  formola  -INO  -INA, 
«  per  1'»'  nell'iato.  Avverte  il  Cherubini  (voc  V  253-4),  che  in 
addietro  si  dicesse  e  scrivesse  nel  dialetto  di  Milano:  quajcos- 
sorenna  {'qualcosolina),  fiorententia,  vercellenna,  ecc.  Da  no 
nativo  di  Busto  Àrsizio  sentimmo:  ven,  maiena;  e  dai  testi  dì 


'  Ma  dod'  (UBBO  tacere  di  un  esempio  di  propagginaiione  regreasiva,  the 
rìcoDoaco  in  mia  voce  itnportanta  a  come  caratteristica  dal  particolar  dmw 
ouda  Tanno  tra  di  loro  eoDgiunli  quei  grappi  nao-latini  ai  quali  più  Epeeial- 
manta  qui  miriamo.  E  la  voce  per  'aqaa';  onde  avemmo  l'augua  di  eoi  a 
pag.Sll,  eauffueaifftu  nell'ant.  frane,  aigua  pravem.  (che  al  Disi,  iri'  146, 
par  «empra  Agni*  atrana);  ed  aiffua  a  Brescia  (vocabol.  dal  1759,  Rosi], 
eij/ua  effua  io  alconl  luoghi  del  bergamasco  (Tirar,  s.  'aqua'),  eoa  *ai[g'Itii 
piemontese.  Circa  ai*-  aù-  ai-,  v.  per  ora  la  p.  Sòl. 


;vGoo»^lc 


g  2.  LaJÌDo  a  Lombardo.  B.  ii,  6:  p/.  fi,  ecc.  301 

quel  dialetto  raccogliemmo:  quattren,  visen,  moren  molino,  a 
ra  fen,  on  temten,  leten  latino,  scritturena.  In  Val  S.  Martino 
(bergam.)  dicono  galena,  materia,  cesena  cucina  (Rosa),  e  dal 
cremonese  vedo  addursi:  vioulèen,  bambèen.  Nel  bergamasco, 
per  dir  solo  di  questo  dialetto,  è  poi  continoo  il  fenomeno  di  e 
per  i  nell'iato:  carestea,  alegrea,  {Mare<£),  ostarea,  malatea, 
compagnea  (Rosa,  90).  Ora  non  mancano,  al  per  l'una  e  si  per 
l'altra  serie,  analogie  notevoli  fra  le  varietà  ladine  de'Grigìonìt 
anche  aggiungendosi,  per  la  prima,  la  concorde  geminazione 
della  nasade,  come  può  per  ogni  parte  vedersi  ai  n.  33  e  36  dei 
rispettivi  spogli,  e  qui  pure  c'incontriamo  con  la  favella  emi- 
liana *.  Ma,  per  limitarci  all'^  in  e,  se  in  ispecle  guardiamo 
alla  qaalitA  della  formola  in  cui  il  fenomeno  ai  compie,  propen» 
deremo  a  credere,  che,  per  la  Lombardia,  esso  piuttosto  si  pro- 
paggini dalle  rive  del  Po  che  non  dalla  zona  delle  Alpi  >. 

5.  Passando  poi  alle  consonanti,  incomincieremo  da  un  ca- 
rattere che  non  consiste  nel  convergere  delle  alterazioni,  ma  si 
nell'aver  comune  la  schietta  conservazione  di  un  antico  ele- 
mento, e  alludiamo  al  l  delle  formolo  PL,  FL,  ecc.  (n.  114  ecc.). 
Per  vero,  due  obiezioni  sì  posaon  facilmente  presentare  a  chi 
voglia  dedurre  argomenti  di  speciali  afSnità  dai  fenomeni  in  cui 
d'altro  non  si  tratta  che  di  particolare  integrità  latina.  Tana 
d'ordine  cronologico,  l'altra  d'ordine  cort^raflco,  e  nel  caso 
presente  esse  possono,  a  prima  vista,  parer  valide  entrambe; 
Poiché  se  risaliamo  ad  antiche  scritture,  vien  da  opporre,  che 
a  nn  certo  punto  i  medesimi  caratteri  devono  ricorrere  egual-» 
mente  in  tutte  le  favelle  che  fanno  capo  alla  lingua  di  Roma; 
e  se  adduciamo  saggi  odierni  da  regioni  più  o  meno  appartate, 
sorge  il  dubbio  che  la  miglior  conservazione  non  da  altro  si 
debba  ripetere  che  dal  restare  più  intatto  l'antico  patrimonio 
nelle  terre  segregate  e  come  riposte,  Senonchè,  mirando  prin- 
cipalmente al  caso  nostro,  imprima  si  risponde,  sul  partico-; 


'  Cfr.  MussAru,  Darsttllunff  Óer  rotnagnolitehan  nmndart,  rendic.  lxvii 
660-1,  M*6. 31. 

*  Hei  pib  Ticini  temacoli  emUiam,  r-«n=*-ifi  oggi  si  trora  affiitto  «ji  alte- 
ruione  terziaria  (piaoent.  domattA'n  ecc.,  cfr.  béin  bene;  paT.  ipéi  spino, 
c&.  bèi  bene),  ma  ancora  ai  attito  schietto  snelle  nel  riflMH  paveie  di  -ina; 
"uttténa  ecc. 


;vGoo»^lc 


302  Aacoli,  Saggi  ladini,  I. 

lare  delle  antiche  scritture,  che  net  documenti  contemporanei  dì 
molte  altre  contrade  italiane  trovasi  ormai  dileguato  questo  fe- 
nomeno d'integriti  romana;  onde  surge  sempre  il  quesito,  cosi 
per  questo  accidente,  come  per  altri  consimili,  del  perchè  le 
formole  latine  abbian  potuto  mantenersi  incolumi,  sopra  intere 
Provincie,  per  un  maggior  numero  di  secoli  che  in  altre  nou 
potessero.  E  per  quanto  in  ispecie  concerne  le  varietà  dialettali 
ÌD  cai  il  fenomeno  oggi  ancora  si  mantiene,  che  in  questo  luogo 
è  quanto  dira  le  varietà  lombarde  in  cui  ancora  risuonano  le 
formole  pi  fi  ecc. ,  non  va  di  certo  trascurata  la  loro  {giacitura 
topografica;  ma  ae  dall' un  canto  consideriamo,  come  le  stecu 
varietà  non  vadano  già  immuni  da  profonde  alterazioni  foneti- 
che, ma  anzi  in  parte  sopravanzino  la  generale  alterazione  che 
soffrono  i  suoni  latini  in  favella  lombarda,  e  dall'altro  consi- 
deriamo la  persistenza  del  fenomeno  nelle  antiche  scritture  di 
Lombardia  e  nelle  adiacenti  favelle  ladine,  e  finalmente  ricordia- 
mo come  la  presenza  di  esso  fenomeno  in  favelle  tuttora  viventi 
non  punto  dipenda  da  particolari  condizioni  di  territorio,  poiché, 
a  cagion  d' esempio,  net  Friuli  o  nella  Francia  lo  incontriaino 
ancora  continuo  dalle  Alpi  al  mare,  è  pur  forza  conchiudere  che 
la  giacitura  topografica  altro  qui  non  fa  se  non  favorire  la  pw- 
manenza  di  un  carattere  che  entra  esso  pure,  comunque  faccia 
parte  del  patrimonio  comune,  fra  i  criteij  di  quell'affinità  spe- 
ciale, che  in  fondo  si  risplve  in  un'affinità  etnologica. 

E  .venendo  agli  esempj,  quanti  attendono  all'istoria  delle  lin- 
gue romanze  hanno  ben  presenti  le  serie  che  si  ricavano  dalle 
scritture  lombarde  del  secolo  decimoterzo  e  del  decimoqoarto,  di 
quelle  scritture  in  cui  accade  incontrare  un  verso  come  questo:   1 
romani  p^u  fregia  cha  la  glaza  | 

rimango  più  fredda  che  il  ghiaccio 
del  quale  si  pnò  quasi  dubitare  se  sia  ladino,  provenzale  o  lom- 
bardo. Ne  offriamo  più  innanzi  qualche  saggio  %  e  per  ora  ci 


'  C.  VII.  Qni  va  in  iapacia  coaùderato  lo  spoglio  fonetico  dalle  Bcrittitre 
di  BoDTÌcino,  fttto  dal  Musgafia,  nel  luogo  gi&  citato,  sopra  la  ediiioiie  del 
BxsxEB  (1850-1).  Ma  ee  la  critica  pud  aoimettere  con  piena  aicureoa  eh» 
pi  ci  eco.  ai  continuassero  in  quettempi  pure  in  dialetti  lombardi  eh*  oggi 
ne  sono  alieni,  giova  però  non  dimenticare  come  qnesti  nessi  piii  a  luogo 
durassero  nella  scrittura  che  non  nella  pronuncia,  e  come  in  iapecia  nelle 


;vGoo»^lc 


S  2.  LKdiao  0  Lombardo.  B.  ii,  5:  pi,  fi,  occ.  3(3 

fftcciamo  senz'altro  alle  serie  che  sopraTÌvono,  e  sono  per  av- 
Tentara  più  numerose  che  non  si  soglia  imaginare: 
Tal  tellina  *  (Mt.  toc.  «  app.):  piata  lastra,  pldite  (Alboaaggìa) 
piange,  cfr.  p.  164,  num.  152,  plée  pieno,  plòja;  sgonfld  mucchio  di 
nave.  Cui  si  aggiungono,  con  vocale  certamente  inframmesaa :  stabet 
stalla,  rdfcolo  rcSicot  (sic;  voc,  207,  app.  89) 'raatl,  rastro,  tridente, 
e  insieme  dovrebbe  andare,  se  non  rimanesse  quatchs  dubbio  circa 
il  frammettersi  dalla  vocale;  jòngola  {app.;  nel  voc.  si  attrìbnisce  a 
Bormio),  correggia,  striscia  di  cuojo  che  lega  il  giogo  alle  coma  dei 
buoi,  cfr.  juncla,  ffiuncla,  xuncla,  nei  dial.  grìgioni  (Car.  naohtT.)> 
striscia  di  cuojo  per  condarre  gli  animali,  correggia,  posch.  giungla 
Mt.,  veroa.  rust.  dóncola  (cfr.  §  4).  La  inserzione  della  vocale  à  per 
sé  manifesta  in  rdtcol-,  poiché  il  suo  e  rimonta  al  neuo  fi  (cl'^tl, 
cfr.  il  nam.  120n.  e  l'it  raschiare  =  *raatlare,  Slvdj  crit.  II,  105),  ed 
ha  le  sae  prossime  analogie  nei  valtellinesi  vérom  {"vérm,  serpe, 
hisda,  app.  123)  e  tèmbola,  milan.  témbol,  pollone,  gemmula,  In  cui 
il  b  attesta  la  fase  del  nesso  (g'em'la  ecc.,  cfr.  num.  156)  K  Val 
Oandino  (Kosa  93,  Tirab.  31  e  ai  riapett.  artic),  è  una  valle  ber^ 
gamasca,  nella  quale  abonda,  forse  piti  che  in  ogni  altro  territorio  di 
Lombardia,  il  fenomeno  a  cui  attendiamo  >.  Ivi  si  odono:  pia  piano, 


copie,  od  anche  nalla  imitaKÌoni  della  più  antiche  scrittura,  aeoadwsa  percÌ4 
die  l'amuinanM,  o  rìmitatore,  Tenendo,  nelle  et&  BnccewiTa,  a  scrìTer  in- 
quantamente,  a  per  corretta  ragione,  pi  el  ecc.  per  pj  è  eco.  della  propria 
ana  pronimcìa(j)Ht(«r^]>filMr,  inà6ia=. macia,  ecc.),  fiiiisw  per  Introdurre  il 
DesM  por  dora  il  xaopj  6  eco.  non  provemva  da  pi  el  eco.  nd  qnindi  poteva 
rbalira  a  qneate  Agore  nell'antico  Tamacolo.  Coal  d  ipiegano  sapla  per  «op- 
pia, Clara  per  »tra,a  aimlglianti  (cfr.  Hnsairu,  randic.  xlti  122,  ux  12),  e 
Tale  roaBerraiione  anche  per  le  scrittore  veneiiAna,  di  col  tocchiamo  al  S  4. 
Per  ultimo  si  poBMQo  ricordare  in  questo  luogo  i  veglimi  e  le  veglowK  di 
Lombardia,  che  entrarono  nel  lees.  del  Du  Cangi,  cfr.  Ch.  toc.  i.  'Toggion*. 

'  Non  compresa,  che  s'intende,  la  varietà  bormìeaì,  oA  la  poachisvine,  di 
cui  vedi  a- SUD  Inogo. 

'  Per  analogie  Udine  pad  vedersi  la  prima  nota  a  p.  49,  «.quadra  In  iipecia 
il  M^raiilT.  affel  (*affl  aÉo)  trovo,  Rom.  7,13. 

'  É  psrd  auai  notevole,  che  aawna  esempio  per  ci-  (=  ci-  lat.)  ci  ùa  offerto 
dal  Rosa,  a  nesaono  dal  Tiraboschi  che  sia  speciale  a  Val  Qandlno,  come 
non  ce  na  A  dato  preMochd  nessono  per  la  Valtellina  [plif,  cIìto,  corta  mon- 
tagnosa, sarebbe  eomuna  airitaliaoc)  e  nessuno  per  Idre,  di  coi  v.  appresso. 
Non  &  di  certo  mero  caso,  nd  il  solo  indixio  cha  mosbi  primo  ad  alterarsi 
il  nesso  ci,  coma  all'incontro  l'ultimo  a  cedere  é  pL  Qià  nella  lezione  in  coi 
sono  a  noi  conservate  le  scritture  di  Bonvicioo  siamo  per  questa  parte  alle 
cittidizioni  medesime  che  oggi  ci  ofirono  le  valli  lombarde;  vale  a  dire:  pi 


;vGoo»^lc 


301  AmoU,  Saggi  ladini,  I. 

jAmta, pUaig, plaxsa,  pie  ^ì^ao,  plomb, pia-,  flama,  fiat,  fioca,  litanc, 
iloscid  biaaciare  (posch.  btiustl  Mt. ,  cfr.  Dixz  Ì9ss,b.t.),  glaJl  {gìasc'), 
inpluti.  In  altre  valli  bergamaacha  (Brembana,  S.  Martino,  Tirab.) 
abbiamo  gler,  glir,  ghiro;  plach  (Val  di  Scalve,  Rosa  54)  •piane, 
trsTÌ  rozzamente  riquadrate,  plecia  (in  alcune  di  quelle  valli,  id.  ib.) 
*plecta,  coltrice,  cfr.  triai. plele.  Il  Bressano,  di  cui  si  hanno  saggi 
bergamaschi  a  atampa  del  1574,  ancora  scrive  clùx  chiudere  (Tibab.); 
e  all'odierno  bergamasco  rimangono  clustìr  del  fùren,  piastra  che 
chiude  la  bocca  del  forno,  elogia,  chiusa  che  si  forma  per  rac-co- 
.  gliervi  dell'acqua;  oltre  clog  clotsa  chioccia,  e  quindi  clostd  cìot- 
tdda,  gldndol  (allato  a  gàndol  *)  nocciolo,  flaèl  (V.  di  Scalva:  /lèi] 
B*flagelIo-,  ooreggiato,  cfr.  pag.  284  n.  3  e  Mt.  voc.  xix  3;  a  tacere 
delle  combinazioni  interne,  come  per  ea.  in  pabel  pabal  *pahl,  pa- 
nico selvatico,  peloso,  rimpetto  al  pabbi  del  milanese  (cfr.  le  serie  di 
Valtellina).  Finalmente,  dalle  vaiti  bresciane  (Rosa):  ploff,  fioca, 
plani,  piove,  fiocca,  piange,  esempj  del  dialetto  d' Idro-^-  gler  ghiro. 
Valle  Trompia;-  in-ecU  immiserito  (cfr.  brianz.  gecchli  ecc.  Cn. 
VOO.V296),  Val  Camonica  Superiore;-  e  dal  basso-brescia- 
no: plaita,  contesa  di  parole,  cfr.  pag.  81,  esemplare  di  cui  parte- 
cipa, ed  anzi  io  doppia  figura,  pare  il  vocabolario  milaneso:  plMt 
gu^o,  pléit  piato,  litigio. 

6.  Rimane  che  si  tocchi  di  alcune  alterazioni  e  di  qaalcbe 
lUleguo  di  consonanti,  sempre  in  ordine  al  particolare  scopo 
del  presenta  discorso.  Hanno  speciale  importanza  le  modifica- 
zioni e  il  dileguo  dell'antico  N;  ma  giova  all'economia  del  no- 
stro studio  che  se  ne  tenga  conto  altrove  (II,  1).  È  poi  di  molto 
momento  quella  digradazione  dell'antico  CT  (jt,jt},  é),  che  già 
fu  a  noi  subjetto  di  particolare  indagine  (p.  83)  e  si  ìnconb-a, 
con  varia  estensione,  in  favella  ladina,  nella  lombarda,  nella 
pedemontana  a  nella  ligure,  per  qui  non  dire  di  più  rimote  pro- 
TÌncie,  Ma  raccogliendo  ora  le  nostre  fila  (cfr.  il  num.  172  dei 
diversi  spogli),  non  sarà  inutile  notare,  come  la  più  antica 
fase  dell'alterazione  (jt;  p.  e.:  faJt[o])  mal  più  s'incontri  nella 


hi  fi  eoHtaatamente  intatti,  ma  ci  di  regola  ridotto  a  aemplìce  palatina  {^iar 
m(»Mlo  =  ca[nando  =  clamando,  ecc.);  e  vi  occorra  cosi  ridotto  anchs  gL 

*  In  questa  forma  ai  perde  per  diaumilazione  il  l  della  prima  eillaba  (^elao- 
d[n]la);c&.  gSs,  IVO,  4. 

'  ol  fiavel,  tributa,  in  un  antico  glossario  laUno-bergsmascO)  pubblicato 
dal  OuoN  nel  terso  toI.  del  Fropvgttator», 


Digitila  bvG00»^lc 


S  2.  Ladino  e  LomWdo.  B.  u.  6.  Coaaoaaatì  aitante  ed  elite.  306 
schietta  favella  ladina;  laddove  riuscivamo  a  aantirla  nella  ra- 
gione ticinese  (p.  265) ,  «  la  vedemmo  tattora  predomioanta  in 
più  d'una  valle  dell'alto  bacino  dell'Adda  (p.  284, 291).  Appéna 
è  d'uopo  ranuneatare  agli  stadiosi,  come  gii  prevalga,  nei  più 
antichi- codici  lombardi,  l'ultimo  esito  della  evoluzione,  cioè  la 
esplosiva  palatina  *  ;  e  perciò  sono  tanto  più  preziosi  quegli  esem- 
plari odierni,  che  ancora  sì  conservano,  in  ischìetti  vernacoli  di 
Ijombardia,  allo  stadio  detl'y^*.  Già  uno  ae  ne  addusse  a  p.  265, 
cui  per  ora  si  aggiungano:  frui/a  trucia  (trota),  sul  lago  d'Iseo  ^ 
peit  bresciano  {poit  in  Val  Camonìca  Super.)  ~peó  mil.  e  com., 
mamme  ddle  bestie  (Rosa),  e  fan  peinà  'peitnà  {mil.  peéeTtà), 
che  trovo  in  un  elenco  di  'voci  usate  in  Valsasiaa';  insieme 
ricordandosi  fei  trei  e  simili,  di  cui  toccammo, a  pag.  295.  Ma 
l'alterazione  a  cui  precipuamente  in  questo  luogo  miriamo  *,  è  il 
dileguarsi  del  d  primario  e  del  secondario,  tra  vocali,  in  varietà 
lombarde  oggi  ridette  a  confini  più  o  meno  modesti;  dileguo  che 
ci  riporta,  quanto  al  principio,  ed  anche  per  particolari  coiuoi- 
daoze,  al  fenomeno  ladino  cui  dedicammo  il  d.  203  dei  rispettivi 
spogli.  Già  ricordammo  l'orti  del  mil.  rustico  (p.  256),  vaiteli, 
rais;  ed  ò  caratteristico  a  questo  riguardo  il  mil.  miolla  mi- 
dolla, che  ancora  il  Maggi  adoperava,  e  coincide,  per  tacer  del 


'  Codr  disp4ffio  dispetto,  bÉntdtffia  benedetta,  ecc.,  Ted.  Ìl  C.  VII;  «  dal 
'Volgue  Eloquio' di  Dante;  ^^  mtt  d" oc/timer,- cSe.  'Val  Bregaglia' (^.  STt^ 
e  otftna,  ottava  (come  tinqvena,  tetteita  ecc),  in  Bonricioo.  Ma  qui  non 
sarà  forw  BoperSna,  quasi  a  complemento  del  num.  172  degli  spogli  che  pre- 
cedono, ona  breve  serie  dì  eeempj  odiami,  poichd  noa  pare  che  si  soglia  a 
ballatila  riconotcare  la  estensione  e  la  durata  del  fenomeno.  I  seguenti  esem- 
plari, quando  non  sia  avvertito  altrimenti,  sodo  comuni,  per-oon  dire  dL  altri 
disletti,  al  milanesa  ed  al  comasco:  eoK/ìcct  *canfoetare,  dar  la  cmieia  alle 
pelli,  Itiid  *]nctare,  piagnucolare;  com.  ruéd  cfr.  p.  S65;  la£.  Uè;  noè  (com. 
nc&i  pernottare  ecc.);  mil.  piciira  ecc.;  picen;  tue  s^ica;  Cdc;  trai  'tratto', 
term.  di  caccia  o  di  pesca;  viiiira:,-  mil.  oni  uucto-  (com.  ernia  *uiictare, 
Wum  oncwrà),  mil.  pófìéa  prora  (eiod  'punta';  caqi.  poni  punto,  poncà  CQ- 
cire);  mfl.  strec  e  slrtnÈ,  atrencò  'strifnjetore-  etram.  de'falegn.  (com.  ttr^t- 
ierta  strettMza,  avarizia);  briaat.M»£  *TÌ[D]etfr-  Ca.voc.IV  (giunte)  137,  o 
Unià  hnédst-^o,  lisciare  liaciarsi,  varamaite  'leccare',  càot  *Ii[n]otare;  ed 
in  Valaaaiiu:  ttné5l  *nact-tflo-,  imagine  d'nn  santo. 

*  Che  é  stadio  normale  nel  piemontaaa,  cfr.  p.  £61  n. 

'  torentina;  la  troyta ,  ha  il  gloss.  lat.-bergam.  citato  nella  pag.  che  precede. 

'  Di  /  e  i  in  Lombardia,  t.  C.  Il,  §  I. 

ArcUvio  gloHol.  iul.,  t.  IO 


;vGoo»^lc 


306  AbcoU,  Saggi  ladini,  [. 

ladino,  coi  comaschi  midla  e  mdl  Ut.,  e  coi  Taltéllinesi  niolàa 
(dial.  di  Ponte,  Ch.  E.  S.  II  4;  riapondbrebbe  veramente  a  'mì- 
doUato')  e  gn6la,  di  cui  t.  a  p.  263  *;  cfr.  com.  hèdola  hèola 
hiòla  Mt.,  bidoUo  (cioè:  bétula  e  betulla).  ÀI  ntd  mil.  dalla  città 
risponde  il  contado  e  il  comaaoo.  per  ntn,  che  sarà  il  'i.i[d]inij' 
(cfr.  nioéul  Taltell,,  nido  di  gallina,  Mt.  app.),  eoe  queir ettlissì 
di  d  che  anche  il  parlar  cittadino  mostra  tuttora  nel  sinonimo 
niàs;  allato  al  qnal  esemplare  addurremo  vel  *Te[d]él  a  Idra, 
piccolo  -vitello  (Rosa),  e  tui  ammazzare,  in  Val  di  ScaWe  (Rosa: 
cfr.  p.  36).  Anche  i  Taltellinesi  teòn  tèa  -,  pino  silvestre  Mt.  ,  pos- 
sono qui  stare  (v.  p.  39  e  213  in  n.),  poiché  difficilmente  può  ve- 
dervisi  voce  accattata.  E  da  questi  esempj  sporadici  passando 
alle  serie  conttnae,  ricorderemo  imprima  la  serie  brianzola,  dì 
cai  tocca  il  Cherubini  (voc.  V  293):  cajenna  'ca[d]éna,  slajers 
{stajéra  e  stera  a  Borsano)  'sta[d]éra,  ecc.,  nella  quale  all'iato 
si  rimedia  per  j'  (n.  233),  laddove  gli  si  rimedia  per  v  nel  tipo 
ancora  brianzolo:  ballavo  *balla[d]ór,  cavalcavia  fatto  a  bslla- 
tojo,  seccavo  *secca[d]6r  seccatojo.  E  raccolti  ancora  per  lia  i 
doppj  esemplari  urbani:  stràa  strada,  contràa  -tràda,  spùa 
(spù-v-a)  spùda  sputo,  spuà  {spu-v-à)  spudà  sputare,  no-v-à 
nodà  nnotare,  arriviamo  poi  a  quella  costante  elisione  della 
dentale  nel  tipo  rustico  del  participio  feminile,  la  quale  ancora 
si  accompagna,  nel  dialètto  hustese  e  forse  in  altri,  all'epen- 
tesi del  o.  Onde  abbiamo  i  seguenti  esemplari,  provenienti  dai 
saggi  rustici  di  Busto  Arsizio  già  prima  citati:  stra-t>-a"sin- 
[d]a,  paga-v-a 'p&g&[i]A  pagata  (urbano:  pagoda),  conscia-v^  | 
conciata,  travaia-v-a  travagliata,  ecc.  *. 

7.  Questo  tipo  di  participio  ha  acquistato  una  certa  notorìeU 
per  merito  della  graziosa  Villereccia,  in  dialetto  rustico  mi- 
lanese, che  si  deve  al  Larghi,  e  fu  pii^  volte  stampata.  Nelli 
quale  insieme  ricorrono  -ént  =  *-ànt  {quento  ecc.),  come  pur  gii  l 
vedemmo  nel  bustese,  a  l'o  (u)  desinenziale,  non  solo  dove  l'eti-  I 


'  Abbiamo  ciod  la  notisaima  digradaiioDe ;  mjà  njà  nd;  ma  qui  à  imporUnft 
di  notare,  cba  nal  mil.  nidilla,  succeduto  nell'ato  a  miólla  (Ch.toc.V^}> 
appare  come  fìiso  l'antico  tipo  ladiaeggiaute  (oìdla)  col  tipo  italiano  (middl>,' 
Ch.  del  reato  il  pìem.  miola  e  il  Tenea.  mtola. 

'  L'epentesi  del  o  anche  nei  plur.  mascoL  dello  starao  partic:  ix'U'M- 


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S  S.  Lad.  a  Lomb.  B.  ii,  7.  Ant.  I^tteratore  dialettali  daU'Alta  Italia.  307 
mologia  lo  richiede  e  oggi  ancora  risuona  pur  nello  stsaso  dia- 
letto  di  Busto  (Larghi:  Sfotto,  quento,  galento;  saggi  bustesi: 
tentoecc,edames«ntitt,  ancora  di  diaLbustesa:  guéntu  quanto 
cóldit  caldo,  ho  'ùstu  ho  visto),  ma  eziandio  all'uscita  ài  temi 
nominali  in  cui  l'etimologia  vorrebbe  1'  -e,  e  analogamente  nella 
desinenza  dc^li  indniti;  quindi:  polmono,  bona  notto,  dormi~ 
ro  ecc.  *.  Simili  forme  altro  ormai  non  ci  appajono  che-  uà'  imi- 
tazione burlesca  dì  quella  storta  applicazione  dell' o  desinenziale 
che  fo  in  Lombardia  l'uomo  del  volgo  quando  si  mette  a  par- 
lare in  punta  di  forchetta;  né  vorremo  credere  che  a'tempi  del 
Larghi,  che  tuoI  dire  a  mezzo  il  secolo  scorso,  esse  realmente 
appartenessero  alla  schietta  favella  del  popolo.  Già  si  opporrebbe 
a  questa  sentenza  il  trovarsi  in  quella  medesima  poesia  la  forma 
tronca  dell'  infinito  accanto  a  quella  in  ro  (senti,  sentirò).  Ma 
pur  la  atorta  applicazione  dell' o  finale,  potrà  avere  la  sua  utile 
storia;  e  intanto  a  noi  porgeri  Tadito  a  qualche  osseryasione, 
che  fwse  affatto  non  manca  di  novità  e  d' importanza. 

Poiché  l'-o- per  Ve  àtona  all'uscita,  è  come  la  nota  carat- 
teristica di  un  gruppo  di  documenti  letterarj,  conservatoci  in 
codici  anteriori  al  1350  ed  egregiamente  studiato  dal  Mussa- 
Fu<;  nel  quale  ti  occorrono,  a  cagion  d'esempio:  la  fama  fame, 
nevo  neve,  venire  venire,  cosro  cuocere,  dormo  dorme,  ecc. 
È  un  complesso  di  componimenti  poetici ,  che  tutti  danno  una 
stessa  varietà  dialettale,  di  base  che  dimostreremo  venata,  come 
già  diceva  la  patria  di  uno  degli  autori  (o  forse  dell'autore  di 
tatti);  Fra  Giacomino  da  Verona  3,  Ma  questo  dell' -o  per  -e 
fuori  dì  accento,  non  è  se  non  uno  dei  punti  di  particolar  con- 


'  D^ià  che  soot  cbignora  in  co  la  atrava, 
E  To  paaiaiid  ol  temp  senza  dormirò, 
Mi  te  TDJ  fa  senti,  se  voeutt  sentire, 
01  me  amor,  on  sgrìzztn  de  BerenaTa;  ecc. 
V.  CBrauB.,  CoÙix.  dtlU  mifflitn-i  open  ecc.  IV  S13;  Biond.  1 18.-  E  cfr.  Ga. 
voc.  V  190,291. 
'  Rendtc.  un,  11^£35. 

'  Dei  caratteri  intrioiaci,  pei  quali  queste  scrittore  et  distaccano  dal  lom- 
butik)  e  d  congiongono  al  veceto,  qui  ci  limiteremo  a  citnre  la  terza  persona 
plurale,  non  mai  diversa  dalla  terza  singolare.  Ma  al  §  4,  d,  4,  vedremo  la 
lia  per  la  quale  afiàtto  ai  cluariscoDo  le  attinenze  tstoricbu  d.'t  dialetto  di 
Fra  Qiacomiao. 


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308  Ascoli,  Saggi  ladini,  I.  ' 

veoieoza  del  dialetto  di  quelle  venete  scritture  con  le  favelle  o 
le  antiche  scritture  di  Lombardia.,  ed  anzi  è  un  punto,  sul  quale 
per  ora  non  insisterema  davantag^gio.  Due  tratti,  all'incontro, 
sui  quali  qui  vorremmo  principalmé&'tn  richiamata  l' attenzione 
del  lettore,  sono  questi:  l'effetto  dell'i  all'uscita,  e  io  ispecie 
dell'i  del  plurale,  sulla  determinazione  della  vocale  tonica  delli 
sillaba  precedente,  e  la  grande  facilità  con  cui  si  dilegua  il  d 
tra  vocali ,  sia  esso  primario  o  secondario.  Cosi  in  quei  componi- 
menti di  baso  veneta:  questo  qvisti,  quelo  quigi,  gloriot  do- 
lorusi  D  292.5,  ecc.;  e  nel  milanese  di  Boovìcino  o  di  Bescapè: 
povereto  poveriti,  dente  dinti  {dingi),  eoe.  (cfr.  pag.  294,  n.  2). 
In  quelli;  baar  badare,  creer  credere,  rir,  guaagno,  meesina, 
preveir  provedere,  aiar  aitare,  ecc.;  la  Bonvicino:  quaema, 
traitor,  crer,  rire,  oitain  cittadino,  ecc.  Compare  altresì,  nelle 
scritture  venete  delle  quali  ora  tocchiamo,  il  tipo  somejento 
somigliante,  viandenti  viandanti,  il  quale  si  combina  coi  tipi 
conformi  e  continui  che  incontriamo  in  Lombardia  ^  E  persino 
il  singolare  cendamo  per  'cinnamomum',  usato  da  Fra  Giaco- 
mino, vale  a  dire  la  notevole  alterazione  ascendentale  di  nn  io 
nd,  ci  riporta  al  Ticino,  all'Adda  ed  all'Oglio,  dove  avremo: 
colondéi  porzioni,  cioò  'colonnelli'  (Valtellina,  Mt.),  watdn- 
gliars  (Valsasina  e  Valle  Leventina,  e  di  leventinese  ho  pure 
'  vadn  vaglio),  vandà  abburattare  (Val  Oamosica  Saper.,  Rosi),  i 
4at.  vaiiuus  vannere;  allato  ai  quali  si  chiarisce  anche  il  coma-  : 
SCO  apanda,  spanna  ^  ' 


'  Qui  non  tanto  voglio  alludere  aìT -ent  = -dtxt  bnetase,  che  ancora  si  vrit 
dipeDdera  da  una  generale  alterazione  fonetica,  qnanto  ai  tipi  bergamatcbi: 
maet  (*maeiit-  Val  Oandino)  maDgianta,  cirehed  (*eÌTchsDd)  cercando.  Vedist 
Rosa  99-100,  Tibab.  43.  In  Bescapè  (Biond.,  Poesit  lomàarde  inedib  à»ltf 
colo  Xin,  149):  lo  soTneliente. 

'  la  vand  ai  potrebbe  sospittare  mera  epiteei,  e  confrontare  i  caai  di  -»p 
da  -ffi  :  amp  p.  283,  omp  friul.,  ecc.,  tua  osta  la  molta  diffusione  dello  id 
nel  Yorbo  primario  (cfr.  p.  311).  Anched  -mb~  da  -m-  (-mn*-):  stombie  bor- 
iniaM  (Val  Forra),  itombée  in  Valtellina  (Campo  Dolcino,  Ut.),  ^stòaunatt^ 
Diverso  à  il  caso  di  mbj  da  mj  :  comitato  it.  ecc.,  t.  Diez  leas.  a.  'graubo 
{eonbiado  anche  nel  testo  veneto  di  Fra  Paolino,  g  4,  a,  combid^in  Vabs- 
gana).  Nd  con  ttombte  ecc.  si  dee  confondere  l'aretino  flamba,  die  va  cel 
tre.  fiambé  flambtau  ecc.,  e  deva  liiatire  a  flamin[u]la  (cfr.  la  n.  1  a  p.  30ì), 
o  l'aretino  sembola  semola,  esempio  manifestamente  analogo  a  mbr  ilaL  ot 


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§  2.  Lod.  e  Lomb.  B.  ii,  7.  Aot  letteratura  dialettaU  dell'Alta  Italia,  309 
Ora,  per  quali  modi  hanno  sin  qui  gli  studiosi  tentato  di  ren- 
dersi ragione  delle  conformiti  e  delle  condizioni  che  noi  breve- 
mente ceroavamo  di  raffigurarci  coi  fatti  che  testé  allegammo  1 
Limitata  l' osaervaiione  agli  antichi  saggi  letterarj  e  alle  piti 
note  fra  le  odierne  varietà,  pareva  che  le  conformità  dialet- 
tali di  qnei  documenti  non  si  potessero  altrimenti  spiegare,  che 
imagioaodosi  una  vicendevole  e  artificiale  assimilazione  dei  varj 
dialetti  di  quest'Alta  Italia  che  veniva  aspirando  a  un  linguag- 
gio comune.  Cosi  per  esempio  si  diceva:  è  estraneo  al  veneziano 
il  procedimento  per  cui  il  puraJe  di  gitelo  risulti  regolarmente 
^l'i/t,  e  all'incontro  avvertesi  questa  vicenda,  o  i  suoi  effetti, 
cosi  nell'antico  milanese  come  nel  moderno.  Quindi,  si  conchin- 
deva,  abbiamo,  per  questa  parte,  la  Lombardia  che  si  viene 
assimilando  la  Venezia.  Si  trovavano  viceversa,  per  dir  di  un 
altro  esempio,  i  participi  <^^'®  antiche  scritture  milanesi  in  -ao 
[ligao  ecc.),  che  oggi  ancora  ai  odono  in  favella  veneta  ma  non 
già  nella  milaneee;  e  per  questa'  parte  si  diceva  che  l'influenza 
veneta  era  prevalsa.  Che  se  taluno  pur  non  ricorreva  a  questa 
ragione  della  fusìon  letteraria,  ìmagiuaTa  tnttavolta  un'altra 
specie  di  rimescolanze,  appigliandosi  all'ipotesi  che  gli  origi- 
nali fossero  a  noi  arrivati  variamente  guasti  dagli  amanuensi, 
i  quali  v'introducessero  i  caratteri  dei  propi;)  ve^nacoli  natii. 
Ma  venendosi  a  quella  principatisstma  caratteristica  comune  dei 
dae  gruppi  letterarj,  che  è,  prescindendo  dal  participio  perfetto 
passivo,  il  cosi  frequente  dileguo  della  dentale  {d  primario  e 
secondario),  il  problema,  limitata  sempre  l'osservazione  a  quel 
ristretto  orizzonte  che  dicemmo,  si  rendeva  cosi  arduo,  che  poti  . 
a  dirittura  parere  insolubile.  Come  avviene,  chìedevan  tutti,  che 
mentre  i  vernacoli  di  Venezia  e  di  Milano  non  pèrdono  la  den-  , 
tale  drbasi  latine  sulla  stampa  di  'videro',  '^dua',  'credere',  ecc., 
quegli  idiomi  letterarj  ne  vadano  privi!  E  non  è  mancato  chi 
pensasse  a  una  artificiale  riproduzione  dei  fenomeni  francesi  o 
provenzali,  della  qual  servilità  letteraria  ben  ai  sarebbe  potuto 
dire  che  non  vi  avesse  altro  esempio  nella  storia. 

■nr  negli  adruceioli  o  fra  le  sillabe  protoulelie,  malgrado  la  vocale  Afona  che 
par  Mparars  m  da  r:  bombirò  vomer,  gambero  camnianie,  ghiombero,  gìo- 
mare-,  bomberdea  gumm-'-Aribian  (cfr.  Daz  [*  316iFliìcbu,  Di  aleunt  forme 
de'nomi  locali  dall'Italia  super.,  S2-3). 


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310  A&coK,  Suggi  ladiDi,  I. 

Ebbene,  se  i  presenti  fogli  non  sono  scrìtti  indarno,  le  ipo- 
tesi delle  assimilazioni  artificiali,  volute  cioè  dagli  scrittori  o 
prodottesi  per  alterazione  dei  loro  testi ,  ricsTon  tutte  un  colpo 
mortale;  e  11  problema,  a  cui  ultimamente  si  accennava,  io  tanto 
si  risolTO,  in  quanto  cessa  addirittura  di  esistere.  La  esplora- 
zione, un  poco  più  ampia  ed  attenta,  delle  schiette  varietA  dia- 
lettali, che  qui  Tuot  dire  dei  dialetti  lombardi  e  dei  veneti  tn 
quanto  sono  o  sicuramente  sono  stati  viva  favella  di  popolo,  ci 
porta  a  riconoscere  che  i  caratteri  in  questione  sìen  tutti  in- 
digeni, cosi  della  regione  lombarda  come  della  TOneta,  e  che 
-  nulla  qui  vi  abbia,  in  proporzioni  insolite,  o  dì  accattato  o  di 
straniero.  Se  cosi  ci  vogliamo  dar  la  pena  di  riandare  i  feno- 
meni che  prima  adducevamo,  incominciando  dai  tipi:  igi  *elli 
(eglino),  pissi  pesci,  e  simili,  ben  sarà  vero  che  questi  riman- 
gano estranei  a  Venezia  (all'odierna  in  ispecie),  ma  pur  trove- 
remo a  suo  luogo  (§  4  b)  come  se  ne  raccolgano  in  gran  copia  pnr 
da  fonti  venete  schiettamente  popolari.  Si  tratta  veramente  di 
un  fenomeno  caratteristico  dell'Aita  Italia,  il  quale,  con  varia 
misura  ed  efiBcacia,  ne  percorre  quasi  intera  la  estensione,  dal 
Mediterraneo  all'Adriatico;  e  quindi  s'incontra  nel  gruppo  ligure 
{boin  bon-i),  nel  pedemontano  {chemp  'caìmp  camp-i),  nel  lom- 
bardo \mfs  *meis  mes-i)  e  nel  veneto  *.  Se  poi,  continuando,  con- 
sideriamo il  participio  in  -ao,  basta,  a  tacer  d'altro,  combinare 
tra  di  loro  le  figure  bustest  che  di  sopra  adducemmo  (pag.SdS, 
306),  per  doverlo  riconoscere  indigeno  pur  di  Lombardia.  B  per 
quanto  è,  in  generale,  del  mancar  tra  vocali  il  d  primario  o 
iiecondario,  con  una  frequenza  a  cui  male  arrivano  i  dialetti 
pedemontani  e  appena  è  superata  dai  francesi,  noi  già  vedem- 


'  Si  ritrova  largamente  sviluppato  anche  nel  gruppo  emiliano;  e  qui  db 
citeremo  perspicui  esempj  bolognesi,  ricorrendo  alla  traduzione  della  Gera- 
salemme  Liberata,  che  el  deve  a  Giov.  Frane.  Negri  (1628;  della  parte  inedita 
della  quale  ho  veduto  un  esemplare  nella- Cassanatense  di  Roma),  e  eooser- 
Taiidone  Ecrupoloaamente  le  ortografie.  Tipi  di  singolare;  i*e?n  itidegn  x  l*i 
hgmdegn  xm  8;  al puvretl  xii  101;  da  qtiel  Francea  viii  Qi,Inghlestfftt'iì 
42,  ai  pota  ni  58.  Tipi  di  plurale:  j  m-dign^  t  sign,  i  Ugn,  xi  39;  >  dsiig^i 
i  suo  £iifn,  i7Q;-  à  nù  pwt'ritt  z  35,  i  suo  Diaw'IiKziu  4;-  tn  qv^  fati  vi 
S5,  gwt;  biceh  xiii  8;-  i  pauaiwn  FrancU  (i  padiglioni  fr.},  t  Mf,  mi  S; 
vffit  X  12,  d$t  X  28. 


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g  2.  Lai.  e  Lomb.  B.  u,  7.  Ant.  letterature  dialettali  dell'Alta  Italia.  31 1 
mo  (p.  305-6)  per  quanto  larga  misura  il  fenomeno  si  cootiout 
in  odierni  vernacoli  lombardi,  e  più  tardi  vedremo  (§4,  b)  Ìb 
qa&nto  grande  estensione  egli  aia. offerto  par  da  saggi  veneti 
di  schietto  idioma  popolare  {crer,  frello,  ecc.).  Anche  per  -ente 
■ento  ael  participio  presente  della  prima,  avremo  schiette  sor- 
genti veneto,  e  intanto  registreremo  gli  esemplari  trentini:  scot- 
tent,  Urente,  e  da  una  valle  che  si  può  dir  veneto-ladina,  la 
Val  di  Fieoime;  parleni[e],  fiamento,  nelle 'quali -forme  l' ele- 
mento ladino  non  ha  di  certo  alcuna  parte.  Finalmente,  per  non 
trascurare  pure  i  singoli  fatti  che  di  sopra  avvertimmo,  e  la- 
sciando il  resto  agli  altri  capi  dove  spetta,  troveremo  ancora, 
alle  Alpi  venete,  i  riscontri  di  nd  da  'nn,  che  prima  sentiva- 
mo dalle  Alpi  lombarde.  Più  dialetti  del  bellunese  hanno  ^ande 
'  vannere;  Feltro  e  Belluno;  5pan(2a  =  spanna;  pur  nel  trentino: 
spanda,  e  insieme  colonda  (=  colonna),  tronco  che  serve  dì  pun- 
tello (SCHNELLSa  SI). 

Le  ragioni  idiomatiche  delle  letterature  dialettali  della  Lom- 
bardia e  della  Venezia  cosi  avranno,  da  incontrovertibili  &tti, 
luce  nuova  e  sicura.  Ma,,  come  suole,  sciolto  un  problema,  ne 
snrge,  in  sua  vece,  un  altro  per  avventura  più  arduo.  Come  cica 
dichiararci  la  differenza  e  le  relazioni  che  corrono  fra  i  ver- 
nacoli oggi  predominanti  nella  Lombardia  e  nella  Venezia,  e  i 
dialetti  che  son  rappresentati  dai  documenti  letterarj  che  stiam 
considerando?  Come  cioè  si  spiega,  a  parlar  per  via  d'esempj, 
che  a  crexo  {crego,  cherzo  §  4  b)  ve,  credo  vede,  o  veer  creer, 
vedere  credere  (cfr.  prov.  crezer  e  veir  cr,eer),  dì  quelle  scrit- 
ture, oggi  si  contrappongano,  sa  non  in  tutte,  certo  nelle  prin- 
cipali varietà  vernacole,  le  più  italiane  forme  crédi  créder 
vede  ecc.?  Potremo  noi  ammettere  che  queste  surgessero  o  risur- 
gessero  per  la  sola  virtù  della  lingua  letteraria  che  ci  venne  di 
Toscana,  oppure,  che  ò  il  medesimo,  pel  semplice  diffondersi  di 
quella  civiltà  di  cui  essa  divenne  lo  stromento?  Bene  incauto 
sarebbe  chi  ci6  volesse  affermare;  e  più  di  molti  ragionamenti, 
le  presenti  condizioni  di  parecchi  dialetti  emiliani  varrebbero 
a  dissuaderci  dall' attribuire  tanta  efficacia  alle  lettere  ed  alla 


'  Sarebbero  partìcipj  adoperati  con  valore  aggottivcr,  SraNELLER  (v.  T  esor- 
dio al  §  3),  p.  24. 


;vGoo»^lc 


Ìì2  Alcoli,  Sagg^  ladini,  I. 

civiltà.  Tatto  accenna  piuttosto  a  farci  credere,  che  certe  forme 
dialettali  per  le  quali  si  distinguono  quei  saggi  letterari ,  non 
solo  non  ai  estendessero  alle,  intiere  provincie,  ma  anzi  non  do- 
minassero esclusivamente  in  alcuna  grande  città.  Aitato  a  crezo 
e  a  veer,  il  poeta  veneto  od  il  lombardo  avrà  sempre  avuto  alk 
mano  anche  credo  e  veder;  ma  sin  che  durava  la  supremazia 
letteraria  o  anzi  l'impero  del  provenzale  e  del  francese,  tanto 
favoriva  il  poeta  le  forme  paesane  che  meglio  convenivano  con 
quelle  d'oltralpe,  quanto  più  tardi  le  disdegnò,  aUorcfaè  invalse 
felicemente  la  supremazia  del  tipo  toscano. 

III.  I.  Ma  qui  dobbiamo  interrompere  questa  serie  di  consi- 
derazioni, che  tottavolta  non  ci  pareva  di  dover  tralasciare  del 
tatto.  E  rimettendoci  in  cammino,  risaliremo,  pei  bacini  del- 
l'Alto Chiese  '  e  del  Sarca,  a  nuove  terre  ladine  (§  3,  a)  ,  ancora 
però  tentando,  lungo  la  vìa,  sa  v'abbia  qualche  varietà  che  n'e- 
sca intermedia,  da  mezzogiórno,  fra  il  lombardo  e  il  ladino  cen- 
trale, cosi  a  un  di  presso  com'era  del  bormiese  dal  lato  di  nord- 
ovest. Lasciammo  Idro  testé  (b,  ii,  5),  che  à  quanto  dire  il  lago 
del  Chiese,  con  belle  forme  ladineggianti;  e  in  un  saggio  di  basso- 
gardesano,  e  quindi  al  lago  in  cui  il  Sarca  mette  foce,  abbiamo 
pretto,  per  molta  parte,  il  tipo  lombat'do  orientale,  cioè  il  lom- 
bardo per  eccellenza:  wre,  saur,  fiùr,  InMavìot,  che  noi  sarà 
vira,  &«  servitùr.  In  Val  dì  Ledro,  fra  il  Chiese  e  il  Sarca,  con- 
tinuano quei  dilegai  del  N,  cbe  ancora  son  caratteristici  della 
Lombardia  orientale  '.  Nel  dialetto  di  Storo,  a  occidente  della 
Val  di  Ledro,  l'orazione  dominicale  ci  dà:  7  nos  pa  guotidia  e 
tentaziù,  oltre  ai  nos  debetùr,  e  'neiò  ('n  ciò,  c'hiò)  aancófi], 
e  lùm  nome  (Sclzbr).  E  alle  sorgenti  del  Chiese  ci  ferma  qualche 


'  Cosi  mi  par  di  cbiamaré  il  braccio  del  Cbiese  a  settentrione  del  lago. 
Una  carta  topografica  austrìaca  lo  dice  il  rivolo  Ckies. 

*  Ho  un  testo  dod  per  ogni  parte  ben  eicnro,  dal  qaale  ricavo:  vtstitrutlii 
(-menta),  aret  =  arént  raiL  ed  anche  bergam.,  preeio,  log  (?)  lungi,  sdauia- 
Con  a  'nasale':  cAp  campo  (bergam.  c^),  gnSea  (bergam.  gnae)\  e  qnesli 
vocal  'nasale'  si  avrebbe  in  vaij  esempj  anche  per  l'a  in  accento  coi  ixo 
snesegna  alcuna  nasale  etimologica:  magnSi>a\  eiami^  chiamato;  na  (*E>ari 
Jirt  comasco  ecc.)  andare.  Lo  Schneller  (op.  ciL  nell'esord.  d.  §  3,  p.  130)  ri 
addnce  da  Val  di  Ledro:  einglo  cinghio,  nel  signit  di  roccia  nuda,  i«ri>l*> 
prominente. 


D,qit,zeabvG00»^lc 


§  2.  Ladino  e  Lombardo.  B.  in,  1.  OindlcaLTte.  313 

nome  locale,  come  Glef,  Cleoba,  Stabol;  e  co3l  Zuclo,  Sleggio 
e  Sclemo  nelle  Gindicarie  vere  e  proprie.  Per  la  qual  regione 
ci  manca  fatalmente  pressoché  ogni  saggio  di  lingua  Tiva;  ma 
all'incontro  abbiam  qualche  copia  dì  vocaboli  dalla  Val  Ren- 
dena,  che  mette  nelle  Giudicane  dal  nord  ed  anzi  ne  fa  parte, 
e  ci  è  detto  differirne  poco  o  punto  nella  favella*.  Sono  serie 
di  voci  a  jae  dettate,  parte  da  un  nativo  dt  Strembo  >,  che  à 
nella  sezione  centrale  di  Val  Rendena,  e  parte  da  un  nativo  di 
Pinzano  3,  cfaa  ne  è  sull'estremità  settentrionale.  Ne  estraggo 
ora  quanto  giovi  alia  caratteristica  del  dialetto  *,  distinguendo 
nella  stampa  gli  esemplari  di  Pinxaru)  da  quelli  di  Stremho. 

1-17.  Condizioni  italiane,  all'infuori  del  a.  9:  era  aja,  e  del  10-11: 
aft  aft,  alto;  aftdr  aftdr;  Saft  salto;  dftro;  cafì  caldo;  affdr. 
E  coìl'a  in  or  descófi  scalzo,  cui  si  pn6  aggiungere  (n.  W):  pofsar 
ri-posare.  Cfr.  num.  57,  111,  e  'Val  di  Non'  ecc. 

lS-81,  tira,  cadina,  [volér]\  gira,  l'è  vira  a  Ve  vera;  sirin  e 
serén;  plin;  tirin  il  terreno;  codina;  tri;  fida  pecora  (cfr.  gli  spogli 
SDccessivi);-  dna,  fin  (*féno-].  A  prima  vista  pajon  singolari  tre 
eaempj  di  o  al  posto  dell'antica  é  innanzi  a  m:  el  blastòma  (allato  a 
hlastù'ma,  verbo  a  nome),  el  sómna,  fómbla  femina.  Ma  circa  i  due 
primi ,  deve  trattarsi  dell'  alterazione  nell'  àtooa  (n,  77  ;  cfr.  mil.  to- 
tnend,  chi  soménna;  alto-mil.  somnd  sona)  che  si  fa  comune  alia 
toDÌca;'e  nel  terzo  è  Teramente  uà' e  di  posizione  romanza  (femna 
femla)  che  tra  dus  suoni  labiali  volge  a  labiale  essa  pure  (ffjmna 
piem.,  ecc.).  Ancora  è  fl  per  e  lunga  o  breve  dietro  a  labiale  in  p6g 
e  mfit  (cfr.  peg  96)  peggio  e  meglio,  che  boq  del  resto  due  termini, 
Vnno  dei  quali  sovente  accade  cbe  si  aesimili  l'altro.  88.  Vi.  de» 
det\pe.  ai-fi,  el  p»rd,  averi  Baa. '^.  ti.  on^i,  ecc.  SS.mùetnei; 
Itila  e  ttéla. 

SS.  ipt'na,  vmir,  ecc.  CoU'u:  prum,  cfr.  p.  256  e  le  Tarietà. ladine 


'  L'orazione  dominicale  nel  dialetto  di  Steolco  (Oiudicarie  orientali,  o  esti~ 
n'ori) ,  accolta  nel  libro  del  Sulzer  che  pih  tardi  ei  cita  (g  3,  asord.),  poco  ci 
oflre.  Toccando  di  af=  ent  =  "al,  lo  Schneller  (p.  48  dell'  opera  che  nello  atesao 
luogo  si  adduce)  manda  le  Oiudicarie  m(«tHort  Insieme  con  Val  Rendena. 

'  Pio  Bruti.  '  É  nn  ladino  valore»),  il  dottor  Oioianni  Nepomnceno 

BcLooNiNi,  teneate-colounello  nell'esercito  garibaldino. 

'  Caratterìatica  di  Val  Rendena  sarebbe  secondo  lo  Schneller  (p.  38)  la 
pnianncia  chiuda  dell'o  accentato  finale:  mi  ng  ecc. 

'  ScHNKLLEB  23:  tati  tetto,  e  analogamente:  dasc  desco;  cfr.  il  badioto  e 
il  lÌTÌDalese. 


;vGoo»^lc 


314  Ascoli,  Saggi  lodìm,  1. 

del  §  3  s.      10.  pil  e  pel,  el  mina,  el  l>if,  n  e  se  (sete),  nef  nef;- 

di  dito.      12.  dintro;  cavél  e  cavili~  fam4i  eoe. 

40.  ffra,  ongr,  ecc.;  n(im.  al.  om,  pi.  Oman;  bon,  62-S.  mók 
'mola'  dell'arrotino;  bO;  nOf  nóf,  nuoTo  e  nove;,  cfi/"  covone,  te  ti 
pò,  el  pòi,  ofll;  el  mar;  lintól,  fasOl;  Ovra;~  6f  Sf;-  f5ja  ecc.;- 
fOc  fOc,  gùg  ecc.;  sùbia.  66.  ort  ecc.;  el  nos  camp,  elvospra,  ma: 
i  nSs  camp,  i  v6i  pre,  i  nOs  pdri,  U  nOsii  mdri,  cfr.  'Poachiavo'  ecc.  — 
67,  reó'fl  stanza  terrena  a  volta.  —  68.  lung;  da  lun^, 

6ft.  «n  un,  nig-xm  verg-ùn,  sigùr  scuro,  ajùt  ecc.,  vinu';  ma 
con  fi  pia  deciso:  plootida  pioggia,  e  dtir;  oltre  Héa  *gùcl&  ago, 
e  ^fi  git.  61.  ^o^ecc.  M.  gùst,  el  bùia  spunta,  fiorisce;  ecc.— 
M.  pn^er,  sprci,  ecc. 

W.  [tiél];~  68.  »ra  (tura;  eco. 

105.  vi^er  vedere;  créxer  credere. 

111.  ci  soffia  ascolta;  dolt  e  elo/ì  do/is. 

lU  ecc.  j)fa/ piace,  allato  a\i'ìat.  pidger;  plSf  pto'car;  pta- 
ffdr  piegare;  plattff;  pv;  blastemdr;  fldma,'fidma  fldma,  pi.  li 
.fldmi,  el  sofia  e  pure  el  s^fla,  fior  fior  fiorir;-  camàr,  cor 
chiaro,  caf;  pióclo  e  pioé,  pi.  pioc  e  piocli;  récla  recldr  {orec- 
chiare); caùcla,  mudo  mudi;  ma:  seéa  secchia,  e  oé,  pi.  5é  *.  Final- 
mente: glac,  gldóa*;  un^a. 

W.  giviti,  peg;  ecc.—  188.  pgn^  punge,  plang. —  188.  edia;  — 
189-70.  diitoa  diceva;—  xéndro  cenere,  ziél,  ma:  cìna. 

140.  no». 

144.  criitidh,  pan,  man;  san,  (pian,  man). 

160 «;c.  cdvra,  cor  oaro,  vdea,  ecc.—  167.  die. 

172.  lati,  drit,  ott,  cot,  tùt,  eco. 

A  ciò  3Ì  limita  per  ora  la  suppellettile  dalla  qaal«  ci  sia  dato 
ricavare  qualche  lume  intorno  alta  qualità  specifica  dei  verna- 
coli delle  Giudicarle,  ovveramente,  a  parlar  più  cauto,  del  Ter- 
uacolo  di  Val  Rendena.  L't  dei  num.  19-21,  32e40,  è  con- 
tinuazione cospicua  del  fenomeno  lombardo,  e  più  specialmente 
del  tipo  lombardo  orientale  (donde  però  qui  non  contiQuano  i 
dilegui  del  n),  e  per  essa  il  readenese  affatto  si  allontana  dalle 
finitime  varietà  ladine,  laddove  strettamente  a  queste  sì  acco- 
sta per  Yaf  of  dei  n.  10-11  ecc.,  sebbene  vi  serbi  uoa  partico- 


'  Id  un  vecchio  apologo  sì  ripete  perA  oggi  ancora  la  forma  collo  el: 

trdrda  par  fo ,  óclo  de  bo. 
'  agldr  agladàre,  'specie  di  piagnone'. 


;vGoo»^lc 


§  2.  Ladino  e  Lombardo.  B,  in,  1-  Oindicarìa.  3I5i§ 

lare  impronta  deUa  sua  provincia.  Anche  in  ordine  alla  conser- 
vazione del  l  nei  n.  114  ecc.,  il  rendenese  assai  più  conviene 
con  le  limitrofe  varietà  ladine  che  non  colla  lombarde,  ma  da 
quelle  nuovamente  si  scosta  per  l'assenza  del  -5  pur  nella  se- 
conda persona  singolare.  L'«  non  è  distintivo  particolare  di  Val 
Rendena  o  in  generale  delle  Giudicarle;  e  ben  piuttosto  son  ca-i 
ratteristiche  peculiari,  in  questa  regione,  il  -n  (n.  144),  e  V-i 
dei  plarali  feminili  (cfr.  Toachiavo'  ecc.),  che  ancora  ci  riporta 
alla  Lombardia  orientale. 

2.  Ma  spingiamoci  ancora,  per  breve  tratto,  fra  i  monti,  a 
nord-est  di  Val  Rendena,  raccogliendo  nomi  locali  sul  taglio  di 
Flawna  e  di ^«&^an,  e  riusciremo  a  Val  di  Sole,  che  è, quanto 
dire  alla  sezion  centrale  della  zona  ladina,  nella  sua  estremità 
verso  pon'ente.  Nella  quale  però  non  entreremo  senza  aver  prima 
fatto  laogo  a  una  considerazione,  che  specialmente  si  attaglia 
al  paragrafo  che  ora  compiamo.  Poiché  a  qualche  lettore  potrà 
esser  parso,  che  a  dichiarare  certe  comunanze  od  affinità,  noi 
mirassimo  con  soverchia  fermezza,  in  ispecie  per  alcuni  distretti, 
a  ragioni  propriamente  etnològiche,  trascurando  cause  moderne 
0  accidentali,  quali  sarebbero  le  dipendenze  politiche  di  età  non 
rimota  o  le  migrazioni  continue  di  una  parte  considerevole  di 
certe  popolazioni  alpigiane.  Ma  noi  veramente,  non  mal  dimen- 
ticando la  parte  che  si  possa  concedere  a  simili  cause,  abbiamo 
atteso  a  mostrare,  col  sicuro  linguaggio  dei  fatti,  l'ampia  cor- 
rente isterica  in  cui  entrano  le  affinità  e  le  comunanze  da  noi 
avvertite,  eliminandosi  cosi,  senza  bisogno  di  particolari  confu- 
tazioni, tutto  quanto  v'è  d'imaginario  nel  supposto  effetto  di  que- 
ste cause  accidentali.  11  quale,  ridotto  alle  sue  vere  proporzioni, 
come  apparirà  ben  determinato,  cosi  insieme  risulterà  di  poco 
momento.  Selvonza  (sìnon.  di  silvana),^  dare  qualche  esempio, 
che  odesi  al  lago  di  Como  (Colico,  Mt.)  per  'donna  che  raccoglie 
le  castagne',  starà  cosi  nella  non  lunga  serie  di  voci ,  di  cui  il 
fonologo  riconosce  l'importazione  accidentale  (cfr.  p.  13  n.);  a  vi 
dovrebbero  insieme  stare:  chialastria  carestia,  óhiaren  carne, 
abalchiar  (allato  a  balcà)  moderare,  calmare,  lundaschdi  lu- 
nedi, che  il  KoHBOiALLi  *  adduce  fra  i  vocaboli  romanci  che  la 

'  Storia  della  Valtellina  ecc.,  Soadrio  1831,  I  59-60. 


;vGoo»^lc 


I 


^16  AjcoU,  S&ggi  ladini,  I. 

'plebe'  di  YaUelliaa  avrebbe  assunto  per  'V  astica  e  lunga  pra- 
tica nei  Grigioni',  ma  cbe  il  lessico  del  Monti  non  riconosce  '. 
Contro  r  ipotesi  delle  alterazioni  generali  che  le  emigrazioni 
periodiche  sogliano  arrecare,  basterebbe  citare  il  fatto  di  certe 
caratteristiche,  le  quali  sempre  ancora  si  mantengono  continue, 
come  sarebbe,  a  cagion  d'esempio,  dei  nessi  pi  ci  ecc.  in  Val 
Bregaglia  (p.  273).  Se  finalmente  il  carattere  generale  dell'ele- 
mento ladino  nella  regione  ticinese,  par  contrario  alla  dottrioa 
della  spontaneità  isterica  di  quelle  propaggini,  siccome  quello 
che  meglio  sembra  rispondere  al  tipo  sottosilvano,  o  engadinese, 
cbe  non  al  tipo  dell'attiguo  territorio  ladino,  che  è  il  sopra- 
silvano,  ei  conviene  che  ai  tenga  conto  dì  qaei  dialetti  di  So- 
prasetva  che  ancora  rimangono  pressoché  ignoti  agli  studiosi, 
e  sui  quali  sparge  intanto  qualche  lume  una  breve  nota  cbe 
noi  a  suo  laogo  apponemmo  (p.  71). 


§  3.  Sezione  centrale  della  zona  ladina. 

La  itsiotu  centrai»  dell*  zona  ladina,  quale  A  oggi  ridotta,  li  Menda 
pei  Hgaeoti  terrìtoij:  ie  valli  del  Noae  e  dell' Jeifto,  nel  circolo  di  Trento; 
la  T&lle  della  Gardena,  nel  circolo  di  Bolzano;  la  valle  della  Gadtra,  nel 
circolo  del  Pustertbal  ';  la  valli  dal  CordevoU  a  del  Boite,  che  entroibe 
cadono  parte  nel  circolo  dal  Puitettbal  e  parta  nella  provincia  di  Sel- 
lono;  e  fìualmenta  la  seiione  dall'alto  bacino  del  Piave,  che  anduido 
dalle  lorgeati  ai  monti  Piddo  e  Tndtyo,  forma  l'estremità  orientale  della 
provincia  stessa. 

Nella  valla  del  Noce  son  le  varietfc  ladine  che  diciamo  trtienK«o-«- 
cidentali,  e  nella  raBidua  valli  boq  quei  dialetti  onde  componesi  il  gruppo 
ladino  cbe  noi  denominiamo  tridentino-oritntaie  ed  allo-btlluneti. 

1  tanitor]  testd  enumarati  vengono  a  fbnnara  tal'  complesso,  cbe  nix 
presenta  quasi  verona  loluiioua  di  contìnnità,  e  tocca  a  levante  !■  tem 
■eaiona  della  zona  ladina,  cioA  la  friulana,  mentre  alla  estremiti  oeci- 


'  Voci  «portate  riconoscemmo  nel  bormieae  (p.  291  n.)  ;  ma  ormai  ciru 
dagia  dovremo  pentirci  (v.  l'Indice). 

*  Giova  per  l'evidenza  dal  nostro  discorso  che  si  rimanga  alla  vecchia  rìpir- 
tidoae  politica  del  Tirolo. 


;vGoo»^lc 


g  3.  SoEÌoiM  oentrale:  Esordio.  317 

«tentalo  ■ottMt&  immediatamente  alla  Val  Venosta,  oggi  tedeem,  nella 
qaale  ebocca  la  Val  di  Monaatero,  che  vedemmo  andarsene  congimita, 
por  nelle  ragioni  dialettali,  con  l'Engadina.  Ha  una  madore  o  minor 
parte  dei-piti  fra  i  lerritorj  pei  quali  diciamo  ditteaa  la  leiiaiie  centrale, 
ha  ormai  ceaiato  d*euer  ladina,  come  verremo  a  mano  a  mano  qui  epe- 
ci£eaudo)  e  coel  arriene,  cLe  mentre  la  popolazione  compleMira  di  que- 
ste terre  sorpasserh  largamente  le  150  mìgliaja,  mal  se  ne  potranno  attri- 
buire piti  di  90  a  tali  dialetti  che  per  lo  meno  rimangano  meiamamenta 
ladini  *.  La  parte  della  popolaaiona  ohe  eoal  al  ladino  si  sottrae,  ricade, 
alla  fovalla  italiana,  cìoà,  generahnecte  parlando,  a  dialetti  che  dovranno 
comprenderei  fra  i  veneti  (v.  §  4),  ma  si  eccettnauo  ì  tre  villaggi  di  Lan- 
regno,  Proves,  e  Senale  con  S.  Felice,  nella  regione  piti  eettectrionale 
della  Nannia  (Valle  del  Noce),  ì  quali  rieadono  alla  favella  tedeaca.  Que- 
ata,  del  rimanente,  ricinge  tatto  l'orlo  boreale  della  nostra  setìone,  come 
il  maridioDale  ne  A  tutto  ricinto  da  dialetti  italiani,  a  mala  pena  eeeet- 
toandosi  l'estremo  lembo,  a  oriente,  del  qn^e  a  ano  luogo  ei  ritocca. 


'  n  mio  calcolo  è  assolutamente  approudmativo;  e  chi  puA  far  meglio, 
correggere  e  compire  questa  parte,  come  tutte  le  altre.  11  Pkbihi,  nel- 
l'opera che  il  testo  cita  fra  poco,  d&  per  la  Valle  del  Noce: 

Distretto  gindizlale  di  Mala ab.  157T1; 

>  >  di  Cles >    194S4; 

>  >  di  Fondo >    )0611; 

»  >  di  Mezzolombardo .    >    1505S; 

ab.  60888; 
dai  quali  detraendo  i  circa  5000  di  quei  villaggi  del  distretto  di  UezEO- 
lombardo  che  spettano  alla  valle  dell'Adige  (Perini,  II  155,  3S3:  Zam- 
bona,  MezEolombardo,  Mezzotedesco,  Rovere  della  Lnna],  e  inoltre  i  circa 
1500  tedeschi  dei  distretti  di  Cles  e  di  Fondo,  e  finalmente  altri  5000  òhe 
nel  distretto  di  Male  (Val  di  Sole)  possano  ormai  direi  piuttosto  italiani 
(e  qui  !n  parte  lombardi)  che  non  ladini,  rimarranno  di  popolazione  ladina, 
per  la  Valle  del  Noce,  circa  49000.  A.  questi  aggiungendone  9000  per  la 
valle  dsU'ATisio,  Ciad  5000  per  la  sezione  di  Piemme,  che  i  quanto  dire 
circa  un  terzo  della  sua  intera  popolazione  (15540)  e  4000  per  quella  di 
Passa  (4185);  inoltre  10000  per  le  valli  della  Gardena  e  della  Gadera  (8668 
■econdo  il  computo  dello  CzoEBNra,  Elknographie  der  oesterrtichiacK.  m^ 
narch.,  Ii,T9),  e  circa  7000  per  le  sezioni  austriache  delle  valli  del  Cor- 
itovole  e  del  Boite  (Ritosseb),  avremo  la  somma  complessiva  di  75000.  La 
qnale  ancora  si  deva  accraBoere  di  circa  7000  per  la  parte  ladina  delle 
sezioni  bellunesi  delle  ultime  due  valli,  e  finalmente  di  circa  8700  per 
Comelico  (sorgenti  del  Piave);  quindi  la  somma  generale  Ai  soli  90700. 
Circa  UezEolombardo  e  Mezzotedesco ,  che  insieme  ^no  meglio  di  4000 
abitanti,  si  vuol  però  notare  il  Hegnenta  passo:  'Ora  buona  parte  della 
'loro  popolazione,  specialmente  di  Mezzotedesco,  ò  originaria  della  Nau- 


;vGoo»^lc 


3  AmoU,  Saggi  Udini,  L 

BadAudo  Bolo  alla  quantità  di  popolo  cui  ancora  aian  propij  tali  idiotai 
che  mal  ai  postano  ataceare  dal  BÌstema  ladino,  l'impcn'tania  della  »etmt 
ceatrala,  por  fatte  le  detrazioDÌ  a  cui  testò  si  acceonaTa,  rosta  tattarolU 
di  grau  lunga  superiore  a  quella  dei  Origioui.  Ma  se  alK  incontro  con- 
■ideriamo  il  grado  di  cocaervauone  o  di  pariti  dei  lispettiTi  idiomi,  la 
proporriani  a'iuTertoDO  a&tto;  poiché  eoli  due  o  tre  vernacoli  del  grvfpi 
tridentino-orientale  (B,  iv,  v)  possono  in  qualche  modo  compitare  coi 
dialetti  ds*Origioai;  gli  altri  acapitauo,  qual  più,  qoal  meno,  ma  lutti 
di  molto;  e  fra  le  varietà  tridentino-oceidentali  Don  ve  na  ha  alcuna, 
che  noa  aia  un  bau  pallido  riflesso  di  ciò  che  un  giorno  ha  dovuto  eaaere. 
Noi  tenteremo  di  misurare ,  come  si  pud  meglio,  venendo  alle  varieiì 
«rwnCaJi,  la  quantità  del  danno  che  ciascuna  di  esse  abbia  patito;  nu 
quanto  alle  occidentali,  il  -danno  é  tale  e  tanto,  che  ogni  tentativo  di 
ricoatruzioue  sarebbe  audace.  Tuttavolta  ai  potranno  stabilire  delle  gene- 
rali e  forse  fondamentali  differenze,  per  le  quali  l' intera  sazione  ccolnle 
ai  disgiunge  dalla  sezione  dei  Grigioni;  coma  sarebbe,  circa  le  vocali,  il 
non  aversi  mai  nella  centrale  Va  turbato  per  mero  effetto  della  nasale, 
aia  scempia  o  complicata,  che  gli  sussegue,  ma  eoIo  in  tanto  sentire 
l'effetto  della  nasale,  !u  quanto  s'impedisca,  dove  altrimen^  occorre,  il 
ridursi  deH'd  in  e  (num,  5-7);-  e  circa  le  consonanti,  il  rimanervi  estra- 
neo ogni  altro  esito  di  CT,  che  non  eia  la  semplice  assimilozioaB  (H,  <}  ', 
e  il  dileguarsi  costantemente  del  l  di  LJ;-  fenomeni  tutta  e  trt,  circa 
i  qaali  easa  conviene,  all'incontro,  con  la  sezione  orientale  della  Moa, 
ma  insieme  coincide  pur  con  le  ragioni  venete. 

Quanto  ai  materiali  che  per  la  eezioue  centrale  ho  nel  presente  pars-  - 
grafi)  adunato,  tutti  sono  ori^nali,  o  nuovi,  quelli  che  nel  testasi  addi* 


'ni*  (Vallo  del  Noce),  e  vi  si  parla  pochissimo  alterato  il  dialatb)  dm 
<Naani,  che  datti  sono  anche  Jfonesi.'  Qios.  di  Qiamb.  Pinahonti,  La 
Nminia  descritta  al  viaggiatore,  Milano  1829,  p.  12-3. 

'  Cfr.  i  n.  5-7, 13-17, 172  e  97  dei  precedenti  apogli.'Ma  circa  il  fsoo- 
meno  lombardo,  grigione  ecc.  di  CT  in  j'tecc,  pad  qui  "per  icciddnfa 
chiedersi,  quale  sia  l'estramo  confina  orientale  a  cui,  per  ispontanes  pro- 
duzione, egli  arrivi.  Sono  essi  veramente  indigeni,  cioè  veneti,  in  Fra 
Giacomino  (v.§2,B,  7),  gU  aporadici  esempj  noito  notte  (e  fruito  in  alba 
■orittora,  o  sua  o  certo  di  non  diversa  basa  delle  sue),  failar  addestrare, 
preparare!  Circa  l'ultimo  esempio,  sarammo  tanto  più  tentati  a  sospet- 
tarvi un'importazione  straniera  (prov.  afaitar),  in  quanto  si  ripro^nc^ 
pnr  fra  gli  antichi  scrittori  toscani,  che  certo  non  l'avevano  dal  popolo 
{ajfaitato  ecc.,  cfr.  Mussaf.  rendic.  zlvi  22Ì  e  123);  ma  il  failar,  cosir 
le  vivande,  dai  vernacoli  ital.  del  Trentino  (Scb.vell.  140),  ci  &.  lOjn- 
sadere,  tanto  più  che  gli  si  aggiunge,  nei  vernacoli  medesimi,  peìtera, 
fémina  degli  animali,  in  ispecie  la  vacca  con  gonfie  mamme  (ib.  1^1); 
cfr.  p.  305.  Ho  anche  un  fatta  da  vecchia  scrittura  di  Val  di  Non,  w 
non  me  ne  reputo  abbastanza  sicuro. 


>vGoo»^lc 


§3.  Saiione  centrale:  Baordio.  319 

cono,  ciod  proTsngtmo  à&  raccolta  mie  proprie  o  da  fonti  inedite  alle  quali 
a  me  fu  dato  di  attingere,  come  partìtameute  a  mo  luogo  ti  descrive.  E 
si  Todrk  che  a  fonti  inedite  piti  Tolte  ricorro  anche  nelle  note,  ma  in- 
sieme ivi  profitto  di  testi  o  di  raccolta  e  di  Htudj  altrui,  che  si  hanno 
per  le  stampe,  lasciando  sempre  a  ciascuno  e  la  malleTeria  ed  jl  marito 
delle  proprie  cose.  Qui  intanto  citerà  per  disteso  la  opere  a  stampa  in 
cai  si  considera  un  maggiore  o  minor  numero  di  varietb  ladine  d'en- 
trambi i  ripartimanti  nei  quali  la  sezione  centrale  va  per  noi  suddivisa: 

Jìit  romanischen  volkttnundarUn  in  SùdCirol.  Nach  Arem  ^tuain- 
mtnfumge  mil  den  roTitaniichen  und  germanitchen  sprachen  elj/mo- 
logisch  und  grammati/utlisch  dargestellt  von  Chbibtian  Scbhbllbb. 
EnUr  band:  iiUratur;  einltitung;  laulUhre;  idioticon;  Qera,  1870. 
É  per  ogni  parte  un  lavoro  utilissimo  e  veramente  egregio,  nel  quale 
aono  eziandio  considerate,  in  opportuna  mianra,  le  altre  sezioni  della 
Iona  ladina.  Possa  il  valoroso  autore  condurlo  a  compimento,  e  con 
tanta  prontezza,  quanto  ne  è  il  desiderio  de'suoì  compagni  di  stu- 
dio. Si  cita  per  Schm.  Di  quasi  tre  lustri  anteriore  i  la  brave 
ma  eccellente  dissertazione:  Die  rhdloladinischen  diaìektt  in  Tirot 
«md  ihre  lautbeteichnung,  von  Dr,  3.  Ca.  Mittkkbutzneb;  Bres- 
sanone, 1856  (MiTT.).  Aggiungonai:  il  bel  secondo  volume  della 
Statistica  del  Trentino,  compilata  da  Agotttno  Perini,  Trento,  ISS2 
(PxB.);  e  il  libro  di  Gius.  Giorgio  Sulzer,  Dell'origine  e  delta  Ma- 
tura dei  dialetti  comunemMte  chiamali  romanici  ecc.,  Trento,  18^ 
(SuLZ.;  p.  243-46]. 

Mi  aia  ancora  lecito  di  ripetere,  par  cbi  deeddsrasse,  qua  e  cola,  la 
traduzione  dù  termini  Udini,  cbe  non  f^  sarà  difficile  rinvenirla  nei 
luoghi  paralleli  degli  spogli  precedenti  o  dei  contermini. 


A.   VaKIKTÌ  LADII4B  TRIDBNTINO-OOCIDBNTALI. 

La  ralle  del  Noce  si  diride  in  due  parti  principali.  La  supe- 
riore è  detta  Val  di  Sole,  lo  Sultberg  dei  Tedeschi,  e  ra  dallo 
ecatariginì  del  fiume  tu  sino  alla  stretta  oella  quale  r' influisco 
da  aìnistra  il  rivolo  Bernes.  La  inferiore,  chiamata  Val  di  JTon, 
il  Noniberff  dei  Tedeschi,  comprende  tutto  quanto  resta  del  ba- 
cino del  Noce,  in  sino  al  pasBo  della  Rocchetta,  che  molto  non 
dista  dal  suo  sbocco  nell'Ailigo.  Secondo  la  qual  dirieione  coro- 
grafica, si  ha  poi  la  solita  distinzione  dei  dialetti,  che  ai  dicono 
il  toldndro  ed  il  nónese  (cfr.  C-  VI).  Ma  è,  come  tosto  vedremo, 
tal  distinzione,  cbe  i  criterj  intrinseci  non  confortano  gran  fatto 
od  anzi  rifiutano,  o  solo  si  pud  ben  reggere  in  quanto  la  ladinità 


;vGoo»^lc 


9  Aaeoli,  Saggi  Mini,  1. 

di  Vftl  ài  Sole  risalta  pia  aooora  sbiadita  ch«  gi&  non  aia  quella 
di  Val  di  Non  *. 

Nel  bacino  della  Pescara,  rÌTO  che  iofluiace  nel  Noce  poco 
pib  in  giù  del  Bernes,  e  anch' easo  da  sinistra,  o  piti  precisa- 
mente all'  angolo  che  si  forma  tra  la  Pescara  ed  il  Lavace  suo 
tribatarìo,  si  apre  quel  breve  territorio  che  addimandosi  Val  di 
Rumo  e  quasi  s'incunea  alla  estremiti  nordico-occidentale  della 
Val  di  Non,  di  cui  ai  considera  far  parte,  ma  da  cai  giova  che 
qui  ai  stacchi  '.  Vi  ai  hanno  pochi  villag^ ,  ohe  non  danno  ia 
complesso  piti  di  1600  abitanti,  ma  offrono  la  varietà  dialettale 
ohe  per  avventura  dovrà  dirsi  la  meno  danneggiata  del  riparti- 
mento  in  cui  siamo.  Ora  la  varietà  di  Val  di  Rumo  sì  congiunge, 
per  ìapeciati  convenienze,  col  dialetto  o  almeno  colla  varietà  pin 
nota  di  Val  di  Sole,  ed  entrambe  poi  si  rannodano  in  partico- 
lar  modo  con  quelle  varietà  di  Val  di  Non  che  son  parlate  atlla 
riva  destra  del  Noce,  ossia  al  versante  occidentale.  Così  son  co- 
muni a  Val  di  Rumo  «  a  Val  di  Sole:  l'fi  per  l'ù  lat.,  e  r>o 
per  Va  fuori  di  accento  all'uscita;  ad  è  comune  ad  esse,  e  in- 
sieme alle  varietà  di  Val  di  Non  della  riva  destra,  l'osito  mo- 
nottongo  del  frangimento  dell'^  (*ue,  9,  e)>;  laddove  le  varietà 
di  Val  di  Non  alta  riva  sinistra,  ossia  al  versante  orientale,  non 
hanno  Vù  *,  o  in  esse  ci  occorre  il  frangimento  dell'ó  allo  stato  j 
di  dittongo  (ué,uó)~ 

Comune  a  tutte  le  varwtt  di  questo  ripartimento  è  l'assoluta 
'mascanta  di  -t  nella  funziona  di  esponente  di  plurale,  o  il  difet- 


'  Considerate  le  generati  coadiiiooi  dell*  elemento  ladino  nella  ViSe 
del  Noce,  non  ci  ripugnerà  di  ripetere  gli  ultimi  suoi  danni  in  Valdiule 
dalla  abondaotl  a  periodiche  euigrazicui  a  coi  ai  dà  qnella  popolazianc 
maschile.  Cfr.  Pinamonti,  La  Naunia  ecc.  p.  45,  91;  Peb.  301-3. 

*  Quali  SODO  le  precise  condizioni  dialettologi  e  he  del  territorio  che  rati 
•  fra  la  Paecara  e  il  Barnes,  cioè  fra  Val  di  Ramo  e  Val  di  Sole,  e  ancora 

dì  eia  al  Gon&Qente  dal  Bornea,  da  ponenta,  ma  anch' wto  compralo  d«I 
distretto  di  Claa? 

'  Si  avrà  anche  i'ù  pur  tra  le  varietà  tidneti  della  ri?a  destra.  Io  non 
posso  di  propria  scìeosa  affermarlo,  non  avendo  nulla  raccolto  da  me 
madeaimo  per  quella  parte.  .Ma  il  Pinamonti  (o.  c.  p.  89)  acriva:  'Chi  ai» 
'parlare  i  Nauni  osaerTa  facilmente  nella  pronuncia  loro  un  doppio  bdodo 
'della  lettera  u.  Il  primo  é  un  vero  u  franceae  — ,  l'altro  é  Toh  pur 
'franceae....  Sulla  destra  del  Noce  anona  il  primo,  anlla  ainistra  il  m- 
'condo'. 

*  L'ti  di  Fondo  potrà  non  easare  tanto  achiatfo,  quanto  è  il  toscano;  ma 
certo  a  qoMto  si  avvicina  più  cho  non  alt'u  di  Rendana  (§  2,  a,  ni,  1). 


;vGoo»^lc 


§  3.  Seiions  centrale;  A.  Esordio.  321 

tarri  il  frangimeuto,  così  dell'^  come^ell'd,  in  quella  che  direni' 
mo  potiMione  tnperrìite  (cfr.  'Fondo'  ecc.).  lu  Val  di  Non  e  in  Val 
di  Ramo  si  rande  poi  notevole  la  facUiU  con  cui  da  on  lato  si 
estendono,  anche  a  voci  importate,  o  a  riduiioni  seriori,  le  pala- 
tine dalle  formols  c+a  e  ff  +  a,  e  sui^no  dall'altro  le  palatina 
stesse  nelle  forinole  seriori  gutt.  +  e  e  ffuit  +  i.  la  ordine  al  se- 
condo fenomeno,  la  Val  di  Sole  ci  dar&  qualche  saggio  negativo 
(n.  114).  Afa  affatto  straordinarie  sou  le  digradazioni  dell'antica 
gutturale  ohe  ci  occorrono  a  TaiiuUo,  cioè  in  una  varietÀ  del 
versanta  occidentale  di  Val  di  Non;  e  queste  naturalmente  hanno 
dovuto  avere  una  espressione  grafica  lor  particolare.  Anche  le 
varietà,  che  per  le  palatine  delle  formole  c-f-a  ecc.  si  hanno  fra 
gli  altfì  dialetti  del  rlpartìmento  anawiio  (Anaunia  °>  Valle  del 
Noce),  gioverebbe  forse  tenere  distinte  nella  trascrizione;  ma  qui 
si  sono  dovute- ri  produrre  per  gli  unici  segni  2  e  'g;  cfr.  la  prima 
nota  al  num.  160-5  di  'Val  di  Rumo'.  L'è  da  d  risulta  a&tto 
estranea  a  questa  parte  della  aezione  centrale;  e  gli  ìa^niti  non 
vi  vanno  mai  spogli  del  -r. 

Passo  ora  ai  ragguagli  sulla  composicìone  dei  miei  poveri  saggi 
dnauni't,  avvertendo  imprima,  ohe  degli  inediti,  i  quali  non  sieno 
da  me  medesimo  raccolti ,  vo  debitore  alla  preziosa  amicizia  di 
quell'egregio  ladino  che  è  Vigilio  Imaiu,  professore  di  greco 
,  nella  nostra  Academìa;  dal  labbro  del  quale  ho  altresì  avuto  tutti 
gli  esempj  della  varietà  di  Fondo  (Val  di  Non,  versante  orien- 
tale). Deploro  la  mancanza  di  ogni  saggio  per  la  sezione  che  resta 
a  mezzogiorno  di  Torra. 

I.  Vat  di  Sole.  Addnco  principalmente  esemp)  di  Pressane, 
noi  centro  della  Tslle,'  agginugendoDe  a  confronto  alcuni  di  Piano, 
un  po'  piii  a  occidente,  raccolti  quarti  e  quelli  da  me  medesimo. 
Pochi  ne  premetto  di  quelli  che  sentii  da  Pellicano,  che  b  pro- 
prio nella  sezione  occidentale  di  Valdisole,  e  ha  un  dialetto,  che  di 
specificamente  ladino,  vale  a  dire  di  non  commie  a  ladino  e  iom- 
bardo,  poco  ormai  ci  o^e.  Nella  serie  di  Pelliisano  entrava  anche 
àóntur  (cfr.  'V.  di  Fiemme';  b,  ii)  '. 

IL  Vat  di  Rumo.  Agli  eeempj  che  ebbi  io  stesso  da  un  nativo, 
se  ne  sigginagono  (in  corsivo  spatieggiaio)  piti  altri,  che  ricavo  da 
una  Afemoria  inedita  del  sacerdote  Oiovanui  Fanti. 


'  Il  Pruni  (b.  'Male')  riparte  Valdisole  in  quattro  principali  sezioni 
vernacole;  e  Punico  e  brsve  saggio  che  egli  porge,  del  quale  a  ano  luogo 
profittiamo,  spetterebbe  alla  parte  superiori  della  valle.  Pellizzano  entra 
nella  sua  seconda  seiione;  e  Piano  e  Pressoo  Terrebbero  a  stara  nella  tarxa. 

ArtWvìo  fi)«Uol.  ilal.,  1.^  SI 


:,Goo»^lc 


Ascoli,  Saggi  ladioi,  I. 
HI.  Val  di  Non: 

&.  Territorio  alla  destra  dtl  Noce.  —  1.  Nano.  VilUgpD  che  ' 
giace  piti  K  mezEogìorno  degli  altri  pB«ai  che  di  questo  «teno  ^a- 
santa  qui  nominiamo;  ma  la  cui  varietà,  per  quel  poco  che  io  pcuo  ' 
vedere,  meglio  si  colloca  nel  modo  che  ho  fatto.  Mi  valgo  di  mi  ' 
tradoiioue  inedita  della  solita  Parabola,  firmata  C.  Meiupjux  — 
S.  3.  Cosi  di  Ctts,  eapolnogo  dell'intiera  valle  del  Noce  ',  conw  del  ; 
CDinuoe  di  Tatsullo  e  ancora  del  villàggio  di  Tuenno,  ho  ima 
veruone  inedita  della  Parabola  atessa;  ma  TueUDO  non  mi  offiÌTi 
qnasi  nnlla  che  differisse  da  Clee. 

b.  Territorio  atta  iihiitra  del  Noce.  —  1.  Fondo  e  Stfò; 
il  primo  nel  bacino  della  Novella,  il  secondo  tra  la  Novali  al  il 
Noce,  non  lungi  dal  confluente.  Oli  esemplari  che  adduco  nel  teib, 
bo  raccolto  io  medeaimo  dalla  viva  voce  di  nativi  di  quelle  botate; 
«  le  serie  di  Revd  sono  sempre  tenute  distinte  per  una  trattina  di 
le  precede.  La  varietà  di  questo  distretto  par  considerata,  mauiiDi  . 
nelle  generaiiooi  precedenti,  quasi  il  parlar  nànese  (la  lingnatti-  | 
nesa)  per  eccellenfa;  e  la  sua  nota  caratteristica,  cioè  il  dittongo  w,  | 
contrassegna  la  maggior  parte  dei  tasti  editi  e  inediti,  dai  quali  bo  : 
preso  gli  esem[)j  che  si  aggiungono  in  nota.  Qqì  tengo  distinti,  lUn-  ' 
pandoli  in  carattere  tondo,  quelli  che  provengono  dalla  stampe  iel 
secolo  scorso  (della  quali  io  ho  potuto  valermi  per  la  grande  gen- 
tilezza del  signor  Fortunato' Zeni  e  del  bibliotecario  dott  Amaosii 
trentini  ambidno);  e  queste  mi  pajono  rappresentare  achiettsuale 
il  dialetto  di  Fondo  e  Revò.  Stanno  all'  iacoatro  in  ,eorsivo  quelli  d» 
mi  derivano  da  alcune  scritture  afiàtto  moderne;  le  quali  perA, mal- 
grado la  caratteristica  di  cni  testd  si  toccava,  non  devono  esser  pori 

,  aa^i  di  quel  dialetto;  dove  in  ispecie  vanno  considerati  gli  eeemià 
del  n.  179,  che  ci  ricondurrebbero  alla  destra  del  Noe*.  Darò  £ul- 
mente  in  corsioo  ipatieggiato  gli  esemplari  che  ^ovi  aggiungere  d» 
tal  fonte,  che  l'o  (en)  senz'altro  assegna  a  quella  medeaima  riva.  Cod 
cerco  di  DQD  confondere  le  coee;  ma  non  à  certo  una  distribDiiou 
che  mi  possa  soddisfare.  B  se  forse  é  vero,  che  il  mio  mesehiiw  f- 

■  parato,  per  tutto  quanto  concerna  la  valle  del  Noce,  non  mi  eoocs- 
deva  di  far  maglio,  certo  è  d'altronde,  che  malgrado  le  eooMv^ 
pnr  meschine  in  cai  questi  dialetti  per  sé  medesimi  ai  trovano,  po- 
tremo facilmente  ottenere  molto  di  più  da  chiunque  abbia  opportu- 
nità migliorL  2.  Qli  esempj  della  varietà  di  Corredo  prorwigou 
da  una  mia  propria  raccolta.  3.  Quelli  di  Tajo  e  7orra  d*  un 
versione  inedita  della  Parabola  (Don  Nicolbtti).  Considero  Cdnvdo 
a  Ta)o-Ton^  solo  in  quanto  divergano  da  Fondo-ftevd;  ma  nstnnl- 
roente  in  quei  ristretti  lìmiti  ne' quali  il  confnwto  è  per  me  poaibils' 


'  Almeno  lo  era  negli  anni  a  cui  rimonta  la  statìstica  del  Perini. 


;vGoo»^lc 


§  3.  SasioDa  centrala;  A.  ii,  Val  di  Sole. 
I.  Tftl  di  Sole. 


[10.  alt.]     U-<.  linaót,  dSl,  ecc.     69.  mùr,  dur.     [W-4.  poUdr], 
W.  ^óm.      [111.  pióf  ecc.      MO.  cdza.]      170.  pidzer. 


10.  (iu^  autàr,  sdut,  auzàr.  19-  aver,  séra.  23.  des.  — 
■40.  nef.  43.  ent*.  46.  sroMs  ecc.  6S-3.  morir  mdr,  voler  vói, 
poi  può  (cfr.  possi  paessi,  posso,  e  cosi  vObbio  egli  voglia; 
Piano:  p<bI,  pcessi  apcedi,  vObbia),  ntì/"  nuovo  e  nove,  fóe, 
log;-  Of;-  piover  plóf;  -  ^Qbia*.  69.  dfir,  pu,  venti  (Piano; 
venU) ,  plovùda  pioggia  '.      61.  end-ó  (Piano  :  'nd-o) ,  cfr.  p.  67. 

70*.  '0~*'à:  càio  casa,  càuro,  gésio  (chiesa;  ì*iano:  j^- 
sia),  ecc.;-  vòbhio,  v.  n.  52.      93-4.  poussàr. 

9^.  go,  gObia; pé^.  97.  mèi*.  Ili  eco.  plàzer,  piover  ecc., 
[Viano:  plef],  piegar;  hlastemàr;  fiàma,  [fior]  fiorir;-  [camàr; 
gèsto  n.  70*];  glac;  rido  orecchia,  ^inohel,  piókel  piócli  pi., 
ónglo'^.  134. 141.  sàut  d.  10;  càio  n.  70*;  mosàr  (Piano:  mos- 
sàr),  noè  (Piano:  nos).-  137.  pósses  {Piano:  poBSses)  puoi  «. 

160-6  ''.  càuro,  caàrégo  (Piano:  -ga);  piegar.-  169-70.  glac; 


'  Pca.  303;  me  porles  tn(. 

*  Scu.:  anehUi,  cfr.  in  b,  I,  e  ii»i«m«  ci  dà:  tii  tuo. 

'  MiTT.  25:  w»,  nùd,  perdnda,  vemùda,  [tùt,  t  sopra,  p.  38  n,];  27:  cre- 
tti*, mpondù,  ttgUr. 

*  111.  Mirr.  Z7'  «j  sa  tiouia;  Per.  303:  te  voute. 

*  ScHN.  ^5:  toMd  tablà  casa  da  contadini  con  fanila  (stadol);  t.  sopra, 
pag.  B8n. 

*  PiR.  ib.:  as,  cos,  portet.—  160.  Per.  ìb.:  mtfno  mondo,  cornétta. 

.  '  A  me  non  6  riuscito  di  Hentira  la  palatina  in  qDwta  foromla  (CA);  ma 
por  deva  ricorrere,  e  forse  costantemente,  anche  in  qualche  varìath  di  Val 
di  Sole.  Cosi  MiTT.  25:  camita,  27:  etuargid  caricato,  tlongiargx  allongar- 
gli,  pagùtr  (allato  ttpagar),  ciauia  coaa.  E  nella  comtdia  cTun  sol  atto  eoe.; 
Le  ttradt  e  i  poitti  dt  la  Val^e  Non  (Trento,  1835),  che  *ado  attriboita  al 
PiNAKOHTi  (cfr.  p.  326  n.),  l'interlocutore  tolanJbro  proferisce  ;  fadighù,  mar- 
cia, taccia  via,  pagiar.  Ma  ScLZ.:  tatiUfied,  no  ne  ttigar  atta  lentation;  e 
Per.  303:  eA  caaa,  leambi,  pagar-nt  (t.  l'esordio).  Secondo  il  dott  Maui- 
miL  Ambbobi,  dì  Pelliuano,  acuto  oasarratore,'' che  soprarriTa  mentre  cor- 
reggo queste  prore,  l'-o  per  -a,  dsl  num.  70*,  rimonterebbe  il  Noce  in  sino 


;vGoo»^lc 


324  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

des,  plàzer.-  172.  ot,  not*.-  18S.  ginóket,  léger.      808,  na/ 

*iii[d]idl  guardanidio. 

IL  Tal  di  Bnmo. 

"    10.  àut^cc,  auffàr,  'caud,  fatta,  [sautà  saltato]. 

19.  21.  voler,  aver,  séro,  'cadéno;  ma:  plin  0).     28.  dei 

40.  néo    43.  ent  énter. 

46.  golós.  52-3  ■.  mgrtr  mór  ecc.,  y.  Val  di  Sole;-  far, 
ficeì,  i  tosi  bcei  i  tuoi  buoi,  nceu,  fce'c,  lce'c;~  om;-  plówr 
plOo  D.  131,  plOvia;-  xgbia. —  E  dall'o  secoodario:  pÓé,  cfr. 
n.  93  e  111. 

69.  dwr,  pù\  nù  venuto,  morda.;  fin  (quasi:  in),  pl&m6 
piuma,  spiamo  schiuma.  61.  golÒ.  éi.  plomp,  en-got 
niente. 

70*.  séro,  và'co  ecc.,  cfr.  V.  di  Sole; —  na  bona  mammd, 
la  bellS  vesto,  da  lo  fam,  collo  nossò  tengo  colla  no- 
stra lìngua,  da  la  nosso  bo'ca;  na  femnò,  sta  femno; 
Ja  so  villo;  ero  erat,  davo  dabat,  vanzÒ  aTanza[no]. 

93.  pceiissàr,  cfr.  nam.  52,  111,  e  clceud  'claunl-  chiodo. 

96.  io,  zgbia,  péii;  zust;  '^a-mai  ormai,  'góven. 

97.  mèi;  'cavai  caTalli,  cfr.  num.  160,  fiosi  cfc.  num.  ^.— 
106.  mo'g  moggio. 

111.  descosuz,  doeu'é  cfr.  num.  93. 

114-19.  jj^fii^  ecc.,  pian,  pléo  pieve,  plomp;  clamar,  etar 
(nel  signiScato  di  'rado'),  ciao  n.  131,  clceùd  a.  93;  glésio; 
glom;  réclo,  iinókjel  iinócli  pi.,  piò'éel piócli  pi.,  cfr.  n.  190n;- 
secló  secchia,  vè'éel. 

139.  s-d-ausind  avvicinato;  cfr.  a.  m  b,  1,  n.  227. 

130.  vardd  guardate! 

181.  ciao  *clav,  gréo  'grev,  viS  il  vivo,  ei  vive,  arto,  néo 
•niv,  plóo  n.  62;-  216.  io  'iv  ibi,  pléo  n.  114. 


al  villaggio  di  Meiiaoa  (ma  il  mio  sMmplftre  di  Piano  non  lo  daT*),  e  h 
palatina  della  formola  ci.  in  alno  al  borgo  di,Malé,  compresi  qnesto  «  quello 
nel  rUpettivo  territorio.  —  Mi  à  mancato  ogni  «aggio  dalla  Val  di  Rabbi,  eli« 
f*  parte  di  Valdlsola,  a  ai  apra  sulla  ainiatra  del  Noce,  appunto  preuo  ìltlé- 

'  179.  ce  che  {La  ttrade  ecc.). 

*  Si  diatingnoDO  nettamente  due  diferai  o  torbati:  ce,  ó;  ma  a  me  non  ^ 
dato  dì  Bcorgere  la  ragione  isterica  della  loro  diversità. 


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g  3.  Seiìone  ctotrale;  A.  il.  Val  di  Rumo.  335 

134.  sàbo  sabato;  'càio  cfr.  V.  d.  Sole.-  141.  mossàr  ecc. 
137.  ti  es;  eres,  saras,  sarOves;  ti  móres;  ecc. 
16(^46  <.  'eduro,  'cadérlo,  'caso  n.  134,  'cadréno  t.  la  nota; 
'cagn,  'cavai,  i 'canti,  'campagnò,  'cartS,  'copiò  capi- 
te[vi];  o'éo;  và'co,  ho'ca,  pe'cà  ptcp.;  m'tó'ca;-  taéa  'tàs'ca 
tasca,  óampò  's'càmpa  scampa,  cfr.  n.  167,  e  civar  's'éivàr 
schivare,  e  ancora  il  n.  107  in  V.  dì  Non  [b,  1]  *;  -  musi'có;- 
pre'ifar-lo,  '^atà  'cattato,  [des-los'gar]. 

166.  ^tuélo  'acQcilla  p.  76  n.;  'curai  curato. 

167.  foe'é  ecc.  n.  53;  pó'é  poco;  'mbria'c;  por'Gétti;  todec 
'tùdesé,  cfr.  n.  160-5. 

169-70.  cernir;  zel;  glag  >;  ptàzer;  ^uséto  n.  166;  Hndes 
('l-indes,  gaardanidìo). 

172.  fatt;  ditt.  179.  chel,  ca  quella,  pi.  m.  chei,  f.  che;- 
chanti,  chando. 

181.  ['^ambò,  'gajarde].     ISH.  des'^ùstar  disgustare. 

1S6.  lengd: 

189.  léier  [lègèr],  gest*. 

190n.  ne'ger  (fem.  negri)  negro,  pe'0er  pigro;  a'ger  agro 
i^lagró). 

210.  316.  Aorar  adoperare,  cfr.  p.  192;  laoràr. 

ni.  Tal  di  ITon. 

(I.    TeRRITOSIO   1.LLA   DESTRA   DEL    NoTB. 

I.  Nano. 

53.  flSr,  mòri,  vói,  fiol  fiói.      96.  gioven.      114  ecc.  clama, 

[pu;  giande],      139.  tCausin.      160-5.  ciarestia,  ciampagna, 

'  Il  Pamti  dMCriTS  le  palatine  di  qneato  Damerò  e  del  181  ecc.  per  goiia 
che  la  lonora  rimlterabbe  poco  diTeria  da  n  s  l'altra  avrebbe  tordo  quel- 
relemento  fricatiTo  che  in  n  6  lonoro.  Dal  canto  mio  devo  dire,  che  lo  sco- 
lan  di  Ramo,  da  me  interrogato,  orna  mi  data,  di  regola,  palatino  coterol- 
maota  diterae  dalle  altre  Talli;  ma  pnr  mi  diede  odo  iphietto  n,  in  luogo  di 
g  (*E),  nell'ultima  eillaba  di  ^ùdr4no  *cadréga. 

*  Non  aoDo  bau  aienro  di  aver  be&e  interpretato  il  mio  autore,  rendendo 
come  io  per  e  la  contionaiione  dall'ani,  tk. 

'  Cfr.  lieo  da  *u6a  *-vcla ,  ago. 

'  Circa  il  gt  di  pAim,  è  da  aTrarUre  eha  in  un  luogo  agli  dica;  'c(d 
mono  g  amitt  ad  i,  indi  quaai  s'. 


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3S6  AkoI),  Saggi  ladiiii,  I. 

dosa,  ciaurè  capretto,  manciar-ge,  s-ciarpe,  peccid;  pregiar- 
-to;  giatà.  166.  'nciun  nec-unus.  X^t.  póei  di.  169.  siW, 
amiii;  i  bracci.    179.  che,  perchè,  gel,  qesto-ci,  ganti. 

2.  Cles. 
IO.  aoxerai  alzerò;  cfr.  n.  129  e  160.  52.  fér  fSra,  mèri, 
fiel  ftSi,  [sèi  aaoì];  cfr.  b,  in,  a  p.  361-2,  ma  insieme  la  prima 
nota  a  'Taasullo  ecc.'.  96.  JJooen;  già.  lléacc.  de  '«pfenir, 
[pà,  'coma,  Tuenno:  clama],  [ve'cco].  129.  daosinandose.  — 
160-5.  'carestia,  'éaorè,  man'car,  me  toc'éa,  musi'ce,  ecc.  — 
167.  pé'ci  di;  por'cetii.  169.  siel  ecc.;  bracci.  179.  'ce,  per- 
'cè,  'óel,  [cante]  <. 

I  3.  Taasullo  e  frazioni  (QaattrorViUe). 

10.  aoperai  ecc.  63.  mér,  tèi  ecc.  come  'Gles'  ^;  ma  allato 
i  rè  nd  fSr,  1  è  andato  fuori,  abitiamo  pava-ie  fiier  cavate- 
-gli  faori,  e  ancora  t.  il  n.  167.  96.  itisi  ioven,  io,  ia,  \to- 
iont,  =  soggiunt  di  Cles].  114  ecc.  Per  PL  come  'Cles',  e  circa 
U  resto,  y.  più  innanzi.  160-79.  Sempre  p,  -o  rispettivamente  i. 
Quindi:  parestia,  pampagna,  pava-ie  cavategli,  paia,  paorè. 
manpar,  m'toga,  pegà;  preiarlo,  iattà;~  dortpa  (^  don'ca  di 
Tuenno  ecc.;  durìqae);~  puepi  di;-  piel,  amipi,  brapi;-  pe,  pef' 
pè,  dapè,  pel,  ganti.  Né  avremmo  ad  aspettarci  diversi  cooti- 
nnatori  di  *d,  o  V>  ^^  <^'>  9^'-  poma,  iande.  Ma  ciò  che  desta 
maraviglia  si  è  il  trovare  la  sibilante  anche  per  e  e  ^  in  tali 
esemplari  dalla  formola  guttttr.  ■*■  0  (U) ,  pei  quali  non  è  pensa- 
bile la  fase  intermedia  di  guttur.  4  Ù,  e  finalmente,  che  ancora 
è  più  strano ,  anche  in  esemplari  della  formola  guttur.  +  R.  Si 
osservino:  pome  come,  pon  con,  poi  coi,  pon^ssion,  pommenpà 
cominciato,  pommand  comando,  engontra  incontro  (allato  a 

'  Cfr.  ancora  il  □.  ITO  in  nota -a  Fondo-Itevd,  Mcondo  qnello  che  à  acctn- 
nato  in  fina  dell'esordio. 

*  E  rintsrlocntore  delle  'Qnettro-Ville',  nelle  già  citate  'Strade  ecc.':  kuJ 
paut  (do4  VÓI  pSl),  mentre  qnsl  dì  'Sora-tou',  cioè  del  territorio  di  Pondo: 
ftuuei,  puice.  L'eu  (fi)  d  coataote  nella  novella  'L  ptuctr  baici,  Tre&to,  1839: 
fieul,  teut  tolto,  ecc.  11  Pimaikwti,  che  deT'eeeere  autore  por  di  questa,  nac- 
que in  Rallo,  frasione  di  Taunlb,  ad  ora  quindi  nainrate  cb«  preferìEM  il 
tipo  dalla  riva  dMtra. 


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g  3.  Sez.  caatr.;  A.  m  &.  Vul  di  Non.  Versante  orient.:  PondoeRevA.   397 

amtra),  poi  collo,  "baxordi  bagordi;  iran  grande,  iì-umusava 
['Sgramusava  di  Tuenno;  sentiva  fame  <);-  ma  resisterebbe  la 
gutturale  io  cors,  grass;  g'odess. 

b.  Tbbbitobio  jxla  sinistba  dxl  Noce. 

1.  Pondo  e  Rotò. 

9.  granar;  saltar  guardaboschi,  'caliàr,  torlàr  tornitore  {tQrlo 

tomo};-  amar,  ara.    10.  àuter,  'càud,  'éàuxa,  fatte;-  àut,  au- 

iàr,  sàut,  auzàr,  fàus  falso,  éàuz  calce;  cfr.  d.  03  e  111. 

19.21.  aver,  veder;  blasfèma  blastéma  (comuni  entrambe  le 
figure  e  al  nome  e  al  verbo);  sera,  ver,  seren,  plen,  'cadena, 
seu  sevo,  mi  credi  o  cresi.  DeWei  di  tréi  non  vorrei  fidarmi; 
cfr.  dot.  22.  ben.  23.  al-jeri  jeri,  die's,  mie'deg,  lie'vr  lie'uri; 
siéga  la  sega  {sie'gàr,  prie'gàr,  nie'gàr);  mis'i,  che  a  rigore, 
quando  sì  ammetta  l'antichità  del  dittongo,  risulta  un  esempio 
di  dittongo  in  posizione  romanza,  potutosi  mantenere  perchò  vi 
ai  era  semplificato  il  nesso-consonante  (cfr.  num.  107  e  52);  pe 
piéi;-  rimiédi,  priéda  *piedra;  e  con  l'è  secondaria  che  dit- 
tonga: iiniévr.    27-8.  mep  mezzo,  avért,  ecc.      32.  mes. 

33.  farina,  nir  venire,  ecc.;-  [arruvàr  arr^iva,  cfr.  p.  263],  — 
34.  fred.  40.  pel,  el  mena,  men,  neu,  el  beu,  se,  mi  vedi;  -  pé- 
ver.    42.  ent,  méter  ent,  vene,  ferm  ecc.;  de,  pi.  dédi;-  énter. 

46.  lagr,  ongr,  flQr,  perdgn,  vgs;  ngm.  51.  om,  bon,  62. 
53.  fuér,  cttér,  el  muér,  lenzuél  (ma:  fiél'fiéi,  cfr.  le  varietà 
della  riva  destra],  muéla,  viuéla,  scuòla,  buéi  sg.  e  pi.,  nuéu 
nove  e  nuovo,  el  mvéu  muove,  duéuri  {duevràr)  adopero,  vuéid 

[Circa  la  composizione  di  queste  note,  deve  ricordarsi  l'esordio.] 
9.  le  giare,-  10.  sbauzza. -  31.  apieri  (spero);  dittongo  anorganico, 
lerìore,  cfr.  'Corredo'.-  28.  [leari].-  68-8.  prueve,  suel  (solet).  vuol 
T.  d'acc.  :  ulevi);  cueu  (coglie;  cfr.  num.  Ili);  rampasi  (i  rampolli); 
'uevi;-  fiuel  fiuei  fittela;  ciajuel  num.  99;  nueserà  nuocerà*,  spuyà; 
nuera  nuora].  Circa  gli  esempj  di  posiz. ,  cfr.  stele  e  zuecci  (o  xeucci 
■ite  in  quella  varietà  sì  dovesse  stampare;  scheggio  e  cioccbi]  '£1  peu- 
fep  balos'*  p.  4. 


e  'I  Sramusiwa  de  '«pienti*  la  panga.  Luca  xv  18;  cfr.  Scsnrll.  a.  'agra- 
w'  p.  185. 


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338  Ascoli,  Saggi  ladini,  t. 

vttéida  vueidàr  {ueidàr  voiddr),  mi  ptiedi  posso,  cuéser  cuo- 
cere (cuét,  la  cuéga);  itéu  vévi;  fité'c,  lué'g,  ^ué'^;  [tuei  tuoi]; 
ancùei;  vuéja  la  Toglia,  fuéje  foglie,  dae  eaempj  che  sarebber 
veramente  di  poaiziODe  romaDEa  (cfr.  nam.  23);  tuér  toglìert, 
ptc.  tuét.  n  dittongo  del  ptdrale  par  più  fermo,  almeno  io  certe 
formole,  che  non  aia  quello  del  singolare,  poiché  ho  anche  sad- 
tito:  lenzòl  lenzuéi,  fazòl  (fazzuolo)  fazuéi,  e  Pja  allato  a 
fuéje. —  E  continuando  colla  seconda  nostra  fonte:  el  uél  {vo- 
ler), el  vuébbia  ei  Toglia,  ruéza,  ruéda;  fitéja;  ptitéver  eplé- 
ver,  pluéu  e  pléu;  iuébia.  &4-6.  fgrt,  mgrt,  oss  ossi,  ea.;- 
ort.  67.  lung;  cfr.  long  lunjgi,  nella  Parabola,  e  il  n.  111.— 
68.  spgs;  cgrt,  forma,  grden,  ecc. 

59.  scur,  un,  éric'ùn  nec-unus;-  fum,  ecc.  60.  ««  nuda 
venuto  -a;  palù;  cruu  cruda;-  venù;  crucrua,  e  si  agginn- 
gerebbe  el  e  cruéu  è  crudo,  quasi  da  *cr&u  anteriore,  cfr.  il 
num.  53.  61.  d-o  dove,  ^òun,  ^óu,  Igu,  crgs,  ecc.  63.  ón^r 
ont;  gust;  ecc.     M.  sgrd  ecc. 

68.  gr;  soràr  *ez-aura-re{t),  soffiare  sul  brodo  perchè  si  raf- 
freddi; 'npor  om;  epué'é,  coli' alterazione  terziaria  che  perqne- 
st' esemplare  è  continua  nella  presente  sezione;-  \ffóder].—  In 
óuéa  (160-5)  e  clóud  chiodo  (clau-«-,  cfr.  n.  232),  ed  altri  esempj 
analoghi,  che  vediamo  in  nota  e  al  n,  68  ecc.,  non  si  può  sicu- 
ramente riconoscere  se  si  tratti  della  diretta  continuazione  del- 
l'AU  antico,  0  non  piuttosto  di  AU  ladino  da  AuL;  cfr.  p.  1S3, 
e  in  ispecie  b,  it  a,  1  (circa)  e  4  (tlald).  Circa  óu  da  'àu,  cfr. 
ancora  il  n.  111. 

87.  tessàdro,  fumàdro  funajuolo  {fum  fune,  cfr.  C.  II,  1,  e  il 
n.  144  de' successivi  spogli).     98-4.  pougàr  {^pùuiàr),  v.  n.  6S. 

96.  ^st,  0ué'g,  ecc.,  piggi  pejus;  xuébia;~  io,  iesdn  ie- 
xunàr,  iué'é,  iòven,  ienàr,  -iun.  97.  miòr,  mig'j  23,  mw- 
véja,  ecc.;-  pàja,  [ójo].    108.  «i«  203. —  106.  crezi  crezer2\- 


68  a  M-4.  loudo  (lode),  loudar;  pousal  (v.  sopra:  93-4).-  sacell. 

9S.  [68.]  semna  (verbo),  femna,  miedghì,'  rozgiar,  do 'a  puel  (oon  li 
può),  cfr.  n.  227  e  Scoti.  29  (ma  circa  ed  v.  il  C.  IV,  §  5).-  82».  buto- 
gna;-  potiibol,  utol,  moboi. 

tt.  giuntar.  -  87.  [mararctwfc]  ;  tomiania.  -  W,  dajuel  "cariolo,  tarloi 
Luca  xti  33.  Il  n.  9  non  farebbe  presentire  quest'esito  di  RJ;-  àattr- 
gerge  (aprirgli).-  105.  gosoleri  (godrà);-  veggiudi.-  111.  sveota,  oo'" 


D,qit,zeabvG00»^lc 


g  3.  Sex.  ceotr.;  A  in  b.  Val  di  Non.  VerBante  orieat.:  Pondo  e  ReTÒ.  229 
—  107.  bièca  *Ue8'éa  {cfr.  'Rumo'  num.  160-5;  la  ricostruzione 
non  è  affatto  sicura,  ma  tuttavolta  lion  Vi  saprei  rinunziare;  si 
veggano  anche  gli  spogli  successivi)  pecora;-  biésa  ìà.,  cfr.  góza 
goccia,  'éiiza  caccia.  111.  descòus,  cfr.  n.  10, 68  e  93;  vòul  volto 
(maro  io  arco),  còut  (e  com)  colto,  raccolto;  móut  molto,  el  scon- 
ta, dóuc  (e  dote),  póus.  114  ecc.  piantar,  el  plas,  piànger, 
jìtuévia,  ecc.;  flàma,  sgfla  soflàr,  fior  e  fior;  clàu  chiave,  dar, 
clamar,  glac,  óngla;  sUhla;  òcSl  ocli,  pió'cél  pióclì,  ^inó'éSl 
ginócli  ^inoclòn  ginoclàrse,  mU'éSl  mudi,  vé'óél  veda  vedi; 
récla,  seda,  'cavida;  sarclàr;  màda  madàr;-  piuma,  plà^a, 
[biava  biada],  glésia,  englotir;  sablòn;  oclài  occhiali  ;-  pu.^- 
139*.  tgolàr,  éigola.  130.  gardàr  gàrdia,  ghéra;-  vada- 
nàr.  131.  neu  beu  40,  clàu  ecc.  [184-6.  sarclàr,  e  cfr.  93;- 
san,  se'c,  sanità,  ecc.;  ors;  éser;  os  osso.]  137.  es,  stas,  fas, 
àmes,  'càntes,  ecc.;-  es,  vas,  séntes.  141.  noss  nóssi*  ecc.; 
mossàr.  147.  cendro;~  vénder  Tenepfdl].  161.  nombràr.  — 
157.-  condón,  cfr.  p.  204. 

160-5.  'óàura,  'can,  'cavél  capello,  man'càr,  pes'cadór,  s'càr- 
pe,  ecc.;-  'cantar,  'castél,  camóx,  'campana,  'camp,  'cas'éàr,  'óa~ 
mt'ia,  'car  caro  e  carro,  'capei,  'cantón,  'cambiar,  caliu,  '^atàr; 
òa'éa  oca,  cfr.  n.  68;  và'ca;  el  s'plé'^a,  se'gàla,  sié'ga,  formi'^a, 
lu'^àn'ge,  domén'^a,  màn'ga  manica;  'carjàr,  ctiéja  [»  cuéga 


(oltre),  dar  ed  voata  (dar  dì  volta);  voutà,  atout  bIuUdb.-  tU  ecc. 
plaEza,  blanchia,  &k,  flano,  desgooflà  sgoofel,  glottidor,  le  giare,  e 
con  gì  par  aatica  metatesi:  tanglot  Sghh.  21;-  occlada  occlar  (*ma 
no's  pael  d'occlar'  non  si  pu6  rimirare)  occlegìar,  coverchiel,  ger- 
di,  veclita  (anticbità),  portcM;  pablade.~  189*.  groi  'croui  corvi, - 
IM.  vamei  (guanielli],  vardar;-  gorre  (guerre)  gerrier,  giadagn,  giari 
(guaritet};-  giuai  {gìiai). '  181.  -m  {-q)  da  -o:  valìu  {-io)  •[e]qualivo,' 
cfr.  n.  23,40,  52-5,  IHeco.,  164,  210-11,215-16.-  187.  offendei  eoa.; 
évei  avevi,  plangeves.-  147.  teoder  tendere  (tenero  -e). 

UO-S.  chiausa,  chiarita,  chiapir,  chiavar,  chiarta,  cttialamar,  cltia- 
dìn,  chiapriii,  chiarogna,  chias  (caso),  chiarezza  chiaroggie,  chialo- 
negb,  ohlalchi&,  chiaminar  (andar  via),  chialor,  chiapitol,  chiannooi, 
chmdrieghia,  chiappon,  chiantooi,  chianzon,  no  chiad  dubbi;  encbia- 
Btra,  fracchiasa,  duchiat,  recbiami,  blanchia,  cerchiant  (cercando), 
Bchialari,  schiarpe,  bocchia,  seccbia^i,  ficchiar,  cuchiagna,  toccbiar; 
dedichiada,  fabbrìcbi&;  oggMasion,  mighia,  'ntrighiada;-  ciaran- 


;vGoo»^lc 


330  AmoU.  Stggl  Udini,  I. 

Fondo  n.  52);  fbr'éa ,  mos'éa,  l-és'ca.  167.  fué'é  ecc.  53;-  lai; 
sec  sé'ca.  169.  éel,ééna,  ce'nder,  glac,  eoe.;  croswx.;-  ser- 
dar  cerchiare,  xerv  cervo;  glaz,  marx,  [dolz],  vefnzer,  'càus 
num.  10,  fóMx  ib. ,  sgres  sorice,  làres;  cozinàr,  d-auxin,  gu- 
zéla  pag.  7611.,  fórbeza.  172.  not,  ecc.;-  trat.pélten.ott.— 
174.-  as.  179.  'cef,  perei?;-  càn^he  qBando(che);  cfr.  ea  chi. 
quaqai.  ISl. pla'ga;-^al,'^alón,['^àmba];le^dm.  IS^.-lar'g 
(làrpa),  cfr.  sorz  il  sorgo.  164.  '^óu.  186.  lénga.  186.  san'g;  - 
sane.  188-9.  ^inó'éel;  piànger,  el plang;  stre'nger,  ón^l;- 
iinó'éel,  iéndro.  190 n.  Cfr.  114 ecc.-  né'ger. 
■  203.  Ha  legDO  di  pino  fradicio  che  arde  facilmente  (cfr.  §  4  b  1); 
mu,  cruu  60.  211.  'càtt  capo  di  fune  e  simili,  àu  ape.  215.  prè- 
ved,  pi.  préudi,  cfr.  p.  244,  n.  6.  216.  tréu,-  tu  ibi. 
227.  ausiti  Ticino;  e  nella  Parabola:  avdel. 


tan  (Tenes.  carantdn,  some  di  moneta),  d'antera,  ciandder,  cia- 
pitar,  ciapettan}  marcia  marcianti,  icciartella,  tcdantbi, 
icciarpion;  peccià;  ocàaio  Luca  xii  54;  predicia  prediciator, 
mediciadi,  tantiflcià,  puri/lcià;  pratigiar,  rosgiar  rosicare,  detnen- 
teffià,  litegiadari,  segià,  plegiada,  bottegia;  fogiara.— 
[IM.  Cfr.  130].  —  167.  archiett;  sacci  saceett,  stomecc,  n'cc  ricn, 
bei  tacci,  suecci  52,  cince,  /latici;  figi.  [nemig'}.—  M».  e  creia»! 
[credevo]  gierto  giert  (cfr.  la  nota  a  'Rumo'  189);  gercli;-  venia, 
pas,  Tos.  —  179.  acca,  tal  e  cai,  cater;-  ci,  cioneia  (ckiun- 
que),  cct  percè,  cianto  danti  (quanto  -ì),  ccctaat  *s-quasi ,  cialci'un, 
cialoncia  (e  caloncta).  Cfr.  esegì  eseguito,  stgiterà  aegaiterA,  ed  i 
n.  186-7,  130,  190n.  —  181-2.  ghialloppa,  ghialinete;  reghtei,  idb- 
ghiagoa;  giardelin  ("e),  ghiaroffoi  ('e);-  giahanei  (gabbanelli),  ^la- 
lantom;  propagià,  lagiava  "lagava  lasciava,  magiasin,  rmne- 
già,  far  d-ingiani',  ligiar,  fadigie,  ciastigiar.—  186-7.  datinger 
cfr.  nnm.  179.  —  ISOn.  maghier,  allegerment;  cfr.  nam.  179  e  «cchiar 
(enc'r  zuccaro),  braghie,  marchies.  —  IVi.  porta  portatei,  ma  nad 
andate!;-  ven  tai  gra,  cfr.  pag.  97.  908.  le  rais.  —  SIO.  neodi;- 
dourd.—'  211.  cliiau  (capo,  testa);  rizeu  {-zeo;  riceve),  preteu  pre- 
sèpe; cfr.  n.  131.—  «16,  pleo  (pieve),  cfr.  n.  211. 

227.  ausini;  sta  pianta  sia  arno  vada;  s'araovella;  arcorri  (ricorro); 
arlonghi.  ~  228.  Cfr.  num.  114  ecc.  e  147.  —  2t2.  mouti  redi  (re-d-ì) 
molti  re,  Luca  z  24  ;  cfr.  ridi  rivi,  nella  'Regola  di  T4J0'  ap.  Schn.  SI, 
oltre  l'esempio  comune  all'ital.  cbo  avemmo  al  n.  68. 


;vGoo»^lc 


S  3-  Sex.  cetttr.;  A.  iti  il.  Val  di  Non.  Versante  orient.:  Corredo  ecc.  33L 
£.  Corrado. 
I  SBiggi  che  mi  fu  dato  aentìre  della  varietà  di  Cavaréno 
aon  diffamano  gran  fatto  da  quelli  di  Rev^;  ma  la  varietA  di 
Corredo,  che  già  può  dirai  sella  sezione  meridionale  di  questo 
reraante,  non  è  indegna' di  qualche  attenzione.  La  sua  principal 
caratteristica  è  Vuó  (=  Ó)  per  ì'ué  della  sezione  settentrionale; 
che  è  fenomeno,  delle  cai  ragioni  si  ritocca  nell'esordio  al  §  4. 
Quindi  (num.  52-3):  pluàver,  nuòu,  muóu,  buóu,  cuor,  vttól, 
^puòl,  cttóga,  ruóiìa,  fuó'é,  luóc;uóu  ovuóu,  iuóbia*;  e  dall' o 
secondario  (num.  68);  puóc,  tuór.  Mi  dava  un' e  assai  stretta 
nella  cODtinuazione  dell'é  lat.:  sgra,  véna,  gSna,  'éadena  (ma: 
valer;  cfr.  'Fondo').  Oppone  inoltre  il  suo  p  allo  s  di  Revò,  nella 
continuazione  di  C'i  gèna,  cerner,  féndro,  gerf;  fàug,  'càug, 
ve'nger,  glag  {e  ^np;  pure  a  Cavarono  ^/op),  marQ,  \dolg\;  e 
cosi  in  ogni  altra  funzione:  'caga,  gagà,  'éamòg,  eccetto  ìfiééa 
nnm.  107.  Del  rimanente,  il  corredese  risponde  a  C  O'  J  lat.  in 
modo  che  generalmente  coincide  con  Revò:  vezln,  plazér,  azé; 
léier;  piéii  (Gavareno  id.),  ieziin  ecc.  Nella  continuazione  di 
CL  par  che  venga  perdendo  il  carattere  ladino,  o  piuttosto  assu- 
mendo le  corrispondenti  voci  del  trentino  volgare;  quindi:  da'- 
mar  e  più  solito  camór;  glézia  e  cesa,  orécla  e  reca;  zinò'éel 
e  ginòco;  oéo,  [vééo].  E  nello  atesso  dittongo  dell'o:  no/* allato 
a  nuóu,  e  plóu  allato  a  pluòver,  per  tacer  d'altri.  La  palatina  è 
sempre  ancora  tenace  nella  formola  GA;  pure  ebbi  gatàr  e  ^a- 
tàr,  e  cuóga.  Ma  la  più  grave  rinunzia  è  quella  del  -s  di  seconda 
persona  (siamo  a  vài,  ami,  senti);  che  però  ancora  riaaona 
nella  domanda:  vas  nof,  vas  tu?,  e  in  gaS't  hai,  mercè  il  pro- 
rome suffisso.  Ancora  si  notino :' 'éorn  corno  (cf.  'Tassullo'),  la 
cui  palatina  potrebbe  però  aver  la  sua  ragione  nell'antico  dit- 
tongo {cfr.  n.  166grig.;-  los'co,  all'incontro,  presuppone  los'c); 
c™^  num.  60  e  203;  ri  ri[v]o;  dea  179;  ejiel  dittongo  seriore 
^ell'e:  sptéri  e  speri  spero,  [gliesia  e  glézia];  e  forse  è  seriore 
pur  quello  di  Uépid.  Finalmente,  fra  i  villici,  f=p,  v=z;  quindi: 
Vàfe^page  (pace)  dei  borghigiani,  e  i)io  =  ito;  cfr.  l'esordio  al 
§  3  B,  nnm.  IX. 


'  SiiLz.:  ancubi  (Corredo,  Tavon,  Sfroa,  Smarano). 


;vGoo»^lc 


333  Alcoli,  Saggi  ladini,  I.. 

3.  T»jo  e  Torra. 
Di  Vervò,  più  ancora  a  mezzogiorno,  troTO  scritto  che  abbia 
lo  stesso  dialetto  Ai  Fondo.  Il  saggio  di  Tajo  e  Torra  sì  distio- 
gue,  all'incontro,  per  mancarvi  il  dittongo  delt'o:  mi  mori, 
fora,  voi,  fiol*.  Del  resto  vi  si  conservano  t  caratteri  ladini  : 
st-auler,  auxà;  clama,  e  il  prezioso  glane  (D  =  Dd,  Todi  n.  150 
grig.,  'Val  di  Sole',  ecc,);  'casa,  la'0à  *lagato  lasciato;  tiessxÀ, 
che  è  però  il  solo  esempio  di  seconda  persona  singolare  che  ti 
mio  testo  mi  offra. 

B.    QSDPPO  TEIDENTINO-ORIBNTALE   E   ALTO-BBLLUNBSB. 

Breve  tratto  dopo  avere  accolto  il  Noce  dalla  diritta,  l'Adiga 
accoglie  da  sinistra  YAvitio,  la  coi  valle  si  riparta  in  tre  setiooi: 
Valle  di  Cimbra,  l'inferiore-.  Valle  di  Fiimme,  la  centrale;  Vaile 
di  Fasta,  la  Buperiore,  L'elemento  ladino  si  fa,  in  generale,  tanto 
pit>  manifesto,  quanto  pit  si  risale  verso  le  sorgenti.  Nella  Tslle 
di  Cembra  ormai  pio  non  si  avverte  in  maggior  misora  di  àò 
che  avvenga  in  qualche  distretto  occidentale  della  Tal  di  Sole,  di 
quelli  che  mal  b' inchinderebbero  negli  odierni  confini  della  una 
ladina;  e  pur  nella  sezione  occidentale  della  Val  di  Fiemme  non 
si  può  orraid  discorrere  se  non  di  reliquie  dell' antica  favella. 

Dall'aspro  nodo  di  monti  che  sovrasta  alle  sorgenti  dell'Avi- 
BÌo,  si  aprono  poi  verso  il  nord  la  valle  della  Gardena  e  quella 
della  Oadera,  tribotario  il  primo  flamioello  dell'  Eisach,  il  se- 
condo del  BJenz;  e  verso  il  snd  la  valle  del  CordevoU,  ohe  nette 
nel  Piave.  Piti  In  1&,  all'est  dell'alto  bacino  della  Gadara,  «presi 
ancora  la  valle  del  Baite,  tributario  del  Piave  esso  pure.  Ver 
Valle  della  Gardena,  nel  pìb  ristretto  e  solito  significato,  noa 
s' intende  psrA  l' intiero  bacino  del  rivo  che  porta  quel  nome  ; 
ma  se  ne  esclude  il  tratto  che  resta  a  occidente  di  PaB  (Pofals, 
*  Bulla),  né  a  quel  tratto  pib  sì  estende  l'idioma  ladino.  D  quale 
ha  similmente  perduto  anche  l'estrema  seiione  del  baoino  infe- 
riore della  Qadera,  dove  si  estingue  prima  di  r^gginagere  il 
paesello  di  Ohnaoh  *.  Della  valle  del  Gordwole  spetta  alta  sona 


'  SoLZ.:  ancói  (Tajo). 

'  Qnaata  precÌM  ìndieaiione  topografica,  a  più  altri  utili  ceaii,  dcTo  al 
nr.  Bìgù.  Cipriano  Piscosti,  curato  di  Bulla. 


;vGoo»^lc 


§  3.  Saiione  centrale;  B.  Esordio.  333 

ladina  la  sesione  che  politicamanta  è  austriaca,  a  ancora  quel 
brere  e  attiguo  tratto  del  ano  versante  occidentale  sul  territorio 
italiano,  che  basta  ad  inchiudervi  il  bacino  della  Pettorina  *, 
La  valle  del  Boite  le  spetta  quasi  intiera,  alla  sexione  austriaca 
aj^ioDgendoai ,  sul  territono  del  regno,  il  tratto  che  va  dalla 
frontiera  in  sino  alla  Chiusa  (tra  Pe^o  e  Venaa) ,  cioè  l' OUre- 
ihiuaa, 

Eimane,  nel  piti  alto  bacino  del  Piave,  l'estremo  territorio 
orientale  della  sezione,  il  comeliccmo,  ohe  poi  suddivideremo  in 
alto  e  basso,  ed  oggi  6  veramente  come  un'isola  ladina,  poiché  a 
occidente  il  cadorino  centrale  lo  disgiunge  dal  ladino  di  Oltre- 
chiasa,  e  a  oriente  il  tedesco  di  Sappada  lo  separa  dal  friulano. 

Descritti  cosi  con  qualche  maggior  cara  i  oonflni  della  regione 
dialettale  in  cui  entriamo,  verremo  ora  a  distingueoe  piti  à'tif- 
presso  i  singoli  dialetti  che  vi  a'  incontrano,  e  insieme  a  rag- 
grupparli, e  a  toccar  dei  caratteri  di  ciascuno,  e  delle  ragioni 
del  lavoro  che  intorno  a  ciascuna  varietà  è  qui  a  noi  dato  pre- 
sentare. 

Per  la  valle  dell'Àvisio  mal  si  potrebbero  stabilire  distinzioni 
dialettali  vere  e  proprie;  ma  solo  si  trattari  di  misurare,  sulle 
generali,  quanto  ivi  resti,  nei  diversi  territorj,  dell'antico  lin- 
guaggio ladino  che  ancora  risnona  con  qualche  pgrit&  nella  parte 
superiore  della  sezione  di  Fassa.  Dovremo  così  considerar  parlì- 
tamente  le  parlate  di  Cembra  (I),  Flemme  inferiore  (Ila),  Fiemme 
superiore  (II&),  Fassa  di  sotto  (Ilio),  Fsfsa  di  sopra  (HI &);  ma 
sarA  sempre  un  procedere  dal  meno' al  piti,  in  ordine  ai  resti  del 
patrimonio  ladino,  anzichA  un  succedersi  di  varietà  disUnte;  a 
veramente  non  potremo  qui  ricavare  se  non  un  dialetto  solo,  che 
è  quello  di  Fassa.  Il  bacino  della  Gadera,  all'incontro,  ci  offre 
due  principali  e  sue  proprie  varietà  dialettologi  che,  e  queste  se- 
condano la  suddivisione  topografica  per  la  quale  vi  si  distingua 
la  Val  Marubio  (IV a),  o  Enneberg  dei  Tedeschi,  che  A  il  cii^ 
condario  settentrionale,  dalla  Yalie  dell'Abbadia  (IV fi),  ì'Aitey- 
Thal  dei  Tedeschi,  che  è  il  meridionale.  Nei  ivi  mancano  le  va- 
rietà secondarie  ed  intermedie.  La  Valle  della  Gardena  (T)  ha  poi 
suo  proprio  dialetto,  aenza  notevoli  scre^.  E  il  suo  proprio  ha 
etiandio  quella  dtì  Cordevole,  nella  quale,  presdndeodo  da  qual- 
che para  osservabile  varietà  ohe  è  nella  sezione  austriaca ,  giova 
separar  questa  sezione,  che  addimandano  Lwinai-lor^o  (VI),  il 
BitcTienttein  dei  Tedeschi,  dalla  sezione  italiana,  che  potrebbe,  dai 


'  Cfr.  S  4,  A,  1;  e  l'Appendice  al  presente  g. 


;vGoo»^lc 


U  Ascoli,  Saggi  ladioi,  I. 

principali  paesi,  denominarsi  di  Eocca  d'Agordo  e  Ltute  (VII;  r 
p.  333n.).  comuniiiie  la  differonza  dialettale  si  ritolva,  piti  cht 
altro,  nella  diversa  misura  dell'influsso  italiano,  che  naturai' 
mente  piti  si  accresce,  quanto  pib  scendiamo  Tersa  meuogionia 
Partioolar  dialetto  è  ancora  quello  della  Valle  del  Boite;  e  qu: 
tanto  piti  giova  sceverar  la  seziona  austriaca,  che  dicono  di  Am 
pesto  (Vili),  Vffeiden  dei  Tedeschi,  dalla  italiana,  cioè  dall' Ot 
trecAiuta  (IX) ,  in  quanto  questa  viene  a  far  parte  di  un' ampli 
regioae  italica  nella  quale  occorrono  particolari  altarazicai,  dì 
cai  a  suo  luogo  si  parla.  Abbiamo  finalmente  lo  special  dialetti 
di  ComelieoCK.),  con  qualche  varietà  preziosa. 

I  dialetti  di  Fassa  (/assono),  Gardena  {pardetute),  Marubio 
{marebbano) ,  Abbadia  {badioto],  lÀvinal-lungo  (Itvinalesel ,  somi 
tatti-  tra  di  loro  somigliantissimi  -,  e  formano  un  complesso  par- 
ticolare, nel  quale  spetta  la  premiaenta  ai  tre  dialetti  di  meno, 
e  il  primo  pasto  pud  andar  disputato  fra  il  gardenese  e  il  ma- 
Febhano  ).  Una  speciale  connessione  si  aggiunge  fra  ridiami 
gardenese  e  il  marebbano  e  badioto,  pel  volgervi  di  ci  e  gì  io  ti 
«  ^t  >;  e  un'altra  fra  il  badioto  e  il  livinalese  pel  TolgerTi  chs 
fa,  entro  determinati  limiti'.  Ve  dì  fase  anteriore  in  a.  Il  dia- 
letto di  Ampezzo  {ampesMano)  si  scosta  all'incontro  assai  codsì- 
dererolmeiite  dal  complesso  che  testé  descrivemmo;  a  la  quantiiA 
del  divario  ben  dipende,  in  principal  modo,  dalla  molta  iofluen» 
che  sopra  questa  individuo  ladino  ha  esercitato  la  favella  te- 

*  Gli  abitatori  a  i  dialetti  dalla  valla  dalla  Qade»  ai  sogliono  rìpatvt 
1  ladini  per  ecesllaaia  (Trxbo,  UiTTEEaDTZiiEB,  FasoDera);  a  qnuti 
spaeia  di  nstirpaiioiia  mi  par  da  accagionarai  alla  acaraa  aotìna  che  del 
gudeneBfl  ù  fosu  divulgata  prima  dal  libro  del  Vian,  malgrado  il  be' 
lavoro  dell' Hallar  (v.  piti  innuii).  Il  quale  diceva  ladino  anche  il  gu- 
deueM;  ma  notava  che  i  PaaasDi  «  i  LivìnalMÌ  noa  chiamassero  iiàw 
il  proprio  dialetto  (p.  160).  Quanto  a  Fassa,  ora  gli  controddirsbba  lo 
Snlier  (p.  25),  per  tae«r  d'altri;  e  ^in  ogni  modo,  l'avarai  popolar»  e 
fermo  tra  ì  dotti  l'appellativo  di  ^t'no  per  qualche  parta,  della  Miiooe 
centrale,  come  A  per  una  parte  dell'occidentale,  e  l'essersi  ormai  dinl- 
gato  da  un  pezio,  fra  gli  studioBi,  l'appellativo  medesimo  anche  per  U 
seiìooa  MdIbus,  furono  gli  argomenti  decisivi  pei  quali  mi  bodo  rine- 
gnato  ad  adottarla  per  tutta  la  sona  (cfr.  C.  II,  2  tu  L). 

'  Suol  diru,  e  aarà,  che  il  fenomeno  aia  pìk  costante  nel  gardeoM 
cha  non  nel  marebbano  e  badioto.  Ha  io  ho  sentito  il  nesso  geaniDo  (c'> 
gì)  par  da  Gardena,  a  molte  volte  ne  ebbi  tal  snono,  di  cui  non  >*P*to 
decidere  se  {base  il  genuino  o  l'alterato.  Per  analoghe  altaraxioni  in  <IJ>' 
letti  tedeschi.  piU  o  meno  discosti  dalla  nostra  regione,  v.  Scsccsi»' 
vok.  III  318,  ma  in  ispecie  Scrneller  68.  '      l 


.    D,qit,z'eaevGoO»^lc 


S  3.  Bazione  e«ntnl9  ;  B.  Esordio.  33S 

Data,  ma  non  si  dorè  gi&  ripetere  da  questa  sola  ragione.  Un 
puiicolar  yiacolo  tra  Ampezzo  e  Mar abio- Abbadia  si  arrerte 
tattarolta  nella  granda  frequenta  di  I  in  r*,  fenomeDo  che  non 
■i  contiotia  in  Oltreehiusa,  11  dialetto  di  Comelico  {comtlicano), 
per  altimo,  appare,  come  la  sua  ragione  topografloa  richiede, 
segregato  a  un  tempo  ed  intermedio.  Rannoda  in  mirabil  guisa, 
dall'una  parte,  la  aezion  centrale,  a  cui  deoisaipente  spetta,  con 
l'orientala;  e  ai  risente  inaiems  di  quei  fenomeni,  che  lungo  il 
Piave  ci  condurranno  alla  pianura  veneta. 

Vedemmo,  nell'altro  ripartimento  della  sezione,  essere  uè  la 
prìncipal  figura  del  dittongo  dell' d  (e  dell' d  in  poa.),  la  quale, 
verso  mezzogiorno,  cedeva  oll'utt,  e  verso  occidente  si  fondeva 
in  6,  cs,  e,  cioè  dava,  come  noi  diciamo,  un  esili  monottongo. 
La  medesima  serie,  e  con  molta  analogia  nelle  direzioni,  ora  ai 
riprodarr&  nel  ripartimento  in  cui  siamo.  Per  la  volls  dell' Avi- 
sìo,  la  piti  occidentale,  avremo:  6,  a,  e;  l'esito  monottongo  si 
avrà  insieme  anche  nel  distretto  centrale,  cbe  è  il  bacino  della 
Qadera,  ma  con  cbiari  segni  di  due  diversi  e  non  contempora- 
nei processi  di  scmplifioazione  [ùe  He  6\  tié tìi  ft);  la  Gardena  è 
all'incontro  ferma  all'ue*,  il  quale  poi  a  sud-est  cede  all'uo,  nelle 
valli  dal  Cordevole  e  del  Boite;  mentre  all'estremità  di  nord-est, 
nel  comelioano,  di  due  varietà  attigue,  l'una  ci  darà  l'ue,  l'altra 
Vce.  Ora,  l'esito  monottongo  dell' uè  presuppone,  di  regola,  la 
presenza  o  la  persistenza  contemporanea  dell'finu  latino.  All'in- 
fuori  della  zona  vediamo  cosi,  nello  spagnuolo.  Tue  intatto,  ac- 
canto allo  schietto  wu,  laddove  la  Lombardia  e  la  Francia 
hanno  V 0  (eu),  e  insieme  l'ft-u.  Analogamente,  fra  i  Ladini, 
Vó  angadinese  allato  all'fi-u;  laddove  nel  soprasilvano,  l'fi  es- 
sendo volto  per  tempo  in  i,  abbiamo  ie»w«,  come  t^u,  Nella 
seziona  centrale  cosi  si  appajavano,  al  QToce,  6  ed  fi-u,  dall'una 
parte,  ed  ve  ve  dall'altra.  E  alla  Oardena  ora  vediamo  ugual- 
mente Tue  accanto  all'u^u;  laddove  alla  Gadera  ì'5,  e  insieme 
superstite  Vù^u.  Analogamente  ci  risuona  atl'Avisio  l'Ó  accanto 
all't».  Che  se  in  Val  di  Fassa  oggi  abbiamo  l'esito  monottongo 
dell'US  allato  a  wu,  ciò  dipende  manifestamente  da  una  ridu- 
zione affatto  moderna  delle  vocali  turbate,  per  la  quale  l'u  do- 
veva ricadere  nello  schietto  u,  così  come  l'ce  insieme  si  risolveva 
in  una  schietta  e  *.  Ma  la  condizione  del  bcrmiese  (p.  S93)  resta 
sempre  affatto  singolare, 

*  £(0  icrezio  che  é  tra  1»  valle  dell' Avisio  e  quella  della  Gardena  in' 
ordine  al  continuatore  dell'd  (e  quindi,  implioitameute,  a  quello  dell'tì), 


;vGoo»^lc 


S  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

Così  il  filo  del  dittongo  dell' fi  ci  è  di  non  poco  momonto  per 
tutta  la  Mzìone,  e  ^qì  tanto  pili  gioTava  che  Io  riaiinodasaima, 
ia  quanto  la  sna  uUIit&  si  potrà  far  manifesta  anche  al  di  li 
dei  limiti  a  cui  presentamenta  siamo  ristretti.  Per  analoga  r&- 
giono  ai  concederli  qui  ricordare,  benché  trattisi  di  aa  elemento 
di  flesaione,  come  il  territorio  che  ora  misuriamo  si  diaUnguada 
tutto  il  resto  della  zona  par  l'^in  che  vi  occorro  continuo  quale 
esponente  di  prima  persona  plurale*.  Nd  vorremo  interdirci,  sem- 
pre mirando  anche  al  di  1&  della  sezione.-qaalcha  particolare  cbd 
potrebbe  dirsi  d'ordine  fonetico-lessicale;  come  sarebbe  l'artì- 
colo concresciuto  d'inóm  nome,  la  notevole  d issimi latione  in  dat 
tutto,  o  la  metatesi  in  torond  rotondo;  tre  fenomeni  pei  quali» 
rannodano  i  dialetti  di, questo  ripartimento  fra  di  loro  e  con  gli 
altri  affini  dei  quali  ci  rimane  di  discorrere  in  appresso  >. 

Uà  un'operazione,  alla  quale  il  ripartimento  tri  dentino-orien- 
tale ed  alto-bellunese  specialmente  ne  invita,  e  può  insieme  tor- 
nare di  pib  generale  utilità,  è  quella  di  misurare  accuratamesCe 
la  quantità  della  dlstausa  che  intercede  fra  le  oondisioni  odiariu 
e  le  condizioni  primitive.  La  ricostruzione  delle  seconde,  che  ì 
quanto  dire  la  costruzione  del  misuratore,  d  cosa  non  gran  fatto 
ardua,  massime  ìn  ordine  agli  elementi  fonetici,  ai  quali  il  De- 
stro discorso  si  deve  per  ora  limitare.  L'esame  un  po' attento 
.  della  zona  ladina  in  generale  e  della  sezione  centrale  in  ispecie, 
ci  fa  risalir  con  sicurezza  al  sistema  /emetico  di  quell'idioma  fon- 
damentale a  cui  fanno  capo  tutte  le  varietà  del  ripartimento  in 
cui  ci  moviamo,  sistema  cbe  risulta  quasi  idenUco  con  quello 
dei  migliori  tipi  superstiti  del  ripartimento  medesimo,  e  di  poco 
diversiflca  da  quello'  a  cui  pur  farebbero  capo  tutte  le  varìeU 
dei  Qrigioni. 


mi  fece  rioolvare,  dopo  molta  esìtanie,  a  «istemar  la  serie  nel  modo  tb» 
ho  già  coi  numeri  indicato  (Fasoa,  Mar ubfo- Abbadia,  Qardena,  LUìiul- 
Inago);  onde  viene,  nel  eenso  corografico,  un  po' di  contorsione.  Si  pos- 
sono per  ora  consultore,  circa  la  qnistione  dall' ordinameuto,  aneli*  i 
nom.  150,  SS,' 56,  21,  42  a  1-3  dei  rispettÌTi  spogli. 

'  Fa  natnrale  ecceii'oae  la  Valle  di  Cambra:  podét%.  NoteTole  i  ptH" 
ch'ebbi  da  Val  Readena  (Qiudìcarìe,  §  3,  b  ih  1). 

*  Qui  ancora  pud  notarei,  come  ^plSbt-',  la  pieve,  moatrì  in  qnui 
tutte  le  varietà  del  ripartiineDto  il  continnatore  dell'^  (ù)  amichi  quelle 
àM'é  (et  ecc.),  earto  per  inBusso  dell' te  cbe  nella  voce  italiana  o  tcihIi 
si  i  ottenuto  in  eégnilo  alla  normale  rìdoiìone  di  pi.  Abbiamo  eai:pli!f 
garden.,  plié  lÌTÌnaL,  pti  marebb.  e  bad.  (cfr.  garden,  dlifla  e  limili. 
allato  a  cMeia?).  Solo  il  faasano  ha  il  dittongo  legìttimo;  pUi/'=:'pleil'i  i' 
quale  inoltre  ricorre  nell* onomastica  locale  {Piai  di  Badia,  ecc.  Sran.  46 . 


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g  3.  SmÌodb  centrale;  B.  Esordio.  337 

//  complesso  specifico  dei  carathri  fondamentali  del  sistema 
{mitico  ladino  net  ripartimento  orientale  della  sezione  di  mezso, 
è  questo  che  segue: 

a]  passare  in  palatina  la  gatturaie  delle  formolo  ciè.  e  o  +  a 
(uum.  160-5  a  181-2  dei  nostri  spogli)  <  ; 

P)  conservarsi  il  l  delle  formolo  pl  cl  ecc.  (nam.  114-22); 

y)  conservarsi  il  e  di  antica  nscita  (num.  137); 

S)  rompersi  in  dittongo  l'É  di  posizione  (aum.  28); 

0  rompersi  in  dittongo  l'ò  di  posizione  (num.  56); 

Q  determinarsi  in  ne  (onde  fie  C)  la  forma  del  dittongo  che 
proviene  daJl'ó  breve  e  dall'o  di  posizione  (num.  53-3,  5^^; 

T))  rompersi  in  dittongo  I'é  lunga  e  l'i  breve,  dittongo  la  cui 
scliietta  forma  è  naturalmente  et  (num.  19-21, 40;  e  pure  il  32); 

5)  propendere  I'a',  entro  determinati  confini,  a  volgere  in  e, 
massime  se  preceduto  da  suono  palatile  o  palatino  (nam.  1-3,  8); 

i)  svilupparsi  un  u  dinanzi  al  l,  nelle  formolo  alt  ecc.,  elio 
si  risolvono  in  aut  ecc.  (num.  IO,  57  e  111); 

x)  continuarsi  l'xi'  lungo  per  fi  (num.  69); 

X)  tendere  a  suono  gutturale  it  h  che  viene  all'uscita,  e 
più  limitatamente  pur  quello  che  precede  ad  altra  consonante 
(num.  144  ecc.); 

^)  i  &&  g  9  kj  di  fase  anteriore  (nam.  00,  170,  189,  101); 

v)  y  nella  continuazione  delle  formolo  qb  o  qi  (num. .188); 

\)  e  nella  continuazione  delle  formolo  ce  e  ci  (num.  169)  ^. 

Denominati  per  brevità  questi  fenomeni  dalle  lettere  greche 

che  ad  essi  applicammo  nell' enumerarli,  noi  verremo  rilevando. 


'  Qui  li  noti,  come  per  tutto  il  ripartimento  mal  pih  si  possa  scarnere 
diversità  di  snono  tra  la  media  palatina  delle  formole  qb  qi,  e  quella  che 
surge  nella  formola  ga;  quindi  avremo  per  entrambe,  nella  trascrizione 
nostra:  g.  Cosi  al  d>  là  dì  Livinailungo  non  ho  mantenuto  lo  e  per  la 
palatina  tenne  tihe  surge  nella  formala  CA,  ma  acriui  é,  perclié  mi  risul- 
tava ugnale  allo  6  italiano,  o  romano,  di  C2  ci;  e  del'reBto,  al  di  là  di 
quel  punto,  più  non  v'era  esplosiva  palatina  nella  contiDuazioue  di  ck  e 
di  CI.  Converrà  finalmente  qui  aggiungere,  che  sicuri  esempi  di  -^  e  -!; 
da  -c[o\  num.  Iff7,  mal  ai  possono  raccogliere  in  questo  ripartimento, 
nel  quale  all'  incontro  è  notevole  la  facilità  con  cui  si  produce  suono 
palatino  per  l' aggiunxiona  dell' -i  morfologico;  per  ea.  bad.  e  garden. 
i<>E  =  Bac  +  i,  MrTT.  17,  Vn.64;  cfr.  C.  IH,  §  1. 

^  Potremmo  ancora  avere; 

o)  /  da  e  0  £J  di  fase  anteriore,  parallelo  a  x,  com'  é  ne'Origioni 
(u.  170  e  101);  ma  nelk  regione  tridentioa  ci  confondiamo  collo  /  (o  s) 
Archivio  ploltol.  imi.,  1.  *2 


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13  '    Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

nella  rassegna  che  ora  se^ue,  la  somma  dei  caratteri  ladini  che 
nel  sistema  fonetico  dei  singoli  dialetti  ancora  si  consenì.  E  as-  j 
noverando  sempre,  come  facciamo,  Vù  od  tt  tra  i  caratteri  ladini 
di  questa  regione,  non  dimentichiamo  che  l'H  nsuona  por  ul 
volgare  trentino,  ma  per  qnesto  ci  riferiamo  a  ciù  che  a  idd 
luogo  se  ne  dice  (g  4).  Uniamo  alla  rassegna  dei  dialetti  la  indi- 
cazione dei  fonti,  e  qui  primamente  citiamo,  siccome  scrittare 
alle  quali  per  piti  dialetti  del  ripartimeato  insieme  si  ricorre:  Jos. 
Th.  H&llkh,  Veriuch  einer  parallele  der  ladinischtn  mtmdarin 
in  Enneberg  und  QrM«n  in  Tirol,  dann  in  Engadin  tmd  dir  ro- 
matmschiacìien  in  Oraubtinden,  inserto  nel  settimo  volume  delli 
Zàtachrift  fUr  Tirol  und  Voralberg,  Innsbruck  1882,  p.  93-160 
(Hall.);  e  IJ.  A.  Vian]:  Zwm  ttudium.  der  rhetoladiniachm  dia- 
lekte  in  Tirol.  OrOden,  der  Oródner  und  teine  tprache.  Von  mtm 
emkeimischen;  Bolzano,  1864  (Vn.).  j 

I.  Val  Gembra.  Non  avremo  che  C),  E''),  v),  0*  e  scarso  ilx).  I 
Mancano  quindi  tutti  i  principali  caratteri;  e  siamo  a  un  dì  prcs» 
alle  condizioni  di  Pellizzano  in  Val  di  Sole. 

Le  voci  che  addaco,  sono  tratte  da  una  serie  che  io  meduimo  ho 
raccolto. 

II.  Val  di  Flemme:  | 

a.  Valle  di  sotto.  —  1.  Dajano;  2.  Cavalese.  Non  occor- 
rono se  non  Oi  *)i  parte  di  y)  e  scarso  il  [t).  3.  Tesero.  Sia- 
mo verso  il  centro  della  valle.  Kesta  la  parte  dì  y)  ohe  aveTamo 
nella  sezione  inferiore;  il  y)  è  in  condizioni  floride,  e  si  aggioc- 
gono  v)  e  ^).  Circa  C)  e  x)  non  mi  è  dato  parlar  con  sicurezia; 
ma  C)  vi  do vrebb' essere  affatto  scarso  (v.  'Moena'). 

b.  Valle  di  aopra.  —  1.  Predazzo.  S'incominciano  a  riu- 
nire tutti  e  tre  i  principali  caratteri:  a),  p),  y)i  e  aggiongesi  ij. 
Deplorevole  che  ci  sia  dato  conoscer  cosi  poco  di  questa  proce- 


da p  («-)  di  iiaa  anteriore.  A  volar  fiaalmeate  estendere  il  nostro  eleneg 
per-  goìsa  che  in  sé  comprenda  pur  tutti  ì  caratteri  fondamentali  dell» 
sezione  de'Qrìgiooi,  converrà  aggiungere: 

n)  il  turbarsi  dell'd  davanti  a  nasale  scempia  o  complicata  (n.  5-T, 
13-17);  e 

p)  jt  da  CT  (n.  I72X  Ma  circa  a),  p)  e  5),  couveirebbe  nfl'Qrigioai 
disUngnere  Ira  le  diverse  contrada  di  quella  medesima  regione.-  Da  altri 
caratteri,  di  miuoi'  conto,  come  sarebbe  il  tacere  dell'u  di  QV,  qui  « 
preocinde.  E  circa  i  rapporti  del  sistsma  ladino  col  francese  e  col  pr>> 
veniale,  é  poi  da  vedere  il  secondo  Capo. 


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§  3.  Sezione  centrale  ;  B.  Esordio.  339 

niensa.  3.  Moena,  all' estremità  orientale,  quasi  al  puoto  di 
congiunsìona  tra  'Flemme'  e  'Fassa'  *.  Qui  incontriamo:  a),  y). 
0>  V-)t  l)t  ^)  combinato  con  a),  e  traccio  di  p)  e  di  t).  Ma  ^)  ò 
ÌD  dilsguo;  e  di  xj  la  Irascmione  mi  lascia  incerto. 

Di  propria  mia  raccolta  qod  bo  te  non  una  Bario  di  tocì  da  Caoa- 
iese,  e  noa  ne  ofiro  ae  oon  qnel  poco,  il  coi  confronto  mi  paja  arerà 
qualche  ntilità.  Quanto  a  Predano,  la  mia  suppellettile,  tolte  slcuns 
forme  grammaticali,  è  limitata  al  breve  aaggio  che  na  dà  0,  B.  Wk- 
BER,  Suiroriffint  dei  popoli  tridentini  eco.,  pag.  £5-27  (e  20-30). 
Oli  esemplari  di  Tesero  ho  ricavato  da  una  raccolta  origiuftle  dal 
rer.  sign.  0.  B.  RiFBSsaa,  'priminarìo'  in  S.  Udalrico  (Qardena), 
dotto  uomo  o  molto  operoso  e  gentile,  il  coi  noma  avremo  a  ripe- 
tere piii  volto  con  riconoscenza  grandissima.  Quelli  dì  Dajano  pro- 
vengono da  varie  note  del  mio  caro  discapolo  Francesco  Difrance- 
sco,  nativo  di  coU;  il  quale  mi  ha  ancora  trascrìtto  alcuni  saggi  di 
Moena,  pervenutigli  dal  rev.  Dblvaj,  unica  mia  fonte  per  quel  paasa. 

m.  Val  di  Fassa: 

a.  Valle  di  tolto;-  b.  Valle  di  topra.—  L' alto-fassano  è  in 
generale  assai  piti  genuino  che  non  sìa  il  basso,  ma  in  entrambi 
s'incontra  l'intiero  compl^so  dei  caratteri)  eccetto  x).  11  ^)  oggi 
è  però  in  amendue  proprio  sul  tramonto;  e  scarso  è  il  v),  ma  in 
vantaggio  del  |j.).  Per  v)  non  ebbi  veramente  se  non  ^est  e  ar- 
getti  dalla  valle  di  sopra. 

Per  la  wilU  di  sotto  do  aeempj,  nel  testo,  che  io  stesso  raccolsi 
da  un  giovane  di  Ferra,  e  alquanti  che  n'ebbi  da  nno  di  Viga  e 
richiedono  a  suo  luogo  un  particolare  avvertimento.  Aggiungo  nelle 
note  qualche  contributo  originala  del  Rifesbeb  (Rif.),  ad  esemplari 
ricavati  da  ana  poesia  a  stampa  (Bb.),  il  cui  dialetto  forse  oscilla 
fra  la  valle  di  sotto  e  quella  di  sopra;  ad  altri  ancora,  che  estraggo 
*  dal  libro  giti  citato  del  Vian.  Per  la  valle  di  sopra,  il  testo  deve 
quasi  tatto  a  un  elenco  di  voci  che  il  Rivkbseb  ebbe  la  gantUaua 
di  raccogliermi;  e  nelle  note  è  messo  a  prìncipal  contribusione  il 
lavoro  già  citato  dell' Hu.ucb. 

IV.  Bacino  della  Oadera: 

a.  Circondario  settentrionale  {^farubio=Snaeìbmg). —  1.  Ma- 
rèe, o  veramente  Pli  de  Mario  (-  La  Pieve,  -  S,  Maria;  ted.  :  In 


'  Ansi  le  ragioni  topografiche  permatlarebbero  di  comprender  Moena 
nella  Valle  di  Fassa  (cfr.  Pbrini  334);  a  nell'ordine  dialettologie o,  secondo 
quello  che  di  .sopra  è  detto,  la  parìata  di  Moena  potrebbe  naturalmente 
riunirsi  con  le  fassane. 


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)  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

d.  Pfarre);  2.  La  Val  (ted.  Wangen);  3.  Campili  (=  Lungiarb): 
4.  S.  Martino. 

b.  Circondario  meridionale  (V.  delV Abbadia).  —■  1.  Badia 
(»  3.  Leonardo)  e  S.  Cassiano-,  2.  Corvara;  3.  Golfosco. 

Florida  ladinitd,  così  nel  circondario  settentrionale  o  mareìv- 
bano,  come  nel  meridionale  o  hadioto;  ma  piti  schietta  Del  primo. 
Avremmo  in  entrambi  ì  pieni  caratteri,  se  non  fosse  la  strana 
eccezione  dell'i),  che  manca  affatto,  o  quasi.  Scarseggiano  ÌdcI- 
tre:  S)  ed  e);  e  per  v)  non  ebbi  se  non  un  esempio  solo,  di  parti- 
colar  tipo  e  non  intatto  ((une  =  */wn^).  Caratteristico  è  l'i*  {Colf.: 
w,  cfr.  il  Mul.),  per  eaito  del  dittongo  dell'^  ecc.,  cioè  di  tu. 
Ed  è  pur  notevole  la  facilità  con  cui  "sì 'vocalizza  e  si  dilegua 
il  V  primario  e  il  secondario.  Di  (i  =  *cLecc. ,  v.  sopra. 

Caratteristiche  speciali  del  marebbano  sono  l'-Om  da  ~&m  (Ma- 
róo,  nura.  59),  che  ricorda  il  lombardo  orientale;  e  Vont  ecc.  da 
ent  ecc.  dei  n.  32n  e  44.  Caratteristiche  speciali  del  hadioto  sono 
Vai  da  éi  anteriore;  e  l'analogo  fenomeno  del  passare,  in  deter- 
minati limiti,  ì'é  di  fase  anteriore  in  a  (num.  19-21,  32;  27,  32, 
32n,  42);  cfr.  il  livinalese. 

La  varietà  di  Lavai  è  come  intermedia  fra  il  marebbano  e  il 
badioto  (cfr.  ei  mar-,  <si  lav.,  ai  had.)-,  quella  di  S.  Martina, 
all'incontro,  per  quel  poco  che  io  ne  posso  vedere,  una  varietà 
mista. 

Cosi  per  Val  Marnbio  coma  per  la  Valle  dall'Abbadia,  il  testo  non 
reca  ee  non  esempj  da  ma  Eentiti.  Nella  rubrica  'Badia  e  S.  Cat- 
Eiaoo',  stanno  in  corsivo  spazieggiato  la  voci  che  epettano  a  Badia; 
e  cosi  prOTBDgono  da  Badia,  e  pur  furono  da  me  sentiti,  gli  esempi 
in  corÙTO  spazieggiato  cbe  addlico  in  nota.  —  Dalle  sotto-rarìeU 
di  Mambio  non  diedi  Ee  non  eia  cha  si  staccava  da  Mario;  ma  di 
Campili  ebbi  poco,  e  S,  Martino  non  é  un  interrogatorio  parallelo 
agli  altri.  —  Per  la  Valle  dell'Abbadia  non  diedi  (sempre  parlando 
del  teato)  ae  non  ciò  cha  differiva  dal  circondario  settentrioiuilei  6 
in  ìapecie  da  La  Va!.  Colfofco  ebbe  una  lista  pih  ristretta;  e  Cor- 
vara  un  interrogatorio  a  parta,  spogliato  par  intiero. 

Quanto  alla  aggiunta  in  nota,  riusciva  penoso  il  distinguere  e  li 
distribuirà  quello  che  spettasse  a  Marubio  da  quello  che  all'Abba- 
dia. Nelle  raccolte  lessicali  acc,  e  come  lingua  di  testo,  troTopie- 
ferirai  il  badioto;  ma  sotto  la  denominazione  di  'badioto'  andare  pur 
confuso  il  resto  del  bacino;  come  viceversa  per  'Enneberg'  o  'Ua> 
rebbe'  ai  trova  denominato  il  bacino  intiero ,  secondo  la  sua  nailì 
amminìatrativa.  Io  non  diadi  a  Marubio  se  non  tali  voci  che  ì  miei 
autori  determinatamente  assegnavano  a  quel  circondario,  o  a  iodnbbj 
segni  mi  mostrassero  di  appartenergli.  Gli  eaempj  cbe  non'  itann 


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g  3.  Sezioae  centrale;  B.  Bsordio.  341 

se  non  in  fonti  badiote,  ma  in  sé  non  aTevauo  alcun  criterio  per  cui 
ai  doveesero  riputare,  a  priori,  esclusivamente  proprj  dell'Abbadia, 
e  circa  ì  quali  dovevo  quindi  reatar  dubbio  se  fossero  0  no  comuni 
anche  al  marebbaco,  registrai  nel  badloto  fra  parentesi  quadre. 

B  toccando  finalmente  dei  fonti  non  ancora  menzionati,  qui  ne 
abbiamo  uno,  che  per  esser  pita  che  secolare,  può  nel  caso  nostro 
dirsi  antico:  SimonÌB  Pelri  Babtolomei  /.  C-  Perginensà,  Cata- 
ìogvs  mulCorvm  verborum  quinque  dialecluam,  qvibus  Montani 
Pergituntea,  Roneegnenses,  Lavaronenses,  SepUm  Pagensa  gt  Ab- 
batienses  tituntur  ',  che  cito  par  Bàrt.  Veramente,  l'oWatìejMù 
non  va  preso  alla  lettera,  poiché  non  ai  tratta  gift  di  solo  baiioto, 
ma  bensì,  per  lo  mano,  dei  diverBi  dialetti  del  bacino  della  Qadera, 
insieme  commisti.  Cosi,  per  citare  in  questo  luogo  alcuni  esam[)] 
non  badioti,  e  munendoli  del  numero  cui  spetterebbero  nei  nostri 
spogli,  vi  hanno  il  tipo  che  diremmo  di  'La  Val':  pì-o-udaei  praevf- 
dere,  tschaera,  monaeda,  19-21;  baegn  25;  mae»  32;  diligiaent  32»; 
nati,  basire,  40;  defaene,  sfaena,  dettaeni,  150;  domaenia  42;  e  a 
dirittura  quello  di  'Mario':  caéi,  oeir  (allato  a  enei),  pteign,  21, 
porgisi';  peis3S;  itatene  150.  ~  Poi,  oltre  Vn.,  cioè  il  libro  gib 
,  citato  del  rev.  Vian,  i  coi  esempj  'badioti'  risultano  piuttosto  di  tipo 

marebbano  (da  serra  21,  tfnnf  150,  ecc.),  avremo:  Yn.  ma.,  cioè 
EijDBrci  biblici  inediti,  di  dialetto  veramente  Òadioto,  e  una  raccolta 
•di  voci  'ladine',  favoritimi  questa  e  quelli  dalla  gentilezza  dallo  BtaHO 
Vian. 

y.  Valle  della  Gardena.  —  Condizioni  ladine  molto  floride. 
Vi  abbiamo  tutti  i  caratteri,  tranne  il  x).  Per  lo  E),  cioè  per  ff, 

lo  stesso  esempio  che  alla  Qadera,  ma  ai  aggiunge  lo  g  secon- 
dario (num.  66  e  102).  Son  caratteristici  l'ampio  sviluppo  e  ta 
buona  conservazione  di  5)  e  di  e);  e  la  consentanea  floridezza  di  t]). 
Si  confronti  eziandio  il  num.  23;  e  circa  il^'cl  ecc.,  si  vegga 
pih  sopra. 

Gli  esemp]  che  sono  nel  testo,  aenia  ulteriori  indicazioni,  bo  io 
stesso  raccolto,  parte  nella  mia  eacnrsione  per  la  zona  ladina,  parte 
in  Brescia  dalle  sorelle  Detnet».  Quanto  alle  note,  la  fonte  princi- 
pale ne  e  naturalmente  il  libro  già  citato  del  rev.  Viàh,  libro  aureo 


'  Fa  parte  di  un  lavoro  inedito:  De  Orientatium  TgroUmivm  prae- 
cipue  Alpinorvm  Orìginibus,  la  cui  dedicatoria  ha  la  data:  iv.  Id.  Ja- 
twarii  1763,  Ne  è  un  vecchio  esemplare  nel  'Ferdinandeo'  d'Innsbruck 
,  (IV,  f.  15),  dove  per  la  gentilezza  di  quella  Direzione  io  potei  prendere 
copia  di  quanto  a  me  importava.  Buona  parte  del  vocabolario  ■abbatienee' 
del  Bartolomei,  ma  ora  non  potrei  dir  quanta,  d  riportata  dall' Hoiuia va, 
nella  sua  Gesckichle  von  Tirai,  I,  I,  p.  146-82.-  Vedine  ancora  al  C.  VI. 


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ì  Aicoli,  Sit^i  ladini,  I. 

ael  SQO  geaei'e,  e  coal  se  ne  aTeua  uno  di  simile  per  ogni  impot- 
taate  Tarietà.  M&  io  ho  ancora  potuto  diqwrra  di  ùialto  aiuotaiiiMi 
muiUEcritte  del  rav.  Ritebser  già  di  sopra  lodalo  (citate  per  Rir.), 
il  quale  ebbe  altresì  la  gentilezza  di  chiarirà  ogni  mìo  dubbio  ciré* 
gli  accenti.  Qualche  messe  mi  diede  pure  un  compooimentii  po^eo 
in  foglio  volante  (Uijb.):  'Nsegnamfnt  per  la  ìtmentA  de  Mtrch  TAm 
Mvrèt,  Bolzano,  stuapa  recante.  Altri  aussidj  già  furono  in  slt» 
luogo  ricordati:  Hael.  p.  33B,  Steno,  p.  6. 
VI.  LÌTÌnal-lango  *.  —  Qui  ò  ormai  un  ladino  sbiadito. 
Poìchd  alla  mancanza  del  x),  sì  aggiunge  quella  dello  C)i  l'uù 
assumendo  le  veci  dell'ut;  e  y)  si  fa  scarso;   a  Se  S)  abonda, 
t)  all'incontro  si  f»  ben  raro.  A  Colle  di  S.  Lucia,  sul  con- 
fine bellunese,  il  y)  vìeoe  poi  a  mancare  del  tutto,  e  vi  si  spegne 
anche  il  p),  e  .3)  ni  riduce  in  ristretti  confini.  Livìnallango 

si  scosta  da  Gardena,  e  da  Marubio-Abbadia,  per  ci  e  gì  che 
sempre  mantengono  genuina  la  gntturale;  pende  Terso  l'Abbadia 
per  Va  da  é,  ma  resta  pib  addietro,  né  fa  di  dall' si;  e  ancora  si 
rannoda  con  l'Abbadia  e  con  Marubio  per  «n  da  nd,  ma  sta  con 
Gardena  per  l'abondanza  del  dittongo  dell' e  in  poaisione  (£). — 
Il  d  sentirò  spesso  volgere,  o  a  dirittura  passare,  in  d;  cfr. 
1'  'Oltre  chi  usa*. 

Oli  esemplari  del  testo  provengono  da  doe  interragabnj  cha  lo 
stesso  ho  tenuto;  il  primo  con  due  giovani  d'Araba,  che  d  sooo 
l'nn  l'altro  succeduti,  il  secondo  con  uno  di  Ornella;  due  inter- 
rogatoij  atlàtto  diversi,  il  lacondo  dei  quali  vien  come  in  conti- 
nuazione del  primo.  La  pacte  che  si  riferisce,  entro  ciascnna  lerie 
d'esempj,  ad  Ornella,  è  preceduta  da  unii  trattino.  Oli  esea){>j  di 
Colle  di  S.  Lucia,  accolti  nel  tasto,  prevengono  da  una  raectdts 
del  rev.  RiFisaxit.  Quanto  alle  note,  vi  abbiamo  fonti,  e  qnindi  ngt», 
già  citate. 
Vlt.  Rocca  d'Agordo  e'Laste.  —  Continuazione  di  Livi- 
callnngo,  come  gi&  di  sopra  fu  detto  e  per  la  ateasa  disposiiione 
tipografica  sì  mostra.  Qui  y)  ^  pressoché  estinto;  e  son  cessati 
pur  v)  e  Q.        Va  insieme  Teduta  l'Appeadice  al  presente  par^ 
grafo. 


'  n  Bucìientttin  dei  tedeschi  puA  passare  lagittimamente  per  siiwaima 
geografico  df  Livioallungo.  Ma  il  piti  alto  CordoToIe  ha  coma  dna  brac- 
cia e  quindi  due  valli ,  a  vedo  cha  una  carta  topografica  anstrisca  dà 
all'occidentale  il  nome  di  LvoinaUwtgo,  e  all'  orientale  quello  di  Bveìim- 
ttein.  Buchensteiu  (=  Andraz)  é  poi  il  nome  d'un  villaggio  nella  cn«ii- 
tale;  a  sono  all'incontro  entrambi  nella  occidentale  i  viUaggi  di  Anbs 
ed  Omelia,  donde  ho  t  miei  saggi,  coma  pili  innanzi  ai  dice. 


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g  3.  Sezione  centrale;  B.  Esordio.  343 

Olì  «senipj  del  testo  ho  io  wntito  dal  sigo.  0.  B.  E>bixegbihi  di 
Rocca  d'Agordo;  e  d^  Ini  proretigono  pur  quelli  cbe  sono  io  DOta 
lenza  ulteriore  indicazione.  Altri  ivi  ne  aggiungo  (Lett.)  da  una 
LttUra  che  si  é  pubblicata,  inaiems  con  altri  saggi  veniBColi,  par 
le  nozze  Marcucci-De  Min,  Belluno,  1869.  Ma  pnr  gli  esampj  che 
pib  tardi  ci  accaiìa  citare  sotto  'Selva  ed  Alleghe'  o  «otto  'Val  Fio- 
rentina' (cfr.  'Oltrechinsa'  e  §  4  a),  saranno  per  buona  parte  comuni 
a  Rocca  e  Lasle. 
Vili.  A.mpeEzo.  —  Qui  ancora  si  mantengona,   abbastanza 
bene,  dei  caratteri  principali:  «),  t],  i).  Ma  ò  perduto  il  p)j  e 
passando  ai  residui,  |*)  si  mantiene  in  mediocre  modo,  ma  an- 
cora sono  perduti:  tj),  v),  ^);  né  i  dìttoaghi  di  S)  ed  *)  si  riman- 
gono, se  non  a  posizione  estinta.   Manca  pure  il  S),  comunque 
s'abbiano  analoghe  alterazioni  di  d;  ned  ebbi  esempj  per  \).  Pure 
Io  C)  scompare,  per  la  ragiona  che  dicemmo  in  'Livinallungo* ;  a* 
tacere  di  x),  che  eziandio  mancava  alla  Gardena.  L'o  desinenziale 
Tiene  anch'esso  a  menomare  la  sembianza  ladina,  comunque  gi& 
non  s'abbia  a  reputarlo  senz'altro  una  mera  aggiunzione  per  in- 
flusso veneto;  e  cosi  abbiamo:  scuro,  s^uro,  dretto,  vento,  allato 
a  fun  fumo,  Im,  fer,  pas,  bas,  pos  posso  (cfr.  paés  ecc.).  —  Qui 
entrìamo  nella  regione  dell'-iJi  eco.  =  *-dnt  ecc.  n.  lOS;  a  insieme 
qui  si  notano  il  facile  dileguarsi  di  J  da  LJ  num.  97,  e  gli  spe- 
ciali esempj  di  s  ^  •ns,  Vs,  num.  148, 126*. 

Oli  esemplari  alkgatì  nel  testo  provengono  tutti  da  un  lungo  inter- 
rogatorio che  ho  fatto  subire  alla  benevola  pazienza  del  sign.  Mu- 
eimiliano  Pmbici  di  Cartina  d'Ampezzo.  Nelle  note  son  mesata  pro- 
fitto dei  testi  a  stampa  ed  a  penna,  favoritimi  da  varie  gentili  persone. 

IX.  Oltrecbiusa.  —  Continuazione  di  'Ampezzo',  come  giir 
si  ebbe  a  dire.  Perdiamo  un  carattere  di  pib,  cioè  [j:);  ma  all'in- 
contro s'ha  ìli),  e  vi  si  complica  un  esito  caratteristico  di  -n. 
Qualche  miglior  traccia  par  d's);  e  anche  si  aggiunge  un  esem- 
plare importante  per  ^)  combinato  con  x):  éém  casa.  —  È  del 
resto  nn  territorio  che  fa  parte  della  regione  italica  in  cui  ricor- 
rono p  e  d  [d),  per  z  (g)  e  z  di  fase  anteriore  *.  E  si  aggiunge 
pur  d  per  d  primario  o  secondario;  fenomeno  che  già  ci  occorreva 
in  'Livinallungo',  e  i  cui  prodromi  aon  sono  pura  estranei  ad 
altre  varietà  della  sezione. 

Di  tutti  gli  esempj,  quasi  nessuno  eccettuato,  to  debitore  alla  gen- 
tile H  indefessa  amicizia  del  prof.  Carlo  De  Luca  ,  nativo  di  Borea. 


'  Si  vegga  eziandio  'Corredo',  p.  331- 


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t  AmoIì,  Saggi  ladini,  I. 

Ebbi  dalla  viva  sna  voce  quelli  che  sono  nel  testo,  e  pih  tardi  per 
iscritto  quelli  che  do  nelle  note.  Nelle  quali  pw  bì  citano  le  Nuoce  in- 
dagini sulle  detiominationi  territoriali  friulane,  del  dotu  M.  I^CRt 
(Atti  del  a.  Istituto  Veneto,  t.  XV,  serie  III,  p.  557-35),  geniale  scrit- 
tore, che  ha  il  merito  di  aver  primo  pubblicato  per  le  stampe  qual- 
che saggio  del  dialetto  d' 'Oltrechiiua',  arTertendone  il  carattere 
ladino,  ma  senza  poterai  accorgere  che  altro  non  aveva  per  la  mani 
so  non  la  semplice  continuazione  del  ladino  di  Ampeaxo  '.  L'acuto 
Hal^b,  otto  lustri  addietro,  fatta  segnire  l'orazione  dominicale  nel 
dialetto  di  Ampezzo  alla  versione  fasaana,-&lla  livinalese,  garde- 
nese  ecc.,  aveva  premesso  alla  frinlana:  'Wie  sich  das  ampeizani- 
sche  dem  benachbarten  cadorinischen,  so  nàhert  sich  dieses  dem 
friaulischen";  1.  e,  p.  135.  —  Cfr.  il  C.  VI. 

X.  Gomelico.. —  Complesso  distinto  e  di  non  poco  momento, 
malgi'ado  i  molti  danni  che  ha  sofferto;  e  in  sino  ad  ora  pres- 
soché ignorato.  Tra  i  principali  caratteri,  son  floridi  a)  ed  Oi  F°^ 
di  t)  eoa  notevoli  resti;  ma  ^)  è  tramontato.  Non  mancano  reli- 
quie pur  di  S)  e  di  e).  Ben  frequente  &  ancora  5)  accoppiato  ad  i), 
e  occorre  anche  all'infuori  di  questa  congiuntura;  e  ben  florido 
è  Ot  con  l'aversi  in  una  varietà  Tue  intatto,  e  in  altre  Yp  (a,t), 
indizio,  secondo  che  di  sopra  si  mostrava  (p.  335),  che  l'fi  ci  man- 
ohi  da  non  molto  tempo.  Oltre  i  doo  così  notati,  ancora  inanelle- 
rebbero: |x),  v),  E);  e  per  X)  io  non  ebbi  che  un  esempio  solo  e 
non  decisivo  (son  io  sodo;  Dosoledo).  Ma  assai  notevole  è  il  mao- 
tenersi  di  ij);  pel  qual  carattere,  Comclico  viene  a  rannodarsi  im- 
mediatamente con  Gardena  e  con  Marubio.  E  l'eu  di  Padoladit 
<!u  anteriore  (aum.  46,  61,  68*]  costituisce  alla  sua  volta  una  cm- 
cordanza  notevolissima  fra  Comelieo  e  Gardena*.  D'altra  parte, 
l'-du  (-Ó;  -eu)  per  V-dto  del  participio,  e  i  suoni  p  q  d  nelle  fuo- 
zioni  che  gi&  per  l"01trechiu8a'  si  sono  avvertite,  rappresenUmi 
la  speciale  connessione  del  comelicano  colla  serie  di  dialetti  chi 
lo  stringe  da  sud-ovest;  mentre  V-i  per  V~e  Atoifa,  e  il  fenomsDo 
consentaneo  dell' -e  per  V -a  ugualmente  àtono,  sono  prodromi 
che  ci  annunziano  il  friulano  da  sud-est.  Soa  Analmente  caratte- 
ristiche che  oggi  appajono  peculiari,  l'-u  desinenziale  (num.  91). 
e  la  molta  contrasione  per  effetto  del  dileguo  di  vocali  àtom.' 
(nom.  73  ecc.). 


'  Non  i  colpa  del  Leicht  ee  la  stampa  gli  fa  dare  dei  titoli  ornati 
a  parecchie  colonne  de' suoi  esempj;  e  cosi  a  pag.  581  si  deve  Uggeri 
'Oltrechluaa'  dove  d'stampato  friulano;  e  'friulano'  dove  la  stampa  dice 
montaltae.  *  V.  ancora  l'Appcnd.  a  questo  §. 


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§  3.  Secione  centrale;  6.  Esordio.  345 

Io  medesimo  non  potei  raccogliere  se  non  la  sene  di  Doso  ledo  (1), 
nell'alto  Comelico,  con  pochi  eiem))]  di  S.  Pietro,  questi  e  quella 
dalla  Tifa  voce  dal  prof.  Portmiato  Zaknantonio,  dosoledano;  e  ai 
pochi  esempj  dì  S.  Pietro  mi  trovo  ancora  seCnpre  limitato  pel  Co- 
malico  basso.  Per  l'alto,  all'incontro,  si  aggiuatero  preziosi  docn- 
meati,  che  rappresentano  Caadtde  e  Casamazzàgno  (2),  e  Pi- 
dola  (3),  dai  quali  per  ora  estraggo,  in  separati  elenchi,  le  serie 
fonologiche  che  a  questo  capitolo  occorrono.  Ma  naturalmente,  la 
presenza  di  una  voce  in  ano  dei  tre  elenchi,  non  implica  gi&  sen- 
z'altro che  la  Toce  medesima  abbia  un'impronta  peculiare  del  dato 
paese-  Caratteristiche  decise  dell'importante  varietà  di  Padola  sono 
reu:=  ^  ecc.,  e  Vve^^S  ecc.  —  I  documenti,  ai  quali  testò  alludevo, 
furono  in  parte  raccolti,  e  in  parte  composti,  da  monsignore  Qiom- 
battìsta  Martini,  canonico  in  Padola;  e  gli  studiosi  ben  sapranno 
grado  al  venerando  uomo,  per  la  molta  abnegazione  di  cui  si  è  com- 
piaciuto darmi  prova.  Ma  chi  ha  procacciato  a  me  questo  favore* 
coma  tanti  altri  che  verrA  a  mano  a  mano  enumerando,  e  nel  pre- 
sente capitolo  e  ne'sQccessìvi,  fu  il  mio  egregio  amico  don  Fran- 
cesco PiLLESKiNt,  professore  nel  regio  liceo  di  Belluno  (Pell.);  il 
qnala,  e  di  persona  e  per  lettera,  e  con  l'opera  e  col  consiglio,  mi 
ha  aempra  e  tanto  cordialmente  e  con  tanto  splendida  intelligenza 
soccorso,  si  per  la  materia  dialettologica  vera  e  propHa,  e  si  per 
l'onomastica,  la  topografica  e  l'istorica,  in  qualche  parte  coadjuvato 
dal  prof,  don  Carlo  De  Luca  già  citato  di  sopra,  che  il  rendere  qui 
a  lui,  ed  all'amico  suo,  pubblica  testimonianza  di  lode  e  di  grazie,  è' 
per  me  il  pih  stretto  ed  insieme  il  piii  grato  dei  doveri.  Cosi  possa 
il  ano  esempio  essere  imitato  da  altri  valentuomini,  in  ispecie  nel- 
l'àttìgDo  Friuli;  e  sempre  rendersi  più  manifesto,  a  chi  ancora  noi 
creda,  che  pili  non  siamo  in  alcuna  parte  disposti  a  rimanercene, 
come  dicavano,  inconscio  obietto  dì  buoni  studj  per  gli  stranieri. 


I.  Tal  Cembro. 
a.  [déie.]      62-8.  nOo  nuovo,  nòve  nove;  fcec,  tee;  flo;  p6do  pOi p5l; 
eBffffhia;  gaehia;  pidver  pi6ve  [la  pióffo.}.     5».  [oenw';  dur.]     M.  go; 
pigi.      188.  {cdza;  mo!dr  141].      lW-70.  [gaé  ghiaccio];  pidìer.  — 
188.  léger. 

II.  Tal  il  flemme. 

a.  Valle  di  sotto. 

1.  Dajano. 

9.  caUde,  vacde,  salide;-  pomde,  perde  *.  Cfr.  mde  (mai),  zamde, 

ide  {"idi  Gavaleso,  Defr.;  io  ebbi  sde  pur  da  colà)  so,  de  ho;  no'e 


'  Pkb.  (dial.  di  Flemme,  s.  'Cavalose'):  potittae  pollaio. 


;vGoo»^lc 


346  .     Ascoli,  Saggi  ladini,  {. 

noi,  rp'e;  e  p.  276, 2fll  *.  21,  [sarer],  pien.  81.  È  notevole,  ed  avrà 
antico  fondamento,  l'te  nel  plurale  di  -BLLO:  biei,  agfiei,  froditi, 
porfiei.  Cfr.  'Gardena'  ecc.,  &  anche  l'ultima  nota  al  num.  118-9  di 
'Fassa'  a.  88.  poes.  41.  in(p,  U.  Qla  (cfr.  pag.  177,  e  via  lomb. 
orient.  Rosa  86 3),  anc-ipra;  e  anche  ^ra  «forat,  cfr.  Vìt.efflififra.— 
SS  ecc.  camiicela,  fascèf  fagìuolo,  piagcel  (ca.)  piazEuoIa,  spcel  rocchet- 
to eco.  cfr.  p.  30  D.  2,  pacel  pc^uolo;  vcbI^  farà,  ccer;  nceda  taglio  che 
ai  fa  alle  pecore  [fte/e]  nell'  orecchio,  por  diatinguerle  (cfr.  aoprslr.  nu- 
dar bieaca  segnare  il  bestiame  col  segno  della  casa,  Car.'');  fcego;- 
scerxo  sorice,  [tm&ar  's-molli-are,  inzuppare].-  E  dall'o  second. :  ju^rii 
povero  *.  69.  fortuna,  lana,  algùm  alcuno,  pù,  avù',  rplù',  padu, 
ben-venùda,  [Palù',  Coltura,  nomi  locali]  ;  ecc.  68.  ut.  S7.  teiaro  *tei- 
sàd'r,  tessitore.  SS.  aitano,  cfr.  'Bormio';  -e  affatto  analoghi  esempj 
potranno  essere  anche  pagìar  e  apfél,  cfr.  'Fondo  e  Roy6'  al  n.  08, 
e  qui  il  n.  111.  86.  ip,  ig'nzer,  zp'ew  (zp'en),  iprfr  giovare.  91-%.  fn- 
ìin  f^fìilUn  'fulji'n,  cfr.  n.  IH  e  p.  240,  n.  190)  fuliggine  delle  pen- 
tole;- cfr.  oìelffe'ra  uccelliera.  105.  marisdr  meriggiare  (del  bestia- 
me), marizdna.  107.  bèta  pecora.  111.  raotar  ('revoltar)  scavare, 
fQzin  n.  97,  e  cfr.  num.  93;  [ma:  descpifo].  12»*,  «15,  2ie.  óUe,  5de 
vuote(?);-  beQrdTf  fìeora,  fà^ri};-  zene'Qre.  181  188.  [tagràr  ■«apo- 
rare,  odorare,  tu,  ecc.];-  cdze,  avizdi,  mgryza,  preze've  presepa;- 
[penidr,  éSer,  ecc.].  1S7.  tu  hai,  ìes  tu  sei,  sas  sai;  ti  vas,  iéea{:i- 
ves)  andavi,  givi;  (t  cónes  devi,  cpnives,  conerds,  conertes,  conila; 
vceSfarì  Itì.  \nóÌa.]  144.  [fem  fieno, pam,  vim,  lem  bem,  algùm^\- 
all'incontro:  parpn  padrone,  nrnzprt  polltgo.]  Itó.difmbrdr.  lil.rny- 
ndr  mondare,  mana,  d^mandr,  'ntenéva,  veniva,  maréna  deaiaare, 
ganù'se  glandule  salivari  (roveret.-trent.  ^andùga  del  fegato);  cfr.  i 
gerundj:  percdn,  tirdn,  ecc.  170.  pena,  fercd,  piofe'r  (sost.),  [rjff]; 
e'rpeS;  Idres,  pi.  (arsi;  dizCva.  179.  cdn-che.  208.  pp'^p  pidocchio; 
[Ha,  cfr.  'V.  di  Non'  ecc.], 

'  Un  antico  esempio  per  e  da  ti  innanzi  a  n  (cfr.  'Pasta'  a),  si  ritrae  d* 
montengna  montugna,  che  ricorra  nel  processo  delle  streghe  di  Val  di  Fitm- 
me,  del  1501  (me.  della  bibl.  cir.  di  Trento,  n.  2486;  f.  T  e  7>).  E  non  pochi 
altri  cimslj  si  ritroveranno  assai  probabilmanta  in  quella  scrittnra,  alla  qui' 
io  UDO  potei  dedicare  sa  non  bravissimi  istanti. 

*  Non  manca  perd,  nella  zona,  pur  la  continnazione  di  'olW. 

'  Coel  p.  e.  nelle  Stat.  Commanit.  Cadubrii  (Cadore),  Veuet.  1545,/.  441: 
De  atratiifftianlibus,  nel  tnodanlibus  aliettas  piicudit. 

'  L'ou  del  Per.  (ib.):  voul  [e  vuol],  poui,  paueo,  poureto,  ù  dovrà  attri- 
buire a  poco  esatta  tra«criiione, 


D,qit,zeabvG00»^lc 


§  3.  Sezione  centrale;  B.  ii  a.  Fietnnie:  lalle  di  cotto.  347 

S.  CaTftl^ee. 
53-8.  novo,  nOpe;  piOver;  p6do  pódei  poi;  óo;-  fógo,  tógo;  [44.  dr'ó- 
mer,  dróme\. —  114.  Per  'pioggi»',  i  vecchi:  pWvéda,  ì  gioT.:  pióza. 

3.  Esempio  isolato,  o  meglio  superatite,  che  ÌDsiem«  attesterà  per  "éa 
=  CA  (t.  'Fassa'  b),  è  chen  [ken],  pi.  cheni.  CI.  ngS.-  187,  cantei  tu 
cacti ,  cave»,  pidxes,  responet  rispoodi;  ecc.  149-70.  éena,  éento,  àé- 
ner,  cinque;  zingol;-  pidìer,  aie;  nps  61.     188-».  genf[e};  xender,  ief- 


b.  Vallb  di  sopra. 
1.  Predaizo. 
10.  auter  autrt;  ciautei  scarpe.  111.  reot.  114  eca. .pluveda ,  cfr. 
'Cavalese'-,  softar;  ma  taòid.  1S7.  ves  vedi  (che  per6  è  esempio  in 
cui  l'espoDaute  della  persona  può  andar  fuso  o  confuso  col  tema  rer- 
bale;  'vei-n);  andarai.  160 ecc.  La  palatina  è  solo  in  ciau'iei  n.  16  <; 
del  resto:  descargar,  gatà.     220.  valghe,  cfr.  'Badia'  ecc. 

S.  Moena. 
3.  grinér  ridere;  'cézer  cadere,  ptcp.  'cet;  e  cosi  lo  'éiuré  del  n.  9 
accenna  a  'ééura.  All'incontro;  ìnrràr  [aie]  beverare,  disnàr,  e 
anche  'caia  casa,  ecc.;  [circa  statsX&io  ptcp.,  cfr.  gli  spogli  suc- 
cessivi], Locchè  significa,  che  per  Ve  AaXVà  fuor  di  posizione  non 
si  abbiano,  o  a  dir  meglio  non  si  mantengano  schietti  esempj ,  sa 
non  in  parte  delle  tocÌ  nelle  quali  preceda  palatile  o  palatina 
(cfr.  p.  260  ecc.).  In  éga  égg  %  acqua ,  l' e  può  avere  suo  parti- 
colar  mottTO  ('aigua;  Predazzo:  aiva;  cfr.  però  'Fassa'  a,  179); 


'  Ma  ben  pili  ad  ovaat  risDonerebbe  ancora,  nel  Trentiao  orientale,  questa 
gran  caratteristica  ladina;  y.  §  4,  b,  1. 

'  Questa  ferma  ricorda  l'o  per  -a  f.  di  acc.  che  avemmo  in  V.  di  Sole  eco. 
o  nella  Meeolcina;  e  comunque  in  Fiamme,  par  quanto  io  pouo  vedere,  aia 
esempio  Bolitarìo,  pur  non  Yorreiamo  in  alcun  modo  ripetere  il  carattere  labiale 
della  ma  uscita  dall'u  che  a  questa  precedeva.  Si  a^iunge  che  lo  Scbkellbk, 
p.  36,  tocca  di  quest'alterazione  come  di  cosa  solita  nell'attigua  Val  di  Fassa; 
della  quale  affermazione  si  dovrà  pur  fare  qualche  conto,  sebbene  egli  non 
iddnca  alcnn  distinto  esempio,  e  ìo  alla  mia  volta  non  ne  abbia  incontrato 
veruno  nei  saggi  'fassani'  che  pure  ho  potuto  raccogliere  in  qualche  abon- 
dania.  Solo  mi  notai,  dubitando,  dall'oraz.  domin.  'fìtseana'  nel  Siile.:  Éte  fatto 
io  volenlA,  iche  'n  eiel  cossi  'n  terrò. 


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348  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

ma  IV  dei  seguenti  plurali:  pece,  sg.pecà  peccato,  male,  sg.  | 
tnalàt,  fame  affamati,  mal  si  potrà  ripetere  da  ai  anteriore 
{come  parrebdero  persuadere  me  Majus,  pe  =  *3aiso);  cfr. 'Fas- 
sa'6,  e  'Gardena'.-  E  vedi  ancora  i  num.  13-16.  9.  'ciuré  ca- 
prajo,  'calie.  10. 94.  fàus  falso,  'cugé  scarpe,  fucór  manico  della 
falce  .13. 16.  ménca  manca,  [e'n'ce  anche],  nel  quale  esempio,  che 
in  questo  ambiente  appare  strano,  Ve  va  sicuramente  ripetuta  , 
dall'aggiunta  di  un  i  che  anticipa  la  palatina:  "mairi'ca  ecc.  (cfr. 
'Fassa'  a:  biénca  allato  a  biànc).  Analogamente  si  aggiungo- 
no, per  la  sola  figura  plurale:  cotenc;  [*cotant-i]  quanti,  allato  , 
al  sing.  coitint,  due  chenc  tutti  quanti;  e  ancora:  gran  grande, 
pi.  gréti  (nella  parte  inf.  della  valle:  gran  grani;  cfr.  num.  151) 
'gren,  v.  'Fassa' a,  e  h,  num.  1-8  in  n.  24.  gai  job.  33.  ler 
troppo  (cioè  imprima,  come  si  vede  dagli  spogli  precedenti  e  dai 
successivi:  satollo;  indi:  pieno,  sovèrchio;  cfr.  l'istoria  ideolo- 
gica di  'ad-sa[t]is').  62.  Qui  prevarrebbe  lo  Schietto  o;  e  si  di 
per  esempio  della  gradazione:  fora  nel  compartimento  inferiore, 
f^/ra  a  Predazzo,  fora  a  Meana.  Cosi  per  V-ólo  del  dimÌDutivo, 
abbiamo  il  nome  proprio  Lenóla.  Ma  dall' o  secondario:  pa'co 
poca,  e.plur.  masc.  J3<e'c.-  Per  l'o  di  posiz.,  v.  11  num.  118.  8*. 
92.  Abbiamo,  in  dati  casi,  -e  per  V  -o  [-«]  àtono  in  dileguo: 
vélje  ecc.  n.  118-9,  véne  vengo,  vaghe  (infer,  vago)  vado;  cfr. 
eziandio:  posre  =  povero.  96.  zu,  ittìr  giocare.  97.  LJ  prima- 
rio: miéc  meglio,  té  illi,  eglino;  LJ  secondario:  Igésia  'cliésia 
chiesa,  celga  '[gjulja  ago  (cfr.  num.  118, 137;  'Gard.'  28  ino.,  e 
§  4  b).  105.  ore  orzo  '  ;  cre'ze  (infer.:  cre'iij)  credo.  111.  'g'ita 
(coU'o  aspirato)  volta;  gcg'ita  ascolta;-  fauc  \s.\c;  infer.:  sfelio] 
felce,  cfr.  'cugé  ecc.  al  n.  10.  114-17.  Per  la  conservazione  dd  l 
di  questi  nessi  iniziali,  non  può  citarsi  che  un  esempio  solo  e 
iniperfetto:  l^ésia  n.  97.  In /reMr  (Vn.  145:  fass.  id.;  bad. /èr/r) 
trebbiare,  potè  il  nesso  mantenersi  perchè  era  avvenuta  la  dis- 
similazione (*"-/  da  l-l;  'flelàr,  garden.  floeU,  cfr.  fiél,  trebbia,  a 
Dajano,  e  il  §  2,  b,  ii,  5).  118-9.  célje  occhio;  vélje  vecchio,  fem. 
vélja.  129*.  Sgrtl,  che  a  rigore  apparterrebbe  al  num,  210. — 
136.  'caza.  137.  pg'mep  patate  (pomi),  m'meg  d'alber;  pópec 
bimbi;  céljeg  occhi;  nóyneg  nomi  (sg.  inóm,  nom)\  grec,  pendir, 

'  Cfr.  n.  199. 


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g  3.  Sezione  centrale;  B.  ii  6.  Fiemme:  valle  di  «opra.  349 

orli;  librig  libri  (sg.  liber); —  es-tQ  sei-tu  *.  NoQ  ho  alcun  plu- 
rale colla  sibilante,  di  cui  io  possa  affermare  che  sia  feminile 
(anche rocep,  rape,  dev'essere  mascolino;  cfr,  'Fassa');  ma  all'in- 
contro: fa  dg-tre  relè  ma  no  teg  grane,  fa  due  o  tre  relè  (distese 
di  fìeoo)  ma  non  troppo  grandi.  Plurali  mascolini  con  l'-t  avem- 
mo ai  n.  13-16  e  97;  ai  quali  aggiungesi  bavancéi  lumache  ^  e 
senza  esponente:  liàu  gli  avi.  150.  /^nna sfonda.  Xal.pig'ma 
(infer.  piomba)  mucchio  di  fieno  in  pendio.  16&-6.  'camp  ecc. , 
cfr.  n.  3,  9, 13,  96,  136.-  188.  Ign'g  lungo  [sic].  170.  Cfr.  n.  10 
a  111.  195-8.  zit  ito;  stai,  malàt,  ma  cfr.  n.  3.  199.  TI.  Cfr. 
n.  13-16,  1(®,  e  ^giungi:  t 'cuQé  ro'c  le  scarpe  rotte. 

III.  Tal  di  Fassa. 

0.  Valle  di  sotto. 
Ferra. —  1-3,  8 ecc. portór,  'c'^isaecc.,  'carn,  'campane.;  ma  fra 
e  e  z:  'éèzer  cadere;  tra  j  e  n'é:  bién'ca  (allato  al  m.  bifinc)  =; 
ìnanzi  a'-n:  arén  ragno*.  Ma  da  Vigo*:  portér,  pussi'r  93,  uzér 
n.  10,  utér  ìb.,  niél  *nid[i]àle,  [hiér  chiaro],  allato  &gà'calG9  e 
'càura  ^.      10.  àut,  àuter,  'càud,  fàug,  fàuó,  'càuó,  'càuza.  — 


'  Sono  limitato  a  questo  solo  eaempio,  che  é  per  giunta  interrogativo;  e 
dall' eseere  il  carattere  costante,  come  Tedemmo,  nella  sezione  inferiore  dalla 
Talle,  non  oseremo  inferire  che  ei  debba  avere  altrettanto  fermo  nella  sape- 
riore.  Cfr.  'Faaea'  a. 

'  Una  forma  siag.  boanol,  appunto  da  Fiemme,  è  in  Schn.  124;  cfr.  il  pi. 
ladano  buanfi,  Vh.  IST. 

'  Cfr.   'Flemma' 6,  n.  13-16. 

*  Cfr.  nnm.~198.  Br,:  t  Fassegn  i  Fasaani,  bogn  cristtegn;  RiF.:  lermart 
cagiuo  germano,  pi.  ierme^n;  piovan,  pi.  piouegn;  capelan,  -pX.  eapeUgn; 
gran  grande,  pi.  gregn;  Bb.:  tentg  tanti,  fentg  fanti;  Vn.  104:  i  senlg.  Cfr. 
'Piemme'  b,  n.  13-16. —  Da  Bb.  si  aggiunge,  per  è  dall'ó  in  -dti:  fami  affa- 
mati, stracci  (accanto  al  eing.  'nini  *in-ìrato,  adirato),  cfr.  'Fiemme'  6,  e 
'Gardena'. 

'  Devo  notare,  che  per  'Vigo'  intendo  una  serie  di  voci,  dettatemi  da  uno 
Kolare  nativo  di  colb,  la  quale  perà  vlen  realmente  a  rappresentare,  in  ge- 
nerala, piuttosto  la  Valle  di  sopra  che  non  quella  di  sotto,  a  cui  Vigo  ap- 
partiene; Eia  che  il  giovane  fosse  stato  allevato  nella  parte  superiore,  sia  che 
preferisse  le  più  squisite  forme  dalla  valle.  Cosi  ha  le  sembianze  di  allo-fas- 
sano  l'è  costante  per  *à  (cfr.  Hall.  131,  St'Hw.  25),  oppur  l'è  (da  <e)  pel  dit- 
tongo deir^  ecc.  Ma  Vou  per  6  lat.  ed  ìi  lat.,  non  si  può  escludere  dal  baaao- 
fassano,  come  parrebbe  farsi  da  Scan.  55. 

*  9.  Cfr.  n.  97. 


D,qit,zeabvG00»^lc 


350  AhoIì,  Saggi  ladioi,  1. 

18.  fcemena.  19.  31.  veder,  valer;  crer  203;-  sSra,  véna, 
céna,  {pena),  'éadéna,  serén;  [tréi],  teila,  'óandéila,  téida, 
feida  'feda  ',  piéif,  soéif  sevo.  23.  dies,  géber  *ljéber  lepre*, 
/^c{sÌG=)  tiepido;pe.  24.  go  *.  ZT.piéi;  tèrra,  pèrder  ecc. '■'■ 
'—32.stéila,méis^.  33.vif  acc.;- ruf rivo.  34:.  fréid.  M.néif. 
séit,  vèide  vedo,  néigher,  péiver,  zenéivr;  déit.  "  41.  ite  en- 
tro, 42.  vérizer,  ténzer.  46.  óus  (Vigo:  sóul  solo,  golóus,  de- 
sideróus)  '  ;  colgr  ecc. ,  gra  ;•  inòm.  62-S.  mór,  mover  móf;  coir, 
vcet,  cele  olio,  ncBf&gg.  e  naia.,  roesa,  caga;-  (ef;~  fase.  Use, 
zceg;  ancoe;-  pcec  (n.  68)  '.  Da  Vigo,  colla  schietta  e  in  Inogo 
dell' £b;  vel,  pel,  nef,  ef,  piéver  piéf;  fec,  tee;  ma  zaèbia,  come 
da  Ferra.  66.  ccessa  coscia  {Vigo:  net  notte  *),  e  cfr.  n.  118;- 
fóa  foglia.  69.  dur,  fum,  ecc.;  avit  ecc.  61.  zóuf  67.  siéf; 
cfr.  n.  179.  68*.  oril  aprile  cfr.  n.  12»*.  87.  93.  vene  -vengo, 
àme,  hàle,  ecc.;  fàure  fabbro,  e  cfr.  n.  118-9.  93-4.  jmssàr; 
vtàr  altare"*.  96.  zu,  zmg,  zaziin  zazunàr,  zené,  zun;  me 
Majns  ".  97.  cele  y.  'Badia';  fóa,  pàa  ";  hió  ('kilj6)  qui;  cfr.' 
E.  181-2, 165,  àgua  'àguja  aquila,  e  anche  manda,  do 'àja '^ — 
lOS.orc.  107.  \góca],'édca.  111.  d(>uc,  deiiiwiffr  disvolgere". 
—  114-117.  piazér pias,  kiamàr,  ^ézia  iy\go:- glézia  '*);  ecc.— 


'  V.  §  2  B  Ili  1,  e  Sludj  crìtici  II  179-80. 

•  Alto-fiu».  liefier  glùmer  Si:bn.  53. 

*  Fa  supporre  *iiei[d\o  'téoi-g-o;  cfr.  il  n.  232,  a  t'it.  ae-g-o  MC,  Dm 
gr.,  B. /atolli.  Esatto  parallelo  gli  lieoe  daU*i>gorduu>  centrile  (g4,A):  ràd- 
ute ràntega,  rancido  -a. 

'  Vh.  136;  rit.  '  Cfr.  l'ult.  n.  al  nam.  II8-9. 

*  Vn.  117:  torchfit  grano  turco;  138:  tfU  saiio,  cfr.  p.  261. 

'  Bb.  mia  OS;  fanlalin»  fiojous  (pidocebìoao  -i,  cfr.  num  118),  asnariliota 
(moccioso;  Vn.  139:  inarìglous  id.,  HO:  inarigle  moccio);  cfr.  tous  AWMi 
toso  -a,  Vn.  111. 

'  Yn.  192: piSoe'l  (-Òli)  pogginolo;  132:  la  ccef  (chof)  de  ttram,  lutallo 
dì  paglia;  vemmenta  'covone',  cfr.  p.  S62,  n.  2;-  140:  ewt  (Tfltt)  vuoto. 

•  SuLZ.:  tua  nostri  (sg.  not;  cfr.  'Bormio'  ecc.). 

"  M.  Vm.  152;  swfor  «altare;  cfr.  'Moeoa'  10  ecc.,  e  qui  il  nnia.  Ili  in n.;- 
V«.  156:  d-idar  Bi[n]tare. 

"  Cfr.  maor  maggiora  Vn.  137.  "  Schn.  21:  trafàes  trif<%lio. 

"  Vn.  US;  stadia  (stadera),  cfr.  frinì,  stadérie  e  'Badia'. 

"  Bb.:  tcàvia  aueculta[i)]t;  Vn.  141  :  tttdr  voltare,  cfr.  num.  93  e  94. 

"  Br.;  Idtia,  cfr. 'Moena'.-  Vn.  142:p(an/w,  clanuo';  114;  ciaf;  131:  «"i- 
bgU  *crib[a]lD  (cfr.  mil.  a-ibbi  occ.)  crivello. 


;vG6o»^lc 


S  3.  Sezione  centrale;  B.  ili  a.  Passa:  Tfdle  di  sotto.  351 

118-119:  Fra  i  Tecchi:  cég-lje  occhio,  zenég-lje;  i  giov.:  oeje  ze~ 
néje  uréjja;  vaejàres  occhiali  ',  vojja  ('uolja  ecc.  *)  ago,  sqréjje 
'solicljo,  pójje,  mùjje;  veg-le  e  véjje  '.  Per  òmbia  unghia,  cfr. 
'LivinalluDgo'.  129.  \gumi'r  vomere.]  129*  {210. 215):  aèr,  fio- 
ra *fiéura,  durar  *duvrar  *;  cfr.  68*.  130.  vadanàr,  véra  ". 
—  1S7.  pi.  masc:  oéjes  Jenéjes  pójjes  véjjes  118-9,  fies  figli, 
(éves  (Vigo  éves)  52,  ràmes  rami,  càres  carri,  rdves,  'cans,  denz 
(dent+s);  ma:  'cavéi,  'cavai,  e  con  Vi  involto  nell'alterazione 
della  consonante  che  gU  precedeva:  os  (*osa-ti),  ómen,  deigA\ta., 
due  tutti*;-  indistinti  dal  aìng. -..chiaf,  a/" api;-  pi.  feto.:  sóres 
sorelle;  'éàse,  ame  181,  canMe  118,  piume;  —  2.  pera,  sg.:  es, 
vas;  ma:  àme,  sente  ''.  144.  doman,  Cristian,  pah,  man,  cah; 
ieh,  sereh;  vih,  lin;  soh  io  sono,  boh,  zoh  andiamo;  [veh  ten, 
cfr.  192]  *.  147.  tènder  vénder  ».  167.  ama  180  '".  160-  ' 
166".  caf,  'éam,  'óàneva,  'canta  ptc,  'capéll,  'cantóh,  'càura, 
'camp,  'éaméiza,  ecc.  [ca/ctin];  vaca,  se'ca  (m.  secc),  fórca,  es'éa, 
mós'ca,  car'càr  assaggiare  (cercare);  .sta  aega,  siala,  formia; 
'careàr  caricare  *',  mania,  doména  169-70.  cénder  (n.  147), 
cer^jdca  ghiaccio,  cfr.  181  ejottr  inghiottire;  surtca;  mare-, 
cuzinàr,  vezìn,  vénze»;  forfes,  lars,  e'rpes.     173.  lati,  pét- 


'  Vk.  U9:  eceglarts. 

*  Vm.  114:  vogla. 

'  Aggìui^  la  TariazioDÌ  fassane.  speje  ipieje  da  Schn.  63,  la  seconda  im- 
portando anche  per  l'w.  Cfr.  'Gardena'  d  28,  e  'Piemme'  a,  n.  31. 

*  Vm.  139:  Son  giovane.  '  Vn.  158:  vardar. 

*  V.  le  noto  ai  num.  1-3  ecc.  e  46.  Si  aggiungcmo  da  Br.:  elarinetg,  flautg, 
lubiotg,  fagotg;  matg  matti;-  da  RiF.:  méiS mm\,  T.n.32;-  com  eorn,  bon 
*<wecc.,cfr.  C.  IH,  §  1. 

'  RiF.:  frades  (sg.  fri),  Òraées,  Ubrea,  fiorts  ecc.;-  tu  dot,  las  Bai,  vds 
TDoi,  ed  A  ancora  il  s  nella  forme  mcaosillabiche;  fut.  daras  laieras  ecc.  (cioè 
dar-tu  ecc.);  ma:  tu  taìe,  vede,  cedei  vedeTi,  corra,  volte  Tolevi,  —  IH.  Vh. 
148:  moiar, 

*  Bb,:  piODong,  Xang  Gi[oT]anDÌ,  Senj,  fing,  fantoling. 

'  150.  Bk.:  comana,  domami,  se  la  'ntenede,  massa  ffrana^  Vn.  147:  ma- 


"  148.  Vn.  149:  piisar  pensare,  cfr.  p.  193. 

"  Bb,:  tgiampatu;  Vn.  147:  lf?àr  (letgiàr),  mftiìcdr  mancare;  148:  ìam- 
pér  (i<i-  =  *sca-),  cfr.  l'alto-fasB.  iela  scaia  Schn.  SO  (dova  la  sibilante  appa* 
risce  sonora,  fona  pet  errore-  tipograf.). 

"  Vn.  141;  arpear  erpicare;  150:  pUar^  156:  tiar  ginocare. 


;vGoo»^lc 


352  AkoU,  Saggi  ladini,  1. 

ten,  ecc.  179.  àga;  can,  ca  qua,-  cerir  cercare  ('querlre; 
Yigo:  chiare  io  cerco,  ^ic.  ckieri).  181-2.  jyo?  gallo,  dmo'jdraa 
gamba;  leàtn  ',  fràa,  cfp.  nam.  97;  làr'ga  {larg).  189.  ze- 
nàje  118,  zender  (n.  147);  lézer,  ténzer.  192.  len;  cfr.  atin 
num.  3.  203.  crer  19,  cru/"(n.  60).  211.  iSa/'ecc.  229.  Eserapj 
di  V  prostetico  sono  al  n.  118-9.    230.  autraménterK 

b.  Vallb  di  eopBi. 

1-8,  'cef,  'cesa,  [éga].  130.  «cere,  A  queste  poche  voci  da  me  sen- 
tite, ora  aggiungo  dalla  foote  indicata  nell'esordio:  1-3.  ehia- 
mt'r  ecc.;-  chief  chteves ,  chiave  -i,  chier  chieres,  chiaro  -i  (e 
all'incontro:  ^can  'éans,  'éaura  'caures,  tu  'gàves  cavi);-  jwVwr 
piacere,  tu  piezes;  tt'zer  tacere,  (m  tezes;-  tu  veles  (inf,  m- 
ler),  tu  ves  vai;  verilees  le  verità,  cittedes  le  città  (sg.  veriOi 
cilt'i,  cfr.  'Gardena'),  «/"ape;  'óampena  "campeìies^;-  8  ecc.  'ceni. 
ckerta  chertes;  irder;  tu  erdes;-  pienta,  pi.  pientes.  Ma:  'camp 
'campes,  fiamma,  ecc.  *.      21.  azei  >.      63.  me'ver.-  66.  nett 


'  Vn.  147:  Uar,  tiear.  , 

'  2S2.  V.  iln.  S3.-  V».  156:  /i-;- o^r  fischiare,  cfv.  ìtad.  siurré  e  le  forme 
che  avemmo  a  p.  104. 

'  Non  impedita  l'alterazione  dalla  nasale,  come  vorrebbe  la  gtat- 
rale  analogia,  di  cui  è  toccato  a  p.  318.  Cfr.  le  serie  che  ora  seguono, 
e  quelle  del  n.  8  ecc.  —  Hall.:  tnenér,  hak'r  ecc.;  ptc.  m.  sf-:  JKJ- 
gid  ecc.  cfr.  'Gardiina',  ma  al  fera.:  troéda  (valle  infer.  trodda];-  f&( 
padre  {infer.  pare),  mei  (inf.  mal).  Iella  tale  fem.  {ìnf,  tallo),  e  ancbs 
pvlénes  (inf.  putdnes);  ma:  pan,  lontan,  doman.  —  Sobn.  25-C:  i»*- 
gJier,  segra;  ecc.  Ma  dalla  nostra  Berio  appare  poco  misurata ^agea»- 
rica  afTermazioae  di  quest'autore  (26):  'Nel  fasiaiio  invale  anche -ii' 
per  -(ino,  verbigrazia  Christien,  Fassen,  Lviereh,  Sovereden,  e  ai- 
che  il  pi.  gren  [cfr.  'Fassa'  a]  >^  it.  grandi'. 

'  Hall.:  peri,  vèrda  guarda!,  e  pur  condene  {inf.  condane]  e»- 
danno;-  oltre  la  serie  speciale:  enghie  anche,  nisndghie  nè-anche. 
coleng  de  urées  cotanti  [di]  operaj,  ten  d'eng  tanti  [d']  anni,  eptj'^'i" 
(inf.  poster)  pastore,  che  manifestamente  ha  l'accento  sulla  prìm 
{pdtler).  —  ScHN.  25:  mera  marcio,  tnelvia  malva. 

'  Hall.  :  SS.  pie-^  (piesh).  -  24.  jé  (inf.  jO).  -  28.  li  Hesta.  -  31-  v'- 
porzié  (-zhié).-  82.  pais.-  88.  prum.-  42.  cliest,  ma  al  pìurak,  M 
effetto  dell'"-!";  cAi>,  cfr.  n.  56.-  49.  sout  solo. 


:,Goo»^lc 


g  3.  S«iione  centrale;  B.  ili  b,  Fassa:  valla  di  sopra.  353 

nettes*.'  61.  nous,  crousK  137.  pi  m.:  piens,  pians,  ie- 
neg-lies,  maestres;  tem.  piumes ,  pieves  pioggie,  mans,  pets;- 
sec,  pars,  [ves],  'cantes,  mordes,  impinises,  respones  150;  ecc.  '. — 
160-5  *.  'camin  camino,  ecc.  [cambra  -bres]  ;  sia.  169.  cent  ecc. 
—  181-2.  jama,jat;  piaa.  189.  zelér,  zemér,  zorman,  zome- 
;m  gemello  ".     211.  e/' n.  1. 

IT.  BmIm  della  GBdera. 

a.  CiBOOMDABio  mTTRHTMomu  (Vu.  Habdbio;  tad.  EmoBEBa). 
I.  Mardo. 
1-3.  Inf.  porte,  amé,  cozinè,  odore  adoperare;  partlcip.  porte, 
canté;pès\  'ce  capo;  {éga\;  ma  coll'ti  inalterato:  'casa,  arra  ala, 
mal,  àie  acido.      7.  ama.     8.  ''cavali,  latt,  oà'ca,  palpa  (pal- 
ma della  mano),  ecc.;  ma  Va  alterato  nella  formota  ARt^cons.: 


1-S.  Circa  l'è  marebbana,  e  specialmente  circa  l'o*^  che  ora  abbia- 
mo dinanzi,  confrontata  coll'e  badiota,  due  valorosi  tcstimoqj  riescono 
coatraddittoij,  m  badiamo  agli  epiteti  di  aperta  e  chiusa  che  nella  loro 
dèacrìzioni  s'incrociano  (MiTTESKUTZNEa,  Trebo);  ma  all'incontro  gli 
stessi  autori  concordano,  almea  sulle  generali,  nell' assegnare  alla 
marebbana,  a  difEerenia  della  badiota,  una  pronuncia  che  si  accosti 
all'd.  La  qaal  concordia  sarebbe  però  in  contrasto  colla  sentenza  di 
Huji^a  96,  che  sembra  volere  qaest'fi,  od  e  come*  noi  preferiamo  di 
scrivere,  in  quella  varietà  ch'egli  pone  a  fondamento  del  suo  lavoro, 
ed  e  la  badiota.  A  me  non  è  riuscito  di  registrare  alcuna  sicura  distin- 
zione in  ordine  ai  continuatori  dell'  d  che  sono  considerati  in  questo 
numero.  Ma  pel  nnm.  8,  col  quale  conviene  il  27,  io  sentiva  un'ts 
marebbana  di  contro  all'è  badiota.  Hall.:  fre  frater,  orante  vo-- 
luDtaa;  Schn.  26:  le  sai,  'éfra  Vaura  (Haxl.:  'éeura,  bad.  'cara),  ^ 
*caa,  f  *av  ape,  re  *rav  rapa,  tle  *olav,  fga;  52;  feur.  —  Hall.:  mal 


)  Hall.:  nos  nose,  nostro  -e,  ma  al  pi.  m.:  nis,  cfr.  n.  42. 

3  Hall.:  M.  'éìA»é;-  97.  ià^  {i'g)  iWì.-  IH.  ecc.  pgln,  t'inphnir, 
c'fflamd,  glena. 

>  Hall.:  nos  (inf.  noi). 

^  Hall.:  clyarettia;  peggid,  [me  tocca}',  preér-lo  {ìater.  predr-to). 

"  Hall.  160  :  190,  linguai,  esempio  di  -ff  romanzo  in  -i,  Sohh.  25  : 
90O.  lere  (ralle  inf.:  lare)  ladro,  e  cosi  in  altri  dial.  di  questo  ripar- 
timento;  v.  ih. 

ArahiTio  gloUol.  iUI.,  I.  ÌS 


;vGoo»^lc 


354  Ascoli,  Saggi  ladini,  T. 

ctsm,  ceri,  t(eyd,  Icerg  lerg  lérja.  10.  alt,  cald,  cale;  n'dter 
uà  altro.  18.  fómenes.  19.  21.  ptazéi,  avéi ,  odéÌ  129*.  valéi, 
sèi  sevo,  azéi,  crei  credere,  tréì;  —  sèrra,  téra  tela,  avenna 
vena  avena,  cénna,  'éadSnna,  saréng  (sic),  creda.  22-25.  pera 
pietra,  i^o  lepre;- tfiVs, 'c(5&e 'tievi[d]o;  mi  miele, /i  leggere;- no 
reus;-  heh;  ven  teni-pe.  21SI. pcerde pisrd,  davcert;  cerne 
V.  in  n.;  ohférr,  invém,  terra,  férr;-piett.    32.  sterra;  mens. 


(ScuH.  2B6  66:  wtf,  bad.  me,  malum,  mal  avv.),  sOl  fa  del  de  sul  far 
del  giorno;  Mitt.:  sodesfd,  priada  (=  pregata)  preghiera,  cfr.  prodda, 
bad.  porvdda,  pepe  [*pevrada),  Schn.  244,  e  lo  sp'oglio  badioto.  9.  ara 
ScaN,  25;  cfr.  lo  spoglio  bad.  Altra  fase  (-atra)  ci  sarebbe  traituD- 
data  in  nomi  locali,  Schn.  33  (36),  46.  Né  la  frequenti  forme  ìq  -i> 
-ira:  caldira,  bandirà,  lettira  ecc.,  ScHu.  33-4,  sono  senz' altro  da 
reputarsi  un'alterazione  delle  italiane;  ma  in  ogni  modo  vi  avreino  a 
riconoscere  nn  *te  ridotto  ad  t,  come  vediamo  ai  num.  23-4,  28  e  67, 
marebb.  e  bad.  (circa  il  ca-  di  caldira,  che  parrebbe  concorrere  a  per- 
suader la  provenienza  straniera,  va  considerato:  cialdira  Bart). 
Cfr.  anche  vira  Schn.  30,  ital.  viera.  19. 21.  Hall.  :  oréÌ  129',  podii, 
temei,  tavii;  creje;  Mitt.:  vei  vero.  28.  'njér  Schn.61,  cfr.  W. 
Circa  il  ridursi  di  'ié  ad  i,  cfr.  i  num.  9  e  28.  24.  Hall.:  chel  bel- 
-di  quel  bel  Dio;-  jou  (Mitt.:  ju).  28.  Scsh.  31, 222:  òiesa  e  bisa, 
cfr.  bad.;  53:  piene  pettine,  61:  jesta  *viesta.  Il  dittongo  è  fata 
aocora  implicito  io  cèrne  'ciérne  cernit,  che  avemmo  nel  testo;  e, 
in  ogni  modo,  va  qui  posto  il  quesito,  se  da  té  (te  io),  oppur  sem- 
plicemente dalla  fase  dell' e  indistinta  (V  er  fr)  si  abbia  a  ripetere 
lo  co  dell'iof.  comi.  A  cui  si  aggiunge,  da  Vn.  mg.:  comàdl  'eet- 
niculo  (cfr.  n.  42  e  114  bad.)  di  acri  mi  natura,  che  ba  dunque  la  stessa 
radice  della  voce  italiana  con  cui  si  traduce,  e  bene  ha  il  suo  corre- 
lativo etimologico  nell'it.  cemecckio  come  ha  veduto  lo  Scrdcbaedi 
(vok.  Ili  248),  ma  non  per  oiò  risale  al  suo  ipotetico  'criniculut  (cfr. 
l'uso  aretino  di  cemeochio:  cernìtojo,  e  il  verbo  cemecchiare).  In 
forme  toniche  si  aggiungerebbe,  da  piti  varietà  di  questo  gruppo, 
còrda  (ciorda)  escremento,  cfr.  lat.  miM-Cfl^ ecc. ;  e  inoltre  orp  Vs. 
tns.,  èrpete;  questo  e  quello  ancora  dinanzi  ad  un  nesso  il  cui  primo 
elemento  e  r.  Cfr.  il  num.  117-19  del  livinatese;  e  anche  il  bad.  prò 
■  prèo  mar.,  *prév[ed]  prete,  cioè:  preu  pr^'  prò,  comunque  qui  si 
tratU  di  una  manifesta  assimilazione  dell' e  all'u,  per  la  quale  pnA 
ancora  confrontarsi  il  num.  22-3  di  'Rocca  d'Agordo'  ed  'Ampeiio'- 

—  Per  diverso  fenomeno  è  poi  o  da  e  in  posizione,  nei  num.  32n  e  H- 

—  88.  Hall.:  mesa.  —  82k.  Hall.  115:  onter  (139:  venier)  ventre, 


;vGoo»^lc 


§  3.  Sezione  centrale;  B.  iv  a.  Bacino  della  Qadei'a.  Val  Marnbìo.  355 
—  33.  Inf.  dormi',  mori,  ni;  partic.  dormi;  oin,  /i  filo,  vi  vivo;- 
rii  rivo.  40.  nei,  sèi.  él.  fi  figlio;  43.  ér^es  illae;-  posizione 
romanza:  céjes  ciglia;  cénder,  veri,  orédla  118.  Forma  caratte- 
ristica è  'nftWue  in-tingere,  v.  questo  num."  e  il  32n,  in  nota.  — 
46.  «s;  óra;  imom,  uh  iinotn  (sic).  50-3.  (o,  ài  o  egli  tuoIs,  so 
soror, róda,  orni;-  buh;-mòr,  cór,na novas;  zoè'bia;~€i  uoTo;- 
lù  luogo,  ^,  zH;-  da  o  second.:  pfic.  64:-&8.  corri,  corp,  ^r- 
)%s,  dorm,  pòrta  portat,  mòrta  'm6rd[i]ta  morsas;  oss,  òli,  som 
sonno  (3omnimn?);-ttW;-  nett,  kSco  coccinus,  trep  troppo,  e 
cfr.  114  6cc.;^tiing,piifit.  59.  fOm,  tóm;  dUr,  mùr;cri(,,  des-nA 
nado,<if&&'  ['auviù]  avuto,  odtt  129*.  61.  iu  jugum,  cr^,  surra. 
64.  fìtm,  fur'ca,  sùrd.  67.  si  saepes;  e  col  dittongo  Tenuto  in 
posizione:  cedi  caeculua  (guercio)  118.  68.  òr,  gode;-  àl'ca 
■au[i]ca  oca,  ck.palsé  pausare.     77*.  Cfr.  129*  e  28  in  nota.  — 


119:  tomp;  ma:  vent.-  Schn.  38-9:  angont  unguento,  armont,  ardi~ 
mont,  cont,  ìont,  contont,  splonìa  (v.  s.,  p.  195).  K  cfr.  il  n.  44.  Ma 
non  vanno  confusi  in  queste  serie  i  preziosi  esemplari  di  Bart.:  pe~ 
lunde  gravia,  tremornnde  trepidus,  circa  ì  quali  è  da  vedere  il 
C.  Ili,  §  4.  8*.  Hall.  :  fréid.  42. 44.  Schn.  21  :  arbejes,  v.  pag.  254. 
—  Ball.  105:  gonza  senza,  Mitt.:  deponzer;  ScHN.  39:  strànie,  e 
anche  cónder.  46,  Schn.  39:  romù,  inoratili,  41:  flu,  cu  cote-,  co- 
fiiis;  Hall.  132-3:  deOituss  -tori,  lentaziun;  nos;-  inóm;  Mitt,:  con- 
fatùr,  creditùrs,  intensiuh;-  sora  sola,  cfr.  il  masc.  nello  spoglio 
bad.  fiS-SS.  Hall.:  resa;-  incó;  nost,  pi.  i  nùss.  Schn.  28:  conéSe, 
[-esce)  conoscere,  ma  v.  'Gardena';  40:  fOja  s-fJii,  bad.  foja  s-fej.  — 
SS.  jb.  41  :  munt,  frunt.  69.  Hall.  :  più;  Schn.  44  :  ùll ,  madit,  06  :  ùre 
ubera;  Mitt.:  se^,  un  dter,  ma:  dn  uno°taluno-,  s5.  Lo  Scsnel- 
LEB,39,  ci  darebbe  inoltre.,  per  o  da  u:  natora,  lom,  fom,  ploma; 
il  primo  dei  quali  esempj  non  saprei  però  accettare,  come  parmi  ohe 
faccia  lo  Schneller,  sulla  semplice  autorità  di  Hall.  113-,  e  circa  il 
secondo  ed  il  terzo,  si  vegga  il  nostro  numero  qui  sopra.  68.  Scbn. 
44:  cùrt,piin  pugno.  64.  Schn.  38:  mar.  e  bad.  zùnze  (Yn.  156:  zoii- 
ie)  j ungerò,  tinie  (Vh.  ma.  bad.:  ong  unge,  ont);  39:  allón  n.  68-93.  — 
«.  Hali.:  ci.  68.  M.  fralda  fraude-  Schn.  49;  altón;  cfr.  *S.  Mar- 
tino' e  lo  spoglio  bad.    76.  ScBs.'Sl:  pi'ccé,  viìia.-  76'.  t  (y;  bad.:  e) 


'  Cfr.  'LitÌDall.',  num.  54-6,  iu  n 


;vGoo»^lc 


WS  Ascoli,  Saggi  Udini,  I. 

96.  iajùn.  Une  jejuaare.  111.  arra  1,  tera,  sterra.  114  ecc. 
plaìéi,  splenza  cfr.  102  alto-ang.;  [tlcBtné  clamare,  Campili], 
dliiia  *gU9Ìa  chiesa,  dlàéa  glacìes;  osdl  "odo,  orédla,  zenédl, 
piedi;  vedi.  129*  (210  ecc.).  odéi  'vudéi  vedere;  tidoré  'adavré 
cfr.l-3,22,33,B2,59rt.,67.  180.  v^a,  vére.  137.  PI.  masc.: 
fls  figli,  ùs  uova,  i  fiés  i  fegati  (ma:  lei  lepri,  oi  =  *os3<-i,  corn, 
orni  50  ;  i  art.  pi.)  ;  fem.  les  artic,  erres  42,  fómenes,  e  sari  fem. 
anche  ó^es  42.  144.  -»  (e  -ng)  ni  nd  ecc. ,  cfr.  II,  1 .  160-4.  'óà- 
sa,  'canàpia  cànape,  và'éa,  ecc.  —  169. 170.  cime 27,  ecc.;  <o- 
rU'éa;  axéi;  ter*;—  172.  lati,  lettexx.—  179.  »»«'.  ISI.jbW; 
Iiìn'j^a  (m.  lung),  lerja  (m.  ler^). 

S;  La  Val. 
t9.  n.  pleeìce'i,  avae'i  ecc.,  scbì,  crce'je,  tréi;-  scorra t  avce'nnee  ecc., 
ttstve'n.  B2-fi.  leÒ;  'cOu;  urti;  rie;  ben,  voen  tcen.  27-8.  pèrde  pèrd, 
dax!éri,téra,fir,  ctr.lii;- piéte.  9£. Stce'me;  mc^is.  40- nce'i, kb'ì.— 
42.  va'tìze,  intce'nze;  o^rres,  tk^nder^  orce'dla  eoo.^  ma  accanto  ad  i: 
jnVdl  (IH  ecc.),  cita.  M.  indm.  S2-8.  nù  noTQS,  lÙc  fUc  ÌHig.  — 
'  54-8.  <onn,  Ó*,  d^rm,  pprfa,  cfr.  144;  tìrt;  noeti,  cGóe,  trOp.  !••  /ìlm, 
Iwn,  d&T*  eco.;  mortl&ia.  01-  sirce  ecc.  89-78.  ccnW  (imce  amare  amat, 
plcBXC^it  vcerrafi  valere,  CBZie't;  Tóada'na,  dis'nnas,  ata'rrtn  ecc.;  ma 
pfrta  3.  pera.,  dra  ala,  ecc.  111.  varra'i,  dra,  eco.  lU.  Il  n  qui 
appare  man  frequente  {miiEfiSe,  ptmt  58).  Riducesi  '-m  a  -r:  ièr 
carne,  infer,  invér,  cOr,  fur.  160-4.  'èalìidn  acc.  ^  190.  jal  gaU;~ 
170  e  189,  T.  43,  e  ag^ungi  zéndri  generi;—  179,  hirt. 


»  et;  garden,  id.  W.Vb.tikre.  ».  T.  lo  spoglio  bad.  103.  Cfr.  28.- 
111.  oréi  1S9*,  MiTT.  :  amari\  eoe  ecc.  Un  esempio  di  l  dileguato  nelli 
formota  ALT  è  ai  num.  10  e  59.  Pel  dilegao  nelle  formole  OLO'  eec: 
t'og,  si  volge,  Mitt.,  e  lo  spoglio  bad.  Dilegno  di  ~l,  che  visne  a 
confonderai  con  quello  di  -r  (133)  :  cfr.  num.  1-3  e  67,  e  Sghh.  66.  - 
114  ecc.  Hall.:  glina-,  vùtla  sferza,  v.  p,  384,  n.  3;  toredl;  Sca». 
31  :  ^idl ,  88  :  undla.  Circa  piedi  ecc. ,  v.  'Livinallungo*.  128.  -r  dile- 
guato (cfr.  IH):  num.  1-3,  31, 59,  (44),  e  lo  spoglio  bad.  I»'.  Hall. 
o»  voi,  oréi  volere;  cfr.  num.  38  e  33n,  e  lo  sp.  bad.  al  num.  2S9.  - 
144.  ad-^m  *ad-un,  insieme.  Hall.,  105,  cfr.  155;  e  pur  bad.,  Ib.  139 
{in-ad&m),  e  Vk.  ma.  145.  Hall.:  armes.  IftO.  Hall.:  marena,vi»- 
ne',  Mitt.:  damane,  entenneiie  intendiate,  respon  risponde;  Scbn.  SI: 
tfsnne,  tpéne.-  Cfr.  eziandio  il  n.  157  nello  spoglio  bad.  18t-fi,  braja 
braca  Sohn.  63,  viiia  n.  76,  prie.  808.  V.  lo  spoglio  bad.  804.  Vedi 
i  rifl.  di  'acido-'  e  'tepido-'  in  tutU  questi  spogli.  230.  Hall.  :  /tnal- 
menter.    284.  Hall.:  dert,  v.  il  bad. 


;vGoo»^lc 


§  3.  Setione  centrate;  B.  it  a.  Bacino  della  Qadero.  Val  Marnbio.       357 
3.  Campiti. 
69-78.  tltefii  114,  ami  ecc.,  arai  ecc.,  ma:  pèrla  porUt,  l'ita  ecc. 

4.  S.  Martino. 
[lA.  àeborjdcUi  t. 'Gardena' n.  234;  j(We<  volte  (p.  108 ecc.),  jflrAii;- 
dal  resto:  alxé,  xoré  •s-volare,  ^aré  guardare;  re,  pi.  res,  rapa.  — 
19.  iavdi  "sapere  [aie];  ma:  urei  volere  {o,  vuole) ,  jiiu^t  "piovere  cfr. 
'Gardena*.    SS.  tiese  texere.    82.  péù.    48-  flu  flore ,  ffolùs.    69.  plfi. 

—  88.  dVca,  tlald  "cl&ud  chiodot  pi.  tlalff;  cfr.  ^b^.  128*.  noiéa 
{m.  titmió]  noTiziSt  sposa  novella,  datala  'cavicla  (p.  364  n.),  cfir. 
n.  3.  187.  tàìea  tollis  [toldis  toIliUs].  U2^  òtter  essere.  liS.  vei- 
n'a.    229.  *àt  o  v^,  egli',  cfr.  il  bad.,  a  *Comelico'  3.  n.  41.] 

b.  ClBOONDAIUO  IIBIIIDIONAI.K  (VaUX  DKLL' AbBÀDIA). 

1.  Badia  a  S.  Oasaiano. 
1-8.  porte  ecc.  8.  Idt,  dlàca,  vd'ca;  ma  'cer,  ert,  ierd,  ecc. — 
IO.  alt,  'cald,  ma:  'catte  (e  la  stessa  serie  pure  a  Colfosco);  cfr. 
n.  Ili,  19-21.  plazài,  avài,  odài,  varai,  sài,  azAi;  cràje; 
trai,  cfr.  d.  42  e  181;-  sàrra,  avànna,  canna,  "cadànna,  tara, 
créda,  saràn.    22-26.  li;  'cév;  dis;  ri;  van  tan.    il-ZS.pér- 

1-3.  e,  pi.  ées,  ape;  Scsm.  25:  'ée  ecc.,  cfr.  mar.-  [deventàda; 
Hall.:  m.  tie,  f.  stada;  Tk.  ms. :  ttrada,  tomada,  ma/tgiada  acc.i-  i 
piVd,  irei  [treni  é  cherdd  molti  sono  cbiamati,  allato  al  sg.  juité  ecc.] 
~~  S.  [èrma,  bérba;  Babt.:  gaierd.]  Cfr.  icherx  si^uarcio  Yh.  190. 

—  9-  [Savaìd;  Bart.:  dinft,  tara  (telajo).  Ma:  oialdira,  stadira 
(garden.  ttadiOra  Ys.  115),  forasti;  Hall.:  ost^.]  10.  Pare  Babt. 
ha  ciautsch  calx,  allato  a  eialses  tibiale,  oialdeco.  18.21.  Babt.: 
temai;  ciandara,  vana;  cfr,  brana,  lorum,  ciA  garden,  brf'na, 
venez.  dr^na.-HALL.:  orai,podai;  fain.-  Vii.  ms.;  ajquma,  28. 3ohk. 
31:  Pire  Piebw;iniV  tt9iV(HALL.  :  innir]  'in-iér,  ohe  è  gai r. in  Bakt., 
e  vi  sì  aggiunge  intir;  cfr,  pe,  pi.  pi!.  Hall.;-  a  anche  èira  {gar- 
den, éiera)  ciera,  id-,  e  ligher  'aliégher  laetus,  Bakt.  it.  Bart.: 
die  (Hall.:  Jd{,  cai  bit-di);  je-  (Hall.:  jO  jo);  [Vm.  188:  ri;  Vh. 
ms.  :  mi  meus,  'l  mì].  26.  Mitt.:  de  faòaih.  27.  L'è  primaria  man- 
tenuta dinanzi  a  nessi  che  inoomiDciano  porr,  Hall.:  erba,  {interna, 
terra,  eco..  Tu.  ms.:  terse  tei^ere;  ma  non  cosi  l'è  secondaria,  v.  i 
nnm.  43  e  234.  Consimili  differenze  si  potranno  avvertire  anche  in  or- 
dine all'è  fuor  di  posizione  (>:<^,  <=*);  e  la  ragione  cercarsene  nel 
dittongo  che  in  fase  anteriore  si  aTesse  per  l'è  primaria,  come  c*in- 


;vGoo»^lc 


35S  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

de  perà,  cèrne;  piéte.  32.  stara;  màis,  pàis;-  32».  ulti- 
mamantr;  parànt,  pi.  paran'é;  cfr.  anna  END  al  n.  150;- 
da  EN  in  posiz.  romanza:  laindr  (Babt.:  tetndr)  tenero,  ma 
spléinza;~  cfr.  n.  42-4.  33.  dormi,  ni  {ma  ne,  come  per  devia- 
zione morfologica,  a  Badia;  Fistill),  ecc.  40.  nài,8ài,  bàire. 
—  42.44.  vànze,  intànze,  lan  lignnm,  strani;  sac;  ma: 
ééindr,  cfr.  num.  32n.  Inoltre:  oràdla,  dlles,  vàrt;-  cdw,  ar^ 


■  dica  il  livinalege  (n,  27-8:  viérm  ecc.,  n.  42-4:  vart  ecc.).  Veramente.- 
ScHN.  19  adduce  àrba,  vàrm,  nàrf,  e  qualche  altro,  attribuendoli, 
come  pare,  a  entrambi  i  territorj  (bad.  e  livinal.);  e  la  distinsioue 
tra  ì  continuatori  delle  due  diverse  e  ne  andrebbe  turbata,  come  del 
resto  non  è  strano  che  per  qualche  parte  avrenga,  cessato  che  sia 
il  dittongo;  cfr,  n.  32  e  32n.  Ma  io  sentii,  nel  livinalese:  iérba  e 
viérm;  ed  èrba  nel  badìoto,  che  manca  del  riflesso  di  'vermìs'  (al 
yerme  dicono  rumùn);  e  di  mio  non  posso  addurre  se  non  xarfearvo 
di  'Colle  S.  Lucia'.  Intatto  nel  badìoto  anche  l'è  di  ELL:  peli  Hall., 
e  il  D.  31.  Vedi  all'incontro  la  secondaria,  s.  n.  42.  28.  [Bart.  :  na 
bischa  pecus;  gnesta  {'>n'iesta)  vestis  muliebris.]  Cfr.  pal/Sr  palo 
di  ferro,  Vn.  ms.,  e  anche  pris  pretiom.  Hall.  81.  viói  num.  229; 
SoHN.  31:  cortèi,  pi.  corti;  videi,  pi.  vidi.  Così  abbiamo,  per  ell-ti 
di  pi-,  lo  stesso  esito  che  avevamo  a  pag.  18  da  ell+j  anorganico. 
Diverso  caso  dell'effetto  dell'-i,  è  al  n.  42.  82.  Bakt.:  masa.  Hall.: 
inéani.-  Sin.  Bart.:  dant,  laat  leos,  s&piant,  zant,  vant, 
[veindres  dies  Veneris].-  Hall.  :  danl,  flnalmantr,  sànie  sento,  van- 
ter,  man'camant,  sentimant,  viatimant,  commandaman'g  pi.,  arxont, 
detobediant  (Mitt.:  zant;  Vn.  ms.:  ingant  ung.);  tamp  (Mtrr.:  tampr); 
ctr.  prosi  avv.,  e  Vn.  ms.  :  ragne  il  regno.  88.  La  nota  deviaùone 
inprftm,  e  rtì.  Hall.,  cfr.  n.  129*.  8*.  id.:  /rdid.  88*.  Bart.:  i»  1 
vadoa  (Hall,  id.);  Vn.  ms.;  mdna;  Hall.:  mada'^meda  mar.  'l'-a- 
~mida,  imita.  —  40.  Hall.:  dait,  pi,  dai'!?;  Vk.  ms,:  vaiphes^e,  cfr.  ' 
'Corvara'  e  marebb.  ju  veghe  Schm.  39,  e  il  n,  44.  42.  Bart.:  aoB- 
Bant  absiathinm,  matter  da  na  pert,  patsch  picea  arbor,  cia- 
mascha;  samaja  (somiglia).-  Hall.:  tanta,  laitra,  inóarc  (•-circ-) 

'intomo,  chat  quello  (Vk,  ms,:  carro  quella,  pi.  calles),  masia,  not 
inttass  noi  stessi,  vàsco  vescovo,  cTiast  questo  (ma  al  pi.  cAi's  103), 
pai,  (Vn.  ms.:  s* adimplaa);  'cavais;-  Mitt.:  depanh,  vanta,  impor- 
matt;  Vn.  ms.:  massalla.—  44,  Hall.:  dai^  {don  Mitt.,  cfr.  'Card.' 
nnm.  32n,  eScoN.  50:  bad.  m&r.  dfin,  seìn,  bad.  lein);~-cainder,  Vil- 
ma.: mainder.  Circa  la  particolare  ragione  del  primo  esempio,  dob- 


:vGoo»^lc 


§  3.  Sezione  centrale;  B.  iv  b.  B^cìuo  delU  Qadera.  Valle  dell'Abbadia.  359 
bàja;  dove  è  da  considerare,  per  gli  ultimi  due  esempj,  anche  il 
D.  19-21.  64-6.  pòrta,  ddvm,  òt;  adi.  69.  dùr  ecc.;  aivW. — 
61.  sura.  111.  'n  ndier  v.'Maréo'  10.  118-9.  zonàdl  {Baet.: 
scho'nadiy,  vedl[sic].    137.  Is  art.  pi.  fem.  ;  ecc.     160.  vanne. 


biamo  rimandare  a  p.  176-7.  46.  [Bart.:  ab  soIub,  allato  a  na  otta 
sora;  Hall.:  iervidu(ù),  pi.  servit^ui;  compaasiuh  ecc.]  fi2.S6. Bart.: 
dea-na  (u  gallìoam]  noTendecim ,  cfr.  Yn.  zns.:  fazU'  fazzuolo;  e  da 
0  secondario,  Mitt.:  pUre  povero,  cfr.  'Gardena'  ecc.-  che'  (cao[ci]o) 
«lixo;  linzea;  Te"t  vuoto;  Hall.:  rO»a;  oele  (mar.  aere;  Tu.  ms.: 
iSrre);  incitò;  noì,  pi.  nOa,  cfr.  'Mar,';  Mitt.:  plSja,  Hall.:  de  bona 
tSja.  66.  [Bart.:  eh u nt  (ugallic,  conto).]  68. Hall.:  cwt,  cfr.  188; 
/"rfinf, "cfr.  64;  SO.  id.  plO,  s3,  zO.  «I.  id.  lu.  64.  [Bart.:  sorch 
sulcus.]  Hall.:  f&r  forno,  cfr.  58,  63.  óil,  [68.  d-aidé'Ys.  156.]  — 
«8.98.  [aldi  audire,  Vn.  ms.:  dWa;  Mitt.:  laide.]  «8.  [Bart.:  piU 
pejor.]  97.  [dji  allinm.]  Bart.:  foja;  v5ja  52-6;-  cele  ib.,  e  le  cor- 
rispondenti forme  dei  dialetti  circonvicini  e  del  friulano,  non  impor- 
tano già  un  esito  particolare,  od  eccezionale,  di  LJ,  ma  bensì  risal- 
gono ad  oli[ùJ,  cioè  a  forma  che  mai  non  ebbe  Ij;  cfr.  il  riflesso  di 
'CI1D60-'  nei  garden.  (61)  e  nel  friul. ,  a  gli  atesai  paralleli  ital.  :  olio, 
conio,  rìmpetto  a  paglia,  vigna.  Altro  caso  analogo  è  àrde  garden,, 
Kdrdi  friul.,  ''ordi[it}  orzo.  107.  [bisa  n.  28.]  HI.  [Bart.:  oache 
converto  fVw.  144:  dei-ose  dis-volgera),-moa(!be  mulgao,  dotsch, 
vota  otta  (ot  ottes  octies,  cfr.  Hall.  105),  Yot  fornix;  Sohn.  66, 
228:  eutra  coltra,  mB.'coUé  "cultare,  Vn.  ms.  :  scuta  auscultat  (inf. 
jcuÌWHall.),  tut  {tolto),_VN.  154:  s-melié  {-melté?)  smaltare.-  fi, 
aurì;  Hall.:  fé  fel,  'campani  (i').]  US  ecc.  [Bart.:  sadlot;  aba- 
didU;  Vh.  ms,;  toradl;  tlacora  chiacchiera,  zuntla.}  128.  Bart. 
dà  ancora  il  •r  all'infinito,  in  sillaba  àtona:  batter,  craiar,  a 
tanto  piti  nei  sinoopati  (v.  aum.  129*,  in  nota);  e  pure  in  far,  ac- 
canto a  fa.  Anche  è  in  Bart.:  frer.  Cfr.  n.  1-3,42,  46;  e  in  ispe- 
cie  è  notevole:  so  *sór[or],  pi.  sortì*,  Hall.  101.  Col  -ri  sojur  su- 
dore ib.  121.  129*.  [Bart.:  mo're  (muovere),  pour-meure  (pro- 
-maovere),  vire,]  Cfr.  n.  229,  ordùm  "verdume,  itterizia,  Vn.  ms., 
e  ne  gorello  Vn.  129,  cfr,  n.  33,  La  piti  singolare  contrazioDe  è  quella 
per  cui  si  viene  a  do  =  davó  basso-engad.,  in-davó  livinal.  Hall.  159, 
dietro;  Jocohà  vuol  dire:  o«AVORSO,  cfr.  num.  126'  grig.  e  il  n.  150 
garden.  180.  [Bart.:  vera.]  182.  d'sorora  (di-s opra-fuori)  in  abon- 
danza.  Hall.  140,  allato  a  fora  ib.  187.  Vn.  ms.:  riis  arres,  lott.  'reo 
elleno',  male  femine.  [142',  Hall.:  ester.]  [145*:  deg-Un  nac-unns.]  ' 
—  160.  spane,  vanne;  [U'neS  undici,  chi'nes,  s'aacdhe];  Hall.: 


;vGoo»^lc 


360  Asedi,  Saggi  Udini,  t. 

cfp.  nnm.  32«.    169.  sortéa.    181.  hraja  'brega,  asse,  t.  C.  V, 

con  aj  da  ej  lad.,  cfp.  n.  42.    208.  sujé  *8u[d]é. 


marana;  Mitt.;  iniannaite;  Vn.  149:  imbani  pandore  (garden,  'npài- 
der)\  [Vn.  ma,:  tponna,  tper/fjme  perfnndere,  sdaoiaare].  iDBieme  ti 
qui  osservato  l'esito  di  -ND  e  -NT:  mon  mondo  Yx.  nu. ;  corrah 
correndo  Hall.  140-,  con  quando,  co-tah,  doni  e  don  dinanzi,  id.  — 
161.  [fan,  ran;  ttran  mar.  SoHN.  71;  gli  aitimi  dae  esemplari  spet- 
tano etimologioamente  al  num.  156.]  1(7.  [trami-dui  tramendne, 
Vm.  ms.:  a  'ntrami.']  148-5.  [Bart.:  siara  secale,  sfriè  frico,  ie- 
smentiè;  Tn.  ms.:  toffoja.l  187.  [Bart.:  amice  amicas,  e  amie; 
.  pur  nelle  mie  note.]  1€S,  [mdne;  Hall.:  storne,  mède.']  179.  [Bast.: 
pour-ci  cor,  "porSi  (-tgi)  Hall.,  'è(i]odi  perchè^,  cio6:  che-rool- 
-dipo»]  182.  tBABT.:liè.]  188.  da  Itmc  Hall.  103, 130.  IKO.  [Baet.; 
Tafna.]  197.  Yn.  ms.:  ptc.  invié  invitato,  che  qni  si  nota  pel  dile- 
gno del  t  della  penultima  (garden,  invida  Yn.  193).  SOO.  [Ure  ecc.; 
ma:  ladre  latrare  Yn.  141  (Schh.  46:  laidrii.'\  SOS.  [Bart.:  miola; 
rei»  ScHH.  50;  ri  ridere  Yn.  151.]  211.  [Bart.:  nen;  Hall.:  I».]—  I 
S26^.  zaccai  Yn.  mS.  •'zaceh^i  garden-,  alcuno,  cfr.  pag.  48,  n.  S.—  ' 
287.  Yn.  141:  artoré  risnolare.  229.  [vérde  Ardere,  Yn.  ms.:  vai 
=  vale  Hall.  143,  al'quid.  Molto  osservabili  sono  vigni  vigne  — omne- 
ogni  (Hall.  133,  anche  marebb.;  Mitt.  29),  e  viéél  vici,  uccello  -i 
(Hall.  113,  Yn.  ms.,  e  gr.  157:  tenne  a  vici}.  Deve  considerarsi  ateno 
pur  l'd  di  ómne-,  cioè  giudicareì  alterato  a  voce  proclitica  [vigni-dt 
ogni-dì;  cfr.  Bart.:  vign-iìgn,  s.  'unusquisqne');  quindi:  *v-eg>à-di 
'v-eéél;  e  finalmente  l'&tona  in  t,  per  la  palatina  o  palatile  attigiia. 
Circa  la  qualità  di  voce  enclitica,  propria  ai  continuatori  ^  *omne-*i 
si  possono  opportunamente  citare  il  garden,  uni  (untln  ecc.),  che  ri- 
viene  al  num.  85  di  quel  ripartimento,  e  1  bellnn.  ano  e  no.  -  Poi  è 
da  notare  la  prostesi  non  salda,  ma  solo  accidentale;  Yn.  me.:  ti 
v-ai  In  essi  (ci),  -che  v-arret  -che  elleno  (cfr.:  e  oates  e  vostre,  allato 
a  con  vostet;  toltele  ia  toglietelo  via  [ammazzatelo],  tut  via  tollo 
via).  284.  Babt.:  dart  (allato  ad  &  magn  deirta  dextrorsum), 
cfr.  'Mar.',  e  pure  questo  esempio  di  metatesi  si  dovr&  forse  ripetere 
da  congiunture  in  cui  il  vocabolo  fosse  proclitico  (cfr.  livinaL:  dàrt 
beli  molto  hello,  Schh.  233,  e  C.  Ili,  §  1:  comparativi);-  bouDJ 
(bruciare);  Yn.  ms.:  p^rjè  pregare;  Hall.:  porvi,  cfr.  imjjortnaft 
n.  42,  il  num.  124  soprasilv.  e  il  C.  IH,  §  3.  28B.  Qui  Ta  rioordato: 
da  eiga  irrigo,  di  Bart.  {allato  ad  ega  aqua);  e  forse  anche  lot'V'' 
Hall.  121  (Sohn.  50:  letica)  lingua,  cfr.  n.  44. 


>vGoo»^lc 


9  3.  Seziona  centrale;  B.  ir  b.  Baeifio  datte  Oaden.  Valla  dall' Abbatta.  XI 

2.  Colfo«co. 

1-S,  amé  eoe.,  pUh  •piacere;  ma  sì.  il.  crai;  tà'rra,  aDd'ntu,  éd'ntuty 
raddttna.  28^  H/e;  SoS.  28.  pirft  K.  ìtd'lla.  M.  ri  owa  ecc.;- ri!.— 
44  (4S).  vdinxe,  intdinSf  (cfr.  ìpldtnSa) ,  6dtnder,  (orddla).  fi^-S.  mùr,  ttS; 
a  uà;  /Ce,  (tic;-  può;-  ia'hia.—  66.  ctJ^;-  Btdl.  Vi.  [étdt].  W.  dur.  — 
m.  *n  Àl«r     17».  cri. 

3.  Corrara. 

1-S.  Infili.  blaStmé,  'éaré,  coé  a.  61,  stimié  soiQsiare,  vadane ,  raSoné, 
avanx^;  ptop.:  Ite;-  tire  't  fte;  verité,  tonile  ;  alte  -■ta.n,g9rmél  grem- 
biale; éa  n.  72,  /'^ie  faccio,  pére  pad»,  lére;  ma:  dra  aja.  Strada,  a 
tiabet,  da  datus.  7.  dme  (io  amo)  6.  fiaó  flaccidus,  ardn,  pi^ja, 
Irai,  pldza,  [tdbda  sabato,  cfr.  garden.  219J;  ma  vérde  'Ardere.  — 
10.  fali  falsas.  17.  ftdma.  Vè-Vl.  Cfr.  40.  Mn.  tónte  tans,  senljo 
-tia.  40.  diiip'  (=*dait-i),  vaiffJie  video;  ma  tra  labiali:  p6ver  ['póver 
'pever,  vedi  'Gardena')  pipar,  cfr.  fUmenes  'Maréo'  18,  ecc.  tì.  arps  ' 
irpic»-,  cfr.  32 n.  48.  aaurón  sabulone-;  e  quasi  da  u  secondario:  ler- 
ridù',  zojadù',  oltre  dùff  (ocZut-f-t)  tutti.  52.  aste.  64-41.  faja;-  cfi'ssa 
coxa.  SO.pliima,  bùrt  (*brut  brutto;  dal  lat.  òrilt(^,  come  ha  il  Diez, 
ed  «  confermato  daH'fì  ladino),  d'tffù  di  sicuro*,  fùm  fune,  cfr.  'Val  di 
Non  ecc.';  sapli',  odù'  (red.),  e  in  quest'analogia  pure  vdù'.  41.  far 
eòa,  eoe  (far  covo,  covare),  ìòn  javeni;.  «4.  la  wm;-  gótta,  otp, 
torifn  rotundus;  cfr.  111.  72.  pldmes,  éea  *avas,  cfr.  1-3  bad.  — 
SI.  M.  féìe  1-3,  di'le,  dme;  ìére  1-3.  K.  iùin.  111.  cùtra  coltre.  — 
IS»»  (210.216).  Cfr.  72;  cwi  "cuvrir;  «cri  scrivo,  pali'  *aequalivo. — 
187,  03,  vas,  ami  amaa;  otn»  (sg.  omcCf  madri;  cfr.  num.  32n,  e  72. 
—  154  (cfr.  'Badia'),  cttràn,  Strah.     1!9.  ca  qua.     SiOS.  ri  rido. 

V.  VàUe  ieUa  fiarileaa. 

1-3.  Va  è  ioalterato  nel  ptcp.  m.  sg.:  'éantd,  purtà,  ecc.,  che 
è  quanto  dire  in  -àt  ài  fase  anteriore;  cfr.  insta  astate,  ecc.  *. 
Del  rimanente,  passa  in  e.  Cosi  neìV-àre  dell'infinito;  e  qai, 
all'infuori  de' casi  speciali  di  cui  aiamo  per  toccare,  qualche  na- 


'  tanfi  gra  Vk.  171,  cfr.  pag.  97  n-  L'd  canserrato  anche  in  itdta  ttdtts 
Vh.79,  cbe  ò  noteToIe  anche  per  la  tenue  (Hall.  107;  slatta);  ma  del  rima- 
nente: ométta  amidet  Vs.B2,Ìapéda  chiappala  Hill.  155;  ecc.-  Plur.  masc.. 
perdttttf'i  Vn.  194,  amnutlfi  ìb.  102,  amf'i,  ib,  82;  e  co»!  prf'i  mertf'i  ecc_ 
ih.  6],  allato  ai  sg.  pra  tturSd  ecc.-  Plur.  di  temi  in  *-tat:  mrité-i-et  fau- 
Jiié'i..et  intti-i-et  RiP.,  allato  ai  sg.  furiid  fauxild  ecc.  E  ancora  si  noti  l' a 
"«Ha  corrìapondenza  di  -<^'r  lat..al  n.  87,  e  di  dj'r  romanzo  al  n.  171. 


;vGoo»^lc 


3^  Ascoli,  Saggi  ladini,  L 

tÌTo  mi  faceva  sentire  an'«  chiusa,  come  nei  rispettivi  esempj 
la  riproduco ,  laddove  costantemente  io  vi  sentiva  un*  e  beae 
aperta  se  preceduta  da  i  o  daj,  e  pure,  di  solito,  se  preceduta 
da  'e  0  ds  e.  Ed  ecco  ora  la  mia  serie:  amé,  llamé  117,  hleite- 
mé,  adruvé  '-uvré,  br^vé  abbeverare,  gazunéOQ,  amé,pauisé 
(peussé)  93,  auzé  \0;pese',  'éante',  reste',  purte',  salude';-  ma: 
arpie'  erpicare,  sfadie',  sfumié,  sfrie',  runi^  (runtte")  'rumicare 
ruminare  (cfr.  mil.  runtegà,  ecc.),  'cari^,  risié,  pUe',  fnaj§\A6, 
pajef,  gàie',  taje',  sunie'  {sumié)  somniare;-  se'ce',  stanc^;- 
cer'óé  'cercare'  col  signif.  di  'assaggiare'.  Questa  differenza  dei 
due  diversi  esiti  AslV-à  fuor  di  posizione  (e,  e),  seconda  il  suono 
che  gli  preceda,  non  mancherà  pur  nelle  residue  serie  a  cui  ora 
passiamo  *  :  rer,  lers  larice,  'cer,  'cg'rja  carica  n.  165;  èia,  séta 
scala,  mei,  [kéles;  mèi  Majus];  ile  n.  117,  "ce  caput;  nes,  c^sa; 
ézé  acido,  pes;  speda,  cantéda,  jéde  n.  160-5;  \égay,  pére, 
frédes  fratres  (aing.  fra  *frat,  v.  sopra),  'ce'ura,  féver;  ecc^ 
Cfr.  num.  8. 

&.  6.  san,  'cah,  pan,  man,  lana; —  7.  fam,  ama,  ecc. 

8.  ^al  gallo,  'cavai  (pi.  'cavai  a  'cavéi^),  dlàca  cfr.  a.  121  e 
p.  ICl  n.  2;  sóbla  scapula,  caz  cazza  (mestola);  ecc.  Ma  sì  ha 


'  Un'indagine  piti  ampia  e  più  sicura  cba  a  me  non  fosse  dato  d'istìtnin. 
potrà  poi  misurare  per  quanta  porte  delle  serie  la  differeni'^  ancora  sì  svT«rl£. 
A  prima  vista  può  parerà  intanto  strano,  che  l'è  rimanga  più  ap«rts  dote 
preceduta  da  suono  palatino  (cfr.  p.  148-9)j  ma  verameuts  sì  dovrà  stabilire. 
che  la  due  diverse  e  non  avessero  uno  sviluppo  al&tto  simultanao.  Piti  aotiu 
sarà  l'esplicazione  de!  fenomeno  di  Ea  ja  in  ceje;  il  quale  era  poi  comersf- 
gìunto  dalla  geeeraie  determinazione  di  fi  in  s.  Dei  due  fenomeni,  non  Ted«- 
vamo  ia  Sotloselva  m  dou  il  primo.  —  Il  Vun  non  ha  avvertito  compiuti- 
mente,  massime  per  gl'infiniti,  la  didbreoza  di  cui  tocchiamo;  e  dova  purs  si 
ìè.  a  notarla,  il  fa  in  un  modo,  che  le  mie  sperianze  mi  costringono  a  rifiutare. 
Egli  scrive,  p.  e.,p<yi;  cioA  vi  adopera  qnell'e  che  risponde  all'p  della  nostra 
trascriiione;  cfr.  n.  19  ecc. 

*  Es.  di  voce  ted.:  oéla  vrahl,  scelta,  ib.  161, 174.  Ma  non  saprei  aeeogiìer<! 
sotto  questo  numero:  riia  {=  ital.  ragia  *rasia)  pece  Vn.  ISS,  o  il  ainonÌDio 
alto-eogad.  nsclui  Car.,  come  farebbe  Steno.  SO;  e  li  dichiarerei  pinttosto 
da  *rrti/a,  secondo  il  num.  101. 

•  Nel  tipo  iaoM  (-fi),  il  solo  ammesso  da  V».  66  (cfr.  Hau,.  1 13),  fiisM 
ad  -ali  che  più  non  si  distingue  da  -él  (v.  num.  97);  e  ivi  si  aggiuogono:  ?f  ■ 
galli,  bf'i  balli;  cfr.  cvrfi  coralli  ib.  119.  Ma  pAiVf  giallo,  ib.  137,  si  rappit» 
direttamente  al  ted.  gelb. 


;vGoo»^lc 


§  3.  Ssiione  centrale;  B.  v.  Valle  della  OardetM.  363 

Ve  nella  forinola  AR+cons.;  e  pur  qui  incontreremo  l'è  aperta 
io  esempio  in  cai  segue  a  palatina  (cfr.  1-3,  ma  pare  il  28). 
Quindi:  eri,  terd,  vérder  n.  229,  lerg  lérga,  ecc.  «;  ma:  'c§rn. 
Si  aggiunge  Ve  nella  formola  kh^làb.:  pelma  e  pélpa,  la  pal- 
ma (mar.  ecc.:  palpa);  e  ancora  vele  al'quid,  n.  229. 

9.  Cfr.  n.  99».  —  IO.  àut,  àuter,- 'càud\  fàus,  fàué,  càué, 
'càusa;  'caucàn. 

13-17.  stanga;  caucàn,  pi.  -ani  [aie],  [mànja  manica] ;j(5  cdnte, 
piànta,  grand;  sant;  ann;  camp,  fiamma. 

[18.  fénnes  femine].  19.  31  *.  avei,  plaze'i,  vayi,  ud^i 
vìdere*;  s^ira,  ce'ira;  te'ìla;  ve'ina,  àe'ina,  codeina,  sere'in; 
tre'i;  séida,  mune'ida,  aze'i;  se'if  sevo  ;  -  ma:  plen,  fen;  me,  te  ^. 
22.  33.  Il  dittongo  dell'e  (iV)  ricorre  con  particolar  frequenza: 
mie7,  lie'zer,  dici,  tiebè,  jieura,  lie'vr  (e  pur  lievr,  pi.  lie- 
vri);- pe,  pi.  piés.-  Dittongo  d'e  second.;  vie're  {-ra)  vetro, 
col  signif.  di  'finestra'''. 

'  Vn.  109:  òériai  134:  Bérbta  Barbara;  (fó:  di-vird  Dio  guardi,  17:  mft~ 
tereérda  (mattar  guardia)  stare  attenti;  112:  bastérdi  137:  gherd  {t.  à'^cc: 
gardùc)  gagliardo,  fase,  gaiàrt;-  195:  se  sélve  si  ealvi,  198;  pélpa  palpat;- 
RiF.:  'l  serti  sarc'Io-. 

'  9.  Vk.  129:  "iatiéia  calcara;  RiF.:  mania,  pi.  manéies;-  mulini,  pi.  mu- 
liniies;  Hall.  142:  aurijes  operaj  (cfr.  ag.  aitrf  n.  75-81);  Vn.  133;  sU\  ecc. 
Son  degni  di  nota:  din?'i  e  tautei  (Hìll.  117,  127;  Vn.  163, 199,  173,  118), 
cbe  oggi  pajoD  limitati  alla  funzione  plurale,  quaai  fossero  da  sing.  in  -al, 
ma  probabilmente  conservano  l'-i  del  tema,  imarrito  dagli  altri  esempj.  An- 
cora si  abbia:  coiwftf  «rtfo  di,  quando  spunta  {*s-claira,  t.  p.  275)  il  di,  Mur. 

'  RiF.:  fàuda,  e  il  verbo  che  ne  deriva:  favdi;  cfr.  smawté  Vn.  154. 

'  Il  primo  elemento  del  dittongo  dall'i  e  dell'I  non  ha  sempre  il  medesimo 
EDono  pnrs  in  bocca  del  medesimo  individuo;  e  la  esatta  sua  trascrizione  é 
assai  malagevole.  Ma  lasciando  le  minime  difièrenze,  D0ter4,  come  in  qualche 
esso  ai  rasenti,  o  ai  raggiunga  a  dirittura,  l'a  che  incontravamo  nel  badioto.  - 
CmI  a  me  accadde  di  sentire:  cr^er  (Vun:  crf'j'w)  credere,  o  pà'tr  allato  a 
Pfir,  pirom,  tra  individui  di  una  stessa  famiglia. 

'  twin  etira  (cfr.  n.  154)  Hall.,  cfr.  ttop'iro  ecc.  Vn.  94, 170.  Eur  qui  à 
passato  oeir  analogia  deUa  seconda  conjugazìane  anche  plvfi  V».  150,  cfr. 
'S.  MarL'—  21'  (v.  p.  15):  paréi  Hall.  127,  ^;iar<ii  bad.  ib. 

'  AI  fem.  plf'ina  Vn.  198.  Senza  dittongo,  all'uscita,  pur  crp  credit  Mua., 
cfr.  la  prima  nota  a  qnesto  numero.  Con  -in  =  *-ètn':  ruSin  num  70*. 

'  Ma  pur  tra  i  diversi  esemplari  dal  dittongo  della  primaria,  qui  s'inco- 
miacia  a  sospettare  qualche  dìangnaglianza  di  età.  Antico  é  aicuramente  ìl 
ilitL  di  in-jir  Rlf.,  in-jirn  Vn.  106  (cfr.  <LivÌDaUnngo'  28),  jeri,  a  di  sifret 


D,qit,zeabvG00»^lc 


364  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

24.  ^'6;  die',  mie',  [tt^];  riè*. 

26.  beh';  ven,  teh. 

37.  38.  A1}on(Ia  pure  il  dittongo  AeWe  in  pos.  (efr.  n.  23-3): 
e  suona  ig  dinanai  a  r:  pi^rder  pi§rd,  ie'rm  Terme,  i^rba, 
tiéra,  fi^r,  infiérn,  invie'm,  [cie'rc  cieco  (guercio),  vig'ra 
guerra],  ecc.;  ma  iV  (l'e)  negli  altri  casi:  siés  {sies)  sex,  Hé- 
ser,  pie't,  lie't  (lièi),  pie'ne  pecten  (le'  ridotto  ad  t  f.  d'acc.: 
pine  pettinare,  Vn.  150);  spiedi  specchio  118;-  bi^sa  107,  Con 
Tocale  scempia:  vedlll9;  e  cfr.  i  num.  31, 327»,  150-1  ». 

82.  mehs  (pi.  me'i5),  me'isa*;-  ste'ila^. 

33.  35.  vih,  fin,  uh%  vicino,  farina,  prim,  fll,  vif,  seri  «cri- 
vere;  ecc.;-  durmi  infln.  e  ptc,  uni  venire,  teni,  senU;-  ni/ 
riTo.      84.  fre'id. 

36.  dt';-  38.  tema;-  H).pe'ir,p^il,  m^ina,  ite'if,  se'il^;  dfit. 


siero  ib.  121,  e  pur  à'intif'r  (-5r)  ib.  137.  Ajieora  ho:  trif'va  {-^)  Vk.  183, 
~=  triegua,  efr.  p.  170  d.  3.  E  con  i  f.  d'ftce.  per  Vie  io  scc:  nàU  smelsre 
Vn.  148,  efr.  aiui  iiapare'(n  67]  ib.  154. 

.  '  Quectft  proDnneia  ho  io  Matita,  ma  trovo  scritto  Bnehe  rif.  E  iaorì 
d'acc:  la-ridd  rifdd,  cattiTeiia,  Vh.  161,183. 

■  E  pure  Vn-,  cori  'l  6fn6S,165,  coma  in/i  &fn%;  ma  Hill.:  'l  frnnllS, 
biitu  141,  e  ancbe:  neiit  142.  Per  ùmili  et  di  Hall.,  v.  ancora  il  nàm.  3S«. 

'  Ancora  col  dittongo;  viert  prepoBÌi.  Vn.  77,  efr.  ni-ei«r  (ituù)  eoe  ib.  ISS, 
nei  quali  composti  si  santo  l'influsBO  dei  ted.  'aaf-TBrta' eco.;  mif'é,  di  ni 
T.  il  n.  97;  priéi  prezxo  Hall.  127,  Vn.  1T7,  efr.  n.  28*  alto-eugad.  Airensio 
dunque  il  dittongo  nelle  formolo  BR  +  con*.,  EX,  ECT,  BCL,  ESTJ,  EU, 
BTJ.  -  Senza  dittongo,  cioi  con  f  (i)  od  o  del  Vian  (efr.  &.  31  «  42),  il  qimlc 
nel  dittongo  ha  generalcoento  id  pel  nostro  if,  si  notino  ancora:  t^'fa  asci 
Vm.  57,  to  da-mdx  tor  di  metta  ib.  169,  vSaUr  auere,  [bastia  ib.  ISÈ],  fótta 
ib.l07,  sòtt  ib.  75.  SI  (efr.  SS  in  □.).  Vn.  «5:  uédll,  Mddtt  (HalL  142^:  m- 
dól),  anÒU,  curtSll,  mantoll  wx.  (etr.llS:  icwdòlla;  Ra.:  pvrtàlla,  taH- 
ftilla  eatenelIiL);  eoi  il  IUf.  assegna  il  piar,  in  -ifi  (*idl-j;  efr.  il  friaL  a 
'Piemme'  a):  viifi,  mantici  ecc. ,  e  cosi  bifi;  efr.  Hall.  1 13 :  uHl  viiSi.  No- 
terole  4  il  plurale  del  moDosillabico  pBU  pelle:  pàoei  Vn.  66,206;  la  qui 
forma  si  dichiara  dal  nnm.  Ut:  *ptl'*  *p4utt  *pfHt,  ondejtpt-e*  sulTsnslo- 
gia  generale  dei  plorali  in  ->. 

"*  lalt  imprfiu  latte  rappreso  Vn.  121.-  L'i  qui  pure  nell'esito  di  'pagtow': 
pa-v~iia.232. 

'  dSn.  AI  -metiUr  delle  altre  fonti  (nnm.  230),  Haller  rispand»  per  fMf- 
mtintr  105;  e  cosi  ha:  seimpr  ib.,  e  dall' s  secondaria:  t«ima  (Vn.;  nfMa)ib-< 
a  tacer  di  dtittg  142,  ohe  é  va  esempio  da  non  confondersi  con  gli  altri.  Cfr. 
il  D.  SS  in  nota,  e  il  44  nel  testo. 

■  éf'if  (bad.  cei  Sehn.  50)  cibo  Vn.  1 19;  VfUe  veggo  ib.  86,  tifiduÀ  v«dc(ii 
RiF.  {cfr.  Vn.  196); -  póoer  Rif. ,  cfr.  'Corvara',  Sn^cer  Vn.  1^  Mb  bibe  Mcb- 


;vGoo»^lc 


S  3.  Sezione  centrale;  B.  f.  Valle  della  Qardeiia.  365 

41.  éink;  ite  ìntus  •  ; —  42.  'éavél,  verd,  érpea,  é^nder,  d«- 

me'nja,  teh,  stre'nzer,  'nt^nzer,  ve'ncer,pes,  bcc.^;  cfr.  118;  — 

14.  Qui  spetta  0  riflesso  di  'Illa  illae':  (fila  e'iles,  allato  al  masc. 

el{el). 

46.  sabl^,  pgm;  e  il  riflesso  di  'nomen'  passa  all'aDalogia 
del  n.  52-3.  Ma  dayanti  ad  altra  consonante  clie  qod  sia  nasale, 
il  costante  riflesso  àéW'ó  lat.  suona  e'u  ':  e'ura,  eur  orlo  e  cima, 
léur  il  lavoro,  figura  fiore,  tniéur,  sinfur,  s^ul  solo,  ne'us, 
guléus,  invidiétts,  che'ut  cote;-  us  voce,  cfr.  n.  129^. 

50.  g'ra  ded^'ra  n.  132,  sor,  mor\  boh;  bo  (pi.  bitea  n.  52). 

51.  Par  qui ,  nella  continaazione  di  'tono-*,  la  base  u,  e  quindi 
l'e'u  dei  nnm.  61  e  46;  Rif.:  'l  tenne  il  tuono,  'l  te'una  tuona. 

53-3.  n  dittongo  è  frequente,  .e  il  suo  accento  oscilla  di  con- 
tinuo {uè  ùe):  uél  (àSiy  vuole,  duéle  duole,  linzuél,  citer,  mué-' 
ver,  vtémes  hominas,  muéver,  nuéf{n&èf,  pi.  nùève8),uét  vuoto, 
Cìiéga*;-  lùèc,  fUèc,  xùèg;-  iief  {uéf;  pi.  ue'ves  ùéves),  n&Sm 


'  [RiV.:  Minta.] 

'  masolla  V».  109,  allato  a  tmell  65;  crosta;-  chfst,  pi.  fhis,  ib.  72-3;- 
lètiga  ib.  109,  v^nta  vinta  ib.  198,  ìf'mpl  BCempio  ib.  139;-  [fartéS  parti- 
Ke  ib.  192,  amunft,  *f  jWtif/,  Mnx.,  ofr.  Ili,  3];  maruf'ja  Rv.  (-cga  Va.) , 
marsTiglta. 

*  Quindi  l'ùiTerao  di  oiA  che  incóntraTamo  iu  Sottoaelva  (Tamliaeca,  Mun- 
togoa).  doTe  il  rifieeko  dittongato  era  davanti  a  nasale.  —  Quanto  A  poi  alla 
Matta  datarminacione  del  dittonge  gardene«e,  non  poaao  bene  intendere  ctmia 
avvenga  che  il  Viàh  lo  trascrìva  quasi  sempre  per  ou,  laddove  io  altro  non 
•OM  mai  rinacito  a  aentlre  m  non  f'tt  (éu)\  ed  étt  ritrovo  co«taot«nient«  pur 
Balle  note  del  Rifxsbeb.  Analoga  osservazione  si  dovrà  ripetere  pei  nnm.  61 
«65,51,57,58,  111,  e  confrontare  il  75-81.  Vero  é  bensì  che  sempre  si  risale 
ad  OM  dì  faae  anteriore  e  che  Halleb  scrive  anch'egli:  amour  113,  louf  121, 
bniKllQ;  tnlowrlOS,  ioué  libi  ma  vero  6  ancora,  che  dopo  aver  dichiarato 
che  Hiratti  di  no  ou  alla  portogheso  (OS),  il  medesimo  autore  ci  dà  ben  di  fre- 
qnsntorw*:  ti ffntur  UO,  n5,  oneur  crtatwr  U3,  tutu  nos  105;  crewcfcUS. 
V.  anche  Schn.  55.  Ancora;  àardff'us  Rif.,  al  rovescio  [di  ritroso);  cfr.  'Co- 
melico'  3.  nnm.  46.     47.  V.  U  W. 

'  Ancora:  p^uét  n.  99,  teJruél  *oase^o  formaggio  V».  121;  uéU  olio,  cfr. 
■Bad.'  a.  97;  timél  modo  Vm.  161, 168, 194,200;  euéler  ib.  91.  In  ordina  aU' ac- 
cento, si  possono  ancora  addurre,  per  quatto  numero  e  pel  56:  titm,  reapùend, 
MiTT.  26.  Pare  d'altronda,  a  prima  vista,  di  aver  qualche  esempio  di  5  gar- 
dsD.  per  IM  di  «-dio;  Rif.:  (uftioio'l,  piccolo  fenile,  Vn.  105:  'i  rt»/ó'(  (rw/.), 
rugiada,  44:  TUu^L,  Pradó'l,  nomi  locali.  Ma  A  da  considerare  che  gli  stasai 
sntorì  traacrìvono  per  -5U  1  riflesai  garden,  delle  basi  -tf/f  ed  -Ut  (a.  31  e  42), 


:vGoo»^lc 


366  AbcoIì,  Saggi  l&dini,  I. 

nuém  inùèm,  cfr.  n,  46  e  l'esordio;-  triiep;-  zue'bia;- pl&éja 

{pluéja);-  pùéc,  pùere,  cfr.  n.  68. 

54.  Rimane  intatto  Vo  di  pos.,  come  già  avverti  lo  Stenqbl, 
dinanzi  a  l,  r,  s:  egli,  [àia];  fòrfes,  corda,  ò'rde  v.  n.  97  bad., 
dorm,  pòrta,  mort,  mòrsa  morso  aost,,  to'rzer;  nasi  vosi  (pi. 
m.  nos  vos  Vn.  71-2);  os  (pi.  os)  ',  'MoUis'  però  ci  dà  il  dit- 
tongo in  una  delle  sue  continuazioni:  muéle,  dilicato,  allato  t 
moli,  bagnato,  Vn.  138;  cfr.  nel  friulano,  con  inversa  applica- 
zione dei  due  continuatori:  muéll  madido,  moli  doscìo. 

66.  Va  ripetuto  dò  che  premettemmo  al  n.  52-3:  siien  stién, 
scUender  scuénder,  resptténder,  frùént,  pùént,  tuésse  tossico, 
cuéssa,  cuécun  coccinus,  ouét{c{e.  l'inf.  cuézer  Vk.  143),  nuét, 
ùe'dl  118;  fUéja  Rif.  ^;  e  col  continuatore  semplidcato:  te'nder 
tendere  ■. 

hi.  RiF.i  des-fuzer  dis-volgere,  teut  tolto,  cfr.  n.  Ili  ♦. 

59. 60.  mul,  fìtm,  piuma,  un  ",  ^azitn  96,  luna,  mur,  scur, 
piti,  des-nUt  nudo;  avU,  temit;  cruf.Ma. 

61  (cfr.  num.  46  in  n.).  ze'ttn  juvenis,  le'uf,  cre'us;  ze'uf; 
s^ura  supra  ^. 


e  che  quasi' -òli  può  aasai  facilmente  riducsi  ad  -ài,  con)*4  in  'Cancól  (Cui< 
cello),  ancora  tra  i  nomi  locali,  Vk.  ib.  Un  veit)  riflesao  di  -ola  é  airiacoo- 
ti'o  Piiuéla  ib.  Piuttosto  riconosceremmo  ò  garden.  :=  *ó  second.  in  nSsia 
(nessa  *néùssa)  svenimento  (Vn.  58  ;  uebelbait ,  Rir.  :  dbnoiacht  ;  cfr-  ìinl  da 
nòia  STenireVs.  170),  •nópja-nausaa,  ebe  ricorda  l'a^att  grig.  naiw  noi, 
malo,  cattivo,  la  ragioa  morfologica  del  quale  non  A  perO  beo  chiarita.  Cfr. 
ScBH.  40,  Steno.  61,  a  il  num.  56,  nel  testo  ed  in  nota,  al  qoala  Teramame 
spetterebbe  un  tale  esempio. 

'  Io  altre  formole:  mont  Vn.  105,  oK  ib.  75. 

*  véi  yoglio,  Dti^ja  la  voglia,  Rif.;  [fntru/t  ib.;  Hall.  133;  incuoi;  Vn.  93: 
fncoi];  tramuéìa  tramoggia  Vn.  187.  Il  fenio.  dì  cuééùn:  cuééfia  Vm.70,164, 
ma  nel  seconda  luogo  è  in  una  fì-ase  (er  me  non  chiar»;  f«  la  roéa  iWcm, 
andarsene  ex  abrupto  dal  sarTiiio. 

'  Ancora:  cunf'i  conosca  MuH-,  cfr,  il  marebb.,  ma  insieme  l'-f/  {=  iU  'itti] 
al  num.  4S  in  n.,  e  Tedi  finalmente  il  num.  5S,  pure  in  n-  È  un  esemplii«>  1* 
cui  diffusione  ne  rende  incerta  la  ragion  fonetica;  ctr.  'Colle  di  S.  Lucìa',  * 
pur  nell' agordino  entrale  {§  i,  a):  cognésse  conoscere  a  conoMo.  In  no  m|- 
gio  livinalese,  coli' a  per  e  di  fase  anteriore,  come  a  quel  dialetto  ai  coarien»: 
al  eognasi  egli  conosce. 

'  68.  Rif.:  inif'ur;  t^'wia,  v.  pag.  133,  n.  3. 

'  S' avrebbe  un  dinanzi  a  consonante,  un  dinanzi  a  vocale,  Vk.  54  (faui-  m). 

•  RtF.:  chfune  cuneo.      63.  tut  Vn.  139,  /!«(  ib.  64. 


;vGoo»^lc 


I 


S  3.  Seziono  centrale;  B.  v.  Valle  della  Gardena.  367 

64.  g'nìier,  mg'sa  musca,  sqU,  bg'ca;  ecc. 
65  (cfr.  num.  46  in  n.).  VR  +  cons.:  fe'ur  furnus,  b^ursa, 
se'urd,  fe'ur'óa,  te'urbla  [sic;  v.  la  nota]  'turbala;  VL  +  con$.: 
de'uc,  me'uzer,  che'utra  calcitra,  cfr.  67  e  111  *. 

61.  p^ina  (oe);  ciel  siV/*(ae)s-  68.  RiP.:  làuda,  pàusa, 
ViK.  82:  àud  audit,  177:  óusses  hai  licenza,  osi,  il  cui  doppio  s 
(ìnf.  ausse'i)  accenna  alla  fase  'aulsà,  cfr.  friul.  olsà  =  ausà. 
Ancora  si  ricordino  àu'ca,  tlàut  {ìli),  e  il  d.  93,  sempre  con- 
siderandosi che  l'àu  si  vede  in  quegli  esemplari  ne'qnali  a  lui 
succede  tal  consonante  che  favorisca  lo  sviluppo  au  aul,  in 
correlazione  col  num.  10  (cfr.  p,  157).-  Ma  all'incontro:  Qr,  cui 
si  vengono  ad  aggiungere  gli  esempj  di  alterazione  terziaria, 
addotti  al  n.  52-3. 

70.  tublà,  cfr.  p. -58  n.";"  70*.  ruzìn  d'uà,  racemue,  Vn.  e 
RiF.;  rusné  parlare,  cioè  'ragionare',  fass,  rózonàr,  bad.  ro- 
zoné,  Vn.  152,  cfr.  soprasilv.  rttschieni  pag.  30  n,  e  38a.  >.  — 
87.93.  Esempio  sporadico  di  -e  da  '-a  fuori  d'acc,  pu6  parere 
js'de  160-5,  ma  veramente  non  si  tratta  sa  non  di  genere  mu- 
tato (Vn.  197:  'njède,  cfr.  ib.  76, 199),  e  quindi  di  vocale  epi- 
tetica,  indistinta  (e  àtoua),  che  in  ispecie  ricorda  te'une  tuono, 
cui  si  aggiungano:  ée'ire  Hip.,  il  cero,  avare  ib.  (cfr.  gobe  gib- 
bosus,  nel  gloss.  bad.  del  Bart.).  Del  rimanente,  per  l'-o  in  dile- 
guo nella  prima  del  verbo  ed  in  '-tro:  àmef  lére  ladro,  vie'- 
»'e23  (cfr.  MuR.:  vadàgne  sost.,  cumpàgne  id.).  75,  81.  ^alùn 
num.  96,  trafuèies  trifoglio  Rif.  ,  ecc.  *.      77.  83.  uasta  vescica 

'  Vn.  e  RiF.  hanno  il  maac.  tfutdl  (tourdl) ,  e  questa  collo  di  deve  eésere  la 
vera  forma  gardaneae;  dftlla  quale  riBaliamo  normalmente,  per  dl  =  *gl  (n.  1 18, 
121),  a  •targulo  (tur[g]volo)  ecc.  di  Tarj  dialetti  veneti,  che  incontriamo  nel 
paragr.  4.  luollre,  Rir  :  ihsfut  insulBO,  TOf'vtra  (*mulctra)  truogolo.  Ma 
córrer  con  Vct.  91,  e  scòta  taci'  (ascolta])  V».  96,  scota  3W  ascolta  ib.  1%, 
•ÌUfo  alrinf,  scvié  ib.  153,  cfr.  HaL.  125, 

-  chifT  quaere  Mur.  E  con  l'esito  deira«  latino,  viene  a  ragguagliarsi  quello 
dell'ai  tadeeco  di  'miiinen' (meìnen)  opinare,  e  'smdiheln'  (echmeicheln)  ada~ 
larerjp  tnif'nf  Vn.  95,200,  infln.  mine  ib.  148  (cfr.  aivé  num.  23  in  nota);  un 
imieler  un  adulatore  Mub.,  iufin.  smilé  Vn.  154. 

'  Per  questo  numero,  come  pel  77-82  e  per  l'85,  cfr.  Scbn.  42-3,  Schuch. 
Itw.  30,  MuBB.  Mitacbr.  f.  d.  Ósterr.  gymn.  1870,  p.  290. 

'  Allatto  al  fenomeno  di  *e  itona  in  a,  ai  dichiara  aisai  semplicemente 
insilo  di  *óu  àtoDo  in  au,  poichd  gi&  avemmo  a  i-ìconoscere  (t.  in  ispecie  il 


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368  AecoU,  Saggi  Uaìnl,  I. 

Vn.  189,  udéi  19,  «ii'n,  uni  33,  cfr.  129»;-  fìtjd  fegato;  zum- 
ìtlin  RiF.,  gemello  *.  85.  dule'i;  muri  durmi  purté  [in  acc.  : 
duél;  mor  dorm  pòrta);  cfr.  n.  137,  e  Rip.:  gudòn  guddis,  go- 
diamo ecc.,  allato  a  gode  gódes,  godo  ecc.  Inoltre:  euìruvé  1-3, 
sumié  ih.,  furmia  165,  suriéa  169;  e  v.  U  o.  229  bad.  ". 
93.  paussé  (peussé),  e  da  Rip.:  leudé,  sguté.  1 

96.  zónzer,  i«;  gazim  >.    99.  ^a,  pi.  éies  *.    103.  splénga.—  ' 


nam.  46  in  n.)  coma  ogni  *<!w,  qn&l  pur  sìa  la  sua  proTBiii«Dza,  qui  n  rìdaci 
ad  f'w.  CmI,  accanto  a  òfuga,  é  boko,  del  num.  Iti,  arremo  rìnflu.  bmaé 
[-gè)  Vtf.  141;  e  accanto  a  tf  futa  n  volta,  o  de  f'uta  dar  volta.  Hip..  I'ìd- 
flu.  ouM  Vh.  141.  iDdiTenafitrnioIa:  7  tp'tma  (n.Sl),  coH'inflD.  toWMtf  Vh.  157. 
E  M  accanto  a  If'wr  (a.  215),  che  avrà  la  analoghe  voci  aal  praaeuta  d«l  varìw, 
ci  occorre  l'infin.  laure  Vh.  147,  più  à  probabile  che  queato  rìaalga  a  Ifuri 
cha  ora  a  lao'ri.  Finalmente,  aurf  opai-ajo  Vh.  Ili,  preiDppono  f  ur«  op«ro, 
ad-f'ur»  ecc.  Di  qneata  giiiaa,  mentre  il  limpido  du  tende  a  turbarsi,  fbarl 
d'accanto,  in  su  (n.93).  l'oocuro  f'v,  all'incontro,  eapandar^bba  fìiori  d'ac 
crato  la  prima  ina  parta,  facandoai  ow.  Al  qnal  proposito  giova  oaaarvare  nhf- 
tum  Ra.  concime  (cfr.  Vn.  130)  *coltuma,  allato  a  oauté  coneimara  Vn.  142 
(bad.  colte.  Urinai,  eouté);  che  è  quanto  dire  l'f  di  fu  pur  fuori  doU'acceali, 
eaaendo  eliao  t'w.-  Cfr.  Hubb.  I.  e.  290-1. 

'  78.  fri  óra  erompere,  fri  ite  correr  dentro,  ecc.,  cfr.  il  ac^vaoilv.;  Mr> 
tldé  Vn.  67;  infré  inferrare  ib.  146.  80.  [sdbe  n.  109;  cfr.  il  n.  97  bai]  - 
SS.  inda  ara  ita. 

*  87.90.  mdier  major,  fem.  md/ra,  Vct.  68, 184;-  Rv.:  pfdu  potuta,  (f- 
cf'n*,  ecc.;  Vn.  143;  «en  dfbité  temersi  (in-dubitarri),  182:  r%foÌé  (venei.  no- 
viaio,  ecc.)  ipow;  zpntdt  n  09.  88.  fot  follii,  dimia.  flui,  Rv.  89.  It<lfVi 
luminoso  RiF.,  accenna  fórse  alla  fase  *ù=:u  lat.;  cfr.  Scbh.  33. 

*  »u4  giovare  Rir.,  »udé  ajatara  Vm.  156.  97.  mifè  meglio  (cfr.  pifé  pog- 
gio), che  d  forma  da  me  «entità,  ma  della  qoal  tuttavolta  non  uà  retato 
afihtto  sicuro,  coinciderebbe  colla  voce  di  Tiemme'  b.  Del  rimanente,  j  di 
LJ:  fì*éja  num.  56,  c%mné  consigliare  Vh.  143,  ecc.,  pie  pigliare  ib.  150;  t 
analogamente  t  da  l  +  i  di  pi.,  cfr.  num.  31  a  8,  eccetto  il  caso  cha  a  l  p«- 
cada  consonante  diversa,  p.  e.  podi  118,  pi.  podli  Vn.  G5.  Pn6  anche  dìl<- 
guarsi  lo  j  da  LJ,  in  analogia  di  cid  che  troviamo  al  num.  90;  cosi;  tirhfa 
T.  pag.  254. 

*  Cfr.  n.  9.  io  ^  e  consimili  (cfr.  'Fassa'  n.  97)  abbiamo  l'intiero  dilegoo 
di  uno  RJ  di  sillaba  postonica.  Cade  cioA  imprima  ii  r,  all'italiana  (irja  ijs). 
e  poi  lo  j  tra  vocali  (is  éa)  come  avviene  delj  da  ^  (£)  ai  n.  160.^  «  181-3, 
a  anche  di  j  da  LJ  o.  07.  Ma  nel  plurale,  che  sempre  ho  dal  Rifaaser,  par 
che  ancora  risuoni  il  j,  cosi  par  éa  eco.  coma  per  gli  esampj  cho  dipwidsoo 
dai  numeri  ultimamente  citati;  quindi:  gmeiet  'granarie  scope;-  arbfie)',- 
friit»;  ecc>  Anche  al  singolare  resta  costantemente  lo  j  di  *-órjo  *-érja; 
eocA  McvttH  acciarino,  *excuBaorio,  v.  p.  179  e  Schh.  S49;  ptrtoi  *premrio, 


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§  3.  Sezioae  centrale;  B.  v.  Valle  detk  Quileua.  369 

107.  ìfie'sa;-  'cacé  s-cacciare  <.  111.  d^ué  ecc.  65,  el  béuga 
eglièbolso^.  114.  j)fu,p/tì£/' piove,  ecc.;  sàblaZ'^.-  115.  hle- 
sterne,  blanc-  116.  fle'ur  fiorisce;  ecc.-  117.  tlatné  (dame); 
tle,  plur.  tléves  *;  118.  dliéza;-  ure'dla,  ue'dl,  ztiodl,  podi  '. 
119.  Singolare  è  la  vicenda  rappresentata  da  vedi  (vet'lo  vedo 
vegLo  vedi),  cioè  il  ritorno  fortuito  a  più  genaioe  sembianze; 
cfr.  saedla  sedia  badioto,  o  piattosto  marebbano,  sitala,  Bart.  e 
Vs.  116  (garden,  sidlól  pila  dell'acqua  santa,  ib.  184).  131.  dlà~ 
éa  {glàca)  ^.  123.  Qui  rimane  tuttora  il  iJ"  dell'  infinito  in  sil- 
laba àtona:  zónzer,  liézer,  ecc.;  a  tacere  di  quello  di  '-Sr* 
(q.  46)  ecc.  Ma  v.  all'incontro  il  n.  99  '.  189*.  us  46,  cfr.  S8, 
52,  61,  75,  77-82, 215  ».  133,  Q'ra  ecc.  137.  ue'mes  62,  fe'n- 
nes  18,  ecc.;-  2.  pera,  sg.:  àmes,  tòles,  ecc.;  2.  pi.:  tuléis  ecc. — 
144.  Vedi,  per  esempj  di  n,  i  ntim.  5.  6.  21.  ^.  33.  42.  46.  50. 
59.96  9.     156.  V.  i  riflessi  di  'somniare'  e  'femina'  ai  num.  1-3 


nome  di  c«rts  sbarra,  Schheu-  243;  ratói  Vm.  1 16;  Sfntii  corda  al  timone, 
*j)mctorio,  ib.  131;  bagnaèUna  RiF.  B  fioalmeate  il  j  da  RJ  io  sillaba  proto- 
Dica:  etgdm  ys,6ì,paj\tél  pajnolo  ib.  116.  101.  campita  Vn.  117  (éiì=esj 
=  iij,  cfr.  pag.  86  e  aotto-aass.  'cameiia  cl.  18);-  inoltre:  tamfiì  'tamiBio, 
faccetto;  e  cfr.  réSa  num.  1-3  in  n.,  ma  pur  'Comelioo'  3.,  n.  101. 
'  109.  [Mfte]  labbia  Rw.  (cfr.  Vn.  50,  59),  eaputallo  -a. 

*  E  cfr.  *pftH  al  D.  31,  rÌTcdendo  in  lepore  i  d.  31  e  111  bauo-engad. 

*  Vn.  188:  Ea*I  caplom. 

'  Vn.  130:  tltr;  90:  s-tlu,  ptc.  stlut,  chiudere,  cfr.  C.  Ili  3;  1S7:  tìdu'g 
{=tldud+i)  chiodi.  A  meZH)  il  cecolo  XVII,  VlrueripUo  BaptiMatontm  etc. 
di  S.  Udalrico  [Qardena)  ci  dà  ancwa  la  gutturale,  o  tenne  o  media,  nei 
tegnenti  nomi  di  luogo  e  di  famiglia:  da  Qlazea  1^5,  nome  loc.,  oggi 
Dlàces;-  Zonclaner  Clanconer  1656,  nomi  di  famiglia,  che . rispondono 
agli  odierni  nomi  locali:  Zuntlàn,  DUmeàn.  Uà  vi  oacilUamo  tra  Peclin 
(oggi  Pttiitt)  Pecliner  1656,  e  Petliner  1660-61. 

*  Vn.  142:  éfrtlé  cerchiare,  e  cosi  xàntla  ib.  I3t  (v.  p.  303),  colla  aqiIoBiva 
nell'antico  avo  grado  di  tenue,  perchà  proceduta  da  consonante;-  113;  fudlé 
focolare. 

*  dl^M  Vn.  144.-  122.  Vn.  109:  d«Ua;  159;  vodlé  «TÌglare,  TegUare  un 
morto,  cfr.  pag.  58. 

'  128.  Rtr.:  bfipia  vespa,  Mtpw/  vispo;  Vn.  I%;  bolp. 

'  ÌSO-  Vn.  159;  vari,  ecc.;  ITI:  aavf'i  la  eoaia  aovUa  saper  la  cosa  esat- 
tamente (d-dwo,  a  guisa,  cfr.  it.  a  modo).  In  gwartt  vestito,  Hall.  1?7,  Vn.  1 17, 
si  tratta  di  g  +  to  (gawand),  cfr.  livinal.  govant  Hall.  152. 

*  Per  -n  in  -m,  oltre  il  solito  ftan  Vn.  131 ,  qui  ancora  parrebbe  aversi 
fi*lim  ecc.  a.  190,  ma  è  troppo  estesa  questa  figura  (cfr.  'Comelico'  3.,  n.  190) 

Archivia  eIoMoI.  iUl-,  I.  24 


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370  Ascoli ,  Saggi  ladini,  !. 

^18,  e  il  Dum.  2341.      157.  ^amie'  cambiare;  plom  (Rip.:  id., 

•VK.ld&:plon). 

160-5.  caucdn  10,  canta  n.  1,  ecc.;  duca,  wCcà,  fe'ur'ca;- 
saVc=SC[a]:  séla3,  sàblaS,  mg' sa  64;  ~  j^  de,  cfr.  p.  108;- 
paje,  sie'  secaM,  tnastie',  pU^,  v.  1-3;  furmia  eco.  *.  167.  lec. 
—  168.  "Cfp.  n.  56.  169-70.  ceree  d.  1-3;  dlàca  n.  121  ;  surica  ; 
lerin.Z,  ecc.;  plazéi,  ecc.*.  172.  lattice.  176.179.  éga;- 
'n  kert  un  quarto  *. 


per  non  dover  piuttosto  sospettare  ehs  vi  ai  immiacliìi  *-^m[en].  Inoltre: 
brwm  turchino  Vn.  136.  US.  Hall.  I^:  óemt  (livinal.  iemé  ib.  160)  sol' 
tanto;  ma  t.  §4,b,  1.  146-  Qui  pure:  m^  mangiare,  senu  la  nasale,  comi 
aveTamo  al  n.  146  grig.  ecc.  e  a  pog.  286  n.  3;  e  ai  aggiungerebbe  ancha 
ma^iàtr  crapulone  Ri*.  (Vn.  112;  Wbbkr:  majeder  prodigo).  147.  Cmm 
^fn(l[e]f  ifnA\«\r  ecc.,  cosi  si  ebbero  qui  anche  *éiimà\»\T  *jtUm(I[e]r,  cer- 
nere Bteraere  (due  esemgj  di  d  epentetico  che  mancsjio  ai  dialetti  cìtccutì- 
cini,  perdendo  questi  il  -r  pur  nell'infinito  edrncciolo),  che  per  lenire  la 
soTerchia  durezxa  (mdr)  poi  si  ridussero  a  éiérder  Vn.  142,  atiérder  (metUre 
lo  (trame)  ib.  155.  Cfr.  Scbk.  53  e  il  nnm.  146.  La  figura  fonetìcsi,  a  cui 
l'infloito  si  riduce,  passa  poi  in  altre  voci:  tUrdti  cosfterso,  sterdiim  sln- 
ine  Vn.  186, 130.  160-1.  Qui  non  aTTÌene  la  aasimilasione  di  -nd-  io  -flit- 
(-».)  che  De'dialetti  circonTicini  incontriamo  continua;  e  il  gardeneae  dic« 
quindi:  tftider  ai  uéif'i  Vn.  167,  op'nder,  ecc.;  nA  oocorre  sospettarla  in  M 
indietro,  allato  a  do  dietro  (cfr.  129*  bad.),  quello  riTenendo  all'tn-ovd  tee. 
dei  dìaL  grìgloni.  Bene  all'incontro  si  riduce  qui  pare  a  -fi  lo  -itd  dei  gt- 
rundj;  p.  e.:  iantdh  esitando  (t.  pag.  100  e  111  3).-  11  tacerai  del  n  ia  iU, 
dentro,  %  comnne  anche  al  badioto  ecc.;  cfr.  0.  Ili  5.  IM.  la  IvÀ  Innen 
Vn.  63,  rulin  n.  70';  cfr.  il  bad.  e  il  a.  157.  Circa  Ittn  ò  pur  da  conùdenre 
il  a.  150.     1&6.  lumbUn  a.  77. 

'  SI  aggiungono:  «pt^  seminare  Hill.  123,  Vn.  153;  sani  examinare,  &r 
lo  sciame  Vn.  152  (Schn.7I);  slvné,  rìprandare,  ingiuriare,  *a-nom'n«re. 
fkss.  tlontfni  eoc'ib.  154,  Mitt.  S3. 

'  tf'fa  (masc.  tfk)  Vn.  70;  lar^i  *lareata,  resina  del  larice,  Vn.  Ì2S,  T«di 
pag.  149  n.  2  (s  negli  Statuti  del  Cadore,  citati  a  p.  346:  'non  ut  licitasi 
alieni  forensi  collìgere  largatum,  seu  terbentinam  in  nemoribua  Cadnbrii, 
f.  68  fi);  frf'ia  (m.  freik)  ib.  70,  foia  ib.,  tudiia  ib.  198;  T6aruja=azrvA 
ib.  130;  bréa  braca  ib.  117,  pi.  bréias  Ra.-  Ma  bene  apesw  oraiai  risDOit 
il  «t;  p.  e,:  copJ  Vk.  142,  scané  ib.  152,  e  analogamente:  pifghé  ib.  150,  che 
è  doppiamente  anti.4adino,  cfr.  rtfghé  ib.  149. 

'  171.  dUr  acero  Vn.  123,  cfr.  frinì,  djar;-  frtd  *fra[c]id,  e  mfrfidi  im- 
putridire, Vn.  137,  146.  1 
'  Sp  quid,  allato  a  chi  quis,  Vn.  74.  I 


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§  3.  S«iioiM  centrale;  B.  v.  Vftlle  della  Gardena.  371 

181-2.  '^al,  ìerg  terga,  long  loiiga;-  pléa,  fréa;-  tiàm.  — 

189.  sumblin 77,  xnodtllS,  liézer,  ìónzer  ecc.,  cfr.  n. 42,  64  <. 

193.  dut  V.  l'Esordio^.    303.  sua  sudat;  ravts  (ravtsa),  cfr. 

pag.  ILI  3.    310. S15.  e'va  apis;  */[i2]ùr  n.  46,  cfr.  se'ures  Rif., 

aromati  (sapori)  *. 

229.  vérder  vele,  v.  'Badia'».-  330.  spiuma  fondaccio  Vn. 
185,  cfr.  p.  322  n.  2,  poi  'Val  di  Rumo'  e  il  friul.  sbrume  spu- 
ma, terg.  splumd  schiumare^.  834.  adru[v]é,  bru[v]é,  n.  1-3. 
Per  àna,  aoima^  in  cui  Va  (non  e)  dimostra  antica  posizione, 
doTremo  ammettere  "amna  (=•  anma  prov.  ecc.),  cfr.  156,  e  l'a- 
mena del  saggio  pordenonese  citato  al  g  5  ''. 


'  s-frànìer  RiF.  Allo  atato  di  eìplouTaai  continua  qui  pure  l'antico  g  ài 
•longa":  ia  Ione  Hall.  141,  Vn.  192.  190.  iflin  («ligine-)  frumento  Vn.  63, 
117(ScHH.250);fuHmfuligino-,  ondailTarbo/'uZim^,  ib.  116, 145,  cfr.  n.  144. 
Si  Tegga  ancora  il  nnm.  S03,  e  ai  conaideri  ac  non  aia  altro  coso  analogo, 
par  uno  ^  di  atk  moderna:  lUr  ''lijiéro  leggiero,  in  cortrnzioni  come  el  ha 
liér  ri  ha  un  bel  ridere  (Vn.  186, 175),  accanto  aU'aggett.  I?/tóV. 

*  107-6.  Ptcp.:  lapù,  audt,  cri  *charitOi  ma:  dal,  atat.  Vn.  79-89. 

'  eruf  Vm.  136,  cfr.  pag.  146,  e.  4;-  [ancun  Vn.  66,  •anctìin,  cfr.  friul. 
ancuin  tneuM;  ma  è  un  eBempio  in  cui  si  deve  sospettare,  piuttoato  che  il 
diratto  dileguo  del  d,  la  bae  intermedia  -gi-:  *incij(f;in,  ^itutlgin,  cfr.  mi- 
lan.  tikni/«n,  vanez.  onctìiene,  ecc.;  a  quindi  Barammo  nell'analogia  dei  n.  190]. 
-  204.  rane  Vh.  176,  flaé  Jb.  136,  éjf  ib. 

'  219.  sdda,  cfr.  'Corrara'  n.  8,  e  11  n.  157  aopraatlT.;  lune  *lugnd  (bad. 
luguité),  Toce  german.,  uegara,  Vh.  147.  Cfr.  n.  S8, 156,  e  67  in  n.  827.  Ad 
furitd  (T*rìtA  "oriti)  num.  1-3  in  n.,  ai  aggiungono  attnàc  (lìiinal.:  vendéa) 
arena  aalvatica  Vn.  IS4,  e  arsànler  raggiungere  ib.  Ul. 

'  Si  aggiunge  o-Ost«r,  cfr.  <S.  Martino'  n.  142'. 

'  autramf'nler  fermamirtttr  finalmfnter,  Vn.  95,  191 ,  195;  secónder  ib. 
199,  T.  H.  pag.  89  n.  3.  2S8.  pmif  paese  RiP.,  cfr.  raoil  ecc.  al  n.  S03.  — 
M8».  tfmànt  timone  Vh.  130;  tfrrénd  agombro  di  nave  Vn.  187,  cfr.  aopraailv. 
gnir  lerrein,  ierrtnar,  Car-,  lo  spuntar  della  terra  fra  la  neve  (ScaN.  255-6). 

'  Come  l'apparente  metaten  del  tipo  *TRAAIA'-  tarma-,  si  possa  risol- 
verà in  un'attliaai,  che  alla  sua  volta  promuove  un'epentesi  {ir'md-  t^mà-), 
è  moatrato  aasaì  chiaramente  dal  confronto  del  bad.  gremara  Babt.,  scopa, 
'granaria,  coi  garden,  grnia  Rif.,  gamia  Vn.  57.  Ancora  si  conaideFi  i] 
bad.  Ae-borjàda,  inaiema  (di  brigata),  allato  al  garden.  Óe  bri4da.  —  Quanto 
a  brvoé,  abbeverare  (nel  livinal.,  senza  metat.:  boari  Sohn.56),  e  simili,  che 
rappresentano  un  tipo  di  vera  metatesi  {bforà  frrfctt),  il  RiF.  ci  oKirebbe 
una  fase  diversa:  dbburvi  (bad.  aboni  Scbn.  77);  purvida  (Vn.  ISI:  pruida) 
*pfiirdia  il  pepo  peatato. 


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372  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

VI.  LlTlnàlliiiigo. 
1.  Araba  e  Ornella. 

1-3.  Inflp.:  porte,  douré,  vadane,  ecc.;-  'carie,  éar'cé,  mangi, 
'gamie,'  tre,  sarde,  'calè,  fladé,  catte,  tome  'tombàr,  cove.  Par- 
tìcipj : 'canté  ecc.,-  sto,  de*.  Altre  voci 3;  mei,  vél,  'ce'sa,  e'ìe, 
p§s,  \iega  aqua],  'ce  ;-  gurmél,  'cer  (che  costa  caro) ,  tee  lacus ', 
pére  mère,  féver,  'coéura,  g/'apis,  clé  (pi.  id.),  verité  ecc.,  [mèi 
mai  e  Maggio].  Ma:  àia;-  siala  (garden,  siéla  Vn.  59)  'secala, 
strada  (Schh.:  streda),  [sàbeda]. 

6.6.  domah,  crestiàn,  sdn  (sic  *),  man,  pah,  làna;~  'cai 
(pi.  'éana).      7.  clama;-  àme  io  amo,  ecc. 

8.  'éavàl,  as  asse,  \&yQ\a.;-  pàja,  'car,  flàce,  'càca,plàza;  ecc. 
Ma:  'cent,  tèrd  ecc.,  pélma;-  mere  marcidus,  mértes  dies  Mar- 
tis,  érde,  s'iber,  vele  cfr.  'Gard.'  '. 

9.  Sene;  cfr.  d.  99. 

10.  'càué  ecc.;-  auté,  fàux  falso,  ecc.  g. 

18-17.  piànta  ecc.;-  sane;  aràn  (cfr.  liónie,  doppio  esempio 
pel  n.  160-5);  'camp,  jàmma,  ecc. 

19.21.  sarèh;  avéì,  vedéi,  valéi;  atei,  sèi  sebum;  crei;  trai; 
tdra,  vdnna,  canna,  'caddnna,  tdla  (tàla),  (amena,  cràda;- 
sàda. 

32-8.  diés,  liéze,  tiébe,  ecc.  ;  lèvor  ;  -  siéja  la  sega  i.  24.  rùo  * 
rem.     25.  Ven  ecc. 


'  Hall.:  da  ester  tMmfn^,  ecc.  ;  ma  al  fem.:  ar-cìapàda  -chiappata  159, 160. 

*  Hau-:  rta  téla;  ScBH.  S5-6:  sei,  accanto  a  mal. 

'  Si  pnò  arrivare  a  questa  singoiar  forma  per  afereai  di  l,  nell'illiuione  clu 
fosse  l'articolo  (t-ee  ee),  e  par  prostesi  di  j  coma  in  igga  aqua.  0  doTr«iiiO 
dire  che  io.  entrambi  gli  esempj  si  tratti  sani  pile  amante  dì  i«  da  e  secondam 
(éga  iaga^  lec  liec  jac,  J3*lj)?  Il  Mubsapia,  I.  e.  S92,  pensa  a  questa  m 
per  dichiararsi  tee,  e  avrebbe  potato  confortarsi,  oltre  che  di  tega,  pnrd^Ii 
esempj  di  M  =  e  =  *a  che  abbiamo  in  nota  ai  nnm.  S3  e  28;  ma  non  va  tatU- 
Tolta  trascurata  la  qualitti  della  formola  che  sono  in  quelli  (egr  ere). 

'  E  anche  Hall.:  san  152,  oliato  apo»  134. 

'  elbaimi.  159.  E  pur  qui:  en^,  anche,  esempio  che  per  doppia  nigioni 
va  scsTerato. 

*  Hau..  :  duta  auzé. 

>  le  da  e  =  •(!  in  lUgra  Schn.  26, 53,  cfr.  nnm.  SS  a  1-3  in  n. 

*  Questa  Ringoiar  fbrma  si  riproduce  in  Schn.  5^;  e  starebbe  a  un  d'h  an- 
teriore cosi  a  un  (H  presso  come  rwB  a  *rÌTO,  cfr.  il  garden,  ecc.  al  d.  33- 
e  prum  qui  pili  sotto. 


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§  3.  Sezione  centrale;  B.  vi.  LÌTioallungo:  Araba  e  Ornella.  371) 

27.  28.  ciéme  ciérn,  viérm,  infiém,  fìérn  [sic;  cfr.  23  gar- 
den, in  n.]  ferrum,  tiérà,  dalviért,  piérde,  iérba  *  ;  piét;  -  lun- 
céma  ('-tierna,  cfr.  garden,  lintiérna  Vh,  114)  lanterna,  miér- 
coi  dies  Mé'rcurii  ^,  piéten.  Ma:  vegle  119,  festa,  leti;-  den.t. 

31.-  'cartel,  "éapéll^.     32.  stalla;  méis*. 

33.  veni  ecc.;-  ^aurt'r  [sic]  'de-aperira,  curi  coprire,  'ngloti, 
vezin,  ecc.  '. 

40.  nei,  sèi;-  néigher,  déit  {^ì.déi'^),  zenéivr,  péiver^. 

42.  'nténze,  [óénder];  'cavéis;  ma:  vàrt,  fem.  vdrda,  dia  ìlla;- 
camàza,  domànja,  sacc  aiccus  (fem.  sà'éa);  àrpes''.  Circa  Vo, 
apparente  continuatore  dell'i  in  posìz.,  t.  il  n.  114  ecc. 

46.  cmóur,  óus;-  lavóur,  colóur,  servidóu,  zojad6u;~  sa- 
volón  *. 

50.  61.  'l  v5l,  bò,  ómin  pi. ,  róda;  'boh  ». 

52-3.  muór,  cuor,  muòve,  nùóf,  mòia,  euóze;  fàòc  lòóc  Suóc; 
zuóba;  ììóf{p\.  iuòf)\-  cuùga,  ['nouói].  Ctr.  pùòc;-  puòro*". 

54. 56.  com  (pi.  corri),  mòrta  'mórdita,  la  sonn,  oss  (pi.  os), 
poni,  óglellS,  nott,  voti  octo;-  órdi  hordeiim,  [ola],  fg'ja.  Ma: 
dórm,  pòrta;-  e  collo  schietto  dittongo:  cuòssa  ". 


'  Hall.:  tierve  io  serTo;  Schn.  53:  sufii«rfie,  64;  cujerta  *cuvidrta,  cfr.  il 
marebb.  num.  SSinn.  Abbiamo  poi  ie  àae=*&,  va  li^rch  earc'lo  Schn.  26,53, 
c&.niun.  23  in  n.'  Dell'a  per  «  in  qualche  eeemplare  della  formola  ER-f-CMU., 
T.  il  n.  169-70  di  'Colle  S.  Ldcìb'.  In  diversa  forinola:  gram,  grembo,  allato 
a  temp  (SiSTl),  e  a  dent  qui  sopra;  efr.  bad.  num.  32n. 

*  Le  basi  romaoie  *mdrcuri  *mércarì-die3  (cfr.  vanez.  mircore,  spagn.  miér- 
coles,6cc.)  ripeterauno  il  laro  accento,  ritirato  sulla  prima,  dall' attraiiona 
analogica  di  ctftt«ri«,  mdrtis,  liinae,Jàt>iajikU-dies  (cfr.  venez.  Déture  marti 
lùni  ióbia,  apagn.  viémet  tndrUs  l^nes  juéoes,  ecc.). 

'  Hall.;  poréiéi;  e  ne' miei  aaggi  inediti:  ucciei;  plur.  entrambi. 
'  Hall:  paiss.        '  pntm  Hall.  160,  cfr.  num.  2S-23  in  noU. 

*  86*.  Hall.:  mana.—  40.  id  ;  beivt. 

'  Hall.:  peja  via  piglia  via  (f.  d'acc:  piari  pigUerò];-  catt  catta,  tal 
calia,  moti,  ad  al  là  iUnm,  pi.  ad  ai,  fem.  ala,  ad  ala.  Cfr.  Schn.  19  « 
n.  S34  bad. 

'  Hall.:  sifft%ot*r,  toul  aolo;  [ìnndm],  patron.  —  Scbn.  55:  flou,  tartou, 
56:  tour  lavoro. 

'  [Hall.:  fioi\.        "■  Cfr.  il  amo.  5S  di  'Colle  S.  Lncia'  in  n. 

"  Ebbi  anche  duri,  che  entra  nell'analogia  dei  n.  S4,  46,  e  SI;  locobd  ai, 
combina  coU'u  del  riflesso  marebbano  e  1'^  dell' ampeizano. —  Hall.:  nott 
pi.  m.  nwo/;  botta  voja. 


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374  AmoII,  Saggi  ladioi,  1. 

57.-  deJcóuze  '. 

69.  fum,  deS'HU,  abk  avù,  nedù;  ecc.-  ir^adùm,  fum  fanis. 
st^  ecc. 

61.  zóù,  cróiis,  sóura  ».  64.-  la  l-ors  ursus,  olp,  toro»  ro- 
tuadas,  fonz  fundus,  m^a,  gotta.  Ma:  sòùrd,  fóùrca,  fóurn;- 
dóuc,  cóutra,  cfr.  n.  57,  e  il  111  degli  spogli  precedenti  ^. 

67.  (Sai  ('ciec)  guercio,  «'e  saepes;-  kiére  (allato  a  fteri)*.— 
68».  fret  (garden,  id.,  Vm.)  'fróid  fra[c]ido. 

llirl9'.clamé,wsc;ógla'[g]a<Aa,tigo,  végle'vBc\\a^,  ógìe.- 
ogléi  occhiali.  L'analogia  di  ògle  zenógle  ógla,  nei  quali  V6 
è  legittimo,  può  avere  influito  sulla  determinazione  della  Tocale 
tonica  di  orógla,  sorógle  (cfr.  'Ampezzo'  e  'Comelico');  ma  deve 
esservi  stata  una  ragione  intrinseca  per  la  quale  i  due  tipi  (-éclo; 
-6cIo)  si  venivano  raccostando,  e  dovremo  porre:  é  e  0  o,  cfr. 
'Haréo'  num.  28  in  n.,  e  pur  la  serie  céura  'éosura  'càura  capra, 
cbe  è  nel  territorio  in  cui  ora  ci  muoviamo.  Quanto  è  poi  a 
piégle  pe{d]Ic'lo,  nessuno  vi  vorrà  vedere  ua'«  che  direttamente 
continui  l'i  dell'archetipo,  poiché  la  base  romanza,  pur  nello 
stesso  gruppo  in  cai  siamo,  sempre  risalta  'pedùclo';  ma  do- 
vr^o  qui  riconoscere,  come  in  ispecie  è  suggerito  dall'iden- 
tica forma  del  marebbano  e  del  badioto,  la  scala  uè,  é,ié''.— 
121.  'ngloti  «.  —  122.  Notevole:  ómbla  'ongla  (cfr.  'Fassa'),  che 
si  dovrà  spiegare  per  'orila  'omla  om-b-la  (cfr.  il  n.  155  dei 
Tarj  spogli). 

137.  L'antico  -s  ò  sullo  spegnersi.  Ebbi  tuttavolta:  cans,  dens 
(-t-s),  'éavéis".  Ma  nel  fem.,  il  solo  tipo  italiano:  alle  illae,  fA- 


*  Sem.  56:  outa  =  it.  volta;  —  68.  Hall.:  ftmnW,  Schn.  55:  inttnim. 
'  Schn.  56:  lotm.  '  ià.  ib.:  scoulé  &DBculUr«. 

'  Hall.  éitL     87.  id.  :  patttr. 

■  99.  Schn. S5:<ra,  cfr.  11.9.    114- Hall.: più,  s'cmpft.  117- [Schm.SS:  nar.| 

*  D*  ScHM.  te  bì  pad  aggiangera  Mpla  sit'la.  Circ«  U  fonu  ecMXìoakU 
eje  =  oolo,  ib.  63,  diversa  da  quelle  che  io  ho  letto  e  seotita  e  BÌl«go  ài  eopn, 
*.  'Colle  di  S.  Lucia',  d.  5S  in  nota. 

'  V.  il  luogo  testé  citato  nella  nota  cbe  precede. 

*  Bene  importante  é  giòia  goccia  (StsTt),  eiceome  quella  forma  io  ciò  » 
pud  vedere  la  ragione  della  palatina  iniiiale  di  tanti  rifleau  vernaudi  {gif 
vena*,  ecc.).  Avremo  avuto  la  baae  gtitlttli[e]an  gutliare  glutiart.  Cfr.  g  5 

*  Strano  esemplare,  che  ha  veramente  nna  doppia  nota  plurale  (cfr.  garden. 
?atff'i  IH  1);  ma  la  Bteeaa  nogolarita  A  pur  nel  marebb.  e  nel  bad.:  'cméi' 


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S  3.  Sexìona  centrale;  B.  vi.  Liiìnallungo:  Colle  di  S.  Lucia.  375 
mene,  piume.  Per  la  secooda  singolare,  ebbi:  t'es,  fas;  ma: 
Wide,  àme,  sente  '.      160-6.  carie  ecc.  *. 

2.  Colle  di  S.  Lucia. 
1-8  eco.  Uà  in  e,  dietro  a  palatina  o  palatile:  'cesa,  pi.  ^ese;  hen, 
I  pL  cen;  cefcìàmo;  'éemp;  flé  flato;  sofflé  eofflare*;  pim,  fem.pfena, 
piano  \  All'incontro:  ti  sale,  camà;  e  anche  caro  chiaro.  10.  'éaut, 
fmiz  *.  68.  {te  duel  ^).  [114  ecc.  piover,  fiamma,  éamà,  (ono- 
gz\  ecc.].  [187.  t  sanoge,  le  piume,  ti  vade;  eco.].  Ifil.  ianal,  'éam^ 
pana,  Téamin;  I;oura;  ecc.  lftfr-!0.  xarf  cervo,  cfr.  n.  27  bad.;  zimei 
(pi.  ximei),  gender,  ecc.;  piasé.      IBI.  §at  ecc.  • 

VII.  Koeea  d'Agordo. 

1-3.  iDfln.  :  carnè,  coté,  tome,  camirié,  zuné  dezuné,  "carjé. 
Partic.  :  canté,  porte.  Altre  voci:  ciésa;  ciéna  cagoa 
(allato  a  óan);  tréi  cief  [sic]  de  aneméi,  tre  capì  d'ani- 


ìmàù  HAU..99,  ISI.  Paò avere  influito:  éijes  ciglia,  dove  \'ei  spetta  al  tema; 
ma  il  frinlano,  del  resto,  ci  offrirà  pib  esempj  della  doppia  nota.  —  Da  H^ll. 
li  aggiungono,  pel  -s  di  plur.:  noi  (ma  nella  forma  eongiuntiva:  n«;  quindi: 
ttut  ne  meni,  come  pur  nell' alto-faas.:  e  no  ne  menér;  laddove  nel  garden. 
0  nel  bad.:  net  meni),  vo3.  E  in  una  serte  di  saggi  inediti,  cbe  devo  al  prof. 
Db  Luca:  dutta  la  ìent,  i  vis  (*Di/'-s)  e  i  more;-  i  nuos  pensier  più  seonus 
(*MXindat-s,  nascosti);-  i  sud  fins. 

'  130.  Hall.:  mane  mandato,  damdna  ecc.-  Schn.  19  atb'ìbuisce  anche  al 
lifinaleae:  spdnne  spendere  ecc.-  E  ora  si  aggiunge  iconu  dal  n.  137  in  n. 
■  Ewwilfa  ecc.;  pr^a  ecc.,  cfr.  num.  2^.  179.  !^t  quid  Hall.  I5S,  160.  — 
188.  6a  Iona  HalL  161.  888.  Schn.  31:  cherU  *cr'jó  *cri-j-é  creare  (esempio 
comune  anche  al  bad.  e  al  marebb.);  63:  sferii  'afr'Jé  *8-frijé  fregare  (col- 
l'ace.  sulla  prima:  mi  sfréje);  ptrii  •pr'jé  *prijé  pregare  {mi  prije),  cfr, 
nnin.  234  garden,  in  n.,  e  Musa.  L  e.  p.  S88-9. 
'  Ancora  avrei  l'iof.  'canti,  ma  &  forse  arrouso- 

'  Aggiungo  biine  da  Schh.  S6,  la  coi  ragione  va  ben  distinta  da  quella  di 
itVnFache  avemmo  nel  lassano  ('Fassa' o),  cfr.  pure  'Oltrechiosa' e 'Comelìco'. 
'  [48.  Sera.  97:  o/.] 

'  Se  questo  esempio  é  corretto,  la  qualità  del  dittongo  ne  risulterebbe 
notevole,  fra  l'tMi  che  accorre  costante  cosi  a  settentrione  cqme  a  meno- 
gimio  di  questo  territorio,  e  ne  potremmo  avere  particolar  soccorso  per  chia- 
rirei re  =  o  di  pos.  che  pur  qui  si  avrebbe  in  arnése  Scbm.  38,  cfr.  il  garden. 
Comunque,  giova  ora  che  imprima  si  noti,  come  lo  SchneUer  abbia  un  esem- 
pio dì  ve  =  *i,  e  appunto  in  ~uil,  pur  dal  livinalese.  È  eartvel  calinola, 
che  egli  cita  ripetutamente  (57,249),  e  in  modo  che  sembra  renderlo  affiktto 
sicuro;  ma  il  ca  (non  ì'a)  ne  turba  la  flaìonomia  ladina,  e  io  da  altra  fonte  ho 


;vGoo»^lc 


Ascoli,  SSiggì  ladioi,  [. 
mali;  ci^/' chiave;  èia;  làres;  éiva  •ai[g]ua;  jw?  '.  Ma:  ; 
càura  e  fàure.     6.  gran,  domón;-  man;  ecc.     8.  lalt. 
car,  ecc.;  mà:1ercler^a,mértes^.    IO.  àuter,  àut,  càud, 
éàuz  cauzina,  fàux,  càuza.      18-21.  avét,  valéi,  fsoléi, 
[podéi];  tréi;- séra,  fémena,véna  ecc.,  créde.    S2-$.pe. 
pi.  piéi;  liéie,  diés,  la  miei,  tréped;  ptéra;  lior  'Heur^ 
ienior,  fiora.    21-8*.  verm  (Laste:  viérm),  invém,  fer 
(Laste:  /iér),  lérra  (Laste:  tiéra;  Caprile":  tara),  céri  j 
(Laate:  viért)  aperto,  ters,  pèrde,  èrba  *.     82.  mes  i.— 
33.  mh  ecc.;-  ru.    34.  fret.    40.  nef,  sef  Bìtis  (cfr.  p.  IH,  ' 
n.  2), pel,  det,  eco.    41-2.  ite  *inte,  vinze;-  intènte,  ecc.  — 
46.  óra,  os  voce  ;  inòm.     50.  sor,  ròsa,  róda;  om  ómen; 
voi.  63  '.  bo  buoi,  muór,  cuor,  mttòve  muòf,  nuóf,  cuóie; 
zuóba;  iiàf;-  puòc.  68.  fuòc  ecc.      54.  66.  dQrm;  coni. 
ort,  mori  (pi.  more),  orz,  os,  ros,  la  son,  poni,  noti, 
ott;-  uó^e  118;  i  nuosc,  i  vuosc  (i  nostri,  i  vostri,  io 
aigoif.  di  sost.;  l'aggettilo  suonerebbe,  almeno  al  sìng.: 
nostvost).    59.  dur  ecc.,  dei-nù;  cruf.    61,  zof,cros.— 
64.  forn,  fbnd  (pi.  fonc),  eco.    67.  siéf.  68.  tor.    87  (92): 


calmai  {Si6TÌ).  Anzi  egli  aggiungerebbe  OQBecondo  esempio:  puere  57  (ué^i 
seconà.),  e  pud  tenersene  conto,  eomimqae  la  forma  da  me  sentita,  a  addotti 
di  sopra  (nnm.  52),  abbia  l'uà.  La  fase  dell*»^  balenerebbe  ancora  pur  nel 
riflesso  dì  'pidticlo',  studiato  al  uum.  114-19,  e  Qeir«je  =  oc'lo  (cfr.  n.  2S9qui 
sotto)  che  citaùirao  in  nota  al  numero  atasao.  De)  restante,  il  coUeie  ci  àtH 
anch'esso  l'uà  normale  di  questa  regione:  Itioc,  sfuot  folio-,  ecc.,  Sdu-SS. 
Finalmente,  in  t>oi(  vuoto  ib.  57,  ognun  Tede  che  non  l'ai,  ma  il  solo  o  risponde 
alt'ital.  uà;  cfr.  frinì.  r>uéid,  ampezz.  svoitd  ecc.,  Diee  lese.  s.  itaL  Toto.  — 
2S9.  Semi.  97:  o-of,  v-oge  occhio,  benché  si  debba  per  avventura  partire  ài 
ttófoca.;  etr.  'Comelico  (1)'.     SSS.  vairàle  Schn.  46,  t.  a.  pag.  50. 

'  LlTT.:  inf.  Ste,  /"«,  tamenté,  informe,  inetti,  salde,  paghe,  W  giusU: 
ptcp.  reste,  mmtdi,  preghi,  ctoppd,  sauté,  ma  sCaC,  fai,  e  il  pi.  jkmmi;-  fn^ 
bii  V.  p.  68  n.,  la  prediti,  compere,-  Pell.:  lec,  rff,  mpre  madre. 

*  PlLL.:  schs'rpa,  s^tie  sarchio. 

'  V,  il  marebbano,  num.  28  in  nota,  e  le  pag.  160,  245,  pure  in  n. 

*  'Rocca  d'Agordo'  ai  denomina  più  propriamente  ;  Roeea  di  Piilore  Roclu 
Pectorìe,  Pbll.,  e  tiamo  nel  bacino  della  'Pettorina'. 

*  Caprile  entra  in  nn  particolare  circondario  dialettologico  ('AUeghe'),  w^' 
ì1§4a,  1. 

*  SI.  Lktt.:  biei  belli.        '  ib.  :  paU. 
'  Pinx.:  vara  *tf[T]ra  opera. 


;vGoo»^lc 


§  3.  Sezione  centrale;  B.  vii.  Rocca  d'Agordo  (prov.  di  Belluno).  377 
uòge  ecc.  118,  cfr.  1-3.  9S.  pavese.  96.  ziióc,  iu,  só- 
ven, ecc.,  zuné*.  [99. 103.  vérie  *apériere;  spiénsa  114], 
—  111.  doz\  lU.  spiénza;  116.  fior;  117.  carnè  {La- 
ate:  dame);  118-9.  uóge,  ianóge,  pió^e^;  oége;  giésia; 
122.  'n^oti.  137.  Il  -s  qui  pare  affatto  estinto  pur  nel 
pi.  masc  *.  147.  vénder.  160-6  ^.  cavai,  canàpia,  costèi, 
éamp,  ecc.;  vàéa,  fórca,  ryu>sca\  carjé,  sia  la  sega.  Ma: 
camini,  carne.  169.  zérne,  zercé  assaggiare  (cercare), 
zéna,  ecc.;  gaz  ghiaccio*.  181-2.  gal,  lon^a,  ler^a; 
fràja.  189.  ianóge.  198.  iut  (inf.  zi)  andato,  accanto 
ad  ava  ecc.  ''. 

Vili.  iLmpez». 

1-17,  Abbiamo,  in  generale,  la  condizioni  italiane,  all'infuori  del  9': 
èra  aJB,  manéra  (ma:  xendro;  pur  i^l  Tenez.:  manéra  ecc.  allato  a 
sendrot  ma  anticam.  zenér),  e  del  10:  duto,  àutro,  édudo,  fduxo, 
fduxe,  [calia].  S'incontra  tuttavolta  l'è,  anche  all'infuori  del  nam.9; 
ma  il  particotar  motiro  ne  è  sempre  manifesto,  e  consiste  nel  suono 
palatile  che  viene  o  Teniva 'dipoi  :  S-fréa,  fragola,  *fr^a;  ei  "ai  ho, 
avr-éi  avrò;  fézo  faccio  (Livinallungo:  /Vie);  vedi  ancora  in  nota  a 
questo  numero  e  al  102.  19-21.  L'è  lat.  è  riflessa  costantemente  per 
la  semplice  e;  ed  è  affatto  seriore  Vie  di  siévo  [ié^é  second.),  che 
trova  i  BQoi  riscontri  al  num.  40.  21^  liéìe  ecc.;  lióro,  ptàra,  kenóro, 
cfr.  'Bocca'.  88.  Unico  esempio  col  dittongo  dell'e  di  posizione,  mi 
occorse  lièto  il  letto,  ma  è  tal  posizione  che  piti  non  è  sentita.  V.  an- 
cora in  nota,  e  cfr.  il  n.  56.  Del  reato:  péto,  pétin;  fer,  avèrto,  festa, 


[Ampezzo.]  1-8.  ^t  fare,  fesc  {f^}  fa;  eer  (oltrecbius.  :  àer)  'tLJer 
acero,  cfr.  nura.  171  garden.—  Q.  pei  de  magnes  pajo  di  maniche; 
armèi,  pL  armerà;  i  mortere.—  10.  eauta,  ciaudièra;  ma:  satdoi 
altd.    81.  jo;  ra  me  novità,  in  vita  mea.    2S.  siè  sex;  e  cfr.  n.  31.  — 


'  Lett.:  meo.        '  PiLL.:  mòie.        '  ìi.  règia. 

'  Sec.  pen.  sg.:  ti  Ues  sei,  interr.  es-to;  ti  te-fi  hai,  §'s-U),  e  cori  nal- 
ranneasione:  lar-gs  sar-ai;  ma  nall'iinperf.:  ti  U-siévt,  ao^oe,  e  nel  cong. 
pres.:  li  U  liebe,  dbe  (Pell.).  Locehé  Bigniflc»  che  -s  por  qui  non  rimane 
se  non  la  forme  monosillabiche. 

'  Lett.  :  atteùt  anche.  —  Roca  Rocca,  Pell. 

*  179.  Lett.:  perde,  da  ee  di  ^  che  dire. 

■  22».  P«LL.:  gvt§l  (*vuiel,  cfr.  'Oltrechinwi'  189")  uccello. 


;vGoo»^lc 


378  AbcoIì,  Saggi  l&dini,  I. 

esse,  ecc.  40,  néve  ('niéve],  siede,  diédo,  cfr.  n.  ld-21.  U.  inst 
entro,  in.  12.  ve' me,  inténie,  éaméka,  ra  zées  cilia,  ecc.  4t.  pur, 
colar,  onór,  voi;  nom.  iSO-S.  tndre  mnore,  màve,  bo  (pi.  boi),  novo, 
nave,  {óoo\;  bon,  on  (pi.  óme);  roda,  fo  fuoco;-  me  duo,  cuòre,  nt^ìa, 
cuóe  cuocere,  Ittó  luogo,  iuó.  64.  H,  Sempre  lo  schietto  o  [<f]  aelU 
pOBiEioue  ohe  ancora  6  sentita:  còrno,  dorme,  p'rto;  e  il  dittongo  non 
mi  occorse,  all'  infuori  di  ancuói,  che  spetta  piuttosto  alla  rabrica 
precedente,  se  non  in  nup'te;  cfr.  i  n.  28  e  96,  ed  in  nota.  fi9-U.  Con- 
dizioni italiane.  M.  pautsi.  M.  idvin,  ióiba  {iuóiba);  xuójocat, 
iendro.  97.  Loj  da  Ij,  primario  e  secondario,  tende  a  dileguarsi  con 
tal  frequenza  che  si  fa  caratteristica  (p.  e.  xées  ciglia);  cfr.  la  nota 
e  il  nom.  118  ecc.,  e  il  dileguo  di  j  da  gutturale.  [99.102.  dmérie, 
cuérie;  spiénxa;  cfr.  'Rocca'].  102,  Caratteristico  il  dileguo  del  n  nella 

U.  sg.:  ciapél,  vedel;  pi.:  ventisi,  porziei,  affniei  anelli,  fcu-diei  fra- 
telli, biei.  42.  chesto  chesta,  ma  al  pi.  masc.  chiste;-  cìtel,  chera,  ma 
al  pi.  masc:  chi,  ctr.  'Badia'  ecc.,  e  il  n.  102.  4C.  Avremo  ancora, 
come  nel  francese,  il  continuatore  dellM  che  per  alterazione  terziaria 
coincide  con  quello  dellM:  cu(Sde,sartuó,  Scha.SS.  —  Quindi:  47. /or- 
suoira  frixoria,  padella,  friul.  farsórie,  ib.,  cfr,  n,  129*.  60-8.  voi, 
fora;-linmd  Schn.  58;  pi.  lunghe.  64-6,  foja,  voja\-tiUii  togliere, 
e  cfr.  eziandio  il  n,  228.  77. 82.  fonestres  ;  pognon  opinione,  twnere 
-friul,  (iviére,  ecc.  98.  landa.  96.  suro,  [justo  Schn,  61].  97.  io- 
nica; meo;  ftija,  plr.  foes.  108.  Si  aggiungono  dai  miei  tesU:  parai 
cordoi  imbriagoi,  padroni  ecc.,  e  nella  combinazione  del  verbo  col  pro- 
nome suffisso:  lasciai  =*las<^(ìn-i  lasciamoli;  oltre  j/rei  graa[d]i.  Come 
ora  ci  spiegheremo  questo  dileguo  ampezzono -bellunese,  pel  quale, 
malgrado  il  num.  148,  sicuramente  non  basta  la  semplice  analogia  di 
-dt  da  -óli%  La  via  mi  par  chiaramente  aperta  dal  sg.  compaàn  "coni' 
panie  compagno  (cfr.  'Òltrechiusa*  n.  192).  Deve  trattarsi  dell'-)'  cfae 
si  propaggina  dietro  alla  tonica,  e  quindi  della  nasale  che  resta  come 
assorbita  fra  due  suoni  palatili,  in  ispecie  nel  plurale  (ddn-i  £t>t«y 
bò^  bòi;  cfr,  n.  131);  e  cosi  s'intende  facilmente  anche  IV  per  li  in 
ééi  f^édinj\  cfr.  fem.  àdna  ódnes)  e  gréi  {'grdiiy  ;  cfr.  gran  al  n.  150), 
poiché  v'entra  pib  che  mai  forte  il  motivo  di  cui  già  vedemmo  gli 
effetti  al  num.  1-17  nel  testo.  Per  la  generale  analogia  alto-italiana 
della  propagginazione  che  cosi  affermiamo,  si  vegga  la  pag.  310,  s 
per  analogie  di  questo  stesso  territorio,- il  num.  42  qui  accanto.  Il  1 
processo  di  cui  si  parla,  pu6  naturalmente  aversi  intiero  anche  per  I 
-dnj  •itKJ  di  singolare,  come  'Oltrechiusa'  in  ispecie  dimostra  (n.  102): 


;vGoo»^lc 


§  3.  SeziODa  centrala;  B.  viii.  Ampezzo.  379 

combinazione  àtoja  -n^i:  bon,  pi,  òói;  comedàn  gomito,  pi.  comeàài; 
braión  albero,  pi.  bratói;  con  csne,  pi.  dèi;  e  se  ne  ragiona  in  nota. 
Cfr.  il  bellunese  eoo.  (§  4).  IH.  ra  la  le,  t.  il  n.  137;  vare  {ma;  vai), 
voré,  dorè;  dra,  firo,  garivo  'egualÌTO,  seàra  160-5,  ter  a,  óandira, 
chires  qnelle.  Del  resto,  qui  pure  d  il  dileguo  In  def-vóìe;  ma  non  piti 
tn  dtìUe.  Pel  dileguo  all' uscita,  v.  in  nota.  111.  spiénìa,  })i(fnta,dcc.; 
\\i.  Utttemà;  IW.  fidma;  \'l'l,'Ott.éamd,àdBe;ìéìa'g,\6»ia;-inéertA 
[sic]  in-cercluare,  inaeréd  ÌD-sarchÌare;  181.  §dta;  ingoti  ed  exoti. 
1184, 1S8.  vójo  occhio,  pi.  vàe  [anche  mi  t\x  dettato:  óéo,  pi.  óóe,  e 
cosi:  véc6\;  ienójo,  pi.  ienóe;  peddo,  pi.  pedde;  e  con  l'rf  anche  »o- 
r^,  cfr,  il  liTinalese; -  ra  rèa  *[o]réja;  pi.  ra  réet;  véa  Teglia;- 
cfr.  n,  97.  128,  Infiniti  :  porCd  (ptc.  id.) ,  laura  ecc. ,  ave ,  vede  ecc., 
tride,  ètte,  dormi'  (ptc.  id.);  ~  aUd  altare,  183.  I  plur.  fem.  sempre 
iu  -e$:  óra  drej,  vénes,  fune»,  éàves,  cróxes,  fàróes  forche,  fédei  pe- 
core. Ha  di  plur.  raasc.  col  s  non  mi  riusci  di  sentire  se  non  boa 
{sg.  ho),  pes  (Hg.pe),  cdres  (sg.  éar)  carri,  nomea  {nam  46),  déntes 

ma  pure  d'Ampezzo  conosciamo  andini,  oltrecb.  id.  (°  frane,  andain, 
Yauddn  di  Livinallungo  e  Val  Fiorentina),  nel  quale,  per  facile  illu- 
lione,  lo  Schneller,  o.  e.  p.  219,  vedeva  una  forma  plurale.  lOS.  im- 
ptgniice.  IH.  gora  ecc.  Ancora  il  dileguo  nei  soliti  nessi:  natola. 
Ha  ota  (ma  nel  verbo:, vrfìta);  calura;  sode  soldi;  e  qui  per  certo 
anche  móse  (»ida6).=  mulg8re  Schn.  38,  e  non  =>  mungere,  cfr.  ónse 
{dnie)  vónze  ib.  38,07.  Apocope:  duo  num.52;  didu,  pi,  diavle; 
Schn.  sa,  nadà,  28,66,  cfr.  n.  123.  117.  Notevole  è  chiffnes  crini, 
dove  sì  tratta  di  ci  ladino  da  or,  come  ci  mostrano  ctinei  mar., 
bad. ,  tlinea  garden,  e  cime  livinal.,  Schn.  30, —  119.  Sohn.  63:  sia 
aecchia,  128*.  del  so  ves  pel  suo  verso  (cfr,  àavbs  e  in  avts,  die- 
tro ecc.),  cui  mi  sembra  aggiungerai  fosc  [/■(W-fos  +  i]  •forai,  che 
ricavo  dal  seguente  verso:  ma  non'hon  fase  rason  d'esse  contente?.  Lo 
rs  di  Tursi  deve  ricorrere  assimilato  pur  nel  veneto  di  terra  ferma.  — 
1!9*.  moe  move,  movere;  ièn,  allato  a,[el]vien.  Anche:  arsuoi  aratro, 
=  'versorio-,  secondo  la  felice  ricostruzione  di  Sohneller  219.  18*.  scen- 
tà.  186  [gè  ffi^Se  it]:  chinege  cfainese,  quagi;  cfr.  confugion,  che 
andrebbe  al  nnm.  101.  187  (cfr.  n.  148):  nos,  vos;-  pares  padri, 
pugne»,  legnes,  tcagnes,  grvmes  n.  154,  preves  preti,  vestts  {sg.  vestì 
il  vestito),  fame»  {sg.  famèi  famìglio);  folminantea,  lugentes  n.  169, 
lampantes,  ubidientes;-  autre  discorse,  i  vostre  ocaie,  tempe,  dente  ;- 
eiatei,  fagioi  {cfr.  n.  136),  floi;-  magnas  mangiari;-  iiiffas',-  ra 
fimmena  ielles,  ra  bella  femmems,  che  vuol  dire  l'esponente  nel  solo 


;vGoo»^lc 


380  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

(3^.  dènte),  i  quali  son  tutti  esemplari  che  nel  aio^olure  non  escono 
per  0  f.  d'acc.  ;  e  ancora  vérmes.  Dal  rimanente  :  óno  óve,  diédo  diede  40, 
duie  tutti,  ecc.,  on  àme;  circa  l'-e  de' quali  tipi,  confronterei  tdrdt 
«tardi,  piuttosto  ctie  pensare  a  un  -es  di  fase  anteriore;  cfr.  ancora; 
os=*o8S+),  e  in  iapecie  il  num.  1Q2  in  n.  —  Nelle  seconde  pers.  sg., 
il  -s  6  costante:  at,  sos  sei,  vas,  vos  vuoi,  séntet.  Uve»  andan,  eie 
tu  Uet  sii.  —  Finalmente  son  da  ricordare,  per  l' antico  ~t:  Vànu  mar- 
te» vindrex  (allato  a  marciti).  IW.  {ano  'inde-ubì,  t.  pag.  67].  — 
lU.  -m  in-n:  on,  fun,  ra  lv,n.  lAO-G.  casa,  éàvdo,  éonépa  'canftipa 
(cfr.  il  friul.  ecc.,  e  1-3),  éadéna,  éantd,  éarid,  éatd,  campana,  cim- 
pò,  edura,  éaméka,  éan  éana,  car  carro,  caro  che  costa  assai,  caoH, 
capei,  candirà,  cantón,  ódxa  cazza;  fórca,  móaa  'mósija;-  gujaddr: 
-  formio,  sia  lu  sega,  mania,  àoménja;-  seàra  *sejala  segala,  por- 
ted  'portejàl  cimitero  (cioè  'perticale',  cfr.  porUd  e  porUgàl  delle 
varietà  comelicane].  Ma  in  molti  esemplari  non  si  ha  la  palatina:  co- 
vdl,  cam,  costèi,  cdza  caccia,  oca,  téco  séco,  zercd,  ra  l-tica  l'e- 
sca. 167.  guzéla  e  buxéla,  cfr.  p.  76  n.  189.  170.  xéet  97,  «mi. 
jiéna;  gdta  ]21,  sorixa;  -  pidie,  axédo,  vezi'n;-  paa,  férbe*,  ero*  , 
cróxes,  Idret.  174.  còsa,  cfr.  in  nota  il  num.  138.  178.  dga,  Ugo  1 
al'quid.- 179. cai,  [cTi^res  111].     181..!al;ma:  larga.      ISi.iendn,    \ 


suo  ultimo  termine  (l'opposto  di  ciò  che  avemmo  altrove,  p.  274),  e 
quindi  si  spiega  come  ra  =  la  abbia  pur  la  funzione  plurale.  US.  na- 
tee,  conosce;  cfr.  losctdecc.  n.  174.  IH.  nosc  (nos).  148.  mtu'cQM-a 
nani,  pie»  'pien-s  pieni,  ve»  {e»)  'ren  +  s  tu  vieni;  paUgren  (oggetto 
di  vestiario  feminile),  pi.  palegret;  fatte  'latin +  s;  rasos,  contwia- 
xios, godbisera *godonsela  godiamcela.  IfiO.  de  ban  =  frinì,  de  bandea^ 
per  nulla;  te  sbs  ben  gran  sei  ben  grande,  cfr.  n.  102;  ^on.  Hi-  grvn 
gmmua,  pi.  gmmes;-  cfr.  §§4 e  5.  IflO-fi.  ciaw;-  lancia,  ceimnàat, 
iocid;  «yV[sic]  Schn.  64;  pr ed,  sfrea;mti:  cantina,  fresca.  W^.lgt 
jri-jce  «i]:  digee  dicevo,  tage,  cogina,  me  fegio  mi  faccio,  lujwnto*. 
el  magma  egli  macina;  asc  {aS)  acido.  -  Cfr.  torze  egli  torce.  17t.  oc 
quid,  ci  qnis.  161.  gaiUes.  227.  aarliqui.  28B.  vonto  burro,  friul.  ch'i 
cfr.  Schn.  97.  In  vójo  n.  118,  possono  star  confusi  dittongo  e  prostesi 
{vudjo).  284.  burto  Surta;  ièrwa direna,  cfr.  bad.  num.  19-21  in  n.; 
ifardor;-  drome  dorme;-  de  buriada,  cfr.  il  garden. 


'  Potrebbe  sospettarviai  il  aubalrato  *lus'ientt,  e  sarebbe  allora  u 
pio  da  portarsi  piuttosto  al  n.  101;  cfr.  n.  136. 


;vGoo»^lc 


§  3.  Sesiune  ceotr&le;  B.  vili.  Ampezzo.  381 

zenòjo.  Ì10.il&.d»a;dord;laurdtfduro.  226*.  jUdo  freddo.  SSB.Cu- 
rioso  esempio  di  concrezione  dell'articolo  è  in  una  r~dmeda  zia.  Di- 
verso caso  dì  amaiTÌta  coscienza  è  in  talaràn  ragno,  onde  la  curiosa 
taatologìa  tera  de  talaràn  radatela.'  Prostesi  di  v  possiamo  avere 
in  vola  pentola.  SU.  La  solita  epeatesi  del  nam.  147  (*tendro)  si 
complica  con  la  metatesi  del  r:  tréndo,  tenero.  2S7.  ^%om  (non) 
=  *in(Sm,  T.  l'esordio.] 

IX.  Oltrechiua  '. 

Borea.  1-8.  L'd  rimane,  eccetto  cesa  (S.  Vito:  casa],  cfr. 
II.  167.  Si  aggiunge  et  da  di,  in  canéipa,  »éi  ('Rocca'  e  'Come- 
lieo' id.)  so.  L'^padi  S.  Vito  deve  risalire  ad  *aig[u]a.  Vi.fdvpe, 
caupina,  cfr.  num.  169;  ecc.  SI.  sigo  120',  cfr.  'Ampezzo'  e  il 
nam.  40.  SS,  Ifféde  i^Uése),  tiévedo,  tién,  min  cfr.  100;  siéga 
sost.,eco.;-  (/dro.  H.jo.  S7-8,  èrmo  129',  fer,  terra  (ma 
il  nome  di  un  tenlmento:  Tiéra);-  Igéto  (*liét[t]o,  cfr.  'Am- 
pezzo'}. VA.fil,  vivo;-  rw.  M.  ferjédo228.  tó.peiecc.;- 
niéve,  siede,  diido,  cfr.  n.  21.  41-2.  vlnpe  Ì69 ;- péndre  ib.  — 
SO-8.  6o,  bon,  3  154,  àdffo  96,  pò  e  può  [puóss),  cor  cuor, 
[S.  Vito:  luórà],  muore,  pud  129*,  trmdoe  inf.  (3.  pers.:  móe), 
rtiósa,  cuóze;-  fud,  ludj-  dudiba96;-  ffùóDolSS'.  Dadsecon- 
daij  :  putìco;  duógo  96,'e  altri  esempj  al  num.  129*,  oltre  il  46 
ìnn.  64,fiS.  dorme  tformt  (S.Vito:  dudrme  duiyrmi),  óto  ecc.  ;- 
'  nuóle;  [wji'o  118];  t  nudi  ecc.,  cfr.  141  e  'Rocca'.  M.  paussd 
(S.  Vito:  polsd).      W.  (j,  i,  d):  duóiba,  duógo  giogo,  ddgo 


[Oltrechinsa.  Borea.]  1-1.  ^i  (S.  Vito:  di)  ho;  ojjf'».  Cfr. 
formai  formaggio;-  e  ancora  dréì^drai  di  Canal  d'Agordo, 
droi  frinì.,  crivello;  talaréi  ragno  (v.  'Ampezzo'  n.  229,  e  qui 
il  n.  102);-  finalmente  :  f^i  come  in  'Ampezzo'.  9.  èra;-  polinéi 
pollajo;  codéi  ('^codé  lÌTÌnal.,  codér  di  Can.  d'Ag.)  •eotario, 
arnese  in  cui  si  tiene  la  cote;  soléi  poggiuolo  ('solàjo'}.  10,  du- 
na alno,  cfr.  p.  13.  28.  inére.  SS.  biéisa,  pecora  o  vacca,  di 
color  bianco.  81.  amièi  (Can.  d'Ag.  id.).  4t.  L'd  6  riflesso 
come  ó,  in  cuode  cole  ;  cfr.  num.  50-3  nel  testo.  52-8.  nuóf;  - 
pi.  Ittóghe.  66.  duója,  guója  •Tuó[l]ja,  tutìime  prendimi.  — 
64.  cólmen.  68',  -óu  da  -dw  ladino:  edw  capo  (cfr.  il  num,  160 
nel  testo),  darecdu  cfr.  p.  205;-  'jóu  e  jdw,  cavo,  valle  per  cui 
scorre  il  ruscello  (cfr.  Comelico)';-  ériura.    87.  pàslro,  pastor 


'  Circa  la  pronuncia  dai  dittonghi,  v,  l'Appandice  a  questo  §. 


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Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 
gioco,  do,  dóven,  denéver,  dund  [dijgianare  (allato  &dtìùii); 
cfr.  dt  déo  du  (Bocca:  ii  stve  ivi,  andare  gire,  andava,  -&ta), 
e  il  D.  189.  «.  l(,  da  Ij,  r.  n.  23  e  27.  W-IW.  Cfr.  189.  - 
100.  \j)ent,  e^en  allato  a  vién,  venire  viene.]  111.  Per  l  in  r,  qni 
non  mi  occorse  che  drgo  allato  ad  alga,  al'quid.  Ili  ecc.  pio- 
2^1- ecc.;  118.  udjo,  pi.  uóje;  peduójo)  denójo,  pi.  -fioje,  189.— 
in*.  Qui  si  tratterà,  oltre  di  ffuo^'vìió:  gitoli  jwd,  volere 
vuole,  guoi  e  vos  voce,  ancora  di  guo  go  da  *vii6  *rd  *qò:  giàK, 
pi.  gitove,  uovo;  cruós  e  cwgós  ['curuós  228]  croce;  trwHt 
tvrgéi  ['turpòi  228]  viottolo,  cfr.  V,  3.  IW.  imw  verme;  cfr. 
aiéo  'sièvo  Behnm.  183.  Di  pi.  masc:  vih  oiVim,  iw  pei,  tot 
(cfr.  n.  118  e  12S*,  déntz  ag.  e  pi.,  e  bon  bòi);  di  femin.:  ftxii- 
net,  érbes,  frdjet  181,  ecc.-  Cfr.  mdrtes,  lùnes,  ma  véndn.— 
141.  ROJ  eot,  cfr.S6.  tU.  la  toh  sonno,  autóh;  dotnS,tà,fà, 
ma;  lU.  3  (pi.  dmen);  lun.     160-6.  m  'nédu,Ba  'a  capo, rnindii, 


delle  pecore.  98.  aussd  osare.  W.  donde  (=  ionie  a  Roecaj 
jungero.  102.  Cfr.  'Ampezzo',  e  qoi  -rei  al  num.  1*3,  oltre  il 
Dum.  137  nel  testo  e  il  192,  e  caipoi  (pi.)  gambiera,  retlnoiit 
resttuii,  raro,  non  folto,  allato  a  causi^  e  rostón  (livioaLr  ri- 
ttón  reattìin)  di  Canal  d'Agordo;  e  ancora  rudi,  Htriiciidi 
prato  fra  campo  e  campo  (cfr.  Schn.  58,  246),  allato  a  nton  & 
Val  Fiorentina.  104.  nórda  {^norda),  sterco  umano,  potrebM 
appartenere  a  questo  numero  a  rappresentare  una  fasenlati- 
vamente  antica;  cfr.  il  friul.  miérda,  e  corda  al  n.  28  mir^ 
bano,  in  nota.  111.  b^eà  'pulsicare,  tossire  dei  bovini;  da-Hi 
disvolgere,  cfr.  189;  tópa  (Canal  d'Agordo:  soz,  belluii.:)ol;; 
cfr.  sové  tuo  bad.  Yh.  ma.)  solco.-  L'apocope:  faucd  'falcialtr 
asta  della  falce.  ltS-9.  r^a;  [vééo]  ;  cotu^a  giuntura  delle  mui 
(livinal.  condgle  id.,  friul.  cottole  polso);  122.  ddnje  'jungul». 
V.  p.  303.  US".  Cfr.  il  volgare  Guódo,  nome  di  luogo,  per  Voi- 
floiale  Vódo,  basso-lat.  Hodum,  Odum,  Pbll.-  Inoltre:^^' 
••vtìje  118;  solù  voluto.  120*.  éapa,  dlpe,  da-oa,  cfr.  'kmfeir 
zo'  126',  a  qni  il  n.  111.  Si  aggiungono  per  *v  da  p  e  *:  à^ 
num.  229,  lóo,  bèi  be[v]ere.  1S2.  Qui  spetterà  il  nome  loctla 
Bòrea,  Borea,  basso-lat.  Bevorcha  (Pbll.),  ofr.  p.  62,  lOS, 
263,  ecc.;  e  considera  bólco,  pastor  comunale  dei  bovini,  ^^^ 
all'it.  bifolco  (bubulco-).  187.  neódo,  pi.  neàs;-  la  éadla,  '< 
caviglie,  sta  malinconiei,  chestea  ombriet;-  Pbll.:  noi,Wt;- 
seconde  pers.  sg.:  tu  te-soa  sei,  t-e'ra»  e'ret,  cong.  titt,  fi^' 
ats;-  tit  te-as,  avées,  cong.  s'ìbea  dibea,  avésaesi  Leicht5SI: 


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g  3.  Sezioue  contrae;  B.  ix.  Oltrecbìusa  (prof,  di  Belluno).  383 

costèi;  mósa,  óarjd,  ecc.  Ma:  carne,  oamind,  mdnega  (e  nut- 
nia).  M7.  Kotevola  la  palatina  di  biitufo  bianco  {fem.  biéttca), 
cfr.  'Comelico'.  L'è  può  averri  due  divorse  cause,  cfr.  1-3  e  'Colle 
S.  Lacia'  iauota.  È  all' incontro  la  gutturale  in  j^co,  cfr.  181.  — 
ltl8-70  (ó,  z,  ^):  ^na,  pérne,  peród,  péjes  cilia,  Piera;  pttpe, 
fdupe  10,  dtìlpe,  fdpa  faccio,  §dpo  e  jdpa.  'Piacére',  in  quanto 
è  verbo,  e  'aceto-'  ai  Bottraggono  a  quest'  analogia  (o  meglio  a 
quella  del  n.  189):  piax^,  azéo;  ma  si  avrebbe  il  Mti.piapér. 
E  ad  essa  par  costantemente  sottrarsi  il  continuatore  ohe  viene 
all'uscita:  lua;  fórfes,  Idrea.  Dèi  resto,  come  abbiamo  j  rìm- 
petto  alloé  ital.  del  preseute  numero,  cosi  è  naturalmente  anche 
rimpetto  allo  s  ital.  di  questo  numero  stesso:  édupa;  ed  è  in 
genere  per  ogni  *  veneto;  cfr.  189.  171.  des  asse  del  carro.— 
181,  ìial;  Xdrga  <masc.  largo).  Ioni/a  (tasse,  lòngo);  frdja.  — 
189  [g,  z,  d  A  d)t  déndre  e  'denero,  denójo,  tènde  intènde.  Lo 
stesso  esito  avrà  naturalmente  anche  uno  z  di  altra  basa  (cfr. 
169);  quindi,  oltre  il  n.  96,  vérde,  gpiénda,  rimpetto  alle  voci 
di  'Ampezio'  n.  99-102.    202  (-d-  in  -d-):  vddo,  róda  róda,gtfde 


tu  te  ames.  IdO-fi.  óavcéra  calcaria,  édura  e  éóura,  cfr.  u.  68', 
cai  callo-,  marìca;-  sedia.  Ma:  cambra.  —  18&-70,  cèrna  [sic] 
e  péma,  penare,  pénga  cinghia.  Anche  all'uscita,  p=cc  it.  =s 
veneta:  jop  gocciolo  (cfr.  num.  121  livinal.,  in  n.),  carbonap 
tumore  grosso.  178.  Allato  ad  aga  aqua,  si  attribuiscono  an- 
cora ad  Oltrechiaaa  éga  ed  aiba.  L' ultìma  figura ,  ohe  risuo- 
nerebbe anche  in  Val  Fiorentina,  e  si  fonda,  come  V diva  di 
Canal  d'Agordo  o  Vègua  di  Belluno,  Bulì'aigua  di  cui  gi&  ab- 
biam  toccato  in  nota  a  p.  300,  è  importante  per  b^gv,  come 
avviene  normalmente  nel  sardo  [abba  ecc.,  cfr,  Fcnol.  indo-it.- 
gr.  76,  132).  W.parcé?.  18».  dendia  geugiva,  dérmol  ger- 
moglio, quasi  'gerraulo'  (cfr.  dérbol  "germ'lo  *germblo,  a  Ca- 
nal d'Agordo);  mónde  mungere,  strénde,  piandù  *plaag'-ùto, 
da-lànde ,  ardènto  ;  rtmcAidd  =  venez.  roncAi'idr.  IW.  fen;- 
pwn  (cfr.  scdin,  e  il  num.  102).  [208,  Avremmo  pure  in  01- 
trecbiusa  e  inte  e  ime  allato  all'ile  di  cui  parla  il  testo.]  — 
226".  tuja  {la-tuia)  lattuga,  area  (l-arjdi  Can.  d'Agordo:  argd) 
'larcato,  v.  pag.  370.  227.  ardónde  raggiungere,  cfr.  96.  — 
228.  feriél  di  Canal  d'Agordo,  allato  all' oltrechius.  frajét  treb- 
bia (vedi  pag.  304),  meglio  all'incontro  si  accompagna  con 
gli  eaempj  livinalesi  che  sotto  questo  numero  adducemmo.  — 
28».  [v-da  da  ava,  ape.^    282.  óa-d-ies  num.  137  b. 


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384  AmoU,  Saggi  ladini,  1. 

gode,  nudo,  peduójo;  tarde  tdrde.  K  di  bass  con  d  secondario; 
podé.-  Potrebbo  parere  caso  analogo  per  la  tenue:  {pe  deatn), 
rimpetto  ad  ite  inte  dì  altri  dialetti;  ma  ì'ipe  d'Oltrechiusa 
{in^e  di  Gomelìco)  va  coUVnie  di  Ampezzo  (III,  5),  e  quìudi 
rientra  nel  num.  169.  La  tenue  di  ór'Pe,  bordeum,  accenna  ad 
una  fase  colla  consonante  all'  uscita  (ori  orp).  228.  Vedemmo 
interporsi  nelle  formole  fr-  cr-  tr-  una  vocale  consona  alla  eti- 
mologica che  sussegue  al  neBSoe  che  veramente  passa  in  con- 
sonante. Quindi:  *friédo  f\e\rjédo  34,  *c[w\rvós  eco.  129."  — 
28*.  trénào,  v.  'Àmpezzft'. 

X.  Comellc*. 

I.  Dosolfldo  '. 
1-3, 8.  VA  sentivo  di  regola  intatto:  àia,  àga,  cavai,  carne,  ecc., 
e  gl'iof.:  porffì,  canta,  ecc.  Ma  facilmente  ricorre  la  fase  dellV, 
quando  il  suono  precedente  sia  palatile  o  palatino.  Cosi,  fuor  di 
posizione:  cesa  (cfr.  num.  96  ecc.),  can  (céna)  e  cen;  gl'infin.: 
dujé  96,  carjé,  mangé,  cui  però  si  aggiungono  pur  caminé  e 
deduné  96.  NsUa  posizione:  gel  gallo,  cépa  (caccia  o  cazza?);  etti 
si  unisce:  la  §épa  ghiaccio  169,  e  forse  pure  binco  'biénco  167.  A 
car,  carro,  di  Dosoledo,  risponde  cer  di  S.  Pietro.  10.  àuto  ecc.; 
cfr.  94.  19. 3 1 .  avéi  o  ave ,  piade  96  ecc. ,  vede  ecc.  ;  séra  eoe .  ; 
[trét\.  32-3.35.  lède,  ven.  mei,  péra;  diés,  tién;-  Ijóro.  24. jo 
(S.  Pietro:  je).  27-8.  tèrra  ecc.  34.  fréido.  iQ.pel,  névit 
nei;  dèido;  S.  Pietro:  séide.  46.  vos\  inóm.  50-3.  so  (S.  Pie- 
tro: se)  soror,  ho  bòi,  pò,  om  omini,  voi,  mòr  3.  p.,  móm  inf- 
{móve3.  p.),  rósa,  róda,  dógo96,  coi  cuocere;-  incoi  (S.  Pie- 
tro: incaci);-  dóiba  (S.  Pietro:  déiba)  96;  coe're,  nce^vo:  fà- 


*  Non  mi  fu  possibile  di  scemerà  compintamenta  gli  esemplari  dì 
Dosolédò,  obe  forma,  con  Casamazzagno ,  Candide  e  Fidala,  di  coi 
seguono  saggi,  il  comune  di  Candide  (••  Comelico  superiore)  nell'  alto 
comelicano,  da  quelli  che  spettano  a  S.  Pietro,  e  fora'  anche  a  iS.  Ste- 
fano (n  Comelico  inferiore] ,  che  sodo  i  due  comuni  del  Comelico  basso. 
Ho  in  ispecie  ragion  di  credere,  che  non  sieno  doaoledani  gli  esempj 
con  ì'ce  o  con  l'è,  del  num.  50-3  e  54-6.  Del  rimanente,  oltre  la  no- 
stra povertà  in  ordine  al  basso  comelicano,  A  da  deplorarsi  che  ci 
manchino  saggi  del  comune  di  S.  Nicolò,  nell'alto,  e  di  DantOt  alla 
destra  del  P&dola.  * 


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S  3-  Sex.  centr.;  B.  x.  Conielico  (prov.  di  BelluDo):  Dosoledo  ecc.  385  - 
go,  loe'go;-  S.  Pietro:  ijce'vo  uovo.  Da  o  secondario:  pce'co. — 
54-6.  dÓJTtte,  OS,  còsta,  óto;  vójo  (S.  Pietro;  véjo)  118;  nos 
cos  141,  ma  aostantivam.:  t  néstri,  t  véstri;-  nce'ti.  61.  da- 
vo 9G,  eros.  68*.  Partic:  portóu  cantóu  calò  (S.  Pietro:  portò, 
cantò);  co  'cau.  76.  -e  atona  in  -i:  pèrdi  infinito,  movi  id., 
créde  o  crédi  id.,  tèndi  tingere;  nce'ti,  éiit  J29*.  91-2  (87).'  L'-tt 
(-0)  dileguato  in  pib  esemplari:  os,  fum.  Ma  di  solito  sentivo  1'-^, 
come  nel  veneziano:  niido,  lóngo  ecc.;  e  l'-w  ebbi  solo  in  Idrgu, 
sécu  (e  séco),  ordu  (e  orda)  orzo.  93-é.paussà,  cupina  •cau[l]- 
itna.  96. 136. 189(169).  Avremo  d  d  per  ogni  i  di  fase  ante- 
riore; quindi  per  J,  per  ^$\  per  j#  (e  j/  da  é)  delle  antiche  basi. 
PerJ:  du,  dóven,  dóiha,  dogo  gioco,  dujé  giocare  160-5,  davo 
giogo,  deduné;~  per  *s*:  c^so  e  cèda  1-3  (pi.  c^se,  éédé),  gédia 
cliiesa;-  per  g  primario:  xenòjo  e  donòjo,  dénder  (e  iénier,  sic) 
genero,  fóife,  tèndi  76;-  per  p  secondario  (da  é):  piade  b  piade 
(3.  p.:  piade),  gudéla  pag.  76  n.  114  ecc. /Sòr  ecc. —  118.  vójo 
(pi.  DÓi)  occhio,  donòjo,  sarójo  (cfr.  'Livinall.'),  jwrfói;  r^o  r^e. 
—  129*.  cài  chiave,' n^i  40.  137.  Pel  -s  di  pi.  non  ebbi  se  non 
il  monosillabico  pes  (sg.  pe).  Dei  tipi  soliti,  v.  es.  al  n.  118  e 
altrove.-  Giorni  della  settim.:  lùni,  marti,  véndre.  141.  nos, 
ras.  160-5.  campo  e  campo;  caminé,  co  68*,  mosa,  caljé  cali- 
gariua,  carjé,  duJé  95;  ecc.  167.  binóo  (f.  binca)  cfr.  1-3  e 
'Oltrachiusa'.  169.  péje.^épa  1-3;  fàupe  (e  /nM^e).  Ma  all'u- 
scita: piàs  {piade  96  ecc.),  lus,  ecc.  171.  coi  50-3,  181-2.  ^isi 
1-3,  làr^a.  lón^a;  caljé  160-5.  189.  V.  96.  202.  Per  d  in  d, 
non  ho  che  vado.  329.  Prostesi  di  o:  vce'vo  54-6,  ed  anche 
tJ'ìjo  ib. 

2.  CaQdld«  e  CasamaEz&gDo. 

1-8.  iDfin.  :  ila,  land,  compand-lu;-  ma;  spie  vedere,  predióé,  {manéi], 
dime,  dwé  [di]giunare,  [cudné  96].  Inoltra  :  picce  il  peccato,  ofr.  n.  137; 
e  -f^  =  *-tà[t]6:  caritè,  eternile,  cfr.  'Padova',  §,4  b.  Finalmente:  jo 
f'i;  l'inf.  fei;  e  io  posizione,  il  noma  locale  tìóamaxén  -zen,  Casa- 
maziàgoo,  basso-lat.  Cam-3ffua^i  (Pell.).  19.  [ovveiru.]  28.  mtw- 
(a,  cfr.  p.  231.  25.  ma  ben.  83.25.21.  Abbiamo  -ión  da  '~ién,  ia 
i'm  *[v]ieQ,  venit  venio,  e  pian,  fenomeno  ohe  ricorda  il  marebbano 
dei  Qum.  32n  in  nota  e  42.  82,  peinsi.  8Sn.  propriametnii,  allegra- 
meinti,  ma  talmettti;  [mumeintu].  60-8.  jje  può,  ve  vuole;  u-Aji  ova; 
legu;  e  d'^  che  ricade  nell'analogia  di  ó:  nei  noi,  cfr.  n.  126*.  Ma 


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386  Ascoli,  Saggi  bdìni,  I. 

cuéri.-  66.  la  netti.  6S'.  sto,  slóu^  dedicò,  retto,  [manffà],  li.  -a 
del  fem.  in  -e:  [bocce,  allato  a.  vacca;  efr.  'Padola'].  7S. 78. 83. SS. 
93.  [stomfftt];  dipo  'despó  dopo,  nsun,  confsd-mi,  [bendettu],  dman; 
ci  duter,  eli  sej  quelle  secchie,  {calcdvn},  fni  finite!,  snal,  [mna, 
credtu]i  ile  *tolé prendete; cIac2iìcolaggiti,csi,  [pula pìcciola].  76.  Iq- 
fisiti:  e'ssi,  vedi,  godi;-  sia  senti,  fami,  talmenti  ecc.  ;-  pi.  fem.:  rti 
villi  acG.  SI.  pópet.  91.  leffu  53;  istessu,  primu,  tantu,  ha  piati' 
tu.  M.  uzd.  88  ecc.  di  gire;  med  di;  [fridi  frigg:ere;  cudné'cHÌné 
cucinare].  107.  V.  num.  199.  198*.  davoi.  12»'.  ola  111,  oléd  rolete, 
OS,  iolpi],  187.  piécds  *-at-s,  i  peccati,  cfr.  n.  1-3;  i  mia  fUs;  [i 
trois  viottoli,  C.  V,  3].  Seconde  pera,  sg.:  és,  ses-tuf;  g'ri,  s'rii-lut;- 
a»,  aMwF;  ave'  avevi,  are's-fu?  Seconde  pera,  pi.:  erés;  avessi  ave- 
vate, ave's-vóifi  cfr.  'Padola'.  IIS.  ches  bel  di,  ckestu  e  un  on, 
[pi.  chesfi  e  conti],  160.  [curren  correndo;  cfr.  pel  -»:  da  se»  da 
aenno,  e  anche  nsun  n.  73  eoe]  100-6.  óanton,  [sfr^i  freghi],  ecc.  — 
ITO.  -(  +  i:  duff  CMmff. 

3.  PddoU. 
1-t.  eoo.  lufin.  :  ita,  canta,  presenta,  éattd,  passa.  Ma  legUtimamenle: 
itvdié,  perjé  pregare,  rumié  cfp.  'Gardena', 'si^e.  Uè,  vii  •veijé, 
matite,  rancie  roncheggiare,  xonéé  troncare  (ciane),  insiné;  a  inol- 
tre: tire,  sbrissé  •=•  sbrissd  friul.  ecc.,  sdrucciolare,  bussi  =  Òusai 
frinì,  ecc.,  baciare,  strizzi,  ttzzé  aguzzare,  mudé,  urte,  spitti,  star- 
lucché  lampeggiare  (starluocu  lampo).  Circa  il  partic.  sg.  masc,  r.  il 
n.  68*.  Nel  fem.:  stada,  taccada,  ma  legittimamente:  slargeda,  e  si 
aggiange:  contwbeda.  Nel  pi.  masc.  e  fem.:  inóodadi,  restart,  óoì- 
Modi,  apelladi,  ed  anche  indumadi  a.  96  ecc.;  ma:  destinedi,  medi 
arrivati,  sigilledi,  mortrfichedi.  —  Inoltre,  ancora  per  ragione  della 
palatile  o  palatina  che  va  inanzi:  tabié,  siela,  fuóé  'falciale,  cesa, 
détta  'catta  trova  (allato  all'  inf.  óatld)  ;  e  finalmente,  coma  aopra,  -i! 
"-dllje:  in  verilé,  liberté,  zitte,  li  qualité.-  Legittimi  ancora:  sei  so; 
i  caplen  (allato'  a  un  piuvan);  endén,  solco,  cfr.  'Ampezzo'  num.  103 
in  n.  -  Nell'antica  posizione,  si  ripete  gel;  ma  caso  affatto  diverso  è 
Ì9  ogni  modo  il  plur.  éter  altri  (eter,  vuj-éter,  eht-éler  quegli  altrìl, 
allato  al  singolare  dvfer,  che  ricorda  i  piemont.  àutr  ditri,  p.  294n.- 
Allato  a  calchi  e  calcdun,  leggo  eziandio:  chele'  tumultu,  chelcdun; 
ma  l'alterazione  potrà  in  questo  esempio  ripetersi  dall'atonia.  &.  caur^i 
caprajo,  guslei  'acncellario  agorajo,  fuméi  fumi^uolo.  19-21.  tasé\' 
aseidu.  Con  dittongo  seriore  (cfr.  num.  52-56)  :  susxiedi  succedere  '.  — 


'  CoBl  nell' agordìno  centrala  (§  4,  a):  no  gitt  non  cede;  ed  è  forse  à 
considerare  la  qualità  della  conionante  che  {>recade  air^. 


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§  3.  Sei.  centr.;  B.  x.  Comelico  (proT.  di  Belluno):  Pàdola.  387 

"iS.  liedi;-  SS.  vieti.  37.  festa;  denlù  2S.  lietoijo  stenti  {noi  sintón, 
inf.:  linii);  sia  sex.,  atr.  sua  B2.  U.  i  usi.  82.  tneis,  pi.  vteisi; 
pèis  [sic]  pRese;  peinsa  pensa.-  82n.  tradimeintu,  mumeintu,  testa- 
meinlu,  mwtimeintu  sepolcro,  i  sacrameintì,  i  pareinti^-  verameiniif 
amarameinti ,  finalmeintì.  Cfr.  per  Ve  secondaria:  streintu;  e  anche 
Undi  hindi,  Ungere  96.  i9.  peitu.  -  il.  illa,  pi.  illi  (in  qualche  altro 
villaggio:  v-elta  v-elii).  éA.  la  oi  ecc.-  Ma:  cMudi  cote;  cui  stanno 
allato:  rdeus  ('rdros)  roTescìo,  e  t  iéusi.  L'eu  di  questo  numero, 
o  quindi  pur  del  n.  61,  ai  dichìarerA  da  ou  anteriore,  e  avremo  così 
il  medesimo  sviluppo  che  gift  ci  occorse  in  'Gardena'  ;  cfr.  in  ispede: 
garden,  da^rdc'tts  ••  rdeus  di  Padola.  E  vedi  ancora  il  num.  68*.  — 
5i.  moli  mole.  M-8.S8.  ues  vuoi  (1.  pers.  :  vai),  uè  Tuole;  pai  *puei 
posso,  pue  pud;  lenjtue;  sua  sor[or],  cfr.  sia  28;  cuéiocui  cuocere; 
cuer,  pi.  cueri;  nuevu,  muevi,  muedu,  [bruèdu];  iuegu,  faegu;-  uevu 
(e  qui  ancora  da  é  nell'analogia  di  Ó:  lueri,  custuéri;  e  da  o  secon- 
dario: ^uéc.pitere  povero);-  incui;  wju,  pi.  tti,  occhio ;nueti.  Ql.cheua 
(nido),  deu  "sóii-o  giogo,  seura.  Cfr.  il  num.  46.  'Ubi'  ricorse  nelle 
seguenti  figure:  in-u  iniì  inué,  utró  n.  94.  6S*.  L'è  di  deu,  capo, 
potrà  risalire  direttamente  ad  a;  ma  non  potremo  di  leggieri  ammet* 
tere  che  l'-ew,  costante  per  \'-dlt]\*  del  partic,  ne  provenga  per  e  da  d, 
e  dovremo  piuttosto  credere  che  si  tratti  dell' -^u  chd  ci  occorse  in 
altre  varietà  comelicane,  qui  passato  normalmente  in  eu,  secondo 
l'analogia  del  num.  46  e  61  (cfr.  eziandio  teua  *toua  tua,  sene).  Do 
ora  la  serie  dei  participj  :  steu,  deu,  cuppeu  estinto  (accoppato),  éap- 
pcu,  tacckeu,  erideteu,  canteu,  catteu,  domandeu,  ricordeu,  òiastemeu, 
iortieu,  impassioneu,  ordneu,  ruerseu,  sujeu  v.  1-3,  perjeu  v.  ih,, 
percei*  apparecchiato,  lasseu,  scomenseu,  rinurazieu,  lireu,  serreu, 
compreu,  tueu  levato,  laveu,  falleu.  72.  -a  del  fem.  in  -e:  femne, 
anine,  a  vos  ante,  caure,  cause,  bocce.  Ma  cesa  ecc.,  cfr.  1-3.  78  ecc. 
Àtone  elise:  vlen,  supplì  seppellire,  susdù,  znàa  cenava,  cri  'cherìra, 
rtffheu  negato,  sbactd  bacchettare;  vdu,  vsin,  bsóTia,  slablis  stabiiisce, 
avlù  avvilito,  mneu  menato,  messdeu,  soltu  solito,  spirlu,  anmu  anme, 
predghi;  cowwi,  lamiera  *v'luntiara,  custdii;  dnegue  'irnàuer  gine- 
pro. K.  Infiniti:  rompi,  vendi,  conossi,  bei,  pandi,  piandi  *-&DÌÌ , 
essi,  ma  ess  jicuecc-  Plur.  fem.:  li  veni,  ori,  parali,  spadi,  nozzi, 
carti,  p&rti,  peri  pietre,  ecc. —  Altra  voci:  pari  padre,  mari,  mor- 
ti, ecc.  90.  amò,  'umore  fra  la  scorza  e  il  legno  degli  alberi';  cfr. 
il  n,  90  degli  spogli  grig. ,  e  p.  107  n.  91. 92.  peilu  40,  spirlu,  lempu; 
rossu,  viva,  dutlu,  curtu,  storCu,  drettu,  fattu;-  vas  ;  lebbros.  94.  sut- 
teu  saltato,  cuzzds  137,  utrd  altrove.  98  eco.  le  sconduri;  induniadi 
inginocchiati,  lendi  32n;  Cfr.  lengadu.  97.  someja,  tncju.  101,  fa- 
riieis  concorderebbe  co»  la  figura  dio  avemmo  iu  'Gardena',  ma  non 


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388  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

così  éameta.  111.  sodi,  otta.  IH  ecc.  éamda  chiamala  eco.  - 118.  uà 
reja;  Itt.  dónéa,  t.  pag.  303.  189*.  jo  bei  (fut.  òueréi);  dot —  darvi 
di  Candide,  dietro;  la  os.  187.  bos  bovi  di  tra  anni  (mondi  bua! 
sotto  i  tre  anni),  allato  a  noa  boi  nostri  buoi;  t  doi  ftis;  ag.  di,doi 
di,  ma  ai  noster  dia  (in  rima  con  fiÌ3);À  mi  vestii  ('-i'f~i);  cuiiis 
(•-r-s)  scarpe  9i;ffendes  ('-«-*)  lendini;  'gria  -ès,  capra  [sterile]  -re'. 
Del  reato:  doi  tadron  eco.,  uévo  uè  ci  52;  cfr.  76  ecc. -Seconde  pers. 
sg.:  as,  et,  va»,  ues;  creds-tut,  sient\s~tu? ;  ma:  porti,  credi,  eri 
eras.  [Seconde  pera,  imperf.  pi.  eressi,  avessi,  portassi.]  lW-6.  caru 
carp,  zanca- sanca  venes.,  mancina;  el  perji  pregò.  Ma:  la  ear- 
ni, ecc.  179.  canch'  l'era,  cài  boi  quali  buoi?,  ecc.-  óetai  quieta- 
li.  190.  fvlimu  fuliggine,  cfr.  'Gardena'  sotto  qnesto  num.  in  n.  — 
ì^.  noi  cherdón,  allato  a  jo  crédi. 


TBRRITORJ  NBI  QUALI  COHPLUIfiCONO   IL   LADINO   CENTRALE 
B  L*  ORlEKTACe. 

Il  ladino  del  ripartìmento  orientale  della  sezione  di  mezzo, 
viene  a  confluire,  sopra  qualche  breve  spazio,  con  quello  della 
sezione  orientale  della  zona,  che  6  il  friulano.  E  i  territorj  sui 
quali  per  ora  ci  è  dato  riconosdere,  od  avvertire,  il  vario  in- 
crociarsi delie  due  diverse  correnti  ladine,  sono  questi  tre:  il 
bacino  del  Vajont,  e  le  due  alte  valli  del  Celliaa  (Zelline)  e 
del  Tagliamento. 

1.  Il  piccolo  territorio  del  Vajont,  che  nell'ordine  ammìniatratìvo 
spetta  per  la  massima  parte  al  Friuli,  dipende  all'incontro  nsH'or- 
dine  corografico,  a  differenza  degli  altri  due,  dal  complesso  bellanes^. 
E  il  dialetto  suo,  cioè  il  dialetto  di  Erto,  se  pur  si  risenta  dell'atti- 
guità del  friulano,  altro  in  fondo  non  6  se  non  una  varietà  del  ladino 
centrale,  strettamente  connessa  con  le  due  estrame  varietA  ladim 
dall'alto  bellunese,  ohe  son  quelle  di  Rocca  d'Àgordo  (g  3,  b,  tu)  * 
del  Comelico  (§  3,  B,  x);  ma  specialmente  con  la  prima,  por  trovait- 
dosi  oggi  separata  da  entrambe  pei  dialetti  ladino-veneti  che  si  frap- 
pongono, e  Bon  da  noi  considerati  in  appresso  (g  4,  a,  3.  i.).  È  come 
un  ultimo  germoglio  del  ladino  centrale,  che  rispanta  alla  sinistra 
del  Piave;  ma  chi,  sulla  riva  destra  dello  stesso  fiume,  ai   ponga 


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'  §  3.  Sezione  centrale;  C.  Appendice:  Erto  ecc.  389 

pel  bacino  del  Maè,  riesce  ancora  a  scoprire  qualche  traccia  di  quella 
particolar  continuità,  dalla  quale  dipendea  questa  propaggine,  che  ^ 
ora  sta  così  divulsa. 

II  mio  testo,  pel  dialetto  d'Erto,  ò  la  aolita  parabola,  confusa  nel 
Tocabolario  del  Pirona  (r.  §  5)  tra. le  versioni  friulane,  e  ridotta  per 
me  a  più  sicura  lezione  dalla  impareggiabile  diligenza  del  Pellegrini. 
Di  specidcamente  friulano,  ci  avremmo  i  dittonghi  accessorj  dell'd, 
dei  quali  è  trattato  a  suo  luogo  (§  5).  Ma  Vóu,  avutosi  friulanamente 
dall'tf  di  fase  anteriore,  qui  passa  in  éu,  ed  è  come  dire  che  riceve 
l'impronta  del  ladino  centrala  (cfr.  in  ispecie  'Comelico',  n.  46  eco.). 
Quindi:  méw,  e  'l  gì  fi  deal,  dei  Ung;-  léur,  %  to  tarvidéur.  Friu- 
lana è  par  la  base  di  sui,  sono.  E  dal  tipo  del  ladino  centrale  ai 
stacca  anche  'éarzie  (Clant:  'calgérs)  calzari,  accostandosi  al  friu- 
lano in  quanto  vi  manca  la  risoluzione  ladina  aux  ■>  'alt.  Influsso 
friulano  potrebbe  Analmente  vedersi  pnr  nella  sibilante  dei  plurali: 
tolt  (sold  +  s),  poi  (poo  +  s),  dt's;  ma  la  qualità  di  questi  esemplari 
permetterebbe  di  mandarli  con  quelle  reliquie  dell'antico  plurale  che 
avemmo  ed  avremo  pure  in  altri  territorj  bellunesi  (§  3,  x,  §  4, 4.).  ' 
Del  resto,  gli  altri  plurali  corrispondono,  e  per  il  carattere  negativo 
della  mancanza  del  s,  e  per  altri  conti,  al  Upo  ladino-bellunese : 
coi  me  compdtn,  tàtn  din  (tanti  anni;  cfr.  besùin  bisogno,  déin  degno, 
e  il  Dum.  102  di  'Ampezzo'  ecc.),  ah'egre  pi.  m,,  inC-i  pia  ne' piedi 
(cfr.  'Gomelico'  3.,  num.  28),  dei  gian.  Manca  pure  il  -s  della  Eeconda 
persona,  che  nel  friulano  6  così  fermo;  quindi:  (w  i-a  gì  a  magé  gli 
hai  ammazzato;  tu  sólo]  tu  se!.  Ed  ora  volgendoci  ai  caratteri  pei 
quali  Erto  va  decisamente  col  ladino  della  sezione  di  m'eszo,  notiamo 
anzi  tutto  l'-ott  di  prima  plur.:  mtmgión  imiemen  e  stasón  àlieffre. 
Dipoi,  procedendo  nel  solito  ordine:  1-8.  8.  lafin.:  manTéé,  mangé, 
pregé-lo,  tome,  'dante,  BaW,  ecc.;-  ptcp. :  pi'éé,  inrabxé,  butte,  strazé, 
'carnè,  mandi,  reste,  ecc.,  tu  suo  ste,  ma  dat,  e  cosi  dd-me.  Altre 
voci:  pére',  la  peri,  oltre  facuUé.  Finalmente:  e  ho,  levare  "-vai,  ecc.; 
mei.  —  2K.  se-béin.  [82.  paéis.  iH.  deint  dito,  v.  pag.  175  e  222].  — 
87.  altre  sg.  m. ,  pi  vece  id.  —  [96  ecc.  ddven,  du  ito,] —  [114  ecc.  óa^ 
me,  pi].  —  150,  gan,  —  179.  'ée,  par-'Ha.  Importante  d  il  «entirsi 
qaasi  tnain'cé  per  man'éé,  v.  pag.  348.  E  lo  'e  dei  num.  160  ecc.  (ca- 
restia, 'éamp,  'ée  179)  ha  qui  un  suono  particolare,  che  sì  accoste- 
rebbe a  s^.  Caratteristico  l' accento  sulla  prima  vocale  di  ogni 
dittongo:  atei  cielo,  pia  (vedi  sopra),  aliegre,  flètta,  viètta,  ùore 


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390  AuoU ,  Saggi  ladini,  I. 

*at5[T]re  opere  (cfr.  ùam  ecc.  al  §  &}.  II  qual  fenomeno  trova  analogie 
pur  nel  friulano,  e  se  na  tooca  a  sua  luogo;  ma  qui  importa  con- 
siderare, come  all'altro  versante  detta  valle  del  Piave,  sùbito  s' in- 
contri quel  territorio,  che  può  dirsi  classico  in  ordine  alt' acci d cu t>' 
di  cui  parliamo,  ed  3  il  baciao  del  Ma£  o  la  Val  di  Zoldo  (%  4,  3.)  *. 
Un  altro  argomento  di  speciale  connessione  fra  i  bacini  del  Mac  ■> 
del  Yajont,  ha  poi  notato  il  Pellegrini,  o  consisto  nel  d  che  vol^e 
a  r.  E  sar&  d'aggiungere,  so  ben  veggo,  pur  quel  -n  parlicolaiu. 
per  cui  da  Erto  egli  trascrive:  xitadinn  gìiordiann. 

2.  Per  l'alta  valla  del  Cellina,  son  limitato  alla  parabola  nel  dia- 
letto di  Claut,  quale  è  data  dal  Pirona.  Se  il  dialetto  d'Erto  è 
ladino  bellunese,  con  immissioni  friulane,  questo  di  Claut,  vice- 
versa, è  friulano,  con  immissioni  bellunesi.  Noteremo  V-on  di  prima 
plurale:  matigión,  ralegronse;  lo  d  di  doven  du  (cfr.  'Erto');  indi: 
parcé  (nutn.  179);  allégre;  l'assenza  del  -*  nei  partic:  veffnti , perdù, 
^atd  ecc.,  del  -s  di  pi.  nel  fem.  le  vd'ce,  le  giande,  a  nella  seconde 
pers.:  tv,  fi  a  matsd,  tu  te  auó,  e  pur  del  I  dì  ci,  ecc.  Scarsa  im- 
misaione,  come  si  vede;  e  ancora  ben  piti  scarso  l'elemento  specifico 
della  rispettiva  corrente  ladina.  Ma  scarso  è  pure  il  nostro  saggio. 

3.  Per  r  alta  valle  del  Tagliatnetito,  il  Pirona  ci  dà  la'parabola  nel 
dialetto  di  Forni  di  sopra  {=  Vico  superiore).  Pur  qui  ì'-dn  della 
prima  pi.:  mangién,  tton;  e  -ii<=-nd:  cui glan.  E  considerata  la  già- 
cltura  topografica, 'ripeteremmo  dal  ladino-bellunese  anche  l'tio  f^l 
dittongo  organico  dell' ^  e  dell' d  di  posizione;  muori,  brazzaatól, 
rispuotta  (cfr.  §&).  Del  resto,  vero  friulano. 

'  Nair  Oltrechiusa  (§  3,  n),  attigua  da  nord-est,  kì  ha  per  avreittu«  eaoc 
la  IsM  ài  transizione  fra  i  dna  diversi  accenti  (cfr.  'Gardena').  SeriTa  il  De 
Luca:  'I  Tacchi  d'Oltrecbinaa  pronunciano  coma  una  vocala  a  mazso  qDéllidii 
'à  EaguKa  da  altra  Tocala;  a  dicono:  fuOò  (faoco).'  E  dopo  aver  notato  luich't- 
gli  coma  sia  comune  al  bacino  del  Maé  e  od  Erto  Vie  (ila)  ecc.,  avverte  fiual- 
mente,  che  pur  nella  Valle  Fiorentina  (§  4,  1.),  attigua  da  nord-ovest,  'pTO- 
'  'nnncjano  doppia  o  aemidoppia  la  vocale  seguita  da  altra  vocale  ;  a  cosi  dicono 
'p.  a,:  tabiie  fenile  (dov'era -i^  =  -tó(o,  v.  p.376n.),  cajMiw/ (v.  ib.),  ecc.'. 


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§  4.  Ladino  e  Veneto.  Bsordici. 


i  4.  Ladino  e  Taneto. 


Come,  dopo  a^er  trattato  della  favella  ladina  de'Grìgioni,  noi 
tentammo  di  esplorare  gli  attigui  dialetti,  in  cui  il  ladino  e  il 
lombardo  vanno  insieme  commisti,  e  la  intrinseche  affinità  che 
strìngono  fra  di  loro  le  due  diverse  favelle;  cosi  ora,  compita 
faticosamente  la  nostra  indagine  fonetica  intorno  alta  sezione 
centrale  della  zona  ladina,  vorremo  estendere  il  nostro  esame 
a  qoei  territorj,  in  cui  il  ladino  ed  il  veneto  ancora  si  vedono 
come  alle  prese  fra  di  loro,  e  insieme  toccare  delle  intime  atti- 
nenze, per  le  quali  le  Venezie  si  rannodano  con  le  circostanti 
regioni  ladine.  Ma  l'angustia  dei  limiti  che  ci  sono  prefissi,  e 
la  scarsità  delle  indagini  preparatorie,  se  valevano  a  scusare 
in  qualche  parte  le  imperfezioni  che  si  lamentano  nel  paragrafo 
intitolato  'Ladino  e  Lombardo',  potrebbero  a  miglior  titolo  alle- 
garsi in  difesa  delle  povere  condizioni  in  cui  ora  si  presenta  il 
suo  parallelo:  'Ladino  e  Veneto.'  È  uno  sbozzo  che  ben  può  pa- 
rerci di  qualche  momento,  poichà  si  stampa;  ma  certo  è  tale  da 
non  avventurarsi  alla  luce  se  non  coli' onesta  speranza,  che  la- 
vori più  ampj  e  meglio  composti  lo  faccian  presto  dimenticare. 

E  sì  divide  in  tre  distinti  articoli;  A.  Delle  varietà  nelle 
quali  confluiscono  la  favella  ladina  e  la  veneta; 
B.  Delle  speciali  connessioni  che  intercedono  fra  i 
gruppi  centrali  della  zona  ladina  ed  il  veneto  di 
terra  ferma;  G.  Dì  qualche  saggio  delle  antiche  con- 
dizioni glottologiche  dell'estuario  veneziano. 

Ma  che  cosa  veramente  intendiamo  per  'favella  veneta',  e  più 
specialmente  per  'veneto  di  terra  ferma' 1  Cosi  grande  è  stata 
pur  qui  la  civile  efficacia  della  metropoli,  che,  generalmente  ■ 
parlando,  il  dialetto  di  Venezia  oggi  può  dirsi  il  linguaggio 
comune  delle  persone  educate  di  tutto  quanto  il  Veneto.  E  le 
stesse  plebi  delle  città  maggiori  di  terra  ferma,  Udine  eccet- 
tuata, che  è  la  capitale  della  terza  sezione  ladina,  hanno  or- 
mai tali  parlate  ohe  poco  differiscono  tra  di  loro  o  tutte  insieme 
dalla  parlata  della  capitale;  locchè  facilmente  induce  all'erro- 
neo supposto  di  una  grande  ed  antica  uniformità  di  favella  per 


*vGoo»^lc 


392  Ascoli,  Sftggi  Udini,  I. 

tatti  ì  Veneti.  Ma  in  realtà  si  tratta  di  un  livellamento  mo- 
derno, che  non  si  estende  se,  non  a  limitata  parte  delta  super- 
ficie; si  tratta  del  veneziano  degli  ultimi  secoli,  che  penetra 
nelle  ppovincie  per  tutti  i  meati  della  politica  e  della  coltura. 
Se  usciamo  dalla  città,  sa  ci  scostiamo  dai  centri  in  cui  la  civiltà 
abbia  profondamente  esercitato  la  sua  opera  unificatrice,  o  se 
riusciamo  a  sorprendere  gli  stessi  parlari  urbani  nei  tempi  in 
cui  quest'opera  era  molto  meno  avanzata,  la  disformità  fra  il 
veneto  di  terra  ferma  ed  il  veneziano  si  fa  molto  sensibile.  Delta 
qual  disformità  bene  è  vero  che  una  parte  facilmente  si  elimina 
ove  per  Venezia  si  ricorra  ad  antichi  monumenti  del  dialetto; 
ed  ò  tal  parte  che  si  compone  di  fenomeni,  i  quali,  sempre  man- 
tenutisi nella  terra  ferma,  più  all'  incontro  non  restavano  nel 
'  dialetto  della  metropoli  quando  esso  venne  ultimamente  a  rifloire 
sulla  provincia.  .Sceverati  però,  con  questa  prima  e  non  difficile 
cura,  i  divarj  che  meramente  provengono  dal  diverso  grado  di 
conservazione,  resta  ancora  uua  somma  di  notevoli  differenze, 
par  le  quali  si  vìen  delineando  uno  special  complesso  di  varietà 
venete  dì,terra  ferma,  o  meglio  una  serie  di  gruppi  veneti,  tutti 
diversi  dal  veneziano,  i  quali  Jpar  ora  pur  si  potranno  con  que- 
sto comprendere  sotto  il  nome  generico  di  favella  veneta.  Se- 
nonchè  lo  scrutare  le  ragioni  istoricbe  di  tutti  codesti  gruppi, 
Io  studiare  in  ispecìe  le  relazioni  per  le  quali  essi  collegansi  eoa 
la  favella  lombarda  dall'una  parte  e  con  la  ladina  dall'altra, 
questo  è  bene  uno  dei  principali  desiderj  che  ì  miei  cenni  po- 
tranno forse  alimentare  anche  in  altrui,  ma  non  ò  già  un  as- 
sunto al  qnala  essi  pretendano  in  alcun  modo  bastare.  Stiamo 
sovra  un  terreno  poco  men  che  inesplorato.  Quando  l'indagine 
si  potrà  estendere  a  più  ampia  e  più  sicura  serie  di  anticlii 
documenti  veneziani,  è  probabile,  come  già  a  non  pochi  segai 
si  vede,  che  più  altri  particolari  fenomeni,  i  quali  ancorasi 
mantengono  o  da  poco  ei  spensero  nella  terra  ferma,  avranno 
a  risultare,  in  età  rimote,  non  estranei  pure  a  Venezia  od  ai 
suoi  prossimi  dintorni ,  mantenendosi  nondimeno  certe  diversiti 
0  in  ordine  al  modo  o  in  ordine  alla  quantità  della  loro  espU' 
cazione.  Le  quali  diversità,  e  la  stessa  e  cosi  ragguarderole 
differenza  nella  quantità  di  vita,  cioè  nella  durata  dei  feno- 
meni medesimi,  hanno,  come  ognun  vede,  un'importanza  isto* 


>vGoo»^lc 


§  4.  Ladino  e  Venato.  Eeordio.  303 

rica  di  non  poco  momento.  L'osservazione,  del  resto,  dovrebbe 
iasieme  abbracciare,  oltre  l'estrema  zona  delle  Venezie,  a  sud- 
est, anche  le  varietà  orientali  d'oltre-Po;  e  il  problema  della 
genesi  di  questo  cosi  cospicuo  indivìduo  della  famiglia  italiana, 
che  si  dice  il  veneto,  potri  assumere,  fra  non  molto,  sembianze 
e  proporzioni  inaspettate  *. 


'  Nello  stadio  che  ora  iaiziamo,  aia  che  si  risalga  alle  antiche  fasi  del  dia- 
letto di  Venezia,  sia  che  si  contideriuo  le  divergente  per  le  quali  il  veneto 
di  terra  ferma,  o  antico  o  moderno,  si  scosti  da  quello,  é  naturalmente  sem- 
pre BOttiutesa  una  sufflciente  conoscenza  dell' o4ieroo  veoeiiano,  che  viene  ad 
essere  quasi  il  panto  fermo  da  coi  si  misarano  le  distanze.  Quindi  non  è,  per 
avTeatnra,  affatto  superfluo,  che  intanto  qni  s'abbia  nn  breve  prospetto  delle 
ine  condizioni  fonetiche  (cfr.  p.  SSO-1),  adattato  in  particolar  modo  al  caao 
nostro.  Né  di  veneziano  moderno  mi  par  lecito  discorrere,  senza  aver  prima 
ricordato  quel  cospicuo  monumento  che  ne  é  il  Diziùnario  dil  dialetto  otne- 
liano  di  Giuteppe  Boebio  (sac.  ediz.,  Veuezia  1856). 

VXHEZUHO  ODDEBMO. 

d.  —  Condizioni  italiane;  quindi:  eoMtér,  man,  dito,  ecc.-  Ma  -a'kio  db  -er: 
granér,  »t«r;  caltghér,  ecc.;  noll'ant.  pure  i«n^  e  denir  denéri. 

è.  —  voler,  téla,  terén,  ecc. 

i  ed  ee.  —  sièro,  tniél,  vién,  diése,  fiél,  miéder  mietere;  piégora,  miédego 
9  médego;  ttvìo  'tÌevi[d]o.-  Nella  posizione  estinta:  sle  *rìé  sex,  cfr. 
§  4,  A  -e  B,  e  anche  pie  •pié[d]e,  e  l'd.  —  A  fbrmola  iniziale,  pas- 
siamo da  *j»  (:=  ié)  a  ^»:  gtrii  cfr.  givolo  del  cont.  padov.,  *HtoIo. 
abnlum. 

é  di  pos.  —  fèsta,  béstia,  èrba,  eco.  Cfr.  i. 

1-  —  fin  ecc.        I.  —  negro  negri, 

é.  —  amar,  sólo,  paràn  paróni,  ecc.  v 

<)-  —  ctwii-,  fvtìra  e  fora,  cuógo  e  cago,  muódo  e  nt6Ìo%  nóoo;  poi,  noi;  mo- 
ver. Nella  posizione  estinta:  pud  e  pò,  poi;  e  ancvo  da  aneuó,  cfr. 
S  4,  i  e  B,  e  r^.  —  Del  resto:  stòla  e  sóla,  diót  e  dol,  riàsa  e  rdia, 
nióra  e  rtdra  (d  secondario),  ant.  nióier;  colla  quel  serie  Tanno  quasi 
sìcnramenta:  nimiàl  lenzuolo,  fasiói  (e  fasói;  eg.  fasólo),  ecc.  E  nella 
posizione  estinta:  tiàr  o  cor  "tjor  (e  lor;  togliere),  Cfr.  §  4,  B  3. 

i  ài  poe.  —  eósia,  mòrto,  ecc.  Cfr.  6. 

u.  —  dtiro  ecc.        u.  —  ióoene,  lana,  ecc. 

Vocali  dtone.  —  Rimane  Ve  mediana:  eérter»,  méter,  ecc.  —  L'è  fioala,  pri- 
maria 0  secondaria,  conservata:  gréee,  diése,  pùise^  séte  sette;  fitt- 
ine, rrlnw;  prème.  Ma  tace,  dopo  r:  dar,  mandr,  lavér;  amor,  ecc., 
par  pare,  mor  (resta  in  care  corre;  a  non  dir  di  pdre  "padre,  ecc.); 
dopo  l:  tal,  mal,  cameadi,  sol  (resta  in  péle  pelle);  e  dopo  »:  domdn, 
ean,  oièn  (resta,  per  il  nesso,  in  cdme).  Non  mai  perd  si  perde  nel 


>vGoo»^lc 


394  ,  Ascoli,  Saggi  ladini,  l. 

Il  precedente  paragrafo  già  ebbe  a  mostrarci  coma  nei  bacini 
■dell' Avisio  e  del  Piaye  la  favella  veneta  di  continuo  si  estenda 
o  s' infiltri  in  danno  della  ladina.  Ora  al  Piave  noi  percorre- 
remo quei  distretti,  che  tanto  appena  serbino  di  ladino  da  po- 
tersi dire  ladino-veneti;  e  più  in  giù,  ancora  al  Piave,  aTremo 
gli  speciali  territorj  dialettologici  di  Belluno  e  di  Fellre,  sui 
quali  il  consolidamento  delia  favella  veneta  {veneto  di  terra 
ferma,  tipo  di  nord-est)  può  dirsi  recente,  ma  ormai  quasi  com- 
piuto. Pure  alla  Livenza,  e  in  varj  punti  della  costa  adriatica, 
non  tarderemo  a  notare  come  il  ladino,  cioè  il  friulano,  venga 
cedendo  il  terreno  alta  favella,  veneta.  Ma  qualche  difScoltà,  o 
controversia,  surge  in  ordine  alla  geografia  o  alla  stratigrafia 
di  questa  favella  ed  a' suoi  scontri  con  la  ladina,  quando  siamo 
alla  valle  del  Noce  e  alla  sottostante  sezione  austriaca  della 
valle  dell'Adige.  Dal  canto  nostro  già  affermammo,  e  in  parte 
pei  nostri  esempj  riuscimmo  a  vedere,  che  sia  veneto,  e  non 
lombardo,  salvo  una  breve  restrizione,  l'elemento  romaneo  che 
nella  valle  del  Noce  strema  il  ladino.  Se  ne  ritocca  nel  terzo 
Capo  ;  e  circa  lo  special  distretto  dialettologico  di  Trento,  pel 

plur.  femin.:  l«  sére,  véle,  véne.—  L'o  finale  rimaoe  cosUntementt: 
sólo,  gàio,  cavalo,  caro  Cara  e  carro,  aedro,  ràmo,'iàmo  ehìami], 
robióao,  étto,  séo  aero,  ffdlo,  rótto,  fata  iktto,  vUlo;  pringipio;  ecc. 
Ma  ai  eccettuala  deaiuenza -no,  se  preceduta  da  vocale;  qTiiadi:  iimi, 
cùmo,  ma:  san,  man,  Cristian,  pién,  molin,  inàovtn  l'indoTiDO,  io»  il 
suono  (nella  1.  pcrs.  eg.  del  prea.  pur  qnesta  desinenza  serba  l'-o:  imd 
io  buodo,  ecc.);  oltre  r-«r  =  -Aiuo  che  gì&  aTemmo  sotto  d.  &  tende 
a  dileguarsi,  massime  nella  prima  coningazione ,  pnr  l'-o  del  ptriic- 
che  pel  tramonto  della  dentala  viene  a  far  dittonga:  anddo  aniì. 

j  e  g  danno  i:  Heent,  ìogdr,  iànier  \  péio,  màio;-  senóco;  strénier,  slor- 
iér  (^6,  §,  i).  E  analogamente  s  e  6  danao  f.  péft  (peise;  pesce), 
cortdfer;-  fiél,  simese,  pernfr,  lertésa  o  foriésa,  piagér  sosL 

Uj  àit  ij  i:  fio  fiólo  (cfr.  ant,  mttir  *milj(5r);  ma  Ij  preceduto  da  altra  vocale, 
primaria  o  eecondaria,  che  non  sia  i,  dfi  g:  piigia,  famigia,  marmi 
già,  consigio,  fógia,  Piigia.  —  Nel  pi.  masc.  di  -Sia,  avremo:  ^'' 
e  fiài\  fasàli  e  fasói  o  faaiài;  cfr.  eavéti  e  caeéi,  fradéi,  costèi. 

Dileguo  di  d  eecondaria  e~  primario,  tra  vocali:  matiro  e  maàtlro,  vtg'^io 
vegnia,  sia,  s?  sete;-  tttio  e  mido,  crtio,  nio,  peàéo;  ma:  téàoa, 
veder,  creder. 

Dileguo  di  d  primario  a  secondario:  óte  e  vó^,  tio,  védoa;  ma:  cititi),  oótifo. 
vivo;  saoér,  rdva;  trdoo:  ecc. 


;vQoo»^lc 


§  i.  liOdiDO  0  Veneto.  Esordio.  396 

quale  si  vorrebbe  fatta  qualche  eccezione  nella  valle  dell'Adige, 
giova  ora  mostrare,  che  meglio  riconosciate  le  adjacenti  regioni 
ladine  e  le  venete,  ogni  sicuro  fondamento  viene  a  sottrarsi 
alla  divulgata  opinione  che  si  debban  ripetere  da  influsso  lom- 
bardo que' fenomeni  per  cui  il  trentino  si  differenzia  dal  rove- 
retano  o  in  ìspecie  dai  vernacoli  odierni  di  Val  Sugana.  Non 
sanno  veramente  altro  citare,  sa  non  tre  fenomeni,  schietta- 
mente fonetici  tutti  e  tre:  Vù  (od  ù),  reati  dell' c^^  e  il  dileguo 
di  determinate  vocali  all'uscita*.  Ora,  quanto  alle  due  vocali 
turbate,  noi  vedremo,  dall' un  canto,  che  ì  loro  estremi  vestigi, 
a  sud-est,  vadano  ben  più  oltre  che  non  si  soglia  credere,  poiché 
per  buon  tratto  esse  ancora  si  ritrovano  lungo  l'alto  bacino  della 
Brenta  (b,  1);  nà  dimenticheremo,  dall'altro,  che  ci  moviamo 
per  territorj  in  cui  il  substrato  ladino  per  ogni  parte  traluce, 
e  Vii  e  ì'ó  dei  Ladini  noi  cosi  avemìuo  e  alla  destra  e  alla  sini- 
stra dell'Adige,  per  le  valli  del  Noce  e  dell'Avisio,  che  sboccano 
entrambo  di  poco  all'  insù  di  Trento  *.  E  quanto  al  troncarsi 
della  vocale  all'uscita,  il  fenomeno  sempre  sussiste,  -  malgrado 
il  moderno  influsso  veneziano,  pur  nei.  territorj  di  Rovereto,  di 
Riva,  d'Ala;  onde  ci  porta,  come  eziandio  dalla  valle  di  Pri- 
miero, dove  pur  vige,  a  quella  larga  parta  della  region  setten- 
trionale della  "Venezia  vera  e  propria,  cui  parimenti  è  comune. 
Una  delle-  più  cospicue  prove  dello  inoltrarsi  dell'elemento 
veneto  pur  sulla  destra  dell'Adige  al  nord  di  Trento,  io  rav- 
viso in  quella  figura  del  dittongo  dell'^  {o,  ó  second.,  ó  di  posiz.) 
che  ci  occorreva  nella  varietà  di  Corredo  (§  3,  a,  hi  b,  2),  ed 
era:  ««5.  Il  quale  dittongo  dell' d,  che  parve  sporadico  nel  vene- 
ziano antico  e  nel  moderno,  e  dall'  indagine  superficiale  potè 
anzi  sospettarsi  di  mera  imitazione  o  derivazione  letteraria,  si 


'  Cfr.  ScBN.  7,39;  Peb.  630.  Il  Eecondo  ha  esplicita  la  corretta  sentenza 
che  il  trentino  altro  non  eia  che  una  Tarìetà  del  Teaeto.  —  DÌ  qualche  aiu- 
gola  Toce  trentina  che  potè  parer  lombarda,  v.  §  4,  b,  1.,  in  fine. 

'  Certo  ueaaiiDO  Torrà  ripatara  d'importazione  o  d'influenza  lombarda  l'w 
a  i'o*  di  Val  di  Sole;  né  credere  a  Eìmil  aoitenza  per  l'u  e  l' ó  di  Val  Cent- 
bra,  perohd  nel  tratto  superiora  della  valle  dell' Aviaìfi  le  Tocoli  turbate  ai 
YengoDo  atremando;  t,  l'eiordio  al  §  3  b  e  'Val  di  Poasa*.  Circa  Trento  in 
particolare,  va  apecialmante  conaiderato  Io  ?a=cJL  nella  valle  del  F«raÌDB 
(§  4,  B,  I.). 


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396  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

addimostra  all' incontro  precipuo  e  fondamental  carattere  ddla 
favella  veneta  e  in  ispecie  di  quella  sezione  che  noi  didam  ve- 
neto di  ferra  ferma;  il  qual  carattere,  come  vedremo,  tanto 
più  spesseggia  negli  scritti  veramente  popolari,  quanto  più  in 
su  risaliamo  nel  tempo,  e  sempre  ancora  è  ben  saldo  fra  quelle 
varietà  viventi  in  cui  la  favella  veneta  rasenta  la  ladina;  sia, 
come  veramente  pare,  che  la  prima  concessione  cui  negli  orli 
etnografici  il  ladino  sempre  facesse  al  veneto,  foGse  questa  di 
risolvere  il  proprio  né  nell'itti  del  prevalente  vicino,  0  sia  che 
Vuó  veneto  fermasse  a  più  antico  livello  la  determinazione  àà 
dittongo  nelle  attigue  parlate  ladine  '.  Cosi  alla  sinistra  dd 
Noce,  Vttó  dì  Corredo  sta  allato  all'ut  di  Fondo  e  di  Revò;  a 
cosi  per  Vué  di  Val  Gardena,  e  della  più  alta  sezione  del  ba- 
cino del  Piave,  sempre  abbiamo  uó  nella  continuazione  di  qael 
bacino  medesimo,  si  fra  i  dialetti  che  ancora  si  posson  dire 
ladini  (§  3,  B,  tu.  ix),  e  si  fra  i  ladìno-veneti  (§  4,  a,  1-4).  H- 
nalmente,  al  contatto  del  friulano  col  veneto,  nella  zona  che 
a  noi  sarà  rappresentata  da  Pordenone  ed  Aviano  (§  5),  non 
risuonerà  l' uè ,  che  a  suo  luogo  riconosceremo  fondamental 
flgnra  friulana  del  dittongo  di  cui  si  parla,  ma  bensì  l'antico 
uó  della  favella  veneta. 

Cosi  questo  dittongo  rischiarerà  la  nostra  indagine  dal  Noce 
e  l'alto  Piave  alle  lagune  {cfr.  p.  335);  e  veramente  si  tratta, 
come  vedremo  altrove,  della  gran  caratteristica  italiana,  cbe 
serpeggia,  nel  tempo  e  nello  spazio,  dall'alto  trentino  in  sino 
all'estremità  meridionale  della  penìsola.  Ma  scorta  ancora  p^ 
fedele  ci  sarà  V'on  {-om),  esponente  di  prima  persona  plurale, 
pel  quale  il  veneto  di  terra  ferma  spiccatamente  si  rannoda  coi 
dialetti  ladini  del  grappo  tridentino-orientale  ed  alto-bellunese 
(cfr.  ib.). 

Queste  dne  generali  caratteristiche  saranno  quindi  propne 
pur  di  quella  serie  dì  varietà  che  da  noi  sì  considera  nel  primo 

'  L'uà  altro  non  asoesdo  per  aà  stesso  le  non  una  ÙguTSt  pib  aniiana  Q  pi^ 
genuina  dell' ti^,  ai  potrebbe  ciod  imagiruire  cbe  vi  avesse  in  pretta  finellt 
ladina  l'ima  faae  accanto  all'altra,  come  in  effètto  arriene  nel  proreusle 
(DiKE  I'  397;  P.  Metbr  nei  Mémoirts  de  la  soàéli  de  lingvisHqiu,  I  M7-S}; 
ma  si  le  ra^oni  geografiche  e  si  le  generali  eondiiioni  dei  dialetti  lailini  " 
cni  Vuó  ricorre,  pajon  contraatars  a  qnésta  ipotesi.  Vedi  ancora  il  §  5. 


>vGoo»^lc 


§  4.  Ladino  e  Veneto.  GMrdìo.  397 

dei  tre  articoli  specificati  di  sopra,  ^on  varietà,  ì  cui  territori 
aderiscono  ai  distretti  ^dini  dell' alto-bellunese  che  nel  prece- 
dente paragrafo  studiammo  (g  3,  b,  vii,  ix,  x);  ciascuna  delle 
quali  ci  mostrerà  d'altronde,  ben  conservata,  una  almeno  delle 
più  spiccate  caratteristiche  propriamente  ladine.  Comune  loro 
distintivo  rimane  inoltre  il  dileguo  del  ~r  nell' infinito;  e  noi 
ci  limiteremo  a  raccoglierne  esempj  da  una  sola  (a,  2).  Note- 
vole finalmente,  in  questa  serie,  comunque  già  vi  fossimo  pre- 
parati ,  anche  V  assolata  mancanza  di  ogni  esemplare,  in  cui  si 
mantenga  il  l  di  fl  ecc. 

Nel  secondo  articolo,  tenteremo  il  veneto  di  terra  ferma, 
pei  terrttorj  dell'  Adige,  del  Bacchiglione,  della  Brenta,  del 
Piave,  della  Livenza,  chiudendo  con  una  rapida  escursione  per 
l'Istria  veneta.  Oltre  all'-on  di  prima  persona  plurale,  e  all'ut} 
anche  da  ó  in  posizione,  l'attenzione  nostra  sarà  principalmente 
diretta,  in  questo  articola,  ai  fenomeni  seguenti:  il  dittongo 
dellV  in  posizione;  il  dileguo  dell'e  interna  postònica,  in  ìspecia 
nell'infinito  di  base  sdrucciola;  l'effetto  dell'i  àtono,  dì  sillaba 
finale,  sulla  determinazione  della  vocale  tonica  di  penultima; 
il  dileguo  di  e  ed  0  («),  che  risuonavano,  in  fase  anteriore, 
finali  ed  àtoni;  d  d  p  àn  z  e  g  dì  fase  anteriore;  i  prodotti 
delle  basi  in  cui  si  complica  j  (num.  97, 105,  ecc.);  il  dileguo 
di  d,  primario  o  secondario;  ÌI  dileguo  di  v;  il  s  prostetico; 
-mentre  = -itstìTB  nell'avverbio;  e  infine,  benché  si  tomi  eoo 
ciò  a  preoccupare  lo  studio  delle  forme,  Y'-esio  dei  participj 
{volesto  >  voluto,  ecc.)  '.  Il  padovano  e  il  veronese,  si  per  la 
copia  e  si  per  l'antichità  dei  saggi,  qui  ci  daranno  la  messe  piti 


<  Abbiamo  par  la  coutin nazione  dell'  -e  (-i)  aells  prima  siag.  d«l- 
riodic,  alla  ladina  e  alla  lombarda  (cfr.  C.  ITI,  3).  Si  osservino  per 
ora:  beli,  vade,  digheeca.,  feltr.  ame;  foltin.  vepregìte,  me  n'allie- 
gre;  conegl.  leve;  e  qualche  esempio  pure  Dell* ant.  padov.  rust.:  a  uè 
dige  nera,  Ruzz.  or.  44,  dial.  7'  {dial.  1528:  a  ve  dighe,  10),  a  vage 
(vado)  ib.,  mi  cha  stage  ben  (sto  bene)  ib.  9*;  allato  a  cun  uè  digo 
or.  30  (dige  34],  posso  46,  a  te  prego  ib.;  ecc.  Anche  ia  storia 
corografica  di  molte  singole  voci  o  maniere ,  e  par  qualche*  altra  se- 
rie fonetica,  non  dovrebbe  qui  andar  trascurata;  e  intanto  si  osser- 
vino, ricorrendo  sempre  ai  rispettivi  articoli  per  le  abbreviazioni  che 
non  riuscissero  chiaro:  antico  veron.  ni^'o  nuja  nullo  nulla,  garden. 


;vGoo»^lc 


39S  AecoIì,  Saggi  ladini,  I. 

importante;  e  congiuntamente  considerati,  come  alcana  intime 

lor  convenienze  persuadono,  ci  ricondurraDoo  a  quei  pensieri 


nia,  friul.  niije,  ni'e  (cfp.  C.  V);  -  foltr.  la  l'notn  (imb.),  sto  inon  (To- 
mo), nome,  garden.  Vinuetn,  pordenon.  el  vero  imión,  beli.  Cignm, 
la  gnon,  antico  venez.  la  nome  (Fra  PaoliAo),  pi.  le  nome  (in  Dna 
MatrìcoUi  che  ha  la  data  del  1260),  rust.  padov.  la  so  tome  (Raz- 
zante);- ant.  foUin.  àut,  tutto,  ladino  della  sei.  centr.  e  friul.,  id.; 
foltin.  toranl,  rotondo,  ladino  della  eez.  centr.  e  friuL,  ìd.j-  foUio. 
sensa,  senza,  garden,  id.;-  beli.  aljer,jerì,  rast.  Ter.  algeri;-  feltr. 
beli,  e  agord.  aalvarec,  salvatico,  garden,  salvére;-  beli,  d-angiutl, 
rnst.  pad.  annuale,  ant.  Tenez.  éngual  (Fra  Paol.),  cfr.  p.  222;-  beli, 
e  follin.  reteis  rìTe[r]3CÌo,  rust.  pad.  roetso;-  beli,  assar  lasciare,  aita 
lascia!,  follin.  no  asse  ['egli  non  lasci',  in  un  proverbio),  rust.  reron. 
t  te  assa, "cfr.  pag.  108;-  rust.  padov.  inchin  in  sino,  inchina,  inchi- 
namen,  chiogg.  inchin,  buran.  inchina,  pordenon.  id.  [inchin  ecc.  sa- 
rebbe pur  di  veneE.  ant.,  stando  al  Bosaio;  cfr.  enchia  e  deckia,  ìa 
sino,  che  occorrono  in  doc.  venez.  del  seo.  XIV,  Cbcghbtti,  Alti  del- 
rist.  Yen.,  XY,  1618-20).  NoteTole  per  la  costanza  della  metatesi: 
fellr.  dram  dromir  (imb.),  coneglian.  dromir  dromist,  rust.  pad.  dro- 
inire  (Ruzz.),  porden.  ijrum/  dróme,  Tenez.  drom/da;-  cfr.  feltr.  j'retnii 
fermato,  pust.  pad.  fremo  fermo.  Anche  le  vocali  àtone  darebbero  luogo 
a  singoli  confronti;  ma  qui  dobbiamo  limitarci  a.  punidn  feltr.  beli,  ve- 
nez. ampezz.  e  fri.,  opinione;  e  al  caso  dell'o  di  ogni,  che  smarrisce 
il  suo  accento  per  la  proclisi,  e  quindi  volge  ia  a  (p.  I(€)  oppursi 
perde:  beli,  a  far  gno  sforz,  feltr,  (imb.)  gni  di,  [agnvn  sa\,  cone- 
glian. agnn  (rop,  rust.  padov.  agn'om,  agno  conta,  buran.  agni pa^ 
tona.  Una  serie  di  qualche  momento  3  poi  quella  di  ant  am  imt), 
ont,  ons  (onz),  per  alt  ah  ecc.  dì  fase  anteriore:  follia,  emiro,  chiogs< 
o  buran.'  id.  {antra  "  altra,  pure  in  un  saggio  feltrino),  rust.  veron. 
nuantri,  a  antro  pure  a  Venezia  ('idiotismo  della'  bassa  gente'  Boe- 
rio);  buren.  ci(rfifo°ciolto  =  tjolto;'  agord.  (Canale)  i pons,  rust.  pad. 
ponsò  (e  si  sente  anche  a  Venezia,  Boekio);  rust.  pad.  pontini  (Ruii-) 
pulcini.  Coi  quali  va  pur  Vansi~  del  chiogg.  ansivescoe,  rust.  vemn. 
anzipreli,  poiché  abbiamo  lo  forme  intermedie  col  t:  chiogg.  alsi- 
prete,  veron.  ant.  (1379)  alcipreto.  E  potremo  così  troTare  che  non 
sia  già  epentelico  il  n  di  antichi  e  moderni  esemplari  veneti  qu*" 
sono  reponto  riposo,  jionsnr,  consa,  poiché  insieme  abbiamo  la  forme 
Tenete  polsar  e  colsa  (cfr.  i  num.  68  □  94  dei  precedenti  spogli),  dove 
in  ispccie  va  considerata  la  copia  friulana  polsd  ponsà,  riposare  (cosi 
M.  poh  0  pons,  polso).  E  so  mi  ii  lecito  finire  con  un  parUcolare  cli« 


;vGoo»^lc 


§  4.  Ladino  e  Vfflieto.  A.  1.  Val  Fiorentina.  390 

che  più  addietro  si  sono  da  noi  sbozzati  sulle  ragioni  dialettali 
delle  letterature  primitive  dell'  Italia  superiore  (§  2,  b,  ii,  7). 

Nel  terzo  articolo,  finalmente,  tenderemo  a  mostrare  per 
quanta  parte  si  trovin  comuni  all'antica  Venezia,  o  all'antico  « 
dialetto  di  una  sezione  orieatale  del  suo  estuario,  ì  fenomeni 
che  nel  veneto  di  terra  ferma  più  specialmente  richiamavano  la 
nostra  attenzione.  Ma  ivi  insieme  scopriremo  particolari  feno- 
meni, i  quali  ci  ricondurranno  al  pretto  ladino;  prodromi  op- 
portuni allo  studio  delle  varietà,  che  si  parlano  o  si  parlavano 
nella  sezione  orientala  della  zona,  e  dall'Adriatico  ci  raccom- 
pagneranno  all'Alpi  Gamiche. 


TEIUUTOBJ  MEI  QUALI  COHFLUIECOKO   LA   FAVELLA   LADINA 
E  LA  VENETA. 

1.  Val  FtorenUna, 

S'intende  per  questo  nome  quella  maggior  porzione  del  bacino 
della  Fiorentina  che  spetta  al  territorio  del  regno  e  fa  parte 
del  distretto  di  Pieve  di  Cadore  *.  Ha  'Livinallungo'  e  'Rocca 


riflette  piuttosto  le  forme  che  i  suoni,  toccherà  di  certe  prime  per- 
sone che  certamente  sì  coDgiungono  col  santo  Cionte]  soni,  io  sono, 
dell'antica  letteratura  e  dell'odierna  favella  milanese,  e  che  pure  è 
comune  a  Fra  Qiacomino  da  Verona  (cfr.  Mcssaf.  reodio.  XLVi  1&6J. 
Avremo  cosi  le  Begueoti  forme,  ora  limitate  alla  costruzione  inter- 
rogante: trent.  gonte  ho  ìo,  tonte  so  io  (voci  che  mi  vengono  dal  col- 
lega Malfatti);  vicent.  genti  (valsug.  gotti,  Zuco.-Orl.  1.  e.  142)  od 
enti,  ho  io;  rust.  veron.  coss^anti  da  fare?  ohe  ho  a  fare,  che  aonti 
mi  che  so  io.  Cfr.  §  4,  b,  3,  Anche  negli  Atti  del  Lido  Maggiore  (e,  2): 
o  sonte  eo  o  son  io? 

'  Che  é  quanto  dire,  i  paesi  dì  cui  ei  compone  il  comune  di  Selva.  II  Pel- 
LEGBIMi  (t.  p.  345)  vorrebbe  aggiunto  a  questo  circoadario  dialettale  anche 
il  tratto  della  valle  del  Cordevola  che  va  dalla  frontiera  austro -italiana  alla 
punta  meridionale  del  lago  d'Alleghe,  che  i  quanto  dire  il  comune  à'A'lUghe, 
[lib  U  fraiioDO  dì  Callàntghe  da  quel  di  Roi;ca;  gli  abitanti  del  quale  tratto 
(sono  BUe  parole)  'dui  resto  degli  alpigiani  del  distretto  di  Agordo  vengano 
'confusi  eoa  quelli  di  Rocca,  e  eooaiderati  come  se  parlassero  lo  atesao  Aa- 
'latto';  dove  egli  annoia  opportunamente  che  Alleghe  dica  ìaaieme  con  Seha: 


;vGoo»^lc 


400  AmoIì,  Saggi  Udini,  I. 

e  Laste'  da  occidente;  a  oriente  r'Oltrecbtusa';  e  tal  dialetto 
che  ben  corrisponde  a  questa  situazione  intermedia,  ma  per- 
dendo Ttepiù  l'impronta  ladina,  si  che  tra  i  ladini  pid  non  po- 
.  irebbe  aver  posto,  o  il  potrebbe  a  stento. 
L'è  del  num.  1-8  perda  mollo  terreno  in  confronto  di  Rocca.  Si  con- 
sideri, insieme  colla  nota  ella  precede,  la  serie  seguente:  cesa,  cef 
chiaTe,  tabié,  siéla  e  sidla,  óarid,  paussd,  toregd  [Kocca:  soregé) 
soleggiare,  tdrée  sarchio,  v-atc-  Quanto  al  num.  137,  cessa  la  carat* 
teristica,  fuor  deirinterrogazione,  pur  nel  riflesso  di  'tiabes':  ti  le-a 
(ax-tof),  avar-à,  ma  resta  in  quella  di  'es':  ti  t'-es.-  D'altronde,  come 
nell' Oltrechiasa  ecc. ,  d  per  i:  do,  gib,  mónde,  ecc.;  e  così  dev'^- 
servi  p  per  ti,  cfr.  pa^eda  =  pazéda  di  Rocca  ecc.,  vaso  in  cai  si 
munge  il  latte.-  Pel  num.  10:  duter,  itnaitz  burro  (Hvinal.  id.,  ted, 
schtTial^,  cfr.  Schn.  100);  e  ancora  pel  160-6:  óartàpia,  ^ditra,  cor, 
cavéster.-  Pel  118-19:  vóffe,  vét/t  ecc.  £  continuando  col  ditton^ 
dell' d  e  dall' o  di  pos.  :  nuóf  agg, ,  t  naósé.-  Prime  pera,  pi.:  nAt, 
aàn  av&n.  Partic.  di  prima:  ita,  pi.  stai. 

S.  Affordtno  centrale  e  meriàtofuOe, 

Il  distretto  d'A'gordo  sogliono  dividere  in  Agordo-sopra~ 
chiusa  e  Agordo-sotto-chiusa,  riferendosi  alla  Chiusa  del  Cor- 
devote,  che  è  tra  Ghirlo-e  Listolade  (Pbll.).  Alla  sezione  di 
sopra-chiusa  già  prendemmo,  da  settentrione,  'Rocca  e  Laste' 
(g  3,  tu)  ed  'AUeghe'  (g  4,  I  in  n.).  Ora  il  territorio  cbe  di 
essa  rimane,  vale  a  dire  il  bacino  del  Biòis  (comuni  di  Forno- 
di-Canale,  Falcàde,  Vallsda)  con  quel  tratto  della  valle  del 
Óordevole  che  va  dalla  estremità  meridionale  del  ^ago  di  AUe- 
ghe  in  sino  alla  Chiusa  {comuni  di  San  Tomaso,  Cencenighe), 
sarà  per  noi  Vagordino  centrale;  e  all'incontro  diremo  agor- 
dino  meridionale  il  territorio  dì  sotto-chiusa,  nel  quale  si  com- 
prende il  tratto  della  valle  del  Cordevole  che  va  dalla  Chiosa 
io  sino  al  confine  agordino-bellunese  (comuni  di  Taibón,  Agor- 
do,  La-Valle,  Voltago,  Rivamonte),  e  ancora  quella  parte  del 


lae  lago,  mare  madre,  scarpa,  e  Rocca  invaca:  tee,  mert,  tchtrpa.-  In  i 
nomi  locali  del  comuDe  di  Alleghe,  banno  euono  pretUineate  ladino:  Ct>I-^ 
-migs  (colle  dì  meiui),  a  ì  gìgari  A' Hie  =  Alleghe,  Cia(n*J= Caprile.-  Le  toci 
che  addnco  per  'Val  Fiorentina',  ai  debbono  alla  gentile»»  del  dott  Bortolo 
Talauini,  notajo  la  Belluno,  nativo  di  colà. 


;vGoo»^lc 


§  4.  Ladino  e  Veneto.  A.  S.  Agordino  eentrale  e  meridionale.  401 

bacino  superiore  del  Mis,  in  cui  giace  il  comune  di  Gosatdo. 
L'agordino  centrale  offrirà  naturalmente  piti  resti  ladini  che 
non  possa  il  meridionale;  e  il  sistema  fonetico  del  secondo,  or- 
mai veramente  non  ce  ne  dà.  se  non  di  scarsi  affatto  ^    , 

a-  Agordìno  centrale. 
Eìsaona  ancora  la  palatina  in  piti  esemplari  del  nam.  Iftl;  cdsa^  do 
0  tre  éaf  de  ròba  (ma:  «u  'n  càù)\  cdtul  sSaudd  (ma  in  Canale:  cdud); 
camp  (a  Faloade;  Canale:  camp);  cdora  (Can.:  adora);  càusa  (Can.: 
cdoio);  can,  pi.  ciagn  (fem.  cdna);-  cfr.  gdmba.  Ma  a  formota 
interna  non  ho  la  palatina  se  non  nella  pronuncia  vernacola  di  un 
nome  locale:  Falédde,  che  d'altra  parte  è  il  aolo  esempio  che  disdica, 
nella  sua  prima  sillaba,  a  nn  altro  canone  ladino  (n.  10}.  Con  la  gut- 
turale: cavdlf  carne,  calcdn,  vdcca,  ecc.;  sigàla,  cargo,  ititossegd, 
ortighe,  ecc.  Costante  è  il  carattere  ladino  nel  num.  10:  dut,  du- 
ter,  autd,  auxade  alzate  ptcp.,  Vdut  (•=•  Tali)  nome  loc,  sdut  savtd 
iautél  (aalìscendi) ,  mduta,  cdud,  caudiéra  caudrtn,  fdos  e  falz, 
cautina.  Cfr.  tut~au-di  '-ai-di,  tutto  il  giorno.  Aitato  alla  qaal  seria 
ai  possono  citare,  pel  n.  Ili:  ola  volta  (verbo  e  sost.),  desctìt,  doz, 
sot  cfr.  'Oltrechiusa',  puz  pulce,  mode  *moUe,  dei-ùde.  Ma:  scolta!. 

—  Resti  di  z:  96.  dazùni  110.  pidse,  cuóxe,  '  Al  97:  famea,  meo, 
ped  (oltrechius.  id.)  'pijà,  rapprendersi  del  latte,  ecc.;  ma:  vója.  — 
Al  118-1»:  réga,  danóge  ecc.;  —  128.  Dileguo  del  -r  negli  infiniti  (vedi 
l'esordio  a  questo  §,  p.  397):  porta,  pèrde,  veni,  ecc.;  e  in  autd  n.  10. 

—  Al  187:  ti  l~es;  te-d,  às-tof ,  vas-lot ,  das-tot,  e  così  altre  voci 
moDosillahiche  {cfr.  cres-lo  credi-tu).  Ma  e're  eri,  ^re-tof;  cóme 
càme-to?,  ecc.—  144.  Per  -n  in  -h  e  «:  vìn;  bò  (pi.  bon);  doma' ecc., 
come  in  'OUrechiusa'.  E  riappare  fum',  fune,  che  vedemmo  così  dif- 
foso  nella  sezione  centrale  della  zona.—  Al  147:  vénder  ecc. ,  feno- 
meno che  si  estende  a  tutta  questa  regione-,  ed  è  in  realtà  quanto  dire, 
che  simili  basi  nominali  vi  perdano  l'è  àtona  interna  (ven're)  per- 
dita che  poi  ci  occorre  anche  negli  infiniti,  quando  siamo  a  B,  1,2,  4. 
Per  fenomeno  analogo  (nam.  155):  de'rbol  'iérm'l,  cfr.  'Oltrechiusa' 
num,  lS9a.  —  Al  174:  dis;-  179:  cdnde;  parchiét,  chtéì  cheì-  Al 
SU:  afag.  e  pi.      Citeremo  poi,  per  i  in  d:  du,  duóba,  àof,  dentei. 


'  Le  voci  dell' agordino  centrale  a  del  meridionale  che  do  in  corsivo  sem' 
pUce,  mi  furono  dettate  o  scritte  dal  Pellegrini,  che  è  uatiro  di  Palcadej-e 
ijiiBlle  che  do  in  corsivo  ipaiieggiato,  provengono  da  testi  inediti,  che  la  sua 
amicizia  mi  ha  fatto  avere.-  S.  Tomaso  ai  riEentirebba  dagli  idiomi  d'<Alle- 
gbe'  (v.  la  nota  che  precede)  e  di  'Zoldo'  (§  4,  3);  Peli..  . 

Ardiivic  gloltol.  llal.,  I.  Ì6 


:vGoo»^lc 


40e  AMoIf,  S>ggt  Udini,  L 

dortiada,  darli»  'kirlio  gerla,  dónde  donx  {cfr.  da  lons),  ride* 
rogane,  intènde,  ónde,  medanot,  ipiénda  (a.  102),  ecc.  Ma  i  (f) 
in  p,  qui  é  infrequente;  Pbll.  -  E  ora  rivolgendoci  alle  vocali,  pi>- 
trenio  imprima  considerare  come  genuiao  rappreaentante  del  n.  l>-9 
l'-et  di  arii,  paréi,  valéi,  voléi,  [savéi,  podei]^  'l  deiptatti. 
Ma:  séra,  véna,  ecc.  —  AI  num.  B8:  la  te  vieat  la  si  veste,  pre- 
zioso esemplare,  quand'anche  il  dittongo  non  vi  fos'se  antico.  Cfr.  titi 
sex. —  Al  SI:  cortiei,  budiei,  auziéì,  garniei,  biéi,  vediéi, 
capiéi  ecc. —  Di  esempj  in  qualche  modo  importanti,  che  spettino  al 
n.  SS:  liéde  leggere,  eleggere,  dei  camp  intriec  (intieri)*,  ingnlr 
•in  jeri;  céved  'Ijóved;  ceni  "tjenir,  ceti  "^en  (cfr.  ÌI  cadorino  ecc.,  s 
^onevàrde  dio-ne-guardi);-  fiora,  Uóre.—  Ai  il:  inte.  AI  flS  (K-<): 
mi  pàmse,  pauesd,  awsd,  che  sembrano  occorrere  per  tutta  la  regio- 
ne. Cfr.  ausél.  —  All'  S7  :  pdster.  Dileguo  di  -o  (-u)  ed  -e  àtoni  : 
fì)C,  poc,  gaz,  nas,  nuóf,  lof,  vtf,  nerf,a<ia.;  pa^,  nef,  óaf  chiave,  ecc.— 
L'in£uenza  dell'-i  sulla  determinazione  della  tonica  antecedente,  ai 
mostrerà  qui  pure  nel  pi.  chi  Vhilj,  allato  al  sg.  chel  (cfr.  U  cado- 
rino). Il  dittongo  dell' iJ:  puoi,  tuoi,  lenxuoi,  mor  miufr,  ndr, 
nofnwffagg.,  muóf,  ruòta,  cuóxe  cóxe\  fu'óe,  luóc  he;  ancuóie  'ncài. 
Ancora:  vóge  e  vuóge,  occhio  -i;  i  nuoti,  i  vuoti;-  puoc.  Prime 
pers.  pi.:  sión,  aón;  tlon,  volcin;  camón,  masxan,  credón,  tentìm.— 
Partio.  di  prima:  ttal  sg.  e  pi,  m.;  éamà,  pi.  m.  -di. 

d.  Agordiao  meridionale. 

Lo  <j  del  sum.  Itti  viene  a  mancare:  càta,  càora.  Cessa  pare  il  feno* 
'  meno  del  num.  lOi  sali,  alter,  par  altro;  cald;  Pontalt,  Oosald; 
e  mancano  consentaneamente  le  figure  prive  del  1  al  num.  IH:  mtìldt, 
el  se  alta.  E  ave  non  ha  piti  il  dittongo  del  num.  19,  come  fradii 
non  ha  pib  quello  del  81;  ma  ebbi  uziè  per  pi.  di  uxSl.  I]  -j  di  sac 
pera.  sg.  pita  non  ai  vede,  fuori  dell' iaterrogazione,  pure  nel  riSes» 
di  'ea*:  ti  te-e'.-  Pure  il  dittongo  dell' q  por  diradarsi:  foc,  nof. 
Ij  -ói^'HÌn^i:  bottói,  eospettoi,  barcoi  balconi,  e  Y-^t  nel 
partio.  di  seconda  ecc.:  aeéit,  eredest,  sentett  (agord.  centr.:  bv,, 
creda,  senfti]  e  simili,  ci  riconducono  al  bellunese  ecc.  Noteremo: 
£  *at  ho,  e  quindi  avré  avrò;  se  *aai;  Tei  di  téif  sete  (n.  40;  C^ 
naie:  sef;  Zoldo:  téef);  guója  voglia,  come  nell'  'Oltrochiuaa';  e  nel- 
l'ordine lessicale,  il  nome  di  luogo  Valcócena,  che  deve  dire  '»«lle 
rossa',  cfr.  gli  spogli  ladini  al  num.  56  e  B,  2,  in  nota  [p.  411). 


'  È  figura  metatetica  (integro  intrigo),  comune  a  pib  dialetti;  eoeXti 
veuez.:  intrigo  «  intriégo. 


;vGoo»^lc 


g  4.  Ladiog  e  Veneto.  A.  3.  Val  di  Zoldo.  403 

3.  ral  di  Zoldo. 
Fra  l'Agordino  ad  ovest,  e  l' Oltrechiusa  ad  est,  s'interpone 
la  Val  di  Zoldo;  ed  è  yeramente,  se  in  ispecie  consideriamo  la 
estensione  del  vernacolo  a  lei  proprio,  il  bacino  del  Maè,  dalle 
sorgenti  in  sino  a  un  punto  che  di  poco  dista  dal  limite  set- 
tentrionale della  valle  del  Grisol  (Pell.).  Un  solo  carattere 
ladino  è  bea  conservato  in  questo  territorio;  quello  che  nei 
nostri  spogli  veniamo  registrando  sotto  il  num.  10  '  : 
àutre,  càvd,  eoo.  Dal  restaDto,  la  principal  caratteristica  del  dialetto 
è  l'accento  sulla  prima  vocale  dei  dittonghi  dell'e  e  dell' o  (^&,  ìm), 
e  in  ispacie  del  secoiido^.  Così  ebbi:  dhs,  la  miei,  liet  letto  ptc.  (ma 
all'ìuf.  ebbi  tiéxe),  sief  (num.  67),  allato  a  priéda  pietra,  e  a  óéved 
"\jévod;-  tjiiior,  nùòf  agg.,  fùòc,  lùoc,  zùóc,  muof  (inf.  muòve,  aie), 
niòsa,  ruoda,  cuoie;-  brùo  brodo;-  ùdf,pùoc.  Ma  nel  trittongo  for- 
mato dall'i  del  plur.:  bvdi,  come  piii;  e  analogamente:  dutìiba.  ^ 
Noteremo  lo  i  di  cùoze,  axé,  pidzé  inf.  (3.  p.  pias),  che  spettano 
al  num.  110,  E  pel  187:  ti  t'-es,  ti  te-dt  (Pgll.).  '  Per  m  in  p:  el 
péndre  cenere,  pée  ciglia,  vénpe  vincere;  per  z  in  d  d:  duna  digiu- 
Dsre,  tènde,  spiénda  (num.  102),  dof,  dudiba.  Dev'esservi,  in  deter- 
minate congiunture,  anche  d  in  d  (cfr.  'Oltrechiusa'),  e  così  spiegarsi 
lo  rf*rd  dei  miei  testi:  per-zut  "per-dut  per  tutto,  timortedio 
timor-di-dio,  ed  altri.  Ma  caratteristica  dicon  poi  «luetla  pronuncia 
loldana  del  d,  per  la  quale  esso  volge  a  r  ^.  Ancora  attribuiscono 
al  Koldano  un  -n  particolarmente  spiccato  (santi  ecc.).  A  me  pareva 
di  sentire:  pd'n,  «à'n,  bó'n.  Prime  pera,  pi.:  titìnn,  parlati,  tre- 
moti,  veation-ie.  Partic.  di  prima:  ttat,  moiirà.'  E  finalmente 
adduoansi:  duti  quang,  e  11  nome  locale  Xràl  (cfr.  pag.  50  e  276), 
che  presuppone  la  fase  'eira  ^a. 

4.  Cadore  centrale. 

Sotto  questo  nome,  che  rimane  opportuno  comunque  gli  man- 
chi l'esattezza  assoluta,  si  comprende  quanto  avanza  dell'antico 

'  La  maggior  parta  degli  esempj  cha  adduco,  ebbi  dalla  viva  voce  del  prof. 
Vito  Talahini  di  Zoppa.  Quelle  che  do  in  corsivo  spazieggiato,  proveagono 
dft  teati  aditi  e  inediti,  che  devo  alla  gentilezza  di  T&rj. 

'  Cfr.  l'Appendice  al  g  3. 

'  Qaeata  afièzione  del  d  s'incontra  ben  distinta  pur  nel  paesello  di  Qosaldo 
Dell' Agordino  meridionale,  e  men  decisa  in  Erto  (t.  l'Appendice  al  §  3); 
PBU.BGBIN1.  Più  spiccata  che  mai  riauoaerebbe  a  Cibiana,  che  resta  nella 
Tallo  del  Boite;  De  Luca. 


;vGoo»^lc 


404  A»coli,  Saggi  ladini, ^- 

teiTìtorio  amministratiTo  del  Cadore,  dopo'  arerna  staccato  'Co- 
melico'  (§  3,  B  x)  da  oriente,  e  'Oltrechiusa'  (§  3,  B  ix),  'Val 
Fiorentina'  {§  4,  a  1),  più  il  comune  di  Zoppe  che  entra  in  Vtl 
Zoldo  (g  4,  A  3),  da  occidente  <.  Qui  riabbiamo  un  dialetto  in  cai 
sono  avanzi  ladini  assai  cospicui,  come  ora  si  vedrà  dal  breve 
prospetto  fonologico  che  mi  è  dato  presentarne.  Parte  spettano 
al  distratto  di  Auromo,  e  parte  a  quello  di  Pieve  di  Cadore, 
ì  te^ti  o  gli  esempj  che  a  me  sono  venuti  ;  e  la  stampa  distin- 
guerà L'una  provenienza  dall'altra^. 

I  fenomeni  palatini  del  num.  160-fi  sono  ancora  in  pian  vigore:  caàia 
caviglia,  canapa,  cà^a,  édura,  éar  carro,  éi^td  Jnf.,  cattd  iiT-, 
-campn;  cavai,  cadastra  (olirecbius.  éalaitra)  catasta,  éóu  *cia 
n.  68*  (tillaio  a  de.recdu);-  xaróoa  cercato  (assaggiato);  ha  manèi, 
te  if»cd>ite\  tucce  incoili;-  S'dla,  fadia,  àared,  pred,  bulid  Vj]ii- 
licare,  f'dza  focaccia;-  e  si  hanno  consentaneameute  pur  quelli  del 
Duro.  18K:  gal,  [sporgali  ieà,  fréa.  Ma  occorroooiuttavolta:  cam- 
miyd,  sommpd;  negar-as  negherai.  Pertoo  è  (iure  il  feiionieiio  del 
D.  10:  antro,  eduli,  faus  f^lce,  cduie;  ma  insieme:  false  falsi.;  cfr. 
num.  1 1 1.  Pel  187,  alle  seconde  monosillabiche:  tu  U~ite'*,  ta  tcót 
[ti  n'ha),  tu  te-rutf',  si  aggi  ungerebbero  alcuni  plurali  masco- 
lini, l.iorno  a'quali  beri  mi  sorge  q'ialche  dubbio  che  il  trascrìitnra 
potesse,  qua  e'col&,  essere  imlolto  in  errore  dal  poco  nitido  origi- 
nale; ma  il  loro  com^Usno  par  tuttavolta  che  basti  od  accertar  l'im- 
portante reliquia,  lanCo  pib  che  ì  tre  primi  esemplari  rivengono  alla 
formoU  't  +  s  {^'d+s):  preves  preti,  peccai  peccati,  (  p«ti  Me  de  tri 


'  L'antico  territorio  del  Cadore  i  quindi  quello  che  oggi  si  lipttU  imI 
distretti  di  Auronu)  a  di  Pieve,  eccetto  il  comune  tedesco  di  Sappids, 
anaesso  ad  Auronzo,  cbe  prima  del. 1853  lo  era  alla  Carnia  (Friuli;  t.  rSiu^' 
erit.,  I,  43  =  321).  Pellegrini. 

'  Nulla,  ch'io  sappia,  fu  mai  pubbliaato  di  quest'importante  dialetto,  o^* 
ti  eccettui  una  sola  ottava  di  una  versione  ormai  traditionale  dall' epìaodio 
di  Erminia,  riferita  da  Giuseppe  Ciani  nella  sua  Storia  del  popolo  eadoriM 
(fatele.  1.°,  Padova  1856,  p.  19-20).  Io  ho  una  brava  serie  di  vocaboli,  e  qnil- 
che  paradigma,  di  Loreniago,  cha  devonsi  a  monsignor  canonico  Db  Dori'; 
ed  un  lungo  testo,  che  ò  opera  di  Tone  [Antonio)  de  Loda,  vecchio  cantor  di 
COi'O  in  Laggio,  pazientementa  trascritto  da  monaignor  UasTim  già  kxlibl 
di  sopra  (p.  345).  Lorenzago  e  Laggio  sodo  in  quel  di  Anronzo;  e  proTengom) 
all'Incontro  dal  distretto  di  Pieve  di  Cadore  una  lunga  raccolta  di  vocsbolii 
che  devo  all'amicizia  del  profasBore  De  Luca,  ed  alcune  ottave  della  venioDa 
del  detto  episodio,  che  una  donna  di  Pouale  ha  ancora  sapnto  recitare. 


;vGoo»^lc 


g  i.  Ladino  e  V«ieto.  A.  4.  Cadore  centrale,  406 

di»  (aHato  a  tn  tre  di),  e  {mtiam;  cfr.  'Comelioo*.  Si  contiuns,  del 
resto,  i'-e  del  pi.  maach.  obe  aremmo  in  'Ampesso'  o(f 'Oltreobiuaa': 
bii3che,  arte,  ludffhe,  chi  dot  ladre,  dutte  chi  aulre,  chi  tre  arme, 
pur  qui  perd  Benteadosi  l't  di  -ón  +  iecc.,  come  tosto  Tediamo,  e 
qnallo  di  chi  pi. ,  allato  al  sing.  chel.  Dalla  indifferenza  che  di  aolito 
intarviene  fra  pi.  masch.  e  pi.  fem. ,  si  dichiara  la  palatina  di  puoce 
pai  pochi  passi  {puoce  aarebbe  Teramente  il  plurale  di  pupéa).  Al 
num.  1184;  vuóffe  (occhi,  nel  frammento  dell'Erminia);  rèa  cfr. 
nam.  97.  Circa  la  presenza  dello  ì,  le  trasorÌEÌoni  mi  lasciano  in- 
certo. E  continuando  con  quant' altro  interessi  l'istoria  delle  con- 
sonanti, avremo  ì  numeri  che  seguono:  97.  paoedn,  meo,  rea  a.  118, 
doneou  *>eDoj&u  [in]  gin  occhiato,  ved  vegliate!.  —  100.  gen  ffenw. 
Tiene  ecc.-  106.  lOS.jedo  *dÌedo  dito  (con  l'ie  terziario  che  ritorna 
in  friéda);  ceri  cÉvedo,  cfr.  l'agordino  (num.  23).  —  HI.  Non  aucl 
pib  mancare  il  I  nelle  combinazioni  olt  eoo.  (cfr.  num.  10):  icoltd 
ólta  volta  (verbo),  det-olde,  tolde;  ma  otta  volta  sost.  <,  accanto  al 
quale  pud  ricordarsi  il  volgare  ^oc^n»  Folcegno,  nome  di  luogo.  — 
ISy.  dita  ecc.,  v.  il  num.  che  precede;  voi  oi;  oj;  daóa  (nel  fram- 
mento dell'Erminia;  oltrechius.  id.;-  ma  nelle  altre  fonti:  davói)  die- 
tro; cfr.  prod.  —  160.  gerundj:  pensan,  esseri,  veden,  tentiti,  ecc.; 
cfr.  deventava  pi  gran.  —  164.  ott,  aveva  'non.  Ora  per  ir  in  d: 
durou  giurato,  dentil,  Itede  leggere,  medo,  ademi  azzimi,  ecc.  L'a- 
naloga alterazione  ài  t  in  p  non  si  scorge  dai  testi,  ma  &  contìnua 
in  tutto  il  Cadore  (Pbll.).-  Per  l'altro  fenomeno  regionale  di  '-i  da 
"-ir;  (cfr.  'Oltrech.'  102),  posso  citare:  te  fosse  bituoi  ""hituéin;  piti' 
pugni;  spade  e  maxtoloi,  quasi  'mazzuoloni'.  Viene  poi  la  volta 
della  vocali,  per  quanto  ancora  oi  resti  di  cavarne  in  prò  dell'inda- 
gioe  ladina:  9.  fvMiéi  fumsjuolo,  denéi  gennajo,  fevrei.  K  pur  qui  ai 
aggiungono  altri  ei  [e]  da  "ai  'aj  (v.  'Ampezzo'  ecc.  num.  1  ecc.):^'o 
«"i,  ass^i,  formai,  eidd  cfr.  94,  fréa;  inf.  (ei;-  ébe  "aibe  abbia 
(pur  Dell' agord.  merìd.  ecc.),  —  S8.  vi^re,  vecchio,  'vetere-  o  anzi 
*Tfltero-;  cfr,  il  friulano'.—  84.  [jo].—  88.  Esempj  non  gran  fatto 
«icari  mi  sono:  no  te  sientet;  e:  'cadoik  pass  da-fler',  ohe  mi  oc- 
corre in  una  scheda  isolata.—  81.  uxiéi.—  88.  [fw].—  41.  inte. — 
S9flcc  nuóu,  muòve  infln,,  se  te  puoi,  ecc.;-  tuo  toglie,  vuója, 
duóffe  doglia,  [cwottóre],  tutU  e  quattro  nel  framm.  dell'Ermin.; 
nuóte;-  luore  loro  (cfr.  'Comelioo'  3-). —  88',  -ou  da  -du:  cóu  n.  160; 


'  Coincide  fortuitamente  coU'oKa  toBcano?  Ctr.  p.  401. 

'  Nell'antico  veneE.  ;  viero  (Bando  tsembra  lo  Oasfoldo  nnouo  e-lo  viero... 
e  le  lo  niero...  che  Io  degan  niero  insegni  alo  nuouo;  Mariegola  della  Scuola 
di  s.  Sfuria  Gloriosa  dei  Erari,  che  porta  U  data  del  1S6I,  f.°  S'  e  7%  R.  Ajv 
<!litTio  Generale  dì  Venezia). 


DiqifceObyGoOglc 

J 


400  AmoIì,  Saggi  ladini,  I'. 

cfr.  il  partic.  di  prima  conj.  qui  appresso.  —  94.  idpu  *aid&a  ajntato. 
—  Ij'-ett  Del  participio  di  seconda  ecc.  gift  invale:  intendetto  ecc.,  « 
aintesto,  allato  ai  più  genuini:  pattu,  tradiu,  Nel  partic.  di  prima, 
V-àu  del  D.  68':  sióu  (pi.  ttdde),  dou,  stvdiou,  scomensou,  rootrsou, 
menou,  biastemou,  Uimott,  inirigou,  ecc.  Prime  pers.  piar.:  im, 
compron,  volon.  Per  nllimo  si  ricordi  fiodro  fodero,  nel  qaaie  u 
continua  l' epentesi  già  altrove  aTvertìta  nella  nostra  zona  (p.  lóS). 

B. 

LA  TSRRA  FERHA  VENETA,  CONSIDERATA  IH  ISPECIB  NE*  SCOI  &APPORn 
COLLA  SEZIONE  CENTRALE  CELLA   ZONA  LADINA. 

1.  Dal  bacino  inferi&re  del  Sarea  at  Ctsmon. 

Qui  imprima  vanno  seguite,  secondo  i  cenni  che  gii  demmo 
nell'esordio,  la  orme  estrema  della  vocali  turbate  (fi,  d);  ma'la 
mie  notizie  na  sono  scarse,  L'A  (ù)  a  Trento  è  ancora  fforìdo: 
miir  dar  ecc.  (tì-iìlatino),  Gesù';  e  certamente  risalirà,  per 
Lavis,  a  rannodarsi,  all'ovest,  con  Vu  della  riva  destra  del 
Noce,  e  all'est  con  quello  di  Cambra.  Si  continua,  a  sud-est, 
nella  Valsugana  superiore,  e  qualche  propaggine  ne  arrive- 
rebbe anche  a' Masi  di  Novaledo  e  a  Roncegno,  che  son  nella 
centrale  *.  Quanto  all'iJ  (ce),  lo  Schneller  afferma,  che  esso  oc- 
corra nel  vernacolo  trentino  (o.  e,  pag.  7,  40),  ma  non  gli  av- 
viene di  addurne  alcun  esempio.  Leggo  ancora  in  una  schedi 
manuscritta:  To  in  certe  voci  (trentine),  come /loi,  for,  jxxhi, 
'mòro,  si  pronuncia  in  modo;  che  tiene  un  po'  dell'eu  francese'. 
Qualche  resto  di  ce  pare  insomma  certo  che  tra  il  volgo  tren- 
tino si  mantenga  (Malfatti,  v.  s.,  p.  399);  e  le  ortografie peui 
veut  (può,  vuole),  che  s'incontrano  in  un  saggio  di  Pergìue 
(Per.  374),  sono  buona  testimonianza  per  la  continuazione  del- 
l'ex anche  all'est  di  Trento.  Ma  l'ultima  sua  traccia,  in  questa 
regione,  ci  porta  ben  più  a  levante,  proprio  al  Cismon.  'Dicono 
'ì  vicini,  che  gli  abitanti  del  comune  dì  Lamón  (distretto  di 


'  Pbb.  82:  'Una.  diffarenza  di  pronuncia  da  noa  doverti  omett«re...  A  ip- 
'punto  quella  dell'it,  che  pronunciasi  sempre  toscanamente,  salvo  pocha  *c- 
'cezioni  fra  le  genti  di  Novaledo  e  di  Roocsgno,  le  quali  inclinai»)  a  dirgli 
'un  suono  gallico,  come  tale  pronuncia  prevale  nella  Valsugana  at^erim  * 
'nel  Trentino.' 


;vGoo»^lc 


g  4.  Ladino  e  Veneto.  B.  1.  Dal  San»  al  Cismoa.  407 

'Fonzaso,  provincia  di  Belluno)  accentuano  certi  o  larghi  e  na- 
'sali,  pei  quali  si  fanno  conoscere;  ed  io  ao  che  hanno  altresì 
Tee  lombardo  in  fcech  fuoco,  e  nei  nomi  locali:  I-Cicee,  Ghioe; 
'I-Bilost,  Belletti;  I-Mcei,  Moggi  ;  I-Campigcet,  Campigotti,  ecc. 
'(Pellegrini)'.  Ai  territorj  di  Rovereto  e  di  Riva  rimar- 
rebbero estranei  e  Tfi  e  l'd. 
Manifeste  continaazioni  di  fenomeni  ladini,  sono  ancora  in 

questa  regione:  ss  =  'str  (a.  141;  cfr.  pag.  284  e  291),  e  -ddr-o  ' 

c'àtor  (n.  87).  Così: 

trent-'o  roveret.  moadr^;  trent.  vosecb. ,  rov,  e  riv.  vo»  nos  nosm 

noisi,  al.  vomì,  tea.  vesso  vossi,  prim.  vos  ecc.;>  trent.  rov.  tessadro, 

marxadro,  deimadro  decim&tor  ^. 

Ma  il  più  cospicuo  fenomeno  ladino  che  sia  dato  citarne,  à  la 
palatina  nella  formola  CA,  serbata  in  qualche  parte  del  Per- 
ginese;  e  assai  probabilmente  essa  vi  andrà  congiunta  con  altri 
preziosi  vestigi  dall'antica  favella.  Veda  chi  può  d'illuminarci; 
e  intanto  ringraziamo  il  padre  Tommaso  Bottéa  di  questa  soli- 
taria notizia:  'Anche  adesso  qui  sul  Perginese  in  taluna  di  que- 
'ste  ville  si  pronunzia  chia  quello  che  1  dotti  pronunziano  ca 
'e  ai  stampa  ca  ^} 

.  Xà^-òri  di  1.  pers.  pi.  non  risuona  ae  non  nella  sezione  orien- 
tale di  questo  territorio  : 


'  Oltre  l'opera  già  citata  dello  Schneller,  e  il  Vocabolario  vtmacolo^ita- 
liano  pei  etiatretH  rmereUmo  t  trentiito  di  Giambattista  Azzolini  (edito  da 
GioT.  Bertanza),  Venezia  1856,  metto  a  contribuzione,  pel  trentino,  i  saggi 
dello  ZucoAGKi-OBLAHqiNi  e  del  Pebini,  e  ona  yen.  ma.  della  parabola;-  e 
pel  roToretano,  nna  copia  ma.  d' El  mondo  eoi  e.  in  su  di  Jacopo  An- 
tonio Tdsiuti  Fornbra,  poemetto  di  lewantatre  ottave,  stampato  in  Rove- 
reto, aecondo  lamia  copia,  nel  1826.  Pai  rivano,,  il  saggio  del  Pbbimi  e 
Dna  yen.  ma.  dalla  parabola  l'MzNBaHii.Li)  ;  cui  se  ne  aggiunge  una  nel  dia- 
letto mefico  del  distretto  d'Ala  (al.;  De  Pizzini).  Per  la  Valsugana  ado- 
pero il  saggio  di  Zucc-Oblajid.,  che  proviene  da  Teiere  (teh.),  di  poco  all'est 
di  Borgo,  e  quello  che  il  Psrihi  adduce  da  Strigno  (strign.).  Per  la  valle  di 
Tesino  (tee.),  tra  la  Brenta  e  il  Vanoi,  ho  fioalniente  nna  vere.  ma.  della 
parabola  (Nicoletti),  ed  mia  per  quella  di  Primiero  (prim.;  Qubbkt). 

'  V'ha  forse  qualche  resto  pur  dall'antico  /  (=  *-^-  *-^);  ma  ci  confon- 
diamo collo  /  da  '«*  {càia  ecc.),  cfr.  p.  337-8  in  n. 

'  Da  una  lettera  del  1865,  che  cita  il  Daua  Vedova  nel  'Dante  e  Padova') 
Pad.  1865,  p.  W. 


>vGoo»^lc 


403  AmoU,  Saggi  ladini,  I. 

treni,  dovétn;  rover.  senio,  avemo,  dooemo,  pemem;  riv.  gaoetn;  a 
pura  nel  saggio  della  ralle  di  Teaìno:  volemo,  emo  'aremo.  Ma:  tèU. 
gavon;  strigo,  volon,  faron,  mangiaron;  prim.  magnon,  godon-t€-la; 
[e  a  Lamdn  (v.  pib  sopra,  in  questo  numera,  e  b,  2):  jon  siamo,  im- 
perf.  ereón;  on  abbiamo,  imperf.  eón].  Le  varietà  di  Trento  e  Rore- 
reto,  se  mancan  perd  Aeìì'-órt,  si  rannodano  tuttarolta  in  particolar 
modo,  appunto  in  questa  persona,  e  colle  Tarietà  ladine  della  Beziona 
centrale  e  col  veneto  di  terra  ferma,  come  in  parte  si  vede  in  q^ae- 
sto  stesso  paragrafo  (b,  3).  .  | 

Dell' u<j  non  vedo  sicuri  esempj.  Per  Vie  da  e  di  pos.  estinta, 
si  potrà  forse  addurre,  oltre  il  solito  sie  sex,  qualche  diminu- 
tivo  in  -tei,  che  Schneller  promette  di  mostrarci  (o.  e,  53).  lì 
dileguo  dellV  postonica  interna,  appare  dagli  esempj  seguenti: 
trent.  roT.:  vendro  veneris-[dtes],  tendro,  ecc.,  letira;  telv.  lei' 
tre,  tea.  ester  essere.  Rimango  incerto  se  nel  tes.  serviduri  ì'u 
dipenda  dall' -i  della  sillaba  successiva.  Delle  serie  pel  dil^ao  ' 
dell'-o  (-u)  e  dell'-f,  sieno  poi  citati: 

treoL  caf{pl.  cavi),  nof,  nat,  fai,  el  le(t,  tuli,  poc,  toc,  dot,  a  trmers, 
pers,  toU;  noi  noce,  paet,  af  (pi.  id.);  e  dai  tesU  roveretani:  hf, 
dal,  fred,  nemig,  rurrid,  alloc,  bec,  sec,  fis  (molto),  oppres,  pars,  vù(, 
tori,  cald,  sperand,  atte  mi;  nef.  Inoltre:  riv.  om,  no»,  dit,  dat,pers; 
cornis;  al.  mesi,  mdrl,past;  telv.  porc,pevar  (cfr.  bison  e'bisogDa], 
ma:  famegio,  sole  ecc.  Nella  valle  di  Tesino;  omo,  ditto,  pane,  fami. 
Ma  in  quella  di  Primiero:  de*  dito,  Ice,  col,  part-,  paes. 
Il  fenomeno  dì  d  d  p  ìa  z  g  Ai  fase  anteriore,  avrà  a  un  di 
presso  gli  stessi  confini  dell'-on  di  1.  pers.  pi.,  ma  compresali 
pur  la  valle  di  Tesino: 

trent.  rov.  ioc,  zo  ecc.,  riv.  al.  zoven  ecc.  Ma:  telv.  da,  do,  dorme, 
dogo,  meda,  vìado,  noledin  (■=•  tio/eiVn  venez.  ecc.,  vetturino),  gar- 
dott,  ardento;  slngn.Jrodo  {"  troia  venez.  ecc.,  sentieruolo);  tee.  do- 
vette, do,  panpa  {"patiga  ven.,  pancia),  s-trojape  (=  'trojftfe.trojac- 
cie),  ecc.;  prim,  doven. 

Circa  il  n  all'uscita,  non  so  se  veng  teng  del  trentino  rastieo 
ap.  Pise.  633  (roveret.  vegn,  cioè  veti),  significhino  pronuncia 
gutturale.  Ma  costante  caratteristica  del  roveretano  e  del  rivano 
è  -m  per  -n,  che  nei  aaggi  trentini  appar  fenomeno  sporadico; 
trent. pam,  vim,  ma:  lontan,  man,  fin;  roveret.  mam  [ag.  e  pi.),  pae- 
sam  (pi.  -dni),  am  (pi.  anni],  cam,  bem,  alflm,  oecasiom,  reiom,  dom 


;vGoo»^lc 


§4.  LftcUno  e  Venato.  B.  I.  Dal  S&rca  al  CUmoa.  409 

il  dono,  um;  dtem,  órdem,  eco.  eco.;  rlr.  lontam,  sani,  laoUm,  troe- 
lim  trÌTelltno,  vesim,  decisiom. 

In  ordine  a  j  complicato  (num.  97  a  seg.),  si  possono  notare: 

trent.  tot.  aj  sg.  e  pi.,  allium,  fameja  fame'a,  ecc.  Schn.  62;-  tel7. 
olffio  'avólio  avorio,  ordinargio,  gen  Tiene,  compiti  (r,  p.  308,  n.  2); 
tea.  filgi;  prìm.  heace. 

Siamo  ora  al  dileguo  del  d  primario  e  del  secondario: 
trent.  fot.  tia,  teda  resinosa,  cruf,  nif,  tre  esempj  che  ci  riportano 
agli  spogli  ladini  (n.  203).^  I  seguenti  sono  dallo  Schneller  assegnati 
al  solo  roTcretano  (o.  e,  79):  cda,  bróa,  buéll,  beg'l  (cfr.  pag.  306), 
bait,  laim  "ladioo  (agile),  reda  retata,  poaura  potatura,  ecc.;  e  dal 
poemetto  roT.  mi  ai  aggiungono:  le  rais,  le  miole;  malaUze,  noe  an- 
date, ecc.  Inoltro:  telr.  na  tempestaa,  finii  finiti,  ecc.;  strign.  peoe; 
tea.  veello,  frello. 

Seguono  gli  esempj  del  dileguo  di  v  primario  e  del  secondario 
{n.  129»  ecc.): 

trent.  neó,  nipote*,  nel  saggio  rustico  di  Pbr.  633;  ma  pure  per  que- 
sto fenomeno  segnalerebbesi  in  ispecie  il  roveretano,  secondo  Schn.  95, 
cho  adduce:  faór,  poóm,  aér,  ecc.  Aggiungo:  tel7.  toagia;  e  tea,  pi'tì 
'èco  pitt  Teochio. 

Par  -mentre  =  '-meate:  tea.  malamentre.  E  ora  alV-esto  par- 
ticipiale: 

Nel  trent  e  roT.  non  pare  ancora  gran  fatto  diffuso;  cfr.  Sohn.  20, 
cha-cìta  rideH  e  iUrustìco  scrivest.  Nei  saggi  trentini  leggo  difatti: 
vegniì,  lavù,  lenti;  riv.  ienlti.  Nel  poem.  roveret.  vegnà,  perda  (nella 
rima),  ma  insieme:  voltit,  piaaett.  Nell'alto  bacino  della  Brenta,  que- 
sta nota  non  tarda  a  farsi  continua.  Dulia  parlata  Hi  Borgo  avremmo 
in  Pek.  84:  rendù,  senti,  allato  a  vivesto,  vegnesto.  E  procedendo: 
teiv.  piovetto,  podesto,  provvedésto,  {podù),  dormisto;  tea.  corretto, 
moveato,  vegnesto,  {conosciwdo);  prim,  volest,  corresC,  offendest,  ve- 
gnest,  tentist. 

Qui  naturalmente  non  vogliamo  preoccupare  la  parte  lessicale; 
ma  circa  i  trent.  e  rov.  verggt  alcun  che,  e  il  suo  contrario 
neggtì  che  possono  apparir  mere  propaggini  lombarde,  giora 


'  Sarebbe  insieme,  ae  l'accento  d  corretto,  un  altro  esempio  per  il  dileguo 
del  d  («neTiMo).  Cfr.  o,  2,  in  n.  , 


:vGoo»^lc 


410  Ascoii,  Saggi  ladini,  L 

notar  sin  d'ora  come  'guUa'  arrivasse,  in  combinazioni  BÌmir- 
glianti,  sino  all'Adriatico  (§  4,  e,  2;  e  cfr.  luto  seria  negata, 
fo  negata,  nei  saggi  di  ant.  veroo.  di  cui  si  ritocca  sotto  b,  4). 
A  considerazioni  fonetiche  poi  ci  ravviano  i  trent.  e  rov.  doma 
(e  noma)  demé,  solamente  ecc. ,  che  sembrano  alla  lor  volta  veri 
lombardismi,  ma  rientrano,  dall' un  canto,  pur  nelP  analogia 
ladina  (n.  145),  e  hanno  dall'altro  i  loro  speciali  riscontri  anche 
in  favella  veneta  ^  Ancora  consideriamo:  trent.  e  rov.  biolc  (e 
hifolc,  cfr.  num.  132;  cioè  */^,  -v-,  e  indi  zero);  cagliar  ealier, 
caligarius,  che  nell'esito  del  ga  serba  impronta  ladina,  come 
la  serba,  per  6  =  'dnl:  fo'col  pennato  (cfr.  num.  10  lad.  e  p.  299j 
ScHN.  37, 143),  0  ancora,  nella  conservazione  dell't,  Vintro  di 
Tesino.  Notevole  eziandio  l'aversi  -^',  piuttosto  che  -ó-,  nella 
continuazione  trènt.  e  roveret.  di  'specie'  (spegio),  poiché  pur 
quest'alterazione  sonora,  che  a  prima  vista  può  parere  un  lom- 
bardismo ^  si  rannodi  al  ladino,  e  in  ispecie  alle  Tariet&  ladino- 
venete  (§  4,  a)  ,  ed  ancora  alle  altre  venete  di  terra  ferma.  Per 
e='ai  nell'alta  valle  della  Brenta,  si  abbiano  finalmente:  telv, 
asse;  ti  ti  se  sai,  étlu  hai  tu-,  ^t  magnare  ecc. 

S.  FéUre  e  Belluno. 

È  chiaro  per  sé  che  questi  nonii  qui  non  corrispondono  ad  alcuna  manìe» 
dì  compartimenti  politici,  ma  A  ai  due  circoodarj  dialettali,  in  cui  godo  par- 
late la  varietà  bellunese  e  la  feltrina.  lotorno  alla  loro  precisa  estenÙoD*, 
òoBl  si  esprìme  il  PeLLsaitiNi:  'Il  eireoodario  dialettologìco  di  Bellvno  com- 
'prende  U  distratto  amministrati  va  di  Longaroue,  eccetto  la  valle  Zoldaoa  o 
''del  Mao  superiore  (§  4,  a,  3) ,  e  quello  di  Belluno,  meno  la  riva  occidentale 


■  Qui  intanto  cit4,  dalla  Vallata  di  Follìna  (b,  3):  dome,  soltanto,  aliato 
a  nóme  (P.  Casello);  e  di  piti,  sotto  n,  4.  Se  insieme  non  cito  il  telr.  Atmi, 
appena  {demo  d  anche  nel  vocab.  roveret.- tren  t.) ,  gli  é  pei'ché  anche  il  sem- 
plice mo  (=  modo)  viene  alla  significazione  di  'soltanto',  e  in  demo  altro  non 
vedo  se  non  'de-modo'.  Questa  combinazione  deve  avere  influito  in  dt-tni 
*do-mai  *no-mài;  ed  anzi  ha  per  avventura  ajntata  la  stessa  dìtsimilaiiwe 

*  Nel  milanese  si  sente  e  si  scrive  la  sorda  quando  la  palatina  d  all'uscita: 
i6  (Bonvic:  agio),  vec,  spec,  i  aree';  ma  a  formola  intema,  sempre  è  la  so- 
nora: ogio  occhiello,  vegión,  spegidn,  orégia.  —  U  riscontro  -^-  — -rf-  «- 
rebbe,  del  reato,  fenomeno  continuo  nel  trent.  e  nel  roveret.,  se  badanìma 
allo  Schneller  (p.  88);  ma  ci  sarà  lecito,  per  più  ragioni ,  di  revocare  io  dab* 
bio  questa  untenta  acustica  del  dotto  tirolese. 


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S  4.  Ladino  e  Veneto.  B.  2.  Feltra  e  Belluno.  411 

'del  Mia,  che  è  quanto  dire  la  maggior  parta  del  comune  di  Sospirolo.  Il 
'circoDdario  dialettologi  co  di  Feltre  comprende  alla  Bua  volta;  il  dietrelto 
'ammioìstratiTo  dello  stesao  nome,  eccetto,  io  credo,  i  comuni  giii  trivigìani 
'di  Quero,  Alano  e  Vas;  inoltre  il  comune  di  Sospirolo  fino  al  Mia;  e  una 
'raet&  del  distretto  amministrativo  di  Fonzaso  ".  All'estremità  Betteotrionale 
del  eireondarìo  ballnneae,  é  probabile  che  qualche  proprietà  ladina  ai  con- 
tinui dall'attiguo  Cadore  (§  4,  a,  4)  *;  ma  nel  bellunese  vero  e  proprio,  e 
nel  feltrirw  del  pari,  più  non  occorre  alcun  carattere  fonetico  schiettamente 
ladino'.  Del  resto,  appena  é  d'nopo  avvertirlo,  la  popolazioue  cittadinesca 
abbandonò  via  vìa,  pure  in  questi  circondaij,  le  distintive  proprietà  dialet- 
tali, cedendo  alla  prevalenza  veneziana;  e  veramente  or  si  discorre  di  òellu- 
ntsi  rvttico  e  di  rustico  filtrino.  Sulle  differenze  che  intercedono  fra  questa 
due  affiniseime  varietà,  o  sulle  loro  sottospecie,  io  non  mi  potrò  qui  fer> 


'  Intende  cioè  il  nostro  autore  di  sottrarre  al  feltrino  quella  parte  del  di> 
stretto  di  Poosazo  che  si  compone  de!  due  comuni  di  Lamon  e  Soramontg^ 
che  à  quanto  dire  il  bacino  del  Cismon  dalla  frontiera  austro- italiana  al  con- 
finante della  Senaiga,  territorio  cui  si  attribuisce  una  varietà  particolare  [cfr> 
§  4,  B,  1).  Ma  circa  'Soramante'  nulla  può  agli  affermare  di  ecienza  propria, 
e  nel  saggio  del  'pili  aspro  dialetto  feltrino',  che  abbiamo  a  stampa  (1741), 
e  che  sarà  per  noi  la  fonte  pib  preziosa,  entrano  probabilmente  degli  idio- 
tismi soBramontani ,  come  l*  occasiona  dal  componimento  suggeriva. 

*  Colla  estrema  sezione  settentrionale  del  circondario  dialettologi  co  di  Bol- 
lano ( Castella vazzo,  Longarooe)  si  congìunge  corograficamente  il  bacino  del 
Vajoot,  delle  cui  condiitioni  dialettali  si  è  toccato  in  Appendice  al  §  3. 

'  La  combinazione  J)I  pare  ancora  sopravivere  io  piata,  con  la  qual  voce  i 
faltrioi  significherebbero  'un  piccolo  luogo  piano,  nel  monte'  (Conta  dal  Pozzo). 
Un  nome  locale  ancora  la  conserva  nel  distretto  di  Belluno:  Plóia,  Ploisnm, 
ma  volgarmente:  Pióis  (Peli..).  In  un  Inventario  del  secolo  XIV,  che  per  la 
molta  gentilezza  del  Diocesano  di  Feltre  ho  rapidamente  potuto  vedere  in 
quella  euria  (1809),  mi  sono  occorsi  i  seguenti  nomi  locali:  in-planexa  pass., 
DegBDia  de  Lamone  (nella  quale  è  pure  uu  nome,  la  cui  seconda  parte  d  e»- 
eeno,  cfr.  §  4,  a,  2),  in  tramet  aglosoU  ìb.;  in  plandelago ,  Degan,  de  Servo; 
■n  iplgneo  [ipUnf),  Degan,  de  Tomo,  in  flena  ib-,  tn  loco  vacato  stablir  ìb.; 
tn  i.  V.  alaplaga.  Degan,  de  Villa  payera;  ecc.  Ma  della  non  piena  prova  che 
■imili  ortografie  posaan  dare  per  la  pronuncia,  già  ci  accadde  altrove  far 
parola  (pag.  302-3,  n.),  e  or  si  consideri,  da  questo  stesso  Inventario;  Col- 
^dafler  (Lam,),  che  sarà  probabilmente  eol-da-fiér  (ferro).  —  Oltre  pi  o  fi 
abbiamo  il  caratteristico  i  di  intra,  nei  noti  versi,  allusivi  a  una  vittoria 
riportata  dalle  armi  bellunesi  in  mi  finire  del  XII  secalo,  che  io  qui  ripro- 
dnrrA  dall' ^tateno  di  Qtorgio  Piloni,  Dottor  belluneie,  ecc.,  Venezia,  1607, 
f.  100  T.:  'Per  maggior  corroboratione  delle  cose  da  me  dette  di  sopra  regi- 
'strarò  vna  particola  d'vna  scrittura  anticha  nel  modo  che  si  vaana  in  quelli 
'tempi,  che  dice  a  questo  modo:  Anno  Domini  nostri  Jean  Christi  1196.  In- 
Mietitme  xij.  die  octavo  iatrant«  mensa  Aprìlis  Prudentisairai  ituUtea  et  padi- 


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412  AkoU,  8a^  ladini,  1. 

maro  ';  nu  trattando  utùtameQte  d'entrambe,  dùtingno  perd,  Tolbi  per  «riti, 
U  proveuieDia  dei  BÌngoli  eserapj,  siena  qnMti  o  non  aìano  ■pociflel  d«lU  d»- 
termìnsta  varietà.  Oli  esemplari  che  do  io  semplice  corsivo  proTengoiw  p«l 
ftltrino  (feltr.  imb.)  dal  seguente  poemetto:  L' Imbassada  dei  txei  eanttn  it 
Soramont,  Seno,  Auiw,  Bordai,  Soriva,  Saldtrt,  e  Faller,...  fatta  da  Boria 
Etior  DALLI  Valbbunì  (da  Villabbuna),  Poltre,  1741  (t.  la  prima  nota);  « 
pel  bellunese,  dalla  Gerotaltm  liberada  del  Ta$to  portada  in  Ungva  mstigt 
Munes  da  Barba  Sep  Cobaulo  dit  Dal  Piai,  Libro  prin  »dedicà  ai  tp»to- 
beli  ecc.,  Belluno,  1732.  Qli  esemplari  in  corslTO  tpaiieggiato  proTongaiw 
all'  iacoutro  da  scritture  diversa,  di  vai-ia  otk,  che  devo  alla  cortoNa  di  pa- 
recchi nomini  egregi  di  quella  contrada;  in  le  quali  d  Un  'dramm*'  inedite 
B  incompiuto,  dell' ab.  Oiannicola  Villabbuha,  Tenutomi  dal  T&leoto  l«ttertto 
feltrino  ab.  Antonio  Vecellio. 

V-on  {'Om)  di  1.  pers.  pi.  sempre  in  piea  vigore: 
F^ltr.  imb.  hom  vedù,  vardom  dantre,  aacrificom,  vedom,  vardom, 
cavom,  votom  {te  olom  arar],  taom  'savom,  fom,  perdomj  diton-ìa, 
remettonse,  meritori,  don,  vardon,  tomon;  faron,  doe-'ndaron-et \  boIL 
fon,  credon,  tiron,  baton-se,  dopereron  ecc.,  tton,  ffiu»ton~tt, 
erión  eravamo,  fussión,  ecc.  > 

DqWuó  ho  scarsi  esempj,  e  sono:  me  suor  mia  sorells,  gcuo- 
dre  riscuotere  {p  second.),  eatrambi  da  poesìe  bellunesi,  di  età 
per  me  incerta,  ma  non  moderna;  e  cuor,  ancuoi,  da  ana 
feltrina  (Feltra,  1827).  Del  resto:  feltr.  ìmb. /oc,  nou,  ow,  ecc.; 


'tea  BellnneoMS  ac  Feltronaai  castmm  Mirabelli  maxima  vi  ocenpanennt,... 
<Item  M  anno  castrum  Landradi  ceperunt,  ibi  vero  plnres  hominea  (f.  101) 
'interfecerunt,  et  quadragiuta  sex  Inter  milltes  peditas,  ae  arceatoraa  wcbbi 
'in  vinculii  duxemnt,  et  totnm  oaatrum  combnxerunt  et  fonditna  deatmie- 
'mnt:  Dk  Casteldart  BAtl  li  mostri  bona  pabt,  I  lo  ekttq  tutto  ntno 
'lo  FLum  O'Abt;  E  sex  Cadalikb  di  Tabuib  u  pldi  fsb.  Con  se  ncn  i 
'itoBTBi  PBBSONiB.'  1  quali  versi  veggo  ora  (1871)  correttamente  rip^a^ti  al- 
che da  Cesare  Cantù  nelle  sue  Vettigia  jirimttice  della  lingva  t  de' dialetti 
t/afiiini  (Atti  deli' latit.Ven.,  t.  XVI,  p.  211-25);  ma  spiacemi  trovarU  accaato 
a  i^ffktta  ano  giudiùo  sullo  spoglio  fonetico  annasso  ai  i£onumenti  antichi 
del  Uussafla,  che  io  certamente  mi  dorrei  d* avere  proferito.  Cid  sia  detto, 
senza  olKsa  deirillaatra  lombardo,  che  ha  saputo  rìvirigera  assai  frnttMss- 
mento  le  sue  nobili  fbrze  anche  ai  vatj  dialetti  della  penisola,  e  darci  cod, 
nella  Storia  degli  Italiani  (prima  Appendice),  ana  specie  di  creetomuia  dis- 
lettologica,  a  cui  rimarrà  il  giusto  vanto  di  essere  stata  la  prima. 

'  Sia  tuttavolta  notata  la  caratteristica  feltrina  dell' aspiraiio&e  del  f:  Fkfl- 
tre,  fhimtna,  bufhón,  ecc.;  'nella  qaal  pronuncia,  la  f  poco  ri  a«ote,  e  del- 
,  all' ineoiitro,  ci  accorgiamo  beoiinlmo.'  Pbx. 


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S  4.  Ladino  a  Venato.  B.  t  Pellro  e  gelltmo.  413 

Iteli.  locMC.  Un  esempio  peregrino  pel  dittongo  dell' ^,  è  il  feltr. 
imb.  sebbien  sebbietio  [sa-bien;  cfr.  e,  1);  nel  qual  testo  è  siei 
=  siè  beli,  sex  (cfp.  ib.  drei  'dre,  dietro).  Il  teltr.  sptetàr,  aspet- 
tare. Don  può  aversi  per  schietto  esempio  del  dittongo  in  posi- 
zioDB.  Piattoato  è  notevole  il  feltr.  bìéi  (fa  dei  biéi  salt)  belli. 
Ora  la  sincope  dell' e  itona  interna: 

Pekr.  ìmb.  ettre  ossera,  mendrt  mfoor,  tendro;  beli,  tttre,  vedre, 
ffoàre,  tpendre,  metre,  batre,  rompre,  vi'nire,  ecc.,  le  lettre. 

L'effetto  dell'i  si  risente  per  aVventura  nella  tonica  del  feltr. 
costuri  e  beli,  fursi  (trevis.  id.);  e  dalla  atessa  caasa  si  po- 
trebbe ripetere  l'è  dei  feltrini  gnenzi,  inent  '  ;  laddove  per  \'e 
del  comune  enea,  anche  (per  es.  enea  mi\  cfr.  frìul.  ené  ènee, 
allato  ad  ànée,  e  p.  294),  basta  probabilmente  la  ragion  della 
proclisi  ('nca-mt).  Di  -én  da  'à[ìptj,  tocchiamo  in  sulla  fine  di 
questo  numero;  e  ora  passiamo  al  dileguo  delle  aolite  due  itone 
finali,  che  ò  costante: 

Fultr.  ìmì}^  itat,  fai,  tant;  tnrt,  doti,  eco.;  beli,  vogim,  oi  osso, 
prm  *tjrim,  gol-cnnt  canto  del  gallo  ^,  caw,  tou,  pers,  intani,  in- 
cori accorto;  nai  u&ace,  not,  ecc. 

Costante  dev'essere  anche  il  fenomeno  di  i  in  tf  (cf),  comunque 
le  stampe  ci  mostrino  una  qualche  indecisione.  Citiamo: 
Feltr.  imb.  doen,piandand  ■-i-and,  indeng  '-zen,  feltr.  da,  deneore, 
pedo,  frander  e l  gran;  àondetla',  beli,  a  medodi,  tcuerder  *aco- 
vérier,  verdrej  lèdre  'léiere,  piandre,  tènder  •lénirer  liogere,  ecc.  ■- 

ti  fenomeno  di  -m  in  •»  è  costante  nel  bellunese  (cfr.  Cadore 
caa'tr. ,  Oltrechiuaa  ecc.)  : 

rati,  fan,  al  prìn,  on,  pon,  su  inson,  lan,  dei  /futi;  anen  animo. 
Ma  dai  saggi  feltrini  raccolsi:  prim.,  om,  pom,  allato  a  Ton 
Tomo  (nome  loc),  $u  inson.  M-M  dissimilato  per  n-m  pur  nel 


'  Cfr.*'Veiieiia  a&tìcft'  (o,  1). 

*  Cfr,,  per  questa  composizione:  corhatoi  battieoort  di  V.  Pollina  (b,?). 

*  Nd  manca  l'analogo  p  Aa  f  {x);  ctr.  puchero ,  Paca  lacca,  allato  a  dorila 
*iaiita,  che  ti  rl6B*Hao  da  0.  B.  Zinsttini,  Dtlla  prortuttcia  noilra  (fel* 
trìna)  volgari,  nel  progr.  dal  gioiiaa,  Uc.  feltr.,  1867.  'Questo  buodo  dello  s 
'[<:li)è  Io  j)  «i  ode  ancora  non  iafrequeotemente  qaa  e  là  nelle  campagne  bal- 
Inneri.'  Pnx.-  Cfr.  /(  Filò  ecc.,  Belluno  1837,  p.  21-2. 


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. I 


414  AflooU,  Saggi  laainl,  t. 

beli,  nembri  (nam.  158),  E  passiamo  ai  faDomeni  io  cai  si' com- 
plica j  (aum.  97  ecc.)  : 

Poniamo  primo  quello  di  -óÌ='-<S[iJtij ,  che  già  studiammo  in  'Ampez- 
zo' SCO.;  fellr.  imb.  i  presoi  ì  prigioni,  boccoi,  mattoi,  perfèMÌoi,  «ce, 
feltr.  bolpoi  volponi,  ladroì,  doenoi  'iovendoi;  héìL pedoi,  ten- 
doi,  gran  siofoi,  famosoi,  occhici,  ecc.,  spentoi,  canloi,  moltoi 
montoni.  Cfr.  Mitssói  Massonum  Musaoyum ,  Carfagnói  Garfagnonom 
Carfagnoyam,  Pell.,  villaggi  bellunesi.—  Poscia  avremo,  per  U: 
feltr.  imb.  geori  •Ijeuri,  georer  •Jjeurér;  feltr.  meér  migli^jo,  me 
coon^,  iéi  (cfr.  friul,  ii]  giglio;  cuir  "coljir  cogliere;  bell.jiea 
piglia,  repea,  foe,  mèo,  [pHgoil;  grei  (cfr.  friul.  ^rt),  quasi  'gnljo, 
grillo;-  RJ;  beli,  cargera;-  VJ:  beli,  gidàja,  via  avv.,ff«ni  feltr. 
imb.jii,_;en;-'DJ:  feltr.  imb.  jriaol,  jre>  [gei,  giesej  dieci,  bangiera, 
calgiera;  [beli,  ves  cres,  vede  crede];-  TJ:  feltr.  ckien,  inchiere; 
beli,  chien,  sos-chieT,  renchien  (rattiene),  inchievedÌÉ  ìntiepedisce. 

Analogo  in  parte,  se  noi  ragionammo  bene,  all'esito  di  -6n*i 
che  testé  vedevasi,  è  quello  di  -ànj  ne' seguenti  esempj:  feltr. 
imb.  scheng  'scainj  scagno  (cfr.  p.  86-7  n.);  feltr.  i  calchegn; 
beli,  castegne.  E  forse  vai  ^  il  g  dello  scheng  testé  addotto, 
come  pur  quello  di  pung  che  nella  stessa  fonte  occorre.  Co- 
munque, -àn^  -én^  -ùng  si  hanno  sicuramente  da  -ànj  ecc.  m  i 
segaenti  esemplari  del  pìii  aspro  bellunese  (Pell.):  seang, 
stan^  0  stane  (forte,  consistente,  cfr.  pag.  96),  ien^,  pung, 
cui  si  aggiunge  il  nome  locale  Samprong  Samprogno.  Si  con- 
frontino, por  questo  fenomeno,  il  §  3,  B,  u  &,  2,  num.  97,  e  il 
§  4,  B,  3.  —  Per  altri  casi  di  e  da  ali]  ora  citiamo:  feltr.  e  belL 
egva  *a[i]gua,  eì)bia  *a[i]bia  babeat  '  ;  per  tacere  del  feltr.  fia- 
rer  'fievrairo  febbraio,  e  simili.  Per  -ei  da  -ài:  beli,  ei  (aliato 
ad  ho)  habeo,  asss'i,  feltr.  Bi^i  Bivài  (nome  loc.)  ecc.;  Pell 
Pel  dileguo  di  -d-:  feltr.  fea  pecora,  nif;  beli.  ««,  m  nidi.  Per 
quello  di  V  prim,  e  sec.  :  * 
Feltr,  Imb.  dalVostra,  comot  edè  come  vedete,  [son  eccio],  deal, 


'  Pura  col  p:  ball,  epia  (tellr.  ìd.)  habeat,  spi  habaam.  Questo  di  pj Ipì  i 

da  BJ,  o  maglio  da  VJ,  d  nn  caso  cba  sì  riproduca  con  qnalcha  Ireqneiu*  fr*  | 

i  neo-latini;  cosi  per  es.:  depo  hapo  ecc.  nsl  sardo  logudorese;  e  nullo  steso  , 
nostro  tarritorio:  eopta  cavea,  di  Valle  Pollina  <§  4,  B,  3),  tu  ne  me  "pi' 
capi,  ateua  valle;  <9ia  di  ver.  rusl.  Ancora  ri  conrideri;  foppa  kunb»rdo  e 

«oprasilT.,  fovea;  cfr.  fóibt  del  fiiul.  ecc*  1 


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S  4.  Ladino  e  Veneto.  B.  S.  Peltro  e  Bellmio.  4IS 

her  •a[v]ér,  àoe,  aaer,  coent,  roro  "rtT[o]ro;  beli,  lei  oler  nel  Tolera, 
na  oUa,  oU,  sot  os,  nei  neve,  j)oar-dn,  aoran,  ai  rare,  la  Pia  il 
Piave. 

Di  s  prostetico,  sono  esempj  sicuramente  popolari:  feltr.  8lie\ 
gre  allegre,  spilurà,  alettre  lettere  (caratteri),  feltr,  imb. 
snare  narici;  cui  forse- aggiungonsi,  da  questa  fonte;  slegra- 
xion,  smalmoria.  Del  rimanente,  son  voci  letterarie,  alle  quali 
si  premette  quest'elemento,  quasi  per  affettazione  plebea:  feltr. 
imb.  s-magnifico,  s-latin,  s-libral,  e  altronde:  Stizian  Ti- 
2iano,  snaturala  (cfr,  §  4,  b,  4). —  Di  -men/re  aono  esempj: 
feltr.  imb.  amaramentre;  solamentre  (un  interlocutore  di 
Tomo;  gli  altri:  solamente,  liegramente).  E  venendo  al 
partic.  in  -esto: 

Il  feltr.  deirimb.  non  mi  ah  sa  non  egnetto,  gnest,  'veneato,  allato 
&  perda,  podù,  eca.  Altre  fonti  feltr.:  intendest,  olest,  aliato  a 
edii,  tentù.  Il  beli.:  moliest,  confandest,  ledesl  'lei-esto  sceltO) 
protegest,  finzest,  gnest,  movest,  sponest  ecc.,  cndést,  sentiste 
[pratendit;  coeriù,  tegnù,  podU,  meiù]. 

Notevoli  ancora,  per  coordinarsi  con  quanto  adducevamo  nel 
precedenti  spogli  sotto  a'nuraeri  68*  e  94,  i  feltr.  »  se  pausa, 
ausa,  allato  ai  heW.polsar  (trent.  e  rov.  id.),  in  polsa,  i  olsa, 
golte  guancie;  oltre:  feltr.  imb.  laldar  e  beli,  gàlde  galder. 
Accanto  ai  quali  si  porrebbe,  nel  nostro  ordinamento,  il  feltr, 
ideró  'aideró.  E  al  ladino,  come  già  nel  precedente  numero 
(b,  1),  ci  ricondurrebbe  pur  la  media  dei  feltr.  ogi,  regia  (n.llS). 
Per  gv  da  -o-  (n.  129°)  notiamo:  feltr.  ciguil,  Ciguidal,  in- 
guidia;  beli,  targala  'torvola  intorbidita  (cfr.  venez.  turgar, 
turbarsi,  del  tempo);  e  all'incontro  pel  solo  «•  nel  caso  del  n.  130: 
beli.  Vida,  Di  a  proatetico  ci  dà  esempio  il  feltr.  arsussitar;  e 
più  notevole  sarebbe  aras  (feltr.  ìm|).,  allato  a  ras)  che  occorra 
due  volte  e  par  che  dica  'rosso'.  Finalmente:  beli,  pastre  (n.  87); 
bialche  (Zanbtt.  l.  e.  p.  11);  e  -n  beli,  da  -nd,  in  guan  ecc. 

3.  Fra  l'alto  Baechigtione  e  l'alta  lÀvenxa. 

Per  il  territorio  che  ai  comprende  fra  1'  alto  bacino  del  Baccbiglione  e 
quello  della  LiTenza,  ho  i  saggi,  la  maggior  parte  inediti,  che  ora  deacrivo, 
annotando  le  abbreviatnre  per  le  quali  «araono  citati.  Ho  pel  dialetto  della 
Vallata  di  Follina,  che  parte  d  nel  distretto  di  Ceneda  (=  mandamento  di 


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410  AacoH,  Saggi  l&dini,  I. 

Vittorio)  6  parta  in  quello  di  Valdobbiadene,  una  TMcIiia  poeaia  a  atampa 
(folLst.)  ',  e  un' abondante  raccolta  di  proverbj,  loctuiooi,  e  illastraiiooi  ausi 
pregevoli,  che  da  Mìaoa  e  da  Oula  mi  manda,  con  JBqiiisita  cortesia,  il  profes- 
BOre  Pier  Camello.  Uà  vecchio  sonetto,  che  mi  regala  da  Refrontolo  l'abate 
•Cafbetta  (rafr.),  ci  porta  verso  Conegliano;  e  dai  dintorni  di  questo  capo- 
luogo proveagooo  altri  saggi,  di  cui  vo  debitore  al  dottor  Oiandomeiiico  Nax- 
DO  (mat.  con.),  it  beoemerito  dialettologo  che  avremo  a  ricordar  piti  volte  con 
aoimo  grato.  Qualche  saggio  di  Orsago,  ancora  nel  territorio  amministrativa 
di  Cooegliaoo,  ma  non  luogi  da  Sacile,  pur  si  deve  alla  dotta  aasiduiti  di 
Pier  Canbllo.  Preziose  forme  dalla  campagna  di  Asolo  mi  sono  allegate  dal 
prof.  Giovanni  Zardo;  e  il  prof.  Ugo  Angelo  Cangilo,  dal  quale  molto  aspetta 
la  dialettologia  italiana,  mi  offre  una  versione  trii^igiana  della  solita  para- 
bola (par.  triv.),  'la  cui  dizione  è  tolta  più  particolarmente  dal  circoadarìe 
'di  Valdobbiadene ,  ma  può  servire  come  saggio  abbastaoia  fedele  della  par- 
'lata  rustica  che  sì  sente  da  Ceuedi-SerravaUe  (=  Vittorio)  fino  quasi  a  Bas- 
'saiio'.  Ricorro  finalmente  au^he  al  pregevole  Saggio  del  dialetto  vieenlino, 
di  Giovanni  da  Schio,  Padova,  18^  '. 

Prime  persone  plurali,  e  il  'ti  ascitizio: 

Foli.  8t.  don  diamo,  imperf.:  flon  facevamo,  erion,  provion,  podion;- 
foli,  vardon,  óenon  teuiamo,  senton;  imperf.:  vardion,  cenio»,  len- 
tion,  fut.:  vardarnm;-  refr.  vedaron,  sentiron;-  rust.  con.  deventon;- 
par.  triv.  on  da  magnar,  l'cn  catd.-  Si  aggiunge  l'elemento  -iì  nelle 
forme  che- ora  seguono  e  sodo  'piti  proprie  del  dialetto  contadinesco 
dell'asolano':  santi  siamo  (iodio.),  ameonti  amavamo,  credeonti,  sm- 
tinnii,  feonti  >.  DÌ  q^uesto  elemento  ascitizio  si  ritocca  nel  terzo  C^po; 
ma  qui  va  esso  ancora  considerato,  in  quanto  formi  un  vincolo  par- 


'  Senza  data,  ma  sul  mio  esemplare  é  scritto:  anno  17  (della  repobl.  trtne), 
e  -vi  a  attribuita  al  'famigerato  Moretti,  di  cui  si  desidererebbero  i  tradici 
'Bonetti,  dei  quali  l'autografo  à  stato  da  Parigi  richiesto  e  a  Parigi  spedilo'- 

*  Intorno  a  questa  fonte  é  perd  d'uopo  aggiungere  un  breve  schiarimeDlo, 
che  potrà  forse  avere  qualche  ulteriore  utilità.  Poiché  sotto  il  preseate  nu- 
mera non  si  vorrebbero  considerare  se  non  tali  fenomeni  viceatinì,  i  quali 
rappresentassero  la  immediata  continuaziona  della  zona  dialettale  a  cui  spet- 
tano i  territorj  tridentini,  feltrini  e  trevigiani,  da  noi  a  mano  a  mano  «nu- 
merati in  questo  articolo;  fenomeni  che  si  potrebbero  perciò  dire,  su  per  gib, 
di  cimentino  aetlentrionale ,  laddove  aaranno  di  vicentino  meridionaU  quelli 
che  specialmente  ai  colleghino  o  aozi  ai  confondano  col  rustico  padoviai). 
Ora  11  Da  Schio  non  avendo  potuto  attendere  ad  alcuno  scernimento  di  questa 
fatta,  a  me  non  resta  se  non  la  speranza  di  avere  usato  di  sufficiente  cau- 
tela bella  scarsa  mia  scelta.  Ma  ancora  si  vegga -il  g  4,  b,  4. 

'  Secondo  una  notizia  an  po'  incerta,  simili  forme  si  aehtirebbero  pur  usi 
dintorni  di  Marostica,  che  ó  all'ovest  di  Bassauo. 


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§  4.  Lodino  e  Venato.  B.  3.  Tra  il  BaecliiglioDe  e  la  Llvenu.  417 
tìcolare  fra-  la  setion  cenlFale  della  sona  ladina  ed  il  Teneto  di  terra 
ferma.  Poiché  ce  lo  offrono,  nella  forma  di  -te,  le  prime  plorali  etor- 
tative,  interrogative,  o  soggiuntive,  di  Val  dì  Non  [magncm-te  ecc.), 
delta  Valle  della  Gadera  {mangitm-de  stu»-de.  Hall.],  e  di  Trento  e 
Rovereto  (oMcn>B«-te,  veden-te,  aòbieh-te).  V.  ancora  l' ultima  nota 
all'Esordio,  in  fine. 

Circa  Vuó,  se  oe  togli  il  lembo  orientale  a  cui  tosto  riTenìamo, 
la  odierne  pronuncia  di  questa  regione  gli  son  contrarie.  Cosi 
nella  Vallata  di  FoUina,  oggi  proferiscono  cor,  mar,  ecc.  e  aolo 
'taluno  direbbe  di  avere  udito  dai  vecchi:  fuoc'.  Ma  la  vecchia 
poesia  foUinese,  dà  accanto  a  mor:  ancuoi,  cuor,  luoc,  puoo; 
e  ancuoi  si  riproduce  anche  in  un  saggio  moderno,  a  stampa, 
di  quella  stessa  parlata  (Céneda,  IS46).  Pozzobon,  il  noto  poeta 
trivigi-Tenezìano,  ancora  scrive  Vuó,  oltre  che  in  cuori,  nei  so- 
Htt  due  eaempj  di  ó  secondario:  puoco,  puoro  (sue  Opere,  Pa- 
dova, 1787;  I,  app.  20,  27,29, 1, 177).  Traccia  di  u6  può  ancora 
aversi  nel  foli.  gof{*vo{)  uovo.  Ma  Yuó  spesseggia  a  Orsago, 
e  nei  dintorni,  cioè  di  poco  all'ovest  della  Livenza,  onde  ve- 
niamo a  raggiungere  l'uiì'del  friulano  occidentale  (§  5). 
Ea.  del  dial.  d'Orsago:  ittola,  [spaola],  natparuola  aspo, puoi,  maof. 
Ma  insieme  vi  ricorrono;  siol  suolo,  diogo  dioga  (*2ÌogQ  ecc.),  il  giao- 
co  eco.  ;  e  così  siamo  condotti  al  qaesito,  che  pili  volte  a  noi  si  affa» 
era  (§  4,  B  4,  0  1,  e  g  5)  e  ritorna  in  fonologia  provenzale  (ant.  fuoct 
mod.  fioe,  ecc.),  dell'essere  o  non  essere  l'io  un  reale  anccedaneo  di  titì, 
qaesito  che  in  molti  incontri  non  potr&  non  avere  una  risposta  afbfr 
mativa;  cfr,  P.  Metbr,  in  Mim.de  la  SocOlé  de  Ungtdst.,1  ÌATsegg., 
SCHTJCH.  Itw.  46. 

Per  ie  =  é  in  base  sdrucciola  è  caratteristico  il  nome  locale  fol- 
lin.:  San^stieven,  oggi  più  comunemente  Sanstefeno  (cfr.  feltr. 
Sy^yfn =*Stjéfin,  frinì.  SHéfin,  frc.  Etienne  'Estievne).  Per  la  sin- 
cope dell'e  dtona  interna,  non  ho  se  non  ì  foli,  vendre  vene- 
re(dl)  e  tendra;  né  alcuno  schietto  esempio  per  ie  in  posizione, 
non  potendo  passar  per  tale  il  vicent.  pieto  'l'insieme  delle  poppe 
delle  bestie'  (da  Schio,  30).  Ora  al  dileguo  dell' o  e  dell' e  (t) 
finali,  fuor  d'accento: 

Foli.  Bt.  de  tut,  ati  camp;  foli,  lof,  roa,  sca,  tot,  mat,  bec,  ione,  bmt, 
Ji  vecchi  pur'Cn^(oggi  ancora:  là  jw  'n  caf  fca.);  propri,  atrupi,  for- 
mai, ecc.]  ;  nef,  rit  ride,  not,  [i  denti  »  poni] ,  piam,  bolp,  romp,  ecc.  ; 
AtcblTio  jloltol.  iul.,  1.  ^ 


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418  AKoTi,  Saggi  Udini,  I. 

ffer  ieri;-  ruat.  con.  vif  vìtub  vivit,  foc,  loe,  alt,  cali;  gnf,  ingiu- 
tit,  eoe.;-  par.  trir,  ttat,  quant,  coli.  E  Dante:  'Con  questi  pooemo 
eziandio  i  Trivigianl,  i  quali  al  modo  dei  Bressani,  e  dei  saoi Ticini, 
proferiscono  lo  v  consonante  per  f,  removendo  l' ultima  sillaba,  come 
è  nof  per  nove,  vtf  per  wit»'.  De  vulg.  el. ,  C.  xiv,  trad.  d.  Trita. 
'Segue  (f  0  (2,  e  ^,  da  z  e  p  di  fase  anteriore: 
Foli.  st.  domo,  pianc/er  (allato  a  sa,  «onta);  foli,  degnar  *i'en[Ì]ér  gen- 
nigo,  dwi  *[di]iAQ,  pedo,  meda,  piander,  onder,  intende  {e  vittnx), 
depende  (e  depens);  tordo  (e  tars);-  rast  coa.-de  dun  da  difrìimo*;- 
par.  trir.  doven,  pedo,  da  londi;  amipi,  i  brap,  porpéi,  prinpipiéa, 
panpa,  ffiwttipia,  mapdr,  tmpa,  a  forpa;~  raat  vicent.  antbir  io 
{'io),  modo  (-  maso.  Maggio),  madego^urb.  ma£effO'-'inaffi[t]ìco, 
trodi m-7ea6z.  iroii  viottoli,  mando. 

Qui  pare,  -m  in  -n:  foli,  on,  fìtti,  grvn;  rast.  con.  bistidn,po- 
lan  (nei  quali  esempj  non  è  già  da  vedere  -n  «  -mn)  ;  par.  trir. 
fan.  Ora  ì  fenomeni  in  cui  ai  complica  j  : 
Foli,  portai  portoni,  balaoi,  boxai  boccioni  (cfr.  'Faltre  e  Betlono*};  e 
qvi9at'-<Si,  già  tanto  povera  figura,  si  riduce  a  S.  Pietro  di  Barboua 
al  flolo  0  ('o  cupo'):  party',  baici}',  ecc.  (Pier  Camello).  —  Per  U:  zta 
ciglio,  eco.  dei  vecchi  foUln.;  foli.  st.  intarteada,  allato  a  eotgta  ac- 
oogliea,  che  sa  forse  di  voce  letteraria  od  urbana;  foli,  ^eero » Ii'erro 
0  limerò  (cfr.  laceri  labbri,  feverer  febbriyo)  lepre;-  KJ:  foli,  orgia, 
eargiola;-  VJ:  foli,  e  par.  triv.  gen  (cfr.  'Feltra  e  Belluno');-  TJ: 
foli,  éen  ééner  (e  tegnér)  ;  rust.  con.  chiènerlo  tenerlo.  Dove  si  fa  asiai 
notevole:  delle  vieh,  nella  vecchia  stampa  follìnese,  che  deve  dire  dtMe 
viti  (vùj X 'viti) ;  ii  qaale  esempio  ci  porta  a  -nef  (-n^)  da  -nj,  feoo- 
meno  già  veduto  nel  bellunese  ed  ora  osservabile  nella  seguente  serie, 
ohe  Ugo  Angelo  Cakbllo  mi  adduce  'dalla  zona  di  Vittorio-Valdob* 
biadene':  acanc,  stane  (l'agg-,  come  nel  bellnn.,  e  pure  il  metallo), 
guadane,  rane  ragno  a,  lene,  dené;  cfr.  sempre  la  pag.  86-7  in  n. 

'  Stando  a  una  nota  che  accompagna  i  miei  saggi  coneglìanad,  ai  avreblts, 
per  i  di  fua  anteriore,  lo  ichietto  d  nei  colli  e  4  al  piano. 

*  Pare:  cane  cùnca,  cane  cagna;  coppia  alquanto  singolare,  oon  ai  poUnda 
ammettere,  pel  maHcMle,  che  y'i  operi  rautico  -t  (c&ni-),  né  avendosi,  per 
quanto  io  vedo,  alcun  altro  saerapìo  che  persuada  ite  da  nj  interno,  coma 
parrebbe  offrirai  in  questo  femìnile.  Si  dorrà  veramente  ammettere,  ah»  pri- 
ma influisse  il  feminile,  o  un  derivato,  sulla  schietta  voce  maacolina,  e  piì> 
tardi  la  voce  mascolioa  snlla  feminile;  ed  avremo  questa  aerie:  cdHj'a  ran- 
jàlo  ecc.,  onde  canj  (cfì".  cagn  rov.  trent.  ecc.),  che  si  fa  normalmente  eanc, 
e  vuole  poi  il  feminile  ednia. 


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§  4.  Ladino  e  Veneto.  B.  3.  Tra  il  Bacchiglioue  e  la  Livenza.        419 

Pel  dileguo  dì  d  primario  o  secondario: 

Foli  st.  nif,  brof  (bro-T-o  brodo);-  con.  riisL  nif;-  vicent.  naie  na- 
tale, ttjare  'ruid^iro,  gnaro  *DÌ[d]iaro  nido  (venez.  niaro  guardanidio, 
cfr.  p.  324);  fraello. 

Per  quello  eli  v  primario  o  secondario:  foli,  os,  do  alte,  chi  bon 
ol  parer,  se  ol,  la  ola  vola,  noel,  pioan,  scoa,  saor.  Di  s  me- 
ramente prostetico  non  ho  sicuri  esenopj,  all' infuori  del  foli,  la 
pel  slissa;  ma  'è  comune  in  tutta  la  zona  dell'asolano  e  del 
'trivigiano  il  premettere  la  s  per  dar  più  forza  al  vocabolo,  per 
'es.  stanagiare  attanagliare  (Zardo)'.  Per  l'avv.  in  -mentre,  i 
miei  saggi  non  danno -se  non  solamentre,  par.  triv.  e  vicent. 
rust.  *.  Ed  ora  siamo  al  partic.  in  -esio  -isto: 
Foli.  st.  cùffnosiù,  cagiù,  ma:  na  empiita,  una  riempita  (aoorpacciata); 
foli,  metù,  lentù  e  senlist,  éenest  tenuto,  nascest,  volest[o];-  nassù; 
oleit,  drontist;-  par.  triv.  corest,  ffttitt,  sentisi. 

Pur  nella  Vallata  di  FoUina  è  ^,  anzichà  é,  da  -ci-:  foli.  st. 
panogie,  regie;  foli,  segio,  regia  e  recia.  E  dal  vicentino,  il 
fonologo  potrà  qui  ancora  notarsi:  orsare,  ardire,  'voce  conta- 
dinesca' (è,  del  resto,  pur  del  veneziano,  nella  più  genuina  for- 
ma: oUar,  onde  ossar),  e  gleaia  (glézia),  che  ancora  'nelle 
'poesia  rustiche  del  secolo  scorsa  è  posta  in  bocca  ai  contadini 
'(da  Schio)'.  Il  semplice  v  del  foli,  vardar  adirebbe  fenomeno 
solito,  stando  all'annotazione  dì  un  raccoglitore;  e  go-  da  vo- 
(vìio-)  abbiamo  nel  foli,  goda,  foli,  e  con.  gof.  E  analmente  cite- 
remo, riferendoci  a  p.  311,  i  foli,  broent  (rov.  trent.  id.),  scateni, 
che  ritornano  nella  stessa  Venezia  {broente  scoiente)  allato  agli 
infiniti  broàr  (scottare  ecc.)  e  scoiar;  e  ancora,  da  un  prover- 
bio foli.:  né  de  calent  (né  de  cressent),  parlandosi  della  luna  K 

'  Uà  TMempio  TÌcanlino  (e  cori  di  certo  pur  quello  della  par.  triv.)  rap- 
presenta nna  intiera  serie;  'Spesso  i  Vioentini  roxsiì  frapongono  ì'r  fra  le 
'dao  nltiina  lettere  che  finiscono  in  mentt:  tolamenle  dicono  lolamentra,'  Da 
Schio,  6. 

*  Anche  net  bellunese:  7  eaUnt  de  luna  ('l  eratsént  de  tuna)^  e  tJ  ai  ag- 
ginngoDO:  braxint,  bracciante,  e  tir^Ht  nel  sigoificato  di  corda  tesa  e  di 
corrente  impetuosa  (Peli.).  Id  Val  Gardena  (§  3,  v)  abbiamo  mertadfni  taor~ 
catante,  Vk.  Iti,  cA*.  Hall.  1S7;  6  Mtrcadént  ò  cognome  di  non  pochi  villici 
dell'agro  bellunese  (Peli.).  Cfr.  mercodento  nel  pres.  §,  e,  S,  e  parlenle,  k,  4. 


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420  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

4.  Podooa  e  Verona. 

Il  territorio  padovano  sari  precipuamente  rappresentato  da) 
Tecchio  dialetto  del  contado,  Ma  lingua  rustega  padovana',  o 
pavana,  che  Tanta,  com'è  noto,  una  letteratura  copiosa.  I  cam- 
pioni della  quale,  parte  son  padovani  e  parte  vicentini;  e  ve- 
ramente le  attigue  zone  dei  contadi  di  Vicenza  e  di  Padova 
dovevano  formare  uno  ateaao  territorio  dialettale^.  Sono  però, 
di  solito,  scrittori  cittadini,  pel  cui  capriccio  la  favella  degli 
uomini  incolti  o  della  campagna  s' inurba,  come  già  per  altri 
esempj  vedemmo  (p.  255,  367);  quindi  nei  loro  compooimeoti  ai 
può  sempre  sospettare  che  v'abbia  qualche  artifizio,  qnal(^e 
caricatura  delle  tendenze  originali;  e.  venendo  particolarmente 
ai  saggi  di  tarda  età  (sec.  XVIII),  può  anzi  temersi  che  una 
specie  di  tradizione  academica  usurpi  le  sembianze  della  vena 
popolare.  La  critica  tuttavolta  non  per  questo  si  smarrisce;  ma 
vorrà,  dall'  un  canto,  che  per  noi  non  ai  ricorra  se  non  alla 
prima  età  di  questa  letteratura  rusticana;  e  dall'altro  richie- 
derà, clie  ogni  fenomeno,  cui  si  faccia  valere  nell'indagine  sto- 
rica, abbia  per  sé  la  doppia  gnafentigia  delle  ragioni  intrinse- 
clie  e  delle  comparative,  chiamandosi  per  queste  ad  esame  e  le 
parlate  rustiche  del  giorno  d'oggi  e  in  ispecie  quei  documenti 
di  lìngua  cittadina  clie  vìncono  in  antichità  i  primi  saggi  della 
rusticana. 

Poiché  il  rustico  altro  pur  qui  non  è  se  non  la  favella  na 
giorno  comune  anche  alla  città,  che  nel  contado  più  a  lungo 
resiste  agli  influssi  innovatori.  Ma  gli  antichi  paralleli  cittadi- 
neschi del  pavana,  non  possono  e  non  debbono  da  noi  cercaru 
nella  sola  Padova.  Li  rintraccieremo  per  buona  parte  nei  mo- 
numenti veronesi;  l'idioma  dei  quali  gioverà  che  alla  sua  volta 
sia  confrontato  con  l'odierna  favella  del  contado  di  Verona. 


'  Cfr.  DÀ.  Scmo,  o.  g-,  p.  3-4.  Ivi  é  detto:  'Questa  denominasiona  (vitti*- 
'tin)  noli  era  conosciuta  nella  letteratura  dei  nostri  padri.  Easi  Mriveuio  il 
■Venato  ed  il  Pavan....  eoo  questo  iotendeTano  tutt'uno  il  parlar  di  Vicenu, 
'salvo  la  differeuxa  dall'ntbauo  dal  rnatico.'  Ma  Dell'elenco  bibliografico  (p-3S) 
cita:  'Ltttera,  Sonetto  »  Capitolo  in  Ungva  YisentxTUi  a  Giacoino  Conttrini, 
'34  luglio  1578  (vedi  Codice  Marciano  CXXtV,  CI.  XU/.  Esamini  chi  pnA  *» 
qui  s* abbia  un  vernacolo  che  diverga  dal  panan;  e  intanto  ai  conaideri  qncUo 
che  diciamo  nel  testo  (p.  422)  circa  un  saggio  che  vieae  da  Louigo. 


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3  4.  Ladino  a  Venato.  B.  4.  Padova  e  Verona.  421 

Di  tal  maoiera  s' incomiacieraano  forse  a  disegnare,  con  qual- 
che sicurezza,  si  i  caratteri  comuni  e  gli  specifici  dì  queste  due 
sezioni  cospicue  della  terraferma  veneta,  e  si  le  connessioni  e 
l'importanza  ch'essi  trovano  ed  hanno  nel  sistema  e  nell'inda- 
jg'me  generale  a  cui  son  dedicate  queste  carte.  Pur  qualche  par- 
ticolare legame  fra  il  pavana  ed  il  chioggioto  ci  accadrà  facil- 
mente di  avvertire. 

Del  patMirtù  ci  diede  non  ha  gnari  un  brave  quadro  ùtorìco  la  penna  genial* 
di  Antonio  Tolokei  (DtlU  nieaivU  dtl  vemaailo  padovano,  nella  collettanea 
'Danta  B  Padova',  Pad.  1865,  pag.  331-6B).  Citerd  come  di  antico  padonario 
(ant.  pad.)  gli  eaampj  ofiurtimi  dai  due  taggi  del  sec.  XJV  che  sono  dal  To- 
bmei  allegati,  aggi^gendovi  il  sonetto  di  Franceaco  Vannocci  (Vanaoszo), 
pubblicato  dal  Orion  nel  suo  pTetioeo  lavoro  intorno  ad  Antonio  da  Tempo 
(pre&z.  al  eoatni  Trattato  delle  rtm»  volgari,  Bologna,  Romagnoli,  1669; 
pag.  22)  '.  Cito  all'ìacontro  come  di  anlieo  rutHeo  padovano  (pav.)  gli  eaemij 
ebe  provengono  dai  Tarsi  dei  principio  del  XVI  aec. ,  addotti  dallo  ataiao  To- 
lomei,  e  t  molti  che  ricavo  dalla  aeguenti  acriftnre  del  aecolo  iteaao;  Tra 
oralMmi  ece.,  Venezia,  1554,  e  Dve  dialoghi  ecc.,  Venezia,  1651,  qdeati  • 
quelle  del  Rux^ante  (Beolco),  padovano;  La  prima  pari*  de  U  ripu  di 
Magagnò,  Ménon,  e  Begotto,  vicentini  tutti  a  tre*,  Venezia,  1558;  a 
Rima  di  Domeiugo  LampUtti  iilto  Ltnzo  Dure  Ilo,  di  novo  ttampate  4t  con 
lonmta  iiligenia  corrette,  Padova,  1532.  I  pochi  esempj  del  principio  dd 
tee.  XVI,  e  qnelli  che  mi  notai  dalle  Krìttnre  del  Razzante,  precedono,  In 

'  Dal  noto  Lamento  della  Bpoaa  del  crociato  è  bnono  qni  prescindere,  coma 
da  tm  componimento  che  nella  lezione  a  noi  pervenuta  piuttoato  deva  dirai 
veneziano  che  non  veneto.  La  miglior  traccia  ohe  vi  resti  del  veneto  di  aud- 
oveat,  è  l'w  del  pinr.  liltui  (v.  il  testo,  piti  innonii);  e  delle  altre,  men  deci- 
sive, ai  possono  citare;  ver  vedere,  e  le  troncature  cem  te  poes,  dis.  Note- 
vole *i  è  par  la  metatesi  di  tphco  *BpecIo  Bpecchio,  che  ricorda  il  sardo 
(logitdor.)  itprigu;  ed  anche,  come  teetimonianza  di  f=i,  tera  in  rima  con 
ira.  li  Tolomei,  del  resto,  considera  egli  pure  con  giosta  critica  la  papanità  - 
del  Lamento  (p.  340);  e  cesi  ha  giustamente  avvertito  la  molta  somiglianza 
che  d  tra  il  vernacolo  pacano  a  il  veronese  di  Fra  Oiacomino  (p.  336-7). 
Quanto  all'attribuire,  come  io  fo,  Ì  saggi  poetici  padovani  del  secolo  XIV 
piuttosto  all'urbano  che  non  al  rustico,  si  ricordi  che  in  fóndo  non  trattasi 
sa  non  dei  modi  piii  opportuni  di  citar  fonti  di  diversa  etii  per  uno  stesso 
vernacolo.  Ha  ben  gioverebbe  che  Ì  dotti  padovani  ci  fossero  meno  avari  di 
antichi  tasti  dialettali  della  loro  citttt. 

*  Sotto  il  paeuodonimo  di  Meaon  si  cela  Agostino  Aspa  (Rava);  sotto  quello 
di  Begotto:  Bartolomeo  Ruitit:ì\etlo\  e  Magagna  é  il  pittare  Oiambattiata  3fa- 
gaaia,  che  fu  quindi  a  doppio  titolo  compagno  d'arte  del  coetaneo  Lomaxzo 
(p.267).  Cfr,  Marzasi,  La  hiitoria  di  Vicenza,  Vie.  1604,  p.  201;  da  Schio 
I.  e,  p.  38. 


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4S2  AbcoIì,  Saggi  ladiiii,  I. 

cisMUDB  serie,  agli  eEempj  delle  altre  due  fonti  di  BDtico  roatico  (par.);  e 
la  atampa  li  dtatiag:ne.  Per  l'odierna  favella  dei  contado  padovano  (od.  paT.\ 
ricorro  alla  veraioDe  della  Morte  d'Ugolino  (0,  B.  Noli),  accolta  da  Oiov. 
Dom.  Nardo  nelle  sue  Considerationi  filologiche  svirimportanta  dello  stii- 
dia  eomparatito  dei  diaUtti  rustici,  Venetia  1669.  SI  a^nngs'  nn  saggia 
poetico  che  Tiene  da  Lonigo  (Stando  a  Paoa  sdottorò  ecc.,  Looigo  1868), 
al  and-ovest  di  Vicema;  il  quale  apparirebba  scritto  nel  dialetto  di  colà,* 
da  me  è  citato  per  'Iod.',  ma  ai  tocca,  o  qnou  ai  confonde,  col  pavscD.sa 
di  che  ai  poaaon  rivadero  le  nota  alle  pag.  416  e  420.  A  ma  non  é  dato  di 
gindicare  ae  qneato  acritto  aia  una  mostra  gennina  della  parlata  di  Lonigo, 
o  d'altro  paese  del  basso  vicentino;  ma  sarà  pur  aempre  di  f^ella  Tivesle 
e  del  territorio  dialettale  di  coi  ora  tocchiamo.  All'anzidetto  opuscolo  del 
benemerito  Nardo,  alla  ana  Pvma  del  pesce  ne'oalli  della  veneta  laguna,  Ve- 
nezia 1871,  e  a  qualche  ao^o  inedito  cbe  la  molta  anà  gentileiza  mi  voli* 
agginngere,  devo  poi  quanti  esemplari  verrò  adducendo  degli  odierni  dialetti 
di  Chioggia  e  di  Borano.  L' egr^io  nomo  distiugne  una  particolar  vaheU 
chioggiota,  che  molto  aaprebba  di  padovano  rustico  (Pesca,  p.  xi).  —  QDanto 
al  veronese,  l'antico  {ant  ver.)  ci  sarà  rappresentato  da  quel  gruppo  di  ecm- 
pooimenti  che  già  ricordammo  a  pag.  307,  citato  sempre  secondo  la  atsinpa 
del  MoBsafia;  a  ancora  dai  documenti  che  sono  la  appendice  alla  pubblica* 
sione  di  mona,  conte  Q.  B.  OirLuai:  Qidino  da  Sommacampagna  ecc.,  Bolo- 
gna, Romagnoli,  1870.  Son  docnmenti  originali,  del  sec.  XIV;  e  i  non  motti 
esemplari  che  ne  prendo,  succedono  nella  stampa  a  quelli  del  grappo  anzidetto. 
e  ne  restano  distinti.  Una  preiioea  parte,  finalmente,  degli  esempj  di  mstieo 
veronese  odierno  (rust.  ver.J^  devo  alla  dotta  e  cortese  amiciiia  del  eont« 
Francesco  Cipolla,  e  i  restanti  alle  poesìe  vernacole  di  don  Pietro  Ze>'ìsi. 

Incominciamo,  secondo  L'ordine  cbe  per'questo  articolo  fu 
adottato,  dall' -om  -on  di  1.  pers.  pi.: 

Pav.  haòm  (haon)  abbiamo,  a  teùm  (neon)  siamo,  suom  sudiamo, 
uexom  in  l-affiers  vediamo  in  l'aere,  tegnom,  romagnom  p»o 
rimaniamo  poi,  deroinom,  aldtron  adremo,  allegron-^e,  fa- 
vellon,  biastemon,  tutti  a  wtoron,  laffon-la  lasciam-la,  a*' 
dagon  andiamo,  dagon-te  diamoci,  fagon^  vogion-se  bm,  uerm  ve- 
dremo.—  Il  fenomeno  non  si  continuerebbe  nel  rustico  odierno,  cbe 
ci  dà:  temo  itemo;  lon.  sem  nassù,  Vhem  chivcchid  l'abbiamo  bqc- 
cliiuto. 

E  risulta  estraneo  al  veronese.  Ant.  ver.:  comengemo,  avem  ra- 
xon  C  165,  nu  deven  perqueito  169.  Kuat.  ver.:  lighémtoj,  ghem 
bit  abbiamo  avuto,  godén-se,  mandén-ghe;-  disén  diciamo;  gin 
n-éetie  (ce)  ns  avevamo,  spetdene  aspettavamo,  éssene  avessimo. 

Vuó,  così  da  Ó,  come  à&WÓ  di  pos'x,  si  fa  tanto  frequente 


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§  4.  Ladino  e  Veneto.  B.  4.  Padova  e  Verona.  423 

nella  regione  padovana,  da  costituirne  uno  de' principali  ca- 
ratteri. 

Di  ài  par.  mogiuolo  (t.  p.  181  n.),  figiuoli  figiuole,  fasuoli, 
Rotnaffnuoli,  uuo  Tuole,  può  e  j)o,  moie,  mub  modo,  fuogo, 
[pitocoy  pìtotieriy,-  muore,  i  buo,  nuouo,  dese-nuoue,  ìiuoìneni, 
pruopHo,  Ivogo,  cuogo;  [volto  olio,  cfr.  p.  359].  Di  tì  in  posizione  non 
piti  sentita;  pav.:  può  poi,  fuor  togliere,  uuogio  voglio,  ^^i-uo^t 
gli  occhi],  gruoi9Ì\  duogU,  fuùsii,  gi-w)ssi,  grvcsie,  [Menuocchi].  Dì 
ó  in  posÌEtone  senUta,  dova  risalta  aisai  chiara  il  favor  che  vie- 
ne al  dittonga  dall't  della  sillaba  Bacceaslva;  pav.:  de  gi-uobUghi, 
morto  tnworto  muórtt,  porco  puorci,  corpo  cuorpi,  nuo- 
itri  nuostre  uuottre  (uoslro),  corno  cu&rno,  tuorti,  bali  ttuorti^ 
confuorti,  si  a'4uonxi,  t' ctrecuordi.  Altra  serie  d'esempj,  in  cui  si 
tratta  e  di  ti  e  di  ^,  coU't  in  iato  nella  sillaba  che  succede,  si  può 
in  parte  sospettare  di  artificio  letterario,  ma  rivela  ad  ogni  modo 
una  tendenza  dialettale;  par.:  territuorio,  smelmuoria,  ttuoria, 
glt*oriaj  cfr,  iuogie  e  retuorica. —  L'od.  pav,  ci  offre:  flgiugli,  dugli, 
vuoti,  cugre  cuor,  a  mud  e  CQmugdo,  [pugco];-  daspuà  dappoi,  duQ- 
gia,  vuogia,  deipuggia,  tugl  tughe;  e  lon.:  fàauoli,  fuor,  comuó;  an- 
cuó',  tuor-ne  tvor-ghe\  e  persino  j-dtrffuore  (rf)  e  muondo  {o  second.). 
—  Della  frequenza  dell'ud,  e  dell'ita  ohe  dobbiamo  riguardare,  almeno 
io  parte,  come  uu  succedaneo  suo,  negli  odierni  dialetti  di  Chioggia 
e  di  Barano,  è  ritoccato  nel  seguente  arUcolo  (o,  1);  ma  qui  giova 
citare  i  seguenti  esampj  chìoggioti  per  Vo  di  posizione  senUta:  mtQlté  ' 
voltate t  (Pesca,  pag.  10),  diormire,  e  da  e  second.:  ziomo  {ttiote  e 
iiorno,  xtpmi). 

Nel  veronese  non  s'incontra  il  dittongo;  ver.  ant.:  fijol  F  48, 
gogò  E  309,  ecc.;  rust.  ver.:  for,  anco,  eco. 
Ora  passiamo  al  dittongo  dell' ^;  e  l'aversi  pur  nella  posi- 
zione sentita,  va  tra  i  caratteri  più  cospicui  del  pavano. 
Imprimasi  considera  l'-iV^i  da  'iélji^-iélli  (cfr.  p.  346);  pav.:  don- 
iiegi,  friegi  {8g.  frello,  fratello),  oiiegi,  casiiegi,  ribiegi; 
biegi  [di  pi  bie  agni,  fem.  belle;  e  Lampietti  col  ditt.  anche  al 
sg.  m.:  in  te  'I  biel  tniexo  di);  i-aniegi,  gi  agniegi,  martiegi,  puttiegi. 
TtaìVé  di  posizione  non  pih  od  appena  sentìta;  pav.:  miegio,  ute- 
chi  (viegio),  pieszi;  spiegio,  chi  uiegne,  el  pietto,  aspietta.  Nella 
posiz.  sentita;  pav.:  prouierbio,  biestia  biestie,  diffierientia; 
sopierbi,  cierti,  uiersi,  uierso  casa  mia  (Ruzz.:  uerso,  lato),  pierso; 
e  dall'e  secondaria,  nell'ant  pad.:  stenti  santi  (sg.  sento;  cfr.  o,  1). 
Pur  qui  manifesta  l'influenza  dell't  della  sillaba  sucoesaiva;  nS  Io  è 


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484  Ascoli ,  Sa{^  ladini,  I. 

meno  sella  serie  seguente,  in  cui  avremo  te  da  é,  e  pur  da  é  eeetn- 
daria  e  da  é:  par.  Ve/jnietie,  desidierio,  riequie,  remielo  rimedio, 
miegare  medicare*,  brieue  (lettera),  priego  Dio;-  nteue;-  nulli'ehmo , 
àiebiti,  tpiero  {à  no  me  deipiere).  Lon. :  tiendri  teneri;  e  impro- 
mieito  {e  second.). 

Verona  non  accompagna  Padova  pure  in  questi  particolari  «vi- 
luppi. Anzi  non  v'ha  alcun  aulico  esempio  del  ditt.  dellV:  con- 
ven  C  161 ,  ìi  pei  B  78.  E  il  rustico  odierno  non  d&  se  non  |li 
esempj  generali,  come:  al-gerì  p.  398,  diète;  «tV  sex. 

Arriviamo  alla  sincopa  dell' e  àtona  interna.  Il  parano  non 
ne  partecipa,  dicendo;  essere,  perder,  uolzere  ecc.,  e  anzi 
creando  naovi  sdruccioli  per  inserzione  dett'e:  cauere  capre, 
descuouere  discopre.  Unico  esempio  parano  che  per  la  sin- 
cope io  abbia,  è  lettre  *.  Nella  reg;ione  reroneae,  all'incontra, 
il  fenomeno  ò  costante,  e  diventa,  in  ispecie  per  gl'infiniti,  una 
caratteristica  decisa. 

Ant.  ver.;  inf.  ewo  «  G  283  284,  cognotro  E  41  O  320,  léffrc-ie  leg- 
gersi F 143,  stravolsro  E  44,  planerò  B  218,  recevro  D  201,  bevro  E 126, 
reeorro  ricorrere  Q  398  (che  riesce  il  più  singoiare  esempio  per  la  con- 


'  piandre  *piaiii're,  che  oceoire  nel  ug^o  di  od.  pav.  citato  di  «opr», 
appare  una  licanza  o  un  errora;  a  si  ha  nal  medesimo  ngf^o:  piàmder  ptà»' 
dar.  Uà  eicnro  e  earatteriatieo  esampio  appare  all'  incontro,  nel  saggio  i» 
Lonigo,  il  già  citato  tiendri  tdnari.  Si  direbbe  sincope  TeroneM  con  diltou^t) 
pavane,  proprio  coma  Lonigo  tramezza  fra  Padova  e  Verona. 

'  L'o  per  Ve  itoaa  all'uscita,  è  normale,  come  già  vedemmo  a  pag.3DT< 
Cosi  pnr  nei  documenti  pubblicati  dal  Oiuliari;  veiftùro,  domandarOt  ordou 
ordine,  di$to,  ecc.;  ed  é  un  veito  che  ancora  incontreremo,  con  proponioDi 
diversa,  io  questo  stesso  paragrafo  (b,  6;  e,  2).  Quanto  alla  spontaneiU  a  stis 
dnrata  del  fenomeno  sul  tamtorlo.di  Verona,  leggo  die  'alcune  poesia  miti- 
che veronesi  pubblicata  alla  metà  del  secolo  scotso*  ancora  lo  ipostrioo  fi^ 
quente  (Nabdo,  Atti  dell' Iitituto  Teruta,  t.  XI,  pag.SSS-A),  e  sente  cha  io 
qualche  parte  del  contado  corrano  tnltaria  di  simili,  infiniti:  fdro  *Tdd^< 
egdro  •ciSi're  cucire,  Ifdro  *tói're  leggere  (pro£  Mbsbbdaolu).  Citì  dsv'e*- 
sere  principalmente  nella  Tal  Policella,  tra  Verona  e  Ri*oli,  come  mi  mo- 
stra il  gih  lodato  conte  Cipolla,  mandandomi,  mentre  correggo  qneste  prova, 
dei  versi  valpolicellani,  testé  pubblicati,  nei  quali  occorrono:  ^ndro  yeadciSi 
me  foghi  'nténdro  intendere,  déndro  *ÌBn'ro  genero  (oni  dendro  mBsicoro, 
per  burlesca  riproduzione  di  'omnia  generis  ronaicorum')  ;  insieme  perA  l«g- 
gandovisi:  itidar  vendere,  'ntindar,  édar  *védere,eco.  Dì  qualche  altro  nota- 
vole  fenomeno  del  dialetto  di  Val  Poiicella,  tocchiamo  piti  innanzi,  nella  note. 


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g  4.  Ladino  e  Veneto.  B.  4.  Padova  e  Verona.  4S5 

fluensa  dei  rr  di  radice  col  r  dell'infinito),  deibatro  D  83,  perdro  130, 
ofendro  152,  atcondro  189,  rendro  199,  descendro  ES8,  comprendro 
F  142,  enfendro  0124;-  estro  (ed  exero),  defendro;-  altro  voci: 
ocra  K 104  ecc. ,  pendro  cene»  G-  324,  engendrd  in-generò  426.  Rost. 
ver.;  inf. :  esrr,  descosre;  verdre  ("aTérireì  aprire,  descoérdre  scopri- 
re; godre,  perdre,  eoe.;  altre  voci:  vendri  'Ten're  (venerdì),  lettre. 

Ma  ora  viene  il  fenomeno  in  cui  risplende  l'intimità  delle  due 
regioni,  e  che  insieme  piii  c'importa,  come  già  avvertimmo,  per 
l'indagine  generale  intorno  ai  dialetti  dell'Italia  saperiore.  È 
quella  continua  influenza  dell'i  finale  sulla  determinazione  della 
Tocal  tonica  di  penultima,  per  la  quale  vediamo  alternarsi,  nella 
flessione,  due  diverse  vocali  toniche  interne.  Dato  cioè  l'i  finale, 
trovasi  t  per  l'è'  priinaria  o  secondaria,  ed  ù  per  1'^'  primario 
0  secondario;  e*  ed  p'  che  sì  ritrovano,  data  un'altra  desinenza, 
nello  stesso  esemplare  dell'  identico  dialetto.  Nei  casi  di  vocale 
secondaria,  l'i  finale  può  cosi  mantenerci,  o  meglio  ricondurci, 
alla  figura  latina  *. 


'  V.  sopra,  p.  308.  L'effetto  dell'i  fitia!e,  in  quanto  bì  senta  Bnll'p'  d;  pen- 
nltima,  non  fu  mai,  che  io  sappia,  prima  d'ora  STvertito.  SÌ  estende  anche 
all'antica  Lombardia;  e  pnd  parere  strano  come  sfuggisse  all'acume  del  Mvus- 
aaflft.  Poiché  egli  dice.  Dell'ottimo  ano  spoglio  del  dial.  di  Boniieino  (ren- 
àio. Lix  10):  'L'à  inclina  ad  w;  principalmente  nel  eisS.  -oso:  basoffMiusi, 
'necMft'tun,  rtlùui,  apagvnui,  varmenusi,  allato  a  neetssiloso,  glorioso, 
'oolttntaoioi  indi  in  otctMi,  cwm  qnomodo,  pluran'.  Ora,  tolto  atm  che  A 
nn  eeempio  awi  ganeriSt  «  plvran  (pidrano),  il  coi  ti  non  à  specifico  o  di 
BanTÌcino  o  di  Lombardia,  ma  è  fisso  in  una  intiera  serie  di  dialetti,  tutti 
gli  altri  esempj  valgono  per  la  legge  ti— i  da  g'~i.  Nella  pagina  medesima, 
dice  ancora  quel  mio  egregio  amico:  'Ma  non  di  rado  sta  w  (per  l't*  lai), 
'dove  la  lingua  letteraria  ha  l'o;  eoe)  nella  tonica;  muìti  allato  a  molte, 
'pulii,  rutti,  allato  a  roatOt  eulti'.  E  questi  ancora  son  tutti  esempj  per  la 
noatni  legge,  trattandosi  dell' t  finale  che  mantiene,  o  meglio  ricondnce,  l'an- 
tica figura,  dove  all'incontro,  data  un'uscita  dlTersa,  abbiamo  qui  pare  l'o 
secondario  normale.  É  caso  perfettamente  analogo  a  quello  di  questa  (eccu'- 
-isto-)  quitti,  che  il  nostro  autore  ha  beniuimo  descrìtto;  e  qnindi  basta- 
vano le  serie  di  BouTicino  per  affermare  sicuramente  il  canone  a  cui  allu- 
diamo. Men  facile  riusciva  lo  scoprirlo  nei  monumenti  veronesi ,  intorno  ai 
qnali  ora  verremo  a  discorrere  nel  testo;  e  qni  intanto  ci  sìa  ancora  con- 
cesso di  accennare  alla  notevole  analogia  che  si  scuopre,  fra  l'alta  e  la  bassa 
Italia,  cosi  in  ordine  al  fenomeno  di  cui  ora  si  toccava,  come  in  ordine  alla 
prevalenia  dei  dittonghi  dell' d  e  AeìVé  nelle  forme  che  uscivano  per  -t.  Si 
confrontino,  a  dir  brevemente,  i  pavani  porco  puorci,  jKtron  parunit  col  ''^' 


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4S6  Aacoli,  Saggi  Udiol,  I. 

I.  -i—i  per  -e' — >  primario  o  secoDdario.  —  Ant.  pad.:  dettriti,  beniti 
(psv.  bmeilli,  benedetti,  allato  a  benetto,  benetta].  Par.:  no  tén  pinti 
non  ta  ne  pensi,  ti  tinti,  frumento  frominti,  t'iimbri  man- 
bri  {t.  pili  innanxi);  poueritii  fremo  (fermo)  frimif  toetca  (tede- 
sca) ioischi,  tichi,  piri,  de  qui  {*4o(jÌ)  di  qoeUi,  quigi  qoelli, 
iffi  eglino  (v.  più  innanzi),  cauigi  nigri,  biahi,  biui-me  bevimi;- 
trominti  i  tormenti,  puortaminti,  marchisi;  miti  zo  metti  giù,  ^mi- 
iti  {quetto),  con  %  di  (sg.  dea,  dito).  Cui  si  può  aggiungere,  per 
l'iafluBSD  dell'i  del  tema,  ohe  è  nell'iato,  !a  serie  in  cui  entrano:  pav. 
timpie,  pacintia,  licintia,  sintincia,  penitincia  eoa.  Neil' od. 
pav.:  eaegi;  ma  ancora:  i^,  dii;  loB.:  aimia,  compicuinxia.  E  nel 
chioggioto:  quelo,  tra  quii,  de  qvi  bei. 

Ant.  ver.  :  feili  fedeli  0  205,  misi  mesi  E  46,  marchiti  F  108  e 
cunti  e  marchis  08;  misti  messi  ptc.  (sg.  f.:  meta  P  183)  B  155 
D  320,  nigri  B  99  D  329  (che  il  Mussafia  non  doveva  citare  fra  i 
•  meri  esetnpj  d' i  latino  cbe  si  conservi  ;  cfr.  n^rro  B  148  E  86, 
negra  F  H6),  bici  D  229,  bmeiti  230;  recM  Q  183;  famigi. 
L' ultima  esemplare,  e  igi  quigi  (cfr.  p.  429),  siccome  quelli  che 
dobbiamo  o  troviamo  comuni  a  scrìttars  non  punto  letterarie  (do 
cum.  Giuliari),  sullo  scorcio  del  secolo  XIV,  e  quindi  posteriori, 
di  forse  piti  d'un  secolo,  all'età  in  cui  Fra  Giacomino  scriveva, 
giovano,  se  pur  ne  è  d'uopo,  ad  attutire  il  dubbio  che  quetto 
scrittore,  ed  altri  suoi  contemporanei,  innestassero  nell'antico 
veronese,  come  per  arliflcio  letterario,  il  doppio  carattere  di  coi 
trattiamo,  il  quale  nel  territorio  padovano  (e  nel  lombardo)  ba 
per  sé  anche  la  guarentigia  dagli  idiomi  schiettamente  popolari. 
Ma  chi  del  resto  VorrA  frugare,  per  simile  goarentigia,  purn^ 
rustico  veronese  delle  età  successive  e  del  giorno  d'oggi,  à  assai 
probabile  che  non  frughi  indarno. 

II.  -tì— i  per  -p'— (  primario  o  secondario.  —  Ant  pad.  ziluti  (vedi  in 
n.  ap.  421).  Pav.:  te  no  me  cognutti  (allato  a  cognosto),  (uti 
0  tote,  braóso  braùti,  goluti,  raÒiuti,  pumi;  rotto  rutti, 
turdi,  ulmi,  columbi;-  [paron  paruni],  testimugni,  itmilivn, 
[surzi,  funi,  desCMrt\\.  Neil' od.  pav.:  b  ruti  [ho  rosi);  e  nel  cbio|- 
gioto,  quasi  reliquie  di  una  fase  anteriore:  bataóri  CPesca'  pag.  20; 
veuez.  bataàri)  picchiotti,  e  coveriiiri  (ib.  92;  venez.  covertóri),  oltre 
furti  (ìb.  52;  venez.  furti  e  forse]. 


poletani  àrdtn»  sg.  e  uordtne  (*drdÌDÌ)  pi.,  tervtlore  sg.  e  ttnetttn  ('atr- 
vitdri)  pi.,  comunque  facciano  d'uopo  certe  diatiniioni,  che  qui  non  ponon 
trovar  luogo. 


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^  4.  Ladino  e  Veneto.  B.  4  Padova  e  Verona.  427 

Nella  Iraione  della  antiche  poesìa  veroDeai  che  a  noi  sta  dinanzi, 
non  appare  stabile,  per  questa  parte,  l'effetto  dell'-t;  ma  por 
la  critica  lo  riconosce  e  rislaura  nel  modo  pib  sicuro.  Si  osser- 
vino imprima  le  seguenti  due  serie:  sing.  tegnor,  defentaor,  abt- 
taor,  fior,  tremar,  glorio»  e  glorioso,  ecc.;-  piar,  onuri  P  133, 
eanlaturi  A 185,  futuri  B  95  {onde  it  Mussafla  ha  inferito,  non 
felicemente,  pel  suo  gloasario  un  sicig.  rasv.ro),  dolorasi  D  5, 
enojusi  B  47,  cunti  Coati  F  68 108,  ai  quali  si  aggiunge:  fino- 
cluni  ginocchioni  B204;-  e  per  0  secondario:  dol^o,  inSoite  Tolta, 
allato  al  pi.  dulgi  A  104  lOS  ',  e  così  russi  257,  luvt  B  108,  [con- 
duti  A  148].  Ora  gli  è  ben  vero  che  Vó,  in  quella  lezione,  ci  oc- 
corre non  di  rado  pur  nella  formola  -(>'— t;  cosi:  pecaori  D  211, 
gloriorì  C  131  P 106,  preciosi  A  63 115,  dragoni  B  94,  dolgi  F  156. 
Ma,  dall'un  canto,  non  abBiamo  pare  un  solo  esempio  dell'u  per 
l'p',  in  forma  che  non  esca  per  t;  e  dall'altro,  a  tacer  del  re- 
sto, abbiamo  pronta  la  prova  diretta  che  V<}  della  formola  -q'—ì 
sia  an' alterazione  posteriore  a  cui  gli  amanuensi  si  aon  lasciati 
andare.  Coni,  se  il  Mussafia  annotava  (readic.  zlvi  133)  che  'le 
'desinenze  -one  -ore  -oso  troviaai  noa  di  rado  la  assonanza  con  u', 
ora  ci  risulta  che  punto  noa  si  tratti  di  licenze  del  poeta;  poiché 
veramente  son  forme  plurali,  che  questi  non  scrireva  gi&:  buf- 
foni, termoni,  peccaori,  gloriosi,  ma  sì  bufpuni,  peccauri,  ecc., 
e  quindi  legittima  l"as8onanzB'  con  se^u ri  ecc.  E  ugualmente 
così  si  ripristina  (Ci  255-6)  la  mancata  'assonanza'  fra  cognosci 
(cioè  :  cognusci)  e  tuli  *. 
Circa  il  perderai  dell'e  e  dell'o  àtoni  all'uscita,  sempre  trat- 
tandosi di  casi  in  cui  l'elisione  aU'italiaoo  ripugni,  il  fenomeno 
si  fa  nel  pavano  ben  raro,  ma  le  traccie  che  pur  ne  rimangono 
son  decisive; 

Pav.;  -men^'-mmie  nell'avverbio,  di  cui  si  ritocca  in  appresso;  e  a 
tacer  dì  com  (allato  a  co)  -  come,  gli  si  aggiunge  hom  uomo:  agn- 


'  Cosi  in  nn  componimento  poetico  in  dialetto  dell'Alta  Italia,  che  ho  tro- 
vato nella  Vaticana  (n.*  3S10,  Ad  jEsopi  fabulas  moralis  applicatio):  dotte 
ficho  il;  y  pritgi  dulxi  40\  chon  dulti  comandi  43*.  E  analoga- 
fflonter.gn^  fiurj  SO",  eee. 

'  Della  eupposte  anomalie  che  il  Unssafia  registrala  nel  luogo  citato  di 
Mpra,  coti  non  ne  rimarrà  par  avventara  por  una  lola;  poìchà  carboM,  in 
UKmanza  con  un  D  339,  pnd  eaaara  un  plorale  tronco  (li  quali  sera  nìgri 
pln  ke  carbun[i]);  e  le  dne  coppie  'mptraor  vaoasor,  menor  peecaor,  allato 
alla  altra  dne:  segur  fw,  seongur  segur,  possono  formare  come  una  parti- 
colare asBonania,  o  perfetta  rima,  nella  mezza  etrofa.' 


;vGoo»^lc 


428  Ascoli,  Sa^i  ladini,  I. 

-om  ognaomo,  hom  compio,  com  hom  ben  parlente.        Nel 

cbioggioto:  lui  de  luna. 

Nell'ant.  reron.  è  cosi  froquonte  la  elUion«,  che  affatto  ripa- 
gnerebbe,  per  ciò  solo,  di  vederri  la  mera  licenza  del  poeta  o 
un'imitazione  di  modelli  Btranieri.  Ma  bÌ  aggiunge,  che  siam  pie- 
ciaamenta  limitati  alle  tre  categorie  por  le  i^uali  avemmo  esempj 
da  regioni  limitrofe  nel  capoverso  che  precede;  che  sono,  l' asciti 
a  cui  preceda  sibilante,  la  prevalentissima  delle  tre,  e  quella  a 
cui  preceda  nt  o  m.  Qui  sappiamo  cbe  l'-e  e  V-o  ai  confondano; 
tuttavolta,  gioverà  tener  distinti  gli  esempj,  secondo  che  nel- 
l'italiano avrebbero  l'una  vocale  o  l'altra.  Per  l'-e:  pao!  C  16 
188  ecc.,  plas  D  119  E  154  F  3,  veras  F  168,  cortes  C  112 162, 
pales  ¥231,  pret  C  11,  emperaris  141,  /loWs  171,  oftris  E  178, 
dis  D  127,  croo)  vox  224-5,  iiw:  0  46  P  97,  condus  C  44-,-  mal 
-  mentìtur  D  145,  primament  E  21.  —  Per  l'-o:  ente»  B  337339, 
tnea  (particip.  di  mettere)  D  68206,  lei  E  203,  partùs  C  141,  eit 
J>  238,  fi»  (avviso)  C  280  E  131,  pos  D  38,  glorios  C  328  D  292, 
predo»  C  247,  ^e  ju*  F  99;-  hom  E  246.  Scompare  andie  l't 
Àtono  cbe  precede  l'-o,  in  ^uit  giudizio  D400;-  e  circa  l'uso  di 
glorio»  anche  in  funzione  femlnile  (C  137  0 158),  à  da  confron- 
tare questa  miser  vita  E  205.  Nel  rust.  ver.  od. ,  non  mi  oc- 
corse se  non  dis  dice,  e  normalmente  anche  in  funziona  piar.: 
i  dis,  allato  al  cittadinesco  i  dite.  Ma  insieme  qnì  pnre,  quasi 
per  elisione  di  -a:  biaon,  e'  bisogna. 

Succede,  nella  nostra  serie,  il  fenomeno  di  d  (d)  e  p,  iz  i 
e  p  di  fase  anteriore;  pel  quale  nulla  ci  offrono,  ned  è  mera- 
viglia, le  vecchie  scritture.  Ma  ciò  Baturalmente  non  infirma, 
ih  alcun  modo,  l'antichità  di  queste  alterazioni,  che  dai  saggi 
odierni  ci  sono  attestate  anche  pei  territorj  di  Padova  e  di 
Veroaa. 

Così  il  Nardo  (Ugol.  II)  ci  darebbe,  pel  pav.  od.:  desgrdpid,dàso  e 
pidnder,  come  rappresentanti  delle  due  serie  di  esempj  (cCr.  ib.  p.  12, 
13, 17, 18).  E  dai  saggi  di  rust.  ver.,  ricavo:  doso  e  do,  dóeno,  dóbia, 
donti  *ionti  giunti,  ghe  dogo,  datdo  e  daìo,  giatdo  giallo,  denti,  se 
indegna,  da  tondi,  piande,  strendi,  dndolo,  drdaro  (venez.  driart) 
argine ,  che  i  leda,  pedo,  erde  *avérzo  (v.  p.  377) ,  eco.  *. 

'  Alla  serie  dalla  «»^a  (f ,  P)  apparirebbe  riferìrsì  quarta  annotaiiKie  Taro- 
neae;  'la  consonante  x  si  vuol  pronunciare  come  ai  pronoacia  ordinariainunte 
'lo  5  dei  Greci.' 


;vGoo»^lc 


g  4.  Ladino  e  Veneto.  B.  4.  PadoTa  e  Verona.  .  4£Q 

Deve  ricorrere,  pur  nella  sezione  meridionale  del  veneto,  la 
pronuncia  gatturale  di  -n  (pan,  man,  ecc.),  ma  circa  la  sua 
corografia  non  ho  sicure  notizie  V  E  Tenendo  ai  fenomeni  in 
cni  si  complica  j,  ricordiamo  imprima  quella  particolare  e  assai 
antica  serie  d'esempj,  che  potrebbe  dirsi  morfologica,  e  non  è 
punto  limitata  a  questa  regione  (cfr.  pag.  311  e  III,  3):  par. 
cherzo  credo,  uezo  uezando  vezù;  chiogg.  càiere,  bnran.  case 
(inStt.),  casùo,  cfr.  venez.  caiùa  caduta  sost.;-  ant.  ver.  crepo 
credo  F  157,  cre^a  io  creda  G.  9,  ve^a  vegga[no]  D  276,  vefù 
A  157,  captr  B  172,  se  golga  'gàudia  E  233.  Poi  ci  facciamo 
al  fenomeno  di  -gi  da  li  àtono  finale,  che  ò  un'altra  e  spiccata 
caratteristica  padovano-veronese. 

Ant  pad.  gi  loffi  i  luoghi.,  ffì  ani;  pav.  gi  anche  in  funziona- di  pro- 
nomo  (aom.  e  aoc),  seguendogli  vocale:  gi  è  partùo  eglino  son  par- 
titi, gi  arda  li  arda;  gi-uogi  gli  occhi,  ^t-uo^Ci^Ar,  quìgi,  cauagi 
cavalli,  bieffi  ecc.  (v.  aopra)  *.  Analogamente  nell'antico  veron.:  igi 
eglino  D  4  (cfr.  Moas.  1.  e.  124),  quigi  C  330,  cavagi  E  301,  begi 
6  103,  cortegi  B  40,  ecc.  Ruat.  veron.:  ^i  oci,  —  La  evoluzione  ai 
dichiara  per  la  fase  intermedia  *ilji  *béiji  ecc.  (cfr.  g  >  Ij  nel  venez., 
pag.  384);  e  quindi  è  analoga  a  quella  che  ci  d&  -ni  da  -m:  pav. 
chrittiagni,  agni,  pagni  panni;  ant.  ver.  agni  E  113304.  —  Un 
esempio  pav.  di  -ga-^-^jd-,  6  pigiare',  e  abbiamo  all'incontro  Jl 
dileguo  dell'antico  -j-,  nel  pav.  maore  maor,  che  ricorda  quello 
iij  da  y  nel  dia!,  di  Burano:  maravea,  moé  mogliera,  peo  io  pi- 
glio (cfr.  §  4  0  1  e  2).  —  Ancora  accade  citare,  per  wj:  pav.  dal  con- 
ft^no  'contunio  <>  -tinuo;  per  dj  e  bj:  pav.  stttffiò  atudiato,  letterato, 
chiogg.  piovalo,  boran.  giallo,  raggia. 

Arriviamo  al  dileguo  di  d,  primario  e  secondario,  fra  vocali. 
Ant.  pad.  traitnento,  chi  creila  chi  cred'ella,  Patta  Padova^,  gugnd 
'cugn&da.  Pav.:  traitore,  cai  caduti,  paraiso,  crere  {crime 
credetemi),  «ere  (ueere)  vedere;  guagno  gua[d]aguo;  gramego 
*gramà[d]igo  letterato,  neghe  •na[d]ighe,  inaalbegheraue  '-insol 

'  Dileguo  di  ~n  nel  btU'aDelIo:  «a,  pa,  gra  gnui[de],  le,  ti,  bo,  no  to,  io 
non  Bono,  ti,  Surd,  Sarti,  visi,  meschi,  infi  (e  infim),  finestri,  priìó,  para, 
timo,  patiió,  detti,  agnii;-  di  -«':  pesié,  imiessiff.  Circa  il  dilegno  di  -r 
nello  stesao  dialetto,  t.  b,  5. 

'  Lon.  :  agnun  degi  amighi  ognuno  degli  amici. 

'  Qui  sia  lecito  notare,  che  Pdta  e  Pedona  risalgono  amendne  corretta- 
■naota  a  Pddua  (?&[d]na;  Pdduva,  cfr.  védova  vidua,  ecc.). 


:,Goo»^lc 


^0  Aacoli,  Saggi  Udini,  I. 

Ta[d]igbflriTe,  aaUeffura  (quasi  'aelratloara'),  da  fretto  *fFa[d}eUo, 
lauoraore,  contat'ni,  cittaini,  cain,  baile,  faiga,   stai- 
tiare  ''a-la[d]mare,  imbastà  ambasciata,  careià  careggiata,  epa, 
agio  *ai[d]a[d]o  fiutato,  poér,  rue  ruota,  reondo  rotondo;-  bt- 
neitti,  maleela,  miegare,  ause  *i:6[d]ise;  n' altra  fid,  veello   vitello, 
paire,  eoe.      Laa.:  mieghi,  arbinà  *r'-binata,  radunata.      Nel  chiog- 
gioto,  preacindeudo  da  grela  *gFa[d]éla  gratella,  comune  pure  a  Ve- 
nezia, o  da  re  reanti  (rete,  'retanti),  è  notevole  1'-^  costante  per 
*-à[d],a:  s-balind  'pallinata*,  briga,  brigata, ecc.;  cfr.  c,l.  E  sieno  an- 
cora citati  i  segueaU  «sempj  buranelli:  rie  *rl[d]e>,  marid  mari^d'àr. 
Neil'  aut.  Toron.  occorre  il  fenomeno  con  altrettanta  frequenza 
ohe  nel  parano  (cfr.  p.  308-9),  a  quindi   continuo  il  coincidere 
dei  due  diuletti  fra  di  loro.  Coaì  avremo,  negli  anUchi  saggi  ve- 
rooesi  (t.  Mcssaf.  1.  e.  133):  eoa  vada  E  261,  naagno  69,  feili, 
veer  D  230,  vene  e  mariae  C  258,  moo  Q  79,  puts  D  400,  f  wì  2J6, 
nuo241;  laa  lata  A  43,  beaa  F  145,  rosaa  147,  aiai  aitate  (2.pers. 
pi.)  Q  382,  fì-aegi  *fra[d]dlji  A  214;-  terviore.  Si  aggiunge  il 
dileguo  del  d  di  "-dr-:  lar  E  198 ,  defimaris  (quasi  'difensatri- 
ce')  F  225;  ecc.  Alla  qnal  serie  apparterrà  ancbe  recrero  *recre- 
d're  (v.  sopra)  Q  406,  allato  a  creér,  creenga.        Nel  rost-Ter. 
od.  :  cagno  cotogno,  na  lealtà  "  todce.  scalxdda  calcio;  ecc. 

Ora  al  dileguo  di  v,  primario  e  secondario;  circa  il  qaal 
fenomeno  sono  in  ispecie  da  confrontare  il  veneziano  (e,  I)  e 
il  lombardo  orientale. 

ViiY.:  chaechia  caviccbia,  not^xa;  icroe,  saerej  noete,  faellare 
.(ma:  fauietli],  la  ote;  haer.  Chiogg.:  olta  volta  sost.,  vegnire  egnire, 
vostro  ostro,  olere  vttolere,  vtiggia  ogia,  vu  ti;  maraegia,  criélo.  Bu* 
ran.;  p6  ogia  per  voglia,  ggra  pie  era  voce,  ostro,  ore'  ole'  volere,  ti; 
jo^.  Nell'antico  veron.:  goa  giova  E 169,  cfr.  veoe.  Rnst.  veron.  : 
'ólte,  òrde,  cide,  ai  so  '. 

Di  s  prostetico  è  grande  abuso  nelle  scritture  pavana  (cfr. 
p.  415);  snaturale,  sgardenale  Cardinale,  sletran  lette- 
rato, slezu  eletto,  slenze  legit,  a-sliegro,  sterrituorio,  smonè 
monete  (allato  a  monea).  Nessun  esempio  so  citarne  dalle  aDti- 
che  scritture  veronesi;  ma  il  notevole  scuarussolo,  codirosso,   I 

'  La  elisioDe  d  fa  coaUona  net  dialetto  di  Val  Policetla  (p.  4S4  d.):  i'jw- 
lisala,  i  tnde  a  frona,  eht  ot  endró  (voi  vender),  fin  erso  la  metà,  de  m 
Msoso,  piooso,  ecc. 


;vGoo»^lc 


§  4.  Ladino  e  Veneto.  B.  4.  Padova  e  Verona.  431 

che  il  Flechia.  (1.  e,  pag.  25)  allega,  eoo  altri  esemplari,  dalla 
moderna  Verona,  coincide  col  friulano  scodaróss  (§  5,  m  229). 
Ancora  sia  aggianto,  dal  rust.  ver.  od,  :  amaraeja  maraviglia. 
E  passiamo  al  -mente  avverbiale. 

Il  pavano  suol  qnasi  sottrarsi  all'epentesi  del  r,  troncando  l' ultima 
sillaba,  come  gi&  di  sopra  accennammo.  Cosi:  chinamen  inchi- 
namen  finalmente  (t.  p.  398),  uerasiamen,  tolamen,  ai  fattamen, 
contuffnamett  (v.  p.  429);  e  lon.  in  ugual  modo:  maxsimamen,  allifgra- 
men.  Ma  nel  Rusiante  pure  occorrono:  ìnchinamentre  me  {=  mai) 
oraz.  6,20,  tolamentre  33,  e  il  caratteristico  latnentre  [t.  C.  Ili, 
5)  20,  30.  Nelle  antiche  poesie  veronesi,  la  forma  epentetica  è  assai 
frequente,  ma  non  è  già  la  sola.  Ne  citeremo:  majnrment  O  265283, 
majormente  121,  majormentre  D  45;  teffwaméttt  Q  88,  seguramen- 
tre  370;  compliament  323,  conptiamentre  352;  granmente  C  I  D  122 
F  94  181,  -mento  236,  -mentre  C  320  O  39;  ioletamento  C  163,  -men- 
tre 106;  Jiumelmento  F  162,  -mmtre  D  255;  sanamentre  153;  greve- 
mentre  C  214  ;  eco. 

Nessun  esempio  di  participj  in  •^sto,  od  -isto,  so  addurre 
dagli  antichi  saggi  pavanì  o  veronesi.  Ruzzante  scrive:  ue- 
gnu,  cazu,  nassu,  possu. 

Ma  nell'od.  pav.,  allato  a  mettù-i,  sentii,  arremo  vegnesto,  piands' 
ito,  respondesto;  e  così  nel  ohiogg.:  vegnù-i  e  vegnetti,  tegtiesto, 
bevesto,  pQniisto,  ecc.;  nel  buran.  T  coresto,  ifendeato,  devidesti;  rust. 
veron.  saetto,  cognetio  (dovuto],  ecc.  —  Nelle  stanee  itali aneggian ti 
di  Gidino  da  Sommacampagna:  Né  sul  paese  suo  narà  movesta  (243)  ; 
ed  è  notevole  come  lo  stesso  esempio  sia  l'unico  a  ricorrere  in  Fra 
Paolino  (v.  e,  1). 

Ora  viene  la  volta  delle  due  caratteristiche  padovane  che 
Dante  ha  notato:  'in  tutti  i  participj  in  tus,  e  denominativi  in 
tas,  fanno  (i  Padoanì)  brutta  sincope,  come  è  merco,  e  bontè'. 
De  vulg.  el.  C.  iiv,  trad^  d.  Trias. 

I.  -ti  da  -dof-dldjo  -àto.  Occorrerà  naturalmente  la  stessa  vicenda 
pure  a  nn  -dio  che  non  sia  di  participio.  -  Ant.  padov.  empiagò,  giu- 
rò, ito,  Cìignù,  irò,  few),  scanò  *;  pav.  lo  (vecchio  venez.  Ido)  Iato, 
fio;  do,  amalo,  imparò;  Poeitò,  che  quindi  si  ragguaglia  a 


'  Vannozzo  (ap.  Qbion  1.  e.  SS)  ha  pare  :  u  no  me  foite  tosto  odo  (tosto 
addato);  che  veramente  mi  sa  di  riduzione  vernacola  di  nn  modo  italiano. 


;vGoo<^lc 


432  AmoIì,  Saggi  ladini,  I. 

'potest&to;  iti^iO- stodìato,  beò,  incercenò  contoraalo;  ecc.   Lon.: 
t-doltoró,  tee  (ie)  passò  in  natura,  allato  a  consold  e  incercetià. 
età.  'Cotnellco',  nato.'  68*.  Non  teggo  chd  il  Teroneae  ioevapagai 
per  questa  parta  il  parano.  Ani.  ver.  asirao  A.  55  assiderato,  eir- 
cundao  90,  ecc.;  rusl.  ver.  passa,  pecd,  ecc. 

II.  -é  da  -de  -^"-ctCdJe  -tiid]i,  -àte  -&ti.  E  oataralmeots  oon  siamo 

limitati,  pure  in  ordine  alla  prima  equazione  {-é  =  -{Ud}e),  al  solo  caso 

dell'astratto  latino  in  -die.  —  Ant.  pad.  citè  de  paua,  le  dite  cit&,  altra 

qìtalUè  (ant.  venez.  qualitae  *);  uaè  usati;  paV.  etè,  liòertè,  ecc.; 

fii  le  fiate  ',  lave  biè  insane  in  funzione  di  pi.  masc.  (Iod.  am- 

mafó);  pre  prati,  sale  recarne  in  funzione  di  pi.  fero.,  ecc.  —  Delio 

stesso  fenomeno  a  formola  interna,  ci  occorsero  parecchi  esempj  nel 

considerare  il  dileguo  di  d  (t):  gramego  eoe.—  E  il  fenomeno  ma- 

desimo  S  finalmente  nell'e  da  altri  ài  di  fase  anteriore;  cosi:  sai. 

pad.  me,  se  *sai  so  (cfr.  p.  381),  pav.  he  ho  (cfr.  p.  4fS>),  e  quindi  le 

prime  di  futuro  dire  u^mer^eco.;  rs-tu  vai-tn;  od.  pav,  t'f-ta  t'hai-to. 

Par  nel  buranetlo:  é  ho;  mi  no  sé  so;  me  levare  e  andare,  prime  di 

fut.;  ebia  *&ihia,  comune  pure  al  cliìoggioto,  cke  anche  ci  dà  ««pia 

*saipi8,  e  metina  (bar.  mentina)  c<  pav.  maitina  mattina.  Cfr.  e,  1  e  3. 

Si  megga  'Comelico',  heachò  si  possa  colà  imaginare  l'é'à.  — 

Le  antiche  poesie  veronesi  danno  il  semplice  -d  per  i'~dte  deU 

l'astratto  {clarità  A  84,  loUempnild  158,  majesld  160),  e  del  resto 

si  attengono  alla  fase  dell'-iie  -di:  strde  A  57,  biae  149,  biai  137, 

prai  101.  Iifa  nei  documenti  del  secolo  ZIV,  pubblicati  dal  6Ìu- 

liari:  cAterefr^B  chiericati,  uaè  usati,  molesfd  molestatae.  E 

nei  saggi  dì  rust.  ver.  od.:  caritè,  crvdelté;  male  ammalati,  serf 

serrati,  iltuminé  illuminate,  a  gambe  le^  levate;  té~tu  sai-ta,  ecc. 

Pur  nel  pavano  s'ha  la  notevole  media  in  reggie  orecchie, 
seggie,  ueggio  uieggi  uegia,  coi  qaali  aadrtl  q^iusi  sicn- 
ramenta  pur  lo  sp^o  del  rnstico  veronese,  anziché  risalire  a 


<  Qualche  esempio  di  -dt  nell'astratto,  deve  rimanere  anche  al  TeDeiiano 
moderno  (Boxalo:  corttii,  caritde);  e  nel  chioggioto  rianona  coatanU  qneiti 
fiwB{,  come  vi  i  costante  quella  dell' -do  = -filo:  nertfde,  tanitii£,  amittde;- 
■  vn  fiao  ecc. 

'  fié  s'ha  poi  abUBÌvaraente  anche  in  fnnzions  di  singolare,  qoaii  à  trat- 
tasse di  un  astratto  in  *-&te;  e  nel  Razzante  eleaso:  n'  altra  fii,  illato  a 
in  quella  fià,  agno  fià.  Baempio  consimile  appare  sp«,  spada;  saggio 
postico  del  1509:  chi  ds  ape,  chi  de  bombarda,  chi  dal  fuogo  cbe  gi  aids; 
«p.  ToLOMn,  1.  0-,  348. 


;vGoo»^lc 


§  4.  Ladino  e  Venoto.  B.  4.  Padova  e  Varoiu.  433 

'apaljo  i.  Qui  del  resto  doq  ci  è  dato  di  spaziare  più  oltre  sul 
territorio  parano  o  sul  •Teroneae;  e  solo  ancora  ci  permette- 
remo di  notare  la  metatesi  del  r  per  entro  alla  sillaba  tonica, 
nei  pav.  derta,  furti  frutti,  purpio  'proprio*;  qualdie  fr*- 
quenza,  pur  nel.pavano,  di  quella  prostesi  che  si  è  descritta  a 
pag.  221  (cosi  in  Ruzzante:  arsane  risanati,  armolla  're- 
molla, cede  3);  e  la  faciliti  con  cui  il  medeaimo  dialetto  dis- 
simila il  n  io  f,  per*  causa  del  m  di  sillaba  attigua:  lóme 
:>flome  e  =  *nó-mai  (cfr.  p.  65)  S  àlema,  ilatnorò;  scomu- 
legò;  lomiro.  Anche  tì  occorre  legun  allato  a  negun  nec- 
•unus,  cioè  / — n  da  n — n,  come  eziandio  in  pilion  opinione  ;  cfr. 
chiogg.:  Velissiani,  xelticiòn  ginocchioni.  Per  ultimo,  non  tra- 
scureremo lo  ci  {ci),  quis,  chi,  del  rustico  veronese";  eiiTTer- 
tiremo  che  Ì'o  =  Pà[d]o-  è  schietta  riduzione  padovana  (p.  431). 

5.  Istria  veneta. 

Anche  tra  i  volghi  dell'  Istria  veneta  risuonano  alcune  par- 
late, che  molto  si  scostano  dal  dialetto  di  Venezia;  e  gioverà, 
che  in  appendice  alla  nostra  indagine  sul  veneto  dì  terra  ferma, 
ora  ci  facciamo  a  interrogare  brevemente  i  dialetti  di  Pìrano, 


'  Cfr.  B,  I,  in  fise;  e  per  j  Toronase  da  ^  di  fase  anteriore:  tajo  taji  oag- 
gio  (prova)  -i,  nei  veni  in  dial.  di  Val  PoUealla  (p.  424  d.)\  cui  cartameuto 
ei  agginngODO,  malgrado  le  appareme  di  miglior  iatinitfc:  major,  jàmi,  dalla 
parabola  in  veronase  orbano,  cha  il  Oaspàbi  ci  offra  nalla  Sioitta  piolùgicù- 
hUeraria  di  Zandonalla  e  Coraziinì,  li  205-8. 

'  Cfr.  frèmo  a  p.  398  a  il  cMogg.  pirma.  In  gillaba  protonica,  la  metateal 
è  contÌDOa  nel  chioggioto,  e  in  doppia  e  contraria  corrente:  frftuaa,  prft- 
!on*t  prfdona,  preché;  intgrdurt,  porduae,  pgnar,  eoo. 

'  Cfr.  chiogg.  ardopiar»,  arfiar  (por  veoei)  rifla(t)ara. 

'  RQat.pad.:  dfin«,  rnat  ver.  «Urna,  l'ano  e  l'altro  per 'ooltaato';  cfr.  p.  410. 

*  Si  aggii^garebba,  dal  dialetto  di  Val  Policalla  (p.  424  n.),  una  aingolara 
yterazione,  per  la  quale  bene  abondano  le  analogie  rìmota.  ma  non  ne  vedo 
Ucnns  dì  prosaima;  ed  è  che  per  ts  {-()  all'uscita,  ai  trOTÌ  in  qnella  scrit- 
tore: r.  Oli  eaempj  godo:  odor  addosso  (e  sa  vn  me  darl  ador),  il  frequente 
ider  o  d«f ,  adesso  {dtr  ago ,  ora  vado) ,  l' altrettanto  frequenta  dir  =  *dic 
lice  o  dicQno  (questo  esemplare  anche  in  un  saggio  rust.  ver.  che  non  viane 
li  Val  Policelia),  e  nell' imperfetto,  congiuntivo:  /•"■  (*fueB;  ee  gba  fur  da 
luei),  creder  «cradéaa,  peUr  *petéw  (mil.  peldss,  vonez.  petAgie,  desse  con 
orza,  cacciasse). 

ArebWlo  glaltol.  ital.,  I.  26 


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434  Ascoli,  Saggi  Udioi,  I. 

Rovigno  e  Digitano  *.  Pure  la  Dalmazia  offrirà  per  avventura 
qualche  varietà  vivente,  che  più  o  meno  importi  allo  studio  coi 
sono  consacrati  questi  fogli;  ma  gli  è  un  quesito,  che  ancora  dod 
ha  potuto  per  me  avere  alcun  principio  di  rispósta  *.  Quanto 


'  Per  quarti,  a  per  altri  uggì  ìatriMii,  Ixi  debito  grandinimo  col  mio 
diletto  amico  dott.  D.  Lolli  di  Trieite,  cha  ba  posto  a  gìoTarmi  no  rtro 
zelo  e  un*  abilità  sqabita.  I  saggi  rofiguesi  furoao  raccolti  da  lai  msdesimo 
(ma  soprarrlta,  mentre  si  stampano  queste  note,  im  altro  contributo  pel  dia- 
letto di  RoTigno,  che  spogUasi  in  appendice,  a  p.  447);  i  piraneei  mi  ha  ^li 
procaccialo  dalla  illuminata  gentìleeea  del  dottore  TaoLUPiiTBa;  e  parte  dei 
dignaoari  mi  Tennero  per  meiio  eoo  da  un  signor  Dilla  Zohca  dì  Dignano. 
11  quale  credo  esser  figlio  del  nobile  uguor  Giov.  Andrea  Dalla  Zonca,  ora 
defunto,  autore  Si  un  lungo  testo  dignaness  che  l'egregia  amicizia  di  Tomifo 
LuciANimi  lascia  adoperare.  —  Qualche  mostra,  ormai'secolar^,  del  enp»- 
dUtriano,  è  ìa  Carli,  Ant.  Iial,  Milano  1788-01, 1 1,  p.£a4.  Ne  cito  per  ora: 
aneuoi,  cfr.  p.  417,  445  n.,  ecc. 

*  Sodo  qnindi  limitato,  per  la  'parlaiira  dalmatlaa',  ai  saggi  del  Calmi), 
cioi  al  'Prologo  fatto  per  uà  pedante  raguseo',  premesso  alla  comedia  La 
Spagnola!,  nella  stampa  Teneziana  del  1566,  e  alla  parte  di  'Misìer  Procalo 
mercante  raguseo',  nella  comedia  II  Travagia,  della  quale  non  ho  a  mano  te 
non  redizione  di  Treviso,  del  1601.  Scarso  é  il  costrutto  che  se  ne  riesn; 
pure  ne  escono  spiccati  dna  caratteri,  che  fra  poco  riconosceramo  pnfuj. 
benchd  in  limiti  dlTeni,  anche  alle  parlate  di  Dfguano  e  di  Rovigno  (p.  442-5}, 
e  SODO  l'{  e  l'iì  ricorrenti  per  IV  e  l'd  italiano  o  veneziano:  dna,  vertminU, 
alttomÌ7%te,  pintaminio,  parlaminlo,  inlriffaminto,  ratunaminti,  limpo  (urie 
che  ricorda  vivameute  il  rumeno;  Schuchabdt,  Zeitsekr.  di  Kubn,  XX  301, 
ctf.  §  5,  n.  28  app.)  ;  lino  lesso,  promilto ,  prettitta,  tiniilitia  ;-  tuta  -  iéio 
venez,,  ginso,  bui»  voce,  bon'hura,  dolw,  sigituri,  perduto,  rantn,  «aluoenin, 
patrun,  balemt,  matremwnio,  /wrmo,  conviter,  rutto;  *it%tetu,  tupra,  ntrwi. 
atri  corri!,  deieurso,  laro  de  fitrche,  tpureo,  mullo,  de  tutto,  puto  pooo; 
che  risaltano,  qnasl  senza  ecceiiobe,  esemp]  di  e  edi  p.  Anaora  puA  famarci: 
«MUSI-  genero  (e  analogamente:  itnteruai,  tetwrojitae,  gMierosi  ecc.),  che 
ricorda  iu  sfngolar  modo  qnalche  vàrìetb  semi-ladina  (p.  385)  ed  anche  l'sl- 
banese  dfftdfr.  Una  lettera  moderna,  ()a  Zara,  che  si  trova  inedita  ael- 
l'Ambroelsua  {Casa.,  E.  S.  Ili  24),  nota  che  Sebenico  e  Spalatro,  iuaieme  colle 
isole  del  circolo  spalatino,  conservino  il  dialetto  'veneto'  meglio  che  Zara  non 
faccia,  'benché  sì  avverta  nella  pronuncia  di  quegli  abitanti  nn'attu  «eziii- 
bfle  stiracchiatura  in  parecchie  infiessioni,  che  non  ìianno  quelli  di  Zsrs'. 
Due  propij  versi  nel  vernacolo  di  Sebenico  ci  dà  il  Tommaseo  (_MetitoTÌe  poe- 
tiche, Venezia  183S,  p.  5),  che  sono  prettamente  veneziani,  se  pur  nelle  prini« 
parole  {E  l'è  tuo  don)  l'odierna  Venezia  pud  sentire  alcun  cbe  di  peregrino. 
CiHitiDna  la  citata  lettera  dicendo,  che  Ragusa  sia  affatto  illirica,  e  solo  i 
'nobili'  parlino  cogli  'estranei'  il  loro  dialetto  'tosco-raguseo'.  'L'italiano  (dei 
'Ragusei)  à  pretto,  e  cìd  deve  attribuirsi  ai  Acuenti  allieti  cha  quell'an- 


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§  4-  Ladino  a  Venato.  B.  5.  Istria  veneta  e  Quaroero.  435 

ai  territorj  istriani  a  cui  alludiamo,  la  loro  stratificazione  dia- 
lettale, od  etnologica,  è  sicuramente  complicata;  e  se  lo  scer- 
nere con  sicurezza  le  vene  che  vi  s' intrecciano,  riesce  in  parte 
ben  difficile  per  la  stessa  loro  natura,  la  difScoltà  a  noi  si  au- 
menta per  la  scarsa  copia  delle  notizie  ed  ^nclie  per  la  ìnevi- 
t&bile  rapidità  a  cui  il  nostro  discorso  ci  condanna.  Confortia- 
moci almeno  col  pensiero,  che  son  tutte  esplorazioni  non  mai 
prima  d' ora  tentate. 

Pur  nell'Istria,  il  linguaggio  ladino,  nella  sua  varietà  friu- 
lana (§  5),  Tenne  a  toccarsi,  e  in  parte  a  fondersi,  con  un  lin- 
guaggio che  ai  rannoda  al  Toneto  di  terra  ferma  e  ha  quindi 
in  sé  medesimo  delle  somiglianze  ingenite  coi  parlari  ladini. 
Ma  qualche  altra  elaborazione  del  latino,  che  si  avrà  forse  a 
riconoscere  propria  e  indìgena  dell'Istria,  qui  ancora  deve  en- 
trarci; e  più  a  levante,  nel  Qnarnero,  si  può  legittimamente 
sospettare  di  aver  le  reliquie  di  qualche  dialetto,  che  formasse 
come  anello  di  transizione  fra  i  parlari  dell'Italia  alpina  e  quel- 
l'estrema latinità  orientale  che  sì  stese  dairiUìrico  al  Ponto. 
Intorno  alle  quali  proprietà  od  affinità  speciali,  aggiungerò  ap- 
piede  qualche  notizia  *  ;  e  qui  passerò  senz'  altro  ad  accennare 


'tica  repabblicB  spediTS  ad  isfrnini  in  Toscana  e  DeRo  stato  pontificio,  ed 
'alla  continaa  immigrazioaa  di  florentioì,  che  nel  Bscolo  XV  fuggendo  la  tem- 
'peste  politiche  da  cni  Teniva  agitata  la  loro  patria,  un'altra  patria  lib«ra 
'esrcaTano  al  .di  qua  dall'  Adriatica.  11  dialetto  raguseo  distingtieei  tp«oial- 
'mente  dal  toscano  pel  suo  accento  prolnugato.  Per  aa.  la  vocale  a  della  pa- 
'rola  mare  partecipa  un  poeolino  di  un  o  nasale,  il  cui  suono  è  alquanto 
■prolungato  prima  di  profferire  la  secouda  sillaba'.  Se  questo  esorapio  rsppre- 
Bsota,  come  pare,  una  serie  intiera,  l'o  dello  slavo  mor»  morje  (mare)  non 
ci  airà  nulla  a  vedere.  E  la  nasalità  della  vocale  ci  ricorda  caitroscaro, 
/ran4ÌeiJo  =  fratello,  e  simili,  dello  'stntioto'  dalla  comadìa  veneciana. 
'  Acceunando  al  Quarnero,  intendo  per  ora  di  parlare  d'un  dia- 
letto 'morente*  dell'isola  di  Veglia,  del  quale  abbiamo  saggi, 
che  appajono  in  generale  assai  acculati,  in  un  lavoro  veuuto 
alla  luco  sul  giornale  rovignese /l' Mmno ,  num.  13,  14,  16 
e  17  dell'anno  1861  (il  primo  dei  quali  ora  mi  manca),  col 
titolo:  'Di  un  antico  linguaggio  che  parlavaai  nella  città  di 
Veglia',  e  oon  la  firma:  Dott.  G.  In  questo  dialetto,  che  noi 
diremo,  tanto  per  dargli  un  nome,  veglioto,  è  maoifestisaims 
la  presenta  dell'elemento  rumeno  (valaco);  il  quale,  del  resto, 


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430  Ascoli,  Sa^  ladini,  I. 

ai  punti  di  particolare  contatto,  che  si  avvertono  fra  il  veoeU) 

di  terra  ferma  e  i  tre  dialetti  istriani  enumerati  di  sopra. 

Tra  i  qaali,  il  piranese  resta  beo  rimoto  dagli  altri  due, 
che  vanno  all'  incontro  congiunti  tra  di  loro  per  a£Bnit&  stret- 
tissima. Comune  a  tutti  e  tre  è  tuttavolta,  nell'ordine  fonetico, 
imprima  il  dileguarsi  del  -r  dell'  infinito;  pel  qual  fenomeno 
Tanno  in  ispecie  ricordate  le  prossime  analogie  del  buranello  ' 
e  del  friulano  (§  5).  Nei  dialetti  di  Pirano  e  di  Rovigno,  le  for- 
me troncate  oggi  però  si  mescolerebbero  con  le  veneziane,  prò- 
vedute  del -r:  piran.  biastemà,  andà,  muri,  tigni,  vedi,  credi, 


pub  in  parta  confonderBÌ  coU'elemento  italo-alpino,  par  le  par- 
ticolari concordanze  che  intercedono  tra  il  ladino  ed  il  valaco. 
Ansi  il  wfflioto  si  prenderebbe  facilmente  per  una  mera  fusione 
di  rumeno  e  d'italo-istriota;  la  qual  sentenza  non  sarebbe  di 
certo  opposta  al  vero,  ma  si  dovrebbe  tuttavolta  dire  inesatta' 
e  inoauta,  massime  per  ciò,  che  trascurerebbe  la  necessaria 
disUnzioni  cronologiche  in  ordina  all'elemento  che  cbiamiama 
rumeno.  Poiché  il  substrato  romeno  dì  cui  si  Wtta  nel  etto 
nostro,  rappresenta  una  fase  ben  diversa  da  quella  dal  romsoo 
modernamente  importato  nell'Istria  e  nella  stessa  isola  di  Ve- 
glia; che  è  coma  dire,  sti  per  gih,  il  parlare  dei  Valachi  del 
giorno  d'oggi  {cfr.  Studj  critici  I  53-79  =  331-357  a  lo  ateaso 
lUriano  nnm.  16}.  L'importanza  della  qnol  diversità  si  verrà 
in  parte  chiarendo  per  la  breve  aspositione  obe  ora  segue;  nella 
quale  toccheremo  imprima  delle  proprietà  di  questo  vernacolo 
di  Veglia  che  a  noi  non  riaoltino  istriota,  e  poi  verremo  alle  aue 
particolari  connessioni  coi  dialetti  di  Rovigno  a  di  Dignano. 
Per  la  prima  porte,  va  in  principal  luogo  avvertito,  circa  le  con- 
sonasti, coma  nel  veglioto  appaja  frequenta  la  pronancia  gat- 


'  Cobi  nei  'Soaetti  a  la  buranella'  che  sono  in  Calmo,  Egloghe  ecc.  (Ven«- 
zla  1558,  p.  118-19):  per  fa-ghe,  fa  cantra,  ito,  troud,  magna,  laiti,  viort, 
tatti  infiniti.  Parimenti  negli  odierni  aaggi  buraiielli  del  T^rdo  :  porla,  rt- 
nioed,  descfre,  «»«,  ecc.;  e  ioBÌeiiie  vi  ai  dilegna  ogni  altro  r  che  vengi 
all'uscita:  peseaà,  fomf,  ti  me  pd  mi  pari,  moie,  eoo  onore,  ecc.  Il  ban- 
nello  quindi  a*  inoltra  in  quest»  eliminazione  pib  che  non  faccia  il  (rioluia 
(S  5,  u.  123);  e  lascia  del  resto  cadere,  oltre  il  -n  (p.  429  n.),  aneha  il  -I: 
aia,  campani,  àia  duole,  ecc. 


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§  4.  Ladino  e  Veneto.  B.  5.  latria  veneta  e  Quarnero.  437 

mom,  piasi,  coverii  ecc.,  allato  a  portar,  vigrùr,  ed  altri; 
rovign.  rìfiadà,  piérdi  e  piérder,  nfóri  e  'ir,  còsi  e  cttsinar, 
mtlir  ecc.;  dignan.  porta,  voli,  piasi,  mori,  dormi  ecc.  Dalle 
quali  serie  si  vede  altresì  come  sia  coniane  a  questi  dialetti  il 
ridursi  ad  t  dell'  e  dtona  dell'  antica  penultima  dell*  infinito. 
Pure  r  i  per  l' o  atono  di  prima  persona  (cfr.  p.  397  n.)  sari 
probabilmente  stato  comune  a  tutti  e  tre  ì  dialetti.  Da  Pirano 
e  da  RoTÌgno  ne  vedo  solo  scarsi  resti:  pìr.  ignori;  rov.  i  pii'i 
o  p"ÓÌ  io  posso,  e  vói  (esemplare  che  per  sa  dice  poco  ed  anche 
è  comune  al  veneziano),  allato  ai  plr.  credo,  vqjo,  rov.  vidOf 
crido,  ecc.  (cfr.  pir.  e  roT.  el  fondi  il  fondo).  Ha  appar  feno- 
meno continuo  nel  dignanese:  i  no  poi,  curri,  batti,  faghi. 


turalo  del  e  o  del  o  Istioo  che  preceda  ad  e  o  ad  t,  né  sembri 
potersi  natrire  dubbio  alcuno  suU' esatteiza  della  trasorisione. 
Qnalcbe  esempio  ritorna  in  altre  favella;  cosi  crisi,  ciriegio, 
che  potrà  essere  dallo  alavo  (cfr.  Miklosicb,  Albàniiche  for- 
schtMffetit  II  13;  Jarn,  ciliegia,  è  anche  neU'albaii.  dì  dial. 
ghego,  e  in  quello  di  Sicilia,  v,  ìb.  e  Cauaeda,  Orammatol. 
alb,,  I  56);  oppur  carviale,  cervello,  che  incontra  la  gatturals 
del  rumeno  crieri  •e6re[v]ro-  (v.  Db  Cihao,  Dict.  d'étym.  daco- 
rom.,  63).  Ma  ancora  abbiamo:  conaùta  cinigia,  edira  lau  cera, 
gheluiU  freddo  (gelato;  cfr.  spagn.  regalar  'regelare  Diaz  t'  270), 
e  dtc  dieci,  confermato  A&jónco  *ua-d](e  undici,  e  piti  Bing(^ 
lare  di  tnttì:  acdid  aceto;  per  tacer  di  pemdica  pernice  (cfr.  . 
it.  rddica;  Diez  I^  255),  o  da  voci  verbali  come  j~ongàr-[me] 
ungere,  deedite  dite,  e  tacdre  tacere  (imperat.  tict^tic;  cte. 
rum.  toc  tpcut  tfcé,  taccio  taciuto  tacere).  —  Sapto,  sette,  va 
col  rumeno  {sapte),  ma  odo,  se  esatto  (rem.  opt],  sarebba  assai 
notevole.  —  Oltre  pi-  e  fi-  (pie  piti,  in-fioràja  florÌ8c[ono]),  che 
80B  combinazioni  da  cui  non  rifugge  pare  il  valaco  settentrio- 
nala,  e  lo  schietto  gl~  in  glasdit  ghiacciato,  abbiamo  ancora 
lo  schietto  ~cl-  intemo  in  rdcle  orecchie,  udcto  occhio,  come 
non  ricorre,  per  quanto  lo  sappia,  in  alcun  dialetto  rumeno 
(v.  Difiz  1S213;  Sludj  critici,  I  73-Kl;  Da  Cihac  s.  w.);  e 
d'altronde,  quanto  sa  di  valaco  Vd  della  prima  voce  {'redAle), 
altrettanto  è  contrario  al  gusto  rumeno  Vud  nel  tipo  fonico 
delta  secoDiia.  Si  aggiungono:  vieta,  pi.  vide,  città,  e  il  pra- 


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43!)  Ascoli,  Saggi  kiliai,  I. 

divi  devo,  vegni,-  Altro  carattere  importante,  comune  a  Pì- 
rano'e  a  RoTigQo  (e  pur  forse  a  Dignano,  donde  mi  maaca  ogni 
notizia  per  questo  particolare),  è  la  costante  pronuncia  guttu- 
rale del  n  all'uscita;  pir.  domah,  gran  ecc.,  rov.  fen,  san  ecc.; 
cui  si  aggiungono,  per  •»  da  -m  (cfr.  p.  360  ecc.):  ror.  dìgn. 
non,  fan. 

Del  restante,  il  fenomeno  j«Va«cs«  che  più  importi  all'inda- 
gine nostra,  è  il  passarvi  Ai  f  e  i  in  p  9  d.  Senonchè,  in  or- 
dine alla  sorda,  qui  non  si  tratterebbe  di  p  da  ^=6  ital.,  come 
era  nelle  varietà  venete  che  di  sopra  studiammo;  ma  si  di  p  da 
p  che  è  5'  0  -ss-  ital.  Cosi  avremo,  nel  piranese,  collo  s  {f  ve- 
nez. ,  é  ital.)  zercà  cercare,  zénera  cenere,  mi  faszo,  ed  altri; 


zioaodeclo,  pi. dadi,  dito  ('dijit'lo;  cfr.  pag.  58 n.,  e  in  iapeàe 
l'albsn.  rukfuMj,  io  motolo,  ricordato  dallo  Sghcchasdt  nelU 
Zeitsehr.  del  Kuhn,  XX  246,  che  alla  sua  volta  richiama  il  grig. 
rucldr  [v.  'Qiante'],  e  l'it.  rocchio,  v.  Flechia,  Sopra  un  feno- 
meno fonetico  noe,  p,  9).—  Occorre  inoltre  continua  la  prostesi 
di  j,  che  ricorda  lo  slavo,  ma  anche  l'albanese  (v.  Gauabua  L 
0. 1  49,  II  223-4).  Così:  j-aqua,  jw  j'-rfi  io  ho,  j-oMino  anima 
(cfr.  p.  371),  j-rfura  ov&,j-ualb  bianco,  j-udcft  ago,j-udrhiI 
albero,  j-^lxete  (vedi  piti  sotto),  j-omno  (pi.  i  j-omni)  uomo, 
j-ónda,  j-ongdr-me  (vedi  sotto) ,  j-oin  j'Oina  uno  -a. 
Cirea  le  vocali,  guón  cuini  cane  -i,  e  vetrón  vetrtuSna,  vecchio 
-a,  son  di  patrimonio  rumeno  {cune  cuini;  betntn);  cosi  anche 
grun  grano  (rum.  ffruu,  pi.  gruHe;  cfr.  alb.  di  dìal.  ghego: 
ffrun),  e  probabilmente  pur  V  au  di  pauc,  i  pauper,  benché 
aieno  due  esemplari  che  nelle  mie  fonti  rumene  non  ritrovo. 
Pure  la  vocal  turbata  in  des-màn  da  mane,  priénx  pranio,  e 
tiéres  {"tiéré)  tardi,  accenna  chiaramente  al  valaco;  benché 
i  due  turbamenti,  ai  qaali,  in  dati  casi,  l'd  è  soggetto  in  qaslla 
lingua  {u  u  ed  i)>  vi  sieno  ripartiti  fra  questi  esemplari  in 
modo  che  riesce  inverso  a  quello  del  veglioto  (cfr.  Mobufu, 
Zur  rumàmachen  voe<disation,  rendio.  lviii,  140-2).  Di  rameno 
sa  finalmente  anche  Vd  (*ea)  dogli  infiniti  bldre  volere,  taedn 
tacere,  ardóre,  gaudàre,  veddr,  {wdr\  ma  forse  non  eaclsde- 
rebhe,  come  tosto  vedremo,  una  dichiarazione  diversa.  —  No- 
tevole d  poi  ì'ud  che  appare  il  normal  continuatore  iDdigeno 


>vGoo»^lc 


§  4.  Ladiao  e  Veneto.  B.  5.  latria  veneta  o  Qiuroero.  439 

e  all'  incontro:  pardo  sordo,  péra,  pléla,  popò,  ropt}  ecc.,  e 
da  ss=!S  ital.:  capa,  mepedà  (v.  pag.  44  in  f.).  Per  la  sonora: 
adedo  'aiédo,  patte,  diede,  codi  cuocere,  vode,  erode,  làrede 
(ma:  ténzer,  parso  sorcio);-  cada  casa,  cièda  chiesa,  roda 
rosa ,  àdeno,  -  V  i~  piranese  per  1'  e  àtona-  ital.  di  terza  per- 
sona {el  perdi,  dormi),  che  vedremo  non  comune  agli  altri  due 
dialetti,  deve  all'incontro  ricorrere  anche  in  vernacoli  istriani 
che  noi  non  istudiamo.  Lo  stesso  dicasi  del  non  perdersi  della 
dentale  nella  base  -a'to:  tornado,  fiado  ecc.,  antica  fase  veneta 
che  si  mantiene  anche  altrove,  p.  e.  nel  veronese-urbano:  tro- 
vàdo  allato  a  ricuparà,  credùdo  allato  a  credit,  conogitdo  allato 
a  conoed.  —  Di  singole  voci  piranesi.  citeremo  finalmente:  et 


deli"  d:  el  tudly  atudr  stare,  moscudr  morBÌcare,  deatrudr  de- 
stare, affuàr  (in  faaztons  di  sosl.  plur.),  andùar  [aio;  ofr. 
fallùr,  alsùr^  e  coli' accento  sulla  prima:  j-ul^e-fe,  che  deve 
dire  'Alzati*,  QJ-ùnda  cauch  veni  hac,  quasi  *anda  qua-ci ,  rum. 
coace],  gheladt  gelato  (allato  al  fem.  gheUtUa,  che  è  forse  un 
orrore),  crepudta,  arrivuat,  frudlru,j-udch  ago  (fera.,  com'd 
nel  plur.  rum.)-,-  j-udrbul,  buàrca,  j~udlb,  domudnàa,  set- 
suanla.  Io  ci  riconoscerci  uà  effetto  progressiva  di  quella  ten- 
denza per  la  quale  il  rumeno,  come  avemmo  testa  a  ricordare, 
riduce  Vd,  in  determinati  limiti,  ad  t»  (e  u),  cui  vedemmo 
rispondere  un  uó  veglioto  {cuón,  vetruóna).  Ora  l'uó,  nel  ve- 
glioto,  doveva  passare  facilmente  in  ud,  per  la  tendenza  ad 
allargare  i  dittonghi  di  cai  avremo  a  vedere  molteplici  effetti 
in  questo  vernacolo;  e  alla  fase  dell' ud  ancora  starebbero 
j-uópa  ape,  cuàrne  carne,  e  muostro  *mastro  maestro. 

Citato  ancora  il  prodotto  di  *-t+t,  "-d  +  i,  a  fprmola  àtona,  che  d 
ó  {ff):  diancs " diana  denti  (vai.  dinsi],  anincs  =  emine  'inanti 
(vai.  iitainte) ,  vencs  =  vena  venti,  tiercs  =  tierc  {-erg)  tardi ,  pas- 
seremo a  qualche  cenno  sulla  flessione.  , 

Circa  la  quale,  imprima  notiamo:  j-^i-mej-dj-(e»  abbiamo  avete, 
tdi-tne  tài-te,  siamo  siete,  per  avervisi  tal  copia  di  desinente 
(~me  -te)  che  ora  pio  non  si  riproduce,  in  modo  esatto,  sa  non 
nel  macedo-valaco  e  nell'albanese,  ma  in  altri  tempi  che  non 
il  presente;  cosi  in  iapecie  nell'albanese  di  dial.  ghego:  kietne 
kìete  (da  Lecce)  fummo  foste,  ecc. ,  e  nel  macedo-val.  :  ar^piem 


;vGoo»^lc 


44Ò  Ascoli,  Saiggi  Eadlni,  I. 

tciéh  tiene;  cài  elidere,  ptcp.  cajudo  (rov.  cài  caju);  fòiba  fo-rn, 
per  attrazione,  cfr.  §  5,  nam.  235,  e  canépa,  comune  ancbe  si 
dignanese,  *caniìpa  -ipia. 

E  passando  ora  a  quanto  ci  -rimane  da  Rovigoo  e  Dignano . 
pei  qaati  territorj  %  da  vedere  la  lunga  nota  appiè  di  queste 
pagine,  qui  primamente  ci  fermerà  l'o  per  Ve  atoaa  all'oscita, 
che  richiama  in  singoiar  modo  le  serie  veronesi  di  aopra  alle- 
gate (p.  307  e  424).  Cosi  dai  saggi  di  Rovigno,  3.  pers.  sg,:  lii 
piérdo,  el  moro,  d^órmo;  nomi  masc.  :  lato  latte,  ponto-,  ser- 
pente, dento,  fiumo,  làreso;  nomi  fem.:  carno  (e  carmi),  noto, 
nivo,  davo,  vulpo;  avr.:  veramente.  E  dai  saggi  dignanesi: 
al  dormo,  maétto  mette  (ma:  al  mor,  al  voi);  lóumo  lume, 


arupset,  rompemmo  -oste  (il  rumeno  settentr.:  2.  rupsen;  ma 
è  rupaet  pur  nei  piti  antichi  saggi  settentr.,  nei  quali  è  anche 
set  siete,  allato  a  sezì^  Mussafu,  Jahrèuch  fUr  roman.  u.  engl. 
Ut. ,  X  369  360).  Un'  altra  e  maggiore  BÌugoIarità  nella  conja- 
gBzione,  ci  saggerìsce  poi  uu  confronto  che  varamèbte  bCcc- 
tiamo  B  porre  ÌDnanzi,  poiché  vediamo  bene  che  facilmeota 
possa  trattarsi  di  ana  coincidenza  fortuita  o  fallace.  Dice  dun- 
que il  nostro  autore:  'l'infinitivo  (veglioto)  al  contrario  tiena 
'sovente  la  particella  me:  xérme  andare,  tentérme  sentire,  jo^ 
'ffàrrm  ungere,  ecc.,  per  es.:  senterme  co  le  racle  udir  con  la 
'orecchie,  jongdmte  col  udii  ungere  coli' olio'.  Ora  questo  -me 
ricorda  in  singolar  modo  l'elemento  che  è  a  un  tempo  prepo- 
sto e  suffisso  negli  infiniti  albanesi  di  diaL  ghego;  me  dd-^'À 
dividere,  me  itudiuem  studiare,  eoo.  (Studj  crit.,  I  96-374, 
DA.  Lbcch  nel  1.  ivi  cit-,  p.  165,  Cahasda  1.  c.  II  48).  —  L'el»- 
mento  granmaticale  che  è  in  tonàja  tuona,  futminàja  falmiia, 
in-fl,orója  fiorÌ8c(ono),  o  anche  in  vendja  egli  venga,  coincide, 
ma  di  certo  solo  esteriormente,  con  quello  che  è  in  mi  credéja 
io  credeva,  bldja  (egli)  voleva,  cioè  *credéia  ecc. ,  v.  ^b  innanii, 
e  cfr,  aeeìa-mecc.  nel  rumeno  d'Istria,  Stu^j  arit.  I64"342.- 
Per  il  fnturo  possiam  citare:  fermtidr-a  (me  fìrmudr  a  cdw 
mi  fermerò  qui),  sér-me  *ier-jime  andremo,  metdr-me  'mi- 
ter-jime  metteremo,  catdur-e  troverai  (e="ai  habes,  cfr.  n>- 
vigD.  ti  é  p'ortisto  hai  portato],  fér-o  far&  (d  non  piuttosl^ 
'sari'!;  cfr.  el  fiér-o  en  tidra  sarà  in  terra;  rum.  fi  essere). 


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§  4.  Ladino  a  Veneto.  B.  5.  Istria  veneta  a  Qoarnero.  441 

pivero;  camoecc.  AggìungeniJosi  nell'avverbio  anche  l'epen- 
tesi del  r,  come  nel  dignaneai  veramentro,  liberamentro,  allato 
ad  altrimento,  par  proprio  di  essere  trasportati  alle  scritture 
di  Fra  Giacomino.  Ma  più  è  ancora  singolare  che  all'-O  per  -e 
venga  ad  accoppiarsi,  in  qualche  esemplare  di  quel  dialetto  dì 
Veglia  che  si  considera  qui  sotto,  pur  l'ettlissi  dell' e  àtona  della 
sillaba  che  precede,  ancora  secondo  il  tipo  veronese  che  a  suo 
luogo  studiammo  (p.  424-6).  Cosi  avremo  in  quel  curioso  dia- 
letto: scutro  *a-cutere,  eetrarre  (me  scùtro  jóin  dàint,  levarmi 
un  dente),  che  ha  insième  la  particolar  significazione  rumena 
e  il  tipo  vernacolo  italiano;  inoltre:  credro  credri,  credito  -i, 
che  ancora  ricorda  il  rumeno  per  la  significazione  sostantiva; 


mòitùr^  muterjl.  È  la  solita  aggregazione  neo-latina,  ma  an- 
cora recente,  come  si  palesa  dall'  accento  sull'  infinito.  Si  di- 
rebbe l'antico  remeno  che  transige  coli' italiano  ;  dove  ricor- 
diamo la  perifrasi  del  faturo  con  'habere*  anche  nel  rumeno 
(ant.  rum.:  «m  a  dà,  MtjssàP.  ib.  376;  rum.  d'Istria:  are  veri 
ha-venire,  verrà,  Mirlosich,  Die  slavischen  elemente  im  ru- 
mwiìsehen,  58),  e  la  normale  posposizione  dell'ausiliare  nel 
perfetto  perifrastico  pur  del  rumeno  d'Istria  (Studj  crii,,  I 
66  =  343).  Ma  insieme  va  sia  d'ora  notato,  che  l'-o^'ou  per 
'habet'  ci  porta  unitamente  e  alla  Rumenia  e  all'Istria  occi- 
dentale, du  per  'habet'  essendo  cosi  del  valaco  (au  vindut  ecc.) 
come  della  varietà  friulana  di  Trieste  (§5),  e  continuandosi 
pur  nel  dignanese,  nella  forma  di  o,  si  isolato  e  si  nella  com- 
posisione  del  futuro:  pì-o  ci  ba,  la  tn'o  conta,  var-6  avrà, 
dar-ó  darà;  né  altrimenti  nel  rovignese:  l-o  egli  ha,  la'ó  ell'ha, 
el  K-V  no,  egli  non  ha  *.  'Habere',  nella  caDJugaztone  isolata, 
darebbe  al  veglioto:  jm  j'-rfi,  iej-ii,j-alj-àit  (aie),  nuj-dime, 
vo  j-àile,  j-dju  (ed  'esse':  sai,  sante,  aant;  sdime,  sdite,  sani; 
cfr.  Stttdj  crii.,  I  67  =  345),  circa  le  quali  forme  qyà  ci  limi- 
tiamo a  notare,  come  ai,  habeo,  si  distacchi  dal  romeno,  coin- 
cidendo all'incontro  col  friulano,  col  veneto  di  terra  ferma, 
coli' ant.  venez.  {di,  éi,  e),  e  Col  rovigno-dignanese:  rov.  i-é  da 


'   La  coincidenza  coll'alto-engadinese  risalta  fortuita;  cfr.  pp.  189  in  n., 
e  S26.  TS  fo  (fo  bun,  &  bene)  dare  qui  rìputarsi  forma  analogica  (v.  §  5). 


;vGoo»^lc 


442  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

ai  quali  si  aggiungono,  per  l'ettUssi:  rédre,  ridere,  e  per  l'-o; 
erosero  crescere,  ed  all'infuori  dell'iafinito:  tiàmpro  (e  -prt: 
dignan,  saémpro). 

Viene  poi  la  volta  del  dittongo  dellM  e  detlV  in  posiz.;  in 
ordine  ai  quali  fenomeni,  il  rovignese  si  accosta  assai  notevol- 
mente, e  circa  la  forma  e  circa  l'applicazione,  al  vernacolo  pa- 
ttano (pag,  422-3).  Per  le  affinità  ladine,  ed  altre  che  presenti 
il  fenomeno  medesimo  da  oriente,  dobbiamo  riferirci  ad  .alù-i 
luoghi  (t.  in  nota);  e  ora  diamo  senz'altro  le  nostre  serie  ro- 
vignesi:  I.  d'ormi  infin.,  ««imo,  cvórpo,  cuorda;  [p*orlà; 
i'obia];  uÓrto,  u6r£o,  uosso,  uóccio  -;';  dove  però,  circa  gli 
esempj  a  formola  iniziale,  può  sorgere  qualche  dubbio  sulla  ra- 
gione genetica  dell' wJ  (cfr.  rov.  uóca  oca,  uóro  oro,  e  uotù 


piérdi  debbo  perdere  (cioè:  io  ho  da  p.),  la  j-e  la  ho,  fot.  e 
dign,  var-é  avrò,  dign.  pi-^  caro  ho  caro  (cfr,  «  'sai  ao),  ;K)r- 
tar-é  porterò,  ecc.  Ma  non  Torremfl  lasciar  gli  aasiliari  aenis 
considerare  l'ìnf.  sdite,  essere.  Dee  rivenire  a  'aidere  sedere; 
e  il  dignaDese  ha  analogamente  sei  {da  sei  desffustada,  da  es- 
sere disgustata)  allato  ad  étti  {i  putii  essi,  io  posso  essere), 
come  il  friulano  ha  aèdi  sèi,  éstijissi,  tutti  uel  Bignifioato  di 
'essere'  (cfr.  ser  'essere'  nello  spagn.  e  nel  portogh.;  DikeU^ 
174-5, 189).  Neil' ordine  fonetico,  piuttosto  vi  sarebbe  notevole 
l'assenza  del  -r  che  non  la  tenue  per  media  [cfr.  g  5^  n.  203).  — 
Dopo  di  che,  non  mi  resterebbe  per  la  flessione  se  non  faaa- 
sdite  fareste,  propriamente:  'fecissétis',  tirato  sai  tipo  'amas- 
sétis';  cfr,  nel  cbioggioto:  podessimo  potremmo,  veramente: 
potuissémos,  coir  antico  accento,  che  è  anche  del  Ladini  della 
sezione  centrale  (per  es.  garden.  amcLSsdh  amoatàis),  e  nella 
terra  ferma  veneta  (cfr.  Ili,  3),  come  eziandio  del  provenzale: 
vtndessém  vendessét*,  a  de]  francese,  laddove  il  rumano:  cui- 
tdtem  ecc. 
Ora  continueremo  colle  speciali  convenienze  fonetiche  che  si  av- 
vertono fra  il  veglioto  dall'una  parte,  e  i  dialetti  di  Bovigno 
e  Dignano  dall'altra.  Gli  à  dunque  imprima  a  sapersi,  che  fra 
le  caratteristiche  di  Kovtgno  e  Dignano  sì  ha  questa,  cbe  all''' 
italiana  o  veneziana  ivi  risponda,  entro  determinati  limiti.  Vi; 
laddove  all'i'  italiano  o  veneziano,  che  dì  regola  è  quanto  dire 


;vGoo»^lc 


§  4.  Ladiiio  tì  Veneto.  B.  6.  [stria  veneta  e  Quanieru.  443 

otto);-  II.  fièro  ferro,  fièra,  invtérTio,  viérmo,  traviérsa, 
piérdi,  aviérto,  miercore,  g*érba,  viéccio,  siete,  lièto,  piè- 
tano,  vasiel.  Àncora  citiamo,  pai  dittonghi  fuor  di  posizione, 
sempre  dal  rovignese:  I.  m'ori  infln.,  suóssero,  i  pici  io  posso, 
miiover;  e  dall'rf  second.:  p'overo  p'óco;-  II.  dall'e  second.: 
giénera.  Il  dialetto  di  Dignano  non  accompagna  quel  di  Ro- 
vjgno  nel  dittongo  dell' <ì;  e  solo  mi  tì  appare,  quasi  segnacolo 
di  una  fase  anteriore:  vàrio  orto.  Nè'i  due  dialetti  si  accompa- 
gnano circa  il  dittongo  dell' ^  in  posizione;  poiché  sarà  diverso 
anche  per  altra  ragione  che  non  qaella  della  forma,  Veié  {eie. 
roYign.  f'ésta)  che  scrive  di  continuo  il  testo  dlgnanese,  ac- 
cennato nella  prima  nota  a  questo  numero  (cosi:  desvertei- 


all't  latino,  qaei  dialetti  tendono  a  rispondere  con  é  ed  éi.  , 
Cosi  i  miei  aa^gi  danno:  roV.  aridi  credere,  vuUr,  ror.  diga. 
tila,  fimana  fimena,  sivo,  ahi  aceto,  dign.  vali  Talere,  viro, 
sira,  che  sono  esempj  di  i**!^  ital.  >e  lat.;  ror.  dign.  miis 
mis  mese,  che  d  di  is^e'f  ital.  ffns  Ut.;  indi:  rov.  nivo,  di 
didi  dito  -1,  ianivro,  tot.  diga,  pil,  si  sii  sete,  «idi  *re'dere, 
dign.  pivero,  che  sono  di  i  =  é  venez.  o  ital.  -  i  ÌSt  ;  final- 
mente *  per  e  ital.  in  poaiiione,  di  sorgente  varia:  ror.  qui-^ 
sto,  vispe,  pito,  roY.  e  dign.  infirmo,  vì'rdo  virdo,  frisco,  stila, 
riccia,  dign.  litio,  (riddo;  —  e  danno  all'incontro:  ror.  cal- 
séna  e  dign.  caUéina  calcina,  Alga.  Tuneina,  seima  dii  cavii, 
préima,  viséin,  rov.  dign.  vffn  vein,  rov.  tóSi,  dign.  asedéin, 
seusein,  rov.  fé'l,  ke  xei  (gire),  ingiutér,  diga,  ivjotei  (l'accento 
pare  «rroneo),  servéi-la  servirla,  vignéi,  maréi  marito,  véivo,  ' 
soréis,  wipara;  zeibo;  veisto,  déitto  (cfr.  veoez.  dito),  òeissa 

'  Tralaacio  di  addarre  fra  qneate  lerie  l'i  rei.  e  dign.  per  iV  itaL  o  to- 
uei.  da  i,  come  a'ha  nel  tot.  diga,  gtse  (=  ^ést)  dieci,  dign.  livido, 
pigora;  e  la  differenza  pare  confermata  anche  dal  vegUoto,  che  in 
aimiii  casi  i-asterabbe  all'i  (ciod  non  paaasrebbe  ad  ai,  come  vedremo 
che  faccia  per  altii  <  rovigno-dignanesi):  lipro,  pitra.  Cfr.  la  nota 
a  p.  445.  Piuttosto  avrebbero  a  starci  i  rovign.  tinero  e  pri'stù  (»'), 
Eeempio  che  ha  ana  ragion  particolare  à  *pie  piede  (cfr.  p.  393),  onda 
*piit  Boc<Hido  raiialogia  a  cui  il  teato  fra  poco  ci  conduce,  rov.  pò'e, 
òìga.piije^  e  pAi,  quasi  per  anticipazione  dell' <ii  veglioto  =-éÌ  rovi- 
gnonlignanesi^. 


[J,q,t,7CdbyG00»^lc 


444  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

maénto,  xaénto  gente,   taémpo,  insaémbro,  paérla,  paérdo 

perda,  zaérta  certa,  s-couvaérta,  raésto,  haélla  ecc.;  e  par 

baén,  vaén).  Dell'antico  dittongo  è  forse  traccia  nel  dignan. 

jerha. 

Pel  dileguo  delle  itone  uscenti,  possiamo  citare:  rov. /iin 
fame,  ecc.;  "us,  pas,  crus;  mur;  dign.  tas;  gal,  óu,  nòti.  Per 
V-ésto  {-tsto)  del  participio,  i  rovign.  p--orHsto,  durmisto,  el 
ii  muristo.  I  plurali  dignanesi:  paròin,  hotlòin,  barcóin  (bai-  , 
coni),  boin,  pare  a  primo  tratto  che  a  dirittura  ci  conducaDO  ; 
in  Liguria  (p.  310)  ;  ma  sòn  da  considerare  le  analogìe  di  cui 
si  tocca  a  p.'378  e  418.  E  finirò  per  ora  col  citar  singole  voci 
che  facciano  in  qualche  altro- modo  al  caso  nostro;  in  cima  | 


biscia,  daremmo  così  per  qualche  parte  rioondotU  alla  spiaggia  I 
emiliana  che  prospetta  la  breve  penisola  da  Bud-ovest;  ma  od 
miriamo- piuttosto  ad  oriente,  per  interrogare  il  TeglÌob>;il  l 
quale,  alla^^ndo  il  dittongo,  ci  darà  ài  per  Véi  del  territoro  i 
rovigDo-dignanese,  ma  ài  ancora  per  l'i'  {<•  £  ed  é  lat.)  di  qael  i 
territorio  medesimo,  quasi  estendendo  all't'  istrioto  il  feniv-  j 
meno  che  si  esplicava  colà  nell'ambito  dell'/  italiano.  Arre-  l 
mo  quindi,  nel  reglìoto,  queste  serie;  vàina,  cdìra  lat.  cera, 
rdid,  acdid  aceto,  monaita;  con  mdic  meco  (cfr.  tmcA,  tig,  ' 
siff,  dì  antiche  scritture  lombarde);-  mdissa  mensa  (che  afatto 
si  diparte,  pel  ano  dittongo,  dal  rum.  mdse  mease,  e  piattoato 
ricorda  l'i,  banche  atono,  del  macedo-valaco  miidli\;-  pdira, 
fàid;-  mandica  *manfoa  (cfr.  rum.  mertunc  menuic  mangio);- 
mdiai  mÌBsns;-  vdin,  ìdin,  sassdin , passerdin  ('ogni  sorta  ne-   , 
celli*),  rovdinattnardit,  vaita,  fàica, pemdica,  radatca,  raipa. 
Per  i  ital.  o  lat.  di  pos.,  può  a  stento  ancora  citarsi  cmaisia 
(cfr.  dign.  tìneisia)  cinigia,  cui  si  a^iungerebbe,  col  solo  a,    i 
Urna  legna  (cfr.  rum.  lemn;  dign.  Ugno  e  Unno),  come  in  tra  tra   '■ 
(dign.  tri),  e  come  fiotrebb' essere  anche  negli  infiniti  già  ài 
sopra  toccati:  tendre  ecc.;  circa  i  quali  sta  a  favor  di  questa 
dichiarazione  il  doppio  esemplare  lìdire  hlare  volere,  ma  la  Ita 
contro  la  particolare  uscita  [-re  anziché  -i-)  della  maggior  parte 
di  essi.  Ancora  sì  abbia,  per  ai  veglioto  da  ii  di  fase  ante- 
riore: mdja  mìa,  allato  a  méio   rovìgno-dignanese,  che  fi  un 
caso  di  éi  da  l  di  fase  anteriore,  il  quale  entra  nella  special 


;vGoo»^lc 


S  4.  Ladino  e  Venato.  B.  5.  latria  Teneta  e  Qaarnero.  445 

delta  quali  starà  ana  relìquia  digoanese  per  l'-ón  di  prima  per- 
sona plurale:  ion  andiamo  (cfr.  e,  I).  Poi  ìl  d  iniziale  nella 
continuazione  di  'toto':  dign.  dóuto  dóutì  (rov.  duti;  cfr.  p.  336); 
cui  faremo  seguire  i  rovign.  voldù  sentito  (veramente:  udito; 


serie  dell'i  dinanzi  od  altra  vocale,  e  veramente  ci  porta  a 
quella  'distrazione'  dell' ^  primario  o  Becondarìo  nell'iato,  sì 
del  tonico  e  sì  dell' atono  (rov.  dé^o  dio,  baccaréia,  dìgn.  teia 
zia;  deivfìrxeijo,  ràbbeija, ecc.),  cbe  anch'easa  ricorda  l'Emilia 
o  piuttosto  il  Napoletano  *, 
Analogo  all'i'  di  contro  all'^  italiana  o  veneziana,  il  dialetto  ro- 
TÌgneae  e  il  dignanesa  ci  offtonó  eziandio,  entro  a  determinati 
limiti,  l'ii  di  contro  all'd  italiano  o  veneziano;  e  come  il  ve- 
glloto  rispondeva  per  di  a  queU'^  rovigno-dignanese ,  ora  cì 
darà  du  per  quest'ù.  Così  ricavo  da'miei  saggi:  rov,  lul  solo 
(o  sole!),  •««,  rov.  dign.  dulur  dolur,  unùr  onur,  ura,  lùri, 
via,  che  sono  esempj  di  ù-ó  it.  "é  lat.;  rov.  dign.  cru»,  rov. 
xwra  sopra,  che  sono  di  tir^cJ  it.  •>»  lat.;  e  finalmente*  per  la 
doppia  serie  di  posiz.  :  rov.  ciù  (»  *tjor  tfirre),  rov.  dign.  sano 
sonno,  rov.  stìrio  sorcio;  rov.  sttrdo,  rov.  dign.  rutto,  duho,  ' 
fumo,  furca.  Pel  veglioto,  i  miei  esempj  restan  veramente  limi- 
tati alla  serie  che  fa  capo  all'ó  lat.;  e  sono:  dura  oj-dura, 
tuddur,  ondur,  amÓMr,  pentàur  pittore,  ndun  non,  ratsdun 
ragione,  reliffidun,  carbdwit  sapdun,  generdus,  avardM,  go- 
laiu,  nepdvX  (fam.  nepot).  Solo  si  aggiangerebbe  làur  (sdror) 


'  Un  esempio  dì  dt  da  ^  Tedemmo  di  sopra  nel  dìgnanese  (p.  443  n.); 
altro  da  RoTìgoo  ne  incontriamo  pib  tardi  (p.  447  n.).  È  all'incontro 
la  bse  della  semplice  é  da  i,  nei  veglioti:  dùrmér,  sentér-me,  xir- 
-me  (*iir  gire),  mei  mille,  Ubra  libra  (lira),  feil  «flU  figlio. 

'  Non  mando  per  ora  fra  queste  serie  l'u-uó  Teneto  od  ital.  =  ^  lat, 
come  s'ha  nei  rov.  tiuco,  ruda,  ancui,  rwa,  dign.  rusa  e  riusa.  Si 
Te^a  la  nota  a  pag.  443,  e  si  consideri  i'u  (ù)  cbe  per  gli  esem- 
plari di  qnasta  categoria  ci  offi'e  il  testo  di  coi  a  p.  447  n.  Può  so- 
spettarsi nn  dittongo  rattratto.  Il  legittimo  continuatore,  non  ditton- 
gato, dell' 3,  Tediamo  nei  fot,  bon  boni,  fora.  Inoltre  si  osserri  la  cor- 
retta dìffbrenxa  fra  la  tonica  rovìgneBa  di  me  soràre  pi,,  0  ma  sortirà 
sg.,  oha  rispondono  a  soróre-  lat.,  e  quella  di  ma  lor  che  risponde  a 
aóror  (analogamente  nel  dìgnaueae:  sarò,  sortirà). 


;vGoo»^lc 


446  Alcoli,  Suggi  ladini,  I. 

cfr.  p.  188  ecc.);  lagàda,  cfr.  p.  330  ecc.;  ula  dove  (dign.  vulla), 
cfr.  p  67;  far  el  nil  far  nido  (allato  al  dignan.  fa  neido),  più-n 
' (Aìga.  pióu-n)  più;  gii  gita  (dign.  gilla)  ille  iLla;  a  iiiùn  (dign. 
ioiun,  zouióun)  'jejùn-.  Cui  per  ultimo  si  aggiungano,  dalla 
serie  in  cui  si  complica  j:  rov.  e  diga,  gise  giise  'djèce,  dign. 


aarella,  ma  è  voce  cba  nel  plurale  trorara  logitUmamente  li 
base  dell'^  (cfr.  il  rovign.  e  dignan.  nell'annotazione  che  testé 
apponemmo,  e  torà  swori  nel  rum.). 
L'ti  itaL,  cioè  prevalentemente  l'u  lat.,  snol  trovare  all'ÌDcoD- 
tro,  snl  territorio  rovigno-dignanese,  il  dittongo  oh;  cosi  dcÌ 
Toy.  pióuma,  foiimo  (sic),  rov.  dign.  nóiido,  dign.  bà»  bovào, 
avuto  -a,  veiffnou  veignóuda,  pidun  pib,  oun  ouna,  fbrtovna, 
tóuHtO,  tóu3,  mour  muro,  croudo,  e  nel  noto  esempio  di  ti  m- 
cond,  (v.  p.  36):  douto  douti  tutto  -i  (e  loutidi,  rov.  lùndi, 
lAne-df).  Ora  il  veglioto  alla  sua  volta,  ci  mostrerA  ancora 
questo  fenomeno  del  dittongo  continuatore  dell' u,  e  sarà  nella 
forma  dì  ói;  j-oin  j-oina,  Idin  lumen,  póm  pugno  (rum.  pumnl, 
flóim,  tploima  (cfr.  p.  371),  sptìit,  avoit,  cróif  crudo,  moiiir-'j 
*mutar-aa  cangerà.  Singolare  è  aegàura  sicura,  che  va  coi 

Qualche  altra  concordanza  tra  il  rovigno-dignanose  (e  il  veoeto 
di  terra  ferma)  dall'ona  parte,  e  il  veglioto  dall'altra,  ì  ac- 
cennata nel  testo.  Qui  rimarrebbe  ancora  da  considerare  i  dit- 
tonghi dell'^  e  dell'd  in  posizione;  circa  t  quali  diremo  bre- 
vemente, cbe  nel  veglioto  essi  assumono  sembianze  rumene  {id, 
uà),  ma  che  la  loro  applicazione  assm  meglio  vi  conviene  col 
ladino  e  col  veneto  di  terra  ferma  che  non  col  rumeno.  Le 
serie  istriote  (rovignesi  in  ispecie]  si  serbano  al  tetto,  e  qui  ' 
chiuderemo  con  addurre  le  vegliote:  I.  vestemiànt ,  tnomimi, 
termiant  sarmento,  diant,  zidnt  gente,  cidnt,  aeMant,  ailra-  i 
midnte,  tridnta;  tidtnp,  sidmpro;  canapial  fune  (quatì:  'cant- 
pello'f},  icastial,  careiale  cervello  (-a);  inviamo,  tiara,  pian, 
jarba;  fiàita\  tiat  il  letto;  cui  si  aggiungono,  da  i  secoDdarii: 
vidrd,  e  il  pib  curioso  in  vidisa  "vésse^  vice;  —  11.  fnuint; 
pudrta  la  porta,  muart,  puarch;  nuàstro  e  vuastro;  uàclo  oc- 
chio (v.  sopra),  nudtì  e  anche  t«ii7-*olj  olio.  Da  ó  secoD'i. 
rudtt  rosso,  e  spuarc. 


;vGoo»^lc 


%  4.  Ladino  e  Veneto.  B.  5.  latrili  vaneta.  447 

gnu  'niu  nave,  riusa  e  rgiùsa,  roda  e  rgioda,  Vescia,  volein- 
ciaéra  ', 


<  Mentre  si  tirano  queiti  fogli,  la  {gentilezza  di  un  amico  istriano 
mi  schiude  pel  dialetto  di  Kovigno  una  nuova  e  assai  limpida  fonte: 
il  Sergio  di  proverbi  rovigneii,  di  Luigi  C...,  inserito  nella  strenna 
V Aurora,  Rorigno  1861  (p.  160-78).  Nessun  nuovo  tratto  caratte- 
ristico si  aggiunge  da  questi  documenti  al  breve  sbozzo  che  già  ci 
era  riuscito  di  formare;  ma  tutte  le  serie  ne  hanno  nuova  luce  o 
conferma  e  nuovi  incrementi,  di  cui  giova  ohe  sia  qui  profittato., Per 
l't  di  contro  alt'^  ita!,  eco.  (p.  442)  si  aggiungono:  bim;-  benedtto,  . 
prumisse,  vicissa  vecchiezza,  ligrisge,  giita  cesto,  ffirca  cerca,  quii 
quiia;-  raligrai  oltre:  mt'daghi  e  pilo  {iilo)  cielo,  circa  i  quali  si 
cfr.  la  pag.  443  in  nota.  Per  l'ii  di  contro  all'd  ii.  ecc.  {p.  445):  sui 
ioli,  gitlùs;  lavùra;  luvi,  gula;  culjio,  custa  egli  costa;  busco,  bw:a 
bocca;  oltre  tnlt^o,  ntìoo  e  tniido,  pei  quali  si  cfr.  la  pag.  445  in  nota. 
Circa  Ye  od  éi  di  contro  all'»'  ital.  ecc.  (p.  443),  il  nostro  testo  scrive 
a  formola  interna:  è,  'suono  stretto  che  partecipa  dell'e  e  della  i", 
e  all'uscita  d&  èi.  Avremo  così,  mantenuta  la  sua  ortografia:  fèn, 
tln,  quatrSn,  rovina,  milSna,  galgna,  prSma,  fila  egli  fila,  réva 
arriva,  dés  dice,  inciarèdi  chiariti  (diradati),  vajède  uguagliate  (quasi 
'egvalitfl'),  vèta,  caiégo;  tera  tira;-  pintèite  pentirsi;-  falèsia  fal- 
iaw,patSsso,  wbidèsto,  giudétio;-  trésti;-  ièi  gire,  dèi  dire,  vignèi;- 
8  nell'iato  (cfr.  pag.  445):  companra;-  Idèjo,  càristèja,  tSja;  miejo 
mio  (non  accompagnato  al  sostantivo;  ma:  del  mio  duolo,  cfr.  g  5, 
num.  24).  Circa  Vóu  di  contro  all'ti  ital.  ecc.  (p.  446),  avviene  ana- 
logamente che  il  nostro  testo  scriva  a  formola  interna:  ó,  'suono  fra 
la  0  e  la  u',  e  dia  all'uscita:  6u.  Cosi,  mantenuta  la  sua  ortografia: 
ón  óna,  pi6-n,  orla,  fós  fiso,  ava,  agiata;-  doto,  móso;-  zumntóu;- 
ma:  spada.  Per  l'-o  di  contro  all' -e  àtona  it.  (440):  le  terze  persone 
erido,  melo,  pirirdvo,  ed  altre,  in  parte  già  citate;  poi  i  due  sost. 
Um,  che  tosto  adduciamo.  Pei  dittonghi  dell'd  e  dell'^  in  pos.  (442).* 
1.  la  snorto,  la  muorto,  puorta  portai,  puorte  portae,  cuòio,  mun- 
stra;  li,  biel  biela,  caitiel,  faviela,  cttrdiela,  cuviérzo  eco. ,  s'in-siera, 
sieno  egli  serve,  riesta  egli  resta  (e  arista,  spina),  liege  la  legge,, 
atpieta,  cadalielo,  [iéssi  essere].  E  fuor  di  posiz.:  I.  duolo,  fitóbia 
pag.  440,  paruàla  (o  second.),  ecc.;  e  il  notevole  nuà  no,  allato  al 
Vroolitico  nunon,  da  mandarsi  con  wtf  =■ 'o  «  "au  habet;  II.  viene, 
allato  a  ven  a  féssi.-  L'infinito  sempre  sprovveduto  del  r;  tranne 
un  tassala  andare.  E  ancora  si  noti':  mojo  *méjo  meglio,  che  è  buon 
parallelo  pel  dignan.  pài,  di  cui  a  pag.  443  in  nota. 


q,t,.-edbvG00»^lc 


Ascoli,  Saggi  leulini,  I. 


ANTICHI  SA.Oai  DIALETTALI  DELL*  ESTDA&tO 

1.  Venetfa  antioa. 

U  precipuo  Bcopo  di  questo  scorsa  per  l'aotica  Venezia  -  essendo  già  aUto 
determinato  di  sopra  (p.  399),  qui  mi  limito  a  poco  più  delle '  didiiarationi 
che  «000  richieste  dai  Tarj  modi  in  cui  cito  gli  esempj.-  Quelli  a  cui  un- 
t'altra  succeda  un  numero,  provengono  dal  Trattato  'de  ragimine  rtclonf 
di  Fra  Paolino  Minorila,  pvibliealo  da  Adolfo  Mussafia,  Vienna  1868,  a  il 
nomerò  rimanda  alla  pagina  dì  quella  belliuima  edizione.  É  un  testo  che  fu 
finito  di  scrivere  in  aol  principio  del  secolo  XIV;  e  al  secolo  XV  aswgna  il 
Uossafia  il  codice  ani  quale  A  condotta  la  sua  stampa,  com'à  del  secolo  XV 
quello  che  sta  a  fondamento  dell' ediiione  di  una  parte  dell'opera  stessa,  cL« 
■i  devo  a  Cesare  Podcabd:  JHl  ffmemo  della  famiglia;  itconda  parte  àtl- 
r  opera  iiudUa  <de  recto  regimine"  scritta  in  volgare  vetieniatio  da  Fra  Pao- 
lino Minorità  nelVanno  1314,  Venezia  1856,  ed  à  pure  da  noi  citata,  come 
si  chiarisce  in  appresso.-  Per  Marieg,,  o  Mar.,  s'intendano  le  anticlie  Ma- 
riégole  (matricole,  cioè  ì  libri  statatarj  di  varia  Fratellanza),  della  quali  «on 
parecchi  saggi,  raccolti  da'L.  Pasini,  e  pubblicati  da  B.  Cbccsetti,  nel  t. XV 
degli  AtH  del  R.  Iititulo  Veneto,  Venezia  1869-70,  ed  altri  parecchi  me  ne 
sono  astratto  io  medesimo.  Mostrerebbero  alcune  Uariigole  di  risalire  al  se- 
colo XIII,  ma  devono,  tranne  qualche  scarso  avanio,  essere  rìprodnuoni  d«l 
secolo  successivo,  a  cui  appartengono  le  residne.-  Nella  pnbblicasions  t«sU 
citata  sono  molte  altre  scrittura  dall'antica  Veneiia,  che  distintamente  qui 
si  allagano;  ma  per  Giuram,  intenda  un  mio  proprio  esemplaro  di  quella  che 
ivi  si  riporta  a  pag.  1819-21.-  I  pochi  esempj  citati  per  'Tristano'  provao- 
gono  dal  saggio  del  Tristatui  in  ant.  dial.  di  Vetutia,  datoci  dal  Mussafia 
nei  rendic.  lxiv  72-4.-  Per  'Eleganze'  cito  un  opuscolo  ms.  che  fa  parte  del 
volume  dell'Ambrosiana,  segnato  H  193  inf.  (pag.  271-93)-  É  una  copi»  dia 
l'occhio  esperto  di  Antonio  Cemti  assegnerebbe  alla  saconda  metA  d«l  se- 
colo XV,  a  che  più  in  su  non  pud  gran  fatto  risalirà,  contenendosi  in  qnello 
stesso  volume,  e  della  stessa  mano,  una  copia  della  Epistole  quedam  Sit- 
pharti  Philisehi  de  Soncino  eaereendi  cauta  canfecte  (sec.  XV).  Ma  l'crìgi- 
nale  dalla  'olaganie'  dovera  esssre  notevolmente  più  antico,  sìccoroa  a  suo 
luogo  riconoBCeramo.  Nel  nostro  esemplare,  sono  esse  marameate  precsdnis 
dal  nome  'Marìos  Philipns';  e  il  Mazzucchelli ,  nell'indica  del  Tolnma,  ha 
scrìtto:  Slegantiae  Latino-Italicae  Marii  Philipi.  Cliì  sia  questo  Mstìd  Fi- 
lipo,  ci  dicano  i  più  dotti.-  Gli  asempj  distinti  par  'frott.',  sono  dalla Frot-  ' 
fola  (feneziana)  di  Francesco  Vannozzo,  edita  dal  Qrion  nel  Jakrbuch  f.  ra- 
mai*. M.  engi.  IH.,  V  327  segg.,  e  in  append.  a!  suo  'Antonio  da  Tempo'.-  Cito 
finalmente  anche  il  Poiio  di  San  Patriixo  ('Pozzo')  testo  antico  illiatrato  i 
e  pubblicato  dal  dottore  Giusto  Obion,  Bologna  1870  (terzo  voL  del  'Propa- 
goatora'),  che  é  stampa  condotta  sopra  uu  codice  dal  cadere  del  secolo  XV. 


>vGoo»^lc 


§4.  Ladino  s  Venato,  e.  I.  Vanaiift  antica,  e  le  ant.  letterat.  dialettali.  449 
Incominciamo  anche  per  l'antica  Venezia  dalla  prima  persona 
del  plurale;  e  V-on  più  non  compare: 

parlemo  43,  aoemo  80,  volémo-U  19  (e  vojemo  ib.),  legemo  45,  ecc.; 
fut  diremo  20;-  Qiur.  :  deuemo;  balletteremo.  Pure,  una  1.  pi.  in 
m  parrebbe  aversi  anche  da  YeneEÌa:  von  andiamo,  che  dal  Boerio 
li  registra  qoat  termine  antiquato,  e  avrebbe  il  suo  riscontro  mor- 
fologico nello  ion  dignanese  (p.  445);  forma  mono  sillabica  pur  que- 
sta, cioè  di  quella  categoria,  in  cai  pib  facilmente  si  conservano 
vetuatiasime  reliquie  *.. 


'  Ma  quanto  mi  risulta  accertato  l'esempio  dignaneae,  e  altrettanto 
mi  è  dublHo  il  veneEiano.  Di  certo,  l'autorità  e  l'esattezza  del 
Boerio  non  vanno  poste  in  forse  cosi  di  leggieri;  pure,  la  cri- 
tica non  potrebbe  in  questo  caso  tralasciare  di  farlo,  sensa 
mancare  al  dover  suo.  Nssaun  esempio,  per  quanto  io  posso 
vedere,  hanno  di  questo  von  per  'andiamo'  le  antiche  scritture 
di  Venezia.  Ben  occorre  von  nel  Calmo  (p.  e.  ti  tum  pianzando, 
Lett.  a  Mad.  Tuffoni),  ma  è  una  prima  di  siagoiaro,  come  sono, 
nstlo  stesso  Calmo,  «  similmente  in  ampia  distesa  di  dialetti 
(v.  111,3);  fon,  don,  registrati  dai  Boerio  medesimo,  e  anche 
aton  {si  tton  in  uila,  Fiorina,  atto  ii).  Sia  dunque  lecito  du- 
bitare, che  il  Boerio  fosse  tratto  in  errore  da  qualche  esempio 
di  costruzione  ambigua,  concorrendo  altresì  a  raffermar  la  sua 
ìUuaione  l'-on  continuo  naila  prima  plur.  del  veneto  di  terra 
ferma.  Sarebbe  ad  ogni  modo  l' unico  esemplare,  forse  un  im- 
perativo scherzevole,  foggiato  sul  tipo  del  contado.  Ma  noi 
intanto  ci  varremo  della  digressione  a  cui  il  Boerio  ci  porta, 
per  toccare  di  forme  in  ~on  di  1.  pi. ,  che  occorrono  in  qual- 
che antica  e  particolar  produzione  letterata  dell'Alta  Italia, 
o  piuttosto  per  iuneatare  qualche  breve  appunto  che  io  gene- 
rale concerna  le  produiioui  stessa. 
Pib  sopra  io  venni  ad  accennare  (p.  307-12),  come  in  ordine  ai 
piti  antichi  saggi  di  schiatta  letteratura  dialettale  della  Lom- 
bardia e  delle  Venezie,  la  nostra  indagine  dissipi  in  sicuro 
modo  le  ipotesi  del  dialetto  di  una  provincia  che  cerchi  di  ao- 
oostarai  a  quello  dell'altra,  o  degli  innesti  artidcìali  di  feno- 
meni straaierì  che  si  fossero  tentati,  con  viltà  letteraria,  sulla 
parola  che  sgorgava  spontanea  dal  sentimento  popolare.  La 
dimostrazione  ivi  incominciata,  si  continua  molteplicemente  nel 
paragrafo  a  cui  siamo  (a  4;  e  1,  2);  e  coaì,  a  mo'  d'esempio, 
se  Bonvicino  milanese  e  Fra.  Giacomino  da  Vorooa  s' incon- 

ArcUlvio  stMUt.  itaL,  I.  99 


;vGoo»^lc 


450  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

Veniamo  ora  ai  dittonghi  dell' <j  e  dellV. 
V'ha  per  questa  parte  nn  notevole  screzio  fra  il  ms.  torinese  del  libra 
de  regimine  rectoris,  ed  il  marciano.  Il  primo,  sul  quale  ai  fonda  l'edi- 
zione del  Massafla,  d  assai  parco  di  ud  e  di  ié;  ma  l'altro  ne  abonda; 


trano  nella  reg:ola  del  singolare  iu  ~q'so  col  plur.  in  -lisi,  nes- 
suno vorrà  piti  imaginare  che  Milano  imitasse  Verona  o  vice- 
versa; e  se  entrambi  quegli  scrittori  adpperan  forme  sul  gusto 
di  veova  o  creer,  oppur  nelle  antiche  scritture  veneciane  d 
occorrano  as  hai  e  chian  cane,  nessuno  vorrà  ormai  pib  ripe- 
tere questi  prodotti  fonetici  dal  provenzale  o  dal  francese.  E 
dimostrato  che  d'altro  mai  non  si  tratti  se  non  di  fenomeai 
indigeni  e  schiettamente  popolari;  e  singotar  luce  è  ormai  dif- 
fusa sulle  speciali  attinenze  di  ciascun  autore  col  particolar 
distretto  dialettale  a  cui  essa  appartiene. 

Le  varietà  dialettali  di  questa  schietta  letteratura  indigena  del- 
l'antica Lombardia  e  della  antiche  Venezie,  che  suol  versare 
intorno  a  soggetti  sacri  e  didascalici,  sono  naturalmente  cosa 
afiatto  diversa  da  quei  linguaggi  artidciali,  o  gerghi  delU 
moda  letteraria,  nei  quali  il  provenzale  e  plta  il  francese  » 
stemperano  coi  dialetti  dell'Alta  Italia  iu  un'antica  serie  di 
poesie  d'amore  e  di  cavalleria,  che  ora  è  studiata  con  assi- 
dua cura.  E  ognuno  può  ormai  riconoscere  correttamente,  e 
con  bella  facilità,  l'assoluta  difièrenza  e  l'antìtesi  isterica  fra 
l'uua  e  l'altra  di  queste  due  antiche  manifestazioni  letterana 
dell'Alta  Italia,  ricorrendo  ai  Primi  due  secoli  delta  lettera' 
tura  italiana,  che  il  prof.  Bartoli  vien  pubblicando  jieìV Italia 
del  Vallardi  (Milano,  in  corso  di  stampa;  Cap.  II  e  III).  Del 
qual  bellissimo  lavoro  del  Bartoli  cosi  è  dato  anche  a  ma  di 
toccare,  per  la  mia  parte,  eoa  la  giusta  lode,  comunque  a  me 
non  sia  poi  dato  consentire  con  l'egregio  uomo  (nà  lo  sarebbe 
a  tutti  quelli  ch'egli  cita  ia  favor  suo)  circa  la  determinali oa« 
del  fondo  dialettale  della  schietta  e  pìh  antica  letteratura  indi* 
gena  che  l'Alta  Italia  ci  presenta  (o.  e,  p.  124). 

Ma  quella  convenienze  particolari  ed  ìntime,  che  ora  scopriamo 
fra  le  rtmote  fasi  dei  vernacoli  veneti  e  lombardi  dall'uà  canto, 
e  il  francese  o  il  provenzale  dall'altro,  cosi  come  rengopo  a 
sgombrare  una  parte  degli  erronei  giudi^  intorno  agli  idiomi 
degli  antichi  saggi  letterarj  veramente  indigeni  dell'Alta  Italia, 
non  dovranno  esse  ancora  tenersi  a  più  giusto  calcolo  Ai  cbi 
cerchi  la  compiuta  ragione  del  come  e  del  dove  surgesse  que'- 


;vGoo^lc 


§4.  Ladino  e  Veneto.  C.  1.  Venezia  antioa,  e  le  ant.  Ietterai,  dialettali.  ^1 
e  SODO  entrambi  asaegaati,  come  gi&  dicemmo,  al  medesimo  secolo. 
Cina  il  torinese,  citiamo  i  riassunti  del  Mussafia  (o.  e.  p.  142-3):  'Il 
'dittongo  l'e  («  lat.  e,  ae)  è  poco  frequente  in  A  (clod  nel  cod.  tor.). 


l'ibrida  letteratura  franco-italica  la  quale  vi  precede  od  accom- 
pagna t  primi  albori  dell'indigena}  Quando,  a  mo'  d'esempio, 
un  poeta  veneto  cantasse: 

se  mo  avemo  dol,  ancor  seron  (oiant  (Bartoli,  o.  c.  104), 
egli  di  certo  avrebbe  insieme  rimescolato  favslle^arie  d'Italia  a 
di  Francia;  ma  le  prime  plurali  in  -emo  -em  -en,  allato  a  quelle 
in  -om  -OH,  erano  tutte  indigene  del  veneto,  come  noi  qui  mo- 
striamo (§§  3  e  4),  e  si  rasentavano  topograficamente,  sì  che  in 
brevissimo  àmbito  di  paese  tutte  si  sentissero,  o  anzi  addirit- 
tura convivessero  sopra  uno  stesso  territorio,  come  avverrebbe, 
per  guardare  anche  altrove,  sul  territorio  reggiano,  dove  in 
una  stessa  e  moderna  poesia  (ap.  BtONo.  392-99)  ò  supponóm 
accanto  a  andém.  Qiova  non  mai  dimenticare,  che  lo  scrittore 
padovano  il  quale  si  metteva  a  comporre  dei  poemi  franco-ita- 
lici, avrebbe  detto  sin  dalle  fasce,  come  noi  mostrammo,  nel 
suo  schietto  vernacolo  materno:  mw  prometdn  de  dire  solamén 
la  tenta  verité.  I  qnali  esempj  qui  intanto  giovano  anche  a  ri- 
condurci al  punto  onde  partimmo;  né  tarderemo  a  ritornarvi,  se 
pur  nuovamente  or  ce  ne  dilunghiamo,  per  toccare  di  una  terza 
specie  di  antiche  produzioni  letterarie  dell'Italia  Superiore. 
Vi  SODO  cioè  scritture  di  tale  specie  che  direbbesi  mista,  nelle 
quali  r ibridismo  ben  ricorre,  ma  non  predomina;  e  si  tratta, 
com'd  naturale,  del  componimento  romanzesco,  o  di  genere 
importato,  in  cui  l'elemento  italiano  viene  prevalendo,  non 
già  del  componimento  sacro,  solenne  e  indigeno,  che  alquanto 
b' infranciosi.  Un  testo  del  Bovo,  alla  cui  pubblicazione  dà 
opera  quel  mirabile  giovano  che  è  il  prof.  Pio  Rajna,  deve 
appartenere  a  questa  specie  mista,  e  insieme  vi  apparUene  il 
testo  del  Eainardo  e  Lesenffrino,  che  si  ha  in  un  codice  as- 
segnato al  secolo  XIV,  pubblicato  con  diligantisstma  cura  da 
Emilio  Tkza  {Pisa,  1869).  Il  quale  Rainardo  e  Lesenffrino  non 
devo  quindi  parerci  ben  collocato  dal  Bartoli  (o.  e.  124)  fra  la 
scritture  di  favella  schiettamente  indigena;  ma  il  Teza,  alla 
sua  volta,  vi  farebbe  passare  per  francese  anche  buon  dato 
di  forme,  che  sono  del  piti  schietto  patrimonio  delle  antiche 
Venezie,  a  tacere  di  altre  regioni  italiane  pìb  a  occidente. 
Laonde  giova  che  qui  si- avverta,  appunto  percliS  sono  sviste 


;vGoo»^lc 


452  '      Ascoli,  Saggi  Udini,  I. 

'che  si  coatflnta  della  vocale  semplice:  conven,  tchera,  ten;  soffialo 
<-ARiU3:  barber  ecc.  Pure  non  mancfuio  esempj  di  te:  miedigo,  priegi, 
'rechiere,  che  sono  e  in  altre  scritture  di  dialetto;  oltre  ci&  in  bien 


di  OD  uomo  d'aatoritft  così  grande  e  legittima,  non  doveni 
ponto  ripetere  dal  francete  le  terze  di  perfetto  sulla  stampa 
di  trovd  sforxd  27  28  ecc.,  oppure  e-fu  sei  tu  102  ecc.,  me 
mai  155  ecc.,  creerà  23S,  palaìn  139,  tomenar  391,  alò  là^, 
pa  qua  707  (554).  Occorrono  anche  tn  questo  poemetto  alcune 
prime  plurali,  del  futuro,  in  -on:  ìindiron  -volaron  [injrol^ 
remo  444-5,  arron  446,  vigneron  >' acordaron  53S-9;  allato  a 
faren  175,  Jowienoren  435,  tomaren  aditremo  653-4,  e  cosi 
aven  439,  avento  107,  ten  139,  temo  356,  ecc.  Io  stenterei  & 
credere  che  pur  quegli  -on  siano  francesismi  {come  sicuri  fran- 
cesismi sono  all'incontro  gl'infiniti  della  prima  in  -er:  en- 
tra' 94  ecc.,  allato  agli  italiani  arar  390  eco.;  o  inperero  109, 
e  simigliantì]*,  e  se  veramente  sono  di  provenienza  ìodigeiia, 
servirebbero,  meglio  ancora  che  non  il  perfetto  in  '■d^'-ant, 
a  mostrar  veneta,  piuttosto  che  lombarda,  la  base  dialettale 
di  questa  scrittura.  AI  che  si  presterebbero,  ma  in  modo  aoa 
punto  decisivo,  anche  le  terze  plurali  non  diverse  dalle  sin- 
golari: vegna  6,  volea  752  764,  avi  757,  e  altre;  contrastanda 
però  a  queste,  in  ispecie,  il  tipo  lombardo,  quasi  contìnuo,  delle 
terze  plurali  del  perfetto,  in  -no,  che  giova  qui  raccogliere: 
tomdno  789;  andóno  l'aplatótio  688-9,  sapéno  786,  venéno  798, 
iusino  (leggi:  insi'no)  uscirono  730;  misono  763;  a  cui  s'ag- 
giungono pure  alcuni  esempj  del  presente:  ano  conteioo'iX 
(allato  a  li  cani  g-a  contao  798-99),  vano  790,  e  ancora,  quasi 
sicuramente,  c4:ano  751.  Nelle  terze  plurali  del  perfetto  di 
prima  coniugas. ,  già  vedemmo  implicito  il  doppio  tipo  della 
singolare;  e  difatti  occorrono,  alla  lombardesca  e  alla  toscana, 
cerckó  480,  la  iasó  la  lira  (quanto  a  sira  sera,  pure  a  oriente 
del  Mincio,  v.  p.  421  u.)  597,  ecc.,  aliato  a  tomd  465,  e  altri 
simili ,  dei  quali  già  due  ne  sentimmo.  Ricorda  ancbe  in  sin' 
golar  modo  le  scritture  lombarde  l'aversi  r^atna  {re^amà) 
reclamò  22  206,  con  ^'•cl  (allato  a  veclo  341,  aparecldSOi; 
lasciando  plaa>  ecc.).  Anche  V-ó  costante  nella  1.  sg.  del  fnt. 
(e  gli  risponde:  e'  o  io  ho  632]  ci  dilunga  dalla  Venezia  orien- 
tale. Strane  le  condizioni  in  cui  arriva  a  noi  questo  Raitard" 
e  Leaengrino.  In  quanto  sia  veneto,  l'assenza  del  -t  di  secandu 
persona,  anche  a  pronome  enclitico  [last  ^6,  avera' 559,  fu 


;vGoo»^lc 


3  4.  Lodiao  a  Veneto:  C.  1.  Voneiia  aulica,  e  le  ant.  lettaraL  dialettali.  453 
'bpoe,  vieJQ  vieglo  TBtnlus,  che  ricordaao  il  francese  <.  In  prievedki 
'(allato  a  previdi^  te  risponde  ad  un  i  in  posizione  (presbiteri).  Anche 
'il  dittongo  xw  (Ut.  (!)  é  raro  in  A,  che  usa  p.  ea.  boni,  omo,  pò,  voi. 
'NoDdimeoo  hai  itofflo  oculns,  puoooU,  tuoteri,  nel  medesimo  tempo 
'che  oglo,pomlo,  toserò*.  In  può'  (forma  accessoria }]o')  dapuo',  Vuo 
'risponde  ad  o  in  posizione  (post).'  All'incontro  nel  marciano,  che  il 
Foucard  ha  seguito  e  il  Mussafls  spesso  adduce  al  confronto,  ricor- 
rono; I.  vien,  conoien,  tien,  siegue,  pie,  piera;  ffrieve  ';  primiera-men~ 
tre;  priesio,  mieriti,  desidierio;  pieto  cfr.  p.  417;  oltre:  alieffra,  so- 
cieder,  mediesemo,  cativierie\  IL  muxvot  (t.  p.  181  n.),  vuol,  suol, 
toiola  e  scola,  cuor,  fuora,  mvor,  nuoser,  muodi,  fuogo,  luogo,  mogi, 
pruova;  oltre:  bruodo,  tuoi;  tmova,  pluoba  (cfr.  p.  34)*,  puovera  e 


»a'  413;  che  fa'-tu  405,  vo'-tu  106,  oldi-tu  180;  ecc.),  ci  allon- 
tanerebbe dalla  metropoli;  come  il  mancare  dalla  sincope  dello 
sdrucciolo,  e  dell'-o  dall'-e  àtona,  ci  allontanano  affatto  dalla 
sezione  veronese.  Quindi  agni  patte  anni  passati  342,  che  po- 
trebb'eflsere  per  sa  medesimo  (lasciando  il  francese)  e  Teronese 
e  pavano,  verrebbe  piutloato  ad  accennare  a  Padova;  e  a  Pa- 
dova ci  manterrebbe  il  lo,  lato,  di 
tremo  a  lo  de  sto  lavor 
la  somente  del  meo  segnor  530-1, 
che  dirà  sicuramente:  'tiriamo  in  un  canto  (mettiamo  a  parte) 
da  quest'opera  (cioè:  da  questo  quantitativo;  cfr.  i  aignificati 
del  frinì,  vàrt  ecc.),  la  semente  che  spetta  ecc.'.  Ma  la  instabi- 
lità, o  meglio  la  rarità  e  i  precisi  confini  dell'-<^  di  prima  plr., 
e  ancora  viretae,  verità,  ed  altre  forme,  ci  scostano  dal  pa^ 
vano  vero  e  proprio.  Al  che  aggiungendosi  l'indizio  dell' -^tn 
-én-'-émo,  ci  parrebbe  di  riuscire  fra  Padova  e  Treviso. 
Si  abbia  finalmente,  dal  bizzarro  testo:  sanguenent[e]  39304^)9, 
che  è  un  esemplare  da  aggiungersi  a  quelli  che  già  raccogliem- 
mo altrove  (419),  e  ancora  richiama  il  tremolenU,  che  occorre 
nel  poema  italiano  la  'Leandreide',  di  autor  veneto  fra  il  1400 
«  il  1430,  e  al  Ciooona  pareva  una  mera  'licenza  in  grazia 
della  rima'  (Memorie  dell' I*tituto  Veneto,  VI,  419), 
'  A  noi,  all'incontro,  ricordano  natnralmanta  più  prosiims  affinità;  e  cosi 
BTremmo  -bit»  nel  feltrino  ecc.  (§  4,  B,  S,  §  3,  e,  g  5),  viili  nel  friulano. 

*  Si  aggiunga:  aprvooo  ad-prfipe  73.  In  generale  %i  direbbe,  che  il  codice 
torinese  non  rìjHWlnca  i  dittonghi  se  non  in  e«ein|4  specifici  o  peregrini. 

'  Anche  trUgue  (cfr.  p.  170  n.),  che  sta  al  tm>«  del  cod.  torta.  34,  cost 
come  11  siegut  dello  eteiso  mare,  al  seta  del  tor.  4£  50. 
'  pluoba  é  anche  nella  frott. 


;vGoo»^lc 


454  Aacolì,  Saggi  Udini,  I. 

poveri,  puoco  puoca;-  ma:  I-omo,  bona  boni,  fiali,  bo,  voto,  e  offli 
Ora,  che  il  marciano  rappresenti  la  proanncia  genuina  meglio  cbe  non 
faccia  il  torinese,  risulta  affatto  manifesto,  si  dalle  scritture  schietta- 
mente vernacola  che  superano  in  antichitft  entrambe  ì  codici,  e  si  da 
quelle  che  ne  sono  pih  moderne  o  anche  dal  dialetto  dcU'eUL  presente. 
Circa  Vie  torna  superfiua  ogni  prova  (cfr.  p.  393,  e  Mar.:  ueniexia}. 
Per  l'wj  citeremo  gli  esempj  seguenti;  Alar.:  nuouo,  muodo,  ruodolo, 
far  fuor  del  dito  luogo,  puouri;  1300:  vuoUe-,  [frott.:  vuoi-tu,  prvo- 
lego,  struoleg6\;  dal  Calmo:  uuo2,  co-muodo,  auogo  a  siogo,  pìtoco; 
nel  Boerio:  bruo  (Goldoni  pi.  brui  *)  brodo;  catuola  caciuola,  Voce 
antiq.';  ecc.  ^.  Ma  una  diversità  caratteristica  fra  il  Tenevano  ed 
il  pavano  rimane  sempre  in  ciò,  che  il  primo  appare  affatto  aliene 
dal  dittongo  nella  posiiione  sentita.  Nessun  sicuro  esempio  ho  quindi 
da  scritture  veneziane,  cbe  si  potesse  mandare  con  muorto  muorti, 
biestia,  ecc.,  quali  sul  territorio  padovano  si  raccoglievano  a  doviùa. 
Ben  pajono  esempj  di  questa  fatta,  benché  di  positione  non  latina: 
uoglo  e  viegto  che  testé  avemmo  a  citare  ;  ma  è  ben  dubbio  che  allo  yt 
ili  questi  esemplari  corrispondesse  ancora  tal  pronunda  da  costituire 
una  posizione  sentita,  del  che  pib  innanzi  sì  ritocca;  e  l'aversi  viga 
accanto  a  vieglo,  in  un  medesimo  codice,  sempre  piU  persuade,  che 
nell'età,  a  cai  esso  rimonta,  uo^Io  e  vieglo  non  avessero  pronuncia 
notevolmente  diversa  àaìì'uójo  di  Oltrechiusa  (p.  383)  o  dal  viegio 
di  Padova  (p.  423).  Per  uoglo  si  aggiunge  il  sospetto  che  vi  si  abbia 
un  V  prostetico;  cfr.  venei.  v-ovo  v~uovo,  e  in  ispeeie  Vofflo  del  co- 
dice marciano  allato  al  friul.  v-ógli  (g5,  n.  118).  Migliore  esempio, 
ma  per  triplice  ragione  non  punto  decisivo,  sarebbe  il  cognome  vià- 


'  Cesi  risnie  ad  uà  venuto  nel  trittongo  anche  l'ii  di  rtia  rUt  (Boerìo) 
ruota  -e.  Avemmo  rue  anche  nel  pavane,  p.  430. 

'  Frequente  l'ut)  pur  negli  odieniì  vernacoli  di  Chioggia  e  Bnrano.  Coti: 
chiogg.  vuole,  puole  pud,  fvora,  cuore,  mugrire,  muove;  muodo,  a  m«d, 
ewnuó;  ancuó;  pità  despuS  post,  vuogia,  duggia,  deipuogÌa\  e  da  if  se- 
cond.:  bvffca,  (uose  foco;-  bnran.  ti  me  pud,  vuqU;  ti  me  può,  muàr,  eto, 
nntoTia;  comùo  (Ugol.  pp.  14,  SO,  23),  notevole  per  quali' arretramento  dal- 
l'accento  che  gib  trovammo  nel  venez.  aneiio  ecc.  (cfr.  p.  393).  Accanto  aU« 
quali  eerie  giova  ricordare  quelle  coU'  ià,  aecondo  che  gih  avvertimmo  a  p.  417 
e  423r  chiogg.  digl  duolo,  no  to  diglé;  da  niovo,  liogo^  iioda  *s-vnoti, 
iigdar;  fiore  iot.;  e  da  o  od  d  second.:  rigdo.  Uff  gita,  ^'poo;  oltre  (i^  io 
tocco,  e  fuori  d'acc:  di^iemo  (Pesca,  80)  dobbiamo  (dentiamo),  diovetiéma 
dovremmo  (dovesùmo);  burao.  te  dio,  ecc.;  vsnez.  liogo  ecc. ,  v,  p.  393;  dure 
naturalmente  va  considerata  la  qualità  della  consonante  che  precede,  e  mxi- 
pre  rimarrebbe  di  acemere  tra  i  cast  di  i  inaei^  e  quelli  di  io  che  aia  r«tla 
succedaneo  dell' t«f. 


;vGoo»^lc 


§  4.  LadÌDO  e  Vaceto.  C.  1.  Venezia  antica.  455 

dro,  che  ricorro  allato  a  vidro,  e  certameate  fi  "Tét[e]ro  (cfp.  p.  405) 
con  nn  allargamento  delLV  di  -ié]d]r-  ohe  si  confà  al  gusto  rene- 
uaoo.  É  in  'llli  de  ca  viadro'  1224;  e  tra  i  nomi  propij  del  Cec- 
chetti  (t.  pag.  472-3):  Viadro  Pietro  di  S.  Manrizio  1178,  Viaro  Pie- 
tri. 1168. 

La  sincope  nello  sdrucciolo  è  rara  e  instabile  e  sospetta;  con- 
dizioni affatto  diTerse  da  quelle  che  riconoscemmo  nel  yeronese. 
Cosi:  metre  87  105,  allato  a  metter  01 101;  asno  67,  allato  ad 
aseno  81,  femna  72  74  89,  vitupra  71  {Mar.  puouri),  tutte  for- 
me, per  quanto  io  posso  vedere,  estranee  al  codice  marciano;  e 
del  resto,  pur  nel  torinese,  i  tipi  normali  sono  comprender  103, 
comprendere  31,  esser,  recever,  anema  ecc.,  ed  anzi  vi  abbia- 
mo lévori  lepri  12,  e  leverà  lebbra  85.  L'esempio  sincopato  che 
maglio  si  accerta,  è  ovre92454  {óvere233Z,  ótera26),  per- 
chè ricorre  anche  nel  codice  marciano,  e  anche  lo  ritrovo  in 
una  Mariégola,  e  nel  Calmo  {ste  aure),  e  pur  negli  ovriéri 
del  vocabolario  odierno,  che  sono  certi  operaj  della  zecca. 

Circa  l'influenza  dell'-z  dtono  sulla  determinazione  della  to- 
nica di  penultima,  b  assai  notevole,  che  mentre  i  testi  vene- 
ziani, per  quanto  in  sino  ad  ora  se  n'è  potato  vedere,  non  ne 
offrono  quel  doppio  effetto,  pel  quale  vedevamo  avvicendarsi  di 
continuo,  sul  territorio  padovano,  veronese  e  pur  lombardo.  Ve' 
con  l'i,  e  1'^'  con  Vù  (fromento  frominti,  paron  paruni),  o  solo 
ce  ne  porgono  esempj  isolati  o  mal  certi  S  ci  mostrino  all'in- 


'  Le  s«rìe  continne  son  quindi  rappresentate  dai  seguenti  eeempj:  «Zìi  32 
34  37  39  60,  quelli  37  ter,  39  42  56  (34:  guilli),  petti  pesci  46,  farenH  33, 
pastori  38,  compagnoni  30,  ociosi  34,  prvdeneia  32;  e  nelle  Mar.  ecc.:  questi, 
eia,  cottMeiJ,  ord«natnenti,  mettttri.  Esemplari  cbe  ricordino  la  regola  vero- 
oeee-'padoTBna,  sarebbero  nel  testo  di  Fra  Paolino:  iaronun  ladronecci  (il  cod. 
mare.:  laroneti)^,  a  parvni3i,  nello  strano  signiflcato  dì  'padri'j  poi  nel 
codice  marciano,  o  almeno  n eli' edizione  del  Poncard,  p.  Il:  si  li  dibij,  b\  li 
debba.  La  Tersione  di  nn  documento  orientale,  del  1244  (RouÀmN,  St.  docìtm. 
di  Ven.,  Ili  399,  ^  Cscchitti  I.  e.,  p.  15?7),  ha:  li  vostri  misi  e  per  UH,  ma 
potrebbero  euer  latinismi;  né  vi  si  altera  1'^'  di  imperatori.  Nel  Calmo  oc- 
corra paixi  paesi,  ma  le  'Elegante'  honuo  pnre  al  sing.:  payse.  Nei  'Nomi 
prapij'  dal  Cecchetti  (t.  p.  473)  :  Setiatwri  Frvgerio  'di  Eqnilio',  1 170,  allato 
a  Senatori  Fntgerio  'di  Eqnilio,  ora  a  Venezia',  1193.  In  nna  moriégola  (coUa 
data  dal  1261):  la  eratee  e-li  eirij,  esemplare  importante  e  sicuro  e  ancora 
superstite,  che  é  parò,  più  precisomanta,  della  formola  -e— io,  come  ai  veda 
dal  singolare  fSriO,  cero,  cero  pasquale  (Boerìo),  ed  ha  il  suo  esatto  parallelo 


;vGoo»^lc 


456  Aicoli,  Saggi  ladini,  I. 

contro  più  vestigia  di  codesta  infiuenza  in  una  serie  diversa, 
che  alla  sua  volta  non  se  ne  risente  nel  veronese  o  n^  pavano. 
Alludiamo  alla  base  -A'NTI,  la  quale  passa  in  -ènti  negli  esempj  ve- 
neziani che  ora  seguono  (cfr.  p.  289  e  294);  fenti  fanti,  60 bla,  83 bis, 
84  87  89  {allato  a  fanti  80bi3,  87),  a  fenti  anche  nel  codice  marcia- 
no. Ugualmente  è  fenti  due  volte  nella  frott-,  la  prima  in  rima  con 
anenti  (che  vada  altra  anenti  e  un  de  li  oUri  fenti;  e  piti  in  U:  con 
dio  anenti  e  tutti  li  altri  senti) ,  la  seconda  con  danenti  {homeni  e  fenti 
U  scampava  danentU,  cbe  non  andraono  gift  letti  aventi  doventi  *, 
ma  in  o^nì  modo,  si  tratti  di  'in-aali  od  *av-anti,  costitniscono  un 
altro  doppio  esemplare  pel  caso  nostro  ^.  Esempio  affatto  diverso 
da  quelli  cbe  precedono,  sebbene  eoa  essi  facilmente  si  oonfoada,  deve 


{-p—io),  non  meno  importante  e 
ghiere  (ateasa  Marieg.,  sei  più  anti 
•antdrlo  •aintdrio;  y.  più 


uro,  in  ollurij  de  oracion,  ajuti  dì  pre- 
3  foglio),  Vallùrio  del  moderno  laaaco, 
ia  qneato  atesao  numero,  e  rindice  fone- 
ticD  sotto  àVt,  confrontando  fooltre  Ìl  frinì,  aitóri,  e  in  iipecìe:  aotorio  At 
lanilà  in  nn  brano  di  protA  (Panfilo)  conaervatoci  da  Apoatolo  Zeno  (Mus- 
t^r.,Jakrb.  f.  Tom.  u.tngL  Ut.,  y  111212).  Tacerd  per  ora  di  altci  caai  •na- 
loghi,  che  mi  appajono  di  minor  conio;  e  mi  rivolgerò  per  oltimo  a  certe 
rime,  aalvateci  pur  qusete  dallo  Zeno,  e  riferite  del  Mnaaafia  a  pag.  S06-10 
del  Tolume  or'  ora  citato.  Si  leggevano,  col  brano  testé  citato  ed  altre  cose, 
in  nn  codice  che  lo  Zeno  aaaegiia  al  sec.  Xll,  'o  al  più  al  principio  dd  XIII', 
e  i  nomi  dei  loro  autori  ci  portano  in  Lombardia:  Vguxon  da  Laodho,  Gi- 
rardo  PaUg  da  Cremona,  Ma  le  rime  attribuite  a  Uguceione  offrono  questo 
di  eiogoiare,  che  in  sé  riuniscano  un  carattere  af&tto  estraneo  ai  documeutì 
lombardi,  e  proprio  all'incontro  degli  antichi  veneziani,  cioè  il  ~s  di  seconda 
persona  [et,  albergaras;  allato  a  tu  éi),  con  plurali  al  modo  lombardo  o  Te- 
ronese- padovano,  dai  quali  alla  eua  tolta  il  veneziano  parrebbe  aliano:  quiti, 
nigri,  agni  anni;  cui  ai  UDlacono,  dal  brano  di  Pateg  (nel  quale  non  v'ha 
occaaiooe  per  la  eec.  pers.  Eg.):  qvili  e  ig  (i^)  illi.  Attribuiremo  noi  questi 
plurali  al  fondo  lombardo  di  quelle  rime,  e  le  sec.  pers.  in  -i  all' elemento 
veneziano  che  autori  o  copisti  ti  devono  avere  introdotto,  come  appare  ancht 
da  alcune  terze  singolari  in  fanzione  di  plurale  o  da  ai  habeo  (dìr-at)?  Risa- 
liamo veramente  a  cosi  antica  etii,  per  la  quale  ci  vien  meno,  ìb  aimili  eaai> 
ogni  aicurezza  di  argomenti  critici;  e  meglio  che  dar  sentenze  premature, 
gioverà  soggiungere,  come  in  quei  saggi  occorra  con  qualche  frequenza  Is 
sincope  dello  sdrucciolo:  albro,  tetre,  metre , povri.  Un  altro  fenomrao  fone- 
tico, offertoci  delle  stesse  rime,  gioverh  ancora  che  eia  fra  poco  da  noi  ricor- 
dato (e,  S  in  f.). 

'  Verso  la  fine  della  frott.  occorrono,  col  v  e  senza  alterazione  dell'd:  tt 
i  fgse  davanti  e  pluxor  mereatantì;-  da  può'  en  novanti-  Per  la  lenone 
anenti  ecc.  sta  ancora';  anami  Mar.,  e  il  richiamo  della  nota  che  eegue. 

'  Per  questo  esemplai-e  si  rivoga  in  ìspecie  'Poltre  e  belluno',  p.  413. 


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%  4.  Ladino  •  Veneto.  C.  1.  Venezia  antica.  457 

poi  tenersi  quello  d!  -ént-  dall'  -jl'nct-  di  aanclo-.  Il  fenomeno  et  ar- 
verte,  dall'un  lato,  in  ambo  i  numeri  d'entrambi  i  generi,  e  si  estende, 
dall'  altro,  bene  al  di  là  di  Venezia.  Cito  imprima  le  tocì  venezia- 
ne; alffitn  tento  homo  35,  molti  altri  ienti  52,  mazor  glorie  e  de  plu 
senti  55;  ale-sente  dio  vagniele  ai  santi  Taogeli  di  Dio  (eoe.  xiii-iv. 
Atti  dell'Istituto  Veneto,  XV  1601);  Mar.:  senta  moria,  senta  sofia 
(e  santa),  senti  e  sente  [senti  e  sante),  e  in  una  lett.  del  1300:  senta 
lucia.  Avremo  poi,  dal  noto  sonetto  padovano  di  Marsilio  da  Car- 
rara {seo.  XIV):  campo  sento,  stenti  guagnéli,  o  da  quello  del  Van- 
nozzo:  ai  sientì  e  dio  òenitti  (cfr.  p.  433);  e  nel  Friuli,  oltre  sent  che 
il  lessico  pone  allato  a  sanf  (si  come  sost.,  s!  come  agg.),  il  feminile 
sente  {aghe  sente,  ànime  sente,  e  pur  nel  nome  locale  Monl-sénte  o 
Mossénte),  il  quale  toglie  ogni  sospetto  ette  sent  si  abbia  a  riguardare 
qual  mera  voce  procliUca;  come  alla  loF  volta  le  voci  veneziano  e 
padovane,  testé  allegate,  ci  mostrano  nel  vero  suo  valore  l'è  dell'an- 
tico venez.  ten  (Mar,:  sen  marco,  sen  francesco,  seti  pawe;  fpott.:  sem 
Marco,  sem  Polo),  o  dell'ani,  pad.  Sem  Pier  (sonetto  del  Vannozzo), 
die  ritorna  anche  nel  baranello  Se  Moro  San  Mauro.  Resta  di  cer- 
car la  ragione  di  questo  sento  >  sancto,  che  nella  sezione  orientale 
del  continente  italiano  appare  a  prima  vista  ben  singolare.  E  non 
fii  può  non  pensare  alla  sua  special  base  latina,  e  quindi  a  *sdinto  . 
-sanjto  {cfp.  p.  83  e  209,  in  n.),  locchd  ci  riconduce  al  quesito,  già 
altrove  posto,  circa  l'estremo  confine  orientale  a  cui  arrivi  sponta- 
neo ìojtmffi  (pag.  318  in  n.).  Al  quale  riguardo,  noi  dobbiamo  qui 
limitarci  a  notare,  che  peifo  *pecto  ci  riapparirà  anche  nell'antico 
estnario  (e,  2,  in  f.},  e  che  da  regione  ben  piti  a  oriente,  dalle  t«rre 
albanesi,  si  adducono:  Séint,  dréite,  frujt  (Studj  crit.,  II  37;  Scuuch. 
nella  Zeitschr.  di  Kuhn,  XX  ^9).  Quello  di  *sainto,  in  ispecie,  è  un 
esemplare  che  gnizza  dall'Atlantico  all'Egeo. 

Gli  antichi  documenti  veneziani  non  ismentiscono  quella  ca- 
ratteristica tenacità  delle  dtone  fìnali,  che  si  ò  brevemente  de- 
scritta a  p.  393-4.  Un  dis,  dinanzi  a  vocale  {dis  aristotele  26, 
allato  a  dise  aristotele  31),  mal  si  può  dire  che  interr<KQpa  la 
regola  ';  e  cosi  è  dello  scherzevole  ìms^ìtuso,  bugio,  buco, 
registrato  dal  lessico  odierno.  Di  i  in  d  ecc.  non  ci  aspette- 
remmo in  alcun  modo  che  gli  antichi  documenti  veneziani  ci 

'  Fra  le  rime,  di  cai  à  toccato  neUa  pag.  preeed.,  in  n.,  e  un  Gaggio  di  ver- 
•icma  letterale  {Catone)  che  anch'esso  oi  airiva  per  k  via  che  è  ivi  descritta, 
arremmo  per  questi  dilegui:  Ere  e  dua,  marqea  e  conti;-  obedis  a  lo  mer- 
lalo pare  foro;  e  qualche  altro  di  minor  conto. 


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458  Ascoli,  Saggi  ladini,  t.  ' 

avessero  a  dar  prova;  ma  non  veggo  addursene  atcnn  indizio 
pur  dagli  studiosi  clie  esaminarono,  in  tempi  recenti,  le  difene 
pronuncie  dell'estuario.  Circa  le  alterazioni  di  -n,  non  va  tra- 
scurato il  bem  che  occorrerebbe  ripetutamente  nel  codice  mar- 
ciano (Foucard  13  15),  ma  è  indizio  affatto  scarso.  Notevole,  ' 
rispetto  a  -j-,  è  lo  maor  inimigo,  nel  Tristano.  E  arriviamo 
al  dilegui  della  muta  dentale  e  di  v  di  fase  anteriore: 
In  generale,  la  frequenza  di  questi  dilegui  sul  territorio  veneziuo. 
sebbene  assai  conaiderevole,  è  lensibilmente  minore  clia  non  sul  pa- 
dovana o  il  veronese.  Nei  particolari,  è  imprima  notevole,  che  il  à 
secondario  di  -dda  si  taccia  in  antichi  documenti  venetianl  e  ancora 
nel  Calmo,  e  soglia  all'incontro  riapparire  nelle  scritture  modene  i 
o  neir  odierna  pronuncia.  Cosi  tqitadra  (=  -da)  20,  lauda  vitupera  15 
(cfr.  Musa.  o.  e.  pag.  148  n.) ,  tutti  participj  al  sg.  fem.  -,  Mar.  :  qMÌa 
persona  sia  al  plit  tosto  che  se  para  apalenta  (palesata)  ;  Calmo:  la 
conlrà,  spa,  e  i  particip.  fem.  sg.  apresià,  cortisd,  terpa  auelenàf  ecc, 
(cfr.  il  chiogg.  a  p.  430);  laddove  Goldoni:  maridada,  arlevaàa  ecc.,  , 
o  Boerio:  dnema  danàda  ecc.  Analogamente  oggi  dicono:  tadrtm  Iii-  i 
dro,  in  luogo  del  larón  di  Fra  Paolino  o  del  laro  di  Calmo,  per  la 
quHl  riduzione  del  dr  {tr),  che  si  direbbe  ladina,  senUmmo  testé  poni  ! 
(Goldoni:  podard)  =  potrà,  Oiur.:  ch-eo pare  ch'io  potrò,  e  gift  avem- 
mo viéro  (p.  405  n.),  cui  sì  aggiungono,  dal  cod.  torin.  di  Fra  Paol.:  . 
nurigado  86  (cod,  mare,  nvdrigado,  e  così  il  Calmo:  nudr^ai),  tw- 
tari  (od.:  bìtsiari]  bugiadri  Muss.  144,  oltropar-e,  piera,  oomnni  >1 
vernacolo  odierno,  che  ancora  serba,  oltre  mare,  maregna,  squara  ecc- 
(cfr.  squero,  un  tempo:  squadro,  piccolo  cantiere;  squarada  nel  codice 
marciano,  allato  a  tquadrdlda]  del  torinese  ;  e  qvaro  della  nota  iscrii- 
verou.),  anche  Frari  (fratres),  nella  denominasione  di  una  chiesa  (cfr. 
Mar.  :  per  si  e  per  li  suoi  frari  )  *.  La  quel  voce  riporta  il  fonologo  a 
frogia  che  si  usa  tuttora  per  'confraternita'  'fratellanza',  scritto  anclu 
in  veste  Sem  i-letteraria:  fraglia,  ed  è  noteTole  esempio  pel  dileguo  & 
d  (t)  fra  vocali,  ragguagliandosi,  in  modo  affatto  normale,  col  frataiìs 
dei  documenti  latini  di  Padova  (Do  Canoe,  Boerio).  Pel  dileguo  fra 
le  due  postoniche,  citeremo  il  sabbao  di  Calmo,  che  sta  all' odierno 
sabo,  come  dietro  alia  tonica  sta  il  Ìao  (lato)  del  vecchio  veneiiaiiii 
al  pavane  Io.  Meno  importante  qualche  esempio  in  cui  il  d  fra  vo- 
cali resiste  in  Fra  Paolino  e  manca  al  vernacolo  odierno,  come  è  di 
radise  20,  padisae  digerisce  84  {inf.  od.;  pair;  cfr.  friui.  poirfi')-  E 
passando  a  -r-  di  fase  anteriore,  nessun  particolare  esempio  del  suo 


a  ii  aggiungo,  da  p.  18  in  n.:  puliéi-o  {{rial. pujM). 


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3  4.  Ladino  e  Veneto.  C.  I.  Venezia  antica.  459 

dileguo  Sftprei  da  antiche  Bcrittore  allegare;  ma  dai  docamenti  di  età 
posteriore,  risulta  che  la  pronuncia  veneziana  s'incontri  spesso  con 
le  altre  pronunde  venete  di  cui  a  p.  430.  Cosi:  caichia  e  caéchia 
(Calmo:  cavecchia);  tcróa,  biólco,  ecc.  (v.  p.  394);  e  11  Calmo  in  un 
verso:  d'ira  e  d'ogia  (voglia]  piena. 

La  forma  epentica  del  -mente  avverbiale  è  pur  caratteristica 
dell'antico  veneziano. 

^elle  Marìegole  è  continua:  masor  mentre,  simile  mentre,  in-prima 
■mentre,  onoreuel  mentre,  ueramentre,  apertamentre  eaa.  Nel  'Pozzo' 
abbiamo:  claramentre  64,  allato  a  deitrammte  73,  e  altri  molti  collo 
schietto  -finente.  La  qual  forma  ha  molti  esempj  anche  nei  codici  del 
'Regimine';  ma  in  questi  è  grande  abondanza  pur  della  epentetica: 
liùrdenaàamentre  3,  raxoneoelemenire  31,  sem^entementre  49,  ecc.,  e 
vi  si  aggiunge,  da  entrambo  i  codici:  quentre  (guentre  è  siado  qualo 
è  stato  110;  quentre  conseieri  quali  consiglieri,  Fouc.  xx],  »  cbente. 
Il  Boerio  ha  ancora,  come  di  favella  odierna:  qualmente  e  qual- 
mentre. 

Finalmente,  V -ésto  del  participio  é  pur  di  Venezia,  e  l'ap- 
plicazione ne  vediamo  estendersi  pur  qui  nelle  scritture  meno 
antiche  o  nelle  moderne,  ma  sempre  ancora  restarvi  in  limiti 
ben  più  ristretti  che  non  In  molte  varietà  del  veneto  di  terra 
ferma. 

L'unico  esempio  che  nel  'Regimine'  ricorra:  movesta  116)  fa  già  da 
noi  dovuto  citare  (p.  431).  Oli  si  aggiunge:  co  Dio  a  ptaxesto  frott.  331. 
Nel  Calmo:  lapuo  e  lauesto;  taseito,  uoleilo,  credeito.  E  Goldoni  ('Rù- 
steghi'):  voUtto,  tavesto,  podestà,  taseslo,  rìsevesto. 

Considerato  cosi  l'antico  veneziano,  per  quanto  da  noi  si  po- 
teva, in  ciò  che  più  specialmente  si  attiene  a' suoi  rapporti  col 
veneto  di  terra  ferma,  ora  ci  faremo  a  toccare  dei  fenomeni 
pei  qaali  esso  viene  a  collegarsì  direttamente  cogli  idiomi  lom- 
bardi e  coi  ladini. 

Primo  ci  occorre  Voi  da  al,  innanzi  a  dentale  (cfr.  p.  299); 
insieme  col  quale  fenomeno  potremo  considerare  anche  Voi  da 
au,  ugualmente  dinanzi  a  dentale. 

Nei  due  codici  del  Regim,  rect.,  Voi  da  al  dinanzi  a  dentale  appare 
con  varia  frequenza,  ma  non  6  costante  in  veruno  dei  due.  Il  tori- 
nese cosi  ci  offre:  oUro  81643  44  91,  altra  110,  allato  ad  altra  12 17, 
altri  28  96,  e  aitar  36,  dlsa  20  ;-  coWo  87  {baldeza  90);-  fotsi  46, 


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460  Ascoli,  Saggi  iBdini,  I. 

acqua  tolta  53.  lì  marciano,  per  quanto  io  posso  redere,  dob  avrebl-d 
Vo  se  non  la  cotdo  (Poac.  17),  otfar  {Uuss.  36),  Riolto  (ib.6S-,  Fouc: 
riatto  5),  e  ancora  in  soldo  salda  BRldo  -a  9,  comune  anche  al  tori- 
nese 76,  sebbene  in  questo  esempio  si  posaa  sospettar  contiBuato  o 
ripristinato  l'tf  del  lat.  'solido-'.  Nelle  Mariégole  non  mi  occorsero 
se  non  gastolda,  t-oltàr,  e  piti  o  meno  costantemente:  altro  oUra; 
ma  piti  ò  probabile  che  ne  darebbe  una  indagine  pih  estesa.  Costanu 
l'o  nella  frott.  :  offro,  olfo,  tolto,  Riolto.  Un  esempio  che  sopravrÌTe 
nella  favella  odierna,  è  il  n.  pr.  Soldo,  Stm  Soldo,  Ubaldo  (Bobbio). 
Ma  la  miglior  prova  che  il  fenomeno  fossa  indìgeno,  si  ha  per  avTeD- 
tura  da  aua  pih  profonda  risoluzione  di  simili  formolo  (and  °  *aulil 
=  ald,  ecc.),  che  pih  innanzi  vedremo  propria  anche  di  questa  con- 
trada. E  una  prova  indiretta  può  anche  ricavarsene  dall' ol  per  au 
dinanzi  a  dentale  (old>*auld°aud,  ecc.;  cfr.  pag.  157):  repolso  ^, 
repoha  79  (Fouc.  id.),  polsarse  31,  polsando  57;  M"ar.:  alffun  non 
otti,  ollurij  •a[i]ut(irii  ',  olturiadi  {=  alturiadi  53,  ajut[ori]ati);  oldir 
oldisse  30,  otdiva  Pouc.  20,  allato  a  aldir  36,  Fouc.  18,  ecc. 

Ora  siamo  ai  nessi  pl  gl  ecc.  Il  cui  l  si  mantiene,  nelle  scrit- 
ture veneziane,  per  lo  meno  a  tutto  il  secolo  dectmoqaarto,  cosi 
costantemente  come  nelle  antiche  poesie  veronesi  ;  ed  anzi  ap- 
pare, che  Venezia  e  Verona  si  avvantaggino  sopra  Milano,  per 
ciò  che  serbino  costante  anche  l' integra  continuazione  di  cl 
(cfr.  p.  303-4  n.).  Ma,  dall' un  canto,  come  già  ripetutamente 
ci  occorse  avvertire,  son  formolo  che  di  certo  ben  più  a  lungo 
sopravvissero  nella  scrittura  che  non  nella  pronuncia;  e  dall'al- 
tro si  dimostra,  pel  documenti  posteriori  e  le  pronuncio  odierne, 
che  la  favella  veneta  in  generale  perde  ben  prima  della  lom- 
barda questo  carattere  di  integrità  latina^.  Ora  una  modesta 
serie  di  esempj  : 
Primo  sia  quello  dì  Dante  nel  Volg.  El.  (C.  xiv):  Per  le  plaghe  di 


'  Nel  ms.  vatle.  citato  a  p.  427  n.:  Lo  dtboltto  alturìo  del  mirurt  44>;  ant 
ver.  allorio  (1379).  La  stessa  Mariégola  che  ha  olturtj  nel  primo  e  bea  pi!i 
antico  faglio,  e  Dlturiadi  nel  secondo,  ha  poi  nel  aesto:  in  aiuloii'o. 

*  Circa  le  indirette  prore  delI'aTere  questi  nessi  piìi  durato  nella  scrìtlun 
che  non  nella  pronuncia,  v.  per  ora  le  pag.  302-3  n.,  e  4U  n.,  aggiODgenìo 
dal  ma.  vatic.  testé  allegato:  ch<  refludù  mirceda  42*.  II  veneto  di  terra  ferma 
non  dà  criterio  sufficiente  pel  veneziano;  ma  e  pure  essai  notevole,  che  men- 
ti's  l'odierna  Lombardia  ancora  serba  qualche  doviiia  di  simili  nessi  (p.  303-*). 
nel  padovano  all'incontro,  già  sul  cadere  del  secolo  XIT  essi  ormai  sieno  filb 


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S  4.  Ladina  e  Ven«ti>.  C.  I.  VeoeiU  antica.  461 

Dio  tu  non  veràs  ^.  Allato  al  quale  può  ricordarsi  lo  spleco,  che  glA 
fu  addotto  a  p.  421  □. ,  e  attesta  la  fase  *speclo.  Dalle  Marieg.  :  mia. 
lo  plouan,  glexia  (cfr.  p.  419),  inpenoj^ia»*;  dalla  frott,  :  pian,  bianca, 
biondo,  flado,  clave,  sclave;  dal  'Ragimiae':  plosalS  {mire:  pluoba), 
blastema  19,  flami  103,  fiabe  87;  clama  47,  ogli  50,  fflotir  84;  ecc. 
Ma  viejo  =  vieglo,  cfr.  p.  454. 

Arriviamo  a  quella  cospicua  caratteristica  Teneziaaa  che  è  il 
manteDersi  del  -y  di  seconda  persona  singolare,  e  appare  diretta 
contini]  azione  del  fenomeno  ladino.  Nella  costruzione  interroga- 
tiva, 0  meglio  a. pronome  enclitico,  questo  carattere  permana 
ancora  nell'odierno  veneziano  ^  L'ebbe  l'antico  anche  alt' in- 
fuori dell'anzidetta  costruzione;  ma  non  ne  potremmo  peranco 


figura  italiana:  empiagò  p.  431 ,  ckieregatto  (  Vannozzo  ap.  Obioh,  TretU.  'di 
Ant.  d.  TempoSS),  a  tacerà  di  pi  (ib.  21);  e  ugualmeuta  io  alcune  schiette 
prose  veronesi  di  quell'età,  sBcondo  l' edizione  del  Qinliari  (cfr.  p.  iSS):  piata 
^piaxa  ecc.,  pi,  chieregi.  La  diveraa  dorata  del  fenomeno  spicca  altretl  nelle 
secchie  comedia  Teneziaue,  che  noi  mostrano  nel  Teraacoio  di  Vensiìa  o  nel 
Taaeto  rustico,  ma  all'iacantro  ne  fanno  come  naa  caratteriHtiea  del  pirso- 
uggJo' bergamasco.  Coil  il  Sandrin  di  Bergamo  dalla  'Pierina'  del  Calmo: 
flu  contenta  fa  a  plaxì,  più  cto-itati/*  (questa  probabilmente  una  creaiìona 
dei  poeta),  allato  a  thiama  clamare;  s  nella  'Dispersione  di  Euripide'  dì  Ba- 
rimo  Ramassalore  (Venezia  1606),  ancora  il  personaggio  bergam.  :  ptu,  plani, 
iiaea  bianca,  allato  a  chiam  cbmo.  Nel  ms.  delle  Elegante,  vale  a  dire  in 
una  copia  che  ci  porterebbe  alla  Venezia  della  aec.  metà  del  see.  XV  (ma 
Ura  in  parte  all'italiano),  siamo  coatinuamsnte  alla  figura  odierna:  che  U 
pùua,  el  m-e  dispiasuCo,  piene,  biancko,  andare  piam  piam;  ni  vi  farti  ec- 
enicne  apartglato,  poiehd  gì  ti  corrisponde  a  ^  venez-,  Ij  ital.:  io  voglo,  me 
»<anuuglo,  te  dogletio  si  dogliono  (gì  ò  con  questo  valore  an:?he  nel  Sai- 
fiardo  e  Letengrino  di  cai  ti  d  piii  addietro  parlato  [p.  451-53]:  la  pagla 
t  logia  la  paglia  s  (il)  loglio  518,  loglo  e  la  paia  522,  del  grano  e  de  la 
fgla  o3S,  la  paia  moaa  (mossa)  5%,  essendo  pure  una  scrittura  in  cui  si 
contmuano,  quasi  senza  eccezione,  pi  ci  ecc.).  Si  oscillerebbe  nel  codice  del 
'Pozzo':  gliexia  giexia  53,  despiaser  54,  dora  60,  jfume  e  fiume  70,  ecc.  É 
la  pronuncia  dell'amanuense,  in  lotta  con  quella  del  suo  originale. 

'  Per  là  piaghe  di  Dio,  modo  sacramentale  cbe  doveva  esser  caratteri- 
ì&io  dei  Veneziani.  Ritoma,  oltre  che  nella  frott.  (a  le  plaghe  di  Dio),  pur 
Del  Decaroerone  (IV,  ii),  in  bocca  della  veneziana  Lisetta,  coma  già  il  Qrion 
hi  notato.  La  seconda  parte  del  verso  addotto  dall' Alllghierì,  è  chiarita  pii) 
wivaL 

'  Cfr.  Studj  eritiei  II  151.  E  l'odiamo  tipo  interrogativo  crédìa-tu  (allato 
^  '<  cTidi) ,  com'  à  doppiamente  arcaico,  per  la  desinenza  verbale  cioà,  e  per 
Is  VDcal  del  pronome,  cos)  puO  dirsi  per  ambo  i  capi  ladino  o  friulaoo. 


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468  Atcoli,  Saggi  ladini,  E, 

ristabilire  la  cronologìa  precisa.  Pure,  non  andremo  forse  lungi 
dal  vero,  ponendo  che  al  finirà  del  secolo  decimoterzo  mal  più 
resistesse  questa  nota,  fuor  dell'interrogazione,  nelle  forme  di 
due  o  più  sillabe;  e  nelle  monosillabiche,  all'incontro,  e  in  qual- 
che congiaotlTO,  vi  si  reggesse  ancora  per  tutto  il  decimoquarto. 
Che  sarebbe  pressappoco  come  dire:  nel  secolo  decimoterzo,  con- 
dizioni friulane;  nel  decimoquarto,  quelle  che  incontravamo  io 
alcune  varietà  del  ladino  centrale  volgenti  al  veneto  (§  3,  b,  ti, 
vii),  e  io  altre  ormai  più  venete  che  non  ladine  (g  4,  a,  2.  4.). 
Anche  il  piemontese  qui  offrirebbe  paralleli  legittimi  {as,,fas, 
tirer-as\  porte,  tase,  tene,  teìis-tù),  ai  quali  riveniamo  nel  se- 
condo Capo.  E  questa  è  ad  ogni  modo  la  raccolta  di  esempj 
veneziani  che  per  ora  si  può  dare  : 

Primi  verrebbero,  ia  ordine  di  tempo,  ma  ancora  con  qualche  lieve 
riserva  circa  la  loro  venezianitd,  gli  esempj  eba  g;i&  citammo  a  p.  456; 
e  con  riserva  ancora  pib  lieve,  questi  che  ora  seguono  dalla  versioD« 
letterate,  già  citata  anch'essa  a  p.  457:  entendes  intelligas,  ke  tu  ns 
sii  dimandato;  tu  componer-as,  leser^as,  andar-as,  far-a»,  cardar-ca, 
creder-aa,  befar-as,  star-as,  ser-as.  Alle  quali  forme  di  futuro,  aoi 
munite  di  -as  »  habes,  aggiungesi  intanto  il  tu  non  veràs,  traman- 
datoci, come  testé  ricordammo,  dall' AUighieri  *.  Poi  vengono  gli 
esempj  dal  'Regimine'  (cfr.  Muss.  o.  a.  146):  ttt  ca  7S,  93,  tu  l'as 
pena  105,  tu  vas  8,  tu  fas  it.,  o  voi  ...  o  vot  (vuoi  ..  .  tuo!)  13, 
cfr.  41  e  50  ;  tu  ser-as  9  ;  tu  amis,  tu  le  amis,  44  ;  che  tu  no  posii  0, 
se  tu  fosis  preso  8,  se  tu  vor-avìs  43  ^.  Dal  Tristano:  che  tu  ehis 
•aibis  {friul.  [v]ébù,  cfr.  C.  IH  3)  abbii.  Mariegola  1322:  (m  ilas  (Cec- 
chelti  1.  e,  p,  1607).  Docum.  del  aec.  XIV:  se  lo  te  par  de  numiarlo 
a~dir  a-miter  lo  dome,  si  lo  pos  far  (Romantu  o.  e,  p.  402;  Cecch. 
1.  e.,  p.  1S13).  'Eleganze':  tu  me  as  molto  caro  282,  tu  at  la  pos' 
tattxa2S4,  tu  m-as  facto  ZÌI,  tu  as  tapiuto292,  tu  es  vegnutoìb., 
tu  vas  fora  de  tuta  la  careiata  290,  fas  284,  (i*  no  vos  ('vol-s)  -  ne- 
gas  287;  oltre  ì  futuri:  se  tu  fer-as  274,  far-as  290,  àir-as  292,  rw- 
-as  283,  erede  che  corno  tu  semener-as  tu  recoglir-as  292;  e  le  due 
forme  congiunUve:  più  che  eossa  che  me  posses  fare  275,  habies  quc- 


'  Circa  il  verbo  attrìbutÌTO,  ti  potrebbe  pensare  a  e«n-  oltre  che  a  ced- 
Ma  nella  regione  in  cui  siamo,  piii  4  probabile  *t)*d-ras  verds,  che  non  *c<>>- 
-ras  (uinrdj)  vtrds,  i 

'  Senza -a:  se  tv  a' fiale  90,  tu  é  Aegtio  111,  tu  M'tlailo9,  (se  twai^<'0 
Atheli  amaùemr  (Pone:  se  a  fiali,  si  li  dibij)  78;  cfr.  MuBsaT.  o.  e,  p.  11~- 


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§  i.  Ladino  e  Veneto.  C.  1.  Venezia  antica.  463 

sto  per  certo  283  *.  —  Il  codice  del  'Pozzo'  ci  porta  alle  condizioni 
odierno;  mo  (u~tu  uepMrfoSOSS,  mo  che  tu  fas^tut  73,  o  vòglis-tu  o 
BOB  68  (aliato  a.  perchè  tu  rè3ti-tuf  ib.);  soffriras-tu  66;  ma  all'ia- 
coDtro:  tu  pò  82,  tu  vedi  ib-,  tu  saver-d  ib.,  tu  viver-à  83;  ecc.  Sa- 
rebbe poi  superfluo  il  moltiplicare  esempj  di  s  col  pronomo  encliticot 
da  fonti  posteriori  o  dall'età  presente  (Calmo:  uuoffhis-tu  sta  nostra 
barca;  Goldoni:  sas-tu,  vus-tu,  sies-lu,  meriteressis-tw,  ecc.).  Piut- 
tosto importerà  conatderare  1'  -a  desinenziale  che  il  veneziano  mo- 
derno ci  offre  nei  monosillabici  ti  sta,  da,  va,  fa,  a  [i/-a),  poiché 
4  bel  documento  del  recente  dileg:uo  del  -i.  Koa  furono  cioè  esposte 
le  forme  veneziane  all'ormai  antica  livellazione  analogica,  la  qual 
si  mostra  in  quelle  favelle  romanze  che  da  lunga  età  sono  avversa 
al  s  desinenziale  (cfr.  hai  stai  ecc.  dell' ital.;  staje  daje  eco.  del  na- 
poletano; stéste-ticc.  del  milan.;  ai  ecc.  del  rumeno).  Ma  ci  stanno 
dinanzi  come  appena  sfrondate  del  loro  -s,  a  hanno  i  loro  legittimi 
paralleli  nelle  figure  semi-ladine  che  adducemmo  da  Val  Bregaglia 
(p.  274  e  278),  donde  potremmo  aggiungere,  io  perfetta  e  legittima 
coincidenza  col  veneziano,  le  seconde  persone  d'indicativo  singolare: 
ta,  fa  eco.  Ed  altro  legittimo  parallelo  sarebbe  il  (i  t'a,  ti  t'avrd, 
eoa  cui  Mondovi  risponde  al  ti  Cos,  ti  t' avrds ,  di  Torino  ^. 

.\ccanto  a  questa  insigne  traccia  deir elemento  ladino,  o  di- 
ciamo addirittura  friulano,  nell'antica  Venezia,  ne  vanno  ora 
considerate  altre  due,  che  entrambe  ci  sono  offerte  dal  'Hegi- 
mioe'.  Vi  abbiamo  cioè:  chianWQ,  cftiam'SSlOO;  manifesto 
esempio  della  palatina  nella  formola  ca,  e  classico  .esempio, 
siccome  quello  che  occorre  fra  i  Ladini  pur  dove  la  formola  si 
coDservi,  di  regola,  intatta  (v.  p.  73).  IL  Mussafia  si  chiedeva, 
se  dovessimo  ravvisarvi  un*  'ingerenza  della  forma  francese'  (op. 


'  stante  l'età,  relativamente  tarda,  della  nostra  copia  dalle  'Eleganze',  non 
ùudo  punto  maraviglia  le  incoerenze  che  vi  occorrono  napetto  al  carattere 
£  cai  parliamo.  Cosi:  tu  ey,  tu  ay,  293,  tu  iay  238,  se  tu  muteray  286,  che 
^  habie  S90,  che  tu  no  l-aÒie  S91,  e  più  stranamente:  chi;  dira-tu  289,  che 
^o-loS91.  Le  foi'me  col  -a  sono  copiate  correttamente  dall'originale;  quelle 
"^  ""y,  all'incontro,  Eono  del  tempo  dell' amannenae,  e  ritoraauo  costante-. 
"lente  nella  copia  di  altro  opascolo  (Staph.  Philiachi  da  Soncioo)  che  à  della 
^luia  mano  nello  stesso  volume.  Ma  sarà  mancato  pur  nell'originale  il  -s  delle 
fanne  iadicatlve  dìaìllabe  o  polisillabe:  tu  credt  292,  tu  vide,  tu  mettìi,  S90,  Ih 
Mkhe  286,  ecc. 

Le  forme  di  Mondovi  provengono  dai  paradigmi  che  sono  in  fiiONih  op. 
'il-  494  aegg. 


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464  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

ctt.  p.  143);  ma  iioi  naturalmente  vi  riconosceremo  il  cian  {óa*, 
con)  degli  attigui  dialetti  friulani.  Poi  è  continuo  in  quel  te- 
ato:  cui  cu'  chu'  nel  significato  dell' it.  'chi' e 'quegli  che'.  Cosi:  I 
cui  t}Ol  aquistar  prudencia  6,  chu"  no  se  recorda  ib.  (cfr.  70  j 
79  93  96).  È  il  friulano  cut;  sebhene  oggi  il  friulano  abbia  uoa  i 
reiterazione  di  pronome  quando  deve  dire  'colui  che';  p.  e.  cui  i 
cu  màn^e  chi  mangia  (cfr.  l'ìtal.  chi  che  sia,  allato  al  friol.  j 
cut  c'al  si  sevi);  e  il  solo  cui  non  adoperi  se  non  per  'chi*  j 
= 'quale':  cui  dai  doi,  chi  de' due? —  Ancora  ci  rimarrebbe  il  j 
fenomeno  di  àu  da  ài  dinanzi  a  dentale;  ma  giova  serbarlo 
per  la  fine  del  numero  che  segue  <. 

La  dialettologia  cosi  incomincia  a  rischiarare  le  orìgini  di 
Venezia  con  argomenti  ben  più  sicuri  dì  quelli  che  le  cronache 
non  ci  offrissero;  e  quando  gli  studiosi  dell'archeologia  e  delU 
storia  veneziana  vorranno  rivelarci  quanto  v'ha  di  specifico 
nella  nomenclatura  topografica  di  Venezia  e  delle  sue  lagune, 
è  assai  probabile  che  il  glottologo  riesca  a  tale  ricostruzione 
e  ripartizione  etnologica  della  Venezia  primitva,  da  offrire  ods 
delle  plii  curic^e  e  sicure  prove  dell'  efficacia  che  anche  sel- 
Tordine  prettamente  istorico  la  sua  disciplina  può  oggi  avere. 
Intanto  sì  conceda  che  io  qui  noti,  come  due  nomi  dì  Santi, 


'  Qui  accora  aleuaa  nol«  di  antica  TaneEiano,  che  importiBO  In  qaakba  i 
modo  al  nostro  diacorso.  Per  ^  da  di  di  fase  anteriore:  ibo  {ia  i  tooado  55;  ! 
ftott.;  ('é;  ma  ancora  l'ai  in  un  docum.del  sec.XlV,  Attid.  IsL  Vsa.XV  1613; 
alai  rasonadho,  ho  ragionato,  sì-ai  trooao;  v.  i  futuri  a  p.  472  n.);-  atti2U 
m»  42;  eba  *aib[j]a  32  ecc.,  Marieg.  :  «ina,  cfr.  gaibo  in  docam.  del  sec.  XI,  , 
6d.  gìitho,  caoaletto  della  laguna,  *caib[J]o  cavea;-  doeum.  del  1300  (Atti 
e.  B-,  1604):  fredo  fra[c]ida;  e  altri,  cfr.  MoiBaf.  op.  clL  141,  147  bis,  ed  i 
TÌsconti'i  che  avemmo  a  pag.  432  dalla  terra  ferma  e  dalla  lagnila.  —  P«r 
t)-  =  u>-  ted.:  tiiia65,  vamimenUi  103,  cadunf  luir  77;  eke  Hio  vartitta  boti.; 
twflerdun,  nel  pib  ant  foglio  della  Uarieg.  che  porta  la  data  del  lS6i,  dove 
d  notevole  anche  l'ii  (cfr.  e,  2).  —  Per  l'*  proetetico:  areolU  t03,  arbaaada 
frott  333,  arttgnir  ib.  334.  —  Singole  voct:  uiero,  cfr.  pag.  405  u.;  Harieg, 
intra  quelli,  intra  gusftt,  cfr.  l'odierno  d»  primo  intra  a  primo  tratto  (a  pri- 
mo entrare),  e  VI  nel  verbo  anc(H-a  in  (Goldoni:  mi  no  intra,  costa  gX'intra, 
tntre-la;-  frott:  rivo  fluito,  che  é  pur  del  dial.  od.,  cfr.  rivdr  treni  ecc., 
finire;-  d<  =  indegne  ital.,  come  nel  veronese  antico  e  nel  moderno  (net. 
ver.:  Dio  de  guarda,  ecc.):  quanto  eh-éli-de  eoi  quanto  uè  vi^iooo  (Atti  c- 
B.,  pag.  1613;  sec.  XIV),  ecc.  Finalmente:  fejotia  4446,  eojosia  46  ecc.,  che 
per  la  sua  costane»  pregnpporrobbe  *iilJosia,  cfr.  il  grigiooe,  a  p.  M3,  2S1. 


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g  4.  Ladino  e  Veneto.  C.  1.  Venezia  antica.  465 

e  quindi  di  chiese  e  di  vie,  mi  appajano  documenti  istorici  di 
singoiar  sincerità,  quasi  due  sacri  gonfaloni,  piantati  sulla  la- 
guna or  soD  forse  quattordici  secoli,  che  ancora  vi  spieghino 
inalterati  ì  primitivi  colori.  Imprima  Stàe  per  Stàcto  o  Stàgio 
{S-  Stàe,  Eustachio  -stazio) ,  forma  che  nell'  àmbito  del  vene- 
ziano moderno,  e  pur  del  medievale,  resterebbe  enigmatica,  non 
vedendosi  come  odo  od  ógio,  a  cagion  d'esempio,  vi  si  potesse 
mai  ridurre  ad  óe.  Ma  siffatta  riduzione  (p.  e.  ógo  ó^e  óje  óe) 
riuscirebbe  all'incontro  affatto'  normale  in  determinati  parlari 
alpini  che  noi  a  suo  luogo  descrivemmo  {cfr.  il  num.  118-9  a 
pag.  377  379  ecc.).  Né  può  intendere,  chi  sì  limiti  al  veneziano 
vero  e  proprio:  Stin  {S-  Stin)  per  S.  Stefano.  Ma  formiamo  se- 
condo le  analogia  di  determinati  circondar]  alpini:  'Stié[v]no 
'Stiéno  (pag.  417,  413),  e  ne  avremo  normalmente  Stino  (onde 
Stin,  p.  394  n.),  come  ttvio  da  tièvio  (p.  393).,  Più  tardi  avrà  ad 
occorrerci  un  terzo  nome  di  Santo  {S.  Toma),  che  alla  sua  volta 
rannoderà  Venezia  con  le  prealpi  friulane  (§  5,  num.  232^  n.)  *. 

2.  Udo  Maggiore, 

(AtU  dei  Podaità;  1313-1313.) 

Nel  K.  Archivio  generale  di  Venezia  è  un  volume  intitolato:  Atti 
dei  Podestà  di  Lido  Maggiore,  1313-19  (18  m.  v.)  »,  la  cui  recente 
Bcoverta  si  deve  alle  dotta  premure  di  quell'oculato  archivista  che  & 
Bartolomeo  Cscobstti.  Gli  Atti  che  si  conteogono  nei  primi  28  fogli 


È  OMer^abile  anche  die  èsse  (dav*  essera),  registrato  dal  Boerio  coma  di 
'aotico',  modo  ancora  più  ghiotto  nella  forma  di  giesst,  che  il  Boa- 
rio medesimo  dà  per  'maniera  triviale  che  ancorai  eusaiste  nel  bauo  popolo 
(p.  e.  mio  maria  giesst  a  caia)'.  Abbiamo  cosi  in  Venezia,  quasi  in  iatato 
fosBÌla,  un  Memplare  dall'infinito  privo  del  -r  (BUperflno  avrertira  che  il  puro 
'essa'  Ialino  qui  non  ó  ammisaibìle);  a  se  pure  di  ultimo  luogo  agli  posu 
venire  dalla  sezione  orientale  dell' estnario  (bnranello  esse,  cfr.  p,  430  n.),  nd 
per  gii  =  dii  [=  deve]  aia  necessario  uscir  dalle  lagone,  non  è  tuttavolta  inutile 
ricordare,  che  'deva  aBKare'  pud  friulanamente  tradursi,  e  appunto  in  'modo 
basso',  per  gt  èssi  o  ija  èsse  (Pirona,  p,  186  e  150;  e  il  nostro  §  5,  al  n.  76).- 
Pìù  altre  concoi-danza  friuIano-Tenaziaue  ai  vedono  nel  paragrafo  elle  segue, 
tra  le  quali  segniamo  sin  d'ora  un  altro  tipo  pronominale  (g  5,  a.°  218  in  n.). 
*  È  in  carta  bambagina,  la  cui  marca  principale  é  una  cornetta,  che  ha 
somiglianza  con  quella  della  carta  di  un  manoacritto  padovano  del  1351,  ripor- 
tata dall' Urbani  ,  Segni  di  eartiere  antiche,  Venezia  1870,  p.  38  ~  tav.  ie  n.  7. 

Archivio  glotlol.  ìt&l.,  I.  ■  30 


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466  Ascoli,  Saggi  ladioi,  L 

del  prezioBO  voìame,  e  spettano  agli  anni  1312  e  1313,  sono  per  U 
maggior  parte  in  Tornacelo;  pochi  fra  essi  in  latino,  coma  son  latini  i 
successivi.  Ma  se  il  pregio  di  documenti  dialettali  dell'età  di  Dante, 
venuti  a  noi  nella  schietta  lezione  di  chi  li  ha  vergati,  sarebbe  ad  ogni 
modo  assai  considerevole,  nel  caso  nostro  esso  diventa  affatto  singo- 
lare, e  per  la  speciale  qualità  dei  testi  in  so  medesimi,  e  per  essere 
spenta  da  piti  secoli  la  terra  a  cui  li  dobbiamo  <.  Sono  brevi  processi, 
che  modernamente  ai  direbbero  di  polixia  corregionale^  net  quali  il 
latino  pare  smesso  per  ci6,  che  di  regola  gì' interrogati,  i  quali  n 
fanno  schiettamente  parlare  in  oratione  diretta,  sono  gente  affatto 
rotea.  Nulla  di  piti  genuino  si  potrebbe,  nella  regione  in  cui  siamo, 
sperare  o  quasi  imaginare;  nulla  di  piti  rimoto  da  ogni  ìnfluenia  let- 
teraria. Se  quindi  io  usi  di  qualche  abondanza  '  nel  citare  esempj  e 
locuzioni  da  questa  fonte,  non  temer6  che  i  compagni  di  studio  m» 
ne  facciano  rimprovero.  Piuttosto  deploro,  che  un  breve  fascicolo  dì 
Atti  per  ogni  parte  consimili,  ed  anzi  sicuramente  staccati  da  quelli 
che  ora  contengonai  nel  volume,  non  sia  pib  reperibile,  e  cosi  non 
si  possa  nuovamente  coilazionare  una  copia,  del  resto  assai  buona, 
che  io  ne  posseggo.  Dalla  qualo  perciò  mi  limito  a  citare  pochi  e  ae> 
certati  esempj,  che  si  distinguono  per  essere  in  corsivo  spaxieggiato 
e  non  susseguiti  dal  numero  del  foglio. 

Por  qui  nessuna  traccia  dell' -on  di  prima  plorale: 

Pres.;  da  che  nu  avem  fato  lo  mal  20*  21*;  gem  [iem)  andiamo,  in 
funzione  imperat. ,  21^  (no  gem  p.  lito  pem  a  uenet.),  22",  e  così  tn- 
trem,  vegem  (v.  piti  innanzi);-  nella  coraposiE.  del  futuro:  verttn, 
porem  potremo. —  La  vocale  susseguente  al  -m  si  perde  anche  nella 
altre  prime  piar.;  così  nel  perf.:  fosem  apret[o]  fummo  appresso  6^ 
18*;  e-la  trowisem  e  là  trovammo  18";  uogasem  6";  menatem  4";  ri- 
deiem  (cfr.  vedessemo  vedemmo,  in  Fra  Paolino)  6»;  &  beuetem  n 
Bembra  e  bevemmo  insieme  11";  nu  aaisem  tufi  en  tera  noi  salimmo 

'  Lido  Maggiore  era  una  borgata  raggi) ardevo) e  nell'isola,  o  'lido'  cbs 
ora  sia,  a  cui  dev'essere  rimasto  quel  coma,  e  giace  nel  braccio  orianlilft 
della  laguna  di  Venezia,  a  Hud-att  di  Torcello  e  di  Burano.  '1  fnggitin  di 
'Aitino  la  popolarono  forse  (quest'isola  di  Lido  Magg.),  benché  alcune  Cro- 
'nache  abitata  la  vogliano  da'Feltrini...  poco  alla  volta  perdette  (Lido  Mag- 
'giore)  i  saoi  abitatori,  e  finalmente  rimase  del  tutto  diserto...  Nel  1360  i 
'Genovesi  lo  iucendiarono,  e  dopo  più  non  risorse'.  PiLitsi,  Memorie  ttoric^ 
dt' Veneti  primi  e  secondi,  2.»  edit.,  Padova  1811-2;  HI,  117,  120. 


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§  4.  Ladino  e  Vanelo.  C.  2.  Atti  di  Li<]o  Madore  (1312-13).  467 
(montammo)  tutti  ecc.  18^  18^  ;  parliiem  3^;  &  cosi  gè  ceiem  {geiem  3^) 
&  clamasem  enofo  che  nu  entrasetn  en  casa  &  eia  dis  chi^domàda 
étnu  dieaem  amisi,  e  cosi  ci  andammo,  e  chiamammo,  ioDanzi  ohe 
noi  entrassimo  (la  1.'  plur.  del  perf.  coincide  con  quella  dell'impsrf. 
cong.)  in  casa;  ed  alla  disse:  chi  domanil&t,  e  noi  dicemmo:  amici,  13". 
Notevole  come  p^a  conBerrarai  l'-o  in  grazia  del  pronome  enclitico: 
fosem  tuti  de  mego  e-partisemo-li  fammo  tutti  di  mezzo  e  li  partim- 
mo 1^;-  e  coti  fosemo  nu  denter  {fdsemo-mt,  off.  pib  Botto:  audi-e, 
ud£i-io,  ecc.),  allato  a  &  cu  nu  fusem  denter,  e  come  fammo  den- 
tro, 13^;- fesemo  ne  dar  (cfr.  e-fesi  feci  11",  se  fé  ala  porta  si  fece  28') 
ci  facemmo  dare,  18*;  ma  anche:  comlen]sa3emo  menaffar  Ò^.  Im- 
perf.  :  eram  3^,  che  nu  era  riuati  18^  alialo  ad  attetiemo  abiudo  5*. 

Ora  oontinoTÌamo  col  dileguo  delle  atone  finali: 

I.  -o.  che-I  era  rot  27'";  fo  punt  fu  giunto  26*;  che  se  t-aues  en- 
tes  3*;^he  sum  asaiut  ('assaliùto)  che  sono  assalito  27*;  aueua  abitU 
parole  1"  (allato  ad  at*euento  aliudo  5*,  e  tu  aures  abiu  ta  arresti 
avuto  3*);-  sfar  cofen^  8*;  sol  pena  11"  ecc.;  chi  fo  a  sto  fot  16*; 
fo  còfess  22";-  ados  Zi",  da  dos  3*;  apres  18*  19" 20»;  nega,  del  ras 
nipote  del  Bosso  14";  e  no-l  pos  tor  e  noi  posso  togliere  22";  fi-a 
p.  cortesia  dime  chi  tu  es  che  no  te  coffnos  fratello,  per  cortesia, 
dimmi  chi  tu  sei,  chà  non  ti  conosco  18*;-  &  de-li  p.  lo  uis  e  diedi- 
^li  per  lo  tìso  17»,  che-I  ferj'  (che  lo  feri)  p.  mego  lo  uis  28";  e-de- 
-me  svio  col  e  diede-mi  sul  eolio  3*;  si  che-li  dej  del  me  rem  sulo 
uis  4",  tol  lo  rem  en  ma  (allato  a  lo  remo)  20",  tal  lo  so  rem  21"; 
sto  bon  hom  15*,  el-no-e  om  e'  non  v'  è  nomo  1";  che-l  era  gram  19"; 
maister  jacom  1";  en  lo  co[r]p  (allato  a  en  Io  corpo)  1".  Si  devono 
aggiungere,  colla  naturale  epentesi  dell'e  (per  la  quale  ei  viene  a 
Tallace  sembianza  di  maggior  latinità):  qua  enter  22",  tengonàdo  en- 
ter  n«  5*,  quel  ch-eli  rasona  enter  si  quello  eh'  essi  ragionarono  in 
tra  di  loro  {di  6è)  21*,  &  mis-me  denter  ai  e  miser-mi  in  mezzo  a 
loro  (dentro  sé)  3*,  e-tolmelo  d~enter  le  ma  me  lo  toglie  d' infra  le 
■nani  4";  auter  nò  SO  altro  non  'so  22".  Vien  finalmente  il  dileguo 
dell'o  che  seguiva  ad  t  (j)  latino  o  romanzo:  pfrejii  pretium  9",  saui 
aavio  26*  27'',  capetani  21",  my  meglio  21*,  pan  &  formai  20". 

II.  -e  ed  -1.  nient  26"  21",  fant  2»,  de-not  1*  27*,  pes  pesce  22"; 
enas  (allato  a  enàgo  13")  innanzi  26";-  el  me  cors  sora  2*;  se-I  uit 
te  egli  vide  1*,  li-uit  gli  vide  28";  pouco  stei  poco  stette  ih.,  stet 
content  (ammise  dinanzi  al  giudice);  ch-el  tras  trasse  S",  tras-me 
de  -j  pan  &  mls-me-l  p.  la  bocka  14",  &  he^li  tras  (e  io  gli  trassi  ) 
la  fosina  de  ma  &  brachailo  p.  li  caueli  &  trasl-o  4";  el  no-sen  uous 


;vGoo»^lc 


468  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

partir  ('Tolse,  v.  più  JDoanzi)  28";  marta  me  pres  (prese)  p.  U-cawii 
&  tr-pres  (io  presi)  eia  14'*;  retpos  &  dis  rispose  e  disse  1^;  &  e  dU 
che  no  gè  uoleua  nar  e  io  dissi  che  non  ci  volevo  andare  26*;  mi 
mise  SO,  &  mis-me  man  en  cauo  Z^;-  ch-el  no~fes  non  facesse  26^, 
ch-et  no-tì  ptaseua  che-la  se  awU  aprisse  1*;-  legna  legname  ib.; 
uo/eua~m  menar  mi  voleva  menare  2G^,  dam  la  engettara  dammi  la 
ingaistara  13*;-  <&  he  dia  mo  me  dit  e  io  dissi;  ora  ditemi  l",  dot 
me  datemi  3". 

In  questa  seria,  già  ci  accadde  incontrare  l'-o  qual  succeda- 
neo delt'-e  (-i)  àtona  dì  fase  aoteriore;  fenomeno  che  ci  ricorda 
'Verona'  e  T'Istria  veneta'  (p.  424  e  440),  e  può  quindi  non 
punto  dipendere  da  mero  infiusso  letterario.  Ora  ne  raccoglia- 
mo i  seguenti  esempj  :  chi  uito  (bis)  chi  vide  26"  27";  cu  et  me 
uito  5*,  el  uito  28",  la  tenue  del  quale  esemplare  non  accenna 
già  a  una  desinenza  posticcia  (vid  TÌt  vit-o),  poiché  oltre  il 
vete,  vide,  di  Fra  Paolino  e  d'altre  scritture  veneziane,  abbia- 
mo nella  frott.  del  Vannozzo:  vitti  vidi,  allato  a  vette  vide;-  poi 
traso-nie  trassemi  5*  15';  tè  diso-me  14";  uouso-me  tor  *T0lse- 
-mi  torre  14';  ch-el  no-li  darauo  ('dar-ave;  cfr.  vor-avo  «x. 
di  Fra  Giacomino)  ch'egli  non  gli  darebbe  27";  duraratto  lo 
pes  21^  (allato  a  cK-et  me  pagaraue  guado  el  uaraue  o  uo~ 
raue  2*,  se  uastaraue  lo  pes  20*);-  men  caratteristico  o  con- 
clusivo l'-o  per  -e  in  sost.  masc:  mercadento  (v,  p.  419)  15'; 
fanto  12";  ventro  5*.  Anche  abbiamo  esempj  dell'epentesi  nel 
■mente  avverb.  ;  i  quali  ben  possono  apparire  di  fattura  lette- 
raria, ma  serban  tuttavolta  l'impronta  dialettale  nel  loro  esito 
fonetico;  furteuel  mèter  (dis  che  ben  fo  en  casa  sua  no  fartenel 
mèter)  13";  nouela  mèter  (la  sera  de  mercor  nouala  meter  tra- 
pase,  sic;  cfr.  15')  18".  Nessun  esempio  mi  occorse  del  par- 
ticip.  in  -esto  od  -tsto;  e  avremo  all'incontro  qui  pure:  audu 
(se  t-aues  audu)  udito  3*,  come  coqu  (siando-lì  ca^u  lo  rem) 
caduto  4",  plerjdu  1".  Alieno  è  altresì  questo  dialetto  dai  dit- 
tonghi dell'^  e  dell' (J  {fora  2",  onco  ancoi  18",  ogli  18*).  I  soli 
casi  notevoli  per  il  dileguo  del  d  {t):  creraue  *creder-ave  27'; 
laro  1*;  e  fuse  ('ili[de]36;  coli  soi  còsejeri  &  guse  9",  cfr.  'Pa- 
dova'), che  però  occorre  in  ano  squarcio  cancelleresco  *.  Nes- 


'  neoo  nipote,  36',  torrH  l'accento  sulla  prima;  cfr.  niiwi  nel  B«Bto  e 
nella  Cnuca,  neeo  in  Fra  Paol,  e  le  p.  64,  170  n.  2,  inùema  col  nominttÌTO 


;vGoo»^lc 


g  4.  Ladino  e  Veneto.  C.  2.  Atti  di  Lido  Maggiore  (1313-13).  469 
auDa  Dotevole  elisione  di  vocale  iaternh: peurada  2(^  SI*,  a-ma- 
snar  23".  Quanto  alla  sensibilità  della  tonica  di  penultima,  ne 
apparirebbe  un  aolo  esempio,  che  nulla  prova  fra  tanti  con- 
trari *.  E  o"^  ■viene  la  volta  del  j  complicato: 
Gli  asemfj  principali  Barebbero:  dij  =  DJ  in  moiol  (bis;  cfr.  p.  181 
n.  2,  e  423;  poi  Mdb3.  Fra  Paol.  155)  17";  e  di  j  =  LJ  (iji)  nelle  pro- 
paggini di  'salio':  uouse  me  sair  ados  27",  &  uiti  Io-dito  Qulìà  sair 
fora  de  sua  barcha  19",  vedo  che-I  veti  ga  p.  asairme  ancora  27*, 
OMaittt  ib.  (v.  sopra),  sai  sali  (&  a&ì  en  tera  18",  sai  fora  del  buf- 
olo 27o,  &  sai  ea  c[an]tra  cola  spala  en  ma  19°);  cfr.  Fra  Paol.:  tate 
ai  Baie,  arsair.  Viene  poscia:  tojo  *toljo  prendo  (tolgo)  8'  ^,  allato  a 
Mjo  ib-,  uoio  21*.  Ancora  si  notino  mej  melio-  ib,,  tuta  scattiata 
scapigliata;  piandola  p.  U-caueli  14",  fiio  (e  fio)  26",  fiiol  18",  fiio- 
ia  15"  (Fra  Paol.:  fio  fija;  frott.  fija)  e  col  ^:  muger  17"  26*  '. 

Si  fa  caratteristico  V  -ùn  =  -on:  cosun  5*  22"  28",  sta^  14", 
ch-el''me  cvpagnù  3*.  li  mej  cumpagnù  22"  16*,  fitasun  9",  a 
domUdasun  2\' ;  lanQU  (cerf  arma)  27' ecc. ,  spuntù  (altr* ar- 
ma) 27"  18*  [spunion  27*],  rucAw  roncone  6"  [rScon  bis  5*], 
rUpegun  venez.  rampegon  3",  Coi  quali  esempj  può  connettersi 
yd  instabile  che  è  in  punte  ponte  22",  li-ge  en  cutra  gli  andò 
incontro  26^,  od  anche  l'apparente  conservazione  dell'io  lat.  in 
ultra  ultra  6",  e  più  volte  in  punta  {pùta  del  canal  22").  — 
Meritano  ancora  special  menzione  anche  i  riflessi  di  'ego':  seu-u 
capet.  de  sto  tor  o-sonte  eo  (v.  pag.  398}  siete  voi  capitano  di 
questa  torre  o  sono  io  1";  t&  andando  ejo  a  casa  é  e  encutraj 
fego'  riprodotto  per  ejo  e  per  e)  26";  <&  en  questa  e-me  partij 
anc  ejo  ih.;  &  dando  e  delo  pan  14»;  &  he  me  ^ej  e  io  me  ne 
andai  26";  é  he  me-lo  spesi  da  dos  3*;  no-me  partiroje  de  sta 

prov.  »^i,  aot.  tra.  ities,  allato  al  riapettifo  obliquo:  nebót,  ^nevett.  Ma  eliaa 
qni  pura  la  dentate  nel  dr  (tr)  che  sarge  per  la  composizione  dal  fntnro:   nti  ' 
terem  quando  nu  porem  ver,  pauo  che  non  mi  è  afiatto  chiaro,  ma 
in  cui  porem  altro  non  pnA  essere  che  'potremo';  cfr.  e,  1,  e  §5,  niim.  £00  n. 

'  domOda  lo  dito  pero  qne  eli  deueaa  far  del  pes,  siti  (m  eglino)  lo  deueua 
neoder  ne  donar  o-partir  o  autro  22". 

*  lo  questa  medesima  pagina  leggo  pure  wya  te=  vdlga-ti;  ma  ne  rimango 

'  È  g,  alla  veneziana,  oppure  uno  i  eoal  rappresentato,  eia  per  eccezione, 
sia  per  distinguere  una  particolar  pronuncia?  Cfr.  vegem  vediamo  (impe- 
rativo), allato  a  cafu  ecc. 


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470  AmoU,  Saggi  ladini,  I. 

fera  3";  an^jur*  saurqje  anco  pur  sapró-io  19",  ne  deje  ne  diédì- 

-io,  leuaie  de  lelo  &  fuj  sula  porta2T'  *. 

Vengono  ora  i  caratteri  pei  quali  c'incontriamo,  o  a  dirit- 
tura rientriamo,  nel  pretto  ladino.  E  imprima  si  tocca  del  -s 
di  seconda  pers,  sg.,  circa  il  quale  è  assai  notevole,  in  questa 
plaga  e  in  tanta  anticMtà,  che  non  sia  offerto  se  non  da  un 
solo  pajo  di  figure  monosillabe,  e  queste  appunto  all'  infuori 
dell'enclisi  del  pronome;  quindi  manchi  sempre  questo  carat- 
tere, anche  a  tutte  le  figure  monosillabe,  nella  costruzione  a 
pronome  enclitico,  che  è  pur  quella  in  cui  vedemmo  serbarlo, 
per  tutti  i  tipi,  la  stessa  Venezia  odierna. 
Non  ci  danno  l'antico  -s  se  non  et  e  pos,  che  sodo  ne'  seguenti  esempj: 
tu  es  ben  paga  2\  che  tu  es  in  tauema  15^,  dime  chi  tu  et  IS*,  lau- 
roJB  chi  tu  es  (t.  sopra);  tu  no  pot  esser  nostro  amigo  19*.  Senza  ->: 
tu  ai  beuu,  o  tu  me  daZl'',  e  nella  composizione  del  fntnro:  t« 
no-la  toroj  3",  eH~acordarai  e-ti  ib.,  che  deve  diro:  e  ti  ricorderai 
pur  tu;  oltre  i  non-monosillabi,  come:  da  che  tu,  nZ  respondi  19*,  tu 
miti  3*.  Ora  gli  esempj  col  pronome  enclitico  (cfr.  §  6,  n.  137};  nei 
quali  vedremo  le  figure  monosillabe  (non  escluso  11  riflesso  di  'es') 
munirsi  tutte  dell'i  all'italiana,  che  sappiamo  estraneo  a  Veneua,  ma 
non  al  veneto  di  terra  ferma.  Così:  ei-tu  vegnuda  qua  14";  chi  ei- 
-tu  18"  19°;  [ben  tii-tu  v^/nu  18"];  «o  ai-lu  léngoa  18*;  que  ai-tu 
a-far  pa26";  q.  uat-tu  fatato  (facendo)  26*;  uai~tu  28";  me  wj-tu, 
me  uoi-tu,  8^,  q.  uoi'tu  27";-  que  gartfe-tu  che  cianci  tu  (bis)  16*. 

Air  incontro  è  costante  il  mantenersi  del  l  di  pi  ecc.  : 
(;we  uè  ;}^  che  piacevi?  22";  planzer;  dela  tor  de  plaue  {Pì^re]  ih.; 
ala  plapa2l<';  de  san  en  pian  16*  *;  piena  12";  se  piega  pò  (giù)  a)"; 
più;  ptusor  flade  1*;  6tóji  Biagio  2» 22" 27*;  del  bosco  de  flume- 
sin;-  clamar  17",  clamaua  27",  clama-me  chiamommi  26*;  claue  1'; 
agli  V>  18*;-  burclo  26"  26*  27». 

Ma  il  carattere  pel  quale  riesce  più  che  mai  prezioso  questo 
dialetto,  è  che  le  formole  ALT  OLT  ecc.  vi  si  riducono  nor- 
roalmeute  ad  aut  out  ecc.,  come  si  vede  dai  seguenti  esempj, 
che  tutti  sono  di  sicurissima  lezione  ^: 


'  A  Venezia  ai  ha  ancora  nel  hbcoId  XVI  Ve  proclitico  per  'io';  e  ogg 

ancora  il  -jo  enclitico,  v.  Studj  critici  II  151, 

*  Deye  dira  pressappoco;  'di  pnoto  in  bianco';  e  cosi  de  san  segur, 
'  Non  ammettono,  vale  a  dire,  il  dubbio,  che  ai  tratti  di  antro,  o  di  m» 

se  ecc.  (t.  p.  398),  anzichà  di  nutro,  vouse  ecc. 


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§  4.  Ladino  e  Veneto-  C.  S.  Atti  di  Lido  Maggiore  (Ì312-Ì3).  471 
mettaffor  Uttno  l-autro  5^  si  te  menava  deli  remi  &  de  forche  Z-uno 
l-<lutro  6",  l~un  l~autro  3*6",  A  autra  no  ghe  fo  13»,  &  awfro  ti3  sa  21*, 
uender  ne  donar  o-partir  o  autro  22",  e-no  domàdo  autro  27",  no  an- 
tro 26*;  &  auter  nZ  so  SS",  ne  attter  n3  so  27*;  ma  autra  1",  vna 
(arcAa  dal-aulra  4",  I-una  jiart  al-autra  8*;  ali  aufW  14",  cu  autri 
omini  20",  ci*  autri  boni  homÌv[i]  22»,  coli  autri  ib. ,  cm  aufrì  fanti  27"; 
aufre  barche  6",  ale  aufre  j>{er}sone  14",  aufre  cowse  20*  21";  -  ^a- 
sf  au(io;-  &  guado  eli  fo  ala  vouta  del  canal  8";  e-me  descoucaua  p. 
nar  a  dormir  (*dÌBColzaTa,  'descoU  -  acalso,  cfr.  p.  e.  pag.  329  a  346 , 
num.  Ili),  io  mi  spogliava  per  andare  a  dormire,  27";  no-li  la-uouM 
dar  non  gliela  volle  (volse)  dare  1",  no  mei  uouse  dar  12",  e-uott- 
«e  17",  eco. ,  el  no  mei  uoua  dar  12",  el  no-»en  uout  partir  28»,  [el 
leua  Io-rem  e~uos-me  dar  go  p.  la  testa  3*] ,  &  uouso~me  tor  lo  pan 
de  ma  14",  e-uousi  volli  (volsi)  17",  [nuuosi  non  volli  ib.].  Ai  quali 
esempj  non  tardiamo  ad  aggiangerne  degli  altri,  considerando  aloani 
nomi  proprj  ch«  ci  manterranno  a  breve  distanza  da  Lido  Maggiore  *, 


*  Qui  BÌ  abbia  aooora,  dagli  Atti  di  Lido  Maggiore,  una  breve  rac- 
colta di  voci  che  giovino  per  qualche  altro  conto  al  nostro  stadio.  Di 
petto  (e-^e-It  p.  Io  peito  de  la-mà,  e  diede-gli  della  mano  per  lo  pet- 
to, 3";  aib[er]taffo  aueua  d'una  oana  &  de~me  -ij-  (iade  en-lo  peito  10*) 
fu  già  toccato  di  sopra,  p,  457.-  Appare  ou  qual  continaatore  di  aii, 
primamente  in  pouco  28",  da  t.  poulo  de  uenet.  21»  22»;  inoltre  in 
pousapouse  {pousa  varda  que  tu  face  [faj^],  fermati  guarda  ohe  cosa 
ta  faccia,  27»;  pouse  cùpare  3*,  che  non  so  se  tenere  per  sec.  pers.  pi. 

0  sing.),  coìue  cose  3»  21»,  due  esempj  che  non  potrebbero  ammet- 
tere, senza  molto  stento,  una  dichiarazione  diversa  (pois.  pous.  eoo.). 

1  casi  di  ou  da  au  in  Fra  Paolino,  avrebbero  particolar  conferma 
da  questi  degli  Atti  (cfr.  Muss.  o.  e.  141-2).  L'au  di  contro  all'ant. 
AU  è  in  ai*dij  audii  1»  1*  19»  27*,  el  audt  20";  cui  uniremo  ffautada 
gotata  1"  1*,  allato  a  goutada  1*  e  golt.  (-j  goltada  &  -j  pugnada;  cfr. 
p.  49)  16*.-  Indi:  lo-me  pes  il  mio  pesce  18",  lo  mariner  me  5*,  colo 
me  col  mio  (el  leua  lo  rem...  &  heentiuai  colo  me)  3*,  cfr.  piti  sotto: 
cu  de  {de  te  dia);-  o  ove  (no-so  0  12",  la  o  era  27»  27*,  cfr.  Mua- 
SAF.  Fra  Paol.  149;  e  nel  Oiurara.  :  o  altro,  la  o-me  parerà,  o  altrove, 
]&  ove  mi  parrà);-  uoida  vuotò  21",  cfr.  e-uuda-'l  fora  22";  -  sabada 
sabato  20^  SI*;-  e-dis  che  no  era  uera  ne  no  podeua  eser  el  dis  che 
n  era  uera  1",  e-uera  è  egli  vero?  3*,  cfr.  voluntera  20",  che  è  pur  di 
Paolino  (eod.vsDez.;  volentiera,  non  estraneo  pure  al  less.  ital.);- 
tronai-e  en  dre  tornai  io  in  dietro  6»,  dre  cena  dopo  cena  21»,  ecc. 
(Qiuram.:  dredo  ditnar;  Fra  Paol.  ugualmente  dredo,  frott.:  driedo. 


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47S  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

Questo  insigne  carattere  ladino,  che  oggi  manca  al  Friuli 
vero  a  proprio,  ritorna  anche  all'opposta  spiaggia  del  golfo, 
nella  varietà  friulana  di  Trieste  (g  5,  append.  all' A);  e  anche 
ivi  ritorna  con  piena  costanza  (cosi  come  sarebbe,  all' infuori 
della  nostra  zona,  senza  uscire  dall'Italia,  nel  piemontese,  nel 
napoletano,  nel  siciliano),  e  non  già  sporadico,  siccome  si  può 
0  si  potè  avere  dappertutto  (cfr.  Dibz  1'  207).  Ora  affatto  ripu- 
gnando l'imaginar^  che  il  fenomeno,  cosi  radicato  nell'antico 
Lido  Maggiore  e  nella  vecchia  Trieste,  rimanesse  circoscritto 
a  questi  soli  due  punti  del  golfo  veneto,  noi  saremo  spinti  a 
ricercarne  le  vestigia  negli  antichi  strati  glottologici  delle  terre 
attigua,  E  sul  suolo  veneziano  l' indagine  promette  ormai  di 


ondo  sì  dichiara  per  t'«>  té  V  odierno  drio,  cfr.  tivio  ecc.  p.  393  n. ,  e 
meglio  ancora:  riia  =  rw^d]a  p.  454  d.);-  siitar.  Fra  Paol.:  sitare, 
Bagittare  6";-  trej  tre  12"  ecc.;-  verguma,  cfr.  Mass.  reDd.  iLvi 
233,  e  il  §  5,  n.  105;-  an  ancbe,  come  in  Fra  Paol.  e  nel  Vannozzo, 
ma  nessuna  fonte  darà  per  avventura  questa  forma  dinanzi  a  vocale.- 
Per  la  reaisteaza  della  dentale  è  buon  esempio  a-ladi  {&  veu  aladi 
dela  mia  barcba  18",  cfr.  3^;  &  -j  cortei  atadi  2&>),  allato,  al  fianco. 
Nell'ordine  lessigraflco  già  accennammo  alle  composizioni  con  'gutu' 
(p.  410)  :  non  abiado  ejo  nigata  en  ma  non  avendo  io  nulla  in  maoo  37*, 
cai  deve  aggiungersi:  domàda  se-I  fé  nigo  (nigtf)  a-tut  dii  no,  'do- 
manda: sa  egli  fece  nulla  a  lai,  dice:  no'  5*.  E  ancora  ai  abbia:  -j 
(una)  doma  p.  tèpo  una  mattina  ecc.  1',  cfr.  Fra  Paol.  :  nt  he  Uve  da 
doman.-  Circa  le  forme,  noteremo  per  l'd  della  seconda  plnr.  del- 
l'ìmperat.  di  prima  conjugaz.,  oltre  il  dat-me  già  di  sopra  addotto: 
tra-ue  en  dre  traetevi  in  dietro  27*,  anda-ne  de  casa  andate[TO^Be 
di  (questa)  casa  13";  anda  cu  de  che  se  uu  li-spepa,  andato  con  Dio, 
ohe  se  voi  il  spezzate...  28",  nel  qual  passo  aggiungerebbeai  aacba 
una  sec.  plur.  dal  pres.  indie,  di  1.'  conjug.  parimenti  in  d,  che  non 
dovrà  però  esserne  l'unico  tipo  (vi*  me  la  tome).  Notevole  ancon 
la  prima  siag.  del  fat.,  in  -di:  c-tu  me  da  le  arme  o  e  te  mewxraj 
doli  cusejerj,  prevalendo  perO  il  tipo.ìtal.  e  venez.  mod.;  ferin'i^-, 
no  darò  2^.  Fra  Paolino  non  offre  all'  incontro  se  non  il  tipo  dal  pri- 
mo esemplare  (che  è  tipo  comune  al  friul. ,  a  dial.  veneti  della  terra 
ferma,  eco.),  ma  nella  normala  contrazione  e^^'ai:  io  dire  8, 18,  mtt- 
terèS6,  come  ha  pure  il  semplice  è  =  *ai  ho,  cfr.  p.  464  n.  Si  oscilU 
fra  -di  ed  -é  nel  Qiuram.:  eo  laserai,  eo  ordenere,  e  se  auere,  lo 
più  tosto  ch-eo  pore  potrft. 


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§  4.  Ladino  e  Veneto.  C.  2.  Atti  di  Lido  Maggiore,  ecc.  473 

prosperare.  Cosi  nel  Liber  Comunis  [Plegiorum;  cfr.  Atti  del- 
l'Istituto Veneto,  XV  1597),  pag.  35,  ali" anno  1224,  si  legge: 
da-riauto,  e  insieme:  da-riallo,  quasi  la  pronunzia  vernacola 
in  contrasto  colla  letterata;  e  nel  libro  medesimo,  pag.  64,  al- 
Tanno  1223:  Petrits  beli  de  sanato  bando,  cioè  di  S.  [Ujbaldo 
(cfr.  pag.  460).  Bevo  il  secondo  esempio,  e  la  verificazione  del 
primo,  all'egregia  amicizia  del  Gecchbtt[,  ma  non  gli  debbo 
questo  solo,  pure  per  questo  solo  capo.  Poiché  essendosi  egli 
compiaciuto  di  lasciarmi  esaminare  una  sua  preziosissima  rac- 
colta, ancora  inedita,  di  nomi  proprj  ricavati  da  documenti 
deirfetuario  veneziano,  io  potei  rinvenirvene  parecchi,  i  quali 
attestano  il  carattere  di  cui  parliamo.  La  maggior  parte  dei 
quali  ci  riporterà  meramente  a  Torcello,  che  non  dista  gran 
fatto  da  Lido  Maggiore;  ma  non  tutti,  ed  ecco  la  messe: 
I.  1166,  Torcello  (Arch.  del  coqt.  di  S.  Uaria  dagli  Angeli  in  Morano):  d* 
sUpkano  davto  ...de  matheo  davto  ...  de  michaele  dauto;  1175,  Tor- 
calto  (ivi);  jacobus  daulo  dt  litort  bovii;  1199.  Torcello  (ivi):  (170  kara- 
caiMO  daulo  (firmato);  1206,  Rialto  (ìtì):  guidata  dautù;  —  1179,  Tor- 
cello {iti):  jacobo  dallo;  ego  itefamu  dallo  de  ìitoró  tnaiore.  II.  1148, 
Torcello  (ivi):  gracianus  ^iravdo;  1178,  Rialto:  graeianus  giraldo  d» 
littore  boTiansa.  III.  1 176,  Torcello  (Arch.  Proc,  di  S.  Marco):  ego  johan- 
nei  rambaudo  (firmato);  1206,  Rialto  {Arch.  S.  Maria  degli  Ang,);  jaco- 
mina  timor  johannit  rambaldo.  IV.  1085,  Rialto  (Arch.  del  coqt.  di 
S.  Zaccaria  in  Veneiia):  dominicus  agaudariua  (firmato);  1 123,  Rialto  (ivi, 
pergamene  estere):  ego  valtntintts  acaldario  fideiamor  (sic),  firmato,  e  nel 
tasto:  noi  quidem  t>a/cn(ìnwt  sgaldariut  de  eonjinio  saneti  leoni»  pape. 

Cosi  può  avvenire  che  nell'antico  estuario  veneziano  ci  oc- 
corra, per  una  medesima  voce,  il  doppio  esito  della  figura  che 
teoricamente  scriveremmo  'àult  ecc.:  rialto  '-àullo  -auto  -olio 
(pag.  473,  460);  (ujbaldo  'bàuldo  baudo  baldo  (ib.);  gastaldo 
'■siàuldo  -slaudo  -sloldo  (pag.  471,  460).  Né  finalmente  sì  deve 
tacere,  che  baudór  baldore,  e  àutro  (com'un  amigo  a  l'autro) , 
esempj  cbe  occorrono  nei  saggi  poetici  di  cui  toccammo  a  p.  456  n. , 
ora  appajono  in  nuova  luce,  si  cbe  più  non  si  possano  facil- 
mente imputare  d'impronta  francese*. 

'  Mi  acrlTe  on  venerando  collega,  il  Nabdo  (t.  p.  416),  ch'egli  ricorda  aver 
MDtito,  piii  d'una  volta,  molti  anni  or  sono:  autro  che,  tvtlo  autro,  dalle  donne 
e  da  qualche  ortolano  di  Ctiioggia,  e  pur  da  rnEtici  padovani;  ed  ugualmente: 
"wun  per  'alcuno',  dove  siamo  alla  formola  al+gutt.,  e  fuori  di  accento. 


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Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 


g  5.  Territor]  friulani. 

Pib  ampia,  e  popolosa  molto  pib  che  non  aia  la  sezione  d'ooci- 
deQte  o  la  centrale,  resta  la  seiiona  orientale  della  zona  ladina, 
ohe  è  dei  territorj  friulani;  e  io  mi  vi  accosto  col  sentimento  di 
chi  rivede,  dopo  lunga  assenza,  la  patria.  U  Friuli  naturale  (come 
lo  Boglioo  diro,  per  distinguerlo  daìì' amministrativn,  che  è  la  pro- 
vincia d'Udine),  conterminato  a  settentrione  dalle  Alpi  Caniicbe 
e  a  mezzogiorno  dall' Adriatico,  ha  per  limiti  di  ponente  l'orlo 
orientale  dell'alto  bacino  del  Piave  e  la  Livenza,  e  proteade  a 
levante  il  suo  confine  nel  versante  orientale  del  bacino  dell' Isonzo. 
Detratti  quanti  rimangono  di  lingua  slava  a  oriente,  i  pochi  Tede- 
schi al  nord,  e  i  non  pochi  di  lingua  veneta  nella  regione  litto- 
rana  s  pur  nel  bacino  dell'alta  Livenza,  ancora  sono,  in  qneaU 
distesa  di  terra,  non  meno  di  450,000  abitatori,  la  eni  favella 
materna  à  l'idioma  friulano  *.  Ma  era  friulana  anche  Trieste;  ed 
è  recente  la  vittoria  che  il  veneto  vi  ha  riportato  sul  ladino,  uè 
ancora  è  spento  il  parlar  friulano  nella  vicina  Uuggia.  La  storia  e 
l'estensione  delie  propaggini  friulane  sa;  lidi  orientali  dell'Adria- 
tico, sarft  un  bel  soggetto  di  studj  avvenire  (cfr.  g  4, 5.)*,  nel  quale 
andrà  involta  anche  la  storia  del  veneto  e  dello  slavo,  che  s'in- 
terpongono fra  l'Isonzo  e  Trieste.  i 


'  Il  numero  di  450,000  pnO  parerà  ecarso,  il  Valcbsi  &cendo  ammoD- 
tare,  lin  dal  1^3,  a  olire  500,000  i  friulani  veri  e  propij  (Ri^iporto 
della  Camera  di  commercio  ecc.,  Udine  1853,  p.  25),  a  il  PinoHit  uido- 
veraado  494,000  abitanti  che  partono  il  pretto  idioma  friulano  (vocsb., 
pag.  569).  La  principul  ragione  del  diverso  risultato,  deva  atara  nel  com- 
puto di  ciò  che  il  friulano  ha  perduto,  o  non  ha  avuto  mai,  perchè  ornai 
«petti,  0  aia  tempra  «pettate,  al  veneto.  Il  limite  al  quale  il  pretto  fria- 
lano  si  Tede  arrivare,  nella  mia  Carta,  al  basso  Collina  (Zelline)  e  tra 
il  Meduoa  e  il  Tagliamento  *,  é  conforme  alle  indicazioni  dello  Czdzr- 
mo  (1,1,64,  dell' 0.  e  a  p.  317  n.),  e  eoa)  ho  seguito  le  sue  preziose  iadi- 
cazioui  per  tutto  quanto  concerne  il  confine  orientala  (ib.  54,64).  K«l 
distretto  o  mandamento  dì  Pordenone,  il  friulano  si  raroA;  e  qnello  di 
Sacile,  in  cui  il  veneto,  secondo  lo  steaio  Cioarnig  (ib.  63),  à  afialto  pr»- 
Tslentti,  appar  veneto  addirittura  nella  mia  Carta,  come  vi  appar  veaelo 
il  territorio  di  Monfalcone  e  di  Grado,  e  veneto  ancora,  d'accordo  coÌ- 
r  etnografo  taatd  lodato,  il  distretto  di  Portogmaro- 

>icliw  lUs  ànm 


jvGooi^lc 


§  5.  Territoij  Aiolani:  Eeordio.  475 

La  piti  Buperficiala  osservazione  basta  a  persuaderci,  che  il 
frialauo  appartenga  al  sistema  dei  linguaggi  ladini  *  ;  la  quale 
attenenza  viene  per  noi  a  determinarsi,  in  questo  luogo,  coli' av- 
vertire primamente,  come  ne!  Frinii  ai  continuino,  dalla  sazìon 
centrale  della  zona,  i  sei  caratteri  che  vanno  primi  nella  serie 
da  noi  esposta  a  pag.  337  («— C)>  6  formano,  data  la  frequenza 
dei  due  dittonghi  in  essi  compresi  (S,  i),  il  complesso  piti  spe- 
cifico del  patrimonio  dei  Ladini.  Un  altro  e  cospicuo  carattere 
ladino  (t)  si  aggiunge,  come  fra  poco  vediamo,  in  una  special 
varietà  friulana.  Altri  tre  (|i,  v,  l)  ne  ricorrono  in  altre  varietà; 
e  se  BoD  appare  accertata,  od  anzi  appare  affatto  improbahile, 
una  diretta  continuità  isterica  fra  questi  tre  fenomeni  friulani  e 
i  fenomeni  coincidenti  delle  altre  favelle  della  zona,  l'importanza 
del  fatto  ben  si  strema  per  ciò,  ma  non  si  annulla.  Le  coin- 
cidenze che  ritroveremo  In  ordine  al  carattere  segnato  per  t|, 
sono  illaaorie  per  s6  medesime,  od  almeno  piti  non  permettono, 
come  ancora  nelle  piti  vicine  varietà  delta  sezione  centrale  le  coin- 
cidenze analoghe  pur  consentivano,  alcuna  affermazione  per  poco 
HÌcura.  Ma,  all'incontro,  l'ampio  sviluppo  di  dittonghi  su-iori 
ed  improprj  che  il  friulano  tra  poco  ci  mostra,  riannoda  stretta- 
mente questo  linguaggio  col  ladino  d'occidente,  si  per  la  spinta 
originale  che  se  ne  manifesta,  e  si  per  la  determinazione  dei  sin- 
goli effetti  ch'essa  promuove.  Del  fenomeno,  che  distinguemmo 
per  1,  c'è  qualche  perspicua  traccia  friulana  (n.  232*);  e  molto 
di  pib  si  cela  per  avventura  sotto  l'ortografia  di  -m  per  -n,  che 
una  varietà  friulana  ci  offre  al  n,  144  (cfr.  in  ispecie  il  h  istrioto 
a  p.  438).  y  ha  poi  un'  assoluta  concordanza  tra  il  friulano  e  il 
ripartimento  orientale  della  sezione  di  mezzo,  rispetto  all'esito 
del  ~m  (nnm.  164;  cfr.  p.  360,  380,  ecc.).  All'indole  ladina  spetta 
ancora  decisamente,  come  decisamente  si  scosta  dalla  veneziana , 
la  propensione  di  ridurre  l'-o-  Atono  ad  u  (n.  85).  K  gli  esiti  carat- 
teristici che  delle  àtone  anali  il  Friuli  ci  mostra  (nnm.  71-2,  76, 
87-8),  sono  essi  pure  affatto  estranei  alla  favella  di  Veneiia,  ed 
ebbero  all'incontro  i  loro  prodromi  nella  sezione  di  mezzo,  sp»- 
cialmente^nel  Comelico  {§  3,  X).  Pur  nel  ridurre  a  r  il  j»  o  6  lat., 
s'inoltra  il  friulano,  del  pari  che  il  ladino  occidentale,  piu  che  il 
veneziano  non  faccia;  ed  è  finalmente  consentaneo  at  gusto  ladino 
Io  spesseggiarvi  di  ^  e  'e  da  àj  e  tj  (nnm.  105, 107).  Lo  ct,  ove  si 
prescinda  dall'esemplare  già  di  sopra  considerato  (pag.  457),  sem- 


*  II  primo  scrittore  ehs  toccuM  deUa  prossima  afBnità  del  'friulano 
col  ladino  de'Origioni,  d,  per  qu&nto  io  sappia,  il  Carli  (Àrtt.  ttal.,  Mi- 
lano, 1788-91,  t  IV,  p.  108).  Di  piti,  al  C.  VI. 


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'8  Ascoli,  Saggi  Udini,  I. 

pre  si  rìaolve  bella  semplice  assimilazione  (cfr.  ib.  e  pag.  318^ 
Donde  passiamo  ai  due  importanti  fatti  fonologici,  per  cui  il  fric-  : 
lano  si  distacca  dalle  altre  sezioni  ladine,  quasi  affacendosi  al 
veneziaao  e  a  tanti  altri  tipi  italici;  i  quali  sono:  1.'  il  mancarli 
affatto  le  vocali  turbate  {0,  fi),  che  tuo)  principalmente  dire,  il 
mancarvi  Vù^u  lat.  e  inaieme  quella  risoluzione  dell'ut  (fié)  di 
fase  anteriore,  cbe  ancora  in  parte  del  comeiicano  si  determina 
in  0  {ce,  p.  384-5);—  2.^  il  non  avervisi  alcuna  decisa  teodenta  a 
sopprimer  la  vocale  della  penultima  sillaba  dell'antico  sdmcciolo, 
tendenza  comune  al  ladino  delle  altre  regioni  e  a  gran  parte  del 
veneto  di  terraferma;  dal  che  si  spiega,  tra  l'altre,  il  mancar 
del  num.  147  {-^[djr-)  nello  spoglio  del  friulano  (cfr.  num.  155,  e 
il  224,  e  V.  il  C.  II).  Propria  caratteristica,  per  la  quale  il  friu- 
lano ugualmente  ai  Stacca  e  dal  ladino  e  dal  veneto,  è  la  tenace 
conservazione  delle  dentali  (-t;  d  primario  e  secondario;  n.  1%-S, 
203-4,  cfr.  300)  <  ;  e  quasi  note  disUntive  vi  si  fanno  ancora:  la 
frequente  e  antica  riduzione  delle  formale  q[v]e  a[v]E  ecc.,  d)  cui 
ai  num.  179  e  187;  e  il  frequente  ridursi  di  oa  a  r  (n.  lOI).  Di  . 
d  o  p  non  vedo  menzione,  all' infuori  del  territorio  ^  da  noi 
toccato  al  §  3,  C. 

I  vincoli,  pei  quali  la  sezione  friulana  va  congiunta  col  resto 
della  zona  ladina,  sono  dunque  ben  forti,  ma  non  tanto  forti  e 
stretti,  quanto  son  quelli  cbe  uniscono  fra  di  loro  la  sezione  occi- 
dentale e  la  centrale.  In  queste,  e  tra  loro  piti  apecialmenle  Del- 
l'Engadina  e  nel  ripartimento  orientale  della  sezione  di  mezzo, 
è  il  ladino  vero  e  proprio,  con  quella  integrità  di  caratteri,  pei 
quali  si  stabilisce  la  continuità  immediata  fra  questo  sistema  di 
favelle  romanze  e  gli  altri,  pib  a  occidente,  a  cui  egli  metta  «po- 
li friulano  avrà,  nel  sistema  ladino,  una  indipendenza  non  guari 
diversa  da  quella  che  ha  il  catalano  nel  provenzale.  Ma  se  il 
friulano  cede  alle  varietà  grlgioni ,  in  ordine  alla  pienezza  delle 
proprietà  che  distinguono  la  catena  alpina,  interposta,  come  una 
difesa,  tra  la  favella  germanica  e  l'italiana;  egli  è  all'incontro 
rimasto  l'idioma  principe  dell'intiero  sistema,  per  l'ampia  e  libera 
espanaione  della  sua  vitalità  assai  robusta.  ' 

'  Manca  il  '(  del  participio  al  lerg  e  al  mngg.  (pianta  6,  «otjii  13; 
lanld  ecc.],  che  non  fa  raaraTÌg!ia;  ma  è  piuttosto  Dotsvols  che  >pp*J* 
mal  fermo  tra  l'alto  Cosa  e  l'Arziiia  (v.  p.  480),  stando  alla  parabola  ii 
Vito  d'Asìo  (PiRONi),  che  ha  tpindtid  ch'ai  t>é,  di  p«'6àd,  ekmàd  (eo- 
atruzioaa  asaolata),  allato  a  èssi  clamd,  era  pierdù  ecc.,  e  vi  mues  il  *' 
pur  nella  eec.  pi.  dell' imperat.:  porld,  mtitd.  Da  Clansetto,  stessa  npa^-- 
io  lum  ebbi  ae  non  participj  col  -t  idwmid,  vidùl). 


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§  5.  Territorj  friulani:  Esordio.  477 

Senonohè  la  co^niuone  di  qussto  idioma  cospicuo,  91  rese  dif- 
ficilo  o  tardò  a  giovare  agli  studiosi,  per  lo  scarso  zelo  con  cui  i 
Friulani  si  Ado|)erarono  a  diffonderla;  e  in  ispecie  le  notiiie  atti- 
senti  alle  varietà,  piti  o  meno  spiccate,  che  vi  si  distioguono, 
devono  ancora  riuscire,  in  queste  stesse  pagine,  ma  noa  per  mia 
colpa,  troppo  pib  scarse  di  ciò  che  si  addirebbe,  nell'odierno 
fervore  per  simili  st>idj,  alla  favella  di  un  mezzo  milione  d'  Eu- 
ropei, e  dei  piti  svegli  che  si  possano  trovare.  Por  gli  eletti  saggi 
letterarj,  che  il  Friuli  vanta,  rimasero  pressoché  ignoti  ai  lon- 
tani; e  basti  qui  dire,  che  il  friulano  dovette  andarsene  intera- 
mente negletto  nei  capo-lavori  del  Diez.  In  qualche  altra  dotta 
scrittura  tedesca,  è  passato  un  po'  di  friulano  da  un  mio  scrit- 
tarello  infantile,  che  mi  ripugna  citare;  e  ne  passarono  anche 
altrove,  e  pure  insieme  cogli  errori,  le  comparazioai  col  rume- 
no (cfr.  C.  II).  In  Lombardia,  il  Cherdbini  ed  il  CaTTANEO  si  fer- 
marono con  predilezione  a  questo  dialetto,  e  in  ispecie  il  prìmo^ 
che  Ben  era  pur  formato  un  vocabolario  abbastanza  copioso  *. 
Ma  il  primo  studio,  sano  e  sobrio,  che  intorno  al  friulano' ve- 
desse la  luce,  è  del  Gortani  {Del  dialetto  frivlano,  di  Q.  Q. ,  nel 
Borghini  del  Fanfani,  I,  580-90,  Firenze,  1863);  al  quale  egregio 
uomo,  io  poi  vo  debitore  di  aliri  e  preziosi  sussidj,  come  pib 
iqnanzi  si  dice.  Il  Leiobt,  già  di  sopra  lodato  (p.  344),  ba  inoltre 
le  seguenti  scritture:  Prima  e  leconda  centuria  di  canti pnpolari 
friulani,  con  prelexioni,  Venezia,  1867;-  Terxa  centuria  di  canti 
popolari  friulani;  saggi  di  dialetto;  nuovi  sludi,  Venezia,  stesso 
anno;  delle  quali  a  noi  giova  in  ispecie  la  seconda,  per  la  molto 
opportuna  raccolta  dì  saggi  frìuliini,  sparsamente  prima  editi  e  an- 
che inediti,  dei  secoli  XIY,  XV  e  XYII  ;  e  anzi  ne  provengono  tutti 
gli  esempj  datati  che  noi  addurremo.  Ultimo  viene,  in  ordine  al 
tempo  della  sua  pubblicazione,  ma  è  un  libro  insigne,  tal  che 
lava,  per  molta  parte,  le  vecchie  taccia  dell'incuria  paesana,  il 
Vocabolario  friulano  di  Jacopo  Pirona,  uno  dei  migliori  lessici, 
e  per  qualche  parte  il  migliore,  che  vanti  in  sino  ad  ora  la  dia- 
lettologia italiana  ^.  Già  ne  profittarono  molti  scrittori  paesani 
ed  esteri,  e  va  segnalato,  fra  i  secondi,  lo  Schhbllsr  (v.  p.  319). 


*  Bìb).  Ambros-,  E.  S.  I,  1-3;  cfr.  il  sesto  Capo  di  questi  Saggi,  dove 
anche  sono  pib  altre  notizie  bibliografiche  B))attaDti  al  friulano. 

*  Vocabolario  friulano  dell'abate  Jacopo  Piroha,  pubblicalo  per  cura 
dtl  dott  Giulio  Andrea  Piroka,  Venezia,  1871.  Ginlio  Andrea  non  ha 
peto  soltanto  pubblicala  l'opera  dallo  zio,  ma  egli  ha  ancora  assai  pode- 
rosamente giovato  alla  sua  formazione. 


• 


jvGooi^lc 


78  Ascoli,  Saggi  ladini,  t. 

Ma  il  Pìrona,  mente  squisita  del  resto,  si  era  Btranamente  os^- 
nato  a  doo  concedere  sufficiente  attenzione  alle  varietà  regionali 
della  parola  friulana;  la  quali  son  pare  di  molto  momento,  h 
■specie  per  il  Tocalismo,  e  per  la  storia  o  la  produsione  di  pi!i 
consonanti  palatino  e  linguali  (d,  g,  ì).  Il  Vocabolario  dovette 
risentirsi  di  questa  sna  ripu^rnanza  singolare;  e  le  varietà  regio- 
nali non  ne  andarono  già  escluse,  ma  vi  compajono  con  incerti 
misura  e  senza  alcuna  specie  di  scernimento,  tranne  (e  non  sem- 
pre) quello  di  andar  disgiunte  dal  tipo  che  vi  sta  per  classico,  ed 
è  generalmente  l'udinese.  Cosi,  a  oagion  d'esempio,  vi  abbiamo  a 
p.  319:  pus,  pò»,  puesi,  pitédii,  pòdi»,  póus,  non  d'altro  accom- 
pagnati che  dalla  indicatioDe  del  comune  valore,  che  ò  'puoi';  e 
a  p.  huiije,  Ue,jéi,  senz' altra  notizia  ae  non  che  tutti  e  tre  val- 
gano 'lei'  (nominat.),  oppure:  va',  vtìu,  vùo,  vns,  voi  (nominai). 
La  sete  di  coloro  ctie  esplorano  scientificamente  queste  materie, 
lungi  dall'andare  appagata,  dovette  cosi  farai,  come  ognun  vede, 
piti  che  mai  tormentosa;  e  urgeva  che  si  portasse  qualche  riparo, 
massime  in  ordine  al  vocalismo. 

A  quest'uopo  io  procedetti  nel  modo  che  ora  dico.  La  pane 
principale,  o  come  a  dire  il  testo  de'miei  spogli  fonologici,  dod 
contiene,  di  regola,  se  non  voci  che  spettano  alla  varietà  fonda- 
mentale del  Pirona,  cioè  al  tipo  udinese*.  Quanto  d'utile  io 
potei  raccogliere  da  altre  varietà,  venni  aggiungendo  separata- 
mente; e  per  le  vocali,  in  ispecie,  formai  delle  appendici,  nelle 


<  E  Bono  tempre,  al  pari  di  qnelle  che  si  trovano,  senza  ulteriore  indi- 
cazione, nelle  'Appendici',  voci  che  ricorrono  nel  Vocabolario  pironiuo, 
tranne  alcune  poche,  la  cui  provenienza  é  indicata  per  Coix.  (=  BnnM 
Colloredo,  Poeiie  acÉltt,  2  voi.,  Udine,  1828),  o  per  ZoB.  (=  Pietro  Zo- 
nitti;  e  delle  due  cifre  che  seguono,  una  cita  l'anno,  l'altra  la  pagina, 
de' Buoi  squÌBiti  almanacchi).  —  Ma  il  tipo,  che  diciamo  udinese,  qDinU 
parte  occupa  della  regione  Mulana?  Dalle  versioni  della  Parabola,  di  cai 
si  é  andcchito  il  Vocabolario  del  Pìrona,  appare  che  gli  epettieo,  tip- 
porgiti,  anche  S.  Daniele  e  Trieeaimo.  Pur  Ciridale  e  Palmanoota,  per 
quanto  io  me  ne  posso  ricordare,  non  devono  scostarsene  gran  latto,  n 
Chgbubini,  ìq  un  suo  tentativo  embrionale  di  corografia  friulana,  Uscio 
scrìtto  (Bibl.  Ambr.,  E.  S.  IH,  I):  'Udine,  con  tutta  quella  piaonra  ebe 
'interclusa  fra  il  Tsgliamento  e  il  NatÌBon  dicbina  al  mare,  e  colle  prime 
'falde  montane  a  nord,  favella  qnel  friulano  che  io  chiamo  gvutncù  a 
'centrai»,  ed  è  atipite  da  cni  dipendano  gli  altri  snddialetti  del  Frinii- 
'Benché  l'atticismo  di  questo  vernacolo  si  riconosca  specialmente  nelle 
'terre  di  S.  Daniele,  di  Pera,  di  Mela  ecc.  alla  radice  de' monti  *ano 
'nord,  esao  però  é  parlato  assai  "pretto  anche  in  Udine  a  nei  dintonu, 
'fin  verso  Cividale  e  l'Isonxo.' 


[J,q,t,7CdbyG00»^lc 


§  5.  Terrìtoij  friulani:  Esordio.  479 

qoali  le  varietà  ai  raggruppano ,  secondo  i  diversi  sviluppi  dei 
dittonghi  accessorj,  di  cai  verremo  a  ragionare  in  questo  stasso  ' 
esordio-,  a  ciascuna  delle  quali  serie  foneticbe,  topologicamente 
così  accertata,  feci  seguire,  preceduti  dalla  sigla  Pir.,  gli  esempj 
che  tra  le  varianti  accolte  dal  Pirona  con  essa  concordano.' Cosi 
ne  usciva,  non  già  un  lavoro  o  pure  un  abbozzo  compiato,  ma 
un  inventario  regolato,  e  come  un  sistema  di  additameati  per 
la  futura  topografia  fonetica  del  Friuli.  Le  varietà  friulane,  delle 
quali,  oltre  il  tipo  udinese,  io  ho  potuto  aver  saggi,  pita  o  meno 
limitati,  si  hanno  poi  nel  seguente  elenco,  insieme  coli' indicazione 
de' miei  fonti,  le  sigle  per  cui  le  cito,  e  qualche  nota  sulle  loro 
caratteristiche  speciali. 

A.  Lido  adriatico  orientale,-  1.  Dialetto  friulano  di  Trie- 
ste, ora  spento,  che  dico  tergestino  (terg.),  per  distinguerlo  dal 
trieìtino,  che  oggi  è  l'appellativo  del  vernacolo  veneto  di  quella 
città.  Unica,  ma  non  iscarsa  fonte  tergeatina:  Dialoghi  piacevoli 
in  dialetto  vernacolo  triestino,  colla  vertione  italiana,  di  D.  6iu- 
seppe  Mainati,  Trieste,  1828.  I  numeri  che  accompagnano  gli 
esempj,  rimandano  alle  pagine  di  quella  scrittura.  2.  Dialetto 
friulano  di  Muggia.  ormai  sullo  spegnersi  <.  I  saggi  che  io  ne  ho, 
si  debbono  alla  gentile  pazienza  dell' ingegn.  Vallon,  nobile  figlio 
di  quella  terra.  Entrambe  le  varietà  hanno  già  molto  sofferto, 
nella  fase  in  cui  le  vediamo,  i  caratteri  friulani  o  ladini  turban- 
dosi o  sperdendosi  variamente,  in  ispecìe  per  gl'influssi  veneti. 
Di  ciò  si  hanno  prove  singolari  al  num.  137;  e  un  esemplare  ter- 
gegtino,  che  rappresenta  al  vivo  la  mistione,  è  miezo~di  17,  con 
l'i'e  friulano,  e  l'-o  alla  veneziana.  Differenze  organiche  fra  ter- 
gestino  e  muggiese,  risultano  ai  num.  28  li  in  n.,  nell'appendice 
air  0,  e  forse  anche  dai  num.  144  154  in  n.  Ma  entrambi  sono  in 
iapecie  preziosi  per  la  pih  antica  fase  che  serbano  nella  posi- 
zione nasale  dell'é  (il  terg.  pure  in  quella  dell' cf),  e  anghe  ai 
num.  114-23;  e  il  tergestino  va  poi  cospicuo  pel  suo  aut  ecc. 
•-  ALT  eco.  (n.  10),  di  cui  già  toccammo  a  pag.  472. 

B.  Dall'alto  bacino  della  Livenza  al  batso  Mednaa.- 
1.  Dialetto  di  Pordenone  (pord.),  che  mi  à  rappresentato  da  un 
vecchio  componimento  poetico  di  Giorgio  Couini  (1754).  Sono 
28  ottave,  ai  numeri  delle  quali  la  mia  citazione  si  riferisce;  e 


*  Sul  principio  del  IS70,  lo  schiatto  maggiese,  cioA  il  friulano  di  Mag- 
gia, più  non  bì  porlave  se  non  in  due  o  tre  fomiglie,  e  dai  soli  vecchi, 
quando  conversavano  tra  loro. 


;vGoo»^lc 


ÌO  Ascoli,  Saggi  ladini,  1. 

io  ne  trassi  oopia  da  una  copia  moderna,  ma  ben  fatta,  che  era 
tra  le  carte  del  Pirona.  2.  Dialetto  di  Avìano  (ar.),  di  cui  i 
un  bravissimo  saggio  nella  carte  del  CherQbini  [E.  S.  Ili,  25).  — 
Questa  varietà  vanao  singolari  per  la  forma  dal  dittongo  orga- 
nico dell'o,  che  è  Vito  delle  coatermiai  regioai  yenelA  e  veueto- 
ladina  (cfr.  pag.  396  e  417). 

C  Sorgenti  del  Cellina  e  del  Tagliamento.  Qui  cadFeb- 
bero  le  varietà  di  Glaut  e  di  Fornì  di  sopra,  delle  quali  si 
è  toccato  a  p.  390,  e  tì  si  potrebbe  rannodare  quel  di  friulano  < 
che  è  nel  bacia»  del  Tajont  (p.  388-90).  Ma  io  non  riesco  a  scct- 
ner  bene,  come  si  staccbino  quelle  due  varietà  (se  pur  se  ne  stac-  i 
cano  per  altro  che  non  sia  l'immissione  bellunese)  dal  ripartì-  | 
mento  occidentale  del  friulano  della  Gamia  (D),  alla  quale,  per    j 
ragion  di  territorio,  spetta  Forni  ad  ogni  modo.  I 

D.  Tra  l'alta  valle  del  Piave  e  la  v^lle  del  Fella.   { 
E.  Fra  l'alto  Cosa  e  l'Arzino.-  La  prima,  e  ben  maggiore,    I 
di  queste  due  regioni,  è  la  'Caraia',  la  quale  consta,  secondo  h    : 
precisa  indicazione  dal  Vulussi  {1.  e,  p.  30),  dei  quattro  distretti    . 
di  Paluzza,  Rìgotato,  Ampezzo  e  Tolmezzo.  Ma  al  sud  di  questa    i 
regione,  nel  gomito  che  fa  l' alto  Tagliamento,,  è  l'altra  minore,    j 
cbe  non  può,  nell'ordine  dialettologìco ,  andarne  disgiunta.  Per 
la  'Gamia',  prescindendo  da  Fonti  ài  sopra  (C),  ho  saggi  della    I 
varietà  che  seguono:  1.  Dialetto  del  Canal  di  S.  Cangiano*,  cìoi 
della  valle  della  Pesarìna  (pes.),  convatla  del  Degano.  Oltre 
la  parabola  presso  il  Pirona  (Pesariis),  un  elenco  di  voci  e  locu- 
zioni, procacciatomi  dal  Gortani  (Prato).     2.  Dialetto  del  Cano-k 
ài  Gorto,  valle  del  Degano;  dove  distinguo  gli  esempj  di  Rigo- 
lato  (rig.),  questi  pure  venutimi  per  la  molta  cortesia  del  Goa- 
TAMt,  da  quelli  di  Collina  (coli),  presi  alla  parabola  del  Pi-     i 
rona.      3.  Dialetto  del  Canale  di  S.  Pietro  (samp.),  o  Valle  del 
But,  i  cui  saggi  provengono  dalla  penna  dello  stesso  GoaTAHit     I 
che  ivi  risiede  (Arta).      4.  5.  Varietà  di  Lauco  (lane.)  a  Ver- 
zegnis  [verz.),  tra  il  Degano  e  il  But,  il  primo  alla  sinistra,  il 
secondo  all^destra  del  Tagliamento;  saggi  molto  scarsi,  raccolti 
da  ma  medesimo.       Finalmente,  per  l"alto  Cosa',  ho  un  lungo 
elenco  di  voci  della  varietà  di  Clauzetto  (clauz.),  che  mi  son  fatto 
dettare  dall'egregio  mio  amica,  l'avv.  Ant.  Baschisra,  nativo  di 
colà;  e  si  aggiunse,  pel  versante  dell"Ar£Ìno',  la  parabola  cha 


'  Cattale  (candì)  per  valle  nel  cui  fondo  «corrooo  le  acque,  é  notarale 
proprietà  del  Friuli;  cfr,  Pir,,  s.  ianal  e  p.  577. 


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g  5.  Toi-ritoij  friulani:  Gsordio.  481 

ha  il  Pirona  da  Vito  d'Asin.  Ora,  circa  la  'Caraia*,  tanto 
é  facile  sentir  dira  che  la  sua  favella  la  distingua  dal  reato  del 
Friuli,  quanto  è  difficile,  e  anzi  fu  per  me  impossibile,  il  trovar 
descritU,  pur  sommariamente,  i  caratteri  distintivi  della  lingua 
camiéUa  *.  E  io  qui  riasaumendo  il  poco  che  mi  fa  dato  osser- 
vare su  quel  poco  che  i  friulani  mi  hanno  lasciato  vedere,  fo 
notare  imprima,  che  nulla  ebhi  dal  Canale  di  Socchieve  (Ta- 
gliamento,  all'ovest  dello  sbocco  del  Decano),  e  nulla  da  quella 
d'incarojo,  cioè  dalla  valle  del  Cbiarso,  con  valle  del  But.  Ma 
da  ciò  che  io  posso  conoscere,  risulterebbe  cbe  la  sezione  orien- 
tale della  'Carnia',  cioè  la  sezione  cbe  à  all'est  della  valle  del 
Decano,  si  distingua  dall'occidentale,  per  mancare  in  quella  i  dit- 
tonghi improprj  {v.  appresso),  che  allignano  in  questa  e  sì  con- 
tinuano fra  l'alio  Cosa  e  l'Arzino.  A  tutta  la  Carnia  fa  comune 
il  Gortani  un  particolare  allungamento  dell'-a  nell'infinito  di  pri- 
ma conjugazione.  Ma  non  siamo  forse  limitati,  aè  a  quella  forma, 
né  a  quella  vocale.  Così:  pes.  sunda,  balda,  tortiaad,  puartaadf 
pe'éaad,  paari  padre,  soold,  ruuba  la  roba.  Comune  a  tutta  )a 
Carnia,  ma  forse  in  varia  misura,  para  ancora  il  fenomeno,  che 
si  può  descrivere,  in  modo  breve  e  cauto,  col  dirlo  di  e  nelle  veci 
di  i  (xs)  veneziano  (cfr.  p.  383).  Così:  pes.  'cdléa  calza,  fd  snà 
fai-  sozzo  (imbrattare);  rig.  aàdr  {ma  anche  nel  gruppo  udinese 
pare  dal  Pirona  che  si  abbia  aèdi  allato  ad  as^àl)  acciajo;  samp. 
nocóe  nozze,  creance  eoo.  Anche  il  e  nella  continuazione  di  ce  ci, 
e  lo  2  in  quella  di  oE  Oi  o  di  j,  saranno  entrambi  nella  Carnia; 
ma  non  mi  è  ancora  dato  di  parlarne  con  piena  sicurezza  3.  Da  - 
Lauco  sentii  cerca  (allato  a  fiera  »;  Vurzegnis;  perca];  e  non  è 
già  da  credere  che  il  e  aia  promosso  dal  'e  che  è  nella  sìllaba  sus- 
seguente. A  i  deve  accostarsi,  almeno  nel  Canale  dì_S.  Pietro,  lo 
z  di  xerm  germe,  oitsi  ungere,  lenar  geunajo,  ecc.,  che  il  Gor- 
tani descrive  come  'intermedio  fra  il  et  e  il  xi';  cfr.  pes.  molai  e 
rig.  mw>lói,  *miìlgere,  rig.  faédul  fogiuolo  {iffj).  Ad  ogni  modo; 
ho  sicure  le  serie  di  Clauzetto  (Alto  Cosa)  che  ora  seguono  :  ìierà 

'  Il  LeirsT  {Terta  eenf,,  67)  adduca  l'orazione  dominicale  dal  Librtt 
in  Ungh»  clùargiUe  di  L.  nA  Rivo  (Udine,  1773),  che  a  ma  non  fu  dato 
di  vedere. 

'  < . . .  il  direrso  modo  di  pronunziare  il  e  nel  dialetto  frlalano,  pud 
farlo  dividere  nella  zona  pianigiana,  dov'esso  d  in  molte  parole  Eibìlante 
e  nelle  due  regioni  marina  e  montana,  duve  si  pronunzia  in  forma  aapra 
e  del  tutto  diverga.'  Leicht,   Teria  cent.,  40. 

*  Circa  i  valori  di  p  e  e,  v.  l'annotazione  io  fine  di  questo  esordio. 

Archivio  glottol.  itti.,  I.  31 


;vGoo»^lc 


e  AmoIì,  Saggi  Udini,  I. 

'tì&Tt  terzo,  miéò  messo-,-  céil  cielo,  céne,  àmt,  céet  ciglU,  cint'U 
viétn,  gtdce;~  iodi  }  di  contro  a  ogni  i  venexiano:  miiie  mei» 
{miéìe  not);  cuzt'ns  cucina;  faìàul,  raxàn;  sàvi»;  imóU  a.  US, 
ttrénii,  ecc.;  finalmente  a:  nati  not,  nascere  nasce,  d^ii dieci.  Ma 
gli  stessi  fenomeai  palatini  e  palato-linguali,  pur  ai  raccolgono  da 
oltre  parti  del  Friuli  (F-ff).  Intanto  sì  veggano  ancora,  per  le 
Tarietà  camielle,  oltre  i  dittonghi  acoeasorj,  l'append.  all'O  in  f-, 
e  i  num.  71'2,  105, 107,  144,  sempre  in  nota. 

F.  Canale  del  ferro,  valle  del  Fella  {fell.);  e  pnre  il  sag- 
gio di  questo  dialetto  fattomi  avere  dal  Oortahi.  Qui  sì  conti- 
nuano i  fenomeni  dì  cui  testò  si  parlava:  buine-^dée,  cndinòt, 
ombraéà  {"  ombrizsón  Pia.)  ombellico;  bracaUtt;-  éarnéli  n.  118. 
camiétù  (t,  num.  75,n,);-  da-ónii  aggiogare.  La  differenza  tra  il 
ripartimonto  orientale  della  Camìa,  e  questa  attigna  regione, 
pare  essere  scarsa. 

Q,  Fra  il  Celli  Da  e  l'alto  M  ed  una.  Scarso  elenco  di  veci, 
che  bo  senUto  io  stesso  da  Navarens  (navar.)  e  da  Forma  io 
quel  di  Maniago  (man.).  Me  cito  in  questo  luogo,  comuni  ai  iae 
paesi:  cer'cà;-  ^i  (°  clauz.  it]  fful,  ire  ito;  guéiba  [dìes]  jovia. 
.  Dì  Tramonti,  alle  sorgenti  del  Meduna,  ebbi  qualche  saggio,  cu- 
rioso ma  incerto. 

H.  E  senza  perderci  ad  avvertire  altre  mìe  lacnne,  finiamo 
rientrando  in  quell'ampio  territorio  friulano  che  si  atende  all'est 
del  Tagliamento,  dal  confluente  del  Fella  in  sino  alla  foce.  Qui 
discemiamo  il  tipo  udinese,  di  cui  gi&  si  è  toccato;  e  il  tipogo* 
risiano,  non  guari  diverao,  circa  il  quale  si  possono  vedere  i 
numeri  28 II,  71-2,  e  S7-8,  in  nota.  Molte  altre  snddìa  ti  azioni' sono 
riservate  all'avvenire;  e  per  ora  non  si  son  potuti  aggiungere  saggi 
speciali  se  non  da  Talmassons  (talm.),  fra  Codroipo  e  Pol- 
raannova,  donde  raccolsi  io  medesimo  una  serie  di  voci  abbasUota 
copiosa.  Della  qual  varietà  vanno  intanto  qui  addotti  [cfr.D-8ì- 
viùóe  viuzza;  giace;-  àer'éà,  éent'ie,  dolé;~  giner,  in-téngi  tiogere, 
^àvin,  gitnà  digìasare  (maju  ecc.),  viàrgi  n.  99;-  plaié  plag. 

Rimane,  per  questo  esordio,  che  io  accenni  come  ho  ricoitrutto 
la  storia  dei  dittonghi  friulani,  che  era  la  parte  piti  attraente  e 
piti  difficile  dell'indagine  qui  iniziata.  E  dird  brevemente,  che  i 
dittonghi  friulani,  vale  a  dir  le  vocali  combinata  che  nel  friu- 
lano rispondono  a  vocali  scempie  latine,  vanno  distinti  in  tre  spe- 
cie, lo  quali  denomineremo:  1.  degli  organici;  2.  dei  seriori; 
3.  degli  improprj.^Qli  organici  sono  gli  antichissimi  dittonghi 


;vGoo»^lc 


g  5.  Territori  friulani:  Ewrdio.  483 

romanzi  i&Wé  e  dall' <),  e  ancora  dallV  e  dall'd  in  posizione,  ii 
lìngua  latina,  che  nella  loro  integra  forma  friulana  sono  té  ed  ' 
%té,  e  si  contraggono,  secondo  le  norme  che  a  sao  luogo  sodo  de- 
scritte, in  t  ed  lì  (num.  23  28,  53  56).  Ma  una  delle  precìpue  diffe- 
ronie,  per  cui  la  base  di  molto  varietà  friulane  si  distìngue  dal  tipo 
cba  pad  denominarsi,  per  brevità,  di  Udine  e  Ooritia,  sta  in  ciò, 
che  in  quella  scarseggiassero  i  dittonghi  organici,  i  quali  in  que- 
sto, all'incontro,  abondaoo  per  modo,  che  nessun  altro  tipo  ro- 
manzo per  avventura  velo  supera.  Cosi,  a  cagìon  d'esempio, rima- 
sero primamente  quello  varietà  a  ped  (anziché  *piéd  pid),  o  a  inor 
(anziché  'mttér  mùr),  tipi  ancora  supecstiti.  Ma  in  un  periodo  se- 
riore, che  non  cessa  per  questo  d'essere  antico.  Ve  e  l'ó,  rimasti 
immuni  dalla  dittongazione  primitiva,  vennero  a  quelle  espan- 
sioui  che  noi  diciamo  dittonghi  seriori,  e  sono  éi  ed  dw  (pUd, 
móur);  la  qual  dittongazione  si  dimostra  seriore  anche  per  ciò,  che 
ne  vanno  involti  non  solo  1'^  ti  ì'ó  che  rispondano  a  é  (od  cb') 
e  ó  latini,  ma  pure,  in  diversa  misura  secondo  le  varietft  diverse, 
ogni  altro  ^  od  d  di  anterior  fase  friulana;  quindi  pur  Ve  di  -ér 
■=  -ARIO  (p.  e.  fomaséir,  num.  9),  o  l'è  da  e  {p.  e.  azéit)  e  da  t 
(p.  e-  péli),  o  pur  l'd  da  6  (p.  e.  colóur)  e  da  m  (p.  e.  crtfup). 
Finalmente,  Ve  e  l'd  di  anterior  fase  friulana,  sfuggiti  anche  alla 
dittongazione  seriore,  vanno  incontro*  in  determinate  varietà,  alla 
dittongazione  che  noi  diciamo  impropria,  la  quale  àk  le  forme  ia 
ed  uà  [p.  e.  [ajoia  -'ave;  uam  "'om),  colla  seconda  vocale  che 
si  piega  al  genio  diverso  dei  diversi  vernacoli  (t'e  l'e,  ecc.).  I  dit- 
tonghi improprj  non  escono,  per  quanto  Ìo  poasio  vedere,  dalle 
regioni  che  testò  distinguemmo  con  le  lettere  C,  D,  E.  Mira- 
bili concordanze  si  hanno,  del  resto,  fra  la  storia  dei  dittonghi 
friulani  e  quella  degli  engadinesi.  Così,  a  dirne  brevemente, 
l'Alta  Engadìna  scarseggia  nel  dittongo  organico  dell'^  ('^*) 
a  doll'd  (•(Irf  te),  e  viene  all'ei  seriore  per  il  primo,  e  all'o»  per 
il  secondo  (p.  170 n.,  179, 181).  Coi  dittonghi  improprj  del  friu- 
lano, vanno  poi  confrontati  gli  ea  oa  dell'  Engadina  (n.  27  «,  50), 
e  in  ispecie  Ì'--oa  =  -o  della  Bassa  (p.  234).  1  tre  segnacoli  delle 
tra  diverse  età,  posson  natumlmente  raccogliersi  in  una  varietà 
medesima;  e  cosi  uno  stesso  vernacolo  friulano  ci  darà  uéle  olio, 
fótte  fuoco,  vuai  'vói  occhi  (Glauzetto) -,  come  la  Bassa  Engadina 
(1.  e.)  ci  offriva:  taso  locus,  sóttien  solent,  poa  potest. 

]>  serie  degli  esem[)j  dei  dittonghi  seriori  ed  improprj, 
stanno  nelle  'Appendici'  alle  vocali  e  ai  dittonghi  tonici.  Che  se 
indagini  ulteriori  varranno  a  compire  e  a  f  assodare  la  teoria  qui 
esposta,  essa  rimarrà  pur  sempre  inconcussa;  e  delle  difficoltà 


;vGoo»^lc 


4  AbcoIì,  Saggi  ladini,  I. 

ornai  superate,  e  della  aicurezza  che  i  nostri  scernimenti  hanno  I 
ormai  coDBe^uito,  è  agevole  e  non  sarà  affatto  saperfluo  il  dare 
per  chiusa  qualche  prora.  Cosi  l't'e  che  la  varietà  di  Ctauzetto 
ci  dà  in  miei  mele,  non  ha  nulla  a  che  vedere  coll'ié  dell' itti. 
mièle  o  coH'ie  friulano  onde  al  ha  l'i  di  mil  (n.  23);  ma  qaeìto 
rappresenta  la  prima  etA  glottologica  della  gente  romanza,  e 
quello  l'ultima.  Ugualmente  Vùo  («ùa;  p.  e.  vùo  voi)  del  datile 
di  Qorto,  nuli' ha  che  fare  coU'ud  della  sezione  occidentale  (per  , 
es.  daspuó);  ma  questo  è  organico,  e  quello  è  improprio.  I  dit- 
tonghi seriori  ed  improprj  hanno  sempre,  nel  friulano,  l'accento 
sulla  prima  vocale  *.    > 

Circa  le  diffareoie,  che  tra  la  ortografia  del  Pirona,  e  la  traicri- 
zione  che  qui  ai  adopera,  hanno  dovuto  BVTanire,  va  principalnWDta  ' 
avvertito  che  e  vai  per  noi  come  un  s  di  pronuncia  francew,  laddove 
il  Pirona  l'adopera  per  e  (e  ital.  di  aelee).  Circa  l' esatto  falors  dello 
tee  tei  del  Pirona,  ai  rimane  incerti;  e  io  traecriwi,  per  approsei- 
mazioue:  tf.  Sarfc  probabilmants  il  nostro  s.  La  esplosiva  palatina  eli« 
surge  nulla  formola  ca,  si  trascrive  da  noi  per  S  (  cdse  |  ;  e  quella  cha 
Burge  nella  formola  oa  ,  per  ^  {^all).  Tra  (fuesta  palatina  a  lo  ^  ebe 
in  qualche  varietà  viene  da  i,  e  anche  risponda  al  g  di  oi  ci,  la  ' 
differenza  è  perspicua;  cosi  tatm,:  pati,  ma  glner  ganaro.  1 


Vocali  toniche, 


d.  A.-  1-8,10-17.  Intatto;  quindi:  puarld  portare;  'éàse;  pan; 
carni  o^'.  cald,  falde,  fals,  falg,  'calcine,  'calze;  denànt,  tant 
~dr{o.  tante,  ecc.  9.  Di  -a'rio  avremo  due  principali  continuatori; 
•àr  ed  -tr  ■  '-iér  (cfr.  num,  23  e  67),  che  rispondono  alte  due 
figure  italiane: -^ro  (calzolaro)  e  -taro  (argentièro),  ovverà- 
mente  alla  figura  coli')  atono  assorbito,  e  a  quella  che  aveniiD 
l'i  da  antichi  tempi  attratto  (-AIRO  -^RO),  ci  offre  la  normil 
continuazione  di  un  antico  w  ^.  EsempJ  di  àr;  sia  primo  pai*. 


■  Locche  naturalmente  non  aaclnde  che  altrova  pur  gli  organici  posnno 
aver  questo  accento.  Vedi  in  ispecie  a  pag.  389-00  (Erto),  dove  la  comiils 
dell' ^«  (organico),  che  ò  dei  territoij  bellunesi,  pud  conflaire  coll'fa  la  (im- 
proprio) della  Gamia. 

■  '  Cha  il  tipo  italiano  jirimfero,  prov.  primisr,  frane,  premier,  ai  radagli 
a  primario  per  attrazione  dall'i,  d  ricoQosciuto  da  luogo  tempo;  ma  non  » 
ae  alcuno  avesse  ancora  irasginata  la  solezione,  che  il  testo  addila,  dei  pro- 
blema fonetico  che  pur  sempre  rimaneva.  Poicliè  da  nn  romanzo  prinutira, 
o  sia  anche  per  parziale  ^saimiluzione  :  priméii-o,  coma  saremmo  coocorìe- 


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§  5.  Terrìtoij  frialanii  ti.  485 

paro  e  pari,  allato  a  parie,  unitamente,  per  la  cui  ragione  ai 
rivegga  la  p.  275;  indi  -(ir  =  -ARiDM:  star,  armar,  solar,  gra- 
nar, hlavàr  (quasi  'biadarlo'),  gelar,  ledamàr,  pajàr,  codàr 
(cfr,  pag.  381) ,  falgàr,  fumulàr  cappa  del  camino,  furmijàr,  ga- 
Unàr,  pulgàr,  suriiàr,  "C'avràr  nome  locale,  guielàr  agorajo 
{pag.  76  n,),  seglàr  =  yeasz.  seéér  {sechier),  mortàr,  mijàr;- 
-(ir  =  -AR[us  nel  nome  di  meai  e  di  alberi:  ienàr,  fevràr;  pomàr, 
'castindr,  fajàr,  moràr,  mandolàr;  nel  nome  di  chi  eserciti 
un'arte  ecc.:  a-ntedàr  v.  n.  62,  be'éàr,  Ix^vjàt;  pioràr  v.  n.  23, 
ferclàr,  'éalderàr,  'carhonàr,  formadedr  formaggiajo,  ecc.  - 
Ora  agli  esempj  di  -ir;  .imprima  l'aggettivo  in  funz.  avverb.: 
vulintir;  ìndi -ir  = -KmvM:  5tau^fr  stabularium ,  cuartìr,  'éal~ 
dir,  'candelir,  doplir,  lavorir,  cutn^r '^yenez.  con^iér,  pensir;- 
-iVs-ARius:  levrir;  consejir,  fornazìr,  cuintrìbandir,  ecc.-  E 
passandosi  ai  continuatori  della  figura  feminile  o  plural  neutra, 
la  cosa  si  rende  un  po' complicata.  Poiché  avremo:  l."  -àrie  ed 
-'^re,  cioè  un  doppio  parallelo  ieW -àr,  la  qual  serie  può  addi- 
pittura  rappresentarsi  pel  nome  àrie  are  aja;  2."  -iére,  che  è 
l'esatto  parallelo  dell' tr  (v.  num.  23);  3."  -érie  -ère,  le  quali 
forme  hanno  il  loro  parallelo  mascolino  nell'-i^T*  dì  cui  è  parola 
nell'appendice,  e  al  pari  di  questo  dorranno  il  loro  é  a.  na  ài 
romanzo  (cfr.  nel  frane:  primaire  allato  a  premier;  e  nei  dial. 
Yen.:  zenér  allato  a  ienir  ecc.),  come  sarebbe,  per  citare  un 
opportuno  esempio  da]  friulano  stesso,  in  s-cépule  'cdÌT[j]ola,  del 
n.  100.  Cosi  avremo  la  distinzione  fra  I'air  {£.'&)  di  formazione 
antica,  e  I'aib  seriore,  ribadita  per  doppia  serie  di  esempj  friu- 
lani; e  il  tipo  -érte,  cioè  il  tipo  dell'attrazione  seriore  con  l'» 
organico  che  tuttora  persiste,  ha  il  suo  parallelo  nell'-iCSiA 
(■disia)  ài  antica  formazione  che  si  ricava  dall' it.  ciliegia  ecc. 
=>cer£esia  (cfr.  n,  101).  Le  molteplici  figure  friulane  perciò  in 
fondo  si  radducono,  cosi  come  quelle  degli  altri  idiomi  romanzi, 
0  ad  -àrio  intatto,  o  ad  -arto  con  l'attrazione  di  varia  età. 


raeuU  venuti,  in  tante  favelle,  all'iV  o  a'suoi  normali  anccedanei!  Olì  A  che 
«'ebbe  Uua  corrente  di  attraziooa  %\a  da  tempi  romani,  che  t  quanto  dire, 
pel  nostro  tipo;  PR1M,SB0  allato  a  primario.  Su  di  che  ritorno  altrove,  e  pnr 
se  ne  ritocca  nel  teato.  Ma  qui  ancora  ricordo  la  esatta  corrispondenza  che 
dal  bacino  della  Qadera  ai  viene  ad  aggiungere  per  la  copia  friulana  -Ar  ~Ìr 
(p.  354,  357). 


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486  AbcoIì,  S&ggi  ladini,  I. 

correttamente  affermata  e  riflessa.  E  ora  agli  esempj  per  le  di- 
Terse  riproduzioni  friulane  di  -ària,  secondo  che  testé  le  enu- 
merammo, aggiunto  il  mascolino,  nella  prima  serie,  pei  nomi 
di  chi  eserciti  un'arte  ecc.:  1.  fornàr  fornàrie,  latàr  (lattajo) 
-àrie,  fUsàr  -àrie;  'C'aràrie  nome  loc;  massàrie  nel  sigiiit. 
di  fantesca,  e  massàre  fem.  di  massàr  fittajuolo;  colombàrie 
-are  (ed  -ère),  caponàrie,  'gatàrie,  pedoglàrie,  pulgàrie,  suri- 
édrie;  lissivàrie  lissiàrie,  tenarie  {-ère);  clavàrie,  panàrie, 
musolàrie,  luminàrie  {-ère),  secàrie  seccura,  mandrie  man- 
naja.-  2.  salatiére  e  bandière  (-dère)  si  possono  sospettare  im- 
portati; più  sicuro  h  resteliére  allato  a  ristielére;  ma  l'esem- 
pio migliore  (comunque  esso  pure  non  estraneo  al  veneziano) 
è  pivière,  frc.  civière,  mil.  sivéra,  il  quale,  comunque  si  abbia 
nell'ordine  etimologico  a  dichiarare,  di  certo  riproduce  la  desi- 
nenza -ASIA  ■EX.k  ';  e  ancora  sì  aggiungerebbe:  matterie  mat- 
tezza.-  3.  glérie;  stadère  -èrte,  caldère  -èrie,  rauchèrie  {sino- 
nimo di  grocàrie)  raucedine;  lavandère,  ustère;  temere  tomaja; 
gloQére,  fazanère,  ecc. 

I.  Appendice  all' A.-  8.8-  NoteTole  è  fì-éule  allato  a  frdule  (e 

fldurie,  con  invertimento  delle  liquide,  e  -dure  in  -dttrie  seconda 
l'analogia  del  n.  6)  •fra[g1uie  cfr.  n,  184;  dove  si  tratterà  vera- 
mente di  un  restringersi  del  dittongo  accidentale  [d-v)  che  sorge 
nell'antico  sdrucciolo,  come  in  ispecie  6  mostrato  da  scréult  allato 
a  tcróule  {6-a]  scrofola,  n.  133.  Altro  esempio  di  eu  da  un  au  Ai 
moderna  genesi ,  è  freulir  manfanile,  cioè  •fiavelióf ,  cfr.  p.  304  n. 
e  il  num.  233,  ma  non  conchiude,  per  esaere  dì  formola  Alona. 
É  poi  affatto  incerto  se  sìa  éu  da  du  in  tréule  allato  a  tràvli, 
treggìuolo,  o  in  tréuli,  tardo,  etiracchiatore,  poiché  risaliamo  a 
'trahere'  *tr^ere  ecc.,  e  quindi  possiamo  avervi  e^ai,  com'è 
p.  e.  in  tnéitri  'maìstro.  Ancora  é^à  io  émal''dmul,  mirabella 
(aorta  di  pruna),  il  cai  d  si  conferma  dal  venei.  dmoto,  bdsÌdo 
(forae  il  lat.  hamula,  quasi  'prugna  ampollina'],  e  per  la  cui  e 
va  considerata  l'è  atona  del  nome  dell'albero:  entaldr,  secondo 
il  num.  71-2.  Restano  scherm  =  icarm ,  venez.  scanno,  magro, 
scarno,  e  contrést'^-dit,  a  entrambi  i  quali  sta  allato  il  verbo 
coll'e  a  formola  àtona:  schernii  =  «carmi,  smagrare,  contreilà.—  ■ 

),         9.  terg.  pinsiér  52 113,  chiaudiéra  n.  10;  il  cui  té  ai  potrebbe  ripe- 

'  n  tose,  cioéa  (•cJTéja,  cfr.  matsià.)  non  si  concilia  colle  formo  dogli  altri 
idiomi,  M  non  data  qnaata  basa;  e  anctie  citano  un  tose,  cioera. 


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g  5.  Territoij  friulani:  à.  487 

t«re  dall'italiano,  ma  h  conseotaneo  all'iV  che  ci  è  offerto  dalla 
stessa  varietà  per  1'^  e  l' ^  di  posiz.;-  av.  freccAiVr.  L'ultimo 
esempio,  di  ortografia  per  ma  incerta,  rappresenta  forse  la  fase 
dell'-^r  (t.  il  testo],  alla  quale,  secondo  che  vedemmo  Dell'esor- 
dio (p.  483),  sta  legìttimamente  allato,  col  dittongo  seriore,  un 
—éir\  pord.  penxeiV;  Pir.  xxziii:  'la  pronancia  antica  friulana, 
che  ancora  si  mantiene  in  qualche  sito,  è  barbéir,  intéir  [questo 
esempio  spetta  veramente  al  a.  23],  caméir,  ecc.';  e  come  l"an- 
tico'  del  Pirona  si  coDcilìi  col  nostro  'seriore',  può  ancora  vedersi 
nell'esordio.  Lo  stesso  autore,  in  una  comunicazione  inedita,  dava 
\'-iÌr  per  'rustico'.  Ora  esempj  di  -^r  ed  -éir  dal  suo  lessico: 
volentér  -léir;  tesser  {venez.  id),  livrér  levriere;  tramessér  -éir 
(f,  -^re)  procaccino,  famazér  ~éir,  forester  -iir%  ostéir;-  'éalder 
-éfr,  dopiér  -éir,  lavoréir,  pentéir;  ecc.  10. 67.  La  prerogativa  dlt  ecc. 
della  varietà  tergeatlna,  a  cui  già  ripetutamente  si  alluse  (p.  472 
e  nell'esordio),  risulta  dai  seguenti  esemplari:  aut  24  80  100, 
auta  75,  autdr  899197,  auttìdaOO,  satitdii;  chiaudiéraSSZi, 
(aut  falce  23  (pi.  id.  98),  chiauchidra  (nome  di  via:  'Calcia', 
cfr.  pag.  288  e  383  n.)  35114;-  tióut  un  volto  36 89 ecc. ,  góud36 
(pi.  37),  loudd  42  105;  e  vi  mostrano  la  formola  illesa,  cioè  rap- 
presentano il  venetismo  invalente,  i  soli  che  seguono:  altro -a, 
pi.  ~i  -itti-  udita  686976  (cfr.  uóut),  e  chióU  "tjolt  (preso)  154174. 
Ma  all' infuori  della  vecchia  Trieste,  nessun  sicuro  esempio  ci  dà 
più  il  vocabolario  friulano  per  dui  «alt  ecc.  Potrebbe  sperarsi 
che  la  vicina  Muggia  serbasse  ancora  il  fenomeno;  ma  gli  scarsi 
miei  saggi  danno  per  quella  varietà  :  altr,  aliar.  Bene  è  aun  ••  alk 
in  aundr  ontano  (ainua)  Pi&.,  e  sarebbe  esempio  validissimo,  co- 
mechè  di  formola  àtona;  ma  non  si  pu6  considerare  specificamente 
friulano;  V.  pag.  13,  e  cfr.  aal  num.  144.  Piuttosto  importa  naa 
terza  figura  del  nome  di  quest'albero:  olndr,  per  la  fase  dell' of 
(cfr.  n.  68),  la  quale  potrebbe  anche  avere  per  eè:  ortdr''aUdr, 
malgrado  orméMe  n.  70;  ma  dis-cóU  scalzo,  esempio  molto  dìf- 
fnso  (cfr.  p.  471),  non  ha  vera  impronta  ladina,  per  esservi  inctv 
lume  il  e.  Anche  tolp,  tronco,  pedale  (cfr.  venez.  tólpo),  allato  a 
talpón,  toppo,  ceppata- (vene z.  id.),  è  un  esemplare  che  non  con- 
cbiude;  e  affatto  illusoria  la  sembianza  di  óud-óld  in  §àitdi 
-'ffótdi  num.  68,  cfr.  queir append.  Resterebbe  di  tentare  1  nomi 
locali;  e  qui  ulteriori  indagioi  potranno  recara  qualche  buon 
frutto.  Poiché  ben  v'hanno  molti  di  quei  nomi  in  cui  la  formola 
si  mostra  intatta:  Vil-dUe,  Val-cdlde,  Fdl'èe,  'Casdlf  {air.  'C'dte- 
-bldn'àe),  ecc.;  ma  oltre  Ause  -  Àlsa,  nome  di  fiume,  già  vedremmo 
A'upe,  n.  dì  un  torrente  e  di  un  casale,  coincìdere  probabilmente 


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4'!8  Ascoli,  Saggi  Isdici,  I. 

colla  Eeconda  parie  di  Rìcdlp,  n.  di  villaggio;  e  ViUdàtl  (-d-oli), 
D.  di  casale,  par  sicuro  esempio  per  la  fase  dell'rii-,  cfr.  UilUrit 
icc.  =  Oltùris  ^  Altùris,  altro  n.  di  casale.  18-lS.  Circa  m'é  étici 
»-dn'ce  n-^n'óe,  v.  pag.  413;  circa  frinii  i  num.  189-00;-  di  tenl 
tènie,  la  p.  457';-  e  castive  {castindr)  deve  rivenire  a  'casté«jt, 
cfr.  p.  276  e  il  B.  28  IH,  col  j  assorbito  o  attratto».  Gli  si  aj- 
gìuDge:  clauz.  vuade'ìi,  allato  a  compatì  ecc.  della  vanet&  me- 
desima. 

i.  'E  lunga.  18-31.  Di  regola  resta  e,  e  in  un  esempio  è  indì- 
dicato  che  aia  stretta.  Citiamo:  ave  o  «| ',  dove,  plasé,paré; 
sèmide,  fémine,  plen,  velén,  ver,  sére,  sède,  plev,  sev,  ecc. 
Non  manca  pur  qui  l't-e  {cfp.  n.  32);  ma  l'esempio  che  sarebbe 
il  più  schietto:  pline,  'quel  numero  di  buoi  ch'è  necessario  a 
condurre  un  aratro'  (quasi  'la  muta  piena')  ^,  non  appare  il  più 
sicuro.  In  sinptr,  allato  a  singer,  e  munisHr  -sléir,  si  tratterà 
dell'e  che  passa  nell'analogia  dell'e  (n.  23),  come  si  vede  an- 
che dall' e  aperta  degli  italiani  sincero  e  monastero,  e  più  da 
singiér  e  monastiér  del  veneziano.  Nel  secondo  esempio  abbia- 
mo assai  probabilmente  l'effetto  dell'i  nell'iato,  che  nella  pri- 
mitiva forma  susseguiva  (cfp.  l'ital.  fier[i]a  feria;  e  da  «  secon- 
daria: it.  viera,  fri.  viérie,  "varia  Tiria).  La  qual  ragione  rende 
esempio  di  mal  certo  costrutto  anche  glisie  allato  a  glésie.  -  Cu- 
rioso èpostòime  allato  al  genuino  postème;  e  deve  dichiararsi 
da  'postem-ja  (che  ho  realmente  sentito  in  qualche  varietà  ve- 
neto-friulana), coU'^  in  posiz.  romanza  che  si  assimila  al  m 
(cfr.  p.  313  e  354),  e  il  J  attratto  (num.  235):  -temje  -tg'ime. 
Circa  Vie  di  piés  pejug,  è  da  considerare  che  l'ha  anco  il  gar- 
denese  (pag.368n.),  e  da  cercar;ie  la  ragione,  per  entrambe  le 
favelle,  in  quel  pareggiamento  fonetico  col  continuatore  di  'me- 
lius'  (fpìul.  miéj),  a  cui  pure  altrove  accennammo  (p.  313).- 
Di  erodi  allato  a  crédi,  v.  C.  Ili,  3.  E  ancora  s'abbia:  pirii 

i.  (t.  p.  15  n.).       E  brave.  22.  hen,  ven,  len,  che  altrove  con- 


'  Si  agginnge  da  od  doeum.  del  1432  (cfr.  p.  492  n.):  Stm  t  Sentii. 

»  GoRT.  587:  'castine;  cfr.  num.  219  n. 

'  E  chiusa  Bari,  ugualmente  l' e  di  ogni  infiuito  di  mcouiIb.  Si  ag^juip 
dìfatti,  ancora  dal  Pirona  (ixvi):  wdè\  e  insieme;  fede,  per  cui  si  "EP 
fida  ecc.  a  pag.  313  e  altrove. 

'  ZoR.  34,  81  86. 


;vGoo»^lc 


g  5.  Ttìrritorj  friulani:  f.  489 

veniva  raccogliere  sotto  il  n.  25;  e  s'aggiungono:  iénar  tènero, 
prèmi  premere  premo,  tremi  tremo,  dove  ancora  segue  nasale. 
Anche  in  mei  e  fél,  nel  secondo  in  iapecie,  apparirebbe  pre- 
valente Ve  intatta  (cfr.  23).  23.  L'integro  dittongo  dall'^  (t^ 
è  conservato  dai  seguenti  eserapj,  nei  quali  l'àtona  della  sìl- 
labasuccessiva  chiude  la  parola:  mìédi  108,  rimiédi;  [insiédi, 
succedaneo  d'insedi,  panchetta  del  tessitore];  masiére,  succe- 
daneo di  masére  masérte,  che  è  un  esemplare  'sui  generis';  siée, 
allato  a  sée  eco  ,  sega  165,  cfr.  pag,  372  ecc.;-  fié[v}re  '  ;  pal- 
mière -iérie;  piére,  Pieri,  viéri  cfr.  p.  405,  Ctir-viére  nome  loc; 
jéve  *liéva  97.  A  formola  divenuta  iniziale,  com'era  nell'ultimo 
eaennpio,  si  mantiene  ancora  Vie  (jé),  dinanzi  a  -ur  {"-vur)  in 
jéur  'lìéur07;  e  analogamente  in  jéul  {o  néul  ='n-iéul)  ebu- 
lum,  cfr.  p.  393,  circa  il  quale  esempio  sussiste  tuttavolta  qual- 
che lieve  dubbio  iij  proatetico^.  Ancora  merita  ricordo  il  nome 
proprio  Stiéfìn.-  Del  rimanente,  Vie  si  riduce  ad  {  (cfr.  n.  52-3): 
grim  87-8,  Xr  jir,  initr,  mistir,  sir,  mìl  e  fìl  (Pir.  scii)  cfr.  22, 
ftd*,  dlQ  dieci,  tivid.  Cosi  Vie  ottenutosi  per  trasposizione  del- 
l'accento  latino:  mujirQl;  o  quello  che  surgo  da  e  second.; 
griv  (e  anche  grtvi,  allato  a  grev  grèvi).  Rimarrebbero  tre 
esempi  <^'  ^  primaria  in  base  sdrucciola  dinanzi  a  nasale:  zìnar 
genero-,  iimiil  gemino-,  vinars  véneris-dies;  circa  i  quali  pu6 
dubitarsi  che  Vi  sia  un'e  oscurata  dinanzi  a  nasale  (cfr.  n.  28 ecc.), 
anziché  la  risultante  di  iè,  malgrado  che  Vie  pur  compaja  nella 
sezion  più  orientale  (v.  Tapp,).  Ma  le  coincidenze  col  rumeno  {0i~ 
nere,  vineri  Vinere)  che  inviterebbero  a  questa  dichiarazione, 
vanno  ad  ogni  modo  considerate  con  cauta  critica;  di  che  nel 


'  clan*,  fiore. 

'  Mi  rimane  il  non  facila  pióre  pecora,  la  cui  dichiarazione  si  può  ia  dop- 
pio modo  tentare.  Potremmo  Tederei  *piéure  *pié[g]vre  167',  con  éur  che 
passi  ia  ('{uji-,  vicenda  che  altrove  ci  eccorse  frequente  (p.  377  ecc.)  e  vera- 
mente è  uà  caso  di  assi  mi)  ali  line  regressiva,  analogo  a  quello  cbe  avemmo 
uelto  stesso  friulano  sotto  é.  Starebba  contro  questa  dìchiaratione,  runicìUi 
dell' esempio.  Oppure  potremmo  venire  da  *piéor4  a  *pii6re,  per  quella  nor- 
inale  vicenda  che  è  descritta  al  num.  S4.  Ma  qui  avremmo  contro,  che  *p\étirt 
e  non  'piéore  A  la  normal  figura  di  fase  anteriore,  si  per  le  ragioni  dell'o 
àtono  in  eé  medesimo,  e  b\  pel  dileguo  della  gutturale  che  dobbiamo  repu- 
tare avvenuto  dinanzi  all'u. 

'  man.  claui.  pie;  cfr.  l'append. 


>vGoo»^lc 

I 


400  AbcdII,  Saggi  ladiai,  I. 

secondo  Capo.  21.  È  caratteristico  Vió  da  io  =  éo:  mio  cfr.  104; 
jo;  dtu,  [déu],  dio,  ma  insieme  gó,  che  preauppone  dia  (n.  105); 
iugó  giudeo.  Un  esempio  controverso  ne  avemmo  ancora  io  nota 
<r  poa.  al  num.  23.  25.  V.  il  num.  22  e  il  23  in  fine.  E  di  posi- 
zione.- 27.  Qui  è  infrequente  la  vocale  intatta.  È  nel  rifiesso 
di  -MENTO  -MENTE  :  armèni,  formént,  fumimént,  feraménte 
(•menta),  e  -nìentri  num.  230.  Poco  o  nulla  dicono  altri  -ént: 
spavént,  steni;  possént  dispossént,  infetént;  oppure  di^énù 
disférni.  Per  -ello  -ella,  appena  si  possono  citare:  foméll, 
aneli,  novell;  curdéle,  forgéle,  pastoréle,  [pevaréle],  e  pochi 
altri  che  rientrano  nel  numero  seguente  ^  Mi  restano  (cfr.  2S 
ITI):  tett,  eressi,  véndi,  im-pénsi  (penso,  curo);  e  in  posizione 
romanza:  veni  vengo  -a.  Notevole  come  questa  serie,  quasi  ano- 
mala, incontri,  per  la  miglior  sua  parte,  richiusa,  nella  pro- 
nuncia dei  Toscani,  anziché  t'aperta,  come  la  posizione  porta  di 
solito  ;  cfr.  -mento,  -mente,  ietto,  crescere  {lat.  crescere),  rendere 
(lat.  vendere).  28.  La  forma  integra  del  dittongo  (ié)  tende 
ad  allargarsi  dinanzi  a  r  (t^  ià^),  e  all'incontro  si  restrinse 
davanti  a  n  e  m  {té  'ii  i;  cfr.  l' append.  e  i  num.  23;  52  e  56).- 
1.  biéll,  t.  hiéle;  riviéll  resistenza  ecc.  (rebell-);  purfell  -iéll, 
ugéll  ugiell,  pi.  ugéi  ugiéj,  vasgell  -giell  -giéj,  'capiéll  •piile, 
pertiéU,  curtiéll  -tiéle,  vidiéll,  scudiéle,  taviéle  campagna 
coltivata  (tavoliere;  ma:  tavéle  nel  signìf.  di  mattone  sottile), 
triviéle,  siéle,  iumiéle,  ecc.  (v.  ancora  i  n.  100,  102, 105, 107);- 
piéll;-  spiéli  118,  viéli  viéle  ib.;-  miéj  97;  /tèste,  tempiéste, 
Vieste,  dismiésti  223,  finèstre  ecc.  102;  miézz  mièie  (cfr.  miei-ii 
e  mii-di;  mieie-làne  meze-làne);  piézz  piazze;  siétt,  jettTi, 
difiélt  ecc.,  rispiétt,  spiéti  io  aspetto,  piétin;  tièssi  174;  e  an- 

'  aneli,  agnello,  pxtò  coiupeDdiai's  *a!ìiéll,  e  quiodi  epettare  al  nnmero 
che  Hgoe.  SuperBao  a  poco  meno  è  poi  il  notare,  che  tatséll,  passili  (ae- 
citriuo  della  ruota),  riTeagoao  ad  -i'llo:  taxillo-,  paxìtio-. 

•  'Gli  Udina»!  voltano  volentieri  Ve  in  a,  come  ptdrf,  aoidrìi,  jarsht, 
invece  di  ftVrCecc'  Pia.,  ajàrbe.-  1411:  albiarc  albergo  (UJine).-  Maaoclit 
TalmauoDB  mi  dava:  piàrdi  piSrd,  diutr,  Hdre,  fcc,  a  pure  àrbt,  che  ritro- 
Tiamo  fra  poco  nel  testo;  e  coA  Qorizia:  vidrs,  tiara,  fidr,  ecc.  Nò  diieraa- 
maute  il  terg.:  tnuiar  6  ecc.,  detcouiàrt  76,  tiara  ecc  [e  anche  fuor  di  po*i- 
zinne:  mijdr  emm^  (jrfr  28),jara  waHl  (jéra'W);  eie.  gOTÌt.jdrijdrtt]i 
laddoTS  liei  mngg.:  inoter,  euoiéritr,  par.  Cosi:  pea.  itrba,  coli.  (■  iiin,  f*U- 


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g  5.  Territori  friolaui  :  é.  49t 

Cora  Y.  il  num.  43.-  II.  infièrn  -iér  -iàr,  inviérn  -ter,  guviérn, 
stiémi  stiàrni  sternere,  miérli  menila  (posiz.  romanza),  fiérr 
fiàrr,  nére  tiare,  siàre  lat.  serra,  siérv  siérve,  nero  narv, 
tiérmi  tiàrmi-d  233*,  viérm  -iérn  -iérr  -iàr,  viérs  sost.,  viérs 
viàrs  prepoa.,  diviérs  -viàri,  ruviérs  -iàrs  (v.  pag.  17  n.),  so- 
miérxi  -iàrii  189,  [a]viérit  [ajmàrii  99,  avìért  aviérte  aviàrt, 
cuviércii,  cuviérte,  giért,  mìért  (posiz.  romanza,  cfr.  p.  231), 
lixérte  -ziérte  lacerta,  piértie  piàrlie  165,  tiérz,  piérdi  piàrdi, 
miérde  miàrde,  piérgule  piàrg.,  miéroui  miàrc,  jérÒe  jàrbe 
(onda  pur  òrbe,  coli' apparenza  di  é-  in  d-  ';  cfr.  arsére  à&Jar- 
sére);  supiérbi;  ecc.-  III.  vint;  dint,  Hnt,  vin'é  venti;  du- 
-iinte  200,  tre-iinteZ^  (ma  rientra  nell'analogia  del  n.  27,  o 
forse  deveai  a  estranea  influenza:  gent  100,  doi  geni  200,  ecc.); 
smi  sente;  earpmf  n.  160,  ari'n^n.  190,  wnirt,  serpin(PiR.  699, 
parint,  corìnt,  presinl,  luzint,  pierdint,  ferbtnt  n.  128  (ma; 
ubidiént,  coìVié  che  è  pure  nella  Toce  italiana),  rastnt,  ecc.; 
Laurinz,  credìnze,  conossinze,  timnte  tenacità  (cfr.  -énzie 
n.  107)^;-  tindi  contindt  ecc.,  inondi  e  incèndi  produrre  bru- 
ciore ecc.,  ofìndi,  sptndi,  riruU;  mirìnde;-  timp,  simpri,  tim- 
pli  la  tempia.  —  Qualche  singolo  esempio  di  t*  per  é  in  jiosiz. 
sembra  aversi  anche  innanzi  a  i*  e  a  £;  ma  in  cuintir  quinterno, 
sì  tratterà  piuttosto  dell' iV  in  posizione  non  più  sentita  ('cuin- 
tiér),  il  quale  entri  nell'analogìa  del  num.  23;  e  restano:  vtru 
viro  (Pir,  468,  556  e  565),  verro;  nigtsse  necessità  (v.  C.  Ili  1); 
SIS  sex;  finalmente  ts-al  (=  est-llle)  è-egli?,  l'esempio  men  con- 
clusivo di  tutti  (v.  G.  HI  3).  30.  31.  e  32n.  Vedi  28.  32.  mès, 
pès;  pais,  cfr.  'Gardena'  ecc.;-  stéle. 

Àppendioa  all'È.  18-28—  Kegistrìamo  imprima  l'importante  i,  i  poa. 
fenomeno  del  mantenersi  nel  terg.  s  nel  mugg.  Vie,  da  ^  ed  é 
dì  poa.,  pur  nei  tipi  in  cui  altrove  si  è  ridotto  o  si  ridurrebbe 
ad  t.  Si  notino  pel  n.  88:  terg.  e  mugg.  die»:  mugg.  miei,  vie- 
ne/- venerdì,  oltre  liever;  pel  n.  22:  terg.  biem  madùra  15  (ma: 
bemprest  8),  tiénera  27  e  pur  mugg.  tiéner;  coi  quali  mandertimo 
sin  d'ora,  per  1'^  lecond.  (cfr.  n.  4S):  mugg.  piel  pelo,  gUnetv, 
piéoer,  e  per  l'a{n.  87):  terg.  tiéeul  79;  inoltre:  terg.  Mimitiérlò, 
analogo  a  mumit'tr  che  il  testo  addusse  al  num.  18-21,  e  terg, 

<  Anch«  ior^  allato  a  ien  ierlt,  'aggiunto  del  primo  latte  dopo  il  parto', 
sarà  *iiirt>  *iidn>  acerbna. 

*  Si  poetoD  ricordare  le  fimne  engadinesl  di  p.  173. 


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49S  Ascoli,  Saggi  l&diiii,  I. 

niugg.  tiéta,  che  ò  un  caso  di  schietta  é;-  dopo  i  quali  escmpj, 
ricordatosi  ancora  il  n.  9,  vengono  pel  28  III  :  tdrg.  iìént  109  1 15 
{lent  39);  ariinl  (mugg.  id.)  13  18  ecc.  =riéra  71  ecc.  (rmt  69  ecc.) 
-  Tenez.  arénte  appresso;  tiént  sento  39,  tiénU-me  13  77,  tienià 
sentito  48;  te  contiénta  37,  contiénta  agg.  41,  condVntt  113,  alieni 
25;  scomiénx  comincio  74  (ma:  presémia  46);  me  ne  intìénd  10, 
intUnde  inf.  41;  spiénde  inf.  43  {spende  inf.  37,  cfr.  vénde  inf.  46, 
«  uend  3.  pers.  67,  prefend  83)  ;  liémp  15  40  ecc. ,  iiemplo  82  83 
84,  iiémplo  scempio  (stupido)  14  22  28;-  mugg.  dìent  (terg.  t  mii 
dent  56),  sarpient.  Ma  qui  si  aggiunge  (cfr.  n.  37)  anche  -miM 
B  -UENTB  a  -MENTO  :  t^rg.  im  a-miént  (udin.  eco.  :  a-mem  C.  Ili  5} 
jn  mente  100;  malamiént  43  fallato  a  malamentre  42),  antipa- 
miént  82  (ma;  fazilmént  14,  oltre  sinsieram^f  53,  liziermént  29; 
mugg.  peraffienf  ecc.);-  terg.  teslamiént  41-2  105,  i  miei  ainoM' 
mient  56,  cfr.  fondamiinta  75  76  84  (ma:  trauamént  66),  mugg. 
furmiénl  (terg.  fruménl  31).  L'analogo  di  questo  doppio  -mie'nt, 
cioè  -min([re]  e  -mini,  ritorna  all'estremità  occidentale  della  rft- 
gione  friulana:  pord.  pmprìaminlreS  13,  veramintre  12,  «yi- 
mtnt  12,  argumint  25  (cfr.  p.  434  n.)  *  ;  e  anzi  avrebbe  il  dittongo 
intatto,  proprio  come  all' estremità  orientate:  ttriamiént,  che  k 
nello  scarsissimo  saggio  di  Aviano.  Dal  pord.  addurremo  ancora: 
conlirtt  (■  contieni  terg.)  25,  tpavint  28,  triminde  6.  Ora  pas- 
siamo al  dittongo  seriore  ed  all'improprio  (esonl.  482-3).- 
K  I.  ói;  da  é  fri.  «e;  terg.  [h]auéi  inf.  15  ecc.,  [hjaué  id.  10  ecc., 
[hjaitéi  2.  p3.  pi.  13  22,  sauéi  inf.  8,  aaué  id.  25,  uo^éi  2.  ps.  pL  24 
34,  poret  sosL  54,  as^i  58,  Irei  (mugg.  id.),  tutti  esempj  di  -é, 
cfr.  dèi  "de  dito  109  {-é  da  i),  e  IV;-  pord.  doveir  sost,  13,  tw pa- 
reli mi  parete  3,  oveif  ib.;  ecc.  >;-  fora,  udì  avere;-  'Carnia:  i:^>. 
plaiéi,  tréi';  samp.  réit,  aséilì  tatéit  tacete!;  fell.  erétt  erede;- 
man.  séif  Bebam;-  Pia,:  savéi,  tréi,  [mìtnistéir]; —  da  é  fti'é: 
terg. pei  17 ecc.;-  pea.  coli. prfi-*;-  clauz,  déis,  intuir;  mttn.téir, 
méil,  féil,  détg;  taira,  déig,  péìd  (pi.  péis);~  Pìr.:  nùttéir,  tiir, 
mei  miil,  déip,  pé  péìd  (pi.  péids  péis;  navar.  :  sg.  pe,  pi.  p^"-'. 
Claut:  pes),  cfr.  sped  tpiid;  e  resta  jerjdir  (claaz.  tVir),  dove,  se 
ìoj  non  è  prostetico  (e  noi  sarà;  n.  229),  Véi  risulta  il  dittongo 
di  un'e  che  alla  sua  volta  è  il  secondo  elemento  di  un  ditlango 

'  In  un  bando  di  matrimonio  del  1432:  overaminlri  (allato  a  prìncipat- 
nuntri);  e  se  la  riproduzione  é  esalta,  questa  forma  accennerebbe  alla  seiioua 
occidentale,  alla  quale  potrebbe  inaieme  condurci  1'  -a  (i>of(ra,  viila,  ecc.). 

'  Nel  bando  di  cui  si  parla  nella  nota  praced,:  voUy-ii  aconpcigtià  io  'ntp 
tiutìrimoni. 


;vGo.o»^lc 


§5.  Territoi-j  friulani;  é.  493 

anteriore,  coma  è  p.  e.  in  jVi  PiR.  ''jé=He  num.  218  (cfr,  II);  — 
à&ÌVé  di  és  fri.  ''ém:  pes.  paéis,  clauz.  meis,  pe'is;  pord,  jieij  1, 
tédes  meii  12;-  PiR,:  mét  tnéis,  pei  péis;-  e  per  altre  posizioni, 
essa  pura  non  pib  sentita,  ci  restano:  claus.  man.  talm.  iéù, 
PiR.  ìd. ,  e  prèdi  préidi  prete;-  Analmente,  per  éi  dall' é  di  ié 
(oam.  2Sl)i  a&rap.  spieili.P  IR.:  viéili.  II.  ia,  [io],  ie;  Aa.éie=i. 
fri.  "è:  rig.  vio  "ve  avere,  vedio-lo  veder-lo,  viol  velo;  claaz. 
avte,  vulie,  plash,  vidies  vìdetis,  s/e/'sebam,  riet,  viar  (coli' e 
in  a  dinanzi  a  r;  fem.  vére,  cfr.  sére,  se'de);-  Pm.:  irte;—  da 
4  fri.  =  é:  pes.  tu  sias  =  *s-és  (tu  sei),  coli.  rig.  tu  sios,  cfr.  rig. 
aliogri;  clauz.  mie/,  PiR.  ìd.;-  da  é  fri.  -^  di  pos.:  rig.  «ito» 
masi,  priodi  prete;-  Pir.:  priedì;-  e  resterù  nuovamente  il  caso 
in  cui  si  dittonghi  l'è  di  un  antico  di ttonj^o (cfr.  j'^tr  ecc.  qui  sopra): 
pes.  uta,  coli,  uio,  clauz.  vuie,  Pir.  uie,  *ué  oggi,  num.  62  I.  Fi- 
nalmente, nel  dial.  d'Erto:  parcia  perchè. 

I  lungo,  33.  Costantemente  inalterato:  sinlf  ini.;  f.1,  Un,  i. 
spine,  uUv,  scrivi,  ridi,  ecc.  TuttavoUa,  non  manca  affatto  qui 
pure  1'^  =  /:  lire  e  lére  libra;  deve  strada  declive,  cfr.  il  nome 
loc.  Soclàv;  gréne  {grena  anche  a  Venezia,  di  contro  all' ital. 
crine,  piem.  crin)  ',  allato  al  quale  dovremo  porre  anche  om~ 
hréne,  ombra  e  ombrello,  'umbrina,  cioè  un  derivato  sul  tipo  del 
prov.  famina,  spagn.  neìiUna,  ecc.  (Diez  IP  338).  Cfr,  C.  III,  4. 
—  34.  fréd.  I  breve.  36-7.  vie,  di;~  netisie,  mondizie.  —  i. 
38-40.  tèmi,  pégri,  néri,  véri,  nome  loc.  Pers  lat.  Pirae;  pel, 
nèv,  pèg  170;  védue,  ded,  im-pargévi-si  percipere;  ecc.  Di  viód, 
io  vedo,  si  tocca  al  C.  IH  3.  Idi  posiz,  41-8,  mil,  mije  'mil-  (  pos. 
lia  un  miglio;-  grispe  e  gréspe,  [grépie  e  gripie],  ckest  e  chist, 
ditt  e  deli;  poi  una  serie  di  doppie  forme,  nelle  quali  trattan- 
dosi dì  ne^so  che  incommcia  por  n,  si  può  dubitare,  che  ri*, 
pur  dove  coincide  con  l'i'  italiano,  sempre  non  sia  la  diretta 
coDtinuazione  dell'i  latino,  ma  si  possa  essere  da  un' e  secon- 
daria, entrata  nell'analogia  della  primaria  (num.  28;  cosi  per 
es.:  string-  -eni  '-einz  -ini),  e  quindi  spetti  al  numero  che  segue. 
Cosi:  strénzi  rìstrènii  -strinzi,  pensi  impinzi  dipènii  dipinzi 
dipént,  ténzi  Unii,  spinsi  spénii,  fénii  finzi  fénte  finte, 

'  Non  dimentica,  nel  porre  quaato  eaempio,  l'artìcolo  grena  dal  lesa,  del 
Diez.  Ma  deiérie  (venez,  deiénaj  decina,  sarebbe  esempio  illosorio  (cfr,  apaga. 
decena  ecc.). 


;vGoo»^lc 


491  Ascoli,  Sa^gi  ladini,  I. 

cénii  Qénte  pnzi;~  lind  léndul  lindo;  binde  bènde;  cfr.  an- 
cora assins  absinthìo-.  Con  Ve  ferma:  mej  9*,  conséj,  fame} 
faméje,  tene  tigna,  den,  créste,  férgin,  méti,  vena  il  vinco,  pc«- 
gte;  ecc.  Un  i  venuto  in  posizione  romanza:  ét[ij^  elee  ìlice.  — 
43.  cavéslri  e  caviéslri,  sinéstri  (-niéatri),  riéste  ariéste  ari- 
sta; midiésim;-  e  fuor  di  posiz.:  viérie,  di  cui  sotto  e. 

Appendice  all'I.  SS  mugg.  munV,  durmir-mier,  jrier  gire. — 
8t.  89-40-  Avremo  i  due  dittonghi  dall'c  frial.  =  i ,  secondo  l'esor- 
dio, p.  482-3;-  I.  éi:  sarap.  fréià;  seX;  man.  fréid;  séit,  déit, 
ttéif,  péili'  Pie.:  frèd  fréid;  niv  néiv,  pel  péti,  sed  séid,  peff  P^V 
pice-;  cfr.  tra  i  nomi  di  viti:  'negrìn  o  neiràn'-, —  II.  Va,  [io], 
ie  :  pes.  d!at,  coli,  diot,  rig.  lemiot  taroigio  (spetta  al  n.  42;  cfr. 
n.  lOI);  olaoz.  fried;  diel;-  Pia.:  ft-ied.  niev.       4S.  Cfr.  terg. 
miète  mettere  114,  e  resta  piti  volte  il  dittongo  anche  a  forinola 
Atena:  mieftitfa59,  ecc.  V.  ancora  l'append.  all'È. 
o.      0  lungo.  46.  Resta  o,  e  per  due  eserapj  c'è  l'indicazione  che 
sia  uno  stretto:  pr ',  vgg;  lintòs.  fumós,  crestós,  vergoniàs,  ecc.; 
parón,  deponi  dispóni;  óre,  color,  pastór,  pescadór  {fem.  pe- 
scadòrie,  v.  Ili  1),  pastórie  pastoja,  potòrie  beveraggio,  fora' 
dórie  trivello;  cod  (ma  nei  derivati:  cuédul,  cuédule,  siamo 
all'analogia  ddi'ó,  cfr.  p.  381  e  378,  in  n.);  ecc.  Due  soli  esem- 
plari (oltre  i  soliti  ju  e  dut  num.  193)  hanno  Vii:  oiUbar,  cfr. 
ScuucH.  vok.  II  111  (III  SOO)  ^  e  scùrie  scoria  dei  metalli.  — 
i.  47.  Cfr.  n.  46, 52  e 56  n.     0  breve.  SO.  om  cfr.  n.  52,  ftoncfr.  ib., 
ion,  esempj  che  altrove  conveniva  raccogliere  sotto  il  nuca.  51. 
Inoltre:  bo  cfr.  n.  52,  pò  e  poi,  cfr.  ib.;  viòle,  pajóle  forfora 
('pagliuola'),  musaróle,  primaròte,  scajóle;  [bróili];  cóvul  bica, 
movi  (amuévi),  róse.    62-S.  h'ué,  cioè  l'integro  dittongo  dell'ft 
si  mantiene  incolume  quando  la  consonante  cui  precede  sia  se- 
guita da  vocale,  che  di  regola  è  quanto  dire  in  penultima,  e 
solo  assottiglia  in  i  il  suo  secondo  elemento,  se  la  consonante 
è  n  (cfr.  num.  38  e  56);  ma  all'incontro  riducesi  ad  u,  quando 
riesce  nell'  ultima  (cfr.  n.  23)  ^  -  I.  scuéle,  muéle,  suéle,  [spuéle]; 

'  Allato  al  tipo  dimiDutÌTO:  órlii  cfr.  pVo  e  órlo  nel  veoeiiano- 

*  Delle  coneordaue  ivi  addotte,  va  uaturalmente  espunto  il  aicil.  olhteru, 
che  nuU'ba  di  particolare,  l'ù  hÌclI.  essendo  la  coatiaua  risposta  dell'^  l*t 

*  Per  questa  riduzione,  pnC  confrontarli  'Colfoaeo',  p.  361;  e  anche  /Wj'oc 
lue  nell'ant.  proieni.,  allato  a  fuec  ecc.  (P.  Mbter,  Mém.  d.  l.  Soc.  d.  Im- 
guUt.,  I  147,  cfr.  149). 


;vGoo»^lc 


g5.  Territoij  MuUni:  d.  495 

vaxuéle.uaruéle  =  v«aez.yaróÌK  {va-ÌMÒlo),  sponzuéte  tango  spu- 
gnolo; uéli  olio 97;  buére9Q;  dipuésit;  limuésine;  ruéde;  cuéi  ' 
cuocere  171;  muévi  (e  movi);  nuéli  {nuli)  "n-ólere  olerò,  ma 
nella  terza  sing.  del  pres.,  perchè  piii  non  siamo  in  penultima:  al 
nul  olet  ';  e  analogamente:  vuéUn  uélin  vogliono,  o  a  pronome 
enclitico  mtétial  vuole-eglit,  ma  vul  (ul)  mole;  e  cosi  duélin 
dolent,  allato  a  dui  dolet.  Posson  parere  due  casi  di  conser- 
vazione eccezionale:  uè  ho[d}ie,  uéd  vuoto;  ma  il  primo  è  sui 
generis  [v.  n.  239]  e  il  secondo  ha  la  forma  accessoria  e  legittima: 
vuéid  (cfr.  p.  27  6  327),  che  anzi  viene  a  compire  la  regola.  Alla 
quale  piuttosto  contrasterebbe,  e  in  doppio  modo:  svuél  e  svuàl, 
che  il  Pirona  adduce  qual  doppia  forma  accessoria  di  svol  volo; 
ma  la  duplice  anomalia,  e  il  trattarsi  di  un  nome  di  estrazione 
romanza,  ci  portano  a  riconoscervi  una  particplar  dipendenza  dal 
suo  verbo:  inf.  svualà,  che  presuppone  una  terza  stng,  svuéle. 
Ancora  s'abbia  il  semisdrucciolo  stuérie;  cui  sì  aggiunge,  da  6 
secondario  (=•  ò.):  salmuérie  allato  a  salamóre,  oltre  il  solito 
esempio:  scuédi  rescuédi;  e  finalmente  da  é:  martuéri  marto- 
rio, dove  è  da  considerare  l'i  in  iato  della  base  (cfr.  pag.  433) 
e  1*0  aperto  del  riflesso  italiano.-  II.  buìne  e  bUne,  fem.  di  hon;- 
muini  santese  ('mónico'),  muinie  monaca;  cfr.  num.  168,165.- 
III.  cur,  fur,  sur,  'o  mùr  muojo;  sun  e  son  suono  (ma  anche 
sùne  suona,  cfr.  bùne  s.  II.);  dui  duolo  e  duole  (cfr.  I.),  faitil, 
facul,  lin^l,  cavràl,  mont^ùl,  spagnùl,  latarùl  lattajuolo 
(dente;  accanto  a  lataróle  lattatrice),  ecc.;  pus  puoi,  viis  vuoi; 
apr&v  a  pruovo,  nuv  novem;  nuv  e  nùv  novus  (fem.  nòve),  cfr. 
l'append.;  uv;  bus  boves  cfr.  n.  50;  fùg,  lug,  iug;  mùd,  [briid], 
rui  ruota  d'acqua,  a  6nalmente  rùdul  (ma  anche;  ródut)  rullo 
ruotolo,  che  forma,  per  ora,  con  iimifi  uomini  (cfr.  n.  50  e  52  II), 
il  solo  pajo  di  esempj  peru-'ue  in  penultima.  Appena  pu6  dil'si  ia 
penultima  V  ù  =  'ue  =  o  second.,  che  abbiamo,  secondo  il  solito 
(v.  pag.  188,  366  ecc.),  nel  riflesso  di  'pauper';  pùar  Cpùeuar); 
cui  sì  aggiunge,  pur  nella  solita  analogia:  pùc  e  pgc  pauco-.  — 
0  di  posizione.  54.  Infrequente  ia  vocale  intatta:  foli,  moli  6  ^ 
cfr.  56;  volt  vòlte;  font,  front  cfr.  56  III.,  mont;  sors  sorso,  cort. 


'  Cfr.  Caru,  nel  luogo  citato  di  «opra  (pag.  434):  'dice  [il  popolo  cspo- 
diatriauo]  :  voli,  olif  che  tìsd  da  olel,  per  render  odore.' 


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400  Ascoli,  Saggi  LaillDi,  L 

ori,  porc,  inlór  '  ;  v-olt  ^  Ora  avviene,  in  analogia  di  ciò  che 
vedovasi  al  n.  27,  che  la  metà  di  questi  esempj  incontri  Vq  aaii- 
chè  Vo  toscano  (f9nte  frante  m9nte  sorso  cgrte  intprno),  e  quindi 
porterebbeci  al  n.  58  degli  spogli  grigioni,  aggiungendosi  ancora 
la  basefir^  nei  dialetti  di  cui  si  tocca  a  p.  373  in  n.  55-56.  In 
continua  analogia  di  quanto  ci  offriva  il  n.  38,  la  forma  ìntegra 
del  dittongo  {né),  ai  al)arga  dinanzi  a  r  (uà),  e  all' incontro  re- 
stringe il  suo  secondo  elemento  dinanzi  a  n  («(';  cfr,  num,  52),- 
I.  cuéll,  muéll  (v.  p.  366,  n.  54),  tuéli  tuelt  (Pir.  121);  smv^je 
cfr.  p.  262,  suéje  "solja,  fuéj  faéje,  uéj  *luéj  {n.  226")  lolium  pe- 
renne, vttéj  uf'j  'voljo,  cué)  'cóljere  n.  190,  vuétii  (avvolgere) 
stra-vólzi  -vuélzi  -vuélt;  uéss,  duéss,  fuésse,  cuésse,  tuéssi 
n.  168,  puéss  possum,  muéss  mosso  Pir.  262,  gruéss  gruésse 
{gròsse  gravida);  puést  sost.,  puéste  id-,  dispuést,  euéste;  cuitt 
cuéte  cocto  -a;  zuéti  zuéte  (=  venez.  zoto  -a;  zoppo  -a;  cfr.  l'ant. 
tose,  ciotto,  che  Pir,  102  giustamente  ricorda),  Vué  semplificato 
in  é,  forse  per  mera  assimilazione  di  voce  a  voce:  nésiri  nostro. 
allato  a  nuéstri,  vuéstri  uéslri  \  -  II.  uàrr  {vuórv)  ornus,  cuarr 
{cuàrn),  cuàrnul  corniola,  puàrr  porro,  duàr  [duirm]  dormo  -e, 
'Camp-fuórmid  n.  loc,  fórsi  e  fuàrs  *,  acuàrii-si  accorgersi, 
scuàrii,  spuàrii,  tuàrii  tuàrt,  scuàrse  scorza,  fuàrt,  mwìrt 
morte  -o,  puàrt ,  pudrte,  'opuàrti,  uàrdi  v.  p.  359  (n.  97),  cuir- 
de,  concuàrdie,  muàrdi  rimuàrs,  cuirp,  fuàr/ìg,  uàrfin,  uàrh. 
Inanzi  a  l:  da-vuélzi  a  -vuàlzi.-  HI.  L'ui  da  uè  dinanzi  a  n,  va 
incontro  a  due  semplificazioni  diverse,  secondo  che  taccia  l'uno  o 
l'altro  dei  due  elementi,  e  si  hanno  anche  entrambe  per  la  me- 
desima voce.  Col  solo  ut:  spuinde,  rispuindi;-  ui  ed  w:  scuì'tiii 
scéndi,  puint  punt,  cutntri  e  cUntre,  cuinz  cunx  congius, 
cuinge  cùnge  'concia  condimento;-  i  ed  it:  frìnd  (e  frund, 


'  Ut  m'in  tàt^is  me  ne  torni  Coll.  li  25. 

'  In  poa.  romanza:  v-óli  n,  118, 

'  Un  altro  esempio  di  é  da  uè,  tns.  in  un  caso  di  o  secondario  e  di  cosUttuioiie 
aHkttO  particolare,  sai'à  probab  il  mente:  crei  (f.  crée  'créje,  cfr.  nnm.  97  tee), 
'nuofp,  recente,  novello,  fresco;  attributo  temporaneo  riferibile  a  coae  da  poco  ■ 
'tempo  fatte  a  usate:  fere  crée  cera  Tergine,  lane  ere»  lana  sudicia,  fili  crii 
'orciolo  non  usato  (Pia.)',-  ricondotto  a  •cruéj  =proT.  croi  =  il.  erojo  (cfr.  Diiz 
lesa.  t.  T.),  sicchà  propriameote  dica:  crudo,  rude,  io  Utato  primitÌTO. 

'  Anche  furti,  cfr.  pp.  413,  436. 


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§  5.  Territoij  fi-iulsui  :  à.  497 

fi-ond)  fronda,  strini  (strunt,  stront)  stronzolo;  Lu-stnz  Son- 
tiiim,  V.  n.  229  >.  Quasi  sicuramente  è  l'esito  del  dittongo  anche 
lìell'w  di  sum  sun  sonno  (cfr.  l'append.  in  f.),  bisùn  (cfr.  p.  29)  s,, 
e  frunts  (pi-),  testata,  l'estremità  dei  solchi  del  campo,  che  sono 
ancora  esempj  dì  posizione  nasale,  e  in  iurcli  tórdi,  ingiustri 
-ostri  {ò  second.),  ne' quali  è  triplice  consonanza.  Starei  all'in- 
contro assai  dubbio  circa  \'u  di  dùmble  n.  155;  e  non  è  punto 
specifico  quello  dì  lung  litn'ge  (v.  però  l'append.)  e  iisme  usta. 
Esito  del  dittongo,  ma  per  la  non  più  sentita  posizione,  e  quindi 
nell'analogia  del  nura.  52,  in  àaitr  d-avor(so),  cfr.  Tappendice, 
e  anche  in  dis-piiss  (allato  a  das-p6)  ~  des-pués  spagn.,  das- 
-puó  ecc.  dei  dìal.  ven.  (pag,  423  ecc.).  Mi  resta:  ziicul  {éàcul, 
còcul)  zoccolo.      67.  V.  il  num.  10,  in  append.  all' A. 

Appendice  ali'O.  4ft-56.  Abbiamo  nel  terg,  Vué  intatto  pur  6  poa. 
dinanii  a!  nesso  c!ia  incomincia  per  ti  {cfr.  l'app.  all'È):  pvént 
ponte  04;  respuénd  42  43,  cor&spuéndem  corrispoadono  89;  scuén- 
de-se  85,  scuendaréss  104,  scuendó  ib.;  e  doppiamente  caratteri- 
stico: luéngia  27  42  95.  La  formola  <in +  voc.  non  lia  alcun  esem- 
pio nel  nostro  testo  terg,;  nel  quale,  d'altronde,  Vò  fuor  di  pos. 
spesso  noa  dittonga:  sor  10,  el  mor  14,  foch2S;  ecc.  Il  mugg. 
traligna;  v.  piU  innanzi  (ttd).'  Viene  poi  la  volta  del  dittongo 
sopìore  e  dell'improprio  (esord.  482-3). —  I.  óu;  dati  fri. =ó:  óu  =  ó. 
mugg.  onour,  dolour,  coloitr,  iuvour,  versaur  {aratro),  lour,  flour, 
,  soul  solo,  vouf,-  pord.  pi-owirfifo tir,  sijtm our  23,  dolour  ih.,  anc- 
-our  11,  amour  ib.,  sotti  solo  e  sole,  1,27,  dolorouaa  S,  nevoud  3; 
{cfp.  pardwi  10,  nella  rima);  av.  coiowr-s;-  forn.  tour;-  samp. 
ffolóus  ecc.,  noti  vou;  fell.  fUióus  (tiglioso),  (urióìts,  ed",  da  scous', 
man.  fióur,  servitóur  ecc.,  ma:  fo?;-  Pia.:  latór  -vóur,  ICr  lóur, 
' C'um-fttfur  Campo-fiore  (casale  in  Carnia),  wo  »o'm,  vo  vóu;  — 
da  ó  fri.  "ó:  mugg.  cottr,  sour,  voul,  mouver,  lóug  soug;-  pord. 
coMr  22,  fow  27,  dntil  sost.  1,  soul  suole  25,  bou-s  11;  av.  mar- 
sóul  'marzuólo'  marza;-  pes.  four,  «lowr,  lotte;  rig.  fan  boun 
{'tanto  bene'),  eour;  cott.dàul,  [samp.:  fùc,  ^ù^];- elauz. /Sur  ecc., 
faìóul,  tìóuf  novus  novera,  zouc  ecc.,  tu  ptius;  man.  taira.  cdMr, 
sóur  ecc.,  òuf,  fjuo,  lóuc;-  PiR.:  cor  cówr,  for  fóar,  sòr  sóur; 

'  Qui  si  dichiara  auche  bvjim  "bijÌDZ  (a  biiins),  asta  curva  per  appeo- 
Isr»!  e  portare  due  secchie  d'acqua,  cioè  •bi-coogio  •bi-gufnz  (o.  107'). 

'  Conferma  l'aftariore  *bìsuén  *bisui»,  l'aversi  pur  la  forma  col  eolo  i: 
les.  bistna  bisindca.~-  Due  esenipj  di  -ii«ja  da  -én-ja,  ao^Q  iUune  brina, 
'i/eluu-ja,  e  il  o-  loc.  Cohiiie  «Colonia. 

Accliivio  ^IdudI.  ìul.,  I.  31 


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I  Ascoli,  Sa^gi  ladini,  I.  \ 

dui  dòtti  duole,  dóvi  doolo;  fazòl  faióal,  linaról  -rJul  lÌDajuoti.j 
[earóul,  cfr.  p.74  n.],  ecc.  ;pós  póus  puoi;  novnrjuv  (v.  più  aTaDi:i;i 
óuv  óu-s;  bóu-3;  fóg  fóuff,  lóag;  tnód  móud,  brdud^-  e  pu6  as-| 
giungersi  :  póc  pótte  ;  —  da  d  fri.  ■»  d  di  poaizione  non  più  sentiU:  1 
pord.  coul  1,  davow  ib.  126*;  Pm,  :  v-óuli  118  (sarap.  id.);  darCr 
-cdui*.  L'óu  a  Grto  è  ridotto  ad  éu,  p.  389. —  n.  ùa,  [ùo];  Jal 
d  fri.  =ó:  pe3.  majùar,  servitùar-t,  lùar,  ntta  vita;-  rìg.  pattu'r\ 
(-lior),  luor,  tuoi  Holo,  oxiwts,  nuo  vuo,  coli,  servìdùor,  préffiùot;-  ' 
clauz.  ttnùar,  dulùar,  rumùar,  fiùar,  luor,  sùal  (fem.  sóU),  fa- 
tnùas,  VÙ03  voce;  ma:  Qre,  lavare,  nps  cpj,  ragón;-  Pir.:  «im» 
mio;—  da  ó  fri.  '»((:  dial.  di  Erto:  tlòm,  ^uàt,  cfr.  jua  =  V  '"• 
'óùa  =  *<!0  =  'tió  tuo;-  [pes.  ptia-s,  coli,  pùo-s,  pochi;  clauz.  pùac. 
Pm.:  pùoc];  a  Vito  d'Asio:  mùad,  cfr.  clauz.  jùad  crùad  (»ede 

'  crede;  viód  crod  udin.  ecc.); —  da  ó  fri.  ^=6  ài  posizione  non  ptii 
sentita:  clauz.  riiai  ■=■ 'udì  {eg.  viili),  occhi,  cfr.  n.  97;  a  posiz- 
seutita,  da  d  second.  :  rìg.  discaotn,  cfr.  l'app.  all'U.  Passiamn 
finalmente  all'ud,  che  all'estremità  occidentale  fa  le  veci  dell'».' 
(gì  per  Vó  e  sì  per  l'd  di  posiz.),  su  di  che  si  posaon  rivedere  k 
p.  396  e  417.  Pord.  :  scuoia  17,  varuole  5,  fatuoi  15,  nuora  25; 
[puoc  2,  puore  povero  8]  ;  ancnct  15;  S'fuoi  foglifo]  27,  ruot  vtv- 
glici28;  anguosse,  cuoste,  6,  che  puosie  16,  ntuoiia  mossa,  in- 
pruosxa,  22,  titwsire  4,  vuostre  9,  me  muottre  7,  ascunltd-me  0, 
racwolla  24 ,  tal  rwolira  (sic)  21,  «uo(  7  28;  [ma  non  maneani) 
esempj  di  ou,  come  di  sopra  vedemmo,  e  due  son  nella  nma';- 
av.  piera-cuola ,  cfr.  cruóda  =  eroda  venez. ,  roccia.  Pure  nel  sag- 
gio di  Claut  compare  l'ud,  ma  tutto  concorre  a  persuaderei,  che 
pochi  esemplari  vi  possano  avere  l'ud  genuino,  e  negli  altri  si 
tratti  del  dittongo  improprio  (»  ùa  di  Erto;  per  es.  jttó  ìoi: 
quindi  vi  vorremmo  piuttosto  tio  *.  Nelmuggiese,  poi,'  b' ìncrociaDo 
due  correnti  diverse;  poiché  vi  abbiamo,  dall' un  canto,  l'aptico 
uè,  allato  all'ou  secondario  {g-ues  osso,  cour  ecc.],  come  in  altre 
varietà;  e  dall'altro  Vvo,  che  potrebbe  esservi  immesso  da  qual- 
che dialetto  veneto-istrioto  (cfr.  p.  442-3).  Cosi  ho  nelle  serie 
rouggesi:  buon,  nuova,  ruoda,  [puover,  pttoc-ull;  cuoi,  euosla, 
fuort,  cuorp,  fuor  forno-,  ptuint,  ecc.  —  E  pesta  che  si  consi- 
derino i  casi  di  io  friulano,  dì  contro  ad  6  latino,  intomo  a: 
quali  gurge  il  doppio  quesito,  ae  vi  si  tratti  della  mera  epentesi 
di  un  t  {oj),  o  non  piuttosto  di  un'antica  e  speciale  alterazione 
di  uà,  cioè  della  forma  del  dittongo  dell' ó  che  nell'estremità  oc- 
cidentale testò  Bì  ritrovava  (cfr.  p.  417,  423, 454  n.).  Gli  esempj 
si  limitano  alle  formole  tó-  so-  nò-  -lo-,  tutte  di  consonante  den- 

'  Per  Foriti  dì  sopra,  t.  la  p.  390. 


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§  5.  TerritorJ  fi-ìulaui:  li.  4ìr9 

tale  ;  e  quelli  clie  meglio  parlino  per  io  da  uò,  cioè  d' io  nelle  veci 
di  un  dittongo  organico,  soa  nostri  (ma  anclie:  nòstri;  e  nésti, 
cfr.  a.  56  I)  allato  a  mtéstri,  e  noti  nòtul  (notte  nòttole;  ma  an- 
che: nott),  allato  a  nutvl  (samp.  fell.),  che  darebbe  'nuéfuf°*nud- 
tttl.  Ma  è  scarso  argomcato;  e  il  non  vedersi  alcuna  aufficieote 
ragione  dell'estendersi  dell' ud  occidentale  agli  esempj  a  cui  si 
allude,  e  anche  la  costante  alterazione  che  se  ne  dovrebbe  sup- 
porre (poicbd  non  mai  si  alternano  id  ed  uó  al  modo  che  vedemmo 
pei  dialetti  veneti,  ned  ha  alcuna  consistenza  ìl  dubbio  che  tut- 
ta volta  si  espone  al  n.  239),  bastano,  a  tacer  d'altro,  per  ridurre 
a  un  minimo  quasi  impercettibile  la  probabilità  che  abbia  in  sino 
ad  ora  l'ipotesi  dell' id  friulano  da  uà.  Gli  altri  esempj  che  per 
ora  si  possano  addurre,  son  questi:  ioli  tidli,  onde  'cóli  (e  taéli 
e  'óuéli),  tollera;  sórte  siórie;  nuv  'njaev  e  nov  (onde  nóuv)  néve; 
nóziis;  nióre  [o  second.;  coincide  il  venez.  nióra,  ma  non  è  coin- 
cidenza che  coDcbiuda);  cajóstre  colostra.;  [e  il  terg.  ha  lióch  18, 
liogh  83,  allato  a  loch  13;  ma  Vió  sarà  d'immissione  veneziana, 
cfr.  n'osa  36],  Ad  ó  riviene  anche  siùn  =  sun,  di  cui  v,  il  testo. 
Non  è  d'd:  nuche,  il  cui  n  è  comune  anche  al  toscano,  al  vene- 
ziano, al  piemontese  e  al  milanese.  Cfr.  il  num.  110,  i  cui  esempj 
hanno  pur  sempre  anch'essi  una  dentale  che  precede  l'i  (j).  Al 
qual  proposito  non  sar&  superfluo  di  notare,  che  -i  dì  plurale, 
anziché  -s,  non  s'ha  che  dietro  a  dentale  (num.  137).  La  Carnìa, 
o  almeno  il  Canal  di  S.  Pietro,  non  favorisce  l'accidente  di  cui 
discorriamo:  tóli,  ntìcce  nozze,  nott,  nuv.  Di  scréttle  v.  il  num.  3 
in  appendice  all' A. 

U  lungo.  69-60.  Costantemente  «:  un  une,  lune,  ùmid,  mul,  «. 
cui,  dur,  figure,  fissure,  ite  uve,  Iuq,  elùdi,  refud,pal{id,  nud; 
i.*wd  avuto,  tim{id\l-uvrilQ;%'\\  ted.  &r«f  nuora;-  sit;-  fulg\Qzz. 
Sola  eccezione:  cumòn,  allato  al  normale  comùn,  il  Comune,  e 
analogamente  tra  i  nomi  loc.  (anticipando  sul  num.  64):  Comóne 
allato  a  Comiine  {oomiine  =  'comùnia  è  il  prato  di  proprietà  co- 
munale), cfr.  pag.  185,  n.  2.  TJ  breve.  61.  Abbiamo  costante-  ó 
mente  \'6,  e  con  bell'abondanza,  considerata  la  relativa  rarità 
dell'elemento:  còni  (allato  a  cun  103;  cfr.  pag.  359  n.),  iònie 
tunica  165,  góle,  zòvin,  sóre  di-sore  supra,  lóv  {love  e  lupe, 
cfr.  l'ital.),  cov  cóve,  dópli,  croi;,  cógume  cìicuma,  Jót;  jugum 
(allato  a  zu,  -f.  l'append.),  fòli.  Cfr.  cródie  al  n.  230;  e  circa 
lóSre  latra  (Diez  P  166),  il  num.  200.  Vii  di  'ubi'  è  aSiVó  di 
alg-ó  atic-ubi;  poi  ritorna  u,  perchè  fuori  d'accento,  in  d-u-là 


;vGoo»^lc 


500  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

(cfr.  p.  67);  ma  nella  varietà  tergestina,  questa  medssima  com- 
binazione è  correttamente:  d-ó-la  (mugg.  dolla;  cfr.  pag.  446). 
Rimane,  con  \'ù:  rud,  pretto,  mero,  che  dee  rivenire  a  ^rudis"  j 
(rozzo  >  in  istatn  naturale,  genuino),  ed  ù  nel  medesimo  esem-  ! 
piare,  anziché  Vó  normale,  et  mostrano  pur  gli  altri  riflessi 
romanzi;  che  è  fenomeno,  io  credo,  pel  quale  bisogna  conside- 
rare il  contatto  logico  fra  rùdus  e  aes  rude,  e  simiglianti.  — 

ti  pos.  U  di  posizione.  63.64.  Imprima  hanno  l'u,  in  {special  eoo-  . 
cordia  con  l'italiano,  jus2,  gusi,  frust;-  uss;  e  si  aggiunge 
curi,  in  armonia  con  molti  altri  vernacoli  dell'Alta  Italia  (ve- 
nez.  curio,  milan.  torin.  cUrt).  Il  sost.  'punto'  ritrova  pont  e 
punt,  ma  con  la  prima  forma  va  anche  pónte  la  punta;  cosi: 
aiónii  -iinzi,  conzónzì  -unzi,  iniónii  -imzi,  cfr,  n.  96;  crust 
orlicelo  ecc.,  allato  a  cròsta  (ma  è  da  considerare  l'u  àtono  del 
verbo  crustà);  targai  e  iiirgul,  torb[id]o  (cfr,  pag.  415);  au- 
tùm  ecc.  93;  e  più  non  mi  resta  con  Vìi,  se  non  spelunce.  Del  ! 
rimanente,  sempre  Vó:  ónii  ont,  ungere  ecc.,  fong,  defónl,  mólzi 
e  manzi,  folg  fulgur,  cóltri  culter,  órne,  mósgid  pastoso  (mu- 
scidus),  góle  gutta;-  giróic  girói  chirurgo  ('Qirùrg'ic  'firóriic, 
jirójc,  vedi  num.  99);-  ecc. 

Appendice  all'D  {v.  l'esorti.  482-3}.  «1.  Dittongo  aeriora 

=ii{ó).  deil'd  secoDd.  (=«):  mugrp.  ióv.g;  samp.  lóuv,  ctìv.v\  man.  góu(, 
cróus;  in  un  docum.  del  1394  (Gemona):  lis  erotti;  Vm.:jóvjÓuv 
{zOv  ióuv;  e  anche  zu  'giogo  di  moote'  ecc.),  lóp  lóuv;-  ditlonso 

=i'((d).  improprio:  rig.  muolci;  clauz.  criias,  luaf. 

ce.  AE.  (ì7.  Nella  normale  analogia  dei  num.  22  e  23:  géee  (f*- 
vólé)  caepa,  gii  caelo-,  gir  qnaero  -ritcfr.  n.  179;  e  con  l'analogo 
dubbio  circa  loj-  di  jéte  =  éte,  aetas,  num.  229.  Fen  può  appaia 
àu.  tenere  ad  e.  E  ci  rimane:  im'prfst.  XV.  68.  Intatto:  ów,  tóur, 
tesàv.r,  nàuti,  clàustri  chiostro  (allato  a  clóstri  catenaccio), 
làud  lauda,  [lauràr  'lauràrio-]  *.  Per  àu  in  ó,  oltre  i  due  esem- 
plari che  fra  i  Ladini  s'inoltran<J  nell'analogia  dell'ó  (n.52-3}, 
avremmo:  cosse,  foQ  foce,  lódule  alaudula;  ma  si  aggiungerò 
nelle  formola  "àuld  ecc.  da  aud  ecc.  (cfr.  pag.  157).  Cosi:  'gòidi 
goldé,  gaudere,  olsà  osé  ausa  *ansare,  fùlsa  (e  'ponsà,  cfr, 
pag.  398)  e  pausa  *.  Accanto  ai  quali  esempj  è  assai  notevole, 


'  NotuTola  ó  il  terg.  chiAuia  (r-  X-àass  del  Friuli)  cosa,  36  38  ecc. 

'  1133:  oU  auU[Ìt],  1300:  uldil. 


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§5.  Territori  fnulaui:  ditlonglii  tonici.  501 

col  mero  ald:  realdi  =  re'&uàire ,  'restituire  altrui  il  credito, 
l'opìnioDe,  l'onore',  cui  si  possono  aggiungere,  neiraccento,  i 
nomi  loc.  Pàlse  (lat.  Pausa,  Pir.  616),  Pàlsi,  allato  a  Pàuse 
in  quel  d'Auponzo  (Cadore;  cfr,  p.  403).  68\  L'Ali  romanzo  è 
intatto  in  ànce  allato  ad  óce,  ed  in  peràule  parola.  Di  fràule  ecc. , 
V.  l'app.  all'A  (n.  3).  Da  'ao:  Culàu  Colauin,  Nicolò  -ino.  Sin- 
golare è  póure  pare,  allato  a  paure  'pavùra  cfr.  Diez  IP  348-9; 
e  forse  vi  abbiamo  la  figura  nominatira  'pàvor'  (pàuur  ecc.)  che 
si  mescola  con  l'altra.  Di  AI  romanzo  in  é,  v.  i  n.  3  (app.),  9, 
100,  105. 

Appendice  ai  dittonghi.  AE.S7.  Dittongo  Beriore,  da  é  frìul. 

(cfr.  l'app.  all'È):  foPD.  pea.  géii,  clauz.  cèti;  Pia.:  géit,  ger  péir  ii=a{é). 

quaerìt. —  AU.  68.  Dittongo  seriore,  da  ù  friul.  (cfr.  l'append. 

all'O):  fora,  póttdù  iu=du{6). 


Vocali  àtone. 


A.  70.  In  0,  per  effetto  assimilativo  della  consonante  labiale  a 
che  gli  succede  o  precede:  tamàri  o  tomàh,  tam-magno-,  tàblàd 
e  toblàd  lublàd  (ed  anche  taulàd  toglàd  129°);-  madón  e  nto- 
dón  mattone,  marón  e  morón  marrone,  uadàn  e  vodàn,  va- 
làpp  e  volópp,  galoppo,  cui  probabilmente  si  dovrà  aggiungere 
anche  valópe  volópe,  fallóppa '.  Pure  orménte,  allato  ad  ar~ 
ménte,  dovri  il  sw}  ó  alia  labiale  successiva,  cfr.  il  num.  82,  e 
il  77  del  soprasilvano.  Di  ortór,  all'  incontro,  v.  p.  487.  Il-ìt.  Ma 
qui  si  fa  caratteristica  la  tendenza  di  assottigliare  Va  f.  d'acc. 
in  e  ed  t.  Incominciamo  dai  casi  di  a  prot6nico:  radrig  redrig 
ridrig  230;  raion  rezòn,  tamèg  temég  101,  talón  tei.  tallone, 
laloézz  letoész  doni  alle  puerpere  ecc.,  fevéle,  peràule,  lemen- 
tàssi,  dispare'cà  -sper.-  sparecchiare;  anzile  iniile  187,  im- 
•pòle,  ra.  e  rimpin,  gra.  e  gridlzz  graticcio,  gridéle,  muradór 
Bmuridór,  strissina;  camése  'cem.  'cim.,  'castine  'cist.,  ga.  e 
ghijàrd,  granéll  e  grinéU  sgrineld,  ra.  a  risUéll  ris'cèll,  'ci- 
s'céll  107;  pirid  scommettere  (panare),  a  Vi  dell'àtona,  ajutato 
forse  dalla  particolar  costituzione  del  vocabolo  (pària,  pàiria- 

'  Non  à  diverso  il  fenomeno  di  co  da  gua  fitono,  io  Codróip  d.  100,  o  in  eo- 
àcr  (•'codérn,  cfr.  n.  14 1),  quaderno,  che  occorre  in  una  nota  del  1330  (CiTid.). 


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503  Ascoli,  Saggi  ludiui,  1. 

pépia.),  si  fissa  poi  in  questo  esempio  anche  nella  tonica:  piiv 
scommessa  '.  Casi  di  a  postònico;  fra  i  quali  primeggia  Y-as  in 
-is  del  pi.  fem.:  Hs  'càsts,  àghis,  ruédis,  lénghis,  ànimis,  ecc.-; 
cui  sta  allato  l'-a  in  -e:  une  'case,  une  strade;  àme  amat,  pare 
parat  (spinge);  ecc.  ^.  Si  aggiunge  Va  postònico  interno,  in  i: 


'  Coma  fauno  Is  voci  del  verbo  con  l'accento  sulla  prìmaT  Piridr  e  pini 
aoD  pure  del  Teneiiaoo. 

•  Qui  si  deve  chiedere  ae  V~ii  della  sec.  pars.  ag.  di  l.«  conjug.  (àmit  ami'' 
sìa.  anch' ei£0  per  i  da  a  f.  d'aoc,  o  se  piuttosto  non  vi  si  abbia  quella  )ìi«l- 
lazione  delle  forma  cbe  ci  occorre  nell'italiano  (tu  ami,  senfi  ecc.;  <ioiÌi. 
stntis  ecc.).  Sarebbero  decisive  le  sec.  sg.,  che  io  ancora  non  potei  avere,  di 
quelle  TBrìelà  che  non  riducono  ad  -it  V -as  ini  fem.  pi.  (cfr.  la  noia  cbe 
segue). 

'  I  Tarj  riflessi  dell' -a  e  dell' -as,  di  ag.  e  pi.  fem.,  vanno  fra  i 
piti  spiccati  distintivi  delle  varietà  friulane.  Abbiamo:  I.  -a,  -as;  pes. 
rtieda  n.  52,  palina  (cfr.  mancai,  mi  loca),  rùèas  robe,  scnrpas,  las 
scrovas;  forn.  'casa,  fìesta,  las  scarpas^  —  II.  -o  -os:  rig.  va'éo,  vigilo 
vitella,  ierbo,  ntedo,  'fatino,  'caiso,  s'ódln,  viesio,  soio  soga  (cfr.  mon- 
'ffo!,  mi  selo  gela,  e  anche  soródin  'n  h&aio' =  saródin  Pia.,  Berotino, 
prossimo  a  sera),  lanóios;  coli,  'caso,  (iéslo,  'cambio  (cfr.  3.  per$.: 
avene  ecc.);  baracàdos,  fémenos  corótos; —  III.  -e  -es  (ed  -at  nell'ar- 
ticolo): flamp.  v-oréle  n.  118,  las  ates;  clauz.  fuésse  n.  56,  'case,  las 
cées,  fémenes,  scdrj>es,  'cases  (ma  nella  parabola  da  Vito  d'Asio,  coma 
a!  n.  Il  las  scarpa»,  glandat];  —  IV.  -e  -is;  è  del  tipo  pianigiano 
rappresentato  dal  vocab.  del  PiR. ,  al  quale  si  conforma  anche  il  fell.: 
vi'géle  vitella,  carviétis  nata.  TC  n.  ;  —  V.  -a,  -is'f  terg.  chidsa  36,  la 
plui  granda  de  àutis  lis  chiadénis  54,  cfr.  n.  137;  gorii.  pUja,  óra, 
fina  (cfr.  3.  pera.  sìng.  :  sdita,  Idmpa,  ecc.),  iomddis,  strddis,  coiinrt; 
pord.:  -a,  pi.  -E  -es,  cfr.  n.  137;  av.  mdgla,  giava-mdgle.  L'-oche 
avemmo  dal  Canal  di  Oorlo  (ng.,  coli.)  ricompare  in  una  poesìa  del 
1380:  manaza  la  minaccia,  pavvro,  dumlo  byello  (cfr.  num.  155), 
chyansuneto;  e  in  una  del  1416:  uno  horo,  vero-mentri  eoe. ,  ed  anche: 
non  curavo  1.  pera.,  vigno-ous  venga-vì;-  dove  s'ò  prima  potuta  so- 
spettare r  influenza  di  qualche  esemplare  provenzale.  Cfr.  pag.  Z12, 
323,  324.  Fra  le  piti  strane  sentenze  che  occorrano  nel  Pirona,  i 
questa  che  si  riferisce  al  riflesso  di  '-as  (p.  zlix):  'Mentre  la  lingua 
comune  mantiene  la  e  (scdves,  pu&rtes),  la  pronuncia  arcaica  si 
attiene  all'a  (acóvas,  pu&rtas),  la  cittadinesca  la  volta  in  i  (iw- 
vis,  pudrtis)'.  E  ancora  sia  qui  lecito  notare,  come  ì'-e^'-a  fuori 
d'acD. ,  non  sia  estranea  pure  alla  Lombardia.  Cosi  sentii  da  Treme- 
nico;  quella  piànte;  andàde  -ata;-  da  Margno  in  Valsassina:  andddè 
-ato,  tirg  sera.-  Cfr.  p.  255  (Intra). 


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§  5.  Territoij  friulani:  Vocali  itone.  503 

x'Arfìn,  tràpin,  bàhim,  mànghin  (manghina);  sàbide,  cfr. 
pag.  70.  E.  76.  Gii  nel  precedente  numero  sta  implicito  che  «. 
non  debba  qui  essere  frequente  Ve  in  a.  Solo  è  continuo  nell'er 
postònico:  nomar,  papàvar,  passar  passare,  pévar,  pólvar, 
ii'nar  n.  23,  viners  e  vtnars  ib. ,  ténar,  pùar  n.  53;  létare,  vi- 
pere ;  Ubar  ttber  libro;  cfr.»D.  232",  e  màiar  maser  maceratojo, 
m'h'tar  'mart'r  màrtora  '.  Del  resto,  pochi  esempj  isolati:  fenòli 
fanóti  (oe,  e),  tamón  temórt,  tempiéste  lamp.,  s-irami  s-tremi\ 
stamele  stieméle,  'fiori  ecc.  che  si  sternono  lungo  le  vie,  ad 
argomento  di  solennità',  esempio  che  richiamerebbe  il  n.  28  II 
(dove  è  pur  dichiarato  arsére),  e  stamuda,  che  si  combina  col- 
Vìtal.  ecc.;  mercad  e  mare.;  saródin  e  seród.,  paradàne  {Ve 
romanza  di  'paréte')  ^.  Restano  gli  esempj  del  prefisso  re-,  che 
non  sono  senza  qualche  loro  speciale  ragione,  come  già  si  Tede 
ftair alternarvisi  Va  con  Vi:  reónii  riònii  raónzi  rinfondera 
(tìfp.  num.  96),  reuardd  riuardd  rau.  (v.  num.  167*),  ripuarld 
rapuarià;  di.  redrós  radrós  num.  126*,  davuélzi  divuélii 
num.  56  II.  76.  È  caratteristico  Y-i  dall' -e:  fradi,  prèdi  pré-  *. 
[sblte[p],  or^si  orefice  132,  et'nM,  bótri  otre 219;  rari  rovere, 
l-iivri  uber,  neutri  ì  due  ultimi,  vedine  III,  1  !*;  che  son  tutti 
esemplari  specifici,  sia  perchè  !'•&  si  trova  preceduta,  o  l'era 
Delia  fase  anteriore,  da  particolar  nesso  di  consonanti  (cfr.  87 
e 78),  0  sia  perchè  non  vi  si  trovava  all'uscita  *.  Segue  V-i  dall'e 
dell'infiaito  di  base  sdrucciola:  méti,  ui^ndi,  fóilagere, ecc."  Sin- 
golo caso,  ancora  di  i  da  e  postònica,  comune  all'italiano,  è  ió- 
vin  (ma  iovenòn  ecc.).  Fra  i  casi  protónici,  stieno  imprima:  tre- 
ma trimà;  e  zilune,  cfr.  num.  56  n.  e  77,  Poi  vengano  quelli  in 

'  Fa  antitesi  la  Tarietà  fall.,  ch«  tia,  dall'un  qanto:  àjer,  edtuker  (scdn- 
car  udin  ) ,  cfr.  bdtier  (=  bàvar  udin.) ,  in  cui  6  la  rìdnziooe  correlatiTa  di  a 
ÌDe;-  dall'altro,  con  a  per  e  nella  [irotdaica:  l<u>dn  u.  156,  fratfdi  nnm. fi7n., 
faméli  D.  118,  iaroiélis  cervella,  con  la  conserTazione  correlativa  dell'a  di 

*  Cfr.  l'aggett.  venei.  paradend  parietato:  caia  paradend  de  (ila  casa  con- 
testata di  tavola,  Boerio;  cbe  insieme  sarebbe  un  esemplare  quasi  arcaico 
di  d  =  da  à[d]a,  cfr.  pag.  458.  —  Ancora  un  a  da  «  at,  ■aeW impargétiUi  Aei 
num.  38-40  e  170. 

'  E  intanto:  D'Ovidio,  S\*IC origin»  deirvniea  formi  fltsiionaia  del  noma 
Haliatto,  Pisa  1872,  p.  41-2. 

'  Allato  a  ctanpanily  c'è  la  strana  variante  -nlli. 

'  Cfr.  nnm.  80  in  n. 


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504  Ascoli,  Saggi  ladini.  I. 

cui  appare  1"  effetto  assimilativo  dell'i  tonico  susseguente:  /■;'- 
rtcul  e  pertcul,  disU'n  e  desi.,  vissie  1G5,  [Hgrié];  vini,  UT,-:\ 
cridtnze  {e  cred.)  £8,  mirinde  (e  mer.)  ib.  '.  In  altri,  I'  i  ji-;!> 
dipendere  dalla  forma  normale  die  Ve  assume  sotto  l'accenta 
(nura.  23,28),  anziché  dall'i  successivo,  come  in  disine  deiì.K 
decina,  iintil  (cfr.  dulinziós),  e  specialmente  in  miz-dì  {nticz: 
Pirin  {Pieri),  che  andrebbero  quindi  con  itére^jetére  {jett  97' 
lettiera;  cfr.  jsff  allato  &  jesgi  eiire,  esemplare,  del  resto,  c!ie 
ricorda  l'i-  della  forma  epcntetìca  assai  diffusa,  e  pur  frjulan:ì 
(231).  "Jl.grimól  e  grumàl  grembiale  (cfr.  pag.  372),  ruvùhs 
jì.  28  II;-  siliine  e  zutùne,  n.  56  in  nota.  18.  piéll,  vali,  nav. 
av  (ape;  il  sinonimo  ave  risponde  ad  'àpa,  secondo  il  num.  73, 
i.  cfp.  pag.  381  ecc.),  trav,  red;  falg.  I.  79.  In  mitùd  allato  a 
melùd,  vilùd  allato  a  veliid,  e  simili,  vedremo  ben  piuttosto  IV 
secondaria  assottigliata,  come  al  genio  di  quest'idioma  éconseo- 
taneo,  che  non  l'i  lat.  di  posizione,  che  si  continui  incolume.  — 
80.  È  caratteristica  la  tendenza  a  passare  in  e,  che  ha  l'i  pro- 
tonico dell'iato;  cosi:  lòhie  loggia,  allato  al  suo  sinonimo  lobcàl. 
coreàn  99  n.;  òdi  odio,  odia  odeà  odeós;  Zambia  -bea;  rimiédi. 
rimedea;  uéli  olio,  inuclea;  stràni  stranea  straneós;  glésie 
chiesa,  ingleseàssi;  glérie  ghiaja,  so-glereà;  e  nel  caso  di  ia  da 
ica  (n.  105):  poleàr  *pollicàre  pollice;  piértic  allato  a  pieHeà. 
Il  quale  ultimo  esempio  ci  porta  airinfìoita  serie  dei  verbi  in 
-ICARB,  che  hanno  Ve  pur  sotto  l'accento  del  presente,  sospinto 
alla  penultima  (cfr.  il  C.  Ili,  §  3,  e  imprima  Dibz  P  502):  ncveà 
nevicare,  nevée  nevica  Zor.  42,80,  dismented  dimenticare  (ma  a 
formola  postonica  :  disméniie  la  dimenticanza) ,  dismentée  dimea- 
tica,  3.  ps.  sg,  Zor,  21,  61,  ecc;  (vedine  ancora  il  n.  165).  Onde  si 
capisce  bene  iueà  (Zor.  21,30;  Pir.  iuejà),  forma  accessoria  del 
normale  zujà  giocare;  s'ebbe  cioè  coi^'  vocalizzato:  suià,  laqual 
forma  dava  regolarmente:  sued;  e  quindi  Ve  pur  nell'accento, 
secondo  l'analogia  degli  altri  verbi  in  ed:  che  suéi  che  giochi, 


'  Esempj  di  due  prcitoniche  (e— e;  e— i)  liveliate;  Piligrln,  binidi  a  bemdii- 
[imjpidimént  allato  a  pedemént,  Cfr.  vulinlìr  allato  a  eolenlir;  e  qui  pnò 
ÌDoltre  addursi;  incimà  allato  ad  ani-e-mó  aDCOra  (v.  éiice  in  appeud.  sll'/'|. 
£  pura  ingin,  diicìdo,  sarà  esempio  per  l'atoQa  iocerta  (cfr.  veoei.  anfi'n 
che  ti  deterraiuB  secondo  la  tooica  a  cui  va  iananzl. 


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§5.  T<!rrÌtori  friulani:  Vocali  àtcne.  505 

3.  ag.  cong.,  Zor.  35,53'.  81,  Qui  deve  naturalmente  scarseg- 
giare  Va  àa.  i.  Bue  strani  esempj  sono  sangir  e  vinadizz  veniti- 
zio,  che  hanno  però  accanto  a  sé  le  più  schiette  forme  coH't.  Altri 
non  sono  specifici;  cosi:  sanglózz  senglózz  singhioz/o,  il  cui  a 
è  molto  diffuso  (cfr.  venez.  sangiòto,  rust.  mil.  sangiùlt  ecc.).  In 
questi  che  seguono,  c'entrerà  T assimilazione:  basavón  bisavo 
{aitato  a  bisliing);  mana{:d  men-  min;-  masand  -end  -ina;  san- 
gand  in-sanganà;  cfp.  Ili,  3.  E  in  muzar  n.  202,  màrtar  mar- 
tire, abbiamo  \'ar  postònico  da  er  secondario,  sull'analogia  del 
n.  75.  82.  unviér  allato  a  inviér[n],  cfr.  il  n.  70,  e  il  sopra- 
silvano.  0.  L'o  àtono  è  frequentemente  oscurato,  come  in  o 
ispecie  si  vede  dal  seguente  numero.  E  in  un  esempio  di  prima 
sillaba,  ne  abbiamo  quella  espansione  che  in  esempj  diversi  ci  è 
offerta  pur  dal  provenzale  o  dall'antica  poesia  italiana.  E  au- 
Uve  aulivàr  (v.  n.  85;  pure  a  Canal  d'Agordo:  aulif)  ^.  85.  Del 
passar  dell'o  atono  in  ti,  son  casi  protónici:  cu-  [cti-vim  e  con- 
vinf,  ecc.),  uliv  ed  ol.,  duli  (ma:  dole;  e  cosi:  dulivin  allato 
a  dolévin,  ecc.),  surif;  mulizin  'molliclno'  .mujùl  num.  105; 
ufri  e  afri,  furtiine  e  fortune,  furmSje,  turni,  urdi,  {durmf\, 
uslir  ostiere;-  postònici:  còmud,  mi  cómtide;  drbul  (n,  123), 
esempio  che  ci  avvia  al  num.  91.  86.  L'a  di  prima  àtona  da 
vocal  labiale,  pur  qui  manifestamente  si  deve  alla  spinta  dissi- 
mìlativa  (v.  pag.  105).  Mandiamo  insieme  gli  esempj  dell'o  e 


'  Nel  pordenoD.  volge  ad  «  pur  l'i  atooo  che  Tiene  all'OBCita:  miede9, 
rimiede  ib.,  inlinde  iutendi  6;  ecc.  Altre  -e  pordenODeai  devono  poi  risalire 
a  -t  atolli  MqI.  Cosi  altre  (Erto:  id.)  nitro  10,  nuostnl,  cfr.  num.  87-8;  o 
malgrado  la  coincidenza  con  L'antica  e,  pur  !'-«  de^li  infiniti  (cfr.  duid.  76): 
spande  13,  mele  15,  erode  credere  S3,  ride  %,  Mano  decisamente  direi  questo 
dell' -e  della  prima  pere.  sing.  (cfr.  num.  87-8  a  pag.  397  n.):  re  preeS,  no- 
mine!, drome'ùt,,  ecc.  Cfr.  ancora  soffiasse  1. 

'  Uà  eecondo  esemplare  pnù  parere  auridrte  furiane,  tiére  auridne),  che  il 
Pirona  rende  per  'ocra'.  Ma  deva  trattarsi  dell' 'oriana',  che  é  affatto  diversa, 
e  io  natura  e  in  filologia,  dall' 'ocra'.  Voce  non  latina  e  di  moderna  impor- 
tazione, in  cui  non  aTramo  gii  il  fenomeno  di  au  da  o,  ma  piuttosto  un  rav- 
vicinamento ad  dur,  oro,  suggerito  dal  colore.—  Piti  ci  dà  il  terg.r  auliu  13 
(mugg.  id.),  aulla  57;  mauri  morire  12;  pattsiUl  possibile  74  {possib.  90).  — 
Lo  Schucbardt,  vok.  Il  304  (cfr.  Ili  263),  cita  aucba  un  sicil.  auliva,  ch'egli 
terrà  certamente  da  buona  fonte,  ma  non  vedo  registrarsi  dal  Mar  t  ili  aro. ',P  nò 
rvi  agghiastru  *anljastru,  olivaetro  {-gghj-  aicil.  =  *lj,  é  normale). 


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506  AecoIì,  Saggi  l&dÌDÌ,  I. 

dell'u:  polmón  e  palmón;  salustri  e  solus.,  'chiarore  passag- 
giero,  ÌD  cielo  annuvolato',  cajóstre  colostra;pra-t)i(Mi(nuni,40) 
e  pro-v.,  S'pra-lungd  e  s-pro-l.  ;  sa-pontd  e  so-p.,  sa-buli  fer- 
mentare ('sobbollire';  cfr.  il  vene;,  sobogir);  e  sacodd,  la  cui 
dissimilazione  è  molto  diffiua  (pag.  180  n.,  e  Cherub.,  voc  mil., 
a.  secudi)  >.  In  valtadór  arcolajo.  Va  dipende  dal  dittongo  della 
tonica  passato  all'àtona,  come  si  fa  chiaro  pei  sÌDonimi  datmal- 
(erftir  ecc.  Restano:  stameòs  siorn.,  schiSltoso,  e  il  più  singo- 
lare nadàr  allato  a  nodàr  notajo,  che  probabilmente  dipende 
dalla  equivalenza  fonetica  a  cui  il  friulano  è  abituato  in  nadd  e 
nodd,  nuotare.  87-8.  93.  È  caratteristico  e  normale  il  deter- 
minarsi in  i  della  vocale  incerta  che  sotteotra  all'o  atono  finale 
nei  seguenti  due  tipi:  l."  la  prima  persona  singolare  del  pre- 
sente indicativo  (cui  si  conforma  la  prima  dell'imperfetto;  ami, 
am'ivi);  2."  i  nomi  in  cui  V o  ai  trova  0  si  trovava  preceduto 
da  un  nesso  di  consonanti  fra  di  loro  diverse,  di  cui  ruUima: 
r  o  /.  E  come  già  a  priori  si  potrebbe  stabilire,  ed  è  positiva- 
mente mostrato  dalle  analogie  che  raccogliemmo  nella  sezione 
centrale  della  zona  (n.  92)  e  nel  veneto  di  terra  ferma  (p.  397  n.), 
a  quest'i  precedette  un'e,  e  quindi  ritorniamo  veramente  all'a- 
nalogia del  n.76.  Nel  primo  degl'indicati  due  tipi,  l'i  del  pre- 
sente ormai  si  dilegua  nella  varietà  udinese,  all'  infuori  della 
1."  coniug.  e  di  qualche  eteroclito:  provi  io  provo,  speri,  tomi, 
miri,  CoLL.  I  49-54;  pòdi  posso  Pir.  lxvi,  cfr.  Ili,  3;  ma:  stnt 
sento,  viód  vedo,  riti,  finiss  Coll.  1 147;  ecc.  ».  Nel  secondo  tipo, 
l'i  sempre  costante,  pur  quando  è  solo  il  r  o  iW  a  precederlo, 

'  la  lalàn  (venet.  id.),  onda  Utón  (aum.  7S),  ottone.  Va  6  etimologico,  o 
almeno  6  fisso  in  gran  numero  d'idiomi.—  In  tavfj*  allato  b  lonàje,  ricoooK»- 
remo  influsso  di  tdule,  tavol^  meosa.  —  Pinttoslo  à  da  veder  dissimilaiioDe 
in  comtdà  comoda,  accomodare;  e  specialmente  in  pujùlpijùl,  poggiuolo.— 
Ma  esempio  fallace  sarebbe  gUmutz  glimùxt  gomitolo,  gbmo-  (manca  si 
friulano  la  forma  non  diminutiva);  circa  il  quale  si  vuol  qui  brevemente  rktx- 
dare  !'«  a  formola  tonica  del  venez.  gémo  (allato  a  glom  p,  321,  giom  rov.-trenl-, 
ghiimo  toscano,  ghiàmmaru  sicil,),  e  pur  del  rum.  ghtm,  ghemusor.  ab, 
(j'pm/  [De  Cihac). 

'  Nel  goriz.,  all'incontro,  l'-i  si  mantieoe  costantemente  anche  in  qatste 
conjugazioni  :  jo  viódi,  lerici,  sinli,ece.i  laddove  il  targ.  lo  perdeva  anctie 
nell'imperf.,  e  quindi  pur  nel  pres.  della  prima:  sUm  82;-  sUnt  sento  39;- 
eredéu  io  credeva  77,  uigniu  venivo  50.  Cfr.  Ili  3. 


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§  5.  Ten-itoij  friaUui:  Vocali  alone.  507 

per  essere  taciuta  l'altra  consonante.  Citiamo:  lari  ecc.  n.  200, 
Pieri,  pujéri;  firi  n.  215;  néri  (ma  iniìr  a.  23;  cfr.  p.  96);  pa- 
rèli e  parel,  cfr.  n.  118;-  pégri,  légri  allegro,  làvri,  [mémbri\; 
altri,  cóltri  64,  [péltri]  ;  cu'inlri  e  déntri,  corrispondenti  ai  tipi 
ital.  ecc.  'contro'  'dentro';  clùustri,  fijàstri,  èstri,  mastri  mae- 
stro, nuéstri,  sinéstri,  gèstri  105,  lustri,  àndri  antro;  cudàri; 
(ércli,  foróncli,  musali  muschio;  dàpli,  timpli  (mascolino!) 
temp[o]ra  tempia,  subii,  dumhli  155;  órli.  Anche  il  dittongo, 
antico  0  moderno,  cbe  preceda  al  l,  salva  l'antica  uscita  del 
tema,  in  questa  stessa  sembianza  di  i:  nàuti,  Pàuli,  bróili 
'brólio  bruolo  *.  Ove  poi  manchino  al  tema  nominale  le  con- 
dizioni fonetiche  descritte  di  sopra,  nulla  più  rimane  dell' -o  (-u): 
car,  pai,  man,  am,  vas,  castig,  crud,  aj  97,  an  anno,  'gali, 
fals,  colómb,  pose;  riu;  òdi  odio,  còni,  géri  (=  venez.  ^Irio, 
p.  455  n,),  contràri;  ecc.  '.  In  grim  gremio-  si  è  perduto  anche 
Vi,  cfr.  p.  428,  ma  in  ispecie  il  num.  1D4  di  questo  §.  Le  ultime  - 
vestigia  dell'antico  -o  od  -u  (cfr.  'Comelico')  si  hanno  ai  num.  24 
e  1S4,  ed  in  voci  pronominali,  ovveramente  nell'enclisi:  lu,  slu, 
chist[u],  PiB.  Liv,  dove  è  curioso  vedere  come  V-u  passi  anche 
al  plurale:  _;«=*li+u,  i,  cA/s"cu='chìat+Ì-Ui  questi;  cfr.  Ili,  2'.— 
U.  91.  Tranne  i  casi  che  abbiamo  considerato  al  n.  86  (cfr.  an-  v 
Cora:  savalón  sab[u]lon-)  Yu  àtono  appare  intatto  di  contìnuo; 
ma,  a  ben  vedere,  e  massime  nei  casi  postònici,  ci  avremo  piut- 
tosto Yo  del  volg,  lat,  (■=  «  class.)  cbe  si  rìoscura;  cfr.  i  num.  79 
e  85.  Di  ti  protónico:  urine,  gluti,  nujàr  e  noj.  165,  funài  affon- 
dare, Umbrie  inumbrissi  e  inombr.,  unglizie  pipita,  furciizze; 
mujir23  *;-  postònico:  védue;  tilul,  pingui,  sécut,  spigul,  ecc. — 

92,  Cfr.  n.  87-8.  Dileguo  di  u  interno;  madrésfi  maturescere. — 

93.  M.  XV.  istàd  (estàd  stad),  cfr.  pag.  222;-  auri  e  uri  hau-  a 
rire  ^;  autum  e  tom  (cioè  'lu  ùtom,  lu  tom  ^);  e  ancora  vedi  il 


'  Cfr.  Iréuli,  app.  all' A.  •  Cfr.  num.  80  n. 

'  terg.  totu  r  arch  73, 

'  Il  mugg.  lurtetiro  «embra  riprodurre  l'w  lat,  ma  é  probabilmonta  un'ap- 
parauza  fallace. 

*  In  ima  scbada  ma.  (Suzzi),  bo  anche  visd=autà;  ma  il  doppio  *  lo  fa 
temere  uà  esempio  illusorio  (*ul^,  cfr.  n.  C8  e  O  at.). 

*  Allo  BtoBso  impoterimeoto  (Conn)  vieue  questa  medeBÌma  voce  nella  Bre- 
gaglia  (pag.  277),  ma  per  altra  via:  *altànn  (v.  p.  278,  294  ecc.),  onde  etac- 
c*BÌ  al,  per  l'illuBioDe  che  sia  l'articolo  tnaacoliiio,  il  quale  casi  risuooa  in 
quel  dialetto.  —  Samp.  atomtn,  fell.  olJm. 


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508  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

num,  68.     Al  romanzo.  91.  plededór  allato  a  plaid  171  ;  itói-i 

allato  ad  ailòri  (v.  p.  456  n.  ;  ma  pure:  jutóri,  e  finalmente  lóri]. 


Continue. 

j.  3.  96.  Due  diversi  continuatori,  a  formola  iniziale:  j  (o  l'in< 
tiero  dileguo)  e  i;  ma  solo  il  primo  {o  l'intiero  dileguo)  a  for- 
mola interna,  che  è  quanto  dire  per  j  fra  vocali;  cfr.  i  n.  189-90 
(gb  gì)  ',  e  105  (dj).  -  I.  just  justd ,  juste  uste  'giusta'  =  ap- 
punto;_;dni(  da-ónii  jungere  (ed  è  lo  atesso  verbo:  zonzijónsi 
ónzi,  arrivare,  raggiungere;-  con-zònzi  ecc.),  jònte  ónte  aggiun- 
ta, soprappiù,  e  quindi  s'intende  ón^/t  allato  a  ifìnc^t,  'jùncnlo-; 
jòv  iòv  ju[g]um;-^«;-  juda  ajutare;-  jugó  e  zu'^ò  num.  24'; 
jun  e  zun\  judizi  judig  e  ztìdig;  jóibe  e  zóbie;-  za;  zòvin', 
zovà;  3K;a  165;  zurà;  ienévre;  iii'm  jejunium,  ziuna'^  zunà; 
nomi  Ice,  Z'ti)  Julio-,  Zujàn.-  II.  Maj,  major,  pejór  pejord 
peord  (cfr.  n.  137);  e  per  il  dileguo  si  può  aggiungere  hóje  bóe 

ij.  boja.  3  complicato.  97.  LJ  (LLJ).  Si  riduce  costantemente 
a  j  *,  che  fja  vocali  tende  poi  a  dileguarsi  (cfr,  pag.  378  ecc.). 
Scegliamo  tra  i  molti  esempj  :  aj  alito-,  maj  'loàllio-  ',  miéj  me- 
lius  28,  me}  mìììo'i't^j  "tiUo,  conséi,  fì  'f  i[l]j  fije,  gej  géje  cée 
ciglio,  stiéj  solìura  (vasca),  pect'ij  peculio,  pije,  faméje  -mée, 
maravéje  -vée,  saméje  -mée  (Zor.  21,58),  mije  mie  "raillia  mi- 
glio, fuéje  fuée  56 1,  vóje  vòe,  dòje  dóe  (induliàssi  allato  a  l'n- 


'  Circa  },  il  friulano  concorda  in  modo  assai  notevole  col  Bardo  (logodo- 
rese):  ja  e  ia,  ]a.m;  julghe  a  ìuighi,  Judei;  ma  Eenza  alternazione:  pfjut 
péus,  majóre,  Màju.  E  circa  ss  oi,  v.  la  nota  a  suo  luogo. 

'  Foro  ffiujjd,  di  carto  per  assimilazione,  cfr.  per  ea.  la  n.  2  a  p.  106.  Ma 
ancora  col  g:  giùbili  collo  strano  valore  di  aggettivo  (gioviale)  e  collo  Girano 
EÌDoninio  giubildbil. 

*  L'i  di  queste  forme  potrà  non  essere  epentetica  (v.  app.  all'O  io  f.),  niii  sì 
darci  l'avanzo  dall' -ej"-  {ii[j]wn,  cfr.  marebb.  gajiin  p.  356;  logndor.  lu- 
nare). Comunque,  la  forma  diiijn  non  ci  turba,  poiché  vi  sì  tratti  di  unj 
fattosi  iniziale  che  entra  nel  composto;  cfr.  Diez  lesa-  s.  'giunare',  e  \eaa. 
iunàr  de-sundr, 

'  Nel  XIV  sec.  la  combinazione  resiste  ancora;  p.  e.:  eiw/j  (cio4  vuélj] 
voglio,  1380;  oggi:  cu^t. 

'  Cfr.  bediji,  betulla,  bedollo,  che  dev'essere  *betùll-io,  come  p.  e.  ìl  tose. 
abeiio  è  •ftb[i]«-io. 


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§5.  Temlorj  frinlaui:  Cootinua.  500 

dullssi,  non  turba);-  mijór  miór,  mujir  n.  23;-  gujàde  *aca- 
liata  (stimolo  con  cui  si  pungono  i  buoi),  caveàde  'capilliata;- 
medóje  -àe;  ecc.  Singoiar  coppia  di  riflessi  ha  'lilio-':  lUi  e  zi; 
il  primo  de' quali  termini  mantiene  l' t  dall'antico  iato  {-Ho) 
nella  schietta  condizione  di  vocale,  e  quindi  va  con  còni  od  uélt 
(cfr.  p.  359  n.,  e  il  n.  52);  laddove  il  secondo  è  l'esatta  ripro- 
duzione di  ^iljo,  (z'i[l]j)>  cioè  della  forma  italiana.  Più  ancora 
singolare  è  gri  grillo,  già  considerato  a  p.  414.  In  cttàj  =  'cb~ 
]ji[r],  num.  190  e  76,  resta  assorbita  pur  la  vocale  dell'antica 
penultima.  E  ancora  si  ricordino  i  casi  di  j  iniziale  da  IJ,  in 
j^oc  =  léva  (léva'ai];  la  \eya.),jéur  \6fre,JeU  il  letto',  già  ad- 
dotti ai  num.  23  e  28.  Ma  qui  va  pur  considerato  lo  _;  da 
-L  +  I  {-LL,+  I)  di  pi.,  e  da  -LI  +  1  di  pi.  Per  la  prima  forraola 
abbiamo  imprima  la  serie  in  cui  l'accento  precede  immediata- 
mente  il  L:  nemàj  animali,  paj,  fossàj,  corài  (-allì),  cave), 
chej  quelli,  faziii,  linziìj,  e  tutti  gli  -iéj  -éj^'eWì:  u^ijéj  ecc.  È 
la  serie  in  cui  il  fenomeno  occorre  anche  nel  veneziano  (p.  394), 
per  limitarci  a  questo  solo  confronto;  ma  ivi  non  occorro  nella 
serie  in  cui  l'accento  non  precede  immediatamente  il  L,  lad- 
dove nel  friulano  si:  dtàvj,  àrhuj,  crustuj.  Nella  feconda  for- 
raola abbiamo  un  -li  (preceduto  da  vocale,  cfr.  num.  137)  che 
rimano  costantemente  intatto  nel  singolare,  per  trattarsi  di  caso 
'sui  generis':  -li^-Ccjlo  secondo  il  num.  87-88;  ma  nel  plu- 
rale entra  anch'esso  nell'analogia  delle  precedenti  serie.  Cosi: 
zenòli  zenòj,  vóli  (odo  n.  118)  vój,  pedali pedój;  cfr.  n.  137.  — 
Singolare  contrazione  vionsi  a  vedere  in  p5j  (sing.  :  pòlmpoivjl'^ 
populi  pioppi;  e  tuttavolta  è  più  genuino  p5j  che  non  pioppi 
(=  plopi)  ^.^  99.  RJ.  E  circa  questo  nesso,  o  circa  i  congeneri  rj". 
cbe  acuiranno,  convien  distinguere  l'esito  o  gli  esiti  di  fase 
più  antica  e  quindi  comune  a  più  altre  favelle,  dagli  esiti  seriori 
e  più  0  meno  specifici.  Net  primi,  \o  j  può  regolarmente  conti- 
nuarsi per  è;  o  cosi  avremo  rz  in  aviérzi  ecc.,  cfr,  p.  377 ecc., 
e  ancho  in  uno  sformato  esempio  di  base  anticamente  alterata  : 

'  raogg.  lievtr,  lieti. 

'  àujint,  rosi  im-òuid  rosso  iafocato,  allato  a  bulini  buli  (s  'gaUne),  Hon 
tutt' altro  che  sicuri  esempj  di  [l]jt  da  IH;  poìchd  Ta  aenipre  coDBÌderato  il 
Ij  etimologico  del  presente  (bulljo;  bulljénte);  cfr.  il  Tenez.  bó^er,  e  ancora 
i  friul.  bvjn  friszare,  [s]boenla  eboglienttu-e. 


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510  AecoIì,  Saggi  ladini,  I. 

fì'ui'm  *furifn  *fulijiii,  cfp.  p.  346  e  il  n.  234.-  Le  due  diverse 
sem  pi  ideazioni  che  di  rj  occorrono  nell'italiano  (j,  r;  -ajo  -aro], 
ritornano  poi  anch'esse  nel  friulano;  sporadica  la  prima,  in 
dispejà  scìorre  i  buoi  ecc.  dal  giogo  o  dal  capestro,  'dis-pa[r]iare', 
oltre  l'esempio  da  rj  secondano  che  già  studiammo  al  num.  64: 
geròj  (cfr.  Titaliano  ceriisico  *cÌru[r]itco,  e  pur  cir«^tono=ci- 
rui-àno);-  l'altra  nella  continuazione  di  -ario  (n.  9),  e  in  hiére 
•boria  borea,  pisóre  caesoria.  Cosi  i  due  nomi  locali  Majàn  e 
Maràn  potranno  veramente  impuntarsi  nella  stessa  forma  fon- 
damentale 'Mariano-'.-  Affatto  moderno,  finalmente.  Io  rg  dì 
vèrge,  in  quanto  questa  voce  vai  per  viérie  viera,  studiato  sotto 
oj.  il  n.  18-21  *.  100.  VJ.  È  qui  un  nesso  dì  particolare  importanza, 
perchè  le  basi  friulane  lo  mostrino  più  spesso  ridotto  a  pj  che 
non  a  bj  (cfr.  p.  414  n.),  e  insieme  si  aggiunga  costante  l'attra- 
zione 0  la  propagginazione  del_;  (n.  235);  vena  che  pifi  special- 
mente importa  all'onomatologia.  Si  osservino:  jóibe  dies  jovia, 
Dòibis  *Du-vias;-  s-cAipie  S'Càipule  s-'cépule  'cavja  'càivjola, 
l-àip  albio  alveus  (cfp.  num.  229  e  Tll),  Codràìp  "Quadrù-vio, 
Flaipàn  e  Flaibàn  Flaviano,  Taipàne  'Ottaviana  (cfr.  il  n.  pr. 
Tàvio)^.  — "Intorno  agli  esiti  antichi  e  non  punto  speciflci,  che 
sono  in  lizér  e  plóje  plòe,  non  occorre  fermarsi.  Resta  l'esito, 
specifico  eaeriore:  (;e  =  tJ  +  ie  ditt.  delt'^:  Ì7^apejdspe  "viéspe  te- 
apa,  'gespar  vespajo,  'géspuj  jéspuj  (a  pur  diéspuj)  "vióspuli  ye- 
jj.  speri».  101.  SJ.  fmiie 'cinfia,  paW^ie 'ceriéia  cfr.  n.  9,  rase 
„j,  cfr.  p.  363  n.,  caméze  tamÓQ  eie.  p.  387-8  ;  roiàde,  ecc.  102.  NJ. 
Lo  ns  è  soltanto  in  splénze,  esempio  d'antica  ed  ampia  ra- 
gione, cfr.  p.  377,368,  195.  Del  restante,  n\  e  distingueremo: 
1."  nj  di  antica  £asQ  tematica,  come  è  in  ran  (col^  notevole 
variante  rài,  PiR.  556;  v.  sopra,  p.  378,  381,  382)  ed  altri;- 


'  L*autÌeo  i  dell'iato,  cba  ai  coacerva  nella  ragioni  di  Vocale,  é  in  oortai, 
cfr.  p.  1 1,  e  i  D.  156  e  97. 

'  Qui  anche  il  noma  di  famiglia:  Joppi  =  Jotìo-;  e  ctr.  flapp  pag.  SUn. 
Ancora  potrebbero  qui  spettare  :  Laipd  Laipacco,  Laiàd  Laibaceo  (v.  n.  16S) . 
allato  a  Ldme  LaTÌa;  e  Inlerrtépp  o  Ternépp.  Ma  par  Vdib«  di  Pontdiù, 
nome  di  due  torrenti,  o  pur  di  Pontébe,  malgrado  T'Ari  Pooteviae',  biiogn» 
badare  Bll'diba  =  *àigua,  di  cui  è  toccato  a  pag.  383  d. 

'  «oiVip-W,  cfr.  C.  111,4.-  /dallo  PJ  fritti,  di  oidi-  Ted- (cfr. Ili, 3):  pori. 
jode  vedo  7,  jof  vede  17,  joduf  veduto  5;  clauz.  jiiod,  v.  l'append.  alI'O. 


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§5.  Teri'ilog  fiiulaui:  Cootiaue,  511 

2."  nj  da  -n  +  t  pi.:  itmin  ecc.,  eie.  n.  137  e  97;-  S.»  n;  da  n 
che  precode  te,  dittongo  AeWé  primaria  o  secondaria:  mulinéll, 
granéll,  finèstre,  minestre,  sinéstri;  rierv  narv,  nege  'niézze 
neptis;-  h.°  nj  da  tu-/  epentetico,  v.  p.  498-9.  Di  un  esempio  si 
può  rimaner  dubbj,  se  spetti  alla  4,'  o  alla  5.»  categoria:  né- 
spul*.'  Vedi  ancora  i  n.  103-4.  —  103.  NI',  buniguliì.  lll;cfr., 
a  formola  àtooa:  ntssun^.  104.  MJ,  L'antico  mj  perde  il  suo  mj. 
secondo  elemento  in  venderne;  cfr.  il  n.  t.  S.  Denel  e  il  n.  p.  Da- 
nél  (n  da  nj).  Il  mj  seriore  passa  in  n:  àne  •ami[d]e  imita;  no 
mjó  n.  24,  nei  miei,  nésti  =  dismiésti  n.  226'.  105.  DJ.  Negli  dj. 
esemplari  di  più  antica  fase,  avvicendansi  ;  ei,  analogamente  a 
ciò  che  avvieco  nella  continuazione  dello  g  delle  formole  gè  gì 
(n.  189-90),  0  in  quella  di  s  (n.  96).  Sono:  rài  radio-;  'pojd  poà 
'podiare  poggiare,  pujùl  {venez,  poiól  -Hól)  poggiuolo,  terraz- 
zino; mirid  meridiare  (cfr.  p.  346),  onde  il  sost.  di  estrazione 
seriore:  mirie;-  Clavjàn  Cìaudianum,  GZemrfna  - 'Glajmona 
(cfp.  n.  68')  =  Cladj[a]mona ';-  mujul  e  muiul  {musùl),  *mo- 
diólo-,  il  primo  nel  signif.  di  'mozzo  della  mota',  il  secondo  di 
'bicchiere'  (cfr.  p.  468);  tremóze  tramoggia;-  stàze  v.  p.  53 n.; 
.  vergónze;  staronià  *s-tarond-i[c'aro  ritondaro  (cfr.  n.  234)*; 
\garz  'card-io  cardo "];  «crie,  s-varia  *vir[i]dìa,col  verbo  s-ver- 
zejà  veriicare;  zornàde^. —  Viene  poi  il  fenomeno  seriore,  di 
'ff=d*i  nell'iato  o  primo  elemento  del  dittongo  dell'é,  fenomeno 


'  CoDuderato  nelle  orìgini  (mespilu?),  spetterebbe  sazi  al  o.  104. 

*  Esempio  eomaue  anche  al  veoez.,  al  buran.  e  al  chiogg. 

'  Claudia  Emoca,  PiR.  603.  Per  C^iùi^Claudia,  t.  Scbuch.  Tok.  II  307-8, 
III  864-5.  —  Del  riflesso  di  'hodie',  v.  i  num.  52  e  229. . 

*  Circa  glanxiite  gldma  (-anial),  tafiammazìona  delle  glandola  sottoma- 
geellari,  ohe  Don  mi  é  pienamente  chiaro,  andrà  considerato  anche  l'it.  ^lin- 
ffola  =  g[\]&nd}aW,  dove  é  da  confrontare,  per  la  soppressione  disgimilativa 
del  l  della  prima  sillaba  (già— la),  anche:  gomitolo  "glomitulo-  (glo— lo;  cfr. 
pag.  304),  e  per  ng  da  nff  tij  di  fase  anteriore:  tengo  vengo  (*tenJo  *venjo, 
sardo  logud.:  tenia  benio),  o  piti  specialmente,  per  g  =  g  =  dj'.  veggoaca.  Cosi 
gtiiigola,  che  pareva  una  voce  coirotta,  multerebbe  il  pih  gemiino  esemplare 
che  per  bìcpì]  diminutÌTO  esista  Dalle  favelle  romanze,  sfuggito  cioè,  in  grada 
dalle  pa^ticola^i  sne  congiunture  fonetiche,  al  trasporto  deiraccento  che  tatti 
gli  altri  hanno  dovuto  subire  (flliolo-  filjólo,  ecc.). 

'  È  Teramente  il  venez.  gàrìo,  come  dice  il  ga  anzichà  'ga. 
"  Ancora:  idgo  chierico  "djàcon,  comune  a  Venezia;  e  l'nsciU  non  lascia 
gran  fatto  persoìiai  che  tia  riduzione  friulana. 


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513  Ascoli,  Saggi  kdjui,  I. 

più  0  men  frequente  secondo  le  diverse  regioni  del  FrìuH.  Cosi 
nell'iato  a  forinola  prolónica;  'G'ó  n.  24,  diàut  e  'gàul;  a  for- 
inola postònica:  tMìe  e  ic'ge  téghie  *taedia  tedio.  Nel  dittongo 
dell'c:  gésime  'diècima,  gistri  'gèstro  e  dUstTe\  scugéle  e  scu- 
diéle  scutella,  budiéll  bugili,  vidiéil  vi'gèll,  ecc.'.  Di  ■^  =  d  + i 
'■  pi. ,  è  un  es.  in  grang  {-e).  Cfr.  nura.  1 10.  107.  TJ.  Qui  di  antico 
c'è  la  doppia  riduzione:  sei  (corrispondenti  &  z  b  g  ital.)  nel- 
l'esito di  'tja  -ijo:  valin^^ie  {-énzieY,  scorénzie  -inzie  scorrenza, 
nvefénzie,  sonoUnzie,  ubidUnzie,  cui  si  aggiunge  la  serie  in 
-Inze  del  n.  28  III  ;  -  stanze  -ànzie,  vedoànze  ;  -  veglézze  n.  1 1 9  ;  - 
sporcizie,  ingurdizie,unglizie  n.  Ql; -  prézi;-  cazza  cacciare. - 
Poi  viene  la  lunga  serie  dalli  e  da  tj  seriore;  nella  quale  distingue- 
remo tre  diversi  substrati;  I."  -li  àtono  originale:  vino  venti, 
col  quale  esempio  manderemo  'ci  =  li  tibi,  te,  che  probabilmente 
non  s'ha  se  non  nella  elisi  (ci-dói  ti  do,  ecc.;  cfr.  p.  55)',  come 
ancora  vedremo  -ti-  àtono  in  scita  scive,  slìva  stive,  stivare 
stiva,  si  che  l'alterazione  aurga  primamente  nel  verbo;-  2.<»  -ti 
da  -t*i  del  pi.  (cfr.  n.  97  102  105):  dine  denti,  tane,  taso  tasti, 
impreso,  chesc  questi,  due  tutti,  ecc.,  cfr.  n,  137;-  3.»  tj  da 
t*i  primo  elemento  del  dittongo  dell' «:  tiére  e  'cére,  terra;  tièssi 
e  cessi,  tessere;  martiéll  e  marcéll,  cascéll,  pascéll  'pastiélt 
mota,  riscéll  Fastello  ;  sticrni  e  scémi  num.  2811;  ^istiéme  e 
scéme,  nome  locale;  iS/iV/Jn  e  S'céfin,  p.  417  *.-  Cfr.  'co  =  ti6  tuo. 


'  famp. pa'y èie  =  nàia,  padiéle,  ecc.;  Teli.  ImgéU,  ecc. 

'  E  ancora  per  'lalentla';  talUìe,  cha  é  forma  bdn  £iugolare,  BJccorae  quella 
che  ha  le  apparenze  di  una  derivazìouo  per  -|t](ia  che  immediata  mente  eì 
apicchi  da!  verbo,  e  si  putì  a  mala  peoa  confortare  dell'esempio  aot.  frc-  pan- 
fise  «vaotigia  (DiEZ  II'  Sdì).  Ma  iatanto  queslo  valiiit  per  'valore'  ala  e  sas- 
iiste,  e  italianameutu  riprodotto  sarebbe  valigia,  francese  valis*.  Or«,  ci 
sarebbe  mai  qui  L'inaspettata  soluzione  d.l  dilRcila  problema  che  ci  elsTa, 
dìoauzi  in  valigia  e  ealist  del  lesbico  italiano  e  francese  (cfr.  Diez  less.  a.  t.)? 
La  'valigie'  non  sarebbero  esse  i'ialori',  vale  a  dira  Me  cose  di  qualche 
prezzo',  che  il  viaggiatore  porta  eecoì  II  verbo  s-valigiare  (per  ea.:  svaJi- 
giare  una  chiesa),  sarik,  come  si  suole  affermare,  una  metafora;  ma  ia  rarità 
avrebbe  riavuto,  te  noi  colpiamo  nel  segno,  il  proprio  suo  valore. 

'  pes.  t-i  aierv  ti  servo;  diiil.  dì  Vito  d'Asio  (Pir.):  'ci  ài  ti  lio;  p<]wia  del 
1380:  yò  chi  (=  U)  viot,  io  ti  vedo;  e  io  una  del  1416;  cgin  lir  te  aa  cerca 
(*t-ÌDde  quaere  n.  176-9);  cha  sono  esampj  per  la  proclisi.  E  per  l'enclid,  io 
questa  stessa  poesia:  abandonacgi  abbandonarti,  vacgint,  samp.  vdcint  (vat- 
tene) =  vdHnt  della  varietà  piaoigiane. 

'  Bamp.  ?ére,  léssi,  'càie  (tettoja)  -  tiéi€  della  var.  pianigiane. 


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§  5.  Ten-itotj  fnulani:  Continue.  513 

céi  ■=  tiéi  tuoi,  ecc.,  C  III,  2;  cóli  in  appeod.  aWà;  e  il  n.  110.  — 
109.  BJ.  ràbie  ecc.  num.  235.  —  PJ.  spietd  (che  deve  suonare,  bj.  jj. 
almeno  in  alcune  regioni,  (juaai  scetd),  e  pur  semplicemente 
sietd,  =spield  aspettare,  cfr.  n.  218.  110.  In  sulla  fine  del-j  puu 
l'appendice  ai  n.  50-6,  dovemmo  toccare  di  una  serie  d'esempj, 
che  il  presente  numero  potrebbe  volere  per  sé.  Più  decisamente 
gli  spetta;  in'gùstne  allato  a  indiistrie;  n6  sapremmo  sottrar- 
gli: 'C'atcée  ('Caltjéa)  Caltea,  n.  di  un  rivo,  e  Migée  (*Medjèe, 
Medea,  n.  di  una  borgata  (cfr.  Medée,  n.  di  un  casale).  Qui 
finalmente  si  ricordi  '^e  (gie)  =  *dje,  deve  (r.  pag.  465),  malgrado 
l'io  che  nello  stesso  verbo  incontrammo  a  pag.  454  in  n.  *.  — 
L.  111.  Vanno  qui  imprima  ricordati  i  casi  di  ns  da  ls,  p.  398  i, 
in  f. .  i  quali  richiamano  gónde  giubilo,  aitato  a  'gòldi  68,  e  i  nomi 
loc.  Candaràn  =  'Calderàn,  e  Basandiéle  Basaldetla.  Poi,  per  il 
tacere  d*  primo  elemento  del  nesso:  fifr»*-oiirt,  altro;  dW  ol- 
tre; ases  'a-I's  alle;  dai  quali  è  diverso  il  dissimilato  jiap^fo=]»tl- 
piére.  Di  fin  n,  per  dissimilazione,  sono  esempj  :  nivéU  (cfr.  frc. 
niveau),  nómbul  (e  ómÒul)  lombo,  bunigul  belUc-olo  num.  103 
(cfr.  229),  venez.  bonigolo;  e  altri  se  ne  aggiungono  dal  n.  229. 
Di  l  in  r,  ancora  per  dissimilazione:  fléber  fiéver  num.  114  ecc.  ; 
freultr  (appendice  all' A.,  n.  3),  soréli  num.  118.  US.  Cfr. 
nam.  97  ult.  n.  L  complicato.  114-122.  La  regola  è,  che 
PL  CL  ecc.  si  mantengono  costantemente  a  formola  iniziale  (p.  e. 
elàmi  clama),  e  cosi  a  formola  interna  quando  altra  consonante 
preceda  il  nesso  (p.  e.  géreli  ^rela);  che  se,  all'incontro,  questo 
è  preceduto  da  vocale,  l'esplosiva  bea  se  ne  mantiene  a  formola 
protónica,  ma  a  formola  postònica  snol  nella  fase  odierna  man- 
care (p.  e.  oreglóne  allato  a  oréle)  '.  —  CL-  (n.  117):  dar,  ciaf,  el-, 
clama;  clópe  chiappa,  v.  C.  V;  clò'cd  chiocciare;  clàud  chiodo; 

<  Può  fiu-e  illnù(»ie  1'  io  ebe  rioorre  anello  nel  Frinii  («aggio  di  Soprap- 
ponti:  corno  cu  diobi,  per  tradni.  di  'eome  si  de*e');  ma  è  no  io=é,  cfr.  p.  493. 

*  eoli,  no  lói  àtri  den  non  sono  altrìmanti  (più  ormai)  degno.  PiB.S7t:  m<[- 
-'itli».  Cfr.  nom.  200  n. 

'  Cfr.  num.  200.  Il  terg.  e  il  magg.  rapprMmtaiio  ancora  U  /bm,  io  cui  la 
asploaira  iì  mantiene  anciifl  a  formola  pottònìca.  Così:  terg.  aurégia  34,  p«- 
d(!jK26  27,  Offlo^;  mugg.  oglo  og-li,  vUglo,  cfr.  artffuU;  «  le  varianti 
Dagli  spidffli  nel  Pirona.-  Eaempluri  tergeetini  altiimenti  notoToli:  Clodia 
(CliioEM,  Chioggia)  la  pretta  forma  latina.  Idi;  plora  plorai  39;  penUglddii 
*fi[a]ciitìiÌAlae,  variegate,  27. 

Afohivio  glotlol.  ital.,  I.  33 


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514  AkoIì,  Saggi  ladini,  I. 

gì-,  cléric  gléric;-  GL-:  glazz  glàge,  glérie  oum.  9,  gland,  glume 
num.  105  n.,  glir,  gtemùzz  num.  86  n..  gloti,  glozz  sorso  'glutio, 

y/-.  cfr.p.374n.;-  VIj-:  plaid  a.\l\,plàié\plàQe,plattz%%.,plàdi- 
n^svenOE.  piàdena  catiaetla;  pian;  plantà\  plànzi;  plàje  n.  181; 
plen,  ple're  imbuto  (cfr.  n.  200),  plev;  pitti  ecc.  p.  101  f.,  ant 

bl-.  ptutór-s;  plejà  n.  165;  piume;  plomb;  piòvi,  plòje;-  BL-:  &fe- 

fl-.  sterna,  blasmà;  blanc;-  FL- :  flad,  en-fid;  flàce  &&cchNzai  fiapp 

vizzo';  flàme;  fiaiìc,  flasc  flàs'ce;  fléber  fievole;  flocc;  fior; 

-ci',  floas  floscio;  fturn;  fiabe  (fi  secondario);  -C'L-  (num.  118;  cfr. 
num.  87-8):  lórdi  torcia,  cuviércli,  gércU  ecc.;  sarclùtt  sar- 
cbiello;  foróncli,  màsoli,  musali;  misclizx  (miachtato,  metic- 
cio);- sclelt;-  glésie  ecclesia; —  pedali,  pedoglàrie  fìiriasi, 
dis-pedoglà,  im-pedoglà;  soréli  sole  (cfr.  p.  351  ecc.),  soreglà; 
ienóli,  ienoglón  ginocchioni,  in-zenogld;  vóli  (v.  p.  M3,  n.3) 
occhio,  voglà  aocchiare,  voglón  occhione,  s-voglità  (g  guttur.) 
ristringere  rocchio  ecc.;  spiéU  (r.  p.  513,  n.  3)  specchio,  spìe- 
gldi  oréle,  oreglóne  {e  orelòné);  nòie  nùc[ujla,  noglàr,  noglós 
(Docchioso;  Pia.  'Giunte');  panó^f,  e  pav  panolótie  ecc. ,  mapa- 
nogléte  (fusto  del  maiz  si  di  sopra  della  spica)  >;  baiali  oor^- 
giato,  quasi  'battàcchio' ;  ^eméli  'cernecchio',  nel  significato  di 
'fronte',  cfr.  p.  354  n.;  parél[i]  parile,  paTi;  cornile  comicis; 
'cavile,  cfr.  p.  357;  fenòli;  e  col  gì  costante,  benché  postonico, 

-ti-,  magie  macula  (cfr.  il  grig.),  oltre  magia  ecc.;-  -T'L-  (=-cl-; 
n.  119):  risele  •ari3t[u]la;  viéli  (cfr.  app.  all'È,  in  f.),  veglétie, 

-gì:  séle,  e  pur  ségle,  siglai  aco.,  flit[ujla  ecc.;-  -G'L-  (n.  1^):  An- 
gle onglàde  (e  ùngule);  ^gle;  sanglózz  {gì  second.);-  cali 
quaglio  *c[o]ag'lo,  cagld  cagldde,  cfr.  spali  e  pure  spàgli  (di  che 
T.  p.  513  n,  3),  spago,  quasi  'sp^gulo';-  vegld  (cfr.  p.  369».;  si 


<  Qnasta  Toca,  che  ha  i  ano!  nttrmoli  riacontii  nel  Tenei.  fidpo,  lomb.  fiàpp, 
piem.  fidp,  riTerrebbe,  per  ps  VJ  (n.  100),  a  *flàvi(>-  o  meglio  a  *idTÌ[(l)i»- 
di  antica  ettlisBi  (p.  78),  con  la  aigntficAzioae  che  é  in  'flavMcere',  dell'ap- 
paaaire  delle  foglie. 

'  Qoi  ancora  BÌeoramente:  conàU  ('la  prìma  serie  delle  oau  del  aifo  e 
l'artleolaaione  carpo-radiale',  Pia.,  Oionte),  allato  ai  paralleli  che  ne  anm- 
mo  a  p.  382  n.,  e  ancora  cììr.  il  n.  loo.  Conogld».  Dell'etimo,  al  0.  V.—  Ct- 
rìoso  é  il  vedere  come  a  formola  probSnica  aui^,  par  falca  analogia,  il  i>e»e 
gì,  di  contro  ^  uà  t  della  poabtnica  che  non  A  mai  stato  et  o  gt.  Coti  «il- 
Tanalogia  di  oréU  ortgtàn*  ecc.,  si  ebbero:  batUl,  batitlam,  ba^tdàt  badi- 
giada;  barélt  carretta  ('barella'),  bartglit  barella.       • 


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§5.  Tcirl'itorj  frintani:  Coutioue.  515 

aggiunge  vejd  ecc.,  che  può  aver  per  base  *vigiliare,  od  essere 
di  tipo  veneto;  t.  più  innanzi),  e  pure  il  sostant.  végle;~  -PL-:  -pi-, 
dópti,  em-pld  {=  em-pli),  emplóstri,  esempli,  splénie  n.  102; 
-P'L-:  timpti  a.  87-8;  scoj,  acop'lo,  non  ha  sicura  sembianza 
friulana  (vorremmo  scòli  al  sing-,  scoi  al  plur.),  ma  bea  l'ha 
all'incontro;  s'éàble  scàie,  scap'la;-  -BL-:  subii,  sàble;  tablàd  -bl: 
taulàd;  stàbli  {siàuli)  e  stali,  stalla  alpestre  ecc.  Ma  ntX 
lessico  friulano  ricorre  con  qualche  frequenza  quell'  esito  dei 
nessi  CL  PL  ecc.  che  è  consentaneo  ai  vernacoli  italiani  della 
valle  del  Po  {chj  éj,  pj  ecc.).  E  riesce  affatto  manifesto,  come 
qui  non  si  tratti  della  spontanea  evoluzione  della  formola  intac- 
cata, che  si  ritrovi  allato  alla  formola  incolume,  come  in  parte  si 
vedrebbe  nell'ambito  dei  dialetti  rumeni  [pi  intatto,  clj  ohj),  e 
meglio  nel  sardo  di  Logudoro  {clàe  e  jàe  *cljlle,  cfr.  orija  ori- 
[cl^a);  ma  bene  all'incontro  si  tratti  dell'esito  veneto  di  questi 
nessi,  che  s'insinua  accanto  alle  formole  intatte,  oppure  a  quelle 
che  sono  alterate,  come  ve4emmo,  secondo  il  genio  della  favella 
friulana.  Esempj  :  cópe  =  y»aez.  chiópa  {'capa)  due  pani  uniti, 
'clópa  cop'la;  'Condusse  gavocciolo  ecc.  allato  a  gland  ecc., 
gare  allato  a  glérie;  /iónde;~  mus'co  allato  a  mùscli;  ulsce, 
cfr.  pag.  2S4  n.;  z'mghie  allato  a  géngle;  oca,  occhiare,  allato 
a  voglà't-  svejà  allato  a  végle,  v.  sopra;-  in-feno'cd  allato  a 
fenòli;  cavi'ée  allato  a  'cavile;-  tanàjis  tanaglie  tenac[u]la, 
allato  a  tanàlis,  aste  colle  quali  s'impedisce  lo  sperdersi  del 
fieno  ecc.  ohe  è  sul  carro;-  durmtcd;  ed  altri  ■.  B.  133.  r. 
135.  Cade  all'uscita  degl'infinitivi;  ard,  ave,  àrdi,  gédi,  dur~ 


'  Di  gt  anorganici  avemmo  eiein[^  nella  nota  eh»  precede;  ma  resterabba 
di  toccare  d'tma  vena  Bottilìuìnta  e  qnaai  impercettibile,  che  6  l'opposto  degli 
«siti  Teoeziaoi  introdottiù  nel  Friuli,  e  sarebbe  dello  eatendersi,  per  Dslaa  ana- 
logia, del  el  pi  ecc.  dei  frialani,  a  voci  Tenete  che  avewero  ehj  (^')  jjr  eoe. 
di  tntt' altra  bau.  II  popolo,  abituato  a  sentire  ùfTatte  fonnole  Tenete  pe'moi 
legittimi  el  pi  ecc.,  aTrebbe  cosi  introdotto  a  sproposito  qneeU  suoi  nessi,  in 
qualche  Toce  importata,  quasi  ridncendola  secondo  l'organo  suo;  e  sarebbe 
an  rìprodoni,  nella  lingua  parlata,  di  quel  fenomeno  che  gi&  rìpetutamMito 
abbiamo  avTertito  nelle  scritture  (p.  400  n.).  L'esempio  piti  cospicuo  parrebbo 
bléde  biéta,  lat  beta.  Pia.  485;  ma  pud  aTere  influito  il  nome  di  una  diverta 
pianta:  bUdàn  blito;  a  piti  sicuro  apparisce:  gttnd-ón  lendine-,  Ten.  génd«na 
(che  alla  sua  volta  A  da  *liéndena;  IJ  g',  cfr.  p.  394  n.).  Un  terzo  esemplare 
Barabba,  se  corretto,  eonfldrtù  allato  a  con/iénit,  conferva  (Pia.  489;  errore 


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516  Aocolt,  Saggi  tadiDi,  I. 

mi,  ecc.;  ma  nelle  altre  uscite  rimana  intatto  (quindi:  arinàr 
n.  9,  cor,  mt^'fr,  ecc.  *),  esclusi  gli  esemplari  in  cai  non  è  im- 
mediatamente preceduto  dall'accento,  dorè  si  dissimila  in  2  o 
si  dilegua:  màrmul,  àrintl,  ròul  {'=róri  del  n.  87-8);-  fràdi 
frater  (figura  nominatiTa);  -  folg  fulgnr  >.  136*.  sBToosao  si  fa 
radrós  rvdrós  ledròs  rovescio  (t.  p.  60);  e  t«a[nsivbìso-:  trets 
*trm[T]esso,  cfr.  venez.  trésio  e  anche  p.  379  o.  (coesistendo  intta- 
Tolta:  fri.  traviér$,  venez.  travèrso,  ecc.);  ma  ^vors(oi  si  riduM 

>.  ad  avór:  d-av6r  d-aàr,  come  'torso'  a  tor.  T.  128.  bàmpe 
vampa,  bolp  e  volp;  fìrbid  fiérbid  ferbint  fervlnt;  imbój  in- 
voglio (cfr.  ant.  tose.  tm&otor«  =  involare  ■);  sbind  mtnì.  — 
ISd".  gomitd,  tardigd  allato  a  tarava,  mutigà  allato  a  mo- 
tiva; e  si  aggiungono,  da  v  secondario:  turgul  Ìn-torgolà  cfr. 
num.  64,  tubtàd  taulàd  toglàd  tabulatum,  t'caglàrs'acaiAàr 
m  s'óabldr  scBp[u}lare  Bpallino,  cfr.  p.  515  *.  12^.  c5v  cóvul  eòul 
Cd' bica;  riu  riitl;  ieniive -ie;  itésiri5&,  uéj=vuéj  voglio ìb., ecc.; 
braàre  -vure;  e  pur  védue  vidua,  col  suo  maac.  védu.  Vedi  an- 
cora il  num.  23S*.  Curiosi  gli  esemi))  di  e-  in  u-,  cai  poscia  si 
apprende  il  v  prostetico:  uit'ce  vuts'ée  v.  pag.  284  n.,  uarttéle 

9.  vuarttéle;  cfr.  n.  130.      180.  W.  vari  vuari,  uardà  vua.,  var- 


ai stampa?].  ìitnibli,  oibbio,  ha  per  tè  il  nii&i  del  DetflnaU>(Dnu  tasa.*.  t.). 
È  quasi  BUperflno  poi  avrertira,  come  aia  d'uopo  distiugaere  i  eaai,  di  cai 
alamo  qui  in  traccia,  da  quelli  di  i  epestetico,  qnala  p.  e.  aarabba  Vùiglótttr 
di  Val  di  NoQ,  aha  ha  il  auo  normale  riflMao  nella  ioc«  totcaoa  o  Tcoeta 
(ÌDchioatro,  ingioatro,  enc[l]aiutro-). 

'  Cfr.  p.  438  Q.  Circa  il  buraaallo,  che  ivi  à  considerato,  pud  ancora  av- 
vertirà!, in  relazione  ai  num.  96  e  97  del  friol.  ecc.,  come  vi  ai  dilegai  facil- 
mente io  j  di  faao  anteriore:  péo  peggio;-  moie  mot  mogliera;  mamcéa; 
di^tpio  fenomeno,  pel  qnala  Borano  ai  dilnnga  dall'odierna  Venesia  (p.  394  a.), 
accoataadoai  al  PrioU  ad  alle  Alpi.-  In  tuta  poeaia  frioL  del  1380  é  sirvidó, 
ma  nella  i-ima. 

>  Cfr.  nnm.  £00  in  n. 

*  E  per  rmb  ai  diebiara  il  mm=nii  del  aiciliano,  a  non  dir  di  altri  dialetti; 
per  aa.  mminnieàri  *mbeniiie.  *nTerm.  inTerminare,  mmétiiri  urtare  (bit*- 
atire)  «ce.,  cfr.  mmdttiri  imbattere  ecc. 

*  Oltre  il  primo  aaempio,  di  cui  partecipano  molti  altri  dialetti  (ant.  toK. 
Sfornire,  mil.  vónut  e  gómet,  torio,  gomilé,  ecc.),  e  turg&r  p.  415,  il  lesaico 
Teneiiano  ha  eziandio  tardigdr  in-tardigdr.  —  Il  mogg^eao  ci  offre  gtté-  da 
h/-,  e  -gtid-  da  -ed-,  io  gitéi  (  =  tet^.  Mi  11  51;  cfr.  p.  4SB-3),  oggi;  gf* 
{=  tet^.  uéis  15)  OBSO;  eioffvat  cavallo;  cfr.  pag.  415. 


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S  5.  Terrìtotj  frinlauì:  ContiQue.  517 

nàzxe  mia.,  uère  vuére  guerra,  uéró  tmérg  guercio;  eco.  Cfr. 
num.  184  i.-  Oarént  garànt,  è  manifestamente  importato.  — 
131.  Il  Pirona  scrive,  per  coerenza  etimologica:  nev  ecc.,  e  cosi  -"■ 
cav  (capo)  ecc.  Ma  in  altre  scritture ,  e  meglio  di  certo  aecon- 
data  la  pronuncia:  nef,  caf,  ecc.  F.  132.  Ridotto,  fra  to-  f. 
cali,  a  V  (scròve),  si  dilegua  dinanzi  ad  o  ne' soliti  dae  esempj: 
beór'ée  beBÓrce- hìtarcA,  'piaEznola  incolta  frammezzo  a  strade 
campestri*,  cfr.  i  nomi  ìoc.  Beór'ée  e  Cuéste-beórVe ,  e  bivórt 
biforcatura  dell'albero  ';-  beólc  bifolco,  se  pur  questo  rivenga 
a  'bubulco-'  e  quindi  non  sia  esempio  di  /"latino.  Si  aggiunge: 
acróule,  di  cui  v.  l'append.  all' A  (n.  8);  e  di  tipo  (tiverso:  orési 
(vfioez.  or^£e  =  ore[T]ese)  orefice  ■;  allato  ai  quali  può  ancora  ac- 
cennarsi a  valópe^falópe,  o.  70.  S.  137. 1.  -s  nel  plurale  del  -t. 
nome:  lìbri-s  cfr.  n.  87-8,  stómbli-s  cfr.  n.  155  e  97,  bocón-s, 
nom-s  e  non-s  num.  156,  colòr-s,  rav-s,  brav-s,  fìtg-s  fuoobt, 
timp-s,  eudrp-s,  lung-s,  fresC'S;-  'cdti-s,  scàli-s,  fuéit,  ecc.; 
man-s,  Alp-s;  pron.  :  nus  ci,  ùs  y'i,  C.  Ili,  2.  Anche  nella  com- 
binazione di  (  0  cf  col  -«,  il  Pirona  suol  mantenere  il  nesso  eti- 
mologico: brud-s,  mùd-s,  piért-g;  vit-s  e  vid-s,  ecc.;  ma  altri 
scrivono:  riguàrz  {à*'S),nialàz  (t-i-s),  ecc.  Esempj  od  esiti 
speciali  sono  i  geguenti:  uv-s  e  ùs,  vis  'viv-s  Zoa.  42,  91,  pòs 
(sg.  pòc  e  pd),  trops  e  tross,  pids  Bpis  (sg.  pld  e  pé)\-  jonx 
=  Jones,  'due  legni  riuniti  ad  angolo  acuto  nella  partita  davanti 
del  carro'.  —  Dei  piar,  in  -t,  v.  i  n.  97, 102, 105, 107,  e  C.  IH,  1. 
Doppio  modo  di  piar.:  viéj  o  melisma,  mèli  vecchio  (Pia.  466). 
Entraaibi  gli  esponenti  accumulati  nello  stesso  esemplare:  ans 
anni,  bons  buoni,  coràjt;  cfr.  p.  375  n.  —  II.  -s  di  sec.  pers. 
sg.:  OS,  sex  tu  sei,  das,  vas,  puàrtis  paartàvis  ecc.,  dévis, 
oródis  {=  crédis)  cròds,  firs  f>W«  quaeris,  pijis  pigli,  ùs-tu 
e  tt-tu  vuoi  tul  cfr.  n.  52  iti.  —  III.  'S  di  sec.  pers.  pi.:  amàis 
amatis,  volés,  dovés,  dixis  dicitis  (ZoR.  44,  93).  —  IV.  -s  nei 

■  Ancora  al  aotmo:  valàpp  voi.,  galoppare  (t.  Diaz  len.  a.  t.),  e  Vudlt  noma 
di  monta. —  Manca  poi,  oom*à  naturale,  il  g-  nella  corriapondenza  frinlana 
di  'vagina'  {n.  100),  e  nei  noti  esemplari  in  cai  la  corrente  romana  pare  in- 
crociarai  colla  germanica:  ua3t,vad  [i]-vatia. 

'  Agglmige  il  IMroaa  (p.xoviii):  bmàre  (bardrcT)  biforcatnra. 

*  Ma  la  via  dal  dileguo  pnA  ener  diversa  tra  venaiìano  e  fiialuio;  per 
questo  ìnferendoai,  dal  n.  76,  ud  *oreT'se  di  faae  antaridre. 


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518  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

giorni  della  settimana:  l&ties  -is,  màrtis  màrtars,  vinars. — 
Ancora  piés  *pe's  pejus,  che  deye  piuttosto  ragguagliarsi  a 
*pe[j]3  che  non  a  *pej  *pez',  cfr.  n.  86  a  21  *.  E  notevole  final- 
mente: foni  sg.  e  pi.,  fondo;  cfr.  p.  63  K    138.  Cfr.  n.  169-70.— 


'  terg.  piM  48. 

*  11  testo  tergest  aool  mostrare  il  -s  al  plur.  fem.,  e  non  pit  iti 
raasc;  cosi:  cJielii  quelle  li,  chelis  plui  fd*il  la  pib  facili  17,  lis  au- 
liuti  16,  chéttis  bètta»  2&,  ianiii  gUsiia  68,  pierit  grattdis  81,  lis  m'j 
le  viti  62  (Hi  ui  7  23  47;  cfr.  dèli»  Santit  Sor  delle  Sante  Sorelle  69, 
àelìi  Sor  68;  nélii  mam  nelle  mani  41,  e  qui  forse  pur  de-lU  fior 
[fem.  anche  nel  Friuli]  36,  tutti  monosillabici},  ecc.;  ma  all'incontro: 
agn  10  ecc.,  chei  altri  17,  curtt  gruéni  23,  li  auli'u  gli  ulivi  12,  i 
ram  23;  ecc.  Di  mascolini  col  -s:  chei  uidrmis  45,  t  rtiatétii  le  pai- 
sie54,  nei  quali  si  accoppia  l'-ì  venes.  al  -i  friul. ,  ovveramente  si 
confonde,  del  pari  ohe  in  qualche  parUiùpio,  il  tipo  mascolino  col 
feminile:  rivddii  arrivaU79,  cognossùdis  conosciuti 53  (stùdi  53;  cfr. 
naitùdit  lii  farfdlit  28).  Altrii  omaméntis  66  par  feminile;  ma  gru- 
demente  strano  l'aversi  tìmii,  ohe  in  realtlt  è  un  plurale  (homines; 
cfr.  lauc.  ven.  orni] ,  indifferentemente  pel  plurale  e  pel  HÌngolare:  i 
Amia  54  42  un  dmìi  6  7  15.  Da  questa  slranezia  si  passa  opportuna- 
mente a  un'altra,  che  il  medesimo  dialetto  terg.  ci  oSte,  per  l'esten- 
dervisi  del  -s  anche  alla  prima  e  alla  terza  pera,  dtfl  congiunt.  pres., 
e  anche  del  condizionale,  sin  quanto  se  ne  pu6  vedere;  fenomeuo  che 
■t  deve  certamente  ripetere  dall'avere  anche  il  venez.  una  atessa  voce 
per  tutte  e  tre  quelle  pers.  (p.  e.:  diga,  io  tu  egli  dica;  andaria). 
Cosi:  che  la  sdpii  che  tu  la  sappia  43,  che  ti  lo  btitii  3Z,  che  ti 
uait  99;-  politi  uiue  io  possa  vìvere  55,  cAe  favélii  che  io  favelli  75, 
che  vàii  che  io  vada  52,  che  mi  no  liii  55;-  postii  egli  possa  24, 
che  noi  vdit  ohe  egli  non  vada  ib.,  ch'el  tei»  56;  ecc.  ecc.  Sec  pers. 
sg.  del  condÌE.:  avaresiii  31,  terza:  podaréitii  37.  Una  sec.  d'imperf. 
piar.:  uignéuit  venivate  50.  Ma  la  sec.  sg.  del  pres.  indie  non  riesco 
a  vedere  senza  il  pronome  enclitico,  del  quale  si  usa  ed  abusa  anche 
all' Infuori  della  domanda  (abuso  a  cui  inclina  anche  il  gorìz.);  per 
es.  mi  tai  che  ti  tos-to  43,  e  le  ti  uos-to  30;  e  cosi  nel  faturo:  quand 
che  ti  auards-to  SI;  ecc.  C'è  ad  ogni  modo  il  -i,  almeno  nelle  forme 
monosillabiche,  laddove  non  si  vedo  per  la  sec.  pi.  del  pres.  iniUc: 
auéi  22,  uoléi  34;  cfr.  se  tauétii-o  se  Bapeste-[voi]  38.  Il  mng- 

giese,  per  qnanto  si  può  conoscerne  dai  nostri  scarsi  saggi,  con- 
serra  il  -i  al  pi.  masc,  ma  non  pib  al  femin.  (l'opposto  del  tei^.), 
il  cui  -4  ('-)>)  tradisce  però  l'antica  forma.  Ho:  'canton-s  e  lemo  sm 


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§  5.  TeiTitorj  frialani:  Cootinue.  519 

N.  144.  Pur  qui  è  no,  per  gli  ital.  'non'  e  'no'.  E  ia  alcuni  esem-  k. 
plari  tace  o  si  assimila,  per  fenomeno  sporadico,  il  n  di  con'  : 
covini  econv.,  cussumd  e  oons.;  più  strano:  copàri  compadre.- 
Dell'esito  di  -hkn,  v.  il  n.  156;  qai  solo  notandosi:  tiénni,  ter- 
mine, limite.-  Ma  si  fa  carattwistico  il  tacere  o  l' assimilarsi 
continuo  del  n  di  -m  {-In);  cfr.  n.  154.  Cosi:  carn,  e  'nelle  re- 
gioni piane':  Tóar  o  carr*;  cuàrr  n.  58;  guviém  -viérr;  infiém 
-fiér;  inviérn  -viér\  cuintir  n.  28  III;  fom  forr;  luim  vàrr 
ornaa;  in-tór,  a-t$r;-  aal  alnus;  nomi  loc:  Cuadém  o  Codérr, 
Pluoém  o  Pluvér,  Padiàr  Paderno  (cfr.  28  II)  *.  Delle  epitesi 
promosse  da  -n,  t.  il  n.  232'.  145.  Oltre  lumar  allato  a  nù- 
mar,  e  qualche  altro  consimile  e  non  specifico  esempio,  può  pa- 
rere che  qui  spetti,  per  dissimilazione  di  M — N:  iimul  gemino-, 


(iru-s)  in  gUsia  aìamo  stati  [andati]  in  chiesa;  cfr.  notU  [sic]  noi, 
vtt»-altri  (allato  a  vu);  oltre  (u-tu,  ut-tu  vuot-ta,  e  Umdis  Ivuedl. 
VX.  tam.:  pianti,  ongli,  eco.,  ma:  doi  oregule.  Artic:  t,  le.  Pure  il 
tasto  pordenooose  ooa  suol  dar  pia  il  -s  al  plur.  fem.  :  àule  quante 
chiste  cotte  6  (cfr.  n.  71-2, 80) ,  eco. ,  ma  :  tant  altre  cossate*  7,  le  gran 
finexxee  19;-  e  all'incontro  lo  serba  costantemente  nel  mascol.  :  puo- 
chs  14,  chiamps  11,  boui  ib.;  ains  19,  boint  15;  piardue  [~t+s]  11, 
dilicax  15,  inxenoglae  12,  tiut  [-d+s]  II,  e  altri  parecchi,  coi  quali 
andrebbero,  almeno  olle  apparenze,  pur  taim  tanti  27,  e  dug  tutti  IO. 
Ancora:  noi  SS  ecc. ,  vos  23.  Il  -<  della  sec.  pera,  sg.  mantiensi  nella 
forme  monosillabiche:  te  m'has  dal  2i,  tei  vedar-ael&,  at-to&;  te 
SOS  18,  te  SOS  20;  ed  à  curioso  il  -s  delle  tene:  vai-el  va-egli  1,  as-et 
ha-egli  2,  che  sarà  per  attrazione  analogica  di  eis  est  (ets  4,  eis  stat  34) 
a  fca  facit  (fai  nella  rima,  15).  Manca  alt' incontro  il  -s  nelle  aeo,  sg. 
DQD-monosillabe :  ti  no  te  parie  10,  te  m'intinde  6,  te  domctnde  4,  e 
alla  sec.  pi.  :  pareit  3,  ave-o  avéte-voi  ib.  Ctoca  le  varietà  ben  con- 
servate, non  mi  accade  notare  se  non  il  mancar  del  -s,  a  pronome 
enclitico  negli  esemplari  seguenti:  pea.  rìg.  fa-tu,  rig.  vo-tu. 

*  Qnaata  diatinKÌone  topologica  si  conferma  dalla  serie  del  Qohtani,  che  ha 
sempre  lo  ~rtt  nelle  forme  della  Valle  di  S.  Pietro.  Analogamente  ha  otem 
«  dwirm,  di  cui  t.  il  n.  154. 

*  CaratterUtics  tergestina  é  il  -n  in  -m.  Eaempj  in  ùllaba  accentata:  lott- 
tam  7,  am  anfno]  13,  plam  plam  (piam  piam  è  rtpetatameDte  a  p.  393  delle 
'Blegauie'  ;  t.  il  g  preced.,  p^.  448),  bent  e  ben  S  (cfr.  pag.  458),  um  Urim 
ligiér  19,  Htm  5,  bom  22,  «l  Comum  de  Triest  88;  ecc.  In  sillaba  &tona: 
3.  pera.  pi.  ce  gouémem,  te  repldntem  19,  ìouem  10,  Udim  Udine  52.  Ancora 
-m^  in  -me-:  imuiàr  SO  bcc.  (l'nuidr  21  ecc.),  f  ifflw«57,-  Cfr.  t'esord.  (p.  475). 


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5^  Ascoli,  Saggi  Ladini,  I. 

e  sarebbe  parallelo  a  róndul  =  róndin  bìruDdo  urbìca;  ma  può 
anche  trattarsi  di  una  forma  accessivamente  spoverìta  ("iimtn, 
cfr.  a.  156),  la  quale  assuma  quel  nuovo  e  assai  favorito  comple- 
mento cbe  riabbiamo  p.  e.  in  védul=védu  vedovo,  cfr.  C.  Ili,  4. — 
150>1.  Nessun  sicuro  esempio  oltre  spant  Vpandlre,  espandersi 
m.  (dei  fiori) ,  comune  al  veneziano  ecc.  H.  154.  È  frequente  il 
passare  in  -n  di  -m  venuto  all'uscita  (cfr.  §§  3  e  4;  e  il  n.  156): 
ratn  ramo,  grttm;  ma:  fam  fan,  grim  grin  n.  87-8,  primprin; 
amin  amiamo;  ùllin,  lusirissin;  onde  arriviamo  al  dileguo  nel 
n.  p.  Jeróni  'Jerònim  <.  Normale  è  poi  il  dileguo  o  l' assorbimento 
del  m  di  -rm  (-/m),  né  manca  forse  la  figura  intermedia  -m  (cfr. 
n.  144);  duàr^dttàrm  n.  56II;  ferr  •'ferm;  Var  =  Varm  n.  loc.; 
oll^olm;  coi  quali  mandiamo:  viérm  viém  viérr,  malgrado  la 
possìbile  complicazione  del  tema  *vérmen  (it.  vèrmine,  inil.  x>ér- 
men,  ecc.),  cfr.  n.  156.  Dell' epitesi  promossa  da  -m,  v.  il  n.  232^- 
—  165.  stómbli  *stùm[u]lo  -  stimulo,  cfr.  Sohdch.  vok.  Ili  237, 
ed  è  esempio  molto  esteso,  Schn.  254;-  aat  dùmbli  dumUe, 
*dom[n]lo  ecc.  num.  156,  cfr.  i  nomi  loc.  Domhlàns  Dumblàns, 
Castram  Dominorum,  Pra-dùmbli  e  Ses-dumblas,  Castrum  Do- 
wn, minarum  K  156.  MN  M'N.-  Di  -mn-,  che  per  assimilazione  pro- 
gressiva si  riduce  a  -min-  -m-,  son  chiari  esempj  :  dissumid 
svegliare,  e  in-sumiàssi,  allato  a  sum  sun  sonno  (cfr.  frc.  som- 
me sommeil),  e  dumbli  ecc.,  'dómmlo  dominulo,  che  presume 
àommo  =  domno  (cfr.  ant.  fr.  damle-deu ,  damme  dame)  ;  cui  di 
certo  si  aggiungerà  il  nome  loc.  Enir-am-p  (num.  232*),  'Intr- 
-amnes,  cfr.  Entr-ames  di  Francia.  Allato  a  dan  damno-,  cita 
il  Pirona  le  due  varietà:  dam  e  damn;  ma  checché  sia  della 
seconda,  basta  f^am  (ant.  frc.  damage)  per  venire  a  dan,  giusta 
il  num.  154';  dove  si  aggiunge,  oltre  sitm  sun  già  allegato,  bm 
allato  a  autum  -tùn,  num.  03;  e  ancora  v.  il  num.  145.  Siamo 
finalmente  a  -m  e  -n  di  contro  al  tematico  -mbn,  che  ormai  a 
priori  si  possono  avere,  secondo  l'analogia  ricordata,  per  esiti 
successivi,  non  per  doppio  esito  dell'antica  formola;  alla  quale 


'  mugg.  ran  lamo,  an  un  uno;  pord.  on,  tintilon,  gnm;  eoU.  ciani. /<»; 
a  colla  aemplice  tocbI  natale:  lauc.  ven.  fa;  talm.  fS,  S,  fu,  cfr.  nS. 
*  terg.  chidmbi'a  44. 
'  Vero  d  pero  ch«  il  Urg.dagnSiS6acteimati*danH;o{T.p.S8St2i3,i''^ 


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§  5.  Territori  friulauì:  Contìnne.  5SI 

conclusione  riconforta  la  serie  degli  esempj ,  di  guisa  che  il  di- 
retto Mito  friulano:  -n  =  -HK,  se  non  può  affetto  escludersi  (cfr.  il 
frc),  di  certo  si  riduce  a  molto  scarsa  evideiiEa.  Avremo:  colm;- 
ratn  aeramen,  stram  stran,  foràm  -àn,  ledAm  -àn,  nom  non', 
coreàn,  levàn  cfr,  p.  69;  teHm  n.  184;  'camùm  'carnàm,  ecc., 
cfr.  ariàn  a.  166.  157.  Per  l'assimilazione  di  hb  non  si  pos-  » 
sono  citare,  oltre  comedón  al  quale  gi&  alludemmo  (p.  204),  se 
non  cumini  allato  &  cumb.,  lamie  ecc.  allato  a  lambicc,  e  più 
importante  il  Tremeàcue  dei  nomi  locali  (Tremeàcae  di  Medùne, 
tat.  Interamnes;  Tremedcue  di  Zópule),  che  risulta  conforme  at- 
l'Entrembas-Aguas  di  Spagna,  TrameS'Aigites  di  Francia,  solo 
differendone  stranamente  per  l' assenza  del  s  di  plurale.  Direb- 
besk  forma  pressoché  italiana. 


EsplosiTe. 
C-  160-B.  CA-:  'car,  'carr,  'éam,  'éan,  camp,  cav  da-re-cà  © 
cfr.  p.  205;  cane  canna,  'case,  'éàvre,  cdpe  cazza;  'candid,  'càlif, 
cantare;  cantón,  'éarbón,  'éavàll,  'cc^ón,  'éanór  canuto;  ca- 
déne,  'éaméie,  'éanàipe  nata.  235;  'cade  cadére,  cantd,  'catà, 
^castra',  castiéll  e  'éis'céll  (n.  71-2),  onde  per  dissimilazione: 
^scél;-  S''càipie  a-'^ipie  n.  235;  '^avd  cavare,  in-^avà;  'pardon 
scardiccione,  '^ardonéll.  "ca:  fór'ce,  hàr'ée,  ^er'cd  cfr.  p.  351  ecc., 
spor'cà  porcàr;  rònce,  spilùnée,  ténce  tinca,  xcn'cà  cfr.  p.  152, 
manca,  imbianca;  scàie,  séàhle  p.  515,  s'cars,  a'éan  scanno 
(banco  di  ghiaja  ecc.),  s'éam^,  scanà,  mòs'ce,  lésce  n.  229, 
pes'éà;  bó'ée,  và'ce,  xvìée,  pi'ce  la  picca,  ró'ée  rocca  (conocchia), 
peca,  seca,  pica  appiccare,  f,'éà,  tocà;  oltre  gli  esempj  di  mo- 
zione, come:  secc  séce,  frese  frés'ce.  Qui  ancora,  per  l'antica 
ettlissi  dell't:  6'ce  oca  (av'ca;  masc.  oc-àtt,  Òc  il  pulcino),  e  ca- 
valca 'ffà  (cabaU[ilcar6).  *ca:  vràje  (prov.  aWióga,  frc.  ivraie, 
cfr.  Diiz  less.  s.  'ebbrìaco')  loglio;  paia,  ant.  avojàl  avvocato 
Pia.  xcviit;  prejà  pred,  sejd  sed,  deàn  'dejàn  decano,  siale 
segala;  iujd,  fitjà^e  focaccia,  Ìn-fc^d  soffocare;  latuje,  lujar 
lucarino,  nojàr  il  noce,  sujd  'ex-sucare  pag.  74  n. ;  frejd  -ed, 
pled;  furmije,  urtije,  vìsste;  lujdnie,  manie,  doménie,  Ménte, 
muinie  n.  52  li,  tónie  n.  61,  nadie,  piértie;  arian  '[l]aricàmen 
cfr.  p.  383  n.,  poledr  n.  80,  puarteàl  portico  cfr.  p.  380;  mor- 


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5£3  Ascoli,  Saggi  ladtui,  I. 

sed,  rosea,  dismanijd  -ned  smanicare,  scorled  -tejd,  mùslija. 
rumid  v.  p.  363;  ecc.  Le  quali  serie  di  esempj  bastano  sen- 
z'altro a  provare,  come  sia  caratteristica  ed  essenziale,  pur  nel 
friulano,  l'alterazione  palatina  del  e  di  ca.  Vero  è  che  ormai 
ricorre  con  qualche  frequenza  la  formola  intatta;  ma  non  per 
questo  si  potrà  reputare  schiettamente  friulana  alcuna  d^le 
voci  in  cui  appare  *.  Sono  vaoezianesimi ,  o  tipi  altrimenti  im- 
portati dalla  cultura,  al  quali  va  unito  molte  volte,  o  anzi  il 
più  delle  volte,  Il  correttivo  indigeno;  cosi:  calp  calcio  dell'ar- 
chibugio eco.,  calcati,  calcd,  allato  a  calca,  'càhe  ecc.;  cargé 
e  'caria;  cavie  (doppiamente  non-friulano)  e  'cavile;  scàndul 
e  x'éàndul;  sbrodegà  e  sbrudià,  imbrodolare;  ecc.  Anche  per 
scarpe,  se  la  memoria  non  m'inganna,  qualche  varietà  frìn- 
lana  deve  avere  «'carpe;  e  ancora  noteremo:  catd,  capi,  ea- 
rul  (venez.  cariai,  cfr.  p.  328  n.),  campane  allato  a  'camp.,  e  sal- 
gdr  salice  (venez.  salghér  'salicàrio),  che  sta  allato  a  più  altri 
nomi  propriamente  friulani  dell'albero  stesso.  Va  dal  resto  av- 
vertito, come  sia  molto  men  facile  nel  Friuli,  che  non  in  Val  di 
Non  (p.  321),  l'estendersi  dello  e  al  ca  delle  voci  importate  o  a 
quello  che  si  forma  per  le  derivazioni;  cfr.  Ioga,  iwsàlm,  ime 
boscd,  e  ancora  figàr  allato  a  fìjàr,  l'albero  del  fico.  Ma  fratte 
franca;  musive  (muso)  musica  e  -'ed;  vicàri,  predica  ecc.,  cfr. 
cu.  p.  205  n.'  167*.  ^u-  (^co-)  suol  perdere  la  sua  esplosiva ijwìre 
n.  23  n. ;  péule  im-peold;  si-j-ùr  e  sigùr,  siurd,  cfr.p.72n.; 
reuardd  riu.  e  ricu,;  ra-V'Uéj  e  ra-cuéj  n,  56  I,  uxzd  [a]gtiz- 
zare  v.  p.  36;  seónd  secundo-,  sfreold  allato  al  sost.  frégule, 
minuzzolo,  fregolo,  cfr.  Studj  crii.  II  181;  e  s'abbia  qui  ancora: 
-«.  Aolée  =  Acu[i]iée  Aquileja.  Cfr.  a.  177,  184,  232".  1G7-8.  -co 
(-CD);  e  sarà  qaanto  dire:  e  all'uscita  dei  temi  nominali.  Il  quale 
si  mantiene  se  jH-eceduto  da  altra  consonante  :  seco,  are,  hranc, 
base,  ecc.  ^;  dove  ai  nota  il  tralignato  bivórt=òivórc  num.  132. 


'  Nd  sarà  Terameota  iodigeno  V-iià  ài  lampiià  allato  a  lampa,  ifloriìi 
aitato  a  sfiora  (cfr.  vanei.  lampiiar,  tfioriidr),  e  Bimili.  Veri  corratatÌTÌ  Litr 
lani  un  maua  peded,  rimpetto  ai  vanez.  mattìdr  pttiìdr,  mattaggìare  Epet- 
taizare;  cfr.  ancora:  tnorett  =  amorìcara  amaraggiare,  a  v.  il  G.  Ili,  3L 

*  Notevole  esampio  di  'ca  da  ci  aariora,  è  ai  n.  179. 

'  Il  f  di  solf,  Btriscia  dì  prato  cha  rimane  tagliata  dalla  folce  ecc.  (equindi 
di  tolgi,  tarctuare,  ecc.),  non  risponde  al  Bemplice  -c[o];  t.  per  ora  lap>38S, 


;vGoo»^lc 


§5.  Territori  friulaoi:  Btplosite.  AS3 

Ma  preceduto  da  vocale,  mal  più  si  tollera.  Cosi  da  -te:  antig, 
fìg  e  fi;  spig  e  spi,  ami,  nimi  (cfr.  caslig  e  casti),  il  nome 
pr.  Jfidri,  e  i  nomi  loc.  5,  Duri  Odorico,  Alni  Alnicco;-  da  -te 
àtono:  Qtróic -rói  64,  tuéssibQ,  caluni  canonico,  mani,  Donténi, 
stórni  ('atòmico,  è  tipo  assai  diffuso  nell'Italia  settentrionale, 
V.  per  ora  p.  308  n.);  miédi,  puàrti  portico,  dismiésti  n.  226", 
salvadi,  formódi,  testàdi ,  cmnpanódi,  volàdi,  vernadi  ver- 
nereccio';-  da  -àe,  finalmente,  si  viene  di  solito  ad  -a  nella 
serie  dei  nomi  locali  in  '-àco  (p.  e.  Panac  Pana  Paniacum ,  Lu- 
iarià  Luceriacum;  v.  Flbchia.,  Di  ale.  forme  ài  n.  loc.,  p,  12 
segg.);  e  pare  lag,  lacus,  mal  si  regge,  tralignando  in  la-d  o 
la-t,  a  cui  fa  bel  riscontro:  savù-t  sak-t  'sabùco-  sambuco 
(p.  70  n.)  ;  cfr.  il  n.  233^.  169-70.  oj  dà  {^,  e  interno  e  uscente;  è 
ugualmente  dà  p  il  e  di  ob  ci,  a  formola  iniziale  od  a  formola  in 
cui  gli  preceda  consonante,  e  anche  preceduto  da  vocale  quando 
si  riduoe  all'uscita;  ma  fra  vocali,  si  continua  per  i  (V)>  ^^^^ 
pel  g  dì  rosa  (cfr.  nom.  171)  '.  Cosi  avremo:  I.  gla^e,  fàge,  /epe 
feccia,  véfe  veccia,  àge  accia,  agàl,  irap,  lag,  vreàg  beone 
*[e]briàceo-,  rig  {rixx)  ericio-';-  II.  gémi,  gènti,  géje,  gini- 
ie,  ecc.;  gergenà  ciroinare,  im-pargévi-si  38-40  (s" apercavoir, 
PiR.),  margi,  forgéle,  'calgine,  pulgin,  pulp,  falg;  fog  68,  pag; 
pèg  pece,  curnig  cornice,  vernig,  lug;jiidig,  Itirig;-  III.  aiéd. 


va  nota. —  la  parecchia  derivaziooi  da  temi  ìd  'co,  «ì  ha  poi  la  palatina  E, 
Il  chs  esM  pajoQO  spiccarù  dalla  forma  femìnile  (•2<i=-o*)i  ma  ia  realtà  tì 
BTTemo  a  rìconoacere  l*ofietlo  della  vocale  palatina  ohe  sussegue.  Cos);  secin, 
che  aa  di  secco,  allato  a  aectìm  seccume;  i-blanéijù  blaniéite  (e  blancMiie), 
xllato  a  blartcìim;  cfr.  sporciiie,  ridétte,  Ìl  nome  loc.  Bosetti,  "èiite  cagna 
(rum.  W«):  6  il  oum.  179. 

'  Non  s'ebbe  qaindi,  nelle  forma  che  stanno  a  fondamento  di  queste  frìu- 
laue,  l'antico  dileguo  della  guttural  fra  vocali  {-ddi[ò\o  ecc.),  come  non  si 
ebbe  in  quelle  che  sono  riflessa  dalla  grigìoni  (p.  79  n.)-  Ma  ben  si  sarebbe 
avuta,  par  qui,  in  *vi&ti[c]o  (p.  78  d.),  onde  vidtx  sull'analogia  dei  n.  105 
e  107,  se  pur  si  tratta  di  Toce  Teramente  friulana;  cfr.  lengàxi.  Quanto  al 
fri.  mangia  {mangi),  la  sua  piena  coinoidenia  con  l'itsi.  mangiart  *nian- 
di[c]are  (p.  78  n.)  ci  riaultarà  illnsorìa;  »  all'  ineoutro  vi  riconosceremo  il 
normale  riflesso  di  mattM[i]eare  (v.  ib.),  aecondo  11  nnm.  160-5.  E  già  accen- 
nammo, nella  pagina  testé  citata,  come  la  base  col  tt»  dichiari  nel  piti  facii 
modo  anche  il  manàr  di  Venezia  ecc. 

*  Di  ^  friuL  nella  contiouaz.  di  cb  ci,  t.  l'esordio,  p.  481-82. 

*  fratot  fottdaS,  e  qualche  altro  conaimìle,  son  veneiianeaiml. 


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521  AmoU,  Saggi  IuIìd!,  1. 

'  plaié,  noie,  taié;  con-dùii  de-dUii;  àiin  acinas;  vixin,  re- 
iint,  cuiine,  ecc.  -  SCE  SCI  sono  quindi  naturalmente  ridotti  a 
ss  (sf ,  T.  p.  484):  asse  ascia,  passi  pascere,  fisse  fass,  eressi, 
pess,  messeda  p.  44  f.,  fèssine fuscina.  171.ant.j)/ó«i;  fréid cfr. 
p^370n.;  cu«i  cuocere;  nariis  p.  532  n.;  cfr.  ^mi  *c{mi[c]e.  — > 
et  178.  fatt,  latt,  cuett  n.  B6,  ecc.;  setòr  falciatore  cfr.  p.  47,  ant 
o*.  impinti  dipingere;  salétt  salictum.  Cfr.  pag.-457.  173.  os  non 
perde  mai  la  aua  gutturale,  ma  la  riduce  media  anche  a  for-  i 
mola  iniziale  *:  gridinze  allato  a  crid.t  grispe  (aDche  nel  ve-  I 
nez.:  gréspa),  grùse  crosta,  cfr.  pag.  65*;  làgrime,  sagre.  — 
^  qe.  174.  fràssin,  tièssi,  lissive,  ecc.  QT.  175.  cttatri  cuarànie, 
qo.  cuindif,  cuàl-chi,  cttdn-che.  176-7.  179.  Perduto  l'u,  e  U 
tenue  in  media:  àghe;  dove  per  il  primo  TenomeDo,  a  forinola 
iniziale,  si  pnò  intanto  confrontare  l'esito  della  combinaxioae 
'cu*-voa.:  ca  ecca'-hac  qua,  chi  qui,  cheli,  ecc.;-  e  pel  secondo: 
alg  al'qaid.-  La  gutturale  smarrita:  auàl  vuàt  uàl  ^aale, 
uajd  *[e]gualjir;  cfr.  udtt  vudlt  rimpetto  all'it.  quatto  (coacto-, 
Disz).-  Ha  ciò  che  più  importa,  sono  t  casi  specifici  di  pe  (i 
per  Q[Tìs  Qiv]i,  che  è  quanto  dire  i  casi  non  comuni  di  antica 
palatina  {ée  ci),  aaccedota  alla  gutturale  per  effetto  àeWe  o 
dell'i,  dopo  dileguatosi  l'u.  Cosi  («  nel  significato  di  'quid' 
(v.  C.  Ili,  2),  cfr.  p.  380  n.  ecc.;  feri  giri,  cfr.  p.  352;  cèd  quieto 
bcheto  (silenzioso),  cfr.  p.  388eil  soprasilv.  <;éu  p.  90  n.;  e  final- 
mente, oltre  pine,  che  è  tra  ^li  eserapj  comuni^  anche  il  nome 
loc.  ^inio  Quinto,  Pìk.  577,  594  *.  Si  vegga  il  fenomeno  parallelo 
nella  formola  colla  media  (n.  187),  e  si  consideri  pur  quello  di 
diversa  età  che  è  mostrato  in  n.  ai  num.  167-8.  Resta  da  ag- 
giungere un  caso  dì  qva  ridotto  a  ca  e  indi  a  ca  frinì.,  quasi  si 
trattasse  di  ca  originario  (n.  160-5):  scassa  squassare  (quas- 

'  Resta  airincoDtro  I*  tenne,  ^'accordo  con  Unti  altri  dialetti  delTAlta 
,  Italia,  nel  cr-  da  qutr.'.  cridó  eco.-  Notevole,  del  rimanente,  il  contralto  che 
è  fra  II  preiente  Dnm.  e  il  n.  191. 

'  Ci  aspetteremmo  ^rwf  oppnr  gruété.  Ad  ogni  modo,  i  riflessi  da.  6,  che 
Teniamo  ineontrando  in  qneita  voce,  eontraatano  alla  ooogettnra  del  Dm 
(lese.  a.  cranz]  che  essa  derivi  da  eorrSiO'. 

*  Altro  fra  gli  eeempj  cornaci,  e  qui  pare  con  la  baae  palatina  rìdoUa 
■onora,  é  stuàrìi  (cfr.  p.  210  ecc.  ;  6,  j,  onde  i,  d.  189), 

*  L'  -o  pud  parere  itrano  nella  forma  Teraacola  (cfr.  Tiiri,  Sest,  Trtié- 
(tm);  ma  è  borgata  in  quel  di  Portograaro,  e  la  daBinenxa  Tenstianeggia. 


;vGoo»^lc 


i 


,  §  5.  Territoij  friuluii:  Eiploaive.  5S3 

sus),  s'éass  scossa;  cfr,  nel  venez.:  scassar  la  dna,  e  io  qual-  ' 
che  altra  varieti  veaeta:  scassón  urtone,  scasso  de  piòva  scossa 
di  pioggia  (=  fri.  s'éass  di  plójé).  G.  181-2.  qa-:  '^all,  goldi  ga. 
D.  68j  cui  si  aggiungono,  per  ga-  secondario  ma  ormai  antico, 
0  per  QA-  straniero,  'gatl  l^àte  *,  'gambe,  gàmbar;  '^astàld;-  'oa: 
s-mrige  varila  s-varC^à,  stém'ge,  in'gàn,  liin'ge  slun'gà;  sor§àl 
8  soreàl  {'sorjàt,  cfr.  n.  80)  grantarcule;  cfr.  unfan  =  prov.  on- 
gin,  fiorent.  uln]gtit]anno,  BOprasilv.  uónn  (anta.  16  a  184;  OiBZ 
lesa.  8.  'uguanno');-  "ga:  plàje  ptàe,  in^ajd,  fajàr  {nvener. 
faghér)  'fagario  fagua,  pajàn  (sìaonimo  di  saraiin,  gran  sa- 
raceno); nejd  neà  negare  (e  di  OA  second.:  nejà  ecc.  annegare); 
sóje  sóe  soga;  fadije  -die,  strije,  rije  rie,  brije  (e  brigha), 
brióde*,  caiiàr,  'ciutijà  -tid,  lejd  ìed.  181.  *ac  (Nio)  perde  -^u. 
la  gutturale  (cfr.  n.  16-V):  jOv,  fàu,  avóst,  che  sono  tre  esempj 
soliti  ed  antichi  (cfr.  n.  87-92  f.)  ;  liùm-s  li-j-itm-s  (e  ligitm-s) , 
e  par  tevtn,  coperchio,  tetto,  che  non  può  non  essere  *tegu- 
men,  dove  è  da  confrontare,  per  la  deviazione  morfologica  (lat. 
tégùmen),  l'ital.  tegame  'teg^mea,  la  storia  del  cui  significato 
si  ripete  in  fe£r^AKi  =  tegola  '.  Ancora  sì  citi:  Grivór  Gregorio  *; 
e  per  od  second.:  'càule  =  càgule  cacherello.  185-7.  Perduto 
l'u  di  QH-t-TOC:  lénghe  eoe.;  cfr.  song.-  Ora  i  notevolissimi 
casi  di  'ze  zi  per  q[t]b  6[v]i,  secondo  l'analogia  del  num.  179: 
peni,  t.  pénie,  pinguis;  aaniit  *sangufto,  eomus  sanguinea;  em-  •' 
ille  angaiUa;  unii'nt  onzint,  ungento,  il  quale  esemplare  torna 
quindi  vano  supporre  assimilato  ad  ónzi  ungere.  Ma  franiétt 
può  ugualmente  rirenìre  a.  'fringuillo-'  o  a  'fringilto-'.  Tutti  ì 
quali  esempj  spettano  d'altronde,  per  *g  in  i,  al  numero  che 
segue.  E  in  tatti  si  tratta  di  n-gv;  ma  sappiamo  ohe  gv  lat. 
non  può  darsi  ae  non  preceduto  da  n  (o  r).  1S9-90.  Lo  ^  di  g. 
GÈ  Gì  ha  il  doppio  esito  cui  già  alludemmo  (nom.  96  99  ecc.):  y 
e  i  s,  prevalentissimo  il  primo  fra  vocali,  il  secondo  a  formola 


'  XaTg.Jdta  44.  *  Pir.  p.  xcviei:  'briàdt  famigUa,  ed  est.  brlgatk'.- 

b  una  poMÌa  dal  sec-  xni:  duca  (tatti)  di  brinda  cu  lù  ftminit,  cfr.  p.  371  o. 

■  Si  agginjig«  dal  terg.:  fiiira  (ndia.  (igur*)  L13;  o  ancora  ai  vegga  U 
nnoi.  56  III  in  nota,  e  l'append.  aU'A  (n.  8). 

'  Accenna  a  *QregQi}ri,  cfr.  p.  496  e  4£3. 

'  ff  intatto  non  Diat,  nel  tipo  che  il  tasto  conaidera  (di  ^  in  pih  altre  va- 
■iet&,  V.  all'incontro  pag.  481-2);  esigi  A  toce  importata;  o  tping»  (jtpon^) 


;vGoo»^lc 


BiU  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

ÌDÌzia1a  a  dietro  a  consonante.  I  confini  del  n.  190  qui  perciò  si 
rendono  alquanto  incerti.  Di  /  a  formola  iniziale  o  intema  dopo 
consonante,  ho  questi  soli  asempj:  int  (*jiat)  intàje,  gente  gen- 
taglia, anni  argento,  anul  angelo  (agnolo);  e  per  tutti  e  tre 
conosce  il  Pirona  pur  la  varietà  friulana  collo  i  *.  Del  restante: 
iel  tela,  iémi,  iinar  n.  23,  iimul  n.  145,  ietióli,  iir,  iets, 
ieniie,  frànzi  frangere  (cfr.  frènii  s-frénii  schiacciare,  ttriogere 
in  fra  due,  che  dee  rivenire  a  'in-fringere').  Unii  Ungere,  phtii 
im-pinii,  lenii,  génit,  fénii,  strénii,  inién,  sànie  axangi», 
pónii,  ónii,  iònzi,  mólii  {mònii),  invòlìi,  arsile,  somiériì, 
acuàrii-si  n.  56;  e  altri  esempj  dal  n.  187.  Ancora  è  i  per  (? 
latino  dietro  a  vocale,  o  ^  italiano,  in  vaiine  (ma  insieme: 
vuoine),  ròxin,  rézi  ecc.,  dittrUzi.  Ora  /  a  forinola  interna  dopo 
vocale:  faji  fui,  vajt  vagire  (piangere),  sain  salme  (esempio 
comune;  cfr.  Dibz  lesa.  s.  v.),  coréje  -rèe  corrigia,  orlój;  cwj 
'c6l[ilJ6[r]  cfp.  p.  94  n.  e  i  n,'  56,  97,  IH  tegere,  e-lH;  calin  'e»- 
Ujin *;piantó»»  •-tàin  '-tàjin  plantigine-;  di  ineuin,  T.p.37]o. 

gf.  e  il  num.  218.  191,  oa:  grim  23,  pégri,  ecc.;  ma  la  esplosìTs 
di  questo  nesso  va  assai  facilmente  perduta.  Cosi,  oltre  nM' 
(negriim)  e  inttr,  che  sono  eaempj  comuni,  la  pèrdono  a  formola 
iniziale:  runa  rum,  grugnare  -gnire,  esempio  di  cui  partecipa 
anche  il  veneziano;  rapp  {grapp);  cfr.  rimandéll  grimaldello; 
•  a  formola  interna:  Are  n.  loc.,  antìcam.  Agra,  Pìb.  583';  cfr. 

gn.  soróss  =  sorgrÓ8S,  venez,  sorgorosso,  melica.     193.  gn:  len  len, 
t:  pen  pen,  putii  '^fi'-  F-  86  n.        T.  193.  Abbiamo  qualche  t  ioi- 
ziale  in  d;  ma  esempio  per  esempio,  ci  diamo  facilmente  ra- 
gione dell'  insolito  fenomeno.  Imprima  è  il  caratteristico  dtif ,  di 
cui  a  pag.  336;  poi  dórde,  tordella,  tordo  maggiore,  dove -t^ 


non  riaponde  già  a  'apoagia'  ma  A  a  *' aponga'  {vàyyot);  e  cmia  il  ww- 
zÌbdo  Barba  entrambi  i  tipi:  sponga  e  «ponia,  cosi  il  friulana  ha  tptmiùUt 
(apngnOBo)  ecc.,  allato  a  spanile =spongii.~  Pur  qui  ai  pud  notare  un'anakfis 
aarda,  cbe  é  il  dtlegnani,  nel  logndorese,  del  g  di  queste  formole  quando  gli 
proceda  vocale,  l^dove  d  addirittara  gnttnrale  se  gli  preceda  conMwanU: 
niiddu  *nÌgel]o  nero,  apporrirt  * ad-porrigere ;  raa:  Hnghert,  arghéntu;  tee 

'  Ancora:  levnéli,  eaecraxiona  in  cui  dove  entrare  unéli  vangelo,  tantél'\ 
e  pur  *eirit[r^ic,  di  cui  v.  il  n.  64. 

■  V.  all'incontro  l'eaito  di  *ful^in  al  n.  99. 

'  OoBT.  587  ci  dà  anche  peri  (=  pdgri  Pot.};  e  sarà  forse  del  CuiIb  di 
S.  Pietro.-  £1  ricordiamo  il  cantinato,  già  avvertito  a  p.  524,  u.  1. 


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§5.  TtìM-iloij  fi'iulaai:  Eaploiive.  527 

chiama  d  pur  oella  prima  sillaba;  e  consimile:  dedeà=tedeà 
tirare  in  lungo  (farsi  tedioso).  Finalmente  drézxe  {trézxe)  trec- 
cia, dove  si  tratta  del  nesso  del  num.  200  *.  196-6.  Interno  fra  .|.. 
Tocali  resta  incolume  di  rado;  salate,  vite,  esempj  comuni  al 
veneziano.  Del  resto,  volge  \n  d\  B  d  suole  scrivere  il  Pirona 
anche  a  uscita  scoperta,  dove  altri:  t.  Citiamo:  gràde  {grate) 
ìa  grata,  ^ódule  spatula  spalla,  frodi  num.  123,  'éadin,  nadà 
num.  86,  dis-vidà,  muda,  vada  dare  in  voto;  malàde,  deven- 
lode,  ecc.;  e  pur  madóri  mattone;-  prad  prat,  flad  {-t),  nSd, 
dad,  vud  avuto,  leód  legato,  fintd;  cunM,  marid;  etdd,  ve~ 
retàd  \vartàd  varia],  golosetód,  sozzetàd  sozzura,  claritàd, 
virUtd,  ecc.;-  2.  plr.  imperat. :  stàit,  amàit,  pdndit  palesate 
(p&ndite;  Coll.  ii  87).  197-8.  Rarissimo  o  affatto  irreperibile 
il  dileguo  (cfr.  p.  476),  ove  si  prescinda  dall'uscita  latina  (clàr- 
me  ctamat,  ecc.).  Appena  meriterebbe  citarsi  dipuési,  dato  per 
varietà  di  dypitésit,  se  non  fosse  per  il  dubbio  che  'c6mmi[t]  stia 
a  fondamento  di  cornea  cwnià  frugare  col  gomito  (cfr.  n.  157)". 
Ma  appar  probabile  che  sia  un  venezian  esimo  (venez.  cgmio  co- 
miàda) ,  quando  in  ispecie  sì  consideri  escomed  cornea  accomia- 
tare (mandar  via  di  casa  ecc.),  che  dì  certo  non  contiene  il  fri. 
cumiad,  ma  si  è  la  voce  veneziana  escomiar  -medr  *-mia[d]4r 
cfr.  p.  458  e  429-30.  Anche  frdje  brigata,  frajd  mangiare  in 
allegra  brigata,  reputerei  voci  prese  al  veneziano  (v.  p.  458),  si 
perchè  è  citata  la  variante  fra^e,  st  perchè  s'ha  il  vero  riflesso 
friulano  di  'fratalia'  in  fraddje  -àe,  confratèrnita.  200.  Dì  tr. 
-TR-,  -dr-  in  molto  stretta  analogia  con  ciò  che  avemmo  ai  . 
num.  114  ecc.,  suol  rimanere  il  solo  r  a  fonnola  postònica,  lad- 
dove a  formola  protónica  suol  reggersi  ìl.nesso,  ridotto  tr  a 
dr.  Si  osservino:  viéri  •vet[ejro,  vedran;  véri  vetro,  vedreàr 
vetrajo;  lari,  ladrón  ladrarie;  piére,  Pieri,  pedród  ciotto- 
lato, spedreà  purgare  dalle  pietruzze  ecc.;-  scudre  souadrd 
(ma;  cuódri,  pittura  ecc.,  cfr.  cuadréU  e  cuaréll  mattone  qua- 
drato ecc.);-  fràri,  pari  (e  parón),  mari,  pujéri  pag.  458  n., 

*  Oioverè  «TTertir  sin  d'ora,  che  ddnt,  abete,  {ed.  fanne,  non  d  gU  un 
gainto  esempio  di  t-  in  d,  ma  rapprecenta  normalmente  lua  fose  germanica 
anteriore. 

■  gotaia,  Tsnire  a  stomaco,  è  *vomicare  1^;  taddore  gomita  {_gimii)  à 
♦  voto  ilare. 


>vGoo»^lc 


538  Ascoli,  Saggi  l&dinì,  I. 

Bàri  Buttrio  n.  loc.;  nudri,  radrós  a.  126';-  sidràssi  asside- 
rarsi ^  Resta  it  nesso  a  forinola  postóaica,  perchà  precedalo  da 
coDsoiiaDte,  in  altri,  àndri  ecc.  87;  e  resta  pare  in  ladre,  lutra, 
dove  ha  forse  avuto  la  stessa  causa  (lontra)^.  Non  si  potrebbe 
per  ora  dire  sa  appartengano  a  questo  numero,  o  non  piuttosto 
at  n.  215:  palpiére,  eplére  (imbuto),  cfr.  8t.  orit.  II  94,  06.  — 

d  D.  SOS.  Qui  è  da  avvertire  qualche  raro  esempio  di  -d-  In  -1-.  Il 
più  sicuro  è  il  Q.  \oc.FaéUs=Faédis;  altro  n.  loc.  in  cui  lo  scambio 
si  avverta  è  Polàve  =  Podàve;  ma  pura  umilid,  inumidire,  non 
può,  senza  gravi  stenti,  in  altro  modo  chiarirsi  3.  Nò  dimenti- 
cheremo: musar  odore  di  mucido,  cfr.  n.  170'e  81.  203-4.  Ra- 
rissimo il  dileguo  di  d  fra  vocali.  Un  esempio  ne  parrebbe  tnéule, 
allato  a  medóle,  ma  l'accento  arretrato  fa  pensare  alla  Laguna 
(cfr.  p.  454:  *ru6e''rùoe;  ecc.),  e  Venezia  ha  realmente  méola 
medolla.  Anche  inlurÒid  è  probabilmente  voce  veneta;  un  frìul. 
*tórbi[dj,  onde  a  mala  pena  ai  potrebbe  ricavare  quel  verbo, 
non  esiste ,  laddove  il  veneziano  ha!  tórbio  intorbiàr  ecc.  Non 
sarebbe,  ad  ogni  modo,  un  sicuro  caso  di  d  che  si  dilegai  fra 
vocali;  nò  può  dirsene  esempio  quello  di  tiijàde  mjàr  allato  a 
nidiàde  rùdijdr  (PiB.  458),  cfr.  n.  105.  Unico  veramente  friu- 
lano, che  io  ne  possa  vedere,  rimane  sèi  *8éde[re],  nel  aignifl- 
catodi  'essere',  cfr.  p.  442  n.  e  il  n.  232".  —Dì  evenuto  all' uscita  = 
Umpia  Itmpid;  a-pàpid  pavido  (veoez.sptiiMo);  equi  sicuramente 
anche  r^spt  scabro  (venez.  rùspio);-  oltre  fé,  a  pé=pid*. —  Di 

p.  DE  V.  il  n.  200.  208.  d't:  crèl^credM.  P.  PH.  209.  $ólfar 
salpar;  spéra  sfera  (venez.  sfera)  lancetta  dell'orologio.  Di  questi 
notevoli  esempj  di  ph  che  si  continui  per  p,  il  primo  è  comune  al 
provenzale  {solpre;  Ablius,  nel  Jahrb.  f.  rom.  u.  engl.  Ut. ,  1 358), 
l'altro  non  è  estraneo  all'italiano  (spera  globo).  Ma  l'aversi 


'  Manca  il  d  (t)  io  pord  Coll.  II  44  115  (Pia.  LZvi;p<Mti(nt),p(WM  Zob.- 
Cfr.  p.  458  e  400  D. 

■  Cft-,  altri  Stri  nom.  Ili;  e  ump.  vìbdo  ad  att,  perdendo  coti,  oltre  il  '. 
anche  il  r,  come  ù,  in  notti  tatti. 

'  Nel  pavano  mi  occongTo:  itwilititi,  rémielio  rémùlo  (rìmòdio);  e  nei 
TeoeaiaDo  dal  Calmo:  tMrtwlKMo  Tirtndiow.-  Lagclati  i  Domi  di  Inogo,  tetti 
■arabbero  eiempj  di  d  +  f  nell'iato. 

'  mugg.  ni,  TtH,  eru.-  11  terg.  ckidje  cadere  34 18  (cMd  j«  ckde  28,  cfr.  p-  4£d) 
s'incontra  col  edi  di  Pirano,  p.  440. 


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§  5.  Territori  frinirai:  Esploliva.  5S9 

sprénte  allato  a  sfrénte  stiacciatura  {frénii  nom.  189),  sot- 
trae forse  8  quegli  esemptarl  una  parte  della  lor  forza  dimostra- 
tiva. SlO-11.  Vavél,  pavéje  papilio,  pivide,  nevód;  pévar,  tm- 
-parpévi-si  n.  170;  ^éve  gevóle  geolétis,  savori  sauri;  póvul  p6ul 
pòi  populus  (pioppo;  fOcoMde  filare  di  p.),  óvul  v-6ul  opulus 
(oppio),  scóvul  scóul  scoi  scoputa;  avril,  lévre  lebbra,  'éàvre 
(care  ') ,  pùar  n.  52-3  f.  ',  v-óre  opra  ;  svedreà  =  sped,  n.  200  ;  - 
'cav  {caf),  rav,  Osóv  Osópo.  Cfr.  n.  129-.  B.  215-6.  ave  avud  b. 
{vud,  &i«f),  tavéle  n.  28,  avónde  cfr.  p.  92  n.,  savalón  n.  91, 
aoerft'n  abéte  bianco,  rivtelàssi;-  Ic^vjord,  làule,  diàul;~in-déul 
(défml)  debilis,  e  cosi  -éul  (it.  -évole)  = '-éhili:  plaié[v]ul,  de- 
néCvjul,  e  simili,  eccetto  ftéber  {fléver)  n.  Ili  cfr.  226*;-  nùl 
nuvola  (cfr.  nuvolón  ecc.);-  vreàg  (n.  170)  inevrid  ecc.,  conto- 
vrin,  fevràr,  fiévre  fière;  làvri,  fàvri  fàri;Manià-livriìJ[Aaì^go 
libero;  'C'adóvri  Cadubrium  (Cadore),  ròul  ròl  e  ròri  a.  123  '; 
l-ùvri  ib-,  sur  sòvero  (auber);  -  'carbón  {-vón)  in-carvond;-  trav 
(■af)  *.  Cfr.  D.  129*. 


Accidenti  generali. 


218.  Accento.  In  ordine  all'accento,  sono  imprima  da  rìcor^  Accento, 
darne  gli  effetti  o  le  vicende  che  avemmo  ai  n.  114-22,  200,  24 
e  80;  100  {fruiin) ,  190  {incuin").  Notevole  esempio  di  accento 
mutato,  e  insieme  notevole  voce,  è  Ue^,  essa  (lei),  cu-tie  colei, 
allato  A  jè  {'Ijé  n.  97)''.  Ancora  può  citarsi  prindi  (prin^-di, 
primo  di,  PiR.)  lunedi,  dove  però  agiva  l'analogia  di  lùnis  ecc., 
cfr.  p.  373  n.  Ma  rondin=gisilin  hirando  urbica,  allato  al  terzo 

• 

<  samp.  Idre,  '  pord.  ptidr*. 

'  1380  (Civid.);  d-otor,  d'ottobre. 

'  terg.  hdu  hsbet  (cfr.  pag.  441  d.)  6  10;  e  per  attrazione  analogica:  fmt 
fa.  17,  ttau  sU  39;  ecc.,  v.  lU  3.—  Con  -rr-.*-rb:  fell.  ftorrsudin.  barò, 
barbio. 

'  fall,  ttictin.  *  rig.  Ito  =  *lta. 

^  Qui  anche  abbiamo  on'altra  preziosa  concordaoia  fra  Venetia  e  U  Friuli, 
poiché  lie  ricorre  pur  nell'antico  veneziano:  eha  U«  cbe  lei  (nomin.),  Tri- 
stano; HO  se  può  partir  da  lie,  Regim.  eod.  mare.  C.  uii  (tor.:  da  tlla);  e 
resta  ancora  all'odierno:  cvlla,-  Cfr.  frinì.  cusMe  (a  cuslié),  Tenes.  custta. 

Archivio  gloUol.  lui-,  I.  M 


;vGoo»^lc 


530  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

sinonimo  róndul  {a.  H5),  dev'essere  un  diminutivo  anorganici:', 
e  non  un  esempio  di  accento  trasposto.  —  Resta  poi  d'avvertire, 
che  à  caratteristica  del  friulano  la  gran  facilità  di  estendere  a 
formola  àtona  il  dittongo  che  surge  nella  tonica.  Non  già.  che 
manchi  l'avvicendamento  legittimo,  come  è  p.  e.  in  duàrmis  to 
dormi,  allato  a  durmts  voi  dormite,  o  in  vuélin  vogliono,  allato 
a  volin  vogliamo  (cfr.  p.  495);  ma  insieme:  durmi  Qduarmi. 
durmtd  e  duarmid;  puartàve  puartài  Coll,  II  20  24;  visti  e 
viesti,  spietà  n.  109,  guviernd,  sierà  siard,  piardéi  Coll.  ib. 
121;  ecc.,  vedine  il  C.  III.  3.  Viceversa,  la  legittima  alterazione 
dell' àtona  si  comunica  illegittimamente  alla  tonica,  nel  clas- 

Assira.  sico  esempio:  dove,  Jo  devi  o  dóvi.  Assimilazioni.  219. 
220.  Nei  suoni  proprj  di  una  data  voce:  num.  3  e  50  in  appendi- 
ce, 18-21, 23  n.,  70, 76, 77, 156-7, 167-8  n.,  193;  173  ecc.'.  Tra  voce 
e  voce:  bòtri,  otre,  che  potrebbe  invocar  per  sé  i  n.  229  e  12S, 
ma  ha  di  certo  risentito  l'alterazione  di  bóte,  botte,  sebbene 
questa  non  appaja  schietta  voce  indigena;-  torretta  (circonda- 
re), in  cui  sì  mescolano  contorna  e  ^ergend  n.  170;-  ur  pron. 
àtono  obliquo  di  terza  plur.  (p.  e.  dd-ur  dar  loro),  foggiato  sul 

DìBBìm.  parallelo  us  di  seconda.  Altri  esempj,  al  G.  III.  3.  Dissimi- 
Afer.  lazione.  2S2.  Vedi  i  num.  Ili,  126*  e  230,  145,  160.  Afe- 
resi.  823.  226*.  Di  t-:  norànt;  di  e-:  vredgecc.  n.  170, 165;-  di 
a-:  amar  mar  (amaro),  e  quindi  mare  amare  la  fiele;  morós 
madór;  nemàl;  von  {avón)  avo  Zob.  34, 83;  avónde  tónde  abun- 
de;  viérzi  ecc.  num.  28  II;  grest  agrést  (uè  gréste);-  di  /-  per 
rillusione  che  fosse  l'articolo:  uéj  n,  56,  ómbul  a.  IH,  ardkHl 
lardello  s;  e  qui  spetterà,  pur  utumie  (mil.  uiomta  ecc.)  tumie 
'lutumle  notomia,  cfr.  num.  145.  Entrambi  i  fenomeni  in  una 
atessa  voce:  òdule^lódule  alaudula.  Curioso  esempio  è  tni^sH 
nésti  (n.  104)  domestico,  domesticato;  nel  quale  si  abbandona  la 
prima  sillaba,  per  l'illusione  che  sia  un  prefisso,  illusione  da  cui 
Insieme  dipende  un'epentesi  e  un'aferesi:  "dimiésti  dis-miésU 
(venez.:  desméstego)  miésti.  Mi  resta:  léul  Itul,  consunto,  sfinito, 
che  dev'essere  'fléul  (fievole  num.  215),  comunque  di  'flebilis' 


'  Curioso  «Bempio  di  auimllaiione  regrauifa,  di  sillaba  a  sillaba:  twf. 
tisUiÌa  =  *^isUnt,  caatagna,  cfr.  l'eppend.  ali'A,  io  fiue.-  1571:  di  dultnmd 
(dnt-'l);  ael  Terra. 

*  «amp.  dvri  *MTri.  E  cfr.  ariàn  u.  165. 


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g  5.  TdiTitorj  fiiulaui:  Accidenti  generali.  531 

già  si  è  avuto  al  niim.  Ili  un  riflesso  diverso.  Gttlissi  ed  Etti. 
Apocope.  334, 226*.  sptrfO^ ';- madi'ns,  il  Mattutino  (-i)  doUa 
notte  di  Natale;  cfr.  p.  55  n.  Per  cons.  fin.  i  n.  144,  167-8,  198, 
204;  e  aggiungi:  tan=tant.  Prostesi.  227.  Dia:  arlevd  (ve-  Proat. 
nez.  arlevàr)  =  rileva,  allevare;  ardile  =  radile  =  radi gle  'radi- 
cala (u,  118),  helleborus  viridis;  cfr.  il  nome  loc.  Arvóncli  =  Re- 
l'óncli.  Inoltre:  [ajglir,  [a]ràst,-(a]ruéde  n.  52  (cfr.  'Epentesi')  *; 
[a]vód  votum  ;  ecc.  —  229.  Di  v  (cfr.  n.  130)  ;  [vjualiv  ecc.  n.  177; 
[v]itàrn  num.  56  II,  [vjuàrb  ib.  *,  [vjuàrdi  ìb.,  mtéj  =  uéj  loglio 
num.  56  I;  tìué  =  ué  *o[Jìe  ''ho[d]Ìa,  cfr.  il  logud.  hoc;-  esempj 
([Liesti  adatto  sicuri,  laddove  qualche  leggiero  ma  quasi  im- 
percettibile dubbio  può  rimanere  circa  la  genesi  del  v-  di  vóre 
num,  210,  vòul  ìb-,  voti  otto,  vóli  odo;  cfr.  l'appendice  all'O, 
sulla  fine. —  Di^',  all'incontro,  difficile  statuire  esempj  in  cui  non 
sin  più  o  men  probabile  che  piuttosto  si  tratti  del  dittongo  dell'^ 
(it' jV,  n.  23,  28),  il  quale  pu6  anche  meglio  preservarsi  sotto  la 
forma  di  ^V-  che  altrimenti  non  faccia,  e  passar  dalla  farmela 
tonica  all'àtona  (n.  218).  11  più  sicuro  esempio  di  questa  pro- 
stesi parrebbe  jónzi,  in  quanto  dica  'ungere'  (Pir.  275);  esem- 
pio, però,  che  insieme  appare  strano,  la  prostesi  dinanzi  ad  o 
volendo  piuttosto  essere  e;*  e  la  cui  sicurezza  si  strema  inoltre 
per  ciò,  che  'ungere'  e  'jungere'  si  confondono  anche  in  ónii 
(cfr.  n.  96).  Seguono  i  residui  esemplari,  nell'ordine  dal  più  al 
men  probabile,  sempre  rispetto  alla  prostesi;  empia  jempld, 
entra  jentrd,  énfri  jénfri,  che  son  tutti  di  e-  secondaria;  ^Vspi 
e  Jes^i  exire,  jlr  n.  23  (v.  l'append.  all'È),  jéssi  èssi  essefre], 
èie  Jote  num.  67  *.  —  Assai  frequente  è  la  prostesi  di  s;  e  certi 
esempj,  circa  i  quali  si  può  dubitare  che  l'aggiunzione,  anzi- 
ché essere  meramente  prostetica,  abbia  una  qualche  intenzione 
ideale,  ma  piuttosto  di  coloritura  che  di  significato,  nà  potrem- 
mo sempre  scernere  dagli  altri,  nà  vorremmo.  Adduciamo:  co- 
daróss  e  sood.  cfr.  pag.  431,  smergòn,  scàipie  num.  100,  blà'ée 
sblà'cc  (venez,  sbièca),  hàlsim  shàlsìm,  [sgarétt],  sfuéj  fuéj 
li.  561  (venez,  sfógio),  dine  scttne,  mànghin  smóngh.  n,  71-2, 


'  Come  fanao  le  tooì 

di  blasm 

Ì(n. 

IU)c 

•  hiuc. 

Oroéda. 

•   samp 

.:  vuarb,  vuei 

'.i  n.  Ó2,  x>( 

}ì-èU 

a.  n> 

-   gué- 

da  uè-  nel  a 

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53S  Ascoli,  Saggi  Udini,  I. 

sfùlmin  {sfulmind),  sflàce  fià'ce  fiacca,  tropp  stropp  braDw, 
smuàrs  il  morso,  sbols,  smire  la  mira  (smirà),  strézze  -  dréz- 
3£  n.  193,  strafuéj  {afr.  stralassd)  ^  trifìiéj  trifoglio;-  scuàsi 
(anche  venez.)  '. — ■  Prostesi  apparente  di  t  {lu-)  che  è  veramente 
l'articolo  concresciuto :  làìp  n.  100  >,  làndri  àndrì  n.  200,  lan-  ' 
tàn  =  antan  =  altàn  cfr.  p.  379  n.,  lés'ce  (venez.  lésca)  esca,  tn- 
cuin  lincuin  cfr.  p.  371  n.,  inpi'n  Wnpj'n  p.  504  n,,  ombréne  lom- 
bréne  num.  33,  luml>ripón  e  «m&i*.  ombellico  (v.  C.  IH  4),  ìùvri 
nam.  76  a,  ttss  Juss  ;  Ltt5t'n2  'il  Sonzio'  num.  56  III.  Fìnatmante,  | 
parrebbe  aversi  l'adesione  di  n,  resto  dell'articolo  un,  in  jéur 
néur,  lepre,  od  in  néul=jéul  num.  23  {néolo  pur  nel  Polesine; 
Bobbio  s.  gévoto),  ma  in  effetto  avremo  ancora  l'adesione  del  l 
che  poi  si  disaìmila  (cfr.  frc.  nombril,  primamente:  *l-ombrfl;  e 
Epent  il  n.  Ili)  *.  Epentesi.  238.  232-.  Di  vocale:  rauéde  =  ruéde 
(cfr.  n.  227);  sar[a}déle,  scuntbùtt  scorbuto,  nei  quali  due  esempj 
la  qualità  dell'epentesi  è  determinata  dall' dtoiia  che  precede; 
puriiión  porzione.  Di  v  dinanzi  a  uà  ve,  che  è  fenomeno  con- 
genere  alla  prostesi  dì  v  dinanzi  alle  formole  stesse;  cosi:  tn< 
■v-tiessd  =  iniiessd  inossira;  in-v-ueted^inueled  inoliare;  twr- 
vuéle  =  varvéle  vajuolo;  rarméde  =  rauéde  che  testò  adducemmo; 
e  anche  tavuàje  tovaglia.  Di  v  che'rimedii  all'iato:  da-c-óniì 
=  dai5nitjungere  (aggiogare)  >>.  Dij  nello  stesso  ufficio:  djar&ere, 
bujàzze  buina  (venez.  boàzza)  ^.  Di  d,  ancora  nello  stesso  uffi- 
cio :  cadile  *ca-tle  =  cavile  (cfr.  pag.  357, 383  f. ,  404)  ;  cudùmar 
'eu-ùmar  (n.  167^)  cocomero;  angudéle  =  venez.  anguéla,  nome 
di  pesce;  che  'o  dédi  ("dé-l)  che  io  dia  Zor.  44,  26;  e  qui  nasca 
il  quesito,  se  in  sèdi  =  sèi  essere  ('sedere,  cfr.  n,  203),  il  d  sta 
quello  delle  origini  o  non  piuttosto  l' epentetìco ,  che  coincida 
fortuitamente  con  quello''.-  330.  Dij>'  epentetìco,  v.  il  num.  110. 

'  samp.;  t-pitrtvl  (al  piano  piérsul  apersi  [co]  4'Ql,  cfr.  n.  197'^  e  III  4). 
lai  *-lars  (pianig.  li»  tdrii)  focolare;  las  M-narlM  (piaaig.  li*  nariit;  rac- 
conto parrebbe  quindi  errato  in  PiR.  p.  e:  nàrie). 

'  ijg.  samp.  dip.  *  samp.  <ÌDrt. 

'  Del  d<  che  riesce  premesso  a  non  pochi  nomi  locali  friulani  (p.  e.  Dajéll 
Ajello),  Teggaosi  per  ora:  PiR.,  xLn-iii,  Flecsia,  Di  ale.  forma  d.  n.  toc.,  Ida- 

•  Cfr.  a.  167'  e  184.  •  Cfr.  ih. 

'  rjg.  $Mfi  BÌeiio.'  Anche  fr{di  =  friit,  friggere,  troverà  qui  la  eoa  spie- 
gaiione:  /i-i-[d]-ì;  cfr.  n.  190;  e  se  non  è  epentetìco  pnra  il  d  del  fridi  <ii 
pag.  386,  la  coincideva  dovrà  gindicarsì  fortaita. 


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§  5.  Teiritorj  rriulaoì;  Accidenti  generali.  533 

Epentesi  di  r  dietro  a  nt:  seòntri  p.  89  n.;  indolentràssi  indo- 
lentramènt,  indolentire  ecc.  (Fra  Giacomino  da  Verona:  dolen- 
tri  dolenti,  B  48);-  nel  -mentb  avverbiale:  postadaméntri  appo- 
sta, fiorantméntri ,  fìnalméntri  {e  /inaménti),  raioneulmén- 
tri;  ecc.;-  dietro  a  tid:  sfóndri  {=  sfòndro  venez.)  sfondo,  e 
anche  sfondar,  come  da  'sfonderò;  al  quale  esempio,  probabil- 
mente importato,  ne  starebbe  accanto  uno  di  sicuramente  indi- 
geno, ma  col  ano  'ndr  ridotto  a  ntr,  in  dóntre  dóntri  donde 
de-unde  (cfr.  p.  67);-  dietro  a  mb:  slumbrid,  allungare  fuor  di 
misura  ecc.,  che  il  Firona  parifica  a  'slombare'.  Qui  spetta,  per 
avventura,  anche  munésti  munéstri  addomesticato  (cfr.  nésti 
sotto  'Aferesi'),  Dietro  il  semplice  d  :  rodi'f  e  radrig  ladrig.  Per 
simile  epentesi,  cródie  si  ragguaglia  a  'cutica'  (cfr.  pag.  54  e  il 
num.  165),  ma  sarebbe  meno  strano  il  farla  8UrgerB,dietro  a  $ 
composto,  nel  verbo  soroded  discrodea  'ez-cuticare^  scuojare  '.- 
331.  Epentesi  di  n,  davanti  a  s  composto:  istéss  instéss;  isgi 
ins^  exire;  istàd  instàd.  Bpitesì.  Fenomeno  non  infrequente  Bpit- 
nel  friulano,  né  privo  d'importanza.  233^  La  nasale  all'uscita, 
quasi  temesse  di  dover  dileguare  (cfr.  i  n.  144  e  154),  chiama  in 
suo  soc-corso  la  muta  congeirere;  che  è  come  dire,  uscendo  di  me- 
tafora: chiuso,  a  metà  della  pronuncia,  il  canale  del  naso,  sì  pro- 
scioglie il  'contatto'.  Quindi:  -mp  da  -m,  e  -nd  {-nt)  da  n^:  om 
omp;  in-sómp  'in-sommo'  (all'estremità);  leàmp  leàmb  legacela, 
ligam[en]  n.  156^;  Uniràmp  ih.;  e  con  legittima  variante:  jMtbnj) 
peànd  (ligaccLo,  cfv.  ped  allacciare),  secondo  che  -hbn  si  deter- 
mina in  -m  o  -n  (n.  156)  *.  Àncora  s'abbia  per  -nt  da  ^n:  l'aut. 
nugledimént  *n6lje-dì-mén,  nuUadimeno,  citato  dal  Pìrona  ■>.  A  -n 
di  pronuncia  gutturale  (cfr.  p.  3S2  ecc.)  accennano  j}^anc=]}2an, 
piano,  adagio,  e  strang ^  stran  stramen.  Più  esempj  s' hanno 
ancora  di  epitesi  di  -n  o  -t  {-d)  dietro  all'  •{  cai  susseguiva  altra 
consonante  etimologica,  della  quale,  nella  fase  immediatamente 


'  Epauteù  di  I:  terg.  splumà  37,  cfr.  pag.  324,371,448,  e  il  venez.  spiu- 
ma;-  felL  fóldre,  cfr.  pag.  155,406. 

'  Cfr.  ^  223.  a  371, 11.6. 

'  Nel  sinonimo  venez.  lìgdmbo  parerà  di  vedere  come  un'  allniione  alla 
gamba;  ma  all'incontro  ai  potrà  bene  averci  un  friakoasimo  di  pili. 

*  fell.:  siùmp  =  siùm  aonno;  e  pib  aingoiare:  ortìimp  orefice,  nel  quale  ai 
avrebbe  on'epiteei  aggiunta  all'altra  (cfr.  oriii-n  nel  testo). 

'  È  nel  docnmento  attribaito  dal  Bianchi  a1  1300. 


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534  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

anteriore,  sarà  rimasto  come  un'eco  indistinta;  così  dietro  all'-i' 
àtono:  tuéssi  iuéssi-n  n.  167-6;  stoini  slómi-t  ib.;  tèmi  (verbo) 
témi-t  (sost.)  temere  '  ;  Uérmi  Uérmi-d  a.  144;  dietro  al  tonico: 
in-pl  in-pin  invece  (in-pede,  cfr,  il  venez.  impé,  ecc.)  ^;  e  i  n.  loc. 
Pregeni-n-s,  Precenicco,  e  Vrgini-n-s,  Urcinicco,  cfr.  n.  167-68, 
allato  ai  quali  giova  ancora  vedere,  per  -à-d'-à  =  -àc,  il  nome 
loc.  Ussà-d  =  Ad-ussà,  Ussago,  e  ricordarci  di  la-d  ecc.,  p.  523^ 
Ma  pure  dietro  all' -i  genuino  o  all'-i  normale  da  -e  od  -io: 
scuàsi  scuàsi-n  scuàsi-l,  quasi;  prèii  prézi-n  préii-t  {pràiit 

MeUL  Zoe.  21,  76)  pratium,  oréii  oréii-n  num.  132.  Metatesi. 
284.  Di  r,  e  per  varia  guisa:  corvàtt  e  crooàtt  corvo;-  com- 
pra e  crompd;  fevràr  e  frevàr;  dóntri,  n.  230,  e  drónti;  — 
tarli^  traliccio;  sprolun'gd  e  sparlu7igà;  sgrafa  e  sgarfd;  fre- 
tàje  e  fertàje  *frictalia,  fersórie  'frixoria  (cfr.  venez.  fortàgia 
e  fersóra).  Inoltre:  cdnive  e  cavine  cànova,  releva  revela*. 
Un  esempio  alquanto  complicato  riconosceremmo  nel  -giuda  di 
s-gludà  dis-gludd  in-gluddssi,  dia-  e  ri-cordar[8Ì],  vedendovi: 
'•curda  'cruda  'eluda,  malgrado  ricuardd  ecc.  num.  167*.  Ri- 
mane il  classico  tarótid  {tor.),  di  cui  v.  pag.  336;  e  frusin  ai 

Attraz.  n.  99  e  190.        Attrazione.  235.*Una  serie  di  esempj  già  si 


'  Qaesto  esdmpEo  lancia  qnalche  dabbio. 

*  coli,  pitn  piU,  cfr.  p.  446. 

*  Ma  con  questi  asempj  non  si  devooo  confondere  i  nomi  locati  5.  Totuflt 
=  S.  Tomài ,  e  S.  Andrai  S.  Andrea.  'Tomàa-'  non  potava  perdere  o  alterve 
nel  friulano  il  ano  -s;  uè  l'avrebbe  facilmente  potuta  pur  la  fonnB  Domini- 
tiva  'Thomas'  (Tóma  del  leaa.  it.),  con  la  quala  poi  s'insappa  nella  nnova 
difficoltb  dell'accento.  Si  aggiunge  che  il  -t  o  -d  di  Tomài  risalta  ben  radi- 
calo ed  antico,  come  si  mostra,  dall'un  canto,  per  l'ant.  renaz.  Tomào,  od. 
TCD.  S.  Toma,  cbe  entrambi  risalgono  normalmente  a  'Tornato'  o  'Tomido',  f 
a&tto  escludono  'Tomaao'  (alti-a  e  preziosa  concordanza  fri nlaao- veneziani, 
cfr.  pag.  465);  e  dall'altro,  pai  nomi  di  famiglie  friulane  Tomadóni,  Toma- 
d(n>,  ecc.-  Andrdt,  finalmente,  non  si  potrebbe  in  alcun  modo  legittimare  per 
alterazione  di  'Andreas'  o  'Andrea'.-  Ma  in  Tomài  e  Andrai  dovi-emo  rico- 
noscere, se  io  non  erro,  delle  normali  deritazioDi  per  -di  (come  faniàli,  gio- 
vane, garzone;  fem.  fanldte;  cfr.  p.  e.  gl'it.  Masttto,  itasaccio]^  e  un  anab^C 
Jacvm-dl  sta  Teramente  nelle  mie  riminìacenie  friulane,  sebbene  io  non  ot' 
guarentirlo.  Si  pud  anche  ricordare  il  noma  loc.  Safiìdtt,  accanto  a  Soft'  ' 
Sagilétt.  Il  d  nelle  derÌTazioni  ulteriori,  non  mi  sembra  difficoltà  di  certo  me- 
mento. 

*  pord.  Vamena23,  cfr.  p.  371. 


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INotA  fioala.  535 

ebbe  al  nam.  ]00;  cui  ai  aggiungono:  fòibe  'ffivj^  pag.  414  n.; 
s-góihie  s-gòibe  gorbia  (e  anche  la  'globularia  Tulgaris'),  cfr. 
DiBZ  lesa.  s.  'gubia';  ràibie  ràbie  (1571:  ràibe,  cians  rai- 
boos);  canàipe,  cfr.  p.  356  ecc.;  sempre  in  sino  ad  ora  coll'i 
{J)  che  nella  base  etimologica  sussegue  a  labiale,  ed  è  for- 
inola consimile  quella  (ieìV  esemplare  che  tentammo  dichiarare 
al  n.  18>21.  A  forinola  diversa,  non  ho  per  ora  che  un  solo  esem- 
pio sicuro:  fildine  allato  a  filane,  lungo  filo  per  far  giuocare 
la  civetta  ecc.,  cui  forse  ya  aggiunto:  nàine  nenia  (vnvtii;  nènie 
cbe  s'incrocia  con  fuin£  =  nanna1);  e  nessun  particolare  esem- 
pio per  l'attrazione  dell'».  Ma  ancora  cfr,  rài  al  n.  102. 


Qai  si  chiude  il  primo  Capo  dei  Saggi  ladini,  nel  quale  si  è  potuto, 
per  la  prima  volta,  misurare  a  passo  a  passo  la  zona  intiera,  entro 
i  limiti  a  cui  oggi  è  ridotta.  L'iodagina  ha  dovuto  essere  quasi  me- 
rameute  fonetica,  e  versare  in  modo  cosi  preponderante  sullu  materia 
principali  ss  ima  di  queste  favelle,  che  ò  la  romana,  da  non  addurre 
voci  di  provenienza  diversa,  germaniche  ia  ispecie,  se  non  quando  le 
basi  non-romane  subissero  le  alterazioni  medesime  a  cui  le  latine 
erano  espoat*,  oppur  quando  si  trovassero  molto  diffuse  tra  ì  diversi 
idiomi  neo-latini  ;  tutto  il  restante  dovendo  riservarsi  al  quinto  Capo. 
Ma  le  rassegno  morfologiche  e  lessicali,  che  ancora  c'incombono, 
Don  porteranno  alcun  essenziale  mutamento  alla  posizione  rispettiva, 
che  in  questo  primo  saggio  vedemmo  assunta  dai  diversi  idiomi  del 
sistema  ladino,  e  fu  già  a  suo  luogo  da  noi  determinata,  nel  modo 
migliore  che  per  ora  si  potesse  *. 

Vedemmo  come  la  zona  si  attortigli  variamente  alla  catena  delle 
Alpi,  e  poi  cali  in  larga  falda  all'Adriatico.  La  sezione  d'occidente, 
0  de'Grigioni,  è  al  versante  settentrionale;  e  se  la  valle  di  Mona- 
stero, che  pur  le  spetta,  da  veramente  le  sue  acque  all'Adige,  queste 


0  ispecie  l'esordio  al  §  3  (p.  337-8)  e  quello  al  §  .5  (p.  475-C). 


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536  Ascoli,  Saggi  ladini,  I. 

non  corrono  tattavolta  verso  il  meizogiorno,  come  noit  corrono  in 
tal  direzione  la  acque  che  la  Gardena  a  la  Qadera,  nella  sesion  cen- 
trale, mandano  ad  altre  fiumana,  tributarie  dell'Adige  anch'esse. 
Onde  abbiamo  tre  campi,  cha  sì  potrebbero  obìamare  inter-alpini;  i 
quali  aggiuDgendosi  ai  territorj  propriamente  transalpini,  ne  risulta, 
che  penda  verso  il  nord  tutto  quanto  di  piti  schietto  la  tona  ladÌDa 
ancora  serbi- 
Ma  al  di  qua  della  sona,  e  nagl' ìnterstìzj  che  la  interrompono,  noi 
spiammo  inoltra  l'elemento  ladino  per  quell'ampia  fascia,  ad  anfi- 
sona,  tutta  dsalpina,  cha  va  dal  Gottardo  alla  Lirenza.  I  terrìtoij 
nei  quali  ricorreva  in  maggior  copia  l'elemento  cercato,  erano,  al 
versante  lombardo,  Talta  valla  del  Ticino  (Leventina;  §  S,  a,  2)  e 
la  valle  superiora  della  Mera  {Bregaglia  sovra-portana,  §  2, 
A,  4);  e  al  versante  veneto,  la  Val  Fiorentina  (g  4,  a,  1)  e  il 
Cadore  centrale  (§4,  a,  4).  Le  Valli  di  Bormio  {§  2,  b,1)  ci 
presentavano,  alla  lor  vdTta,  una  speciale  e  cospicua  fase  di  ooones- 
aioni  ladino-lombarde.  Ma  conveniva  sempre  scemare,  con  la  mag- 
gior cautela,  fra  l'elemento  ladina  vero  e  proprio,  e  quella  originala 
comunanza  o  affinità  di  fenomeni,  onda  sì  vengono  a  detarminare  le 
attinenze  speciali,  che  rannodano  il  lombardo  e  il  ladioo,  dall'osa 
parta,  a  il  ladino  ad  il  veneto  dall'altra.  La  considerazione  delle  qoaii 
attinenza,  o  la  loro  scoverta,  veniva  insieme  a  spargere  aingolar  Ince 
sulle  ragioni  idìomaticha  della  antiche  letterature  dialettali  dell'Italia 
Superiore  (g  2,  b,  ii,  7;  §  4,  e,  1);  e  l'indagine  sul  nesso  ladino-lom- 
bardo,  in  ispecie  la  geografia  delle  alterazioni  di  varia  formolo  in  coi 
entra  l'à,  ci  portava  ancora  alle  connessioni  lombardo-emiUane,  e 
avrebbe  verameDta  potuto  condurci  in  sino  alt'Jonio  [§  2,  b,  ii).  Lo 
studio  del  nesso  ladino-veneto,  dal  suo  canto,  come  ci  avviava  alla 
dimostrazione  di  quel  moderno  movimento  della  gente  ladina,  al  quale 
per  baona  parte  si  deva  la  robusta  gloria  di  Venezia,  cosi  ci  racco- 
stava, per  una  seria  d'impensata  cose,  al  nodo  in  cui  si  raggruppano 
le  trasformazioni,  che  il  Reto,  il  Veneto,  il  Dace  e  lo  Schipetaro  hanno 
fatto  subirà  alla  parola  di  Roma  (§  4,  e,  1-3;  B,  5). 

Questa  connessione,  che  illustra,  dal  lato  di  levante,  la  posizione 
del  gruppo  ladino  nel  sistema  generale  d^Ue  favelle  romanza,  doman- 
derà .qualche  nuova  indagine  al  Capo  che  segue;  nel  quale  Baranno 
pur  discorse,  par  la  parte  che  gliene  spetta,  la  intime  convanìenu 
e  le  digradazioni,  onde  il  gruppo  ladino  si  rannoda,  a  poneste,  ce. 


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NoU  finale.  537 

franco-proTeDzale'.  In  qaella  sezione  del  nostro  stadio,  sì  oserà  ancora 
spinger  lo  sguardo  negli  strati  ante-romani;  e  vi  sar&  agevolmente 
ricostrutta  e  ristudiata  la  geografia  di  alcune  particolari  alterazioni 
fonetiche,  già  sparsamente  descritte,  quali  sarebbero,  a  cagion  d'esem- 
pio, »  ecc.  da  -n ,  o  p  ad  per  gè  x  ài  fase  anteriore  (t.  Ind.  I.). 

Quanto  all'intento  e  ai  metodo  generale  di  questi  Saggi,  e  in  ispecie 
delta  parte  ora  compita,  l'assunto  non  era  solo  di  studiare  o  com- 
parare, in  modo  sicuro  e  perspicuo,  singoli  idiomi  o  singole  fasi  di 
favelle  più  o  meno  prominenti  e  disformi,  ma  era  principalmente  di 
ricomporre,  nello  spazio  e  nel  tempo,  una  delle  grandi  uniUL  del  mondo 
romano,  accennando  insieme  come  questa  si  contessa  con  altre  grandi 
unità  romane  die  le  sono  attigue.  Non  si  volevano  delle  fila  spiccate, 
ma  si  voleva  la  continuiti  della  tela,  e  una  continuità  salda  a  un  tempo 
e  diafana.  Occorreva  pera  mandar  di  conserva  un  tal  numero  d' idio- 
mi, cba  l'esposizione  propriamente  sinottica  diventava  impossìbile, 
e  pur  non  si  voleva  rinunziare  al  mollo  profitto  che  la  buona  costm- 
zione  sinottica  importa;  conveniva  seguir  costantemente  le  continue 
evoluzioni  e  le  digradazioni  influite  della  parola,  e  pur  non  rinun- 
ziare a  quella  sicurezza  e  a  quella  perspicuità,  ohe  vengono  dal  cir- 
coscrìvere l'indagine  entro  a  modesti  confini  di  luogo  e  di  tempo.  Il 
tentativo,  veduto  nel  suo  insieme,  era  forse  nuovo,  e  rìcbiedeva  uà 
complesso  di  accorgimenti ,  vbe  non  si  era  forse  mai  applicato  a  in- 
Tcatigazioni  alquanto  estese.  Ijc  quali  conaiderazioni ,  ed  altre  che  è 
superfluo  aggiungere,  varranno,  per  avventura,  a  far  perdonare  all'au- 
tor di  questo  Saggio  una  parte  delle  mende  cti'  egli  stesso  ci  vede. 
Fossa  almeno  restargli  intiera  la  speranza  di  aver  mostrato,  quanta 
utilità  dovrà  derivarci  da  lavori  simiglìanti,  se  mani  della  sua  piti 
abili  vi  si  vorranno  adoperare. 


'  Uà  nel  territorio  occidentale,  a  cui  si  allude,  le  Alpi  ancora  ci  nascon- 
dono, a  entrambi  ì  verBonti,  non  pochi  tesori.  Laonde  avrà  gran  pregio  dalla 
materia  itena,  oltre  che  dalla  rara  abilità  di  chi  la  studia,  nn  lavonf  sul  dia- 
letto della  Val  Soana  (nell'alto  bacino  dell'Orco,  al  and  della  Valle  d'Aosta), 
che  ornerà  il  secondo  volume  di  questa  raccolta,  e  si  dovrà  alla  nobile  panna 
di  Costantino  Nioka. 


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INDICI. 


Questi  indici  sono  BoarBi-,  ma  tra  la  loro  povertà  e  on'abondanea 
soverchia,  non  si  è  potuta  trovare  una  via  conveniente.  H  saggio, 
che  si  contiene  in  (Questo  volume,  sarebbe,  d'altronde,  troppo  mal 
riuscito,  sa  non  reodesae  men  che  necessaria  ogni  altra  chiave,  sia 
per  la  parte  propriamente  fonetica,  sia  per  la  lessicale. 

Quando  I0  citazioni  non  si  riferìBcono  espressamente  alle  rubriche 
degli  spogli  (p.  e.:  num.  8),  esse  ricbiamano'Ie  pagine,  distingneodo, 
dì  solito,  fra  il  testo  e  la  note  (p.  e.:  371,  383  n.)- 

I.    Suoni. 

à  ftior  di  posisione,  num.  1-4;  in  posi-        n.  bii,  472  n.;  cfr.  529,  373  n.,  e 
sione,  uam.  8;  Bako  te  forinole  che        mé[d]ulla  5S3. 

hanno  rubrìca  propria.  In  é  g  ecc.,  Afereai,  num.  223,  2^  226*. 

per  efFittto  di  palatina  che  gli  pre-  ae  tonico,  num.  07^  itono,  num.  03. 

cede:  10. 119, 120bU,  120-1, 121  bis,  di  romanzo,  num.  68*.  A  p.  40  ai  ag- 
123, 124bia,  138, 148-53,  257-8,  280,  giunge  p.  189.  E  cfr.  410  ecc.  ecc., 
266,  271,  281  n.,  347bis,  375,  375n.,  438  (de,  di).-  «=ai  habeo441, 464 
381, 384, 13SS,  386] ;  per  effetto  della        n.,  47£  n.;  e=ai  h^bes  440,  cfr.  470. 

palatina  che  gli  HUcc«de;120D.,  200,  ai  romanzo,  atono,  num.  94;  cfr.  406, 
266, 271,348, 349,349n,352n.,  377,        415. 

381,  [389];  per  feuomeuo  continuo:  ali  ald  ecc.,  num.  10.  Cfr.  410;  290, 
164,227;255n.,266,269,271,281n.,  459-60,471-3,487-8.  Inoltre:  256-7, 
296-98.  Circa  l'-d  in  6  (num.  4),  cfr.        386. 

296n.  e  le  'Oiunte'.-  à  ia  ud  {uó)  Alterazioni  ascendentali,  num. 
438-9.  238;  ea-  da  rft'r,  oer  da  óur  ecc.  153- 

a  fuor  d'accento,  num.  69-73;  cfr.2^,        60,  S25-6-  Cfr.  308,  308 n.,  311. 

1^,272,  347  n.,50Sn.  rfm,  num.  7.  Cfr.  269. 

Accenta,  nuru.  £18;  cfr.  236,  364,  dmj,  ecc.,  num.  17. 

364n.bi8.  367 n.,  368ii.,  495,  504,  àn,  num. 5 e 6.  Cfr. 293-6;  122n.  [276, 
506;-  175 n.,  360,  386,' 398,  413.        295n.];  296n. 

RioiORSo;  'iéte  da  -ièle  15  n.;  -iato  ànc  dné  ecc.,  num.  13;  cfr.  p.  93  n.  In- 
da -eòlo  27  n.,  51 1  n.;  ordina  175  n. ,        oltre  :  269,  296  n. 

233,oW(ffa233,  coffilan-^,,  233  n.,  dnj,  aum.  15. 

cfr.504;ca»«fp-ia380coc.,440;  f-a-  ànt  dnd  ecc.,  num.  16;  cfr.  ^8,  S59, 
-mila  358;-  nei  dittonghi:  245  ecc.,        261,  269, 293-98, 296 n.,  390. 

363  ecc.  389-90,  393,  402,  403,  454  -li-io  Aria,  num.9(v.in  ispeeie  484-5n.) . 


;vGoo»^lc 


AaeimiUxioni,  num.2ig;crr.508n., 
520.  LiveliMioue  di  vocali:  153, 154, 
217-8 a.,  òOin. 

AaBÌmilazioD,e  di  voce  a.  voce 
(iiniii.220):  106, 112, 145, 155, 197  d., 

199  n.,  218,  218  n.,  221.  222, 233  n., 
263,500,5(Su.,506ii.j-  '(jeggio'  e 
'meglio'  313, 328,  368,  488  (ma  cou- 
Ejdara  anche  'InflueoM  ecc.').  Fn- 
aioae  di  dne  diverse  parole:  arbinar 
430  ecc.  (combinare  e  raduuara);  cfr. 
530. 

Attrazione,  aura.  235-6  «  47;  cfr. 

200  D.,  300  n.,  382  f.  ecc. ,  383,  88il, 
432,  440, 484  n.,  484-5  (-drio  -(Brio, 
-risia  -tBsia);  e  ancora  'Influenze',  e 
il  2."  Indice  Botto  'Plurali  interni'. 

du,  Dam.68;cfr.  471  n. 

au  àtoQo,  num.  03. 

du  romanzo,  nam.  d8>  (68).  Cfr.  146; 
^3, 255, 2S6, 257, 258, 266, 268, 270, 
281  n.,  295  n.;  381 ,  385,  386,  387, 
4(6-6,  431-8  (do).-  o  =  au  habet 
441. 

au  romanzo,  àtono,  num.  94. 

autauaecc.(nura.g3-4  e  68):  137,138, 
188, 261,278,283, 290, 313,  ecc.  An- 
cora: 415, 419, 422, 429, 445, 456  n., 
460,500-1. 

ntj,  auvjf  alb,  355,  cfr.  359,  e  jy. 

avorso-  ridotto  ad  o,  359. 

6,  nnm.  214-17. 

àj,  num.  109;  cfr.  454  a.-  bl  b'I,  oom. 
115. 

e  (p)  palatina  antica,  S  palatina  serio- 
re, 54 n.,  55,75, 87 n.,  90, 90  n..  143, 
145,  [166 n.],  205-6n,,  ecc.;  cfr.  523 
n.,  524. 

ca,  num.  160-5;  cfr.  257-8,  285-6;  407, 
410,  463;  e  v.  ga.  Lo  j  (g)  prov. 
frc.  ecc.  di  queste  formolo,  ne'suoi 
rapporti  collo  'e  !/  ecc.  delle  formoie 
stesse,  71-2. 

ce  ci,  num.i  109,170, 171;-  ce  (ci)  col  e 
allo  sUto  di  gutturale,  436-7,  442. 
Vicende  di  queste  formoie  nel  prov. 
e  nel  frc,  81-2  n.  Le  sibilanti  frc.  e 


prov.  che  ora  continaano  il  e  di  ce 
ci,  sono  passate  per  e  g  ecc.,  86  n., 
99  n. 

f-,  num.  117. 

e7-,  nnm.  118, 120.  Cfr.  ^^e(,  304  n. 
e  452;  410,  410n.,  415,  419,  432-3. 
oeu-c,  nnm.i  166,  I67-  167',  168.  Cfr. 
258,  S9,  289  n.  B  vedi  cw  ed  -Ìco. 
r,  num.  173. 

t,  Dum.  174;  cfr.  'Propagginaz.'. 
(,  num.  172;  cfr.  punctù-  :  68  n.,  142, 
209  n.;  sancto-  209  n.,  305  n.  Inol- 
tre: 304-5  e 'Regione  di  j(  da  ci'.— 
eht  tedesco,  nell'analogia  di  et  lati- 
no: 88,  144, 145.    et  inUtto:  437. 

elj,  nnm.  107. 

c[w]  g[w]  in  b[u],  94, 380, 383; cfr.  191  n. 

d,  num. 202-8;  d  in  r:  244  n.,  390,  398 
(second.:  salvdric),  403;  io  l:  404, 
cfr.  528,  52B  n.  Circa  il  dileguo  di 
d  primario  e  secondario,  cfr.  305-6, 
308,  309,  394  n,,  397,  409,  414,  419, 
429-30,  [4401,  459  [503  n.],  468; 476. 

(Ij,num.  106. 

Dilegui  transitorj,  l,  290,  360, 
379,  [430], 

Dissimilazioni,  num.  221-2.  Cfr. 
304  n. (gla-la), 51 1  n.  (glo-lo),  ^7 
(clB-la),308n.(fla-bla\359(o-n. 
in  d-n).  Ancora:  413-14  (m-m  in  ' 
n-m;  cfr.  426),  433,  505-6,  516;  e 
il  3."  Indice,  e.  'luto-'. 

Dittonghi  ìraproprj  (v.  'Giunte',  a 
p.  16):  ea  ia  ecc.  da  é  di  anterior 
fase  romanza,  ed  oa  [ito]  ecc.  da  d 
ed  li  (p')  di  aaterìor  fase  romansa; 
16-17  n.,  18  0^  19 n.  1,  [31  n.],  [37-8], 
(132, 134  num.  54  e  58, 136, 137],  171 
n.,  181-2  n.,  [184, 186, 187  n.],  232, 
234  num.  46  e  54,  [235,  num.i  58,61, 
65],  244  num.  22, 215  nam.  28»;  493, 
494,498.500,501.  Cfr.  443-4. 

Dittonghi  organici,  nnm.)  23,  52 
ecc.  (V.  é  é  ecc.). 

Dittonghi  seriori  (t.  'Giunte',  a 
p.  16;  da  non  eonrondersi  co:  'ler- 
-iiari',  V.  queslij:  et  da  é  di  anterior 


;vGoo»^lc 


540 


\ 


Indici.  —  1.  Saoni.  i: 

li  Bnterior        -36.  Ettlisù  ed  epecfUi 


fftM  romuiEa,  «d  o»  da  d  di  Bnterior  -36.  Ettlisù  ed  epecfUn  complicate 

fataromanza:  131,132,134,135,136,  in  uno,  370  u.           V 

137,  170n.,  179(cfr.2tó,  num.50  6  /;  nura.  138.  Cfr.  *10,  «5,459,  517. - 

52),  181, 182  n.,  231,  231,  235  num.  f  che  volge  a.  h  {fh)  J^ISd. 

67;  487,  4S2-3,  494,  497,  500,  &01.  fl,  num.  116. 

Dittonghi  terzisrj  (pravemeati  da  ga  (t.  ca),Dum.  181-2;  cfr.  286. 


vocaliBecoDdarietp.s. iVda  é=ilat. 
«  parte  coincidenti  cogli  'organici', 
come  apposto  nell'esempio  eitalo, 
parto  coi  'aeriori*  e  cogli  'impro- 
pij');  cfr.  l  in  posii.,  ecc. 
Dittongo  lopra  dittongo,  492-3, 


18&-90;  cfr.  394  a. 
^[«]  ff[e]  ecc.  da  ghe  di  ùmo  moderna, 

95  n.,  146,  147,  [191  n.]. 
OemiuaEÌone.num.  233- 
;^,  nnm.  I2l;cir.419j 
-ir7-,num.  122. 
go  gu  goa  ecc.  -g,  nnm.  183-7.  Cfr. 

'Propagginai.' 
gn,  rnun.  192;-  nn  nnjjnnj  86-7,  cfr. 

383.414,  418,  e  T.mn. 
22-2S.Cfr.T,447(443),    poya=ayT0c«to  140,  150n. 

gr,  num.  191;    -gr-  in  -tt[j]r-,  2S. 


^',num.l05(ctr.l95n.,ecc.).  -lg-{tj) 
=  -g-  =  hi  UOn.,  142,  196 n.,  237. 
é  Unga,  nnnt.  18'21*.  Cfr.  254, 

451,453. 

iAi  poBiiione.nnm. 27-32. CfT.39T, 
408,413,417,123,443,446,447. 

é,  secondo  elemento  di  dittongo,  ed  « 
Atona,  che  tenda  ad  atlargani  dinan- 
zi a  r,  364,  490-1,  496-7,  503,  50, 
cfr.  455, 493  ;  -  e  tenda  a  ristringerai 
dinanii  a  n,  490-1, 494-5, 496-7  (cfr. 
«M  ecc.,  e  489). 

f  toscana  in  caai  di  posizione, 'come 
trovi  sua  analogie,  400. 

^  {é)  in  t,  434  n.,  44^3,  447,  ài  444. 

■  e  àtona,  num.  74-8.  Cfr.  307-8, 424-5, 

424 n., 440-2, 447,488;-  437,[439]. 

rfiinof,  cfr.  844-5  n. 

-ilio,  num.  31.  Cfr.  256,  266. 

èn,  nnm.  25. 

énj  élj  ecc.,  num.  2&*  (125,  127,  172, 
232,245). 

<frt*  ecc.,  nnm.  32.  Cfr.  253-4,  259. 

énlémp  ecc.,  nnm.  32  n.  Cfr.  p.  204; 
2S1  n.,  253. 

rfo  (rtt),  nnm.  24.  Cfr.  471  n. 

Ao-  in  à[u]r  147.  376,  eco. 

Epentesi, nnm.)  110, 230,231;- u[«}rf 
ecc.  187;  i[a]r  281  n.-  Cfr.  303,459, 
e  '-nunte^  in  qneato  atesso  Indice. 

Epiteli,  num.  232-. 

Ettlisii,  num.224e226'.  Cfr.235- 


1.95. 

Hungo,  num. 33-35;  cfr.30l>-301.  In 
u  («):  174 ,  256,  ZTT,  313,  387. 350, 
352.  355,  358,  361,  364. 373  n-,  376, 
381,  4(e;  ofr.372  n.,  [283]. 

i  bre»e,  nom.  36-40;  cfr.  871. 

t  di  posizione,  num.  41-45.  Rela- 
zione tra  gli  aaempj  dalle  varie  !à- 
velJe  romance,  nei  quali  è  intstto, 
23,  129,  246.  L'tf  da  i  di  posizione, 
col  dittongo  'oi^anico'  dell' ^,  nnm. 
43;  col  dittongo  'aeriore',  nnm.  44; 
coir  'improprio',  175  n.  3. 

l  secondario  in  e,  num.  59;  cfr.  p.  SIC 
(n.52). 

iiaé  éi  442-4,  cfr.  447;  di  444. 

»  àtono,  num.  79-83.  Cfr.  47;  e  ■In- 
fluenza ecc.'. 

ia  io  ecc.,  128, 129, 130  n.;  30);  444-5, 
447. 

-teo.  Dato  l'accento  sulla  tenultìois, 
il  e  dell'  ultima,  preceduta  da  t ,  ten- 
de a  dileguarsi,  nella  basi  ital.,  fre., 
prOT.,  ecc.;  od  ò  erronea  l'afiènns- 
zione  che  aia  dileguato  l'i,  e  il  e  ti» 
passato  in  jj;  77-9  n. 

Ut  237. 

Influenze  varie  dell'i  Atono  del- 


q,t,7edbvG00»^lc 


Indici.  ~L  Sncmi. 


l'ultima  sillab*,  sulla  deter- 
minaiiona  delta  tonica  di  p»- 
nnltima  (cfr.  'Attraiione',  e  ael 
2."  Indice:  'Plurali  con  dUtiniionB 
interna'):  15-16  n.,  282,  893-4,300, 
314.  328,  350  n.,  3K,  359,  373  n.. 
378,  381,  [385,  400,  402],  423  bis, 
4S4;  effetto  speciale  dell'i  ttell'iato 
Bulla  ragione  dell'd  e  deU'rf:  423-4, 
454,488.491, 495  (efr.  'pejus'  p.  539). 
Inoltre;  413, 4S-7. 455-6, 45S-6  n. 

j,  nuro.  S6;  efr.  394  n.,  458. 

j  in  fj  266,  287-8  n. 

j  complicato,  t.  *  r;',!);  ecc.;  ma  eiiti 
di  simili  formole  sono  ancora  con- 
siderati nei  s^nenti  luoghi;  [3ST], 
402,403,405,400,414,418,429,440, 
446-7, 485  n.,  469. 

j  prostetico,  t.  'Prostesi*,  e  ^6. 

Jato.  L's  (od  0  dalle  basi  latine,  net 
jato:  LI,  51.-  Jato  a  cui  si  rimedia 
per  epentesi,  num.  232;  e  cfr.  257, 
306,  306  n-,  350  n-,  419. 
l,  Dum.  Ili;  f—j  dissimilato,  65,65 n., 
243  n.;  I  in  i-,  257,  259,  261,  263, 
266,  268;  alt  ecc.  in  a»t  ecc.,  398, 
[513].  Cfr.  'olf  ecc.,  e  113,  464  n. 
td,  num.  1 13. 

li  Ili  [Iti  ]  ,'nnm.  98.  Cfr.  66-7, 94  n.  4. 
Ij,  nnm.  97.  In  Ig  té,  [51, 191] ,  348, 353 

n.,  382;  in  ff,  [194] ,  394  n.,  409. 
-tl{o],  num.  112.  cfr.  num.  3I. 
-m  in  n  360,  [381],  370  n.,  380,  405,  ■ 
4 13.418, 438, 520  bis,  520  n.  ;  -am  ecc. 
in  3  ecc.,  382,520  D.;  -m  dilegnalo, 
520. 


1. 157. 


-menu  io  -mwib-e,  352, 356,358, 371  n. 

[364  n.],  397,  409,  415,  419.  419  n  , 

431,441,459,468,533. 
Metatesi,  nam.  234.  Cfr.  rotundo- 

nel  3.*  Indice,  e  dromir  ecc.  393.  Iq- 

oltre:  421  n..  433,  433  n. 
mj  mmj  nam.  104;  ofr.  306,  308  n. 
m-l  m-r,  num.  155;  cfr.  308-9  n. 
m—m,  num.  158. 


m«  «"n,  num.  156;-  imi  nnj  87  o.  (redi 
gn);  283,  290  d.,  383.  [414],  418, 
520  n.  Inmm,52a 

m'r  f .  m'I. 

mtj,  num.  107. 

-n,  num.  144.  In  -n  (-na):  121,  124, 
141, 278, 279, 284, 351, 356, 357, 369, 
372. 376, 382, 401, 429, 438, 533.-  In 
-»  :  258, 259, 263, 266, 268  ;  356, 35T, 
[385-6].-  In  -m:  65 n.,  121,  {-tii  e 
-m-:  165d.,  202-3,242-3),  259,272, 
346,  408-9,  429  n.,  [458],  519  n.;  e 
si  nota  la  particolar  diffusione  che 
ha  fttm^tiae-.  29l,328,361,3e9n., 
401.  Ridotto  a  nasaliizar  la  vocale 
{-S=^n):  382,  401;  dileguato:  356, 
dietro  a  Tocale429n.,  519;  dietro  a 
consonante  356, 519. 

n  che  tace  dinanzi  a  consonanti,  nom. 
152;  195,  246  n.,  304,  308  n.,  312, 
370  n.,  429  n.;  cfr.  378,  382. 

«e  MC(  (num.  152)  ;  ».  rartic.  ppaced. 

fid  nt,  num.  150-51  (-nd[i]  -nt[i]  :  68  n., 
139, 141. 142). 

fi/;  num.  149;  cfr.  203  n. 

«^  fw  264,  265,  271. 


nf,  n 


1.103. 


nj,  num.  102;-  nj  in  ti^  «^  [52, 195], 

414,  418. 
ttm  n-m  n-n,  num.  14S.  C(r.  410  n., 

433,  433  n. 
nV,  num.  147. 
n$  n's,  num.  148. 

ó  lungo,  nam.  46-7.  Cfr.  469. 

ó  breve,  nuro. 50-3.  Cfr.  v-viii,80i).; 
331,443,447,463-4;  e  v. '^'. 

à  di  posizione,  nnm.  54-5&  Vedi 
'Oiunte',  a  p.  30,  e  cfr.  183-4  D.  In- 
oltre: S4,  255,  256,  SS8,  259,  266, 
2B8,  271;  442-3,  446,  447;  e  t.  'olf, 
'all',  ecc. 

g'  toscano  in  casi  di  posisione,  come 
trovi  sue  analogie,  nnm.  56  ;  cfr.  496. 

g  (à)  in  u  434  n.,  445,  447,  du  445. 

o  àtono,  num.  84-88;  cfr.  105,  306-7; 


;vGoo»^lc 


3ff7  n,,  437-8.  h'o  at.  di  prima  sil- 
laba, in  au:  &05,S05  □.  L'-o  di  de- 
termiiutti  edraccioU,  in  esp.eprov., 

78  n. 


à  primario 

y.  243  n. 
oe  tonico,  oum,  07. 
ólj,  nnm.  56. 
Óttecc,  num.  57'57*, 

Inoltre:  471,487. 


secondario,  in  w^  K 


3.58. 


órt,  183  n.,  234. 

du  in  A*(f'w),  3658CC.,  387,389,  [48fl]. 

tó  io  ótP.  277. 

p,  ama.  209-13. 

peata  197-8  n-, peli; pfuej  364 n-,  pelli. 

pj,  num.  109;  cfr.  103  a. 

pj  (p[ilj)in^,271,cfr.513. 

pl^  num.  1 14. 

Propagginaiioni  prograssive 
(v.  p.  112, 157,  211),  nura.  237;  cfr. 
83n.,  245,278.—  Propaggina- 
zioni regreseive:  j/da  s.  Un-, 
86  n.,  143,  145, 166  n..  260,  263,  264, 
2K,  271,  352  n-,  369  o.,  383,  401;- 
jnj  da  «j'66n.;-  vgz  da  ^^211.- 
Aooora  oy  da  g  223,  825  n. 

Proateei,  num.  227-9.  Si  vegga  in- 
oltre, per  la  prostesi  di  s  :  {397] ,  415, 
419,  430-31;  di  a:  415,  433,  433  n.. 
464  n.;  dij  :  438;  di  e  :  454,  [442-3]. 

ptj,  num.  107. 

gt),  num.  175-79.  In  iapecie  si  consideri 
il  num.  179,  per  la  palatina  antica 
(e,  onde  q)  o  moderna  (^),  eecoado 
l'età  in  cui  si  dilegua  Tu  di  q[v]e 
9[m]jì  cfr.  286  e  433. 

r,  num.  125-25.  Cfr.  257,259,397  (401), 
436-7, 447,  465  n. 

rd,  oDm.  126*. 

Regione  dall' d  in  e,  296-98. 

Ragione  dell'  à  offoscato  (a  ecc.)  nelle 
formolo dndnt ecc., 203-96.  Cfr.298, 
318  (a  352  o.). 

Regione  dell' «d  =  ((,  335,  390,  3K-7, 


400,  402,  403,  405.  412,  417,  iZ\ 
442-3-7  (446),  453-4,  498. 

Regione  dell' attlissi  della  TOCal  di  pe- 
nultima nello  sdrucciolo:  nnm.  14T, 
nnm.  78  ecc.;  [397],  401,408,413, 
417, 424-5, 424n.,  441-2,  [tó5],450n. 
Cfr.  393  n. 

Regione  dei  dilegui  di  vocale  àtona  al- 
l'uBcita:  T.  'Vocali  Alone'  nai  dìteni 
spogli;  indi 395,  [397], 402, 408,413. 
417-8,  427-8,  444,  [457  n.],  «6-8. 
Cfr.  393-4  n.,  457. 

Regione  e  ragione  dalle  vocali  miste  {«. 
ù):  V,  sotto»  ed  ii;^ndi  335  [344;  cfr. 
181  n.,  183  n.],  3^,406-7,  476. 

Regione  dall' -i^  (-dm)  di  prima  plo- 
rale: 336, 389,  390,  [390] ,  400, 402, 
403,  406,  407-8,  412,  416,  422,  445, 
449,  451. 

Regione  di  -ài  ecc.  =  -ani  ecc.:  343 
[378-9,  382-3],  402,  405,  414,  4IS. 
Cfr.  510. 

Regione  di  et  inj(  {jtj  e);  cfr.nom.  IT?; 
83n.,304-5,318nT457(471),48dn. 

Regione  di^  e  rf  (d),  da  2  (f)  s  i  dì 
fase  anteriore:  343,  344,  [381-3, 
334-7],  389,  390,  337,  400.  401-2, 
403,  405,  408,  413,  418,  438,  433-9. 

Regione  di  d  in  d,  343,  383-4,  3S5, 
403. 

Regione  ed  età  in  cni  si  conserTiuKi  i 
nessi  el  pi  ecc.:  cfr.  i  num.  114-22; 
30 1  -4. 3 12  u.,  31 3. 4  U-12, 437, 46CH, 
460-1  n.,  470, eia 'Oionta'ap. 302. 

Regione  di  ti  di  da  ci  gì,  334. 

RagiODB  dal  a  in  s:  290-1,  323,  3», 
316,  347.  352-3  n.;  ecc. 

Regione  di  /:  num.*  96, 189  ecc.;  305  n-, 
401,403;  407 n.,  481-2. 

Ragiona  di  -mentre  da  -mente,  vedi 


■^t  ' 


l99. 


num.  128*;  cfr.  398. 
s,  num.  133-36. 

-$  latino  che  si  consorvit,  num.  Ì3Ì- 
cfr.  331,  456  n.,  461-3,470. 


;vGoo»^lc 


-  II.  Forme. 


543 


nm.  101. 

i.  142»  (p.  202);  cfr.  i 


jy,  n 


1. 141;  cfr.  407,  e  'rostro', 
t,  anm.  193-301;  etr.  'd  primario  e  aa- 

condario';  67  [nnm.  I5t),  476. 
M  (e  (»  àtono),  unm.  108  (107);  cfr.  97. 
y,  di  eU  diversa,  num.  107. 
(7  io  Ci  (Ij),  di  serie  generale,  num.  1 19; 

Eerie  speciala  M):  58  n.,  139,  140, 

198,  198-9  n.,fe2,  236  n.,  238;  Cfr. 

303,438.-  t;  {dl)  =  tul,  di  riduzione 

seriore,  num.  120. 
tr  (dr),  DDm.  200.  Cfr.  458,  469  n. 
ti  lungo,  num. 59-60. Cfr.IOIn.(pro- 

Teni.). 


ti  breve  di  posizione,  num- 63-5. 

ù  di  poBÌzioDe;altarazioni  terziarie  che 

ne  prOTengono,  num,  66,  cfr.  290. 
w  (u  it&l.]  in  6v  446,  cfr.  447,  6i  446. 
«  itone,  num.  89  (47-8,  138.  192). 
M  itone,  num.  90-92.  Cfr.  105, 192  n. 
liìl,  aura.  Ili;  cfr.  t(»  ecc. 
uà  in  Wì,  417,  423,  454, 454  n.,  498-9; 

cfr.  'Giunta*  a  p.  499. 
e,  nnm.i  127. 128, 129»,  131.  Cfr.j)  a  6; 

inoltre,  per  o  primaiio  e  eecendario: 

290  n.,  394  n.,  [397],  409,  414-5, 

419,  430,  430  n.,  458-9. 
lì  in  go,  num.  1 29».  Cfr.  387  (num.  73) , 

415,  419. 
la,  num.  100;  ej  (tg)  inR)' [p]r  4I4n., 

510.  510  n.,  514  n. 
Vocalismi  varj:  250-\, 251, 393^, 437- 

9;  eco. 
M>-,  num.  130.  Cfr.415,  419,  464  n. 


Nome. 
-ébiU  ecc.  14  n..  168  n., 230-1  n.;  261, 

268. 
'-el  '-ttiascitìzj,  139(num.  107),230n., 

520,  ecc. 
-ia  ed  -tó  103  n.,  285  (290). 
-ina,  493. 
'-10,  122  n.,  275,  500,  508  n.j  cfr.  261, 

522  n. 
-ftorecc,  152  n-,  cfr.  106  e  num.  87. 
-ito,  20.21,  cfr.  33  n.,  282. 
-lìw,  20,  32-3,  185;  cfr.  282,  283. 
-Mtnen  ecc.  3!  n.,  E%. 
—etto  -iXo,  esponente  di  partic,  [397] , 
402,406,409,  415,419,431,  444, 
459.  Cfr.  'Verbo,  ferme  analogiche'. 
—doni  degli  ordinali  grigioni,  230-1  n., 
e  la  rispattlTa  'Qiunta'. 


Temi  ottenuti  par  astrazione  dal  verbo, 
15, 17  n.,  30  n. ,  38  n. ,  495, 5i I;  ecc. 

Genera  mutate:  sonno  376,  382,  no- 
me 398,  mele  403,  fiore  518,  lume 
370  n.  (fem.  pur  nel  friul.),  monte 
(fem.  nel  garden.,  nall'ampeiz.,  e  nel 
friul.).  Genere  alla  latina:  cenere 
masc.  403,  ago  fem.  439, 

Composti,  413,  413  n. 

Tipi  nominatiTali  ':  -àior  (cfr.  -iter 
qui  aUato)  46-7,  138,  152,  192,  346, 
356,  407;  pdstor  374  n.,  381,  402, 
415;  frater  351  n.,  353,  359,  503; 
presbyler,  t.  il  3,"  Indice;  nepos  276, 
468-9  D.;  sóror  nnm.  50  e  52,  cfr. 
359  (edrer  Boróres),  412,  445  (tdror 
sordres);  j^«ìoj-47,  192,278;  major 
189,  3S8  n.;  minor  47,  192;  métùir 
192,  278;  péjor  47,  138,  169;  aetas 


generale ,  rifulge  fiù  ohe  t 


jvGooi^lc 


514 


Indici.  —  li.  Forme. 


500;  latra  300  eco.;  papiro  529;  [pd- 
mr  501];  mitrix,  OiUDta  a  37. 

Cmì  Tivi,  170-1,  171  n.,  cfr.  231;  IQl 
(191),  cfr.  Kn. 

Cui  fouiti,  12  D.,  13  D.,  79  a.,  [63], 
193.  201-2,  231,  518;  cfr.  291  (pi.). 

Plurali  con  diBtiaKioaa  interna  (cfr. 
'Infineiiza  ecc.'  nel  1."  ludico):  261 
bis,  262, 262 n.,  282,  289  bi»,  293-4, 
S94  n.,  308,  310,310n.,  [348, 349  n., 
352  n.],  352-3  n.,  357, 358  bie,  365  q., 
378  bis,  379,  362.  [386],  402,  4(B. 
414, 421  n.,  1^27, 425-6  a.,  427  n., 
444, 455-0,  455-6  n. 

Doppia  nota  di  plurale:  374-5  n.,  517, 
519  a. 

Nota  di  singolare,  applicata  al  plura- 
le, 507. 

Nuovo  BEpouente  di  plural  femioilo  (-n), 
270,273-4. 

'tutto'  in  condizione  di  indeclinabile, 
274. 

Forme  speciali  dal  pronome  venez.  e 
frìul.,  464,  530.  Peminile  analogico 
nel  pron.  bregagl.  e  borm.,  274.  Al- 
tre forme  analogiche,  4IS  n-,  514  n., 
[515».]. 

Vkbbo. 

'intórt  (-entdr-ant&r)74,140, 143  bis, 

147, 153,  154;  ecc. 
-tndrc  53  IL,  237  n. 


-t-iare  36, 54;  ecc. 

-team  78  n.,  504,  522  n.;  ecc. 

Porrne  analogiche  a  forme  lÌTellal«: 

81,  81  n.,  258  (cfr.  la  difftwìoae  di 

-etto  ecc.,  qui  sopra,  aal  'Nome'), 

[366  n.  3],  441  n.,  463,  502  n.,  518  n.. 

529  n.  Forme  analogiche  pronume 

da  spinta  diisìmìlativa,  213  n. 
Verbo  semplice,  nelle  sembianza  del 

composto  latino:  229,  cfr.  36  a.,  526. 
Oeruudj  che  Tengono  a  coincìdere  col 

par  tic.  pras.,  100. 
-tfnt[s]  nel  partic.  pres.  di  prìma  cod> 

Jagaiione:  308,:WflD.  (parUc.e  ge- 

mnd.),  311,  419,  4]9n.,  AS3,  468. 
PerfetU,  258  u. 

Futuro  di  recente  formaiiona,  440-1. 
Perifrasi  di  piuccheperfetto,  271  n. 
Antico  accento  nel  tipo omoM^nw ecc., 

442,454  0. 
Seconde  imperat  pi.,  472  n. 
-s;  sna  storia  nel  plur.  del  verbo  an- 

gadino,  201-2^  n. 
-n  di  prima  ig.  pres.,  449. 
-dn  (-^m)  di  prima  pi,,  v,  il  I.*  Indice, 

•otto  'Regione  dell' -dn  ecc.'. 
»<mt[«]  Bum,  e  simili,  69,  399 n.,  416- 

-17,  ecc. 

PlRTICOLX. 

s  nell'aTTerbio,  48, 206,  ecc.;  cfr.s»- 
reiM  nel  vecchio  mìlan.,  Cb.VSSS. 


Bccessn-  18  n. 

acucillo  -illa  76  i 
(dichiarazioni  che  in- 
CWtrano    la    difficoltà 
dell'accento;  t.  82-4), 
ecc.  ;  cfr.  386. 

aculiata509. 

aequale-  222,  398. 

aeeUt-  222. 

afBare  57,  111. 

aih,  V.  'Giunte',  a  p.  275. 


III.  Lessico. 

alno-  13,261,276,487. 

smiUSSO  n.,511,  ecc. 

amore- 25  n.,  107  n.,  ecc. 

une  mail  ecc.  12  n. 

ancella  (capretta)  ecc., 
255,  359,  266. 

aniso-  9n.,  123  n. 

anddnioalddnio  379, 386. 

anma  amna  371,  438. 

aqua  augua  aigua  ecc., 
300  n,,  347,  360,  376,- 
381,383,414,  510  n. 


aqniU  210,  £91,  35a 

arante  492,  312  n. 

ariatula514. 

asaasionato  253  n. 

ausicaref  50, 193,2S5 
n.,  236;  atcd,  osare,  pu- 
re in  ValaasBÌna,  Rosi. 

avorso-,  DUm.  126*. 

bestU  (pecora)  3S9, 346, 
354,358.369;cfr.'.K 
a  196.  Notevole:  381. 


;vGoo»^lc 


bì-coDgio-497  n. 
biforco-  -nreo,  62,  107, 

103,  263,  28«  n^  517. 
bifolco  469,  517. 
bisogtto  29,  134,  183  n^ 

407,  497  n. 
bUr  h§er  ecc.  101. 
bUto-  e  beta  515  a. 
bogolia  253  n. 
bufare  ^3  n. 
bwdigare  2S3  d.,  SO  n., 

B2S. 
bvmi[d]»  ecc.   102  n., 

T-  'Giunte'. 


Indici.  —  111.  Leadco. 
cefcare  assa^are,  351, 

362,  377,  404,  521. 
cerda  (miifr.cerda)  364; 

ofr.  382. 
oerio-  cero,  455 n.,  507. 
cerufcnl»<   dls-oei»- 

nicnlo-    (efr.    Diaz 

leu.  8.  'cemeeehio'), 

354,514. 
chiodo  { ofr.  DiEl  leaa.  e. 

T.)  357,  513. 
chicart  144  (eh.   fHoL 

tagUare,   152, 


oratolo  SS3  n. 
Br0^a  380,  ecc. 
arena  357,  380. 
^enb)  :^3  a. 
brigata  140,  357,  371  n^ 

380. 
brut  32,  499. 
bnttlo  361,  380. 

caesoria  510. 

caespìt-  ceepit-  39, 188  a., 

calatnello  73  u. 

ealcaria288,3e3,383. 

calìgii!»-  626. 

calare  guardare  (pri- 
mamente: curare)  357, 
372. 
camola  144. 
cantarla  67. 
canuto-  143,  oaiHMo-  178, 

capanna  70. 
ca.r(i]olo  74  n.,  143, 
144,  328  a.,  522. 


eanoUt  253  n. 

cena,  aon:  caeiiB,39ecc. 

Archi  ila  gloltol.  Htì.,  1. 


cirn[r]gico  500,  510. 
eieera  486  a. 
olar-io-[260,868].275, 

36311. 
elair  275. 
Clodia  513  n. 
clopa  copia  515. 
coceiao-  247  ecc.,  402, 

411. 
colli  gare  ecc.  nam.  190^ 
commaatti-iniin.  104,efi-. 

308  11.,  409. 
coDoio  (comt-io;  Dnci  h. 

T.)  134,  S4,  289. 
CoiuobrÌj)&-  202,  529. 
eonwewla  382  q.,  614  u. 
cornioli  la  514, cfr.  140. 
co-rotare  oo-rot[n]- 

lare.Sgn. 
coe[otu]  262  n.,  360  n. 
cote-    cotario-,    366, 

378,  381  bis,  387,  485, 

494. 
cntpelop,  25. 
eribIo-350n. 
eroe  ecc.,  60,  181  a. 
crqjo  ecc.,  496  n. 
eros  prov,  ecc.,  65,  5S4, 


cultare%9,  368. 
cw[mJMtone204, 329,521. 
ctMuo-  359. 

eupidin  103  n.,  ofr.  266. 
corto-,  rifieRM)  come  b» 

fosse:  cìirto-:  [355], 

500. 
catica54,499. 

dagia  291  n.,  316  o.  (efr. 
ScHN.  (.  'dasa'). 

de-aTOreo,  t,  aforao. 

d«=iade,  464  o. 

dn'bmgo-a,  fmmediata- 
meate,  203  n.,  271. 

de-man*  472  a. 

diacono  511  a. 

di  aere  81,  97. 

dt-ouor-tnmta  (avrerbio) 
142. 

digito-  22-3,  digitai-, 
lare  58  n. 

dirtctara  85i  140. 

di  ri-capo  206,  521. 

dii-eoUo  (IM  A  cosi  fermo 
e  difibio,  che  farebbe 
qoaai  penaare  ad  nn 
composto  latino  eoo  w 
per  a,  ofr.  per  e«.  t'n- 
-euleare)  discalzo,  213, 
324,346,401,471,487. 

dolio-  26  n. 

doljo  181. 

dom[n}lo  ecc.  620. 

dnro-  (fegato)  247. 

ebro-  14  D.,  ebriaca 
521,  flbriacao-533. 

ebulo-  303,  489,  532. 

éerasar  179  n. 

ego  0)0  eco.,  Dum.  S4;  ofr. 
469-70,  470  n. 

encpjanstro-  516  n. 

erviUaS&4  (brianzolo:  or- 
&«'),  355,^8-9, 368  D. 


;vGoo»^lc 


&4e 


Iodici.  —  III.  Lmùco. 


eiUt^tr  es,  9^3  n.  sremio-  489,  507. 

«xcarpio-  eoe, 73,143.    gu-,  afr.  te-.  . 
escnuorio-  368  n-  guaiia  253  n- 

g'wall  e  wofd.SS  .n. 
fiuoo-  »  GuuK  39.  MO. 
/àMitrioT /(iJciaAt-,  485,    hordeo- 339, 306,373,334., 


fovonio-  £6,  S84. 
fada  313,  350, 379,  414, 

488. 
feiire  21,  368  d.  . 
fictara74  n. 
fleto-  flw*-,  87,  144,  408.' 
flagello-  284  n.,  304, 348, 

383,488. 
f[l\odrol^4.Q&,53ìa. 
fglto  £37. 
fovea  414  a^  5%. 
fractaS&So. 
frftt»lia458. 
^[atiliBY  /tooit.  ?,.6l  a., 

efr.238.   . 
frigido-  84  n.,  174. 
frùorIa534. 
&IigÌD»- 346,  369-70  n. 

(371),  388,  509-10. 
-Adelre  {-folciart)  inftil- 

cin  38  IL,  187  n. 

gamlvrilo  VU. 
ganehir  eco.  92  n. 
gangola  611  n. 
jrautaecc.,380,415,47 1 D. 
jr«IoMui.  497  II. 
gemmnla  303. 
gérmulo  383,  401. 
gire  (ofr.  Ire]  346,  349^ 

38S  eco,  443, 445, 482, 

494, 519-9  D, . 
^mn*  (giorno-  gle- 

mo-)^324,  506n. 
glùti»=giitlia374n, 

383,  514. 
gniffftuari  253  n. 

granaria  368  d.,  371  n. 


imbrtgar»  353  n. 
tncii<};iru  371  D. 
ittcMn  in  aiDQ.  398. 
iodorsTB  32. 
it>g[a]«ii,  oifM  ecc.,  {Q  d. 
inlàgro  intrigo  40:S  a. 
intéro  96,  B07. 
in-ptds  invece  534. 
intra,- gvidof»  9S  a. 
ira  (cfr.  tf(r«),  21  eoe. 
ieto-ipan,  ipsu-ipsu,  103, 
215. 


m.  96; 


japper  254. 
jajuiiio-  ecc., 

44S.  508)1. 
jsri  in-j*ri  a  l-jeri,  354  n., 

327,357,363  a.,  331, 

398,402. 
jol  ecc.,  CKpreUo,  255, 

266. 
joiia  (die»)  247  eco.  ecc. 
Jovina,  Joppi,  510  ». 
jnaotorio-369ii. 
Jancnlo-  508. 
JuBguU  (efr.  eingnla), 

303,  382,  388. 

lftc«-  77,  144,  207,  SO. 
lagare  330  a..  332,  422, 


leadine-  388,  515  n. 
liberare  (fluire)  1 4M  b. 
lilio-  51,  414,  fiOQ. 
liactare  lingere, 306d. 
Uqnwi  47,  210. 
logore  uri  farei,  £88. 
-Incafe  laoere(efr-ci- 

lara,  folclara),  386. 
litctareliigen,306n. 
lutea  37. 
Intra  199;  5S& 

ma[i]H'na  432,  elr.  .447. 
iiiaoe-TÌgì]»T  6fin.,  203d. 
mend'eare  maa'care 

m<M>àire,?79,5£3n. 
mofi^fore  ,•  tnaglian,  66, 

141,  203,  £64,  £79,  £86 

n.  ;  cfr.  370  n. 

.261.     , 


446. 
lar[i]cato-     149    a., 

370  n.,  383,  lar{ijea- 

mea  521. 
[tjasciare  398. 
lastima  43  a. 
lepor«-244-6ii.,4I4,ecc. 
levamea  (lievito),  69, 239, 

521. 


iaeare44. 

ii)edull[a]01n-,c£r.S38- 
'  Inoltre  3(6-6,  528. 
micula  £1  a.,  206  ii.,eee. 
modìolo-  181  a.,  284  n., 

453,469,611. 
moaacltiia  tWfttcd,  76  a., 

,78,496. 
mulctra  39  eco. 

nec-gutta  ecc.,  37  ecc. 

(a.  I84),40»-10,472. 
nlblo  5lQn. 
Diro  96. 
no-tnai  non  magi»,  nu>. 

145,  ofr.  410, 410  ■. 

336,3^356,366,373 

n.,  376,  379,  384,  3S8. 
nMna-eM  eoe  48, 151 

n.,  201,  £66^271,3601 
nasja  =  uansea,  360  a. 
nacula  514. 
adllla  185.  a.,   397-il, 

533. 
antrii  37  a.  Deve  (nU- 


;vGoo»^lc 


tarsi  <U  tipo  aomitiaU- 
lale;  miriH  nùrw-a. 

obliUrelll. 

ol«o-  35»,  361,  365,  4£3, 

sog. 

oisre  495,  496  a. 

oIU,  ftQls,  177  &.,  346, 

373.381. 
opera  =quaiiUUtÌTai,463. 
fojptiiione  398. 
opnlna  629. 
grto373  a^  498. 
datio-  Qstio-,  35  eee. 
Sto-  (non  Soo-)  il  tipo  eoi 

riwIgoDo  por  qnMti  rì- 

flesai  i)«o-latÌDÌ;  nnm. 

52,  ecc. 

pab'lo-  304. 
Padova,  P<Ka,  429  a. 
paiVtf  275. 

paise  (paganw-)  -éta,  35S 
ii.,364a.,373D.,376i^ 
[3S7],  4B5d,  491.  Cfr. 
127,818,389,493. 
paljóla  ecc.,  41  n. 
palla  3Si. 
papier  261. 
papjrtf-{Incigiiolo),  177 

i»^284n, 
parìa  275,  4^ 
parlare  501-2,  510. 
pariciilo-507. 
parìeta-  I5u.,  363  n.,  488. 
panco-  e  ponpw,  eoa  dw 
in  ó,  e  fd  uel]*aii&Ii^a 
del  brcTa;  paw. 
pavir-ia  285,  cfr.  290. 
peccato  =  oompasaione, 

43  a. 
pectorinaSS. 
pericolo-  SOi  200  d. 
per~Uile  164  n. 
per-tractare  59, 140,  cfr. 
142. 


Iodici.  —  III.  Ijatiico. 

jti[n}ctiouìalae  513  a., 

cfr.  524  ecc. 
pUcito-,  p«itOMc.,60, 

81  n.,  304. 
plaaeo-  (plaucola),  304. 


pie: 


o4S. 


547 

rotnado-  (tomndo),  330. 

361, 374,  396,  &tl. 
rade-  500. 
ruga  253  n. 
rvgia  253  n. 


pietra  ecc.,  290,  cfr.    nrfo  253  a. 


plìetAplMta,  304. 
plBTifqaa]  101-2. 
plorare  513  a, efr.4Sen. 
plooire  (ofr.  tK.ple»- 

voir),  357,  363  a. 
Po  433. 

pollica»-  504,  621. 
popolo-  pioppo,  509, 529. 
perticale- 380,  521. 
preabyter,  prete,  244  a., 

330,  ^}4, 404, 453, 493. 
preaaorìo-  368. 
prnlaa  IH. 

pvlidro  'litro,  18  n.,  ecc. 
ponct-  ecc.  209  a. 
pappa  32  n. 

qnadragMlnu  eco.  168-9. 

gvffflio  614. 

qo&-hont  (quando),  264, 

289. 
quatto  524. 
qnomodo     aic-quamodo , 

£6,234. 


ragùmara  30  Oh  33  n  .,307. 
rar-io-  £68,275. 
raefa  pece,  362  0^510. 
reaafojcalo-  141. 
r«K$a  263  n. 
revorao-  17  a. 
r[b]ooeare  144;cfr.383, 

386. 
rima  129,  549>. 
rivar  fiofre,  464  a. 
rob!gÌD»-95,95a.,  212, 


aAbata  jdtn&tdo,  70. 
aaepae  e  ■epos,  39. 
salicto-  524. 
>a[m]bnoo-  69-70,284  a. 

'623.. 

a&Dgnias-  SB9. 
aaptr  grado,  97  a.,  213, 

£41. 
scapola  616,  516. 
teratan  179  n, 
sectore-  47,  524. 
BedsatareS3,S01. 
tédv'e  169;  nel  slgoif.  di 

■eieere-:  442, 628,638. 
adoùta  70,  488. 
Repsrare  63  a. 
iégmre  210. 
n^wenter  exiade,  69  n., 

371  a. 
aexl8, 393  aec  491,493. 
sei  suets  103-4,  SI5-6. 
sidarato-  98,  Ì53  o.;  cfr. 

528. 
dligiafr-  371  a. 
t~nominar*  370  n. 
■  oga  146,  212,  60£  a., 

626. 
n></'lllB.-,efr.3T6(a.40). 
aoUeDla.67, 139,  198, 

361,356,359,374,379, 

385,514. 
solio-  (vaaoa),  508. 
lombria  lumhrtoa  IIO. 
epUu-ia  196,866,368, 

361,368,Sr77,378,383, 

402,  403,  510. 
Bp[l|nma  222  a.,  324, 

371,  446. 


;vGoo»^lc 


spongA  404,  &2&-6  n. 
stadio-  Btidia5£^iiHl66, 

511. 
sUmico  523. 
s  tramenare  £S3  n. 
stube  32  n. 
atdmnlo-5S0. 
snccntere    109,   180  n., 

506. 
«wlc-to  382  a,  622  s. 

UbnI«to-  58  n^  515. 
taed[e]a  ecc.,  unni,  203; 

cfr.  39  n.,  306,  409. 
taadìa  512,  cfr.  527.     ' 


lombare  372,  375. 
tffrla  iurta  133  n.,  366  n. 
tr«[ja]ctorio-  2fl,  87  n, 

106. 
tr«(ii]s  203;ofr.  238f. 
trégua  170  n.,  364  n., 

453  u. 
turbalo-  140,367,387 

n-,  415,  500,  516. 
tut(>-(Iuti>,336;37I,39e, 

4^526. 
-ttttar«36,235;cfr.306. 
-tttttar»,  tolto,  36-7  n. 


uber  32,  356,  499. 

nmbilico-  ecc.,  14J,  613, 
610.  532. 

tam-magno-  229,  601.        umore-  387  (n.  90). 
tann»  danne,  527  u.  u[*i]guanno  192,254,5^. 

unto  (borro),  380;  cfr.  il 


tegdmon  ecc.  5S5  (cfr. 

T^yttvev). 
tempora  temp'lo,  507. 
ten&cnU  515. 
t«iuo-  (satollo),  261, 350; 

acc 
temo  SS3  a.,  S&i. 
theca  76,  205. 
terebello-66a. 


*erbo-  verba,  127  t,  ll2- 
versàrio  27iì,ver*àre  497. 
vervecarìo-     berviC; 

77-8  B. 
Tet«r[a]  405,  454-5, 489, 

Tettano-  527. 
vicata  108,120-21,149, 

143,  357,  367. 
YÌda  437;  tìco-  77,  307. 
Tig[i]lare   58,    369  >.. 

514-15. 
TÌria  488,  510. 
Tisc[n]la  28411.,  2SB, 

615. 
viudo  200  D. 
p«-W|27,I3l,l33],376n., 

419,  471  n.,  495. 
vomicare  527  n. 
vostro,  Y.  atr  nel  l."  Ini, 

e  la  giunta  a  p.  3Qa 


ic-  [gu'']  che  s'iDcrocit 

oalitia  valigia  512  D.  con  «-  lat,  617  n. 

Tar[i]care58,205,  257,  vSffanSOOa. 

S79.  wenhjan  62,  92  n.,  233. 
TBriola  50,  376  n.,  516 

(cfr.  n.  99).              ,  Mtrbigare  SS3  ti. 

ver-  ocgat.,  154  n.,  201.  *ujf  32  d. 


IV.  T 

Il  nome  'Ladino',  334  n. 

La  zona  ladina.  DaBoriziODe  gene- 
.  r&le,  1-2, 635-6.  Topografia  e  stati- 
stica della- sezione  occidentale:  4,6, 
113-16,  161^;  della  centrale:  316- 
18,319-20,332-3,388-9;  deU'orien- 
,  tale:  474,478-88. 

L'  anfi-zona.  Versante  lombardo, 
24&-50;  869,  272-3,  280-1,  312-13; 
636.  Vereanta  veneto,  394.0;  399, 400i 
403,404,  410-lt,416n.,  420-1;  536. 

Caratteristiche,  7,  116-7,  227  n., 
318,  320-1,  333-44,  395-9,  475-84. 
Particolar  conveuienta  fra  l'elemen- 
to  ladino  nel  ticinese  e  quello  del- 


l'Bngadina  ecc.,  316;  fr»engadiiiaa 
e  frinlano,  48a 

Bibliografia  e  fonti,  5-6,8-», 
'  1 17-9, 163,  252, 319, 321-2;  338-45, 
407 ecc.,  418-13,  416.  421-8,  448. 
465-6.  477  aegg. 

Studj  dialettologi  ci  in  Lombardia,  23, 
2^412n. 

Dante  Alllghieri,  305n.,  418,431. 
460-1, 462,  554*. 

Quittone  d' Arezzo,  giunta  a  p.  302. 

Ragioni  idiomatiche  delle  antiche  Ut- 
teratnre  dialettali  dell'Italia  Supe- 
riore, 309-12, 428, 427, 428. 420, 430, 
449-53,  453  o. ,  463-4,  473, 502  n. 


;vGoo»^lc 


'vaoato  e  Teneziimo',  391-3,  4SI  n. 
Scrittura  e  pronuaeiei,  30S-3  n.,  41 1  a., 

460, 460  n.,  461  n.  Cfr.  515  n. 
ArcaiEini  in  voci  moQOsilkbicha,  £13. 

371  n.,  351  375  ecc., 376  ii.,385,  389 

401  ecc.,44g,  463,  470. 
Variala  fonetiche,  adattate  a.  diirtinzio- 

ni  ideolo^che:  [125],  180, 181, 182  a.. 

183, 232-3, 236.  [240],  242  n.,  [273]. 


IV.  Varia,  549 

Coiocidense  fortuite:  uv,  160-1,  226, 

^4  n..  400  (T.  giunte),  467.  [493] , 
501,505,  507,  507  n.,  513  n.,  523  a. 

Massima  diverganze:  Li  Q..  LiT,  94  a., 
148-9,  150  n.;  ecc. 

■bastante'  e  'abondante'.  92  a.,  cfr.  343. 

Lingua  e  Pensiero,  x-xzxli. 

Idioma  e  Altare,  6-8,  29.  281  (283). 


GIUKTE  E  aORREZIONI. 


;  nàto  iMÓlo,  ri  adduce  per  T  anfi- 
bologia; ma  tutti  conoscono 
che  non  à  esempio  dì  à  lat. 
i;  1.  ad-mac-t-i-at-orio. 

L  5:  !•  opera  dì  ohi. 
;  1.  Di  Sale. 
.  n.  Cfr.p.41(n.72);mailcL.I9T 

lai  etias. 
;  nam.  4  :  cfr.  p.  164,  e  mo  ricorre 
pur  nel  veneziano  antico;  ma 
non  bisogna  dimenticare  la  ra- 
gion della  proeliaL 
;  D.Ì.Cuig.:  giej&mìftchegieche 
(st-ge-he)  ob-schoo-dass  ib.; 
e  git=ja  tad.,  17  n. 
;  nom.  13.  V.  ora  la  n.  1  a  p.  93. 
;  noni.  10:  sér  va  eepnnto,  cfr.  p. 
98.96n..  e  169;  e  anche  mvl- 
gir,  cfr.  p.  169,  480,  ecc. 
num.21:  ì.  crei*. 
num.  21:  1.  173. 
num.  22:  L  196. 
num.  27.  Per  il  miglior  coUoca- 
mento  di  fnra  (cfr.  p.  un) ,  v. 
p.  171  n.,  ecc. 
n.  2.  Par  la  piti  sicura  denomina- 
zione di  simili  aviluppi,  vuoisi 
consultare  il  prìmo  Indice,  s. 
Dittonghi, 
num.  31.  É  istruttiro,  per  questo 
■viluppo  :  Dt,  «opraallT.  a  sopra- 
sasa.,  'Toglio',  *vieilj,  cfr.  p.  29. 


,  n.  1.  V.  ancora  il  C.  V,  b.  t.  —  fi 
circai  dittonghi  acceworj.v.  la 
giunta  a  p.  16.  D.  2. 

;  num.  34.  Cfr.  p.  84  n. 

,  n.  1.  Carig.:  daiasremas  14, rime. 

;  num.  35  f.  Cfr.  p.tìO.  n.  1. 

,  n.  4.  Cfr.  p.  165.  175  n.  1. 

,nlt.Un.Cfi-.C.in.3. 

;  num.  43.  Cfr.  p.  233,  n.  3. 

;  num.  45:  can&ster.  Cfr.  p.  142. 
n.  1;  ma  sta  per  Vi  anche  ìl 
verbo  alto-angad.  ap.  Pall. 
conj.  50. 

,  n.  1:  ó  già  nal  lass.  del  Diai. 

,  o.  1.  Vedi  la  citaz.  a  p.  107;  e 
aggiungi  dalla  Vallata  di  Pol- 
lina (p.  415-16);  par  cont  de, 
par  amor  de,  permorde. 

i;  num.47.  Agginngiip/tcftufriiar- 
colajo  Csr.,  *p1ictoria,  t.  nnm. 
n2,plHga  al  num. 40,  e  pli- 
c ta  nel  3."  Indica.  Cfr.  inoltra: 
179  n.,  87  n.,  156  [-ùria).  E  qui 
ipettarà  anche  il  tipo  ignil 
(m»r,  Y.pag.  58,  n.  2)  =  •<.*- 
nuii*.  atoaja,  quasi  'alndrio', 
Carig.  77  ;  cfr.  nnm.  15  e  94. 

t;  nnm.50:l.  •invólant 

t,  n.2:LMr.-  Circa 'oocers',  v.  il 
num.  170,  e  cfr.  il  baaso-ongad. 
nóuifr  BS. 

■,  110.7:1.56;  Un. 20:  L«». 


;vGoo»^lc 


Oiimta  e  oorraiiQai. 


;  amn.  54.  Per  àaoÓM  e  i&oran,  t. 
p.)82,n.3. 

,  liii<  3-  Il  rifletso  di  'pop[u]lo-', 
sUth  meglio  &I  n.  52.  Cfr.,  per 
ec,  1*4  di  'pab{u]lo'  rìfleMO  a 
FiliBur  come  à  fuor  di  poai- 
lione,  p.  IS4. 

,  Iìd.  19.  Cfr.  m',gmDU  &  p.  la 

;  num.  57'.  Il  riflesao  di  'coDcio* 
(t.  p.  131  PUnn,  e  134  d.  3)  à 
pnr  nel  sapntsilTaoo:  cMuntck 
Car.,  iacilmente,  tgtuueh  et. 
(t,  p.  242)  20. 

,11.  1.  Cfr.  p.  38,  n.  S. 

;  ama.  58.  Cfr.  p.  134  (Filinir)  e 
184,  lotto  lo  Btasso  nom. 

,  D.-  Cfr.  fiom  fUm,  a  p.  247. 

,  IÌQ.  2:  ì.oanffL 

,  fine.  Rimane  perd  la  diatìniioue 
del  geiure)  V.  p. 247  e  185  Q.  1. 

.  Cfr.  bellDD.  tUitd,  Eiuoriato. 

,  n.  Cfr.  tu^,  p.  306. 

,  o.  2.  Si  tratU  di  Mùrss-a^=ai- 
[t]r[i]x;  T.  il  eecoDdo  Indice. 

,  1ÌD.  14:  L  vtlgiadetiffia. 

,  n.  1:  1.  nnm.  220. 

;  Qum.  68*.  Cfr.p.86n.;  ma  d'al- 
tronde, p.  189. 

,  0.2.  Aggiungi  moftiorp.  74,  Ga- 
ng. :  mutUa  17. 

,  D.  Circa  tchÌKhe%t  e  dmili,  é  da 
considerare  p.  86  n.,  donde  perd 
ci  Tiene  UDO  selli arimsnto,  piut- 
tosto che  un'obiezione.  E  cfr.  i 
riflessi  di  'aceto',  a  p.S44n.4. 

i  num.  76.  Cfr.  pichiuritia,  p.  88. 

;  QDm.  90.  Cfr.  lottosase.:  ludda 
sciolta  CL.  88,  t-tijia  ai  scio- 
glie ib.  136. — Circa  tatto  que- 
sto numero,  son  poi  da  vedere 
lep.  105el9Sn.4.  E  da  con- 
frontarsi inolke:  eoprslT.  la- 
meigt  lucignolo  Car-,  aopra- 
sass.  latil  p.  129  (trent:  remar, 
(«MI,  SoBN.28). 


48,  Ilo.  7:1.  12. 

48 ,  D.  2.  Cfr.  p.  154  n.  4,  £01  (nnin. 

135). 
49;  nom.  93, 1.  atad.  Nello  atesso  aa- 
mero,  a|^angì  w  ant,  p.  138. 

49,  n.  l.  Cfr.p.303n.2. 
50;  anm.  94:  1.  Uehilt  Car. 
50;  num.  95:  L  raltima  not*. 

52-3;  nMa.  105:  cfr.  pag.  196,  n.  2. 
53,.  D.  3.  Va  considerato  anche  Taot 
frc.  targer.  Dm  lesa.  a.  t. 

54.  Per  l'ordinamento,  ai  voglia  con- 

frontare r  engsdiusBo. 

55.  Aggiungi:  oetthi,  vestiti  (par- 

tic.) ,  Ef.  6, 14. 

56;  nmu.llO.  Circa  teAt/^MMi,v.ÌI 
a.  S37.  e  p.  464  £. 

57,  tin.2.  Circa  iwji/ù-,  cfr.  p.  50911. 

58;  num.  IS2.  Per  viglttrt,  ofr.  an- 
cora il  gardeneee  ad  il  friulano' 

B8,  n.  1.  Si  aggiungono:  meiar=nf 
alar  rotolare,  Car.  [cfr.  p.  438j, 
giMrcIi  = 'qnertli  qnarto  (mi- 
Bora),  Car>,  e  ttelin,  sottile, 
che  il  Cariach  (nachtr.)  manda 
con  seeh  aocco,  ma  é  manib- 
atamente  *satt[i]liiio,  efr.  p- 
129  (n.33).  £  vedi  il  primo  In- 
dice, e.  tL 

61;  num.  1S9-.  Cfr.  p.20O,n.3L 

62,  lin.  lO-U.  Cfr.  p.  92,  n.  1  f. 

62,  n.  2.  Al  fittaig  dal  Cariach,  ti- 
spoaiecaitàgg  {vattag)  a  Ti- 
rano In  VtJtellùui,  *conTalle 
erta  fra  due  coste  o  sebiae  di 
monti,  par  dove  ai  foane  làrae- 
ciolare  al  basso  fìwci  e  troccbi 
di  legna,  ecc.'  Mt. 

63;  num.  134.  Circa  tcluntammt,  t. 
p.  201  n. 

63;  nom.  137.  La  dixicae  va  corret- 
ta, comesi  vadsap.88n. 

64;  DUm.  137.  Cfr.iprov.jwito (tnu, 
col -*  permanente;  e  ood  d  pnr 
di  font  (Dm  U'  43),  alialo  al 


;vGoo»^lc 


Olunte  < 

tg- 

funds  BC^raaìlvBiio  (40).  fiunu 
engadioo  (193),  fofu  friolano 
(518). 

1;  nvni.  138.  Circa j)e«,piidTedargi 
iUum.238. 

t,  n.:  t«n«oJ^piiraelconiAsco,ecc. 

F;  DUm.  150-1, iDtoroofttetMrsteH- 
do-,  T.  pag.  155  n.  1,  e  la  ri- 
spettÌTa  giuDla.  B  circa  la  cou- 
Unna  riduzione:  -m  =  -m(,  pur 
tra' riformati,  cb.  (t.  p.  242) ,  iv. 

),  D.  Cfr.  p.  206  n.  4,  e  p.  809  a.  1 . 

);  DUm.  156.  Vedi  lo  stsaao  ntmi.  a 
p.  239. 

,  Un.  qaifitultima.  In  luogo  di  Vn, 
1.32n. 

!;  Dum.  161.  La  palatina  di  char 
mi  diventa  a&àtto  incerta,  i 
moderai  testi  dandomi  cor,  e 
maaoandoTi  l'i  che  abbiamo  al 
nnm.  164.  11  eh  di  citar  eha- 
rtgia  larb  stato  Boggerito  da 
'charitas*. 

',.  Per  l'ordÌBamento,  ai  Toglia  con- 
frontare l'engadineae. 

,  Ilo.  3:  L  quanto. 

,  lìn.  7.  Circa  neh,  é  da  vedere  la 
p.  248,  n.  7. 

,  lin.  14.CircaM«J^,T.p.206,o.4. 

,  n.  Cfr.  il  lomb.  gugelìa.  Super- 
fluo avrertire,  che  noa  vanao 
qui  confoM  le  propaggÌDÌ  del 
aemplioe  ^aculeo-',  qual  sa- 
rebbe, a  cagion  d'esempio,  il 
bngam.  gttjd,  pungere  colb 
stimolo.  Del  resto,  6  da  vedere 
'acuclHo'  nel  terzo  Indice. 

,  n.  3.  Cfr.  p.  239,  n.  1. 

,  n.  2.  La  tenue  del  frc.  porche  ai 
deve  regolarmente  alla  conso- 
nante cbe  precede  il  (  (portìcne). 

,  a^Cuip.l8^.tchr^iangÌauntia. 

;  num.  171.  Carig.  55hacol^pUT 
ctget»  cvjtii  (cDjéin  ecc.),  che 
deton  dire;  cnociamo  ecc. 


551 

81,  n.  1,  qaiutult.  Un.:  I.  nota  ohe 

80,  lin.  6:  L  taceo.  —  Inoltre  cfr. 

p.369n.  (aum.  101)«I48u.  I. 

86, 'Un.    10   dal    basso;    tnjair    va 


ìi  num.  172.  Nel  ca.  (v.  p.  242) . 
dìlgiau  stimato  7.  Cfr.  sopra- 
sass.  metttr  agg  ns.  60. 

) ,  lin.  1 1  :  Qui  va  chiamata  la  ttrxa 
nota. 

1,  n.3.  Cosi  Borge  !:  pur  nel  riflesso 
di  'quieto-',  a.  1. 

1,  lin.  12:  Leo-. 

I,  n.  I.  É  da  confrontar»  la  p.  233, 
n.a 

i;  num.  197.  Cfr.  il  num.  151  a  la 
rispettiva  giunta. 

S;  nnm.  200: 1.  -TK-. 

) ,  L  22-3.  Pel  dilagai  del  d  di  -dO-, 
V.  p.  61  n.  2. 

I,  n.  3.  Tipo  molto  diffuso;  cfr.  p 
265  n.  2,  ecc. 

! ,  n.  1.  Meglio  ó  consentaneo  al  Upo 
Boprasàssino  il  hamia  del  cl. 
134.  Cfr.,  del  resto,  bornia  mil. 
e  brese^  cenere  calda. 

t;  nnm.  210.  Del  verbo  ewoir,  si 
parla  al  C.  V. 

i;  num.  230:  'bnvader'  non  A  un 
esempio  isolato,  e  già  vedem- 
mo, accanto  ad  esso,  rampa- 
ira  (p.  46-7).  Uà  all'attrazio- 
ne analogica  vediamo  resistere 
-itor:  icafidar  creatore,  p.  152 
n.  Cfr.  Ili,  4. 

;  num,  220.  Circa  'oenscher,  finire' 
ofr.  p.  194-5  n. 

;  nuni,  222.  Cfr.  cantra  *culfra, 
aratro,  a  Barbenno  in  Valtel- 
lina, MT. 

;  nam.228:l,epentetica.- Bcirca 
aaoMder  (=Buecutere), 
180  n,,  192  n.,  500. 

;  nnro.  229.  Sarà,  pili  procisamen- 


cfr. 


;vGoo»^lc 


Gttmte  e  corresiont. 


te:  *l-ttoll  n-uvil,  cfr.  p.  533 
(513). 

110,  Q.  3.  Cfr.p.  I%-6  n^  ma  anche  : 
ant.  bergam.  inailia,  coni.  berg. 
od.  iHBéliOy  Tm&B^  e  inoitiusi 
n«l  pavaDO,  p.  528  n. 

IH,  nam.  £32.  Cfr.  p.  6L  n.  2,  e^- 
ra[<I]u  pamis  Car.,  sottosass. 
paneii  OL.  100,  rÌTedendo  an- 
cora la  p.  156.  E  circa  'radice', 
la  p.  196. 

J 1 1 ,  n.  2.  Circa  w-u-e  ecc^  cfr.  p.  378 
(d.  40),  ecc. 

112,  a.  2,  ha-  5:  L  e  non  un  conti- 
nuatore. 

1 13;  num.  237.  Vedi  la  gìanta  a.  p.  56. 

116,  n.  8.  Carisch,  dii.  7:  der  Nolla~ 
bacìi  bei  TÀnsis. 

115,  Un.  7  dai  basso:  P&llioppi. 

120,  Un.  II.  Di  cler,  y.  p.  275  ecc. 

(clar-io  nel  terzo  Indice). 

121,  iin.  10.  Vedi  la  giunta  che  pre- 

cede. 

121,  lÌD.21-22:ptV/i(sr(146,U7,150),; 

cfr.  pag.  161  n, 

122,  n.  1.  Anche:  d-aichidr  bla  238, 


a  cfr.  I 


..ffl. 


122,  u.  2.  Cfr.  la  giunta  a  p.  120. 
122,  n.  5.  Cfr.  DiBZ  lass.  a.  pialla. 
123;  nnm.  8.  Cfr.  pag.  153. 
132,  Un.  7-8.  Circa  humam,  t.  p.  165 

n.  2. 
134,  n.  3.  Cfr.  la  ginnta  al  nnm.  57' 

BoprasilT. 
137,  1ÌD.  8:  fiuri  spetta  al  num.  35. 
146;  num.  184.  Cfr.  l'it  soalto. 
147,  Un.  14;  cfr,  p,  248,  o.  7. 
155  ;  num.  228.  Cfr.  la  giunta  a  p.  100 

(snccuteTe). 
155,  n.  1.  Cfr.  tinger  in  rima  con 

singer.  Camp.  18,  14;  e  meis 
,nuifns  tendproa  tsii  (trimpef, 

ib.  28,2. 
156;  num.  256.  Aggiungi:  Ijdnga  (p. 

147)    *liAaoga    *U*ung[a]a; 

cfr.  p.  212. 


Iin.  6:  badegl  batUlo-,  pag.  130 
(num.  41-4). 

n.  3.  Cattolico  à  pure  il  comnnf 
(non  ladina)  di  Santaun,  Kjsd 
76.  B  l'aasenìone  dal  Ranacli, 
che  Tarasp  sia  di  lingua  tede- 
sca, ha  un  amorevole  ctmtrad- 
dittore  nel  Bobhmib  (Romani- 
sctu ttudien,!  305:  Tarasp isl 
nicht  deutsch,  sondeni  roma- 

nnm.  4  e  n.  3.  Cfr.  la  ginnta  al 
num.  4  sopraaiiT. 

note,  Iin.  2-3.  Cfr.  p.  218  n.  2. 

Un.  2:  ri<el  spetta  venunente  si 
nnm.  76.  E  il  fenomeno  u  ri- 
produce neU'ant.ba590-engad.; 
riat-s  Camp.  7,  5,  rial  18, 10. 
11;  26,  11;-  real  15,  1. 

nam.  45.  Non  bisogna  confondere, 
tra  questi  eaempj,  il  ridasso  di 
'baedUca'  (Stbno.  45)  ;  nel  quale 
è-l^a  =  -L'cA,  p.  2(6. 

n.  4,  Cfr.  ccm.  scossiira  Tetta  del 
coreggiato.  Ut.;  che  ha  pure 
un  bormiaae  eteùd  cor^giato- 

Un.  24  : 1.  sopraaiW .    . 

Iin.  28-9.  Qnest'u  coincidereUw 
con  l'p  dall' ital.  dÌ7npr<»(ilFan- 
fanì,  nell'op.  cit.,  ha  ditnoro); 
e  il  Diei  nota  opportunamente 
(1'  336),  che  non  sìa  un  ciao 
schietto,  poichd  ha  racceato 
rimosso  (lUmÓror). 

note,  Iin.  3:  1.  parcamente. 

n.  S.  L'tu  dell*  ita],  «chiuma  ri- 
viene Teramente  a  lu  («clunid), 
Disc  1'  344,  cfr.  ip[l\utnaqw 
sopra,  nel  teno  Indice. 

liu.  10:  l.U.  89. 

a.  L  Cfr.  lédar  Udars,  p.  1^ 

D.  2.  Circa  fuont,  v.  la  giunta  a 
p.  64  (num.  137). 

num.  105.  Si  aggiunge  un  esem- 
pio da  p.  181  n.  2. 

num.  107.  Cfr/p.  172  n.  1 


;vGoo»^lc 


Oinute  e  oorreiiouL 


I,  Un.  9:  BOtoTola  cbo  non  aia  ìd 

questo  eiemptare  lo  i  Dormale 

della  fonnols  cu. 
',  llD.  6;  1.  à  dgt!   ia  de  {du)   in 

vaidgwa. 
,  n.  S,  liu.  1:  L  prìmtt. 
,  lia.  12;  I.  efr-  ant.  bergam. 
;  DDm.  134.  Un  eHempìo  «Oprasil- 

vano  d  aggiunga  da  pag.  192 

(585);  cfr.  p.  254. 
>,  Un.  8: 1.  D.  212  sopnlr. 
,  liu.?:  1.221. 
!;  DDm.  S31.  Cte.  iHgvald,  ugna- 

gliore,  a  TiraDO  in  Valtellina, 

,  Dote,  lio.  1: 1.  della  dialettologia. 

';  nnm.  13.  Cfr.  il  brìanznolo  ttn£ 
(toDsg),  arrivare,  at-tingere, 
CH.  V  297. 

I,  D.  a  II  Diez  (II'  446),  che  non 
approva  il  Facbs,  non  ha  egli 
pare  potuto  conoscere  ì  fatti 
che  si  allegano  od  accennano 
in  questo  Inogo. 

',  lin.9daIbaBBo:l.*c'fjsiM«'uf. 

,  Un.  7  dal  basso  :  I.  rapprasantate. 

,  al  machine  ;L  57-8  in  luogo  di  57. 

,  Un.  6.  Cfr.  'aitilìa'  nel  terzo  In- 
dice, 6  p.  290. 

,  lin.  11.  Potrabbesi  p«D»ara  a 
pp=vj  (tayi[d]o),  cfr.p.  414n. 
e  510,  malgrado  il  liiped  di 
p.  376. 

,  lin.  13.  Cfr.  p.  258  I.  8,  ecc. 

,  in  fine.  Pur  nel  pavano  mi  oc- 
corse «Ito,  a  iniieme:  erbare, 

,  Val  Verzasca.  Non  si  regge 
la  dichiarazicae  di  dieiòo,  ot- 
tobre, che  il  tasto  prop<me;  e 
all'incontro  si  addimostra  cor- 
retta quella  che  ne  d&  la  nota, 
A  per  aversi  in-oid,  sinonimo 
di  di-eÌ6o,  ancora  da  Val  Ver- 
laeca  (HotrTi),  e  al  perchd 


viene  ^  mancare  a)  testo  quel- 
l'appoggio che  pareva  venirgli 
dal  nnm.  166  levenUnese  (v.  la 
seconda  giunta  a  pag.  264). 

I ,'  u.  Il  Monti  deve  aver  preso  bor- 
digò  dalla  parabola  dello  Slal- 
der  [el  bordigò  er  sottanxe 
V.  13),  dove  oei-tamente  non  d 
un  infinito. 

I,  nnm.  161-5.  L'esempio  piemon- 
tese giova  a  mostrare,  come 
nel  caso  delle  forinole  -ica 
-iOA  si  possa  confondere  il  fe- 
nomeno della  palatina  {-i^a 
~ija)  con  quello  del  mero  di- 
legno, e  quindi  posaa  tornar 
difficile  lo  «cernervi  con  sicu- 
rezsa  la  corrente  ladina. 

,  num.  166:  I.  'tijù.-  Quanto  a 
digSir,  bisogna  che  si  mandi 
con  una  quantiUt  di  xìnonimi, 
che  lo  mostrano  impoverito 
per  aferesi.  Ui  limiterò  a  ci- 
tare il  morbegnase  adigò  (Cb. 
E.  S.  II.  4),  ì'arUgvói  (r-or(«- 
gttói)  di  Val  Fiorentina,  e  Schn. 
S32-3.  Circa  il  dieido,  ottobre, 
di  Val  Verzasea,  A  poi  da  ve- 
dere la  giunta  a  p>  2S8. 

,  n.  1.  lo  questo  territorio,  si  ar- 
riva certamente  a /"ofu  pur  dal 
semplice  'fango-'.  Tattavolta, 
la  basa  'fnng-io-'  non  li  potrà 
facilmente  rifiutare  per  l'am- 
peuano  fongitL,  Scbs.  38,  cui 
sì  unirebbe  fone  (fono  ),  che 
mi  occorre   nel  dramma  M- 

,  lin,  26.  Saremmo  ciod  nell'ana- 
logia fonetica  del  num.  169-70  ; 
ma  la  basa  {plj)  spetta  al  nnm. 
107. 

,  Vedi  ancora  il  terzo  Indice,  e. 
'clar-io'.  Dei  tre  esempj  fran- 
cesi, nei  quali  Vai  pareva  ec- 


;vGoo»^lc 


Giunte  t 


ceiionale,  due  Gon  4iohiantti 
in  queaU  pagina^i;/air,pair*), 
e  ora  ni  pud  esser  lecito  dì 
mostr&ra  che  aacha  nel  temi, 
cioè  in  aite,  l'ai  non  è  caprìc- 
citiso.  Pdicbd  la  Toscana  ci 
d&  :  a/td  nel  niootalese,  ed  a^/ut 
Dell'  aretino  (aglia  :  *alia  :  :  ba- 
gliaibalia),  aempre  per  'ala'. 
T,  nota,  IÌQ.  I.  Aggiungi:  271. 
);  noni.  137.  'A  Vicosoprano  tutti 
'però,  0  quasi  tutti,  direbbero 
■ancora:  lat  oc,  le  otto  (ore); 
'e  tra  i  vecchi  si  seatoDO  aa- 
'eora  altri  esempj  di  -t  di  plur.; 
'coel  :  lai  fija»'.  Bazziobeb. 
)j  num.  172. Circa 'o^tiiir, Tedio» 
la  n.  S  a  pag.  253,  con  la  rispet- 
tif adonta;  e  la  n.  1  4  pag.  305. 
f  ;  nuio.  19-21.  VS  di  fiól  potrà  es- 
sere la  contrazione  di  e<«. 
I;  unm.  22-3  e  40.  Quest'  ài  da  i  di 
fase  anteriore  (fuor  di  posizio- 
ne), d  stretto  tìdcoIo  fra  Bor- 
mio e  i'Engadina.  Cfr.  ezian- 
dio «Val  BregagUa'  e  'FriuU'. 
,  n.3.Cfr.p.316n.l. 
!,  lin.  21  Mgg.-  Cfr.  p4g.  335. 
I,  lin.  \Z:  1.  II,  1. 
I,  n.  Nei  dialeUo  di  Foggia,  Vd 
fUor  di  posiz.  ai  riflette  per  un 
Buono,  che  il  saggio  di  Znc- 
cagui>0rlandini  trascrìve  «m. 
'    CoBl:/uN(«Mt,(luin<un<;-c«r- 
cheut,  freut  tn.U  (fratello),  la 
tHgneut,  ckautett  eMckt;  ecc. 
,  ]in.  16-17.  Ma  parrebbe  mancare 

aocliB  a  PoEctuaTO  (p.  S81). 
'.  Uerìterebbe,  mipare.chenBtil- 
diBHe,  quanto  si  debba  a  ra- 
gioni dialettali,  quanto  a  imi- 
tazione dei  modelli  stranieri,  e 
quanto  ad  illusione  grafica,  ne- 
gli esem[^  di  pfcl  {g=el)  ecc. 
che  nei  piti  antichi  scrittori 


italiani  s'iocoiitrano;  come: 
|ilusor,o;lio^i(cfr.roc;o  ro- 
magnaolonelcap.xiT  del  Volg. 
Eloq.),  elaro  clero  (r.  clar-io 
nel  terzo  Indice).  Si  consulti  in 
JBpecie  l'Udice  alle  Lettere  di 
Fra  GuitlQttM  dAV'o,  con  U 
noto,  Roma,  1745.  Dal  qaaJ« 
inoltre  notiamo,  per  ora:  vosio 
(t.  'vostro'  qui  sopra,  p-  548) , 
jera  (cfr.  490  a^  ecc.),  arto  veo 
(cfr.  p.  309),  baita  ooito  (cfr. 
p.  518),  aultro,  aldac4  ecc. 

02,  lin.  28-9,  L  :  da  quelle. 

03.  lin.  5. 1.:  261. 

104,  lin.  18-19.  Cfr.  aggioAimenla 
eco.  nel  diz.  itaL 

01,  n.  1.  Vedi  il  terzo  Indìc^  s.  'Dis- 
similai.'. 

03,  lin.  S4.  Circa  vandà,  va  oonsì- 
derato  il  tipo  'vumitare'  (OiEZ 
lese.  s.  Taglio).  Ma  resta  sem- 
pre asBai  notevole  lo  Ad  molto 
diffuso  nel  semplice  'vannere'. 
Cosi  al  eand  citato  in  ijuesta 
etassa  pagina,  e  «I  r>ande  dì 
pag.  31 1,  si  aggiungono  il  t>an- 
dtr  trent.-rovaret,  e  il  friul. 

13,  lin.  IO  e  IS,  I.:  PìcEoIo. 

33,  lin.  1:L  A,  I. 

£8,  lin.  19-20.  Al  friul.  teora  (sco- 
rai) sarà,  il  Pirona  attriboi- 
ace,  fra  gli  altri,  ì)  aìgnìdcate 
di  'far  perdere  l'efcasaivo  ca- 
lore'. 

)3,  D.  2.  Circa  dlifia  è  perd  da  ve- 
dere il  primo  Indice,  ■.  'Id- 
flnsnie  Tarie  ecc.'. 

)2,  n.  3.  Questo  fenomeno  non  coa- 
traddice  all'afiarmaiione  dì  p. 


353,  Un.22, 1.:  6,  od  p. 

^4,  Un.  13  aegg.  Cfr.  p.  4850.  e  488. 

353,  liu.  18.  Sì  espunga:  'piedi  (111 


;vGoo»^lc 


Qinnte  e  correiìoni. 


ecc.)';-  e  8i  consideri  iti  cìt&- 
lìooe  ella  è  in  nota,  sotto  il 
nam.  114. 

,  lin.  16:  r«miiA=f Vinóne- 

I,  lin.  21-2.  Cfr.  p.  262,  lin.  24-5. 

i;  nnm.234.Cfr.perdp.433,L4-5. 

I;  Dum.  1-3  f.  RiF.:  frédei. 

I;  num.  Id^l7.  RiP.:  taucanitt. 

i;  nom.  18.  Non rioonoice  il  Rif.  al- 
tra forma  plorale  di  questo  no- 
me chenoa  aia /^nons;  t.  Ili,  1. 

I,  n.  2.  It  R[F.  dli  realmente  i  aing. 
■dinel  e  Cantei.  Son  temi  in 
*-(lI,  come  arguiti .  dui  &ÌK) 
'  plorale. 

i;  nnm.  32.  Rif.:  pi.  nt«ns. 

I,  n.  3.  RiP.  :  miéè. 

i;  nnm.  52-3:  maéver  è  dato  das 


f.  RiF.: 


niéS. 


18,  n.3.  Circa  I  +  i  di  pi,,  cfr.Inum. 

97,  137  del  friulano. 

19,  liis.6,ntv.:vSdl. 
19,  n.  4,  RtP.:  Tlancon. 
»,  n.  6,  Rw.-.vf die. 

19,  n.  6.  V.  il  3.'  Ind,  e.  WigTare'. 

'fle377;  nnm. 22-3.  Qui  accolto  an- 
che il  rifleaao  di  'junfpero-', 
cioà  on  esempio  di  4  secon- 

K),  lin.  1  della  seconda  sezione  della 
pagina.  Espungi:  suo. 

!6;  nnm.  96.  Cfr,  p.  532,  n.7. 

Ì9.  Qoi  Ta  ripetutamente  conside- 
rata la  nota  1  a  p.  484. 

13.  à.  Poteva  entrare,  pare  in  qua- 
dro cosi  breve,  il  tipo  pansiér, 
fomaiiér,  caldiéra^  cfr.  il 
nnm.  9  nel  frinì.  , 

18,  n.  'Coel  il  volgo  di  Bergamo  naa 
'dire  ancora  la  nom  per  U  no- 
<me,  ed  anche  i  Bresciani,  che 
'ora  lo  usano  maschile,  antica- 
'mente  lo  adoperavano  femi- 
'nile,  come  dimostra  il  nome 


Pag. 

■  .  <d»1Ia  via  di  Brescia  :  bròla 
'(bratta)  nowi,  corrispondente 
<al  Bonà-nam  di  Val  S.  Mar- 
'tina'.  Rosa,  o.  o  ,  p.  158  della 
3."  edii. 

400;  nnm.  1-8.  Noteremo  per  esube- 
rodza,  che  tarerà  i  *solic1- 
-are,  laddove  fital.sott^^iore 
ò  *BoIìcara. 

411  r  >!•  3.  Bene  importante,  fra  questi 
esempj ,  é  stablir,  cfr.  p.  485, 
«5  n. 

414,  n.  Oli-,  p.  510. 

416,  fonti.  Spatta  a  qtiesto  twrìXorlo 
\' Egloga .  di  Storti  ('lingua 
del  contado  di  CoaigliaDo'),  di 
cui  il  Quadrio  cita  una  rìstanN 
patrivigiajia,  del  1613,  chèa  me 
iloD  fa  dato  di  vedere.  Ma,  per 
la  bontà  dei  C&nello,  me  ne 
arriva  altra  adizione  trlvigiana 
(presso  Antonio  Palueilo,  sen- 
z'anno), dalla  quale  astraggo 
afirettatamente  quanto  basti  a 
mtKtrare  l'utilità  che  verreb- 
be, per  le  nostre  ricostruzioni, 
da  antichi  saggi  di  questa  con-  , 
trada.  Citerò  imprima,  pel  -a  di 
seconda  persona,!  monosillabici 
M  tu  cuos  5,  t-U  vuoi  14,  che 
tu  tot  6,  tei  sa$  19,  se  fhaa  5, 
cfce  ti*  [*t-ea]  10  (ma:  tubar- 
le 19;  e  (M  poi  5).  Poi ,  per  il 
dittongo  dellV;  etejta  16,  far- 
diè  fratelli  8,  bU  belli  7,  piet 
petto  13,  miei  meglio  5;  cfr. 
p.  423-4.  Per  qneUo  dell'd  :  len- 
xuól  IT,  ti  vuol  15.  ms  duol  7, 
fuora  IO,  cuor  5,  fuocU,luoc 
16,  [puoc  15],  wom  10,  ai  buò 
ai  buoi  11,  a  tu  tnuù  6;  an- 
ewd  9.  Finalmente  si  notino:  con 
liè  con  lei  8,  cfr.  p.  529  n.  7, 
serdr  sorelle,  cfr.  p.  445  n.  ecc., 
basUntZl,  cfr.  p,  419  f. 


;vGoo»^lc 


• 


^6                                     Giunte  e  corresiooi. 

419,  D.  2.  Cfr.  il  sacondo  Indice,  a.  495,  Un.  S5,  L:  Jpanii^. 

Wnt»  ecc.'  499,  liu.  £2.  Sempra  A  dentale  pur  nei 

420,  lin.  19,  I.:  ohe  u  faccia-  cui  di  ià  cha  n  un  r&ccolU  a 

421,  lin.  3  dal  baaao,  I.:  rìprodaiìone  p.  454  d. 

eontadineaca  di.  503 ,  Un.  20, 1.  oréii. 

4£6,  Un.  7  dal  bftaao.  Ha  come  d  ri-  510,  lin.9.Cfr.uaru^fa,p.  406,  lin.  2. 

sponde  al  ag.  'roao'f  510,  n.  1,  Un.  2, 1.:  i  n.  80,  S7  e  166. 

428,  lin.24.Cfr.lanota5apae;.433.  517,  lin.  12-13,1.:  oréii. 

430,  lin.  se,  1.:  glia,  che  4.  517,  lin.   15,  L:  cfr.  nnm.   166,  97 

454,  n.  1.  Cfr.  p.  472  n.,  e  il  num.  203  p.  368  n.  3,  e  m,  1. 

frinì.  517,  nlt.  Un.,  1.  ^orev'ie. 

457,  Un.27. /WtfeaaneheiaFraPao-  521  ;  uam.  100^  Un.  3.  Cfr.  il  tono 

lino,  Musa.  144.  Iodica,  a.  'canato-  ecc.'. 

4S0,  Un.  7,  L:  epentatica.  627;  nnm.  197-8.  Appena  pnd  addimi 

469,  lia.  SS,  l.;309.  Io  sdraceìolo  '>dmi\d\s,   che 

488,  lin.  22.  Cfr.  p.  354.  aremmo  a  p.  511,  nnm.  104. 

489,  Un.  8-9, 1.  maiiért  ecc.  5S8;  nnm.  209.  Cfr.  $tiolper  nei  dial. 

490,  n.  2.  Cfr.  il  primo  Indica,  a.  'é  grìg.  p.  37,  186. 

secondo  elemento  ecc.' 


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3  2044' 01 9  850  270 


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